sabato 11 marzo 2023

In Fabric - Peter Strickland

come in altri film, il protagonista è un vestito che uccide.

un vestito oggetto del desiderio, con poteri diabolici, grazie (?) ai venditori vampiri, schiavi (insieme ai possessori delvestito) di un meccanismo più grande di loro.

gli acquirenti sono gente non felice, con qualche (?) problema, il vestito ha gioco facile a insinuarsi nelle loro vite, e a sconvolgerle.

il vestito è un vampiro, è un oggetto del desiderio inarrivabile, è una catena, è una palla al piede, tu pensi di possederlo, lui ti possiederà.

film che merita, regista e attori in gamba, una storia (che si ripete) che cattura.

buona (vestita?) visione - Ismaele



 

 

 

In Fabric fa paura. E parte di questa inquietudine è data dalla sua inaffidabilità, dovuta proprio all’intreccio rapsodico e la sua dispettosità. A tratti sembra una commedia, finge di far ridere per fotterci meglio. E non ci riesce perché non possiamo fidarci di Strickland. Non ci rilassiamo mai con lui. Dietro ogni ordinaria situazione goffa o paradossale, può nascondersi il meraviglioso, l’impossibile e soptrattutto il sadico.

In Fabric è un film che morde. Sgradevole, finto tonto e terribile. Non prendetelo sottogamba…

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Il film si compone di più episodi, che corrispondono alle persone che vengono a contatto con lo smagliante e vistosissimo vestito in questione, soggiogando chi lo indossa, fino a far loro perdere ogni capacità di decisione autonoma. Strickland pesta sul pedale, accelerando sul coté satanico e decora il suo film di scenografie e spunti che ricordano i vecchi artigiani o maestri dell'horror più artigianale e riuscito: maestri italiano come Bava o Argento che, a loro volta, trovano ispirazione dai massimi autori dell'horror letterario più cupo, come Poe.

Ne scaturisce un horror sofisticatissimo e complesso, molto attento alla forma, come da tradizione per l'opera del regista, che appare talvolta un po' fine a se stesso (l'invettiva contro l'ansia consumistica selvaggia e famelica, al centro della prima interessante parte, rimane un po' sottotono nel suo proseguo a vantaggio del coté horror, comunque di gran classe e pregevole estetica), ma che in qualche modo rende omaggio alla migliore tradizione del genere, di cui Strickland appare promotore assieme ad altri talentuoso colleghi come la coppia cinematografica franco/belga Forzani e Cattet.

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In Fabric è una pungente e acuta metafora sull’esasperazione dell’importanza delle apparenze per misurare il valore personale, e della conseguente e contemporanea spersonalizzazione di un mondo del lavoro in cui le malelingue la fanno da padrone e il dipendente si vede sanzionato per aver agito in modi più che umani e giustificabili ma considerati non idonei alle rigide regole del settore.
L’importanza della produttività raggiunge così valori demenziali, mentre l’aspetto esoterico entra in gioco per far sì che sia l’oggetto a dominare la persona e non il contrario

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…A tenere insieme il tutto c’è un ovvio tentativo di delineare, attraverso questa vicenda sgangherata, un discorso relativo al ruolo dell’elemento estetico-visivo nell’ambito di un consumismo quotidiano ritratto, soprattutto nella prima parte, con adeguata dovizia di particolari. Riflessione, questa, che se da una parte legittima ed eleva le scelte stilistiche dell’operazione, dall’altra rischia alle lunghe di minarne le fondamenta strutturali. Quando infatti la trama abbandona, per motivi che non staremo a svelare, il quadro narrativo iniziale per spostarsi altrove, il film perde inevitabilmente di mordente, finendo per diluire quello che era il discorso portante dell’intera operazione. È proprio nel tentativo di giustificare la propria brillantezza estetica, quindi, che In Fabric tende sulla lunga durata a trasformarsi in mero esercizio di stile. Una scelta voluta, forse? Difficile dirlo. Nel dubbio non resta che abbandonarsi al sapore vintage e alla grande finezza realizzativa della sinfonia sensoriale composta da Strickland. In questo senso, perlomeno, è difficile negargli un poco d’attenzione.

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