venerdì 27 febbraio 2015

Selma - La strada per la libertà – Ava DuVernay

ecco un film da vedere a scuola, la storia di Davide che sconfigge Golia, a mani nude.
senza troppa retorica, il racconto di un episodio della lotta dei neri negli Usa, nel 1965, analizzato e raccontato davvero bene.
tutti i personaggi sono interpretati in modo eccellente, MLK è straordinario, pieno di forza e dubbi, debolezze e visione, con i suoi amici e collaboratori che sono tutt'uno con lui, mi hanno impressionato (senza sminuire nessuno) Tom Wilkinson, nel ruolo di Lyndon Johnson, e il minuto in cui appare (e le parole che dice) Malcolm X.
bravissima Ava DuVernay, il film era candidato all'Oscar, ma se ne sono dimenticati.
è un film sempre di attualità, forti e deboli, violenti e nonviolenti, privilegiati e discriminati, Davide e Golia sono sempre là, cambiano lingue, nazioni, ma quella lotta non cessa mai d'esistere, purtroppo.

un film dove vincono i deboli e buoni (così è successo davvero) fa davvero bene al cuore, ed è anche grande cinema, non perdetevelo - Ismaele







...Ma il film della DuVernay non è un pamphlet politico accorato, è più che altro un complesso affresco storico in cui non viene perso alcun dettaglio dei particolari e questo è un grande merito di una regista che per la prima volta è alle prese con un budget importante.
E abbiamo il vantaggio , il privilegio addirittura di vedere una sorta di dietro le quinte, non vediamo solo il lato pubblico dei vari Martin Luther King e Lyndon Johnson ma arriviamo al cuore dei loro pensieri, dei loro dubbi, delle loro incertezze , riusciamo a percepire , quasi a toccare con mano la loro visione politica complessiva a partire dai particolari, da quei piccoli compromessi che hanno consentito loro  di andare avanti ogni giorno nella loro attività.
Ne escono due figure di statura eccezionale rispetto ai nani e alle ballerine che fanno politica oggi, è evidente la differenza che c'è tra uno statista, uomo delle istituzioni che ha la visione a lungo termine, e un politicante, come ad esempio il governatore dell'Alabama, razzista irriducibile che guarda solo al proprio misero orticello...

…Ava DuVernay fa conoscere (o rivivere) una pagina di storia importante puntando molto sugli aspetti emozionali e restituendo più umanità (e meno agiografia) alla figura del pastore protestante, non a caso ripreso anche nei momenti privati con la moglie Coretta, mostrandone i dubbi e le incertezze di fronte alle grandi responsabilità che doveva assumersi…

…La interpretación que del mismo realiza el británico de origen nigeriano David Oyelowo es una de las más memorables de los últimos años, imprimiéndole una gravedad y trascendencia y a la vez un humanismo y una cercanía verdaderamente asombrosos. El actor mide cada gran palabra que pronuncia este individuo, acompañándola de gestos casi imperceptibles y de una mirada penetrante con la que resulta imposible romper el contacto visual. El amplio elenco actoral que acompaña a Oyelowo cuenta con mucho talento y veteranía, pues en él figuran desde Tom Wilkinson en el papel del presidente Lyndon B. Johnson hasta Martin Sheen en un cameo judicial, pero inevitablemente quedan desdibujados en torno al omnipresente protagonista, aún en la parte no despreciable de metraje en que éste está fuera de campo….

…This is a film where we can really sense the courage of actions and the power of words, while getting sad and appalled with the intolerance and abuses of power perpetrated by the state troopers. Thoughtful approach, efficient narrative and a magnificent casting, makes “Selma”, a film not to be missed.

…L’impronta autoriale di DuVernay, in questo film che rimane pur sempre una produzione indipendente, sia pure relativamente costosa (20 milioni di dollari), è ravvisabile in almeno due marche. La prima e più evidente è un segno antiretorico, uno sguardo che coglie di King e della marcia l’attenzione al dietro le quinte, alla dimensione intima e dimessa del reverendo, rappresentato come un uomo lacerato dai dubbi morali, sull’opportunità o meno di insistere in una marcia che aveva già causato lutti dolorosi alla comunità nera locale e indebolito dai contrasti con la moglie Coretta. Questa attenzione alla storia minore (nell’accezione di Deleuze e Guattari) si sostanzia nella cura con cui DuVernay tratta anche le figure minori, per esempio quella indimenticabile di Cager Lee, nonno 84enne che assiste all’uccisione a sangue freddo da parte di un agente del nipote Jimmie Lee Jackson, morto per difendere il suo diritto di voto. La seconda è rappresentata proprio dalla regia, una scrittura elegante ma antiretorica, che dispiega, all’interno di un controllo rigoroso della messinscena (attori, scene, costumi, luci) e della postproduzione (montaggio, musiche, effetti), alcune altissime impennate espressive. Penso in particolare a tre momenti: l’inizio, con quel primo dialogo intimo tra King e Coretta che prelude al discorso di investitura del Nobel, registrando su un piano metadiscorsivo le sue incertezze davanti allo specchio/schermo; l’esplosione, violenta e improvvisa, della chiesa che produce la morte terribile delle "four little girls", potente nella sua carica espressiva di astrazione; e la seconda marcia, costellata dalle incursioni criminali della polizia di contea sul terribile Edmund Pettus Bridge e giocata su un montaggio alternato serrato, un uso virtuosistico delle luci e dei dispositivi, una retorica visiva d’impatto ma a servizio della drammaturgia.

…"Selma" è da vedere non solo per i suoi intenti di cinema civile, che racconta un periodo nevralgico per la Storia americana post kennedyana, ma anche per il racconto onesto, emozionante e commovente senza troppa retorica…

Nella primavera del 1965 una serie di eventi cambiò la storia degli Stati Uniti e del mondo. Un gruppo di attivisti politici, guidati dal Reverendo Martin Luther King decise di marciare pacificamente da Selma a Montogomery, in Alabama (lo stato politicamente più intransigente nei confronti degli Afroamericani), per richiedere il fondamentale diritto al voto, allora ancora negato ai "negroes". Il film di Ava DuVernay racconta non solo la "Storia" di quegli eventi, ma la straordinaria umanità delle persone che vi parteciparono. Una ricostruzione complessa e commovente, in cui trovano spazio tutti i protagonisti di quella stagione, con il loro coraggio e la loro determinazione, ma anche i loro dubbi, le loro incertezze. Intensamente portati sullo schermo da un cast davvero indovinato…

…Selma nos muestra un Martin Luther King completo. Por un lado el líder activista, capaz de hablarle a su presidente en su lenguaje político y mirándolo a los ojos, el gran orador, el estratega que escoge cuidadosamente las poblaciones más racistas y peligrosas para sus protestas, sabiendo que son estas los que generarán agresión y por lo tanto visibilidad y sensibilización, poniendo conscientemente en riesgo su integridad (y la de los demás), como posible costo calculado de ese gran paso de cambio para la humanidad. Pero de mayor interés y relevancia es el retrato de su lado mundano, tanto con su familia como con la gente que lo acompañaba en sus empresa, humanizando así la leyenda y recordándonos que la sencillez genuina de los grandes hombres no los hace menos grandes, sino más, y que la suma de esfuerzos y la determinación de mujeres y hombres del común no solo pueden lograr grandes cambios sociales, sino que son indispensables. Viendo esta película casi cincuenta años después de los hechos, es inevitable cuestionarse si la evolución hacia la igualdad racial a nivel global está cerca de culminarse, o si por lo menos continúa al mismo ritmo.

…una de las intenciones más claras de "Selma" -cuya puesta en escena se aleja completamente del preciosismo y apela a tonos sepia- es la promoción de la unidad interracial que resulta necesaria cuando los abusos se han impuesto sobre cualquier grupo social o étnico. Una vez que los blancos se unieron a las manifestaciones, las posibilidades represivas de los matones del sistema se vieron limitadas, al menos ante la vista pública, aunque, como lo muestra el filme, algunos de los mismos anglosajones que se sumaron a la causa fueron salvajemente golpeados por civiles conservadores mientras nadie estaba presente en el lugar de los ataques…

…Selma captures some of the ferocity of the attacks on the working class and the sacrifices made in the course of the civil rights struggle, issues that are largely glossed over in the usual holiday tributes to King. Workers and youth unfamiliar with what happened in the America of the 1960s may well be shocked by what they see. At the same time, the task of making sense of these struggles will require a very different approach and a very different film than this first effort to deal on screen with the struggle of Martin Luther King.
da qui
  


mercoledì 25 febbraio 2015

Difret (Difret-il coraggio per cambiare) - Zeresenay Mehari

una storia che sembra di quei primitivi africani, dirà qualcuno, sappia qualcuno che quello che succede nel film era lecito in Italia fino al 1981, Hirut interpreta anche Franca Viola (qui).
nel 1970 Damiano Damiani aveva raccontato quella storia ne "La moglie più bella"
Difret è un po' cinema civile, un po' legal thriller, di sicuro buon cinema.
si racconta di un mondo che era il nostro un paio di generazioni fa, e magari un po' anche adesso, si capisce benissimo.
il film sta in un numero di sale inferiore alle dita di una mano, per cui sarà un miracolo vederlo lì, bisognerà aspettare il dvd.
a me è piaciuto molto e così spero sarà per voi , e poi, avete mai visto un film etiopico? - Ismaele







…Le attrici sono abilissime nei loro ruoli. Meron Getnet, dalla carriera già avviata, in Etiopia è molto conosciuta e ricercata, ma ancora più pregevole è l’interpretazione della giovane Tizita Hagere, che alla sua prima prova recitativa in un ruolo sicuramente non semplice, dimostra di non essere da meno della matura collega. Le due vestono i panni di due donne che per la propria libertà hanno rinunciato a molto, prima di tutto alla famiglia, una per scelta l’altra per obbligo, rompendo con le tradizioni della propria terra.
Ma Difret è anche il coraggio di un giovane etiope, il regista Zeresenay Berhane Mehari, da anni trasferitosi negli Stati Uniti, che si è battuto affinché questo film fosse girato nel suo Paese nonostante l’industria cinematografica nazionale sia ancora poco sviluppata e sia difficile reperire troupe all’altezza e attrezzatura: una determinazione che gli è valsa il Premio del pubblico al Sundance e al Festival di Berlino.
Ma soprattutto è il coraggio dimostrato nel portare in scena in modo assolutamente obiettivo, mai melenso, ma toccante, una battaglia ancora in corso sul raggiungimento dell’uguaglianza dei diritti tra uomo e donna che non può non avvenire se non rompendo con il passato: la storia vera della piccola Hirut e di Meaza Ashenafi (che nel 2003 ha ricevuto il Premio Nobel Africano – The Hunger Projects Prize) è lo specchio di una realtà in lenta trasformazione, di una società in cui il desiderio di cambiare è più forte delle tradizioni.

…La sceneggiatura rivela comunque un ottimo equilibrio, nell’evitare uno sguardo giudicante o manicheo, finanche sui membri di quel consiglio tribale che perpetuano pratiche e norme millenarie; pratiche che hanno comunque contribuito a costruire, e cementare, un senso di comunità impossibile da rintracciare nel contesto urbano. Nei rituali della vita del villaggio, capace di condannare a morte e uccidere, ma incapace di lasciar andare via un ospite (sia pure un “nemico”) senza offrirgli del cibo, si coglie anche la sottile nostalgia per un universo al tramonto, contrapposto alla burocrazia un po’ ottusa (e più cinica) delle procure e delle aule di tribunale.
Proprio per questo equilibrio nel racconto, e per una fruibilità, figlia della formazione del regista, che lo accosta a certo cinema statunitense di impegno civile, Difret si fa anche perdonare qualche scelta di montaggio non proprio ottimale (ne è un esempio la prima fuga della protagonista), risultando opera ricca di vigore e sincera. Una genuinità capace anche di culminare in un finale intelligente, che al coinvolgimento emotivo non dimentica di affiancare il necessario elemento della credibilità.

… Nella vicenda di Hirut si intrecciano le due tensioni che attraversano, seppur con caratteristiche diverse, più di un Paese del continente africano. Da un lato la progressiva emancipazione delle donne che trova nelle città occasioni per affermarsi e dall'altro un mondo rurale in cui vigono regole imposte dai maschi e la più completa sottomissione della donna all'uomo. Ai tribunali previsti dall'ordinamento statale si sovrappongono le "corti di giustizia" che si riuniscono in un campo sotto un albero e in cui nessuna donna è presente. Hirut ha difeso la propria dignità di essere umano e questo la allontana dalla comunità proiettandola in una realtà aliena, quella della città in cui rumori e stili di vita la disorientano…

…No se trata Difret de un filme que nos abrume en el plano estético, puesto que prefiere fundamentarse en los diálogos y en el lenguaje corporal para transmitirnos el avance de este drama social sin ampararse en la facción más lacrimógena de la historia. No hay morbo, no hay heridas, no es necesario mostrarlo todo de forma explícita y sangrante para que el espectador pueda comprender la gravedad y las secuelas de estos hechos para una niña de catorce años. Su mirada plasma, no sólo su tristeza después de todo lo acontecido, también su inquietudes futuras (¿Me expulsarán del pueblo por no llegar virgen al matrimonio? ¿Me condenarán a muerte?); unos factores que provocarán que nosotros también seamos testigos rabiosos de la injusticia. El papel de la abogada es la metáfora del cambio, de la ruptura generacional, de la revolución de valores que muchos ya tienen por bandera. La picapleitos se arriesga a perder muchas cosas por el camino, alza la voz sin importarle el cargo de su otro interlocutor, y representa la figura de una mujer africana moderna, motivada a estudiar, guiada por la independencia y la consciencia total sobre la integridad que merece en cuanto a su propio cuerpo. También alza una reflexión importante sobre racionalizar este tipo de barbaries y combatirlas desde la inteligencia y la reivindicación, no con puños y piedras…

… Il regista, nato e cresciuto ad Addis Abeba ma trasferitosi in America a quindici anni per studiare cinema, ha deciso di raccontare la vicenda di Hirut nel 2005, dopo aver conosciuto Meaza Ashenafi, avvocato che due anni prima era stata insignita dell’Hunger Projects Prize (il Premio Nobel africano) per il suo impegno in difesa dei diritti delle donne in Etiopia. Dopo tre anni di ricerche e interviste, Mehari inaugura un lungo periodo dedicato al reperimento dei fondi necessari alla realizzazione del film e, in questa ricerca, segue strade non sempre convenzionali: con il supporto della società di produzione di materiale etnografico Truth Aid vengono istituite due campagne su Kickstarter che, grazie al contributo di più di duecento finanziatori, fruttano decine di migliaia di euro. Mehari inizia così le riprese insieme a un’equipe formata da professionisti di tutto il mondo e a una troupe di cinquanta etiopi. Per il ruolo di Meaza sceglie Meron Getnet (una delle più note attrici del paese), affida la parte di Hirut all’esordiente Tizita Hagere mentre i numerosi ruoli secondari vengono ricoperti esclusivamente da attori non professionisti etiopi…

…Senza interpretazioni memorabili, il film, girato in 35 mm, è dunque un’occasione solo parzialmente colta – perché porta all’attenzione il tema dei diritti delle donne e denuncia la violenza di cui sono vittime – ma è in parte persa, mancando sia l’obiettivo di coinvolgere davvero che quello di restare nella memoria.
da qui

lunedì 23 febbraio 2015

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza - Roy Andersson

ha vinto l'ultima edizione del festival del cinema di Venezia, è un film 'hors categorie', come certe montagne da scalare al Tour de France.
un film costituito di 39 quadri spesso legati fra di loro, Roy Andersson dipinge un mondo che sta morendo, o è già morto, e ancora non lo sappiamo.
si ride anche, ma non è humor nero, è humor glaciale, senza pietà.
mi è venuto in mente che alcuni episodi avrebbero potuto essere scritti da Franz Kafka, umorismo sull'abisso.
tra le cose tragiche ci sono la ripetizione di una frase, parole ormai senza significato, e i due venditori che vogliono far ridere il mondo, ma loro non sanno sorridere. 
ogni mattina ripartono per l'avventura (del commesso viaggiatore), e poi scornati, avviliti, e ancora più tristi tornano a casa.
la casa poi, un alberghetto o una casa del povero, forse un rifugio per senzatetto, ma con camere singole.
per chi non lo conosce ecco qualcosa di Roy Andersson, qui e qui.
da vedere e rivedere, non perdetevelo - Ismaele




…Viene da ridere e viene da piangere, come in un circo dei più derelitti. Scene che non si dimenticano. La lezione di flamenco, il numero da musical dei soldati nella taverna di Lotta la zoppa, l’irruzione in un caffè di un settecentesco re di Svezia a cavallo che si porta via come amante il bel barista, l’incubo del gigantesco cilindro-bolide forno-inceneritore. Si possono vedere in Andersson infiniti rimandi e citazioni. Tati, Buster Keaton, Chaplin, i Monty Python, l’inevitabile Fellini. Ma Andersson alla fin fine è solo se stesso, di quegli autori che sanno costruire un proprio universo rendendolo unico, riconoscibile, mettendoci sopra il proprio marchio. Lo strambo titolo viene da una poesia, o meglio il racconto di una poesia, fatto da una ragazzina differente in uno spettacolino scolastico. Capolavoro, se è ancora consentito frequentare questa parola.
da qui

…Forse non c’è più alcuno spazio per l’interpretazione della realtà, non c’è più nemmeno lo spazio per i giudizi, tutto è congelato, rimane l’assurdità del gesto, inopportuno e costantemente fuori contesto. Il gesto diventa l’offrire la birra pagata da un morto, ai sopravvissuti; il gesto è cucinare durante la morte del proprio marito in cucina; il gesto è cercare di vendere articoli per fare scherzi senza riuscire a ridere mai. Ma è nell’esser fuori contesto del gesto che l’ironia permane come unica e definitiva caratteristica umana. Non è giusto usare essere umani per il proprio divertimento, e non c’è speranza per nessuno. Ma non resta altro da fare che accettare d’esser fuori contesto, inopportuni: ghiacciati. L'ironia così non è nient'altro che il gesto in sé, fuori contesto, fuori dal mondo, (fragile e incantevole come, nell’unica immagine ripresa dal basso, le bolle di sapone soffiate da due bambine su un balcone, inquadrate come se fossero a bordo di un’invisibile mongolfiera, così vicine eppur distanti, separate da tutto il resto grazie alla loro apparente innocenza), che ci libera dalla sofferenza e ci rende morti vivi e senza speranza, ma con infinita, infinita leggerezza.

…L'utilizzo del digitale, infatti, consente di introdurre ancor più elementi surreali nei tableaux vivants tipici del regista: l'armata di Carlo XII che si ferma a un bar per una birra, un esercito coloniale che si serve di schiavi neri per alimentare un curioso marchingegno, una scimmietta usata come cavia per scopi ignoti (ma con ogni probabilità privi di senso). Una distorsione della realtà che porta l'immaginario artistico di riferimento più dalle parti di Otto Dix che da quelle di Bruegel il Vecchio, che è ancora una volta ispirazione originaria (dal suo I cacciatori nella neve, infatti, deriva l'immagine dei piccioni che osservano l'inutile affanno del genere umano, placidamente poggiati su un ramo)…

…In conferenza stampa durante la Mostra del Cinema di Venezia dove il folle film di Andersson ha portato a casa il premio più importante (Leone d’Oro), qualche collega ha chiesto sconvolto se la scimmietta che riceve le scosse in laboratorio fosse vera. Andersson ha replicato perplesso che ovviamente era in animatronic e questo effetto speciale, per la collocazione e la totale estraneità al resto del film, è una bomba. L’importanza di questo bellissimo trucco meccanico ci convince sempre di più che in un film senza vfx mirabolanti… quando poi ne arriva uno di questa forza e buona fattura, allora poi non te lo togli più dalla mente. Aria fresca di questi tempi. Soprattutto perché siamo ormai assuefatti a un’effettistica così invadente da diventare assente. La scimmietta di Andersson, invece, non la dimenticheremo mai così come quel gigantesco girarrosto umano cilindrico color rame in cui si cuociono i corpi e da cui si ascoltano i lamenti di poveri africani torturati da composti colonialisti. E’ tutto quieto nel film di Andersson. L’amore, la morte, il ricordo e l’orrore. Forse è anche un attacco a quella impassibilità scandinava che ti fa ripetere: “Mi fa piacere sentire che le cose vadano bene” anche se due secondi dopo ti sparerai un colpo di rivoltella in testa…

…Sam e Jonathan, commessi viaggiatori che commerciano in prodotti di intrattenimento dall’efficacia a dir poco discutibile (i denti da vampiro, anche nella versione con i canini extra lunghi, una busta che produce una risata fittizia – “per divertirsi a casa o in ufficio”, replicano con stanca insistenza i due –, e una maschera con un dente solo che al massimo riesce a terrorizzare una potenziale acquirente), sono solo gli ultimi protagonisti di quell’umanità disadorna, vuota, disperata senza averne coscienza, destinata all’oblio…
…Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza resterà per sempre nella mente di ogni cinefilo che si rispetti per lo straordinario segmento ambientato nel 1943 nella taverna di Lotta la Zoppa di Göteborg: un bignami di delicatezza, intelligenza, comicità, tenerezza e ghignante surrealismo che andrebbe fatto studiare, secondo dopo secondo, a chiunque baleni nella testa l’idea di costruire una narrazione per immagini. Quella sequenza, da sola, vale tutti i palmarès del mondo.
Il lungometraggio ha come protagonisti Sam (Nils Westblom) e Jonathan (Holger Andersson), due venditori ambulanti che propongono a potenziali clienti travestimenti e articoli per le feste, attività che li porta a contatto con persone di ogni tipo.
La trama permette al regista svedese di dare spazio a un ritratto ironico e attento della vita e delle sue innumerevoli sfumature. Andiamo alla scoperta del film e dei suoi segreti…

…Colori smortaccini, vite di uomini non illustri, un aforisma lungo un film che sarebbe piaciuto, crediamo, a Giuseppe Pontiggia. C’è del surreale in Svezia, e merita di essere colto, nonostante questo Piccione possa risultare indigesto a più d’uno: ci vuole pazienza, e  costanza, per entrare nella materia, capire che tra humour, nonsense e sospensione dell’impassibilità si nasconde un tesoretto.  
“Parla di noi, della nostra vita”, dice il regista, che dal colonialismo agli esperimenti sugli animali mette alla berlina le disforie, le turpitudini passate e presenti (?) dell’Occidente: riflettiamo, dunque, sull’esistenza, riflettiamo su come non finire impagliati, meglio, disanimati a nostra volta. Perché Roy Andersson non fa sconti: il ramo può attendere? 

…El metraje termina y uno sabe que múltiples detalles escapan al entendimiento y que más visionados son recomendables, aunque la inteligencia del cineasta y su empeño en ser humanista desde su atalaya de lucidez y frialdad se quedan en la memoria. Lástima que el resultado final no parezca tanto una película sino una colección de ocurrencias con resultado a veces fallido, aunque algunas de sus perlas sean muy interesantes. Y es que, al contrario que se repite como una letanía en el filme, no todo va bien. La película tiene problemas, pero lo desigual de su todo es muy sugerente, y plantea preguntas de lo más existenciales. 

domenica 22 febbraio 2015

Biagio - Pasquale Scimeca

un film agiografico, di un santo ancora vivo, questo è "Biagio".
se si guarda la filmografia di Pasquale Scimeca c'è solo Sicilia, e anche qui non si smentisce.
quella di Biagio è una storia vera, e il film è un omaggio.
curioso che l'inizio sia simile a "Belluscone", di Franco Maresco, un giornalista viene chiamato a raccontare la storia.
ci sono più dita in una mano che sale in cui viene proiettato il film, se per caso vi capitasse sappiate che esiste, non è un capolavoro, non è cinema che resterà, e però , con le imperfezioni che ha, una visione se la merita tutta - Ismaele





…Il film di Scimeca è sincero, onesto, cristico, pauperista, francescano e quel che volete, ma dopo 100 anni e passa di storia del cinema non può esistere oggi così com’è: va bene il naif, ma si esagera, c’è conversione ma non sulla via dell’update drammaturgico-stilistico, e nemmeno della splendida inattualità. Questa figura Christi, Biagio, quanti proseliti può fare riportata così? 
La sensazione, per esempio nelle sequenze boschive, è di trovarsi in un diorama: i cani candidi, Biagio che non si sporca nemmeno con la terra, si può? E che dire dei barboni ripuliti?
Il modello di riferimento poetico-formale più evidente è quello rosselliniano, ma sicuri sia tale? E, ancora, come si può raccontare conversione e, dunque, redenzione senza sporcarsi le mani, ovvero sporcare le immagini e, soprattutto, mostrare il sangue, il dolore, il “brutto”? No, qui il giusto, buono e bello è trinità inscalfibile, da far arrossire Aristotele. 
Scimeca sull'esempio di Biagio Conte crede, e fa anche bene, a un cinema performativo, dunque, salvifico, a una storia che per il fatto stesso di essere raccontata ti cambia, ti salva, eppure Biagio, crediamo noi, faticherà assai a smuovere le coscienze, in primis per lo stile vetusto che s’è scelto. Beati se ci sbagliassimo, s’intende, ma sul piano ideologico (chiamiamolo così) tocca ricordare il Pensiero di Pascal: “Né un abbassamento che ci rende incapaci del bene, né una santità esente dal male”. Ecco, qui dov’è il male? Dov'è il brutto, lo sporco, il cattivo?

…Proprio per la sua scarsa frequentazione delle ecclesiastiche cose, Scimeca trasmette con immagini vibranti la sua fascinazione e ammirazione per la grande semplicità di Fra Biagio, una condizione materiale ed emotiva raggiunta attraverso la fatica, la fame e il freddo. La rappresentazione di questa lotta, fra scene movimentate filmate con la camera a mano e silenziose inquadrature fisse bianche per la neve o grigie per le nuvole, è la parte più emozionante del film e più sincera, come sincero è il messaggio di quel San Francesco d’Assisi che aggiunge significato alla missione in terra del frate siciliano...

… Di «Biagio» Scimeca ha fatto un'opera rigorosa e altamente spirituale, eliminando qualsiasi tentazione commerciale e lasciando allo spettatore le lunghe inquadrature del protagonista (l'attore Marcello Mazzarella che in passato ha davvero sofferto la fame): grazie a una telecamera digitale Biagio viene seguito passo passo, nel mezzo di una natura essenziale, avolte nemica, altre materna. L’uomo soffre il freddo, la fame, al sete, il dolore fisico e ha per amico un cane. Spesso perde il senso di quello che sta facendo: è davvero così che si trova Dio? La spritualità di Scimeca si rivela nel vagabondaggio di Biagio, in una mistica venata di realismo, il protagonista resta sempre con i piedi ben saldi alla sua realtà, al suo dramma di uomo umile alla ricerca dell’ascesi. Rifiuta il materialismo, il consumismo e abbraccia la povertà, incarnando le parole di Sant’ Agostino: «Il sogno, la poesia, l'ottimismo aiutano la realtà più di ogni altro mezzo a disposizione».
Peccato, però che Scimeca, pur trasformando il protagonista in un assolo, non abbia creato momenti alti dettati dalla verità del mondo (sporco), e dalla passione della fede (sacra) che traspare poco dalle immagini nitide e rigorose…

…“Questo film in realtà nasce un po’ a Corleone – racconta Scimeca – perché è lì che mentre giravamo Placido Rizzotto ho conosciuto il vero Fra Paolo, oggi missionario in Tanzania, grazie al quale ho cominciato a capire che nella vita oltre alla dimensione materialec’è anche quella spirituale e che va cercata”.
Dunque è un po’ il regista che parla quando nel finale Giovanni confessa a Biagio che da ragazzo sognava di fare un film “che fosse bello e che aiutasse la gente a salvarsi”? “L’intento era quello – risponde – l’arte non può limitarsi alla ricerca del bello, ma deve avere dei contenuti utili per chi ne usufruisce”.
da qui



sabato 21 febbraio 2015

Balibo - Robert Connolly

i militari serial killer indonesiani sono dentro alcuni grandi film, come “Un anno vissuto pericolosamente”, di Peter Weir e i due grandi film documentari di Joshua Oppenheimer, (qui e qui). “Balibo” e ambientato a Timor est (prima sotto il dominio portoghese e poi sotto il giogo degli indonesiani, che uccisero 200000 persone, col benestare Usa, con gli australiani che giravano la faccia, e col resto del mondo indifferente).
Nel 1996 Jose Ramos Horta (in esilio) e Carlos Filipe Ximenes Belo (vescovo timorese) hanno vinto il premio Nobel per la pace, nel 2002 Timor Est è diventato indipendente.
protagonisti del film sono Oscar Isaac (Jose Ramos Horta), quando ancora non era il cantante folk dei fratelli Coen, e Anthony LaPaglia (Roger East), che sono davvero bravissimi e convincenti, la musica è di Lisa Gerrard.
film mai passato nelle nostre sale, eppure è un signor film, coinvolgente ed emozionante, niente da invidiare a quelli di Peter Weir e Joshua Oppenheimer, cercatelo, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele



…Balibo dramatises the fate of the five young reporters through a series of flashbacks, which are combined with the story of Australian journalist Roger East (Anthony LaPaglia) who travelled to Balibo four weeks after the murders.
The movie opens with testimony from Julianna, an East Timorese woman who witnessed some of the Indonesian atrocities. It then moves back to the northern Australian city of Darwin in late October 1975, where Fretilin secretary of foreign affairs, Jose Ramos-Horta (Oscar Isaacs), has located Roger East.
The world-weary 51-year-old reporter displays little interest in what is going on in East Timor until the 25-year-old Ramos-Horta gives him a file on the murder of the television reporters. The Fretilin leader offers to take East to where the reporters were killed, if he will head the newly-created East Timor News Agency…

…Balibo is a powerful film, notable for a remarkable performance by Oliver Isaac as the young Horta, plus a sensitive, moving performance from Anthony LaPaglia and for the very real sense of place - thanks to actual East Timor locations. The Indonesians don't come off too well, as you'd expect, but the performances are terrific (and chilling). Lisa Gerrard's infinite good taste delivers a series of music cues that are beautiful yet melancholy in the way only she can.

…Director Robert Connolly and his co-script writer David Williamson have chosen is to tell the story from the point of view of an Indonesian woman who recalls the events as an eight year old girl. This suggests everything we see is witnessed by her, which is not the case as the film ambitiously intercuts the two main strands of the story, including documentary-like flashbacks that show what horrors took place with the missing journalists. The pieces of the puzzle are gradually put together. The backdrop is the 1975 invasion of East Timor by Indonesia and the massacre that even today, the Indonesian and Australian Governments deny…

…“Balibo” es una película que obliga a realizar un ejercicio de memoria y a abrir los ojos a un conflicto olvidado, y lo hace con vigor y aplomo, dándole extrema fuerza a su reconstrucción de los acontecimientos sacrificando otras reflexiones y exploraciones que le hubiesen dado todavía una mayor dimensión.

…“Balibo” is shocking, raw and absorbing filmmaking of the very highest quality, which benefits from its directorial craft and compelling acting — but most importantly from its verity.

…LaPaglia is excellent as the reluctant hero, acting as our surrogate as he gradually pieces together the last moves of these young men, but you can't help feeling that a stronger film would have emerged if more time was spent with the Five rather than the One.
Despite its structural instability, Connolly still manages to find plenty of poignancy in the TV journalists' reports - much, presumably, based on film that the actual men shot - and to gather an emotional head of steam for the climatic scenes. A coda using newsreel footage to detail what happened to Ramos-Horta and the country in the years that followed is a powerful and welcome way to 'resolve' the story.



giovedì 19 febbraio 2015

Total Eclipse (Poeti dall’inferno) - Agnieszka Holland

film distrutto dalla critica, è un racconto abbastanza fedele dell'incontro e amicizia e amore e convivenza di Arthur Rimbaud con Paul Verlaine (qui).
entrambi sembrano dei folli, e forse lo sono stati, nel film sono così.
bravi gli attori, con un giovane Leonardo DiCaprio, che iniziava a fare film non per ragazzine e ragazzini, e che sta a suo agio nei panni di Rimbaud.
certo, non è un capolavoro, ma si vede bene, e se anche solo spinge a leggere qualcosa dei due poeti avrà avuto la sua utilità - Ismaele








…"Total Eclipse" was directed by Agnieszka Holland ("The Secret Garden", "Europa, Europa"), who seems as bowled over by Rimbaud as Verlaine was. Indeed, Rimbaud's ungovernable personality runs roughshod through the picture, testing our patience and DiCaprio's skill in finding new ways to make obnoxiousness fresh. Thewlis, who usually plays the most obnoxious character in his films, is also challenged; he must convince us Verlaine is talented, intelligent and worth caring about, despite the insanity of his behavior, the boorishness of his drunkenness and his inexplicable fascination with Rimbaud.
They both wrote wonderful poems ("I am a great poet," Verlaine tells Rimbaud's sister, "but your brother was a genius").
The poems can be read. The film must stand on its own, apart from the poems, and I'm afraid it doesn't. To write great poems is a gift. To be interesting company is a different gift, which neither Verlaine or Rimbaud exhibits in "Total Eclipse." One admires the energy and inventiveness that Holland, Thewlis and DiCaprio put into the film, but one would prefer to be admiring it from afar.

…Mme Holland reste collée à son sujet, comme un chewing gum collé aux semelles (de plomb) et nous donne à voir une bien triste image du "Pauvre Lélian" et de celui qui sera pour toujours l'alchimiste du verbe, le passant considérable.
Aucune grandeur dans ce film aux teintes sombres qui ne laisse pas la place à l'échappée sublime : celle que procure la lecture des poèmes de Jean Nicolas Arthur Rimbaud, poète et trafiquant, mort d'avoir trop vécu.

…Di Caprio delivers his lines well, as always, but his character’s mind is left unexplored enough not to truly appreciate what is being said. The viewer is only given an outside impression of the man – he is seen as a restless vagabond-type figure, but with no real soul. If Total Eclipse is intended to be the story of two self-involved bullies, the above qualities aren’t really needed. But when dealing with a subject like Arthur Rimbaud, it seems only fair to explore and encompass everything – from the many flaws to the sublime moments.

…The story related in Total Eclipse is ambitious. What transpired between Verlaine and Rimbaud more than one-hundred years ago has influenced poetry since, but has never been dramatized for the screen until now. The relationship is complex, encompassing just about every emotion from love to hate -- a profoundly unhealthy attraction that poisons not only the lives of the two principals, but that of everyone who has contact with them. What befalls the Verlaines' marriage is only the first tragedy.
As scripted by Christopher Hampton (Dangerous Liaisons, Carrington), the presentation of Verlaine and Rimbaud's story is erratic. At times, it's absorbing -- almost hypnotic -- but those stretches don't last. There are other sequences when the film becomes ponderous and pretentious, and where over-the-top acting blunts dramatic impact. The narrative also has a tendency to jump from year-to-year and place-to-place. As far as the characters are concerned, they're interesting only when they're together. During the overlong denouement, when the poets are separated, the proceedings become a little dull…
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martedì 17 febbraio 2015

A Little Princess (La piccola principessa) – Alfonso Cuarón

da una storia di Burnett, da cui già era stato tratto un film con Shirley Temple.
alla regia Alfonso Cuarón, nel primo film fuori dal Messico.
un film dickensiano, con un collegio di bambine viziate, le bambine sguattere, la direttrice cattiva, e Sara, la protagonista, che cade in disgrazia.
e però la fantasia e le coincidenze raddrizzeranno la situazione e tutti vissero felici e contenti.
una fiaba che ha il suo fascino, girata come si deve, Alfonso Cuarón conosceva già l'abc del cinema.
non è il suo film più potente, ma si vede bene - Ismaele




…Quello che il regista Alfonso Cuaron propone con "La piccola principessa" si presenta come un buon adattamento del celebre romanzo omonimo di Frances Hodgson Burnett, autrice di altre opere divenute di fama mondiale come Il piccolo Lord e Il giardino segreto. Nonostante alcune necessarie modifiche apportate a personaggi e trama, la pellicola risulta ben riuscita, soprattutto per quanto riguarda l'illustrazione del mondo fantastico che Sara è riuscita a crearsi attorno. Con le sue storie di principi e principesse indiane, Sara riesce a conquistare l'interesse e l'affetto di tutte le sue compagne di collegio, succubi dell'educazione severa e impostata che la preside (ovviamente cattivissima) impone. Inoltre, anche quando la protagonista viene declassata al ruolo di sguattera per pagare i debiti lasciati dal padre ed è costretta a piegarsi ai numerosi ordini della preside, la bambina riesce a sopravvivere grazie al mondo immaginario che si è inventata e in cui spesso si rifugia per trovare conforto.

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 …Imagination is a precious gift, and too many films hammer it down into submissiveness. Children sit transfixed before films and TV shows that substitute action for fancy; cartoon characters fly through space and blast one another endlessly, providing kids with the impression of a story without the substance.

Movies like "A Little Princess" and "The Secret Garden" (now on video) contain a sense of wonder, and a message: The world is a vast and challenging place, through which a child can find its way with pluck and intelligence. It is about a girl who finds it more useful to speak French than to fire a ray gun. I know there are more kids this season who want to see "Judge Dredd," "Die Hard With a Vengeance" and the new Batman movie than kids who want to see "A Little Princess," and I feel sorry for them.

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