mercoledì 28 settembre 2016

Les adoptés – Mélanie Laurent

una storia fra libri, citazioni, amore, vita e morte, assenza e dolore, bambini e futuro.
prima regia di Mélanie Laurent, film amato/odiato dalla critica.
avvertenza: se qualcuno ha la lacrima facile si fornisca di numerosi fazzoletti.
a me è piaciuto, e così spero sia per voi, fuona visione - Ismaele






…quella leggerezza (pesante e pensante) fa volare la pellicola nei piani alti di certo cinema moderno, intimista e minimalista a suo modo, condito dalle corde di violini mai toccati e chitarre più accondiscendenti a esser palpate da dita umane, sguardi che sono tutti sguardi di bambini, innocenza delle anime che non si vergognano di esser schiacciate dal grigiore turbolento della vita, essenze che si mescolano. È una sinfonia in pastello il film della Laurent, un raro e lieve momento di sospensione nel caotico mondo circostante, le parole accarezzano, le frasi pronunciate rendono lieve il movimento di una bocca che si muove a seconda dell’avvenimento che percepisce, un pianto, un sorriso, un disturbo, una vulnerabilità, un momento innocentemente lussurioso, perché figlio dell’amore.
Quando vediamo un film come questo ci rendiamo conto dell’ambiguità dell’esistenza, del fatto che l’eterno ritorno e la coazione a ripetere si sposano sempre tra loro (come si sposano spesso Nietzsche e Freud), ci rendiamo conto che dobbiamo “vivere” ma, al contempo, “imparare a morire” (e questo è Montaigne).
Pellicola leggera come l’aria, vera come la vita, umile come opera prima ottimamente riuscita.

… C’est l’histoire de trois femmes, deux sœurs et une mère, qui vivent en parfaite harmonie dans leur monde où la testostérone est bannie (sauf quand elle est encore en dormance, comme c’est le cas chez le jeune fils du personnage de Mélanie Laurent). Elles s’aiment, elles s’engueulent, elles s’ennuient, « elles vivent quoi » (sic). Un jour Marine (Marie Denarnaud) rencontre un homme (poilu et tout : un vrai) ; et Lisa (Mélanie Laurent) se sent délaissée. Puis Marine est renversée par une voiture, elle tombe dans le coma. La réalisatrice passe en revue les chagrins de l’Homme, de la sœur, de la mère, du petit garçon : ils sont tous dévastés. C’est affreusement triste, mais jusqu’à la dernière minute subsiste le grand mystère : qu’a-t-elle voulu dire ? Quel sens donner à cette histoire, au-delà des larmes qu’elle provoque ? Et surtout : qui a laissé la jeune réalisatrice émailler son récit de quelques scènes aussi mièvres qu’une pub pour Dolce Vita-Gaz de France, le summum étant atteint au dernier plan du film ?
Pour éviter à Mélanie Laurent d’avoir à se révolter une fois de plus contre le jeu des critiques, rappelons la distinction fondamentale entre un jugement sur la personne et un jugement sur sa création artistique. Si même Philippe Lioret peut s’égarer dans de mauvais films, il n’y aucune raison que Mélanie Laurent ne finisse pas par en signer d’excellents.

La mise en scène part dans tous les sens, bien qu’elle est, toujours, enrobée ou ponctuée musicalement. Les sentiments sont ainsi orchestrés et, puisque rien ne peut être vrai tant tout est artificiel, les sensations sont dictées au spectateur. Les effets visuels sont nombreux et variés, sans qu’aucune unité ne se dessine. Aussi, sans ligne claire, LES ADOPTES est dépourvu de singularité esthétique ou celle-ci est tellement trouble, oscillant toujours entre clichés et monstration, que le film s’avère au final sans style.
La direction d’acteur est inégale. Peut-être est-ce lié au fait que le film n’a pas de style propre. Clémentine Célarié étonne avant d’irriter. Une irritation soutenue par l’ensemble du casting qui voyage entre une impressionnante justesse et exagération qui rend le jeu âprement artificiel. Deux exceptions toutefois : le jeune Theodore Maquet-Foucher et Audrey Lamy.
Les intentions sont parfois bonnes, certaines séquences (à l’instar du fantasme d’Alex dans la voiture) sont troublantes mais, à force d’enrobage et additionnées les unes aux autres, elles prennent part à une composition inégale et sans volume. Deux question alors se posent : Est-ce qu’à force de faire du cinéma Mélanie Laurent en est devenue une héroïne dont le regard épouse – ou épuise – celui des princesses des contes de fées ? Pourquoi réaliser un film si l’on a rien à dire ?

The Last Dance of Anus’s Blue Fly - Ayman Al Zorkany



corto tratto da Vita: istruzioni per l’uso (casa editrice Il Sirente) , scritto da Ahmed Nagi.
chi vuole sapere qualcosa di Ahmed Nagi veda qui

lunedì 26 settembre 2016

Un mercoledì di maggio - Vahid Jalilvand

opera prima  (anche se non sembra), un film a incastri, con una sceneggiatura che tiene tutto insieme.
dall'Iran arrivano sempre film nei quali si soffre, tutti, ma le donne sopratutto.
le donne del film hanno una forza incredibile, ricevono colpi terribili, si rialzano sempre.
appare anche un tribunale, uno di quei tribunali che conosciamo a causa di Asghar Farhadi (fra gli altri), sembrano molto incasinati, ma forse i nostri non sono molto diversi, chissà.
il centro di gravità del film, uno che regala soldi, può ricordare un film del neorealismo, solo che qui sembra tutto molto più duro e triste.
se continua così Vahid Jalilvand rischia di visitare le prigioni iraniane, speriamo che continui così (senza la visita alla galera).
non sarà perfetto, ma è un film che merita molto (2 sale in tutta Italia questa settimana).
buona visione (se ci riuscite) - Ismaele



  
dice il regista:
Ho sognato per anni di essere come Jalal. Mi sono svegliato sconfortato, deluso, con il desiderio irrealizzabile di non poter essere come lui e osservavo con sdegno il mio riflesso nello specchio. Dedico questo film a tutti i Jalal del mio paese, alle persone comuni che cercano la sofferenza negli occhi degli altri e non sono mai riuscite a farsi ascoltare dai governi, dagli uomini di stato, da quelli che hanno il potere per chiedere aiuto, alle persone che non sono mai state indifferenti al dolore negli occhi delle persone. Vivo in un paese dove Dio ha elargito i suoi doni di abbondanza e ricchezza, ma purtroppo molte persone non possono goderne. UN MERCOLEDI DI MAGGIO è una critica alla società e al modo in cui è governata. È un tributo all'essere umano che si sente parte della società e soffre. Il film è insieme una critica e un ringraziamento agli essere umani.

…interessante la scelta di raccontare i fatti accaduti attraverso diversi punti di vista e con l’uso di flashback e flash forward. Tale scelta, infatti, ha contribuito – insieme all’evento dinamico – a regalare al lungometraggio di Jalilvand quel tocco in più che lo rende diverso dalle centinaia di film prodotti ogni anno che trattano un tema del genere. Qualità, questa, da non sottovalutare per nessuna ragione. Per questa sua singolare struttura, per il tema trattato e per la curata realizzazione, Un mercoledì di maggio si è rivelato, dunque, una piccola perla nel panorama cinematografico iraniano. Da non lasciarsi assolutamente scappare.

... il personaggio di Jalal è il vero motore della storia e la sua vicenda umana non è il pretesto, ma il cuore e la centralità del racconto. La sua malinconica e giovanile storia d’amore con Leila che ha rincontrato in questa occasione e dalla quale è fuggito senza dare spiegazioni costituisce un’altra colpa che sembra dovere espiare.
Il film ci incalza con la narrazione di queste due vicende che appartengono alla cronaca quotidiana, ma il suo vero interrogativo è per quale ragione Jalal decide di offrire quella somma. È questa la vera suspence alla quale Jalilvand ci sottopone e da spettatori ci rendiamo conto che ha messo in scena una bella struttura per giungere alla sua conclusione, per interrogarsi sul molteplice atteggiarsi del reale. La progressione essenzialmente narrativa ci intrappola in questo vero mondo parallelo al quale, dopo un po’, ci sembra di appartenere, gioca con la nostra curiosità che è ancora alla ricerca delle ragioni di questo mercoledì 9 maggio che forse è solo un giorno come un altro.

…L’apparente impianto narrativo a episodi che poi si vanno man mano integrando, così come l’ambizione di realizzare un affresco sociale di ampie proporzioni, devono forse qualcosa al cinema di Kieślowski, per la tensione morale, e a quello di Iñárritu, per l’elasticità del racconto, ma a conti fatti un certo schematismo sembra inevitabile. Tenendo presente tutto questo, Un mercoledì di maggio ha il merito di proporre uno sguardo lontano da ogni becero moralismo così come dal cinema-spazzatura della lacrima facile, figlio degenere della tv, e in cui gli eccessi del simbolismo sono stemperati dalla partecipe constatazione della realtà.

Grazie all’accorta sceneggiatura e a una regia cristallina, Un mercoledì di maggio si dimostra un lavoro denso e stratificato, nel quale le singole vicende sono il simbolo e l’espressione di aspetti universali quali il dolore, la cura per le persone amate, i rigidi limiti della religione e le idiosincrasie di un Paese troppo attento alle questioni internazionali per poter preoccuparsi del benessere dei propri cittadini…

Come nel gioco di specchi creato sedici anni fa da Jafar Panahi con Il cerchio, la condizione segregante dell'universo femminile iraniano continua a essere spunto di riflessione, metro di paragone, mezzo di analisi e rilettura di una società che prosegue il proprio cammino di modernizzazione pur restando in parte ancorata a certi ‘nodi' del passato. Un'opera prima imperfetta che pure condensa nella geometria frammentaria di luoghi e storie l'impasse sociale di un territorio in progressiva crescita, ma ancora per certi versi lontano da un'idea di eguaglianza e parità sociale.


QUI la conferenza stampa al festival di Venezia


domenica 25 settembre 2016

Twenty Days Without War (Dvadtsat dney bez voyny) - Aleksej German

Aleksej German ha girato solo sei film in tutta la carriera e tutti lasciano il segno.
qui si racconta la storia di un ufficiale che torna a casa, in licenza, i treni sono pieni di soldati in movimento, finché sono vivi.
la guerra è la seconda mondiale, contro i nazisti, è una guerra di difesa, crudele come tutte, e anche di più.
il maggiore Lopatin torna a casa, a Tashkent vede i suoi amici, i compagni attori, conosce un po' di persone.
le relazioni non sono facili, e la merda della guerra è sempre lì.
gli attori sono bravissimi, e Aleksej German è un gigante.
buona visione - Ismaele







Su siguiente largometraje, Veinte días sin guerra (1976), se abre y cierra con sendas secuencias de soldados avanzando, pero es fundamentalmente un film intimista, como bien lo demuestra una escena temprana en la cual –en estricto plano fijo y sin cortes– un oficial de licencia le cuenta al protagonista las vicisitudes de la relación de pareja con su ahora ex mujer. La guerra mata, sí, pero también separa y divide a los que están vivos…

Los primeros episodios de Veinte días sin guerra ejemplifican su credo del “elenco de reparto”. En su viaje desde el frente, Lopatin se encuentra en su compartimento de tren con un viajero desconocido, un capitán anónimo de la Fuerza Aérea (Aleksei Petrenko). El diálogo de 10 minutos del piloto, filmado con sonido sincronizado y que solo contiene un corte (debido al hecho de que Petrenko pronunció un insulto por error) de inmediato aleja la película de su “protagonista”, que pasa a ser un espectador pasivo que prácticamente desaparece de la película durante un rato. Petrenko, quien interpretó a Rasputín en Agonya, de Elem Klimov, considera con razón que este fue el mejor papel de su carrera…

Veinte días sin guerra, 1977, está basado en las memorias del poeta y corresponsal de guerra Konstantin Simonov, responsable del guion, y está centrada en un militar al que se le conceden 20 días de permiso para que se dirija a la ciudad de Taskhent a informar, entre otras cosas, sobre un film propagandístico que se está realizando allí. El film, otra vez, está construido a través de diversos episodios que muestran las repercusiones del conflicto sobre los diversos pobladores en un lugar aparentemente alejado de la contienda. Una de las cosas que llaman la atención es la modernidad de la narración, que vuelve a mostrar a German como un cineasta mayor, totalmente alejado de los clisés del cine de la época en su país. Hay momentos notables, como el monólogo de un militar narrando en primer plano a lo largo de más de diez minutos una experiencia personal, el ruego de una mujer para que le den datos de su esposo, del que le han enviado su reloj o el silencioso encuentro sexual del protagonista con una mujer abandonada por su esposo. Rodado también en blanco y negro en un clima casi siempre neblinoso y con una notable banda de sonido compuesta por canciones populares rusas, el film es otra acabada muestra del talento del director...



il film comincia così:

Frantz – François Ozon

François Ozon riesce a fare sempre film che sono nuovi, diversi dai precedenti, non si ripete, e ti stupisce sempre.
Frantz è un film di mistero, di menzogne, è un film pacifista, con una sceneggiatura a orologeria, che ti cattura fino all'ultimo minuto, è  un film in bianco e nero e anche a colori, è un film sul perdono, e sull'odio, con attori bravissimi, sia Pierre Niney (nel film sembra a tratti Adrien Brody, di più Sean Penn, ne sentiremo parlare), sia Paula Beer (anche di lei sentiremo parlare).
può ricordare altri film senza copiarne nessuno, come per esempio Il silenzio del mare (a me ha ricordato, in certi momenti, quel gran libro che è Vita breve di un giovane gentiluomo).
è in una sessantina di sale, abbastanza per essere un bel film (sembra un pensiero polemico, lo è).
cercatelo e guardatelo tutti, non ve ne pentirete.
buona visione - Ismaele








…Il "solito" Ozon, verrebbe da dire. Ma stavolta nell'accezione più positiva del termine: indubbiamente ruffiano e manierista, ma anche impeccabile nella messinscena e nella direzione degli attori, tutti davvero bravissimi. Frantz è un film di gran classe, che racconta una storia apparentemente semplice attraverso una sceneggiatura fatta di quadri in movimento che avvolge (e coinvolge) fin da subito lo spettatore, stregato di un bianco e nero "sporcato" ad arte che si colora nei momenti emotivamente più intensi, a simboleggiare la felicità, il trasporto, la gioia di due vite che di lì a poco saranno spezzate dalla guerra…

Difficile davvero resistere a Frantz, per via di una ricostruzione d’epoca smagliante – siamo in una piccola città tedesca nell’immediato dopoguerra mondiale, la prima guerra mondiale, quella delle trincee e dell’iprite – con ruffianissime e sapienti alternanze tra bianco e nero e colori. Ozon è così bravo da evitare l’effetto tremendo da museo delle cere, da laboratorio dell’imbalsamatore, da museo del costume e della moda sempre in agguato nei periodo-movie. Sa essere squisito e filologico senza cadere nelle smancerie e nella sfilata di moda vintage. Del resto, che fosse un manierista sopraffino lo si sapeva, che fosse di un eclettismo sbalorditivo -  capace di giocare vertiginosamente su registri diversisissimi – pure. Il gran manipolatore e utilizzatore finale di plurimi generi della storia del cinema stavolta, e non è la prima volta, si misura con il melodramma d’epoca, nella sua variante vite devastate dalla guerra con ricadute sui reduci, su chi dal fronte è tornato ma con irrimediabili lacerazioni dentro…

Ozon, senza rifuggire dagli stilemi e dai cliché, trova la bellezza della semplicità, forse come mai gli è accaduto prima. È una semplicità che è frutto di artificio, di un lavoro di cesellatura, certo. E che è distante anni luce da Lubitsch. Ma il risultato è, comunque, impeccabile. Una storia che procede in maniera cristallina, lineare, che appiana tutte le sorprese, i potenziali sconvolgimenti, le tentazioni di tortuose implicazioni. Perché tutta concentrata sull’unico vero dramma, quello dei sentimenti di Anna, sempre chiari, evidenti ai nostri occhi, disegnati nello splendido volto di Paula Beer, eppure sempre negati, taciuti, delusi, disattesi. E questo è vita.

…Ozon in Frantz mantiene inalterato il forte impianto pacifista dell’opera originale e anzi lo arricchisce con nuovi elementi nella seconda parte, anche grazie alla sua posizione di uomo contemporaneo che sa che dopo gli eventi narrati c’è stata ancora un’altra guerra mondiale, e alla posizione di francese che non teme di evidenziare i passaggi cruenti della Marsigliese.
Ma in definitiva il film è l’ennesima variante del regista nell’ambito della satira della famiglia borghese mononucleare che si fonda sull’unione eterosessuale. Tali sono le due corrispettive famiglie dei protagonisti, quella tedesca dominata da un austero patriarca, figura alla Dreyer o alla Bergman, e quella francese che celebra i suoi fasti in un castello. È in questo contesto patriarcale che si sviluppa tanto il nazionalismo – lo Stato come superiore figura paterna – tanto la menzogna. Un mondo che si fonda sulle falsità, che tarpa le ali alle ambizioni dei figli. Un mondo che è così pronto ad accettare la bugia, anzi è la stessa famiglia di Frantz a stimolarla e metterla in bocca ad Adrien. La menzogna su cui si fonda il film che è anche metaforica del cinema stesso e dell’arte in generale…

sabato 24 settembre 2016

Gummo – Harmony Korine

un'opera prima che lascia il segno.
dopo aver visto il film di Harmony Korine mi è venuto in mente Donnie Darko, anche lì dei ragazzi vagano, facendo cose strane, dicendo cose strane, i genitori ci sono, ma contano poco.
Gummo è stato girato in una comunità e in una cittadina mezzo distrutta da un uragano, ma sembra un posto visitato da un'esplosione atomica, con i superstiti con i cervelli danneggiati.
i ragazzini e le ragazzine vivono in un mondo altro, ma che è il nostro, pensano e fanno cose che sembrano strane
il punto è che non è un film di fantascienza, per quanto vorremmo, ma quasi solo una cronaca.
sappiate che non starete bene dopo aver visto questo film, ma avrete visto qualcosa che non si dimentica.
buona visione - Ismaele




… Gummo è un film a cui il concetto di bellezza non si appiccica neanche per sbaglio. Anzi, è difficile anche solo considerarlo un film. Uno sguardo su Xenia, cittadina dell'Ohio sconvolta dall'uragano Gummo che ne ha decimato la popolazione lasciandola nel degrado più assoluto. Forse l'uragano però è stata solo la mano divina che, abbattendosi sul paese, ne ha messo in luce il marcio che latente l'ha sempre contraddistinto e che, forse, contraddistingue l'umanità intera.
Gummo è una pellicola che, attraverso uno stile (finto) documentaristico, racconta storie terribili, personaggi disgustosi e la vita a cui costoro si aggrappano con tutte le loro forze. Adolescenti che, privi di una guida adulta (gli adulti sono morti, catatonici o peggio dei loro figli) si ritrovano allo sbando vittime di una violenza che perpetuano ai danni dei più deboli (i gatti che ammazzano per gioco e per soldi), delle droghe e di sesso mercenario. Il tutto messo insieme senza soluzione di continuità, alternando le vicissitudini dei vari protagonisti alle finte interviste degli abitanti. Per questo non si può considerare Gummo un film vero e proprio, almeno dal punto di vista formale. 
Attori non professionisti (tranne Chloë Sevigny), macrocefali, nani neri. Ragazzini vestiti da coniglio che pisciano e sputano da cavalcavia colmi di immondizia. Linguaggio volgare sulla bocca di bambini in età pre-adolescenziale, bestialità e l'orrore che diventa normalità in un mondo orribile.
In un certo senso Gummo è un film dotato di un'attitudine pasoliniana. Ma è anche la rappresentazione di un sogno americano che non si è mai avverato. Un incubo. Vivono nell'incubo Solomon e Tummler, piccoli mostri sniffacolla. Vivono nell'incubo Darby e Dot, ragazze assuefatte all'anormalità. Non c'è salvezza per loro, non ce n'è per nessuno. Eppure Gummo è il plateale tentativo di sconvolgere ad ogni costo, esasperato persino. Si punta sull'orrido e il grottesco, sul brutto per dar fastidio e far parlare di se. Perché è furbo, pure troppo. Quindi può piacere o no, senza mezze misure. A me è piaciuto - per la fotografia di Jean Yves Escoffier, per la colonna sonora che va dal metal all'hardcore passando per folk e classica, perché non annoia e resta un tentativo controtendenza - ma non lo reputerò mai un bel film. Perché non lo è e probabilmente non lo vuole essere.

Il primo lungometraggio dell'allora 24enne Harmony Korine è un film nel sottoproletariato bianco a stelle e strisce.Gummo non interpreta, descrive con personalità ed empatia le scorribande e gli espedienti di giovanissimi baraccati sopravviventi in una cittadina di palude e provincia, non a caso chiamata Xenia. Brevemente, senza timore di dissacrare: dove Accattone dipingeva con tinte pasoliniane il sottoproletariato romano anni '50-'60, Gummo pennella (e graffia) quello un po’ più globalizzato, ma parimenti spietato e fognaiolo, degli USA fine anni ’90. L'attrazione per gli ultimi, i folli e gli sbandati, anche quando sono messi in cattiva luce, è pura e appassionante. E' anche esasperata. (Ogni tanto mi chiedo: perchè dovrebbe dare fastidio l'esasperazione, l'enfasi? La vita di quelle persone è ESASPERATA ed è ESASPERANTE. Provare per credere. Korine e Pasolini lo sanno e non si fanno quel genere di pippe).
Ad ogni modo, per me, Gummo è un film da spellarsi le mani per il coraggio di raccontare in quel modo quei personaggi, enfasi compresa.

“Il senso di tutto questo cinismo, di questa assurdità? Dire a tutti: tranquilli, ci sono io, Harmony Korine. Forse Korine pensa di svelare la cruda verità attraverso l’esibizione di giovani problematici senza alcun adulto a far da modello positivo, ma è solo spazzatura. C’è una differenza tra osservare la realtà senza batter ciglio e sguazzare nella degenerazione”. Così parlò Mark Caro del Chicago Tribune nel 1997, come lui si espressero moltissimi critici americani, impreparati alla visione di Gummo: un film ripugnante, crudele, rancido, perverso secondo i più severi, secondo i più buoni invece un film sconclusionato e velleitario. Avevano ragione tutti quanti, Gummo è un capolavoro, uno dei film più caotici, disturbanti, perturbanti della storia del cinema…

 I personaggi compiono delle microstorie a sé stanti che servono sempre e solo a sottolineare un unico e ben preciso concetto, ovvero di un mondo dove nulla riesce più a smuovere gli animi e dove ogni valore sembra perso. Il che è un messaggio giusto e con una sua non indifferente portata, ma esprimendosi fin da subito in tutta la sua interezza finisce per perdere col tempo tutto l'appeal iniziale. E la voce finto depressa fuori campo aiuta di molto nell'accumulare un senso di disagio che a lungo andare si fa insopportabile, fino ad arrivare a far riconoscere l'esito finale nella mera provocazione gratuita. Fortunatamente non si arriva mai a quel livello in maniera totale, ma certi tratti mi hanno davvero fatto storcere il naso più di una volta, specie nell'insensatezza dell'andazzo generale, alla lunga davvero stancante e fin troppo facilone. Ma alla fine rimane il particolare più importante di tutto: nel bene e nel male questo Gummo non è un film che fa rimanere indifferenti proprio per via di questo sua estremismo. E anche se la sua ultima visione risale a qualche anno fa, certe sequenze sono ancora vive nella mia memoria…

Opera prima dell'enfant terrible Harmony Korine, che a 19 anni aveva attirato l'attenzione su di sé per aver scritto l'acclamato e criticatoKids (1995). A 23 anni Korine mette nero su bianco la propria esperienza di vita a Nashville, trasportandola nel fantomatico, ma esistente, paesino rurale dell'Ohio, Xenia. Gummo è uno sguardo che vorrebbe essere freddo e distaccato verso la nichilista gioventù della Middle America, ma lo stile alienato, frammentario e iperrealista di Korine risulta ancor più nichilista dei personaggi che vorrebbe ritrarre. La struttura non lineare dell'opera e la programmatica sgradevolezza del tutto, tradiscono il potenziale di "verité" che Korine vorrebbe iniettare in Gummo. Il risultato finale è imprescindibile dal fatto che ai tempi delle riprese il regista avesse 23 anni e quindi la sensibilità con la quale viene affrontato il film sembrano riflettere tutta l'erraticità e l'indeterminatezza di quell'età, così come il modo di captare tematiche, rigirarsele fra le mani per pochi minuti e lasciarle in giro in disordine. Lo stesso regista avrà modo di dire: "I never cared so much about making perfect sense. I wanted to make perfect nonsense. I wanted to tell jokes, but I didn't give a fuck about the punch line(Non mi è mai interessato molto il fatto di dire cose che avessero un senso perfetto. Ho voluto fare dei nonsensi perfetti. Ho voluto esprimere dei giochi di parole, ma non me ne frega un cazzo delle frasi ficcanti)"…