domenica 22 maggio 2016

La caccia – Arthur Penn

si fa bene a cercare i "vecchi" film.
spesso si trovano dei gioiellini che neanche uno s'immagina, La caccia, del 1966, è uno di questi.
Arthur Penn è un maestro, qui si toccano i temi eterni del cinema (e non solo), la giustizia, il potere, la dignità, i soldi, l'amore, l'ipocrisia, il coraggio, tra le altre cose.
le scene sono spesso accompagnare da un coro greco, la massa, il buon senso, la vendetta.
non si pensi a un film a tesi, freddo, è cinema vivo che non può non coinvolgere, in un crescendo senza pause.
Marlon Brando, Jane Fonda, Robert Redford, Rober Duvall e Angie Dickinson sono i protagonisti.
recuperatelo, se potete, non ve ne pentirete - Ismaele






…Penn si affida ad una regia essenziale e che sfiora il "minimalismo". La macchina da presa si muove pochissimo e solo nel finale viene lanciata in scene "action" fino a quel momento assenti. Arthur Penn muove dal suo passato teatrale e costruisce un film di "messa in scena", fatto di primi piani e piani fissi, lasciando alle prove attoriali il compito di veicolare il suo messaggio tematico e cinematografico. Ed ecco che la fuga di Bubber ci viene mostrata di rado, con fugaci sequenze: la sua è la metafora di un paese che nel pieno dei propri errori (il Vietnam era già cosa americana) tentava di fuggire da se stesso, per tornare infine a casa. E non poteva esserci che sconfitta.
"La caccia" è un lungometraggio di denuncia e critica, lo sguardo politico e rassegnato di un regista che attraverso il cinema e la ridefinizione dei generi cinematografici, ha portato avanti un racconto di perenne critica sociale e politica verso il suo paese. Arthur Penn è stato uno dei più importanti e influenti autori del cinema americano nel biennio '60 e '70. Ha raccontato storia, sogni e fallimenti di una nazione. "La caccia" è un film profondamente personale con cui Penn ha utilizzato il mezzo cinematografico per raccontare la realtà.
Un gioiello da riscoprire.

Un vero e proprio capolavoro. Penn smaterializza il sogno americano buttando in faccia allo spettatore lo sgretolarsi delle convenzioni del tempo: la famiglia allo sbando, la giustizia ormai intesa come un qualcosa di personale, lo sprezzo della legge e soprattutto il becero razzismo che pervadeva (e pervade...) la società americana. Inoltre Penn ci mette di fronte alla dignità dei poveri contro l'esibizionsimo finto dei ricchi. Un film che non ha una vera trama, per cui la fuga di Redford altro non è che l'espediente con cui Penn scandaglia le magagne morali e ideali di una società di affaristi, falsi e moralmente ambigui. Splendida la scena in cui Brando mezzo sfondato di pugni guarda i cittadini del paese che sono tutti lì a guardare e giudicare senza muovere mezzo dito. Penn punta il dito anche contro la manipolazione delle notizie, con i personaggi che diffondono voci non vere al solo scopo di appagare la loro voglia di protagonismo. Il tutto reso con una regia "invisibile" che Penn si porta dietro dalla sua formazione teatrale: la macchina da presa si muove pochissimo (eccezion fatta per il finale) e predilige piani fissi. Secchissimo anche il montaggio, talmente ardito da "tagliare" il ritmo e la scena quasi da risultare fastidioso. Un espediente che ritroveremo anche nel successivo "Gangster story". 
Un Penn meravigliosamente politico, duro e straordinario nel veicolare le prove attoriali (su tutti Brando e Jane Fonda) verso l'esplicazione del suo messaggio.



Fa letteralmente rabbrividire, ed è ingiusto considerarlo alla stregua dei tanti film deludenti che Marlon Brando ha girato in quegli anni (cfr. i due seduttori, a sud ovest di sonora, i morituri etc.). 
Non è tanto per l'interpretazione di Brando che "la caccia" verrà ricordato, ma per la maestria di Penn di evocare con sordida crudeltà quella ritualistica collettività di provincia del film. 
Per certi versi, un film che lo ricorda potrebbe essere "boys don't cry", recente e durissimo film che rivelo' al grosso pubblico l'androgina Hillary Swank: ho reso l'idea? 
Un film agghiacciante sulla follia di un paese in preda all'esaltazione e al linciaggio del "martire di turno", sulla brutalità generazionale (da brividi l'immagine di tanti giovani traviati da un bisogno estremo di sostituire la legge), il razzismo, la difficoltà di un ordine messo a dura prova da un senso di protervia condanna popolare. 
E' nel finale che noi intuiamo (spoiler) tutta l'impotenza della legge e dell'ordine davanti a un "potere" (se così vogliamo chiamarlo) che rimanda alla memoria la peggior legge del west. 
Un film da rivedere e rivalutare, per nulla eccessivo e inverosimile come vorrebbero farci credere certi critici

venerdì 20 maggio 2016

Money Monster - Jodie Foster


si sentono arie di Inside man, di Spike Lee, nel quale recitava proprio Jodie Foster, e de La grande scommessa, del primo la tensione di un imbroglio e di una corsa contro il tempo, del secondo il tradimento del dio denaro, dove è evidente il gioco a somma zero, chi magicamente fa crescere i soldi è l'altra faccia di chi viene rapinato.
rapina tutto legale, naturalmente, fino a prova contraria.
un thriller giornalistico-finanziario (ma, come dice Julia Roberts, non si fa giornalismo finanziario, proprio non si fa giornalismo, è solo intrattenimento, con spruzzate di finta economia, infotainment, lo chiamano), dove la televisione è un contenitore nel quale l'unica cosa importante è fare soldi, tutti, senza fare prigionieri.
Money Monster si regge sopratutto sulla grande interpretazione di George Clooney, vero mattatore del film.
non è certo un capolavoro, ma si fa vedere bene - Ismaele






....Teso, divertente, angosciante, amaro nella verità che ci propina, Money Monster funziona alla perfezione, dal primo minuto in cui ci si mostra (proprio come in The Newsroom) il dietro le quinte di una televisione non certo da premio Pulitzer, fino all'ultimo in cui l'ironia di youtube, e il senso di sconfitta, la fanno da padrone.
Nel mezzo, un racconto a più voci, con la sintonia tra George e Julia che regge a distanza di sicurezza, con auricolare ad unirli, con O'Connell disperato e confuso, con Dominic West sempre con quella faccia da sberle che tanto ci piace e con tanti piccoli comprimari e galoppini che rendono più colorata la messa in scena.
Mescolando i generi, mescolando gli stati d'animo, ne esce un film che sa ballare a ritmo di rap, sa spiegare i meccanismi sinistri dell'economia e del giornalismo, sa tenere con il fiato sospeso, incollati allo schermo.
Proprio come chi, da casa o da lavoro, segue le vicende di Lee e Kyle.
O come chi, -impensabile, eh?- ascolta o legge una lezione di economia.

…In Money Monster infatti si gioca, ci si diverte a inscenare il dramma in diretta tv, come se la povertà fosse ormai diventata anch’essa una dei tanti gangli della società dello spettacolo. E, in effetti, non lo si può negare, è proprio così, ma lo è anche per via di un immaginario avvolgente e acritico, cui lo stesso film della Foster finisce per rientrare. Infatti quando si scopre che alcuni momenti della tragedia che è andata in scena sono diventati virali sui social, si capisce che nulla è serio, che tutto si ribalta in entertainment, come il film stesso e come Clooney e Julia Roberts che poi – asciugata qualche lacrima – si interrogano sul palinsesto da organizzare per la settimana successiva. Questa boutade, di un cinismo “leggero” e terrificante, viene sposata appieno dalla Foster, senza alcun distanziamento ironico (se non un minimo movimento di macchina) e senza nessuna forma di auto-accusa. L’indulgenza verso i suoi personaggi diventa allora in Money Monster indulgenza verso un mondo spietato, lo stesso che si vorrebbe (forse) denunciare.
Ma allora, se non è più il tempo del cosiddetto buonismo alla Frank Capra, né della denuncia amara e scottante alla Costa-Gavras, questi che tempi sono? Jodie Foster non ha la risposta e fa troppo poco per cercarla, cullandosi troppo nella sua beata indifferenza.

...Scritto con intelligenza e precisione, Money Monster mette in piedi un affascinante quanto ritmato spettacolo della disperazione, nello stesso identico modo con cui gli antichi romani provavano attrazione per la morte negli anfiteatri: è tutto davanti a noi, estremamente macchinoso, ma è un’esperienza totale, quasi ab-soluta dal resto. L’uomo è un animale perverso che ama assistere alle tragedie del sangue gettato perché più il dramma è amplificato (dalle telecamere, dai microfoni, dalle luci), più siamo in grado di stabilire la giusta distanza emotiva e di non sentirci responsabili. Il film allora assume il punto di vista degli autori dello show che invece di curare, assecondano la tragedia, invece di illuminare i “mostri”, mettono a fuoco le vittime del sistema; insieme alla corrente narrativa e morale, la tensione viene poi incanalata in tre interpretazioni perfette, di George Clooney (il buffone), Jack O’Connell (il martire) e Julia Roberts (la burattinaia, e che personaggio meraviglioso..). In un finale da teatro greco, con tanto di palcoscenico e colonne doriche, gli attori recitano il loro ultimo atto, intrappolati da una riflessione che abbiamo già fatto in passato e che, nonostante il trascorrere del tempo e delle crisi, pare immutata. I mostri non pagheranno mai.

…Jodie Foster impone sin dalle prime immagini il grado di acuta comicità e pungente sarcasmo che verrà disposto in modo brillante ed energico nel corso di tutto il film, senza mai perdere quell’appeal di partenza. In uno dei momenti in cui si riflette su possibili soluzioni per evitare che la bomba indossata per forza di causa maggiore da George Clooney esploda, uno dei poliziotti avanza la concreta ipotesi di fare fuoco sul detonatore, in prossimità del rene sinistro del conduttore, soffermandosi sull’alta percentuale di riuscita dell’intervento militare, oltre che sulla concreta possibilità che, seppur ferito quasi mortalmente, anche Lee Gates potrebbe farcela, imponendo una sincera risata, risata che regnerà sovrana in Money Monster anche in scene adibite alla risoluzione del pericoloso problema proposto.
Jodie Foster è in grado, dunque, di mantenere il tono improntato verso una comicità serrata, funzionale ai personaggi e funzionante nonostante il realismo di una situazione di pericolo evidente, con momenti di suspense intrisi di ridicolo per un film che diverte senza perdere di vista la possibilità di riflettere sull’inconsistenza del denaro e sulle drammatiche conseguenze che si riscontrano nel momento in cui ci si accorge di tale inconsistenza.

giovedì 19 maggio 2016

Al di là delle montagne - Jia Zhang-Ke

sembra di vedere un film neorealista (e un po' anche alla Ken Loach), ed è un grande complimento.
arriva il capitalismo, l'accumulazione primitiva, gli squali, non sono tempi per gente umile.
Shen Tao (stessa attrice protagonìsta di Io sono Li, di Andrea Segre, e degli altri film di 
Jia Zhang-Ke) deve scegliere un marito, fra Liangzi e Zhang,  avrà un figlio, Dollar, intanto il futuro arriva, troppo in fretta.
c'è chi farà il padrone, e chi il lavoratore mezzo schiavo.
il tempo passa, qualcuno muore, Shen Tao aspetta.
impossibile annoiarsi, e non soffrire, o uno dorme, o è già morto - Ismaele






…
Se il film di Jia ha un difetto è il suo porgersi indifeso, privo di astuzie e di schermi. Le sue metafore si offrono a mani nude, non vengono a patti con la complessità di un ragionamento sulla Cina contemporanea, non ne hanno il bisogno né l’intenzione…

…Mountains May Depart è un film imperfetto ma potente, grandioso e insieme spudoratamente sgangherato e kitsch. Potrebbe crescere con il tempo e salire allo status di capolavoro. Vedremo.

…Se il suo cinema precedente minacciava l'assorbimento dell'individuo nelle metamorfosi capitaliste, Al di là delle montagne realizza la minaccia e la spiega lungo un'asse temporale che contempla presente, passato e futuro. Sospeso tra la certezza di quello che è stato, il film apre sul Capodanno del 1999, e l'ipotesi di quello che potrà essere, il film chiude sull'inverno del 2025, Al di là delle montagne materializza l'ambizione cinese nella figura di Zhang. Indietro restano Lianzi, senza lavoro e in compagnia del suo cancro, Tao, corpo nazione indecisa sulla strada da prendere al debutto e poi votata al consumo, e Dollar, il prezzo pagato alla conversione economica. Dopo aver reso conto di milioni di persone povere e profughe e aver registrato centinaia di città e siti archeologici sommersi, il regista affronta i flussi migratori e disloca per la prima volta i suoi personaggi al di là dei confini cinesi. L'Australia diventa la terra promessa di Zhang e la terra straniera di Dollar, dentro un melodramma superbo su due generazioni che non riusciranno più a comunicare. In fondo al loro silenzio, che ormai parla soltanto la lingua inglese, resiste la tradizione incarnata da Tao, punto fermo del film che prepara ravioli e 'riconosce' la voce cara. Dentro un contesto (sur)reale, dentro città simbolo della cultura classica cinese ridotte a cantieri, Zhangke accomoda tre personaggi in cerca di qualcosa, forse l'amore, forse una famiglia, forse il successo, forse la propria identità, forse una finestra verso il mondo esterno, che ha smesso di essere clandestino e contempla adesso l'occidentalità pop dei Pet Shop Boys…

…Mountains May Depart non è un capolavoro. Non è questo il punto. Non lo è mai, ovviamente. Il punto è che questo film è qualcosa di più di un’opera e Jia Zhang-ke è davvero uno dei più grandi registi della terra. E non per la consapevolezza teorica o la sensibilità di uno stile supremo che trasforma la necessità in caso. Non ha bisogno di forzare la mano, di curare la posizione le luci e di “creare” il bello. Quello che gli sta a cuore è incontrare le “persone”, seguire le loro emozioni più vere e sincere, tutti quei sottili cambiamenti che si muovono sul filo dei ricordi, dei rimpianti, delle speranze, lungo la colonna sonora delle canzoni popolari, quelle dei Pet Shop Boys o quelle di Sally Yeh. Per lui la perdita della lingua non è un dato sociologico, è un taglio nella carne, nella sostanza stessa dei legami. Questo film è qualcosa di più. È una confessione a cuore aperto e un abbraccio che stringe al petto, tocca la pancia. È come l’amore. Fa piangere e gioire di bellezza.

…con Al di là delle montagne Jia Zhangke ha scritto forse anche il suo film più complesso, in cui le ellissi temporali e narrative sono tenute insieme non solo dal riapparire di feticci, anche culinari (i ravioli che vengono preparati e mangiati in tutti e tre gli episodi), non solo da un discorso estetico di rara raffinatezza e profondità (si passa dal formato 1:33 del primo episodio all’1:85 del secondo, al cinemascope con obiettivi anamorfici del terzo), ma anche da una colonna sonora che sembra giocata su una sorta di eterno ritorno nietzschiano, a partire da Go West dei Pet Shop Boy, cantata, ballata e ri-declinata in varie forme e sensi.
Se abbiamo la forte impressione che Jia Zhangke sia riuscito a trovare la formula per tornare ai livelli di Still Life, va detto comunque che l’innesco di Il tocco del peccato è stato decisivo. È, infatti, solo grazie al suo film del 2013 che oggi, con Al di là delle montagne, possiamo assistere a una forma di cinema che scavalca a piè pari il legame con un certo tipo di autorialità, a tratti dimessa a tratti introversa, che aveva connotato il cinema di Jia del passato. Ora siamo di fronte a un cineasta che sa osare spudoratamente, che sperimenta con l’immagine come solo pochissimi al mondo sono in grado di fare, che si attesta definitivamente nell’alveo dei più grandi.

…Le montagne possono partire, dice il titolo originale. Richiama, contraddicendolo, un proverbio cinese secondo il quale gli amici sono stabili come montagne. Così dovrebbe essere, e non è, tra il padre di Dollar e l'amico più umile, sinceramente innamorato di Tao, in quel primo episodio che ha statuto autonomo tanto da esser corredato da propri titoli di coda. Al di là del proverbio, il titolo del film si riferisce alla Cina stessa: è lei, il suo popolo, la montagna destinata a spostarsi contronatura, in un movimento che simbolicamente rivoluziona le regole della fisica - non poi diversamente da quanto l'uomo riesce a fare, ad esempio quando costruisce una diga colossale a invadere d'acqua una vallata popolata da un milione di persone ("Still life" e "Dong", documentario sulla costruzione della diga del Fiume Giallo).
Quello di Jia Zhang-Ke è cinema dello sradicamento. Prima ancora di essere cinema semi-documentaristico, "del reale", cinema contemplativo che procede con ritmi dilatati e long takes; o cinema-documento sulla Cina contemporanea e sulle sue metamorfosi.
Il cinema di Jia ha il dono della semplicità e della trasparenza, nel porsi come critica dei vizi di fondo del modello capitalista e della corruzione (non solo materiale) che vi si insedia. Il progresso ha un costo terribile in termini di perdita, rinnegamento della memoria, delle radici. "Mountains may depart", proprio come il titolo (originale) suggerisce, si sposta dalle radici con due movimenti a strappo, violenti e inesorabili come lo scorrere del tempo. Il passato si allontana e si sgretola; le memorie sono oggetto di rimozione. La perdita delle radici si accompagna alla rinuncia, inconsapevole, ai valori e alle emozioni, all'autenticità delle cose e al loro significato. Alla vita stessa. Il film si apre e si chiude (didascalicamente, ancora) sulle note di "Go west" dei Pet Shop Boys, che rimane per Tao memoria di giovinezza. Unica illusione di felicità? 
C'è un pessimismo di fondo, nel cinema di Jia, verso il progresso in quanto tale. Un pessimismo che trascende la Cina e la contemporaneità, ed è in grado di tradursi immediatamente in metafora per l'intera civiltà globalizzata: in chiave di lettura del progresso umano in senso lato. Stiamo parlando di un autore orientale: il progresso e lo sviluppo non posseggono i connotati teleologici delle "magnifiche sorti e progressive" che hanno in Occidente. Nel cinema di Jia è evidente come il progresso sia ontologicamente una tara della modernità - e come tale sia vissuto sulla propria pelle dal popolo cinese. Su di una tradizione millenaria, il progresso non attecchisce che distorcendola, snaturandola. 
E' la peculiare declinazione nel contesto cinese della proverbiale "mutazione antropologica" della modernità, che ha sconvolto le nostre società dalla seconda metà del XX secolo. Oggi, in Cina, può apparire neorealismo in ritardo di settant'anni: invece funziona come monito e come riflessione su ciò che anche noi (i nostri nonni e genitori) abbiamo attraversato. E non ricordiamo, oggi, o non abbiamo mai saputo, per quali vie e percorsi, anche noi per quali sradicamenti, siamo giunti nel XXI secolo.




sabato 14 maggio 2016

I ricordi del fiume - fratelli De Serio

del neorealismo fotografico Zavattini diceva che bisognava "aderire alla realtà come il sudore alla pelle'' (da qui)
come la letteratura, dalla Resistenza in poi (qui), anche nel cinema neorealista documentare e testimoniare sono un’urgenza e un’etica.
il film (e il cinema) di Gianluca e Massimiliano de Serio, torinesi, è un film che è testimonianza, documento e memoria.
Primo Levi, torinese anche lui, scriveva " Meditate che questo è stato".

mutatis mutandis, anche questo film è un film per ricordare, per non dimenticare, senza tesi preconcette, senza ideologie ingombranti, solo un film di esseri umani, di quella povera gente, di quei vinti, che fa "la fame egualmente" , come dice Bertolt Brecht.
un piccolo grande film, non sarà facile vederlo, ma ricordate di non perderlo, quando capiterà in qualche sala, se poi c'e uno dei due registi sarete davvero fortunati, come è capitato a me - Ismaele





…Il cinema come memoria, che cattura un mondo che sta per svanire. Un atto di resistenza che i De Serio portano avanti con spessore cinematografico, ma anche umano. La macchina da presa è come invisibile, ma la mancanza di interazione delle persone riprese con la camera non significa una distanza tra gli abitanti e i De Serio che si sono immersi, con evidente grande sensibilità, in quella piccola città dimenticata. Anzi l'osservazione si rivela così autentica, restituisce profonda naturalezza al racconto, grazie anche all'utilizzo
di lunghi piani sequenza che portano lo spettatore vicino a uomini, donne, bambini e anziani del campo. Tante piccole storie, accennate, come un accumulo di ricordi per fotografare una vita che in fondo non si conosce e rimane spesso confinata nel luogo comune dell'opinione pubblica.

…Oltre ogni discorso sociologico evidentemente intuibile e oltre un approccio registico forse un po’ troppo controllato rispetto alla calda materia da aggredire, i De Serio ci lasciano negli occhi immagini singole di rara potenza. Il “concerto” finale delle ruspe è una straordinaria configurazione del nostro tempo, che inabissa ogni contingenza legata al Platz e ci consegna urgenti quesiti universali. Un’immagine-pensiero che configura le macerie del doloroso e dignitoso passato di una comunità, ma nel contempo l’inquietante desiderio nascosto in “molta Italia”: un’immagine che mette allo specchio il nostro Paese e ci interroga come cittadini di quest’epoca. Ecco allora, la bellezza del film sta tutta in questa dialettica tra campi lunghi e dettagli: ogni campo lungo sulla Storia (e sulle storie) trova il suo controcampo in un primo piano insistito di un volto o in un dettaglio ricco di pathos. Perché è in quel frame che prende forma il ricordo, ed è lì che il cinema deve investire oltre il tempo e le incertezze.

…La partecipazione dei due cineasti nelle loro opere è diretta. Anche la vita dei vicini di casa rom diventa la loro vita, non certo un’operazione commerciale o di spettacolo. I ricordi del fiume è adesso un film di due ore e venti di montato finale, ma con alle spalle ben duecentocinquanta ore di girato. Per realizzarlo, per meglio entrare nella problematica da loro vissuta e narrata, Massimiliano è volato anche in Romania, a vedere e registrare l’al di là da cui diversi dei loro protagonisti provengono e dove saltuariamente tornano, in villaggi “puntellati di case un po’ più confortevoli delle baracche torinesi, ma in altrettanta se non peggiore situazione di povertà e precarietà della vita: nulla da coltivare, nulla da comprare o da vendere, nulla da mendicare”.
A malincuore, nel film non hanno potuto inserire nessuna delle sequenze romene. Ma la ricchezza e l’interesse intrinseco del materiale girato risultano tali che è intenzione dei De Serio organizzare tutti i materiali rimasti fuori dal montaggio e presentarli in altre forme, su dvd o web series o altro. D’altronde sono abituati a reinventarsicinematograficamente l’esistenza. Non solo le loro opere videoartistiche li vedono spesso coinvolti personalmente, non solo i loro documentari finiscono per essere pezzi dichiarati anche della loro vita, ma – a riprova dell’afflato sinceramente sociale che li anima – dal 2012 sono pure i fondatori e gli instancabili gestori del Piccolo Cinema-Società di Mutuo Soccorso Cinematografico, una antiscuola di cinema gratuita, un laboratorio continuo e autofinanziato, che hanno regalato alla disagiata periferia Nord di Torino, tra i quartieri di Falchera e Barriera di Milano.
E anche ciò aiuta a capire meglio la più profonda qualità dei sentimenti di confidenza, immedesimazione ed empatia che riescono a provare e trasmettere, in modo sommessamente epico, a contatto con le esistenze precarie che li circondano e che di volta in volta scelgono di narrare. È compartecipazione. Sincera. Una bella arte del vivere.

… Sappiamo del resto che i campi rom, le baraccopoli, i campi nomadi (o in qualunque altro modo li si voglia chiamare) creano nelle nostre città contemporanee un senso di vergogna e, dunque, vengono nascosti agli occhi, oppure vengono destinati a trovare spazio fuori dai centri urbani come se si trattasse di campi di concentramento militarizzati. E dunque il film dei De Serio ha in primis questo valore testimoniale e basilare: farci vedere com’era. Basterebbe in tal senso la sequenza ambientata sopra una barca da cui si vede il retro del Plat e da cui si può osservare il degrado con la spazzatura che digrada verso le sponde del fiume – un momento di pura potenza visionaria, tanto da sembrare quasi il fiume di Apocalypse Now per senso d’inquietudine trasmessa – per capire come I ricordi del fiume risponda a quello che dovrebbe essere il bisogno primario del cinema: la capacità di osservare prima ancora che di raccontare, il restituirci con un’immagine il senso stesso della scoperta di un luogo…

…Un'immersione vera e propria la loro: il film infatti è stato girato per un anno e mezzo a stretto contatto con le persone che popolano il Lungo Stura Lazio. Particolare non banale, perché i tempi lunghi hanno permesso di allontanare l'effetto "buco della serratura" che molto spesso lo spettatore deve sobbarcarsi. Quella fastidiosa sensazione di veder mostrate immagini che forzano la realtà per arrivare a un obbiettivo, qualunque esso sia. Il cinema documentario ha necessariamente bisogno di tempo per elevarsi, per poter restituire la vibrante realtà. E in questo "I ricordi del fiume" è potente e preciso…

…I De Serio penetrano, si mescolano e diventano praticamente invisibili, in quella sorta di babele fatta di lamiere, baracche, chiese improvvisate e rifiuti accatastati. Quello che restituiscono sullo schermo è uno sguardo dall’interno che sa essere tanto partecipe quanto distaccato. Questa mutazione nell’approccio alla “materia” umana e disumana è uno dei valori aggiunti messi in campo. Il farlo è servito a loro per dare una voce e un volto agli invisibili, a chi quotidianamente deve fare i conti con l’odio e il pregiudizio altrui. Ma I ricordi del fiume, oltre ad essere un documento importante, è anche un “diario” di immagini e parole, dove sono andati a confluire gesti, persone e aneddoti, destinati a rimanere impressi nel tempo e nella mente. Perché le ruspe possono demolire, ma non annientare. Un diario scritto in punta di piedi, con il rispetto di chi sa come entrare in una habitat senza invaderlo e stravolgerlo, per poi uscirne senza sbattere la porta dopo averne fatto parte per un periodo. Il tutto fa della pellicola un’opera di grande forza e intensità, di quelle da non farsi sfuggire e da non dimenticare.