venerdì 18 luglio 2014

Tir-na-nog (Into the west) – Mike Newell

un cast di bravi attori, i due protagonisti bambini, sopratutto, un bravissimo Gabriel Byrne (il nonno nel film è lo stesso de "La fabbrica di cioccolato", di Tim Burton, e appare anche un Brendan Gleeson più magro e giovane di adesso), per una storia avventurosa.
dalla periferia povera di Dublino due bambini zingari fuggono verso l'Ovest, portati da un cavallo speciale, che ha un legame speciale con Ossie, e tre zingari e la polizia alla loro ricerca.
uno di quei film che ti da più di quello che ti aspetti - Ismaele 




If I were to tell you that "Into the West" was about two boys and their magical white horse, you would of course think it was a children's film. But it is more than that, although children will enjoy it. The movie is set in a world a little too gritty for innocent animal tales. It concerns two young gypsy boys growing up in the high-rise slums of Dublin, with their father, who loves them but has grown distant and drunken since their mother died.
One day their grandfather, who still travels the roads in the ancient way in his horse-drawn gypsy caravan, gives them the gift of a horse. The horse is named "Tir na nOg", which means "Land of Eternal Youth," the grandfather explains, although he may be making it up as he goes along. Where are two city boys to keep a horse? In their apartment? Of course! But of course the neighbors complain, and the police are called, and one thing leads to another…

Papa Riley (Gabriel Byrne), a widower, and his two young sons, Ossie (Ciaran Fitzgerald) and Tito (Ruaidhri Conroy), live in the run-down projects of Dublin. Their life is pretty bleak until the arrival of the boys' grandfather (David Kelly) with a glorious white stallion by the name of Tir na nOg, a figure out of Irish legends, who takes an instant liking to Ossie and Tito. Events conspire, however, to separate the horse from the children, as he is impounded by corrupt police officers and sold to a wealthy businessman. Never fear, though -- it's Ossie and Tito to the rescue. They steal back Tir na nOg, and, with their father and the police in pursuit, head westward.
Into the West is probably the first-ever Western to be set in Ireland. Actually, it isn't a Western per se, but more of a modern-day fairy tale. Certainly, a great deal of what happens is beyond the realm of reality and requires a willing suspension of disbelief. Director Mike Newell perhaps put it best when he said, "There are certain things that happen in the film that cannot happen unless the world is a very odd, mysterious, and unreal sort of place."…

…Into the West is a spirited adventure combining mysticism, social realism, and action/adventure that transcends the facile Disney genre and has a universal appeal. If you think you are too jaded by modern society to enjoy this film, just close your eyes and remember how the world looked when you were 12-years-old. Now climb onto your magic horse and go where it goes. 
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mercoledì 16 luglio 2014

Essere John Malkovich – Spike Jonze

Charlie Kaufman aveva mandato la sceneggiatura di questo film a Francis Ford Coppola, al quale piacque molto e la fece leggere a Spike Jonze (al tempo suo genero, marito di Sofia Coppola).
a Spike Jonze piacque così tanto che cercò subito Charlie Kaufman (da qui).
è un’opera prima per entrambi, ma quando inizi a guardarlo non ti stacchi più.
invenzioni a ripetizione, un John Malcovich strepitoso, molto bene gli altri attori, sceneggiatura ad incastri che stanno tutti insieme, Charlie Kaufman, Spike Jonze, Catherine Keener (Maxine, nel film, e attrice in molti bei film di Kaufman e Jonze, e non solo) sono stati candidati all'Oscar nel 2000.
l'attore quasi mai citato, e però eccezionale, è lo scimpanzé Elijah.
folle e geniale il mezzo piano e i viaggi nei corpi degli uomini traghetto.
un piccolo grande capolavoro, imperfetto per alcuni, ma non importa, guardatelo e godetene tutti - Ismaele






What an endlessly inventive movie this is! Charlie Kaufman, the writer of "Being John Malkovich," supplies a stream of dazzling inventions, twists and wicked paradoxes. And the director, Spike Jonze, doesn't pounce on each one like fresh prey, but unveils it slyly, as if there's more where that came from. Rare is the movie where the last half hour surprises you just as much as the first, and in ways you're not expecting. The movie has ideas enough for half a dozen films, but Jonze and his cast handle them so surely that we never feel hard-pressed; we're enchanted by one development after the next…

Signore e signori, si va in scena. Cala il sipario e compare sullo schermo l'inizio di un viaggio meta-cinematografico, in bilico tra fantasia, schizofrenia, surrealismo, grottesco e dramma psico-sentimentale. Come è potuto accadere tutto ciò in un unico film? Grazie al talento, il genio, l'inventiva del soggettista/sceneggiatore Charlie Kaufman. Poi certo con la mano importante di Spike Jonze, che per l'occasione esordisce come regista così come Kaufman entra di prepotenza nel mondo del cinema. E non si deve dimenticare un cast di lusso e davvero eccezionale nelle varie prove. Ma se Essere John Malkovich è degno della nomea di capolavoro il motivo principale sta senz'altro nel suo sorprendente soggetto, che porta a livelli elevatissimi il livello di avanguardia meta-cinematografica. Meta-cinema, cioè il cinema che parla di sé stesso, o in cui evita di nascondersi (come si faceva una volta) e preferisce mostrarsi apertamente, sfruttando addirittura il proprio potere acquisito nella società…

…Jonze e Kaufman alle porte del nuovo millennio regalano al pubblico uno dei film più stani, innovativi, originali e geniali degli ultimi anni. Con una regia che riesce per buona parte del film a essere dinamica facendo vivere  allo spettatore l’esperienza di trovarsi dentro il corpo di un'altra persona (anche se va detto che in alcuni punti  non sembra essere in grado di mantenere inalterato il proprio ritmo e seguire il livello narrativo visionario mostrando momenti piatti in cui ci sono difficoltà nel rendere fino  in fondo la sceneggiatura) al film va dato il merito di aver portato sul grande schermo tematiche attuali in maniera originale, personale e visionaria, come lo spasmodico desiderio di massa di entrare in contatto quasi maniacale con il mondo delle celebrità. La sceneggiatura è sicuramente il punto forte, infatti i lavori di Kaufman sono sempre particolari ed eccezionali tanto che in molti casi si identifica un film più perche è scritto da lui che perche è girato da un determinato regista…

Spike Jonze esordisce nel lungometraggio con uno dei film più folli e lucidi degli ultimi anni, un turbinio d'invenzioni (s)folgoranti di struggente inquietudine. Al centro del sulfureo script di Charlie Kaufman, l'insoddisfazione, la noia, la tragedia di un gruppo di anime sole e ostili che spera di trovare in un'impossibile intrusione il segreto dell'autorealizzazione: ma il rimedio è solo temporaneo (il quarto d'ora warholiano) e persino più illusorio del previsto…

… Essere John Malkovich filtra e ripropone un nuovo complesso concetto di fama. L’attore normalmente è il burattino del suo regista, e il burattinaio dei suoi spettatori, perché ne controlla le emozioni facendo date azioni. L’attore sa cosa sta recitando e che emozioni destare. Nel film di Jonze questa concezione si capovolge, e l’attore diventa il burattino dello spettatore. Malkovich è un bamboccio irritante privo di un’identità integra, sospinto dagli altri (e non da se stesso) verso un successo che è un enorme fantocciata. Il pubblico batte le mani e avverte nella sua figura una consolazione, quella di vivere una delle tante vite che l’attore reinterpreta, e capisce che l’attore deve aspirare alla normalità per fare bene il proprio lavoro e imitare quella stessa normalità. Allora il pubblico istruisce il suo attore, e ne diviene la spinta inconscia. Il divo diventa strumento nelle mani del pubblico, che è cosciente della portata filosofica di simile evento ma non gliene frega più di tanto perché il suo desiderio è essere quella finzione, essere quel manichino-fantoccio, essere finto. Nella confusione fra realtà e finzione, il motore che muove Essere John Malkovichè in accelerazione verso la finzione…
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martedì 15 luglio 2014

The Lost Weekend (Giorni perduti) – Billy Wilder

il protagonista  Don (Ray Milland) ha vinto l'Oscar miglior attore protagonista, e Billy Wilder per il  miglior film, la migliore regia, e la migliore sceneggiatura.
pare che Billy Wilder abbia letto il libro durante un viaggio in treno (un libro da edicola, prima di essere famoso), e che sia stato ispirato per un film sull'alcolismo dalla frequentazione di Raymond Chandler.
l'interpretazione di Ray Milland è straordinaria, e questo film fu una delle prime volte che l'alcolismo viene visto come una malattia e non come una cosa da ridere.
se questo film l'avesse fatto un altro sarebbe stato il suo capolavoro, ma per Billy Wilder è "solo" un piccolo capolavoro, visto i film immensi che ha girato in seguito.
come per tutti i film di Billy Wilder, se vi volete bene, non perdetevelo - Ismaele






…A fare la differenza, è lo sguardo: quello senza facili moralismi e pregiudizi che, nel partito preso, non sono mai in grado di spiegare e descrivere; quello che si affida ad un colto, sagace, (onni)comprensivo piglio letterario per mostrare le bassezze cui spinge la bottiglia, gli incubi che elargisce, il circolo vizioso che crea, l’amore e le giornate che fa perdere per sempre; quello che sa cosa mostrare all’occhio della macchina da presa, dove ogni dettaglio contribuisce a donare vigore e profondità immane al racconto: ad esempio, lo sguardo indignato della folla che (s)grida con gli occhi (simbolo del terrore del protagonista di essere considerato un inetto) o la rosa lasciata nella borsetta (che testimonia la creativa nobiltà d'animo anche durante un gesto disperato); quello figurativo, potente ed espressionista, inconsueto per Hollywood nella violenta e pessimistica poesia, meraviglioso in quanto sobrio (cioè necessario), non fine a se stesso: le visioni (le ballerine che si trasformano in cappotti; il topo e il pipistrello), l’ombra della bottiglia sul soffitto, lo zoom dopo il primissimo piano sul whisky, la sequenza nel manicomio. Oscar al film, al regista e a Ray Milland.

…”Giorni perduti” è un classico dell'alcolismo, rappresenta la tossicodipendenza come una malattia e il tossico come un malato, non semplicemente un vizioso edonista. Tutto il film ruota attorno alle figure del cerchio e della bottiglia, alla perenne condizione di ricaduta dell'alcolista ma anche alla necessità, per uscire dal baratro, di un solido supporto altruista: l'amore, l'amicizia, il prossimo sono i primi ed insostituibili pilastri per una lenta guarigione. Si accenna inoltre al legame tra creazione artistica ed alterazione di coscienza, un semplice accenno ma abbastanza chiaro da suscitare domande quali: lo scrittore beve perché è in crisi o beve per scrivere senza freni inibitori e abbattere le barriere razionali della quotidianità e della grigia medietà?..

…Opera espressionista di Wilder, “Giorni Perduti” presenta al pubblico un Ray Milland magistrale nella sua interpretazione letteralmente quasi solitaria sullo schermo: è lui che regna su tutto e tutti, e da lui lo spettatore finisce inevitabilmente per essere catturato e viene coinvolto in quel suo stesso vortice di redenzione e pentimento continui. Fino alla fine della pellicola, non si riesce a intuirne la conclusione: Danny viene sopraffatto dal suo vizio o riesce a sconfiggerlo? È questa la domanda che impera lungo tutta la storia, e forte è l’empatia che lega lo spettatore al protagonista in cui facilmente ci si riconosce, perché tutti siamo vittime di vizi, più o meno capitali. Se il personaggio di Milland guidato dalla speranza altrui, riesce a  salvarsi dal suo circolo vizioso, non si salva però la società che, agli occhi del regista, non offre ancore di salvezza limitandosi semplicemente a condannare certi comportamenti…

Senza sconti né patetismi, un angoscioso viaggio nell'incubo dell'alcoolismo: se da una parte il ripetersi delle azioni del protagonista può rivelarsi alla lunga meccanico ( sbronza, recupero delle qualità motorie, ricerca di denaro per tornare a bere, sbronza e via di nuovo ) colpisce dall'altra la lucida ed a tratti orrorifica messinscena della debolezza umana della dipendenza, maneggiata con cura ed una certa misura da un mostro sacro della settima arte come Wilder.
Visto oggi perde certamente un poco di forza ( ormai neanche i film più crudi sulla droga riescono a fare sensazione ) ma considerato che è una pellicola del '45 le va riconosciuta il rispetto che merita.
A dir poco straordinaria la prestazione di Ray Milland.

…It's a real involving movie. Even though the main character seems like a lazy bum who benefits from- and abuses the kindness of others, you still constantly feel for him and want things for him to go well. This is of course also not in the least thanks to Ray Milland's fine acting performance, who deservedly so received an Academy Award for his role.
The acting in general within this movie is just great. Each and ever actor in this movie gives one great performance, that works out as powerful for the movie. It uplifts the story and lets it all work out even better. 
But it's of course also due to Billy Wilder that the story and movie in general works out so effectively. His handling of the story, actors, characters, dialog is all just all done so extremely well…

…this film was almost never released because of the poor reaction by preview audiences in 1945 who were not used to such stark realism from Hollywood. And what a loss that would have been. Production values are excellent with stunning moody black and white cinematography and a strident musical score by Miklos Rozsa.
This film contains some of the most memorable scenes ever portrayed. Who could ever forget the frightening scene in the alcoholic ward (Hangover Plaza) where we meet male nurse Bim, who tells Don that "Delirium is a disease of the night" and tells him to drink up his medicine, because he will experience the DTs. And the scene where he experiences the DTs is quite terrifying - a scene that will stay with you forever…

…Before The Lost Weekend, the typical portrayal of a drunk was comedic in nature, with Chaplin's Little Tramp, who often imbibed too much, being a prime example. Drunkenness and comedy in movies have long been entwined. Hollywood, which has been awash in alcohol throughout its history, did not like to scrutinize this vice too closely. Thus, The Lost Weekend, in which there is no hint of humor, stands apart as an early attempt to dramatize the deleterious effects of alcohol abuse by providing a protagonist who is sympathetic but not loveable…
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giovedì 10 luglio 2014

Arirang - Kim Ki-Duk

alla fine ti chiedi cos'è questo strano film, ci vuole davvero uno specialista per capirlo bene, forse.
o forse è insieme una serie di cose:
1 - sono stato male, ma mi sta passando, sto arrivando;
2 - grazie che vi preoccupate di me, ecco il mio video messaggio;
3 - è stata dura, ma sono sempre io;
4 - voi sì che mi siete amici, ho avuto delle delusioni terribili, dagli amici.

certo non è un film per tutti, se non avete mai visto niente di Kim Ki-Duk, "Arirang" non sia il primo - Ismaele







…con l’inoltrarsi della visione, si insinua il dubbio che l’operazione abbia un intento commiserativo, eppure di fronte a frasi del tipo “non mi importa se parlano male di me, io voglio fare solo un film”, il sentimento che scaturisce non è certo di pietà perché la compassione difficilmente si rivolge ad una persona benestante, e non dico ricca perché volo basso, che vive apparentemente come un homeless, ed anche se viene accettata la condizione, quando lo si vede sbraitare contro chissacchi (contro di lui?), o cantare a squarciagola la nenia del titolo, subentra una tangibile indifferenza che non si smuove né di fronte all’apice del film, Kim che si riguarda nella scena conclusiva di Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (2003), né nel finale in cui si compie il suicidio artistico: pistolettate sui set dei film precedenti. 
Se è vero che la speranza muore per ultima, ci auguriamo che Arirang, il cui significato è riconducibile anche all’orografia delle colline, rappresenti il punto più basso nella storia di Kim Ki-duk, così basso che una volta toccato il fondo resta solo che risalire…

…Ci sono 4 Kim Ki-duk, come fossero a matrioska. 1) quello depresso, che parla di quanto è successo e di chi è diventato ora. 2) quello spontaneo che lo attacca e che gli fa un intervista dove lo esorta a tornare al lavoro 3) quello esterno che rivedendosi, nello sfogo con se stesso, ride, e quando rivede i suoi film piange 4) la sua ombra, più pacata del Ki-duk spontaneo. 
 Ci sono dei pro e dei contro in Arirang, come dicevo. Innazitutto è l'opera essenziale per capire e comprendere il regista, e allo stesso tempo è la più inutile. Poi ci arrivo.
 Il cinema è terapia. Ci aiuta a vivere meglio e a volte a stare meglio. L'urlo straziato di Ki-duk, Arirang Arirang Ariyo, chiede una cura e può trovarla solo nel suo mezzo espressivo. Si mette a nudo davanti alla sua arma, la cinepresa, e si fa un autoanalisi massacrante per potersi ricostruire piano piano. L'unico modo per tornare a fare cinema e diventare cinema. Kim Ki-duk diventa un film di Kim Ki-duk. Lontano dai suoi personaggi, per sua stessa ammissione, viene ingoiato dalle sue storie…
…La cosa peggiore di Arirang è che è finto. Abbiamo un uomo che attraversa una crisi e ne vuole uscire. Sceglie il mezzo, il suo lavoro. Sceglie il modo, il documentario privato. Discutibili ma è quello che è, allora, però, sii fedele a quello che vuoi fare.
 Una confessione senza filtri e senza teatralità. Dici quello che devi, ne fai un film perchè qualcuno te lo produrrà o lo fai da solo, ma quello è quello che è. E invece Ki-duk deve metterla in maniera drammatica, e lo fa notare anche ("Si prima ho pianto, forse l'ho fatto per drammatizzare").
 Il montaggio, le riprese a camera ferma e a mano, gli inserti (Ki-duk sulla ruspa. Adesso posso morire contento), il duetto con se stesso (Tolleranza Zoro). Lo rendono totalmente finto. Prima dice che non c'è struttura, e non ci sono titoli-credits, e musiche, poi però tiri fuori queste cose, chiaramente pianificate. Un pò, sempre rimanendo in tema Von Trier, quello che dicono e poi fanno con il Dogma 95. Fai una cosa intimista e sperimentale, la accetto, poteva benissimo essere una intervista e basta, e però ci metti della finzione che mi isola da te, si frappone tra noi. C'è un filtro di mezzo, lo schermo e non dovrebbe, stavolta. Quando grida contro i fans e li chiama figli di puttana, è falso. Quando piange, è falso. Quando grida distrutto, è falso. Non è falso, ma lo è. E' falso perchè è cinematografico. C'è un idea, ci sono riprese fatte apposta, perchè c'è dietro un intenzione di piazzarle poi qui o là, all'interno del film/documentario. Dov'è quindi la spontaneità, la naturalezza, lo sfogo perde sincerità.
Occhio però. Non voglio bocciarlo. E' molto interessante, molto più di tantissimi esperimenti o cazzate spacciate per artistiche. Solo che sbaglia modo…

…Impossibile dare giudizi estetici su un’opera comeArirang, usare i metri della classica critica cinematografica, siamo di fronte a qualcosa di totalmente diverso. Naturalmente non siamo così ingenui da non sapere che anche in un’opera simile non ci sia un’abile costruzione (Céline diceva che nonostante tutto l’uomo sta sempre in posa e anche Kim scherza su questo quando in una scena afferma ironicamente “probabilmente prima piangevo per drammatizzare un po’…”) ma alla fine quello che rimane è uno straordinario documento che fa luce sul percorso umano di uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo. Speriamo che sia anche il momento della rinascita di Kim Ki Duk e di quel suo cinema che nel passato è riuscito ad emozionarci come pochi.

…Scopriamo che lo shock dell'incidente, che per altro non ha avuto particolari conseguenze, non è il solo motivo delle sue turbe, è la delusione avuta dai suoi assistenti che ha caricato il tutto. 
L'occasione introspettiva si presta anche a riflessioni sul cinema. Impugnata una Canon Mark II Kim Ki-Duk medita sulla differenza di ripresa, di come illuminazione e diaframma abbelliscano troppo il mondo, mentre la videocamera no. Considera poi il recitare la parte dei cattivi come la più facile da fare: «Bastardi, non vantatevi di interpretare bene il ruolo dei cattivi dimostra solo che siete dei malvagi!».
Ovviamente l'eloquio porta all'esplicitare la sua filosofia, riscontrabile nei suoi film precedenti: il credere in un ordine di natura, il vedere il bianco e il nero come lo stesso colore, il vivere inteso come sadismo e masochismo... Ma poi c'è il tempo per tornare sugli "oggetti" con una carrellata sui premi vinti e rendere grazie ai festival internazionali senza i quali sarebbe sicuramente fallito in una Corea che non aveva riconosciuto la sua arte.
Il film diario si fa quindi film documento drammatico e funge da seduta psicoanalitica, per finire con la "ripresa" di Kim regista-attore diventa anche film "fantastico". Per realizzare il meccanismo di rimozione Kim lascia la dimora, prende la macchina e come un freddo killer procede con l'uccisione liberatoria di quelli che considerava amici e si sono rivelati opportunisti traditori…

…Ed è proprio questo, la sincerità, l'unico dubbio legato a questa operazione apparentemente antinarcisista in cui Kim Ki Duk si fa inquadrare nella versione peggiore: sciatto, ma vestito, invecchiato, con i capelli e la barba lunga.
In certi momenti sembra di assistere a un videomessaggio lasciato prima di un suicidio sia dell'uomo che dell'artista.
Ma sappiamo fortunatamente che Arirang è la testimonianza di uan crisi umana e professionale ormai appartenente al passato: la luce che si intravede in fondo al tunnel si è tramutato in un ritorno al lavoro.  
E se questo one man show fosse solo una brilante trovata esibizionista, per tornare di nuovo sotto i riflettori?

…Il film è una lunga intervista con se stesso, a tratti sotto forma di seduta di autopsicanalisi, in altri momenti sotto forma di rimembranze, in cui Kim racconta come dopo Dream sia iniziata la sua crisi artistica e personale, mettendo come punto di inizio il trauma subito per l'incidente occorso durante le riprese del film in seguito al quale per poco non ci scappava il morto.
La doverosa premessa da fare in fase di commento del film è che se, come lui stesso dice, il girare questa confessione video è stata d'aiuto nel superare i problemi, ne siamo tutti ovviamente contenti, che però Kim ci voglia far credere che questa confessione con se stesso sia permeata di sincerità dolorosa e di genuinità, questo francamente risulta difficile da accettare…

…Se, dunque, a tratti il tono appare effettivamente autocelebrativo - l'insistita inquadratura dei talloni segnati, il dialogo con l'ombra, le locandine dei film appese nella baita accanto ai premi ricevuti a Venezia e Berlino -, nel complesso questo tentativo risulta genuino ed interessante, specialmente nel momento in cui, fornendo un'interpretazione di quelle che sono le sue paure, esperienze e domande rispetto al futuro nel corso di un dialogo che mi ha riportato alla mente i deliri di Gollum e Smeagol - e anche qui, montaggio da fuoriclasse -, Kim Ki Duk indaga sul suo disagio cercando di portare alla luce tutto quello che, nel corso degli anni e della sua ascesa come icona del Cinema mondiale, pare essersi perduto lungo la strada.
I riferimenti ai collaboratori e produttori scomparsi di colpo - andati dove c'era garanzia di più denaro, con ammissione di avere, a volte, fatto lo stesso - o agli organi statali che conferiscono medaglie legate alla fama conquistata nel mondo senza neppure preoccuparsi di vedere film che criticano la società che loro stessi rappresentano appaiono assolutamente sinceri ed attuali, e se meno interessanti sono gli attimi di commozione del regista nel riscoprire proprio il già citato "Primavera, estate, autunno, inverno... 

…"Arirang" nella sua spudoratezza narcisista è un oggetto anomalo difficile da classificare, che merita una particolare attenzione anche solo per il rapporto che ha, e che avrà nel futuro, con la biografia del suo autore. Atto estremo di esorcizzare i demoni della crisi di ispirazione, costruendo un film dal niente e fagocitandolo/annullandolo con la propria sola presenza, il tormentato sedicesimo lungometraggio del regista sudcoreano mostra la fragilità umana e l'instabilità psicologica del personaggio, il quale con la sua solita ingenuità naïf cerca di esplorare un nuovo territorio, ovvero mettere al centro dell'occhio della videocamera se stesso. E anche se, soprattutto con l'ultima parte, si ha poi difficoltà a credere nella totale onestà di Kim, la strada battuta riesce a tratti a sorprendere e a dimostrare che dentro la gabbia di fisime psichiche e spirituali, c'è ancora l'anima di un regista.

…Il film documenta progressivamente la sua discesa negli inferi della depressione più cupa.  In un susseguirsi di campi e controcampi  si alternano  lunghi e drammatici sfoghi del regista, il quale urla a se stesso, e dalla Croisette al mondo, l’urgenza di comprendere fino in fondo la vita. Di grande intensità emotiva la scena in cui Kim rivede se stesso nella sequenza finale di Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera, in cui il protagonista,  un monaco buddista legatasi alla vita una pesante macina di pietra, la trascina su un ripido pendio portando con sé una statua del Buddha in meditazione.  Lo sguardo di Kim che guarda se stesso, si piega al pianto, le lacrime scorrono copiose sul viso che emerge da una coperta lisa: il pubblico si sente direttamente coinvolto nel suo dolore e nella sua fatica, partecipa alla scalata dell’Olimpo che finalmente è raggiunto e il monaco può vedere dall’alto la sua casa/ monastero e raccogliersi in preghiera. Il lacerante conflitto tra corpo e spirito che ha percorso tutto il suo cinema, si rivela in questo sguardo carico di tristezza che rimanda consapevolmente al ripiegarsi in un dolore intimo e universale. Da cui, poi, (ri)nascere alla vita.

…Simplement et sans aucune recherche d’esthétisme, il tend vers un cinéma réaliste et sincère. Il joue avec tout ce qu’il a sous la main : ombre et lumière, jour et nuit, bruits du quotidien… Sans aucune équipe technique, il se filme et s’invente des personnages. Avec rien, Kim Ki-duk fait un film où tout est là…

…Espérons en tous cas que les silences de ses prochains films feront oublier, par leur profondeur, certains propos des plus basiques portés dans ce documentaire à part. Côté cinéma, ils apparaissent tantôt comme banales, concernant par exemple le fait que les spectateurs éprouvent des sentiments face aux films (sic), que le cinéma est une manière de communiquer (re-sic), qu'il raconte la vie… tantôt comme cyniques, lorsque l'auteur affirme que les autorités culturelles coréennes ne lui auraient jamais décerné de prix si elles avaient vu ses films, ou qu'il insulte face caméra les acteurs qui jouent les méchants (car cela est bien plus facile...). Côté personnel, les réflexions de Kim Ki-Duk sont tout bonnement navrantes, lorsqu'il affirme que « le blanc et le noir » sont identiques, que l'homme a en lui les deux (le sadisme et le masochisme), qu'il nous parle du stress des plantes et des animaux transmis au corps humain quand il les mange, ou du fait que les hommes vivent ainsi « de morts innombrables » laissés sur leur chemin. On préférera donc se rendre au café littéraire du coin plutôt que d'assister à cette longue agonie d'un cinéaste qu'on espère voir vite revenir à des considérations esthétiques et humaines de plus haut vol.

…Una segheria/officina in mezzo alla neve, un’isola in un mare bianco. All’interno dell’edificio Kim Ki-duk vive solo, dormendo in una tenda montata in una stanza, come un clandestino in un’abitazione altrui, come in Ferro 3. Invecchiato, appesantito, parla a se stesso, ammette la sua crisi creativa. Passa in carrellata le locandine di tutti i suoi film, appese in una stanza, le sue sceneggiature, le statuette su uno scaffale che rappresentano i tanti riconoscimenti avuti in festival internazionali. Ammette a sé stesso di essere più apprezzato in queste manifestazioni cinematografiche, rispetto a quanto non lo abbia mai premiato il botteghino in patria. Un regista da festival, insomma. Piange vedendo la scena del monaco che porta il fardello, da Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, la sequenza più lunga di un suo film che viene mostrata in Arirang, in cui identifica la sua situazione attuale. Prende l’automobile e urla «Stop, Kim Ki-Duk, stop!» e con una rudimentale pistola, da lui stesso fabbricata nell’officina, si ferma a sparare nelle location dei suoi film. Fa quindi tabula rasa di tutto il suo cinema precedente.
Un film per dire di non essere più capace di fare film. Arirang è un lamento sincero e sentito - non come certi piagnistei ruffiani di Lars von Trier: non un’opera d’arte quanto un atto in sé.
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lunedì 7 luglio 2014

Sólo con tu pareja (Uno per tutte) - Alfonso Cuarón

inizia che sembra una tonteria, poi ogni minuto che passa il film acquista spessore.
ottima la sceneggiatura, in quest'opera prima di Alfonso Cuarón, chi guarda questo film capisce perché l'hanno voluto negli Usa, hanno degli ottimi talent scout, oltre all'immagine di Benjamin Franklin sui centoni, laggiù.
poteva essere un film soft-porn tipo Italia anni '70-'80, è invece un gran film, una commedia coi fiocchi, hanno visto i film dei maestri della commedia, i Cuarón, un po' slapstick, un po' Wilder.
vedere per credere - Ismaele




QUI il film completo, in spagnolo
  


…Solo con tu Pareja's approach to sex isn't as explicit where it's done with great humor. Even the scenes of Tomas running down the stairs and back up to get the paper is one of the most memorable moments. Then there's the scenes involving suicide where it's also done in great humor like in Hal Ashby's classic film Harold & Maude (whose Mexican film poster makes a cameo in Y Tu Mama Tambien). Yet, Cuaron's direction with its stylish camera work, scene compositions, and shots of Mexico City is breathtaking. While it's not perfect, it shows of what was to come from this great director.
Helping Cuaron in his imagery is a longtime collaborator Emmanuel "Chivo" Lubezki. Serving as a cinematographer for every film Cuaron did (minus Harry Potter & the Prisoner of Azkaban), Lubezki's colorful imagery in the film's interior scenes are breathtaking with its use of green colors and lights to complement the look of both Tomas' spacious apartment and the naturalistic tone of Mateo's apartment. Lubezki's cinematography along with additional camera work by another fellow Mexican cinematographer in Rodrigo Prieto (serving as a second-unit director & second-unit photography) is just amazing including a lot of the exterior settings for Mexico City including the aerial shots…

…Claudia Ramirez makes a wonderful impression as Clarissa. Ramirez's sensual innocence is really intoxicating as she brings a beauty to the film as a woman who has it all until an event that shakes her innocence completely. Ramirez definitely sells her despair as she and Cacho have great chemistry. Daniel Giminez Cacho is brilliant in his role as the philandering Tomas. Cacho is great in the way he does comedy and drama by being this very flawed individual with a very dangerous lifestyle. When he starts to make a change, his character becomes sympathetic but also performed in a funny way that he's a character that's enjoyable. Cacho, who is famous for his work in Pedro Almodovar's La Mala Educacion and being the narrator in Y Tu Mama Tambien, gives a phenomenal performance.

…The rest of the plot is a scramble, while characters with mistaken impressions race around town, pursued by the characters that can set things right. Normally this kind of romp comes across like hammer blows with no rhythm or humor, but Cuaron's friendly touch, and his appreciation for pretty faces, saves the day…

…This is a film full of incidents of varying hilarity, staged with a magnificent sense of direction and energy, and while one could easily fault the film for a lack of real substance, it certainly holds the viewer’s attention, because the chaos does not overwhelm the storylines. Also, Cuarón’s use of mostly classical music on the soundtrack (which often consists of Mozart - predictably, the “Madamina, il catalogo è questo” aria from Don Giovanni) gives a slightly heavier, though perhaps only ironically, gloss to the events we witness.
Love in the Time of Hysteria doesn’t take itself too seriously – exhibit one is the opening quotation of the film, from e.e. cummings, which states that “mike likes all the girls [...] all the girls except the green ones”, but these quotes ranges from such nonsense to Newton’s Third Law; its characters usually have the same first and last names, and Tomás’s friend Mateo uses cliché Latin sayings in most of his sentences. Nonetheless, the film certainly entertains and while the characters of the two Japanese businessmen have no real place in the story, this film showed the great promise on which Alfonso Cuarón would soon deliver. His cameraman, Emmanuel Lubezki, would continue to work with him on most of his subsequent projects, as well as the films of Terrence Malick, while his other cameraman, Rodrigo Prieto, would work with the other great Mexican director of the last decade, Alejandro González Iñárritu.
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giovedì 3 luglio 2014

La Guerra del Fracking - Fernando "Pino" Solanas

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“Todos los veranos los dedico a filmar. Cada film es complementario con mi acción social y política. Ya no hay salas para estrenar documentales, cada vez son menos y los distribuidores nacionales han desaparecido. Hoy, por primera vez, estreno en las redes sociales: La Guerra del Fracking, mi último documental. Gracias por compartir y difundir.” (Fernando Pino Solanas)
Solanas ha scelto la via maestra del documentario per raccontare la “sua” Argentina, conseguenza naturale di una militanza politica che lo impegna in prima persona e di una scelta artistica che fin dagli esordi vede il cinema come arma di “liberazione e conoscenza”. La guerra del fracking è in realtà la terza parte di un progetto che possiamo definire di denuncia “ambientalista”, cominciato con Oro Impuro (2009) e Oro Nero (2011), lavori intitolati alla “Tierra sublevada”. Tre “racconti filmici” che (come altri) mettono a nudo le contraddizioni socio politiche economiche dell’Argentina contemporanea, un solco tracciato nella sua filmografica fin dal 2004 con Memoria del saqueo (Diario di un saccheggio, la storia argentina dalla dittatuta militare di Videla alla caduta del governo di F. de la Rúa) e che a oggi (con La guerra del fracking) si compone di ben sette parti distinte ma collegate tra loro. Solanas prosegue così con il modello del film-saggio, in cui si fondono i generi, alternando la cronaca dei fatti a momenti di riflessione, i materiali d’archivio a ritratti dei protagonisti di ogni storia. Insomma un’opera collettiva ancora una volta, in cui il regista si pone come tramite tra i suoi protagonisti e lo spettatore nella convinzione che solo la consapevolezza dell’attacco neo-liberista alla dignità delle persone e della comunità consenta una risposta adeguata ed efficace. La visione del docu-film che segue vale più di ogni altra parola.
Breve biografia
Fernando Ezequiel “Pino” Solanas cineasta argentino, artista poliedrico e uomo impegnato nel sociale e in politica è anche regista teatrale, musicista, attore, pubblicitario e creatore di storie per fumetti. Fondatore, assieme a Octavio Getino e Fernando Vallejo, del gruppo Cine-Liberation scrisse il manifesto Verso un Terzo Cinema, un’idea di un cinema politico, “terzo” rispetto al cinema holliwoodiano (il “primo cinema”) ed a quello artistico “d’autore” europeo (il “secondo”), che sostenesse la causa dei paesi vittime del neoliberismo e rendesse le pellicole “arma di liberazione”. Nel 2002 fondò dopo il default dell’Argentina il movimento politico “Proyecto Sur”, la cui proposta politica, economica, sociale e culturale “è basata sul rispetto della condizione umana ed ha come principi di base la difesa dell’ambiente e la proprietà pubblica delle risorse naturali come condizioni per il raggiungimento di una vera giustizia sociale e per la tutela della sovranità nazionale.” Dal 2003 ha firmato come regista una serie di documentari sul fallimento argentino e sulle emergenze ambientali del paese. Nel 2004 ha vinto l’Orso d’Oro alla carriera al Festival di Berlino.

mercoledì 2 luglio 2014

Proof (Istantanee) - Jocelyn Moorhouse

un cieco che "vede" facendo fotografie e facendosele raccontare, sperando che gli dicano la verità.
Martin ha uno strano rapporto con una ragazza che gli fa le pulizie, ma lei lo vuole, fino al punto da ricattarlo, intanto Martin diventa amico di un lavapiatti (Russell Crowe), che diventa il suo narratore delle fotografie, c'è un bel cane, la memoria di una madre morta giovane, un mistero e alcune complicazioni.
è uno strano film, con un fascino aspro e misterioso, come spesso succede ai film che arrivano da quella parte del mondo.
86 minuti ben spesi, promesso - Ismaele




Martin, cieco dalla nascita, scatta fotografie di tutto ciò che lo circonda. Ne chiede poi una descrizione alle persone che incontra, per quanto sia convinto che gli altri non facciano che mentirgli. Il suo più grande dubbio riguarda le descrizioni degli ambienti della sua infanzia restituitegli da sua madre. Di questi ambienti non gli resta che la muta prova di una fotografia, un’istantanea del giardino di fronte a casa sua che Martin ha conservato senza mai averla mostrata a nessuno…


…If there is a kind of movie I like better than any other, it is this kind, the close observation of particular lives, perhaps because it exploits so completely the cinema's potential for voyeurism. There are not good or bad people here, simply characters driven by their needs and insecurities into a situation where something has to give. What could be more interesting?

…Proof is a powerful, emotive cinematic experience that, through the use of a naturalistic mise-en-scene, remains solidly planted on a temporal level. Upon further investigation, however, the audience is made aware that a number of subtleties in the mise-en-scene, lighting, music and the characters' portrayals each convey meaning. When pieced together, it is clear to behold that Jocelyn Moorhouse's first feature film is both a clear example of the post-New Wave revivalist cinema and a powerful thematic art work that can only be fully appreciated when we employ all of our senses.

…The key to Proof's success is a simple ingredient that too many movies neglect in their eagerness to earn mass approval: complex character interaction between well-developed, unique individuals. These kinds of people are necessary to good storytelling, just as special effects are mandatory for a mindless summer blockbuster, and Proof's reliance upon them makes for a wholly satisfying movie-going experience. This film is about people, the forces that draw them together, and the barriers that keep them apart…
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