lunedì 4 febbraio 2019

Alambrista! - Robert M. Young

anche nel 1977 si andava dal Massico agli Usa per cercare lavoro.
il film racconta la storia di Roberto, che lascia moglie e figlia per un po' di soldi.
Roberto è uno che vuole solo lavorare per loa famiglia, trova un mondo di disperazione, di inganni e di tentazioni, e tanti come lui.
quasi un documentario, a volte, un film da non perdere - Ismaele





…Roberto Ramirez (Domingo Ambriz) is a young married field hand in a rural area of Michoacán, Mexico, whose wife just gave birth to a daughter. Afraid he can't support his family, Roberto goes north, crossing the border to California, where the non-English-speaking illegal hopes to make enough money in a year to return to support his family. Of note, his mom reminds him that his father went north and mysteriously never returned. After eluding an immigration police raid while he works at picking fruit, Roberto hooks up with Mexican colleagues to survive and lives in a chicken coop. Joe (Trinidad Silva) acts as the innocent Roberto's mentor and teaches him how to smile for the gringos and order coffee, ham and eggs for breakfast. 
The illegal Roberto and Joe become sidekicks and ride a freight to Stockton, but get separated. When the exhausted fruit picker with no place to live, Roberto, falls asleep in the luncheonette, near Stockton, the sweet waitress gringo single-mom Sharon (Linda Gillen) feels sorry for him and takes him home. They become lovers and Sharon teaches him English, how to send a money order home, and takes the fish-out-of-water to an evangelist Sundayrevival meeting and, he goes for the first time, to a department store. But just as quickly as they met, they depart when he's troubled by the immigration police and has become homesick. The two will not even have a chance to say goodbye to each other, as they separate for good…

…Young does a fairly good job in exploring Roberto’s plight with sensitivity and honest insight.  His struggles are sympathetic, and Abriz’s performance is fine.  Not great, but fine.  At times Roberto seems to be a bit of a blank slate, and we don’t understand what motivates him to do certain things.  The film also seems to be marking off a certain checklist of scenarios it needs to cover, although perhaps you could level the same complaint at El Norte.
The film has a documentary-ish style that gives it a neorealist edge.  This is undercut by some of the scoring choices, however.  It opens with an absolutely lovely melody on acoustic guitar, but in other places the music is pretty goofy and jarring…

…The story soon becomes one of survival, as he endures and escapes one random set of dire circumstances after another without feeling contrived or stopping for cheap sentimental tricks. Roberto even makes a certain selfish choice, but at the time, after what he’s been through, who could blame him?
Roberto speaks no English and there are big stretches of the movie where he doesn’t speak at all. This causes us to further identify with him and it makes the moments of chaos and confusion come alive. ¡Alambrista! is an intimate film, mixing in non-actors in actors in situations that rarely feel scripted…

sabato 2 febbraio 2019

Green Book - Peter Farrelly

un viaggio, verso il sud, due uomini che non si conoscono.
l'anno è il 1962, la segregazione è ancora viva, e il KKK non dorme mai.
i due si conoscono bene, non smetteranno mai di essere amici.
si ride, e ci si arrabbia, c'è un mondo da cambiare, il dottore dà il duo contributo, ed è anche un film politico.
gli interpreti sono in stato di grazia, la sceneggiatura è perfetta, non ci sono tempi morti, è uno di quei film che ti dispiace siano troppo brevi, solo 130 minuti.
vogliatevi bene, non perdetevelo - Ismaele





…Peter Farrelly, con l’esperienza di commedia scorretta che si ritrova gira un film correttissimo nel quale l’umorismo scoppia potente ed è sempre tenuto al guinzaglio con dovere, in cui i due attori guidano la messa in scena, la indirizzano e sono in grado di aggiungere senso. Mahershala Ali è scelto benissimo (in Moonlight quasi stonava la sua eleganza e sobrietà, qui invece è perfetta) e anima bene l’uomo imbrigliato nelle regole sociali, timoroso di sembrare un nero e voglioso di legittimazione. Ma è in particolare Viggo Mortensen a risaltare (anche per via di un ruolo più sotto il riflettore). Da solo aggiunge al film dettagli che non stanno nella sceneggiatura ma risiedono solo nelle sue espressioni. Da nessuna parte è detto o indicato che il suo Tony sia addirittura fiero di Don Shirley come fosse un figlio, eppure quando lo guarda esibirsi non leggiamo solo la maturazione del rispetto, ma anche una certa fierezza di essere proprio lui il suo autista. Ed è farina di Mortensen.
La parabola più che usuale di questa strana coppia tocca tutti i punti necessari per non sorprendere nessuno e soddisfare tutti, è un viaggio in cui piccole umiliazioni sono sanate dall’amicizia e dal rispetto maturato da un uomo ignorante ma di buon cuore, partito razzista e tornato amico di un nero nella notte di Natale. È un film da Hollywood degli anni ‘50 o inizio ‘80, materiale che non si gira più nelle cui pieghe però sta l’umanità di cui è capace il cinema americano mainstream, anche quando ha paura di turbare animi.

…Green book ha un meccanismo chirurgico, automatismi di un’agilità tale da far volare i centotrenta minuti di durata e un guscio da commedia che - tra sarcasmo, sberleffo e ogni tipo di appiglio comico - introietta questioni etiche. Se la dignità trionfa sulle umiliazioni più pesanti e le spigolature sparpagliate sono inconfondibili, la palma del vincitore spetta di diritto alle persone venute dalla strada, ma anche a tutti coloro che ogni giorno combattono una battaglia contro le ingiustizie, dinamiche che riempiono uno spartito stipato all’inverosimile eppure mai sottoposto a concreti tentennamenti o rallentamenti, grazie a uno stupefacente senso del ritmo e alla capacità di trasformare in un trionfo collettivo anche un passaggio dalle stelle alle stalle.
Insospettabile e clamoroso, un autentico miracolo, una vittoria su tutti i fronti.

…Tempi comici a orologeria, umanità, tragico e divertimento sempre in equilibrio, e una comicità che non è mai fine a se stessa ma è veicolo per rappresentare i contrasti fra i due. E poi le scene in cui Don Shirley aiuta Tony a scrivere delle semplici ma sentite lettere d’amore alla moglie sfiorano livelli di romanticismo davvero irresistibile.
Questo film fa stare bene. Cosa gli si può chiedere di più?

…La difficile operazione in cui è riuscito con grandissimo successo Farrelly è quella di girare un lavoro che pur muovendosi nel solco delle pellicole più propriamente Hollywoodiane, rappresenta una lezione di grande cinema in cui è difficile pensare di cambiare qualcosa. Alla pungente ironia insita nella meccanica della “strana coppia” corrisponde un discorso tutt’altro che superficiale e quantomai attuale sulla discriminazione razziale, e quell’America del Sud in cui i neri erano considerati indegni degli stessi diritti dei caucasici ricorda da vicino le più preoccupanti implicazioni del revanscismo suprematista degli USA di Trump…

mercoledì 30 gennaio 2019

El viaje comienza aquí - Gerardo Herrero

Anatomia di un omicidio - Otto Preminger

una storia giocata per gran parte in un'aula di tribunale, come tante di quei tempi, e tutte a livelli altissimi (penso a Testimone d'accusa e La parola ai giurati).
nel film di Otto Preminger abbiamo un avvocato, anzi due, un colpevole già deciso, una femme fatale, gli ingredienti ci sono tutti.
l'avvocato difensore è James Stewart, che ne sa una in più dell'accusa, e la musica è di un certo Duke Ellington.
con un film così tutto quello che potete fare è rinviare tutti gli impegni di due ore, e non ve ne pentirete mai.
buona visione - Ismaele




La grandezza di Otto Preminger , secondo me, è di essere sempre stato in anticipo sui tempi di almeno un decennio e ciò gli ha creato molti fastidi con la censura negli anni '50. La sua intelligenza al servizio del cinema denota appieno l'origine europea (viennese) e lo pone al medesimo livello di altri esuli quali Pabst, Lang ecc. anche se non è mai stato adeguatamente valutato dalla critica.In questo film si parla addirittura, in un aula di tribunale, di violenza carnale con strappo di mutandine e ricerca di tracce di liquido seminale !! Argomenti assolutamente tabù nel '59 , affrontati con un eleganza di linguaggio che caratterizza tra l'altro tutta la pellicola; più di due ore di colloqui affascinanti e ironici , una tensione continua  acuita da uno spendido bianco e nero che accentua i contrasti dei caratteri : l'imputato in divisa bianca, (falsamente)  angelico , il pubblico accusatore (un magnifico George Scott al suo primo impegno vero) sempre vestito di nero e implacabile.
La musica stupenda di Duke Ellington (che appare in un cameo) avvolge il tutto e sottolinea adeguatamente i punti più drammatici; e James Stewart giganteggia con la sua aria da uomo qualunque che qualunque non è mai.

… La sapienza tecnica di Preminger fa scivolare quasi tre ore di film in un niente, aiutato dai caratteristi che si avvicendano alla pedana e capaci di tenere la scena per altrimenti lunghi e interminabili minuti, aiutati a loro volta da alcune sapienti sequenze di alleggerimento in cui si producono delle gag che inducono ad un riso nervoso ma sincero, liberatorio.
Sicché, gli elementi distonici prevalgono sulla macchina burocratica e consentono un discreto numero di agnizioni e riflessioni. prima tra tutte, quella riguardante l’imputato, il tenente Manion (un gelido Ben Gazzara), militare pluridecorato e reduce di Corea. La sua posizione processuale, reo confesso, lo costringe al silenzio urlato del suo bollente linguaggio del corpo. È accusato di omicidio di primo grado poiché la vittima è stata ammazzata a sangue freddo, ben dopo un fatto gravissimo, lo stupro della moglie del tenente, l’enigmatica Laura (Lee Remick). Biegler prova una strada processuale ambigua e si basa su un principio più pertinente la psicologia dinamica che un’aula di tribunale, la "dissociazione" che genera "impulsi irresistibili" che non consentono "la distinzione tra il bene e il male". Conviene aggiungere che questa via è ampiamente seguita ai giorni nostri, in ispecie per giustificare le peggio atrocità, a cominciare dagli infanticidi…

Bellissimo titolo, poi diventato proverbiale, di un crime-legal-movie del 1959. Filma Otto Preminger, in uno dei suoi risultati più alti, più disincantati, di uno scetticismo tutto europeo. Anche lui partecipe della grande emigrazione Vienna-Berlino-Hollywood, non dimentica le sue origini e le ambiguità del cinema di Weimar e quel clima culturale (aveva lavorato con Max Reihnardt) quando mette in scena questa storia di un delitto contorto e confuso, di un assassino che forse non lo è. Il marito di una donna violentata afferma di aver ucciso lo stupratore, si autoaccusa, parla di raptus, ma poi tutto si intorbida. Cos’è successo davvero? E qual è stato il ruolo di lei? James Stewart è l’avvocato incaricato dalla donna di difendere il marito. Dalle sue indagini e dal dibattito in aula si comporrà faticosamante parte del puzzle, ma la visione d’insieme sembra sfuggire. Film che forse risente della lezione ineludibile di Rashomon di Kurosawa, ma che si è affermato da sé come un classico. Magistrale. Lucido e asentimentale. Fu un successo travolgente, e a intrigare il grosso pubblico fu anche la franchezza nel parlare di stupro, di sesso e quant’altro. La scena in cui in tribunale James Stewart mostrava le mutandine di lei suscitò scandalo, ma creò anche intorno al film un’aura di seducente peccaminosità…

lunedì 28 gennaio 2019

La Donna Elettrica (Woman at War) - Benedikt Erlingsson

solo uno che ha studiato nella scuola Radio Elettra poteva pensare a un titolo così, in tutti gli altri paesi il titolo è Una donna in guerra, o qualcosa del genere.
nonostante il pessimo titolo italiano il film è davvero bello.
è un film politico ed etico, il mondo sta andando sempre peggio, Halla non gira la testa dall'altra parte e compie azioni di sabotaggio, e poi c'è una bella sorpresa, e un cugino davvero fraterno, e una musica che non è la solita colonna sonora, ma è dentro il film, un turista sudamericano in bicicletta sfortunatissmo e tante altre cose, serissime e con il poco conosciuto umorismo islandese.
un film da non perdere, per i miei gusti, poche copie al cinema, solo una decina, ma provate a cercarlo lo stesso, non ve ne pentirete - Ismaele




…Erlingsson scrive e dirige una storia tutta al femminile, nella quale il fisico e l'intensità espressiva di Hallora Geirharðsdóttir sono protagoniste assolute, addirittura raddoppiate dall'espediente narrativo della gemella di Halla, interpretata dalla stessa attrice. Ma la questione femminile è anche interna al racconto, nel richiamo della maternità, nelle metafore del ventre della terra, nel patto che lega le due sorelle e anche nella solitudine dell'impegno della protagonista, che però arriva allo spettatore in forma divertente e sentimentale, tra cellulari nascosti nel freezer, cugini di campagna, automobili dai colori improbabili e accanimento delle istituzioni e del destino contro un povero turista sudamericano.
Piccola anticommedia della contemporaneità, imparagonabile alle punte cinematografiche di un Kaurismaki o di un Roy Andersson (per restare a Nord), La donna elettrica è in ogni caso una visione salutare e gradevolissima, che, sotto la confezione leggera, fa la sua dichiarazione al mondo attraverso il megafono del cinema, con modi garbati ed evitando di prendersi troppo sul serio, lasciando quel genere di serietà, drammatica e alla fine inutile, al vociare indistinto della televisione. In questa operazione, di sdrammatizzazione da un lato ed eleganza del tocco, dall'altro, ha un ruolo fondamentale il disegno sonoro del film, sofisticato ed elettrizzante, con la messa in scena ritmica ed umoristica del trio di musicisti.

…La donna elettrica soffia così un po’ di spirito ribellistico, d’idealità utopica, di adrenalina della rivolta, come tanto cinema liberal anni settanta, in questa epoca di paure minimali tra spread e punti decimali del deficit. Giusto è così lasciare scritto ai posteri uno stralcio della rivendicazione di Halla dopo aver tirato giù cinque piloni dell’elettricità: “Chiedo a tutti di insorgere e utilizzare il loro ingegno per danneggiare queste imprese. L’unica cosa che questi psicopatici delle aziende multinazionali riescono a comprendere. È così che agiscono, minacciando e sabotando la natura e la società. Il sabotaggio contro la natura ha causato il riscaldamento globale. È un crimine contro l’umanità e contro la vita tutta. Siamo l’ultima generazione che può far cessare le guerre contro il nostro pianeta. I nostri figli e nipoti non potranno farlo. Dobbiamo muoverci ora. È la nostra missione”.

…Malgré sa grande propension à se débrouiller seule, elle est néanmoins assistée par un "éventuel" cousin, mais aussi involontairement aidée par un cyclotouriste sud-américain qui se trouve toujours au mauvais endroit, au mauvais moment. Ce personnage secondaire (déjà présent dans le premier film de Benedikt Erlingsson "Des chevaux et des hommes") est continuellement suspecté par les autorités d'être un migrant ou un terroriste. Malmené, il est au final toujours libéré accompagné d'un cynique « Welcome to Iceland! »
Un double discours qui montre bien toute l'ironie de la situation actuelle. Le changement climatique est déjà dangereusement engagé et les autorités mettent tout en œuvre pour neutraliser celles et ceux qui cherchent à enrayer le processus. Certes, Halla ne lésine pas sur les moyens mais la cause est noble et l'urgence bien réelle. Truculente comédie parfaitement orchestrée, "Woman at War" apporte ainsi sa pierre à l'édifice en distillant, telle la petite musique de trois musiciens désinvoltes qui vous suivraient partout, ce message simple mais essentiel : « Notre terre est précieuse, préservons-la ! »

…le personnage féminin, hors-la-loi, d’emblée sympathique malgré ses prises de positions extrêmes, va se révéler être une mère plus que parfaite (elle a adopté un enfant qui vient bouleverser  ses plans terroristes) et surtout une héroïne façon Rambo qui va provoquer le gouvernement islandais et l’aciérie pour l’empêcher de signer des contrats avec la Chine.
Remarquablement écrit, mise en images avec un talent certain (il faut dire que les paysages islandais sont un personnage en soi), très bien interprété, KONA FER I STRIO (Woman at War) est un film drôle, satyrique, décalé tout en étant en phase parfaite avec son temps!

…Sembra di esser perennemente catapultati in un quadro a tinte fredde, controbilanciato dal calore umano degli interpreti. Il regista si diverte a sconquassare l’animo dello spettatore, facendolo sussultare fra diverse emozioni: si passa dall’azione alla passione, dalla concretezza alla voluttuosità, dal serio al faceto, dal cinismo alla sensibilità.

Questo reiterato passaggio da uno status emozionale all’altro impone una scelta capillare di toni e registri scenici, si punta molto sul ritmo confidando nell’adesione del pubblico. L’Islanda diventa un ipotetico palcoscenico, dove Erlinggson condivide una visione del mondo: una particolare prospettiva di vita che non porta con sé la pretesa di essere capita, ma si concede alla vista dei più in maniera distinta.

venerdì 25 gennaio 2019

También la lluvia - Icíar Bollaín

Luis Tosar e Gael García Bernal sono i protagonisti del film, sono in Bolivia per girare un film sulla colonizzazione degli spagnoli. al tempo di Bartolomeo de las Casas.
già questo è materiale per un bel film, poi arriva la sorpresa, il film è girato a Cochabamba, nei giorni  della ribellione per l'acqua, e anche la troupe partecipa alle manifestazioni.
si era partiti per fare un film storico , ma l'attualità irrompe con decisione.
un gran bel film, per i miei gusti, Icíar Bollaín non sbaglia un colpo.
buona visione - Ismaele






Appassionante e drammatico, crudo e realistico, coraggioso e profondo: un film che inchioda alla sedia e toglie il fiato, incide e pervade l’animo, “tre film in uno” come ebbe a dire la regista di questa pellicola, candidata per una lunga serie di riconoscimenti internazionali, molti dei quali ottenuti, e meritatamente. É un continuo di appassionanti e ardite inquadrature tra l’uon e l’altro dei tre temi, lontani nel tempo ma vicini nell’argomento, di intrecci tra realtà e finzione che pur rimangono distinte e inconfondibili.
Il giovane ed entusiasta regista Sebastian, sostenuto dall’amico e produttore Costa, sta girando un film su Cristoforo Colombo e le sue scoperte e sulle denunce fatte già nel Cinquecento dai frati domenicani Bartolomeo de las Casas e Antonio de Montesinos a proposito dello sfruttamento disumano e crudele perpetrato a scapito degli indigeni. Luogo delle riprese è la Bolivia che, anche se non è proprio lo stesso che Haiti, ha però il vantaggio di permettere un budget bassissimo…
…En suma, Bollaín por un lado nos parece decir que la narrativa colonial en la actualidad no permite que el ex-colonizador pueda manejar una imagen del ex colonizado. Ello debido a que esta narrativa colonial se fundamenta en un “neo-colonialismo”, que en el contexto de la Cochabamba contemporánea encuentra serios reparos. Esto implica que el ex colonizador no haya cambiado del todo y que ahora represente el capital extranjero global –que es Costa y también la multinacional responsable de la privatización del agua en la realidad. El “rebelde” ahora sí puede ganar; esa es la gran diferencia. Bollaín también nos dice que, aunque el colonizador no ha cambiado, no puede perder totalmente en términos simbólicos. Su imagen debe rescatarse de algún modo…

…In his weighty portrayal of Costa, Mr. Tosar goes as far as he can to make the character’s change of heart believable, but he can’t accomplish the impossible. And as Anton, the cynical, hard-drinking actor playing Columbus, Karra Elejalde lends the film a welcome note of antic unpredictability.
Consciously or not, “Even the Rain” risks subverting its own good will. You can’t help but wonder to what degree its makers exploited the extras recruited to play 16th-century Indians. Inevitably “Even the Rain” is trapped inside its own hall of mirrors.

As the film opens, a cast and crew have arrived on location in the mountains of Bolivia, far from the Caribbean shores first founded by Columbus. Here, as the producer Costa (Luis Tosar) boasts, the local Indians can he hired as extras for $2 a day and count themselves lucky. They can also be used for manual labor, and Costa is happy to use them to haul a giant crucifix into position, saving the cost of tractor rental.
You may begin to glimpse some symbolism coming into view. The film will exploit the Indians just as Columbus did. The difference is that Columbus evoked Christianity as his excuse, while the modern film thinks it is denouncing him while committing the same sins. This is more clear to us than the characters, including Gael Garcia Bernal as Sebastian, the director, who has vague sympathies for his low-paid workers but places his film above everything…
También la lluvia
( También la lluvia )
Hacer cine es una guerra a la moral,
una contienda para atacar conciencias.
Hacer cine es una obligación cultural,
una responsabilidad con tus audiencias.
Hacer cine debería ser un ritual,
una lucha contra intransigencias.
Hacer cine es una ruta mortal,
su mensaje faculta todas las licencias.
Cine dentro del cine dentro del cine.
Esta película es como una muñeca rusa.
No hay noticia que no vaticine.
La verdad siempre es confusa.
El retrato de la cinematográfica labor
es realista, cruel y ajeno a profanos.
Puede generar por sus actos estupor,
pero el arte siempre manchó manos.
Luis Tosar desnuda un personaje humano,
tan complejo como insano.
El agua es vaporosa escusa a debate.
No hay nada en nuestras entrañas más esencial.
Cualquier razón puede llevar a empate.
Nada justifica ser más cruel que el animal.