lunedì 30 aprile 2018

The wailing (Goksung - La presenza del diavolo) - Hong-jin Na

brutti tempi quando in un villaggio appare il diavolo, e non si sa come affrontarlo.
intanto entra nelle persone che compiono delitti terribili, oppure soffrono le pene dell'inferno.
due poliziotti abituati a trattare casi di ubriachi, al massimo, si trovano dentro questa spirale di orrore, terrore, dolore.
qualche indizio, non risolutivo, fa pensare che la colpa sia dello straniero, ma poi il diavolo continua a operare.
uno dei due poliziotti ha una figlia, che soffre per via di quel demonio.
si passa allora al professionista massimo, in questi casi, lo sciamano-esorcista, che arriva al villaggio sulla sua macchina sportiva.
impressionanti i suoi riti contro il diavolo, ma anche lui fallisce, sembra.
e non tutto è come sembra, in questo film che ti intrappola e solo alla fine sai che fine non c'è, e non puoi dirlo a nessuno.
cinema altissimo, non perderlo, se ti vuoi bene - Ismaele

 

 

 

visivamente The Wailing è grande cinema. Nelle continue piogge, nelle sopracitate scene del crimine (terribili, inquietanti), negli inserti onirici (?), nelle scene nel bosco, in quelle con il pick-up, in tutte le sequenze che strizzano l'occhio all'horror tout court (la morte in ospedale di quello, "l'uomo zombi", l'incredibile finale nella caverna).
Na è un maestro della messa in scena, pazzesca.
Ma è anche uno che sa scrivere come pochi, che osa, che va oltre, che personalizza, che non ha paura di aggiungere e aggiungere, uno ambizioso che mette su un baraccone quasi impossibile da tenere in piedi.
Eppure lui ci riesce, e alla grande.
Più il film va avanti più si fa piede l'ipotesi che sì, in tutte queste faccende ci sia dietro qualcosa di più grande dell'uomo.
Ma si fa fatica a capire chi rappresenti veramente il Male, se il giapponese o quella giovane ragazza vestita di bainco che più volte aveva fatto capolino.
Chi sta cercando chi?
Chi vuole distruggere chi?
Chi sta provando a difendere gli abitanti?
E poi, alla fine, la verità, o almeno parte di essa, si scopre…

da qui

 

The Wailing è film cupo, duro, cattivo che non risparmia nulla come dovrebbe essere ogni qualvolta una storia va a sguazzare nel magma dell’oscurità che ristagna in fondo all’animo umano: la colpa da espiare, la paura e l’avversità che evoca il diverso, il dubbio che rende sempre la realtà nebulosa, il confine tra il Bene e il Male sono i temi che Na utilizza per creare la sua storia. Inoltre essendo oltre che un bravo e talentuoso regista anche un fine sceneggiatore, il film avviluppa lo spettatore in spire sempre più strette nelle quali le carte in tavola sembrano cambiare in continuazione creando sconcerto, e forse anche qualche confusione.
Citando il Vangelo, richiamando episodi che fanno parte della tradizione cattolica (il gallo che canta tre volte), mostrando una Chiesa incapace di far fronte ai dubbi e alle paure dell’uomo e riti sciamanici tanto potenti quanto inefficaci, 
Na ci dice a chiare lettere che sconfiggere il Male è impresa improba, perché il diavolo altri non è che la proiezione delle nostre colpe e delle nostre paure.
Sebbene la prima parte si configuri più come un lungo prologo, è proprio in quei frangenti che il regista mostra tutto il suo talento: l’ambientazione agreste-montana è magistralmente resa, la pioggia battente e le ambientazioni buie concorrono a creare un clima opprimente e inquietante. Quando poi 
The Wailing vira verso l’horror, non mancano le immagini dure e gli effetti speciali ben confezionati oltre che un paio di scene da antologia, su tutte quella del rito sciamanico.
Ma è soprattutto nel beffardo modo di dipanare la storia che 
Na raggiunge i livelli più alti di qualità: la capacità di tenere saldamente in mano la storia, di tracciare false piste e di creare delle flebili certezze che ben presto si ribaltano, riesce a costruire un labirinto demoniaco e angosciante sul quale aleggia la beffa.

Il finale, carico di dramma e che lacera profondamente, è la firma in calce ad un'opera che per originalità, profondità delle tematiche, suspense e atmosfere va sicuramente considerata tra le migliori del genere degli ultimi anni.
Il cast è di quelli che lasciano il segno grazie ad interpretazioni eccellenti, soprattutto quella di 
Kwak Do-won, nella parte del poliziotto, che vediamo all’opera nel suo primo ruolo da protagonista; accanto a lui, nei panni di uno sciamano dai tratti grotteschi, Hwang Jung-min che mostra tutta la sua versatilità e l’attore giapponese Jun Kunimura, altro vecchio leone sempre verde nella parte del misterioso abitante della foresta.

da qui

 

El refugio en lo irracional no es sino una respuesta consecuente a un horror también irracional, por desconocido e indeterminado. El extraño indaga en los mecanismos del miedo como respuesta a un estatus ilusorio, ficticio. Aquello que nos rodea y nos comprende como seres no deja de ser una farsa, y así lo dibuja Na Hong-jin en un cuadro inestable. Una farsa de la que se alimentan no sólo ese temor y sus propias leyendas, también una sociedad inclemente. Una farsa que comprendida desde la distancia, y relevada de los dispositivos de género que provee el coreano, continúa siendo igual de terrorífica y reveladora. Una farsa de la que se apodera, algo ya habitual en el cine del autor de The Yellow Sea, un desgarrador y sobrecogedor drama liberado entre instantes, desoladores gemidos y gestos anquilosados. Una farsa cuya única esperanza se atisba en un halo de humanidad que rasga la superficie y nos devuelve de nuevo a esa mentira, nuestra mentira.

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