lunedì 4 luglio 2022

Patty Hearst – Paul Schrader

Patty Hearst fu rapita dallo SLA (l’Esercito di Liberazione Simbionese), e divenne una loro compagna e guerrigliera.

Paul Schrader si cimenta in uno dei pochissimi film che ha girato senza averlo prima sceneggiato.

è un film che si mette nei panni di Patty, senza dare giudizi.

erano anni in cui negli Usa i movimenti antagonisti, anche armati, erano numerosi e con un certo seguito popolare, escludendo l'FBI.

non è il film migliore di Paul Schrader, ma i suoi film non migliori sono bellissimi (e gli altri sono capolavori).

buona (rivoluzionaria) visione - Ismaele

 

 

 

 

 

I personaggi di Schrader sono spesso così: sfuggono ad ogni piacevole identificazione o facile approvazione morale. Sono scomodi, riflettono la confusione contemporanea, una moralità idiosincratica. Per la prima mezz’ora del film, mentre l’identità di Patty si sgretola nel buio dello stanzino in cui è segregata, dei membri del commando non vediamo che le silhouette affacciate alla porta. Vittima e carnefici condividono un unico obiettivo: l’autorealizzazione, intesa come il bisogno di realizzare a pieno le proprie potenzialità, le proprie capacità. Di estrofletterle, di portarle nel mondo, di trasformare la potenza in atto. Non senza manipolazioni, come si diceva, senza (auto)convincimenti e (auto)focus, entrando in una pericolosa relazione con se stessi e con gli altri, attraverso la performance. Ecco perché durante l’ultima parte dell’opera, dedicata al processo, il pubblico ministero chiede alla ragazza se stesse recitando o meno durante la militanza nello SLA. L’incipit del film, con quell’estratto di voice over che apre questo breve approfondimento (tratto a suo volta dall’autobiografia della donna) è a tal proposito una vera e propria dichiarazione d’intenti. Un crane shot riprende Patty (Natasha Richardson) mentre cammina nel mezzo di una folla di studenti della University of California, a Berkeley. Per un attimo la sua figura si perde indistintamente tra i corpi dei tanti studenti, per poi riemergere quando la macchina da presa scende verso terra. La voce di Patty accenna ad un’infanzia normale, da privilegiata molto sicura di sé, una che fa piuttosto che pensare, un’atleta più che uno studente, un essere sociale più che un solitario. E’ il caso, l’ignoto (the unknown nella dicitura originale) a sparigliare le carte, a far precipitare l’edificio di una personalità non ancora uscita pienamente dall’adolescenza. Ben lungi dall’essere una critica piena di disprezzo e derisione per le istanze rivoluzionarie come alcuni critici europei si affrettarono a dire all’indomani della proiezione a Cannes, Patty Hearst è un film sulla fragilità dell’identità, sull’ambiguità delle forme che finisce per assumere, sul ruolo degli atti performativi nella sua definizione. Temi che, opportunamente integrati da derive più squisitamente metalinguistiche, saranno al centro del suo cinema che verrà, negli anni Novanta e Duemila, fino a quell’ultimo capolavoro che è First Reformed.

da qui

 

The entire film centers on the remarkable performance by Natasha Richardson as Hearst. She convinces us she is Hearst, not by pressing the point, but by taking it for granted. She is quiet, a little sullen, not forthcoming. She tells people what they want to hear. During all of the tremendous excitement and passion of her ordeal, she hardly seems to be present; this is not a good time for her or a bad time, but a duty.

Schrader also avoids the temptation to make the SLA members into colorful firebrands. They come across as weak, sad people, so hidebound in ideology that they seem shell-shocked. They are all passive personalities, under the will of the leader Cinque (Ving Rhames), who uses revolutionary rhetoric but has created in the SLA a community where no one is free. It’s startling when Schrader re-enacts events we remember from TV (such as Hearst’s bank robbery) or uses actual TV news footage (of the firestorm that engulfed the SLA hideout). This whole story seemed so much more exciting from the outside.

da qui

 

...Patty Hearst non è un film “sbagliato”, ma “splendidamente sbagliato”, e questo a causa del fatto che non imbocca alcuna strada univoca, ma preferisce acuire l’ambiguità e il parossismo della vicenda, esasperando questa scelta attraverso un continuo cambio di registro narrativo: dalla farsa al dramma, passando per il surreale, dentro a un “clima” profondamente claustrofobico, trascrive (letteralmente) i passaggi essenziali della vicenda senza esprimere un giudizio. I terroristi dello SLA appaiono come una massa di “disperati” riuniti in una comune dell’illegalità in cui sesso e violenza sono ambiti interscambiabili, mentre gli ideali sono monolitici e conformisti: lo stato è fascista, i poveri dei bisognosi e i terroristi dei benefattori. Millantando la presenza (inesistente) di altre cellule Sinkiou cerca di convincere il gruppo, e se stesso, che le masse di diseredati che vivono ai margini delle periferie delle grandi città sono pronti a seguirli, mentre non solo non è così, ma gli unici aiuti che trovano vengono da immigrati musulmani, che poco hanno a che spartire con i “presunti” ideali dello SLA. Tutta la vicenda Hearst è infatti trattata da Schrader con disarmante semplicità, non tanto per una scelta irresponsabile (come potrebbe apparire), ma perché le incongruenze e le iperboli che la caratterizzano non possono trovare altra chiave di lettura se non quella del grottesco e (talvolta) della parodia…

da qui

 

Patty Hearst fue un opus extraño y aún lo es dentro de la filmografía de Paul Schrader. Claustrofóbica, oscura y pálida, la obra indaga en la transformación de una joven estudiante burguesa en un icono revolucionario, de víctima de un secuestro a delincuente buscada por la policía. Confusa y polémica, la película captó con gran profundidad la ideología revolucionaria del grupo y las transformaciones que sufrió Patty Hearst, una mujer que tras el estreno cobraría aún más notoriedad y colaboraría con el director John Waters en varios de sus films, como Cry-Baby (1990), Serial Mom (1994), Pecker (1998) y A Dirty Shame (2004).

A pesar de las críticas no muy positivas que la película tuvo en su época, mayormente producto de la incomprensión de la postura del director o de la actitud de los críticos ante la historia y el caso más que sobre el film, Paul Schrader se adentra aquí con éxito en una de las historias más incomprensibles e indefinibles de la década del setenta sobre la maleabilidad de la personalidad y la psiquis humana, cuestión que deja al descubierto la delgada línea entre el lavado de cerebro, el adoctrinamiento y la formación ideológica y política. Patty Hearst demuestra el impacto que el descubrimiento de mundos y de personalidades fuertes y fascinantes tiene en la mayoría de las personas, y el personaje de Patty es sin duda un icono de las contradicciones llevadas hasta sus últimas consecuencias. En este sentido Schrader logra reconstruir muy bien las instancias de las decisiones de una joven que nunca serán del todo comprendidas por la opinión pública para eventualmente dejar en claro que si hay algo que se puede decir sobre el ser humano es que su irracionalidad siempre va de la mano con su imprevisibilidad.

da qui

 


domenica 3 luglio 2022

Una vita al massimo – Tony Scott

un film di Quentin Tarantino diretto da Tony Scott.

i protagonisti sono bravissimi, in un film a cento all'ora, che ha bisogno di molti stunt(wo)men.

una storia d'amore che supera tutti gli ostacoli, e sono molti, quelli che la sorte mette loro davanti.

non ci si annoia un attimo, e poi Tarantino è per sempre Tarantino, no?

buona (adrenalinica) visione - Ismaele


 

QUI si può trovare il film completo, in italiano

 

 

 

La protagonista, Alabama, è sicuramente il personaggio più riuscito, contribuendo ad alleggerire i toni del film e a renderlo quasi una favola romantica. Patricia Arquette e Christian Slater sono poi circondati da un cast di tutto rispetto, che si rivela essere un altro punto di forza della pellicola. Ultimo, ma non meno importante, è il merito che bisogna attribuire alla favolosa colonna sonora del pluripremiato Hans Zimmer.

Una vita al massimo è un film fin troppo sottovalutato e spesso finito nel dimenticatoio, un’opera che sa essere divertente e certe volte “profonda”, da vedere per completare il trittico pulp e per ammirare una delle tante sceneggiature di Tarantino, che non bastano mai

da qui

 

el descubrimiento o la revisión de este título es una excelente oportunidad de revalorar el legado fílmico de Tony Scott, injustamente dejado en segundo plano por un más famoso y exitoso hermano mayor. Incluso, al observar más detenidamente, el trabajo del menor de los Scott parece mucho más coherente en su conjunto, con tópicos recurrentes que se ven en “True Romance” y cruzan toda la obra, como la marcada figura masculina en el sentido clásico del término (aquel que debe asumir responsabilidades, debe proteger, debe hacerse cargo de proveer); la ética torcida de sus personajes, que dejan atrás una moral más tradicional y se vuelven fieles a sus principios o intereses; o el uso dosificado de la violencia, a veces entregada con cuenta gotas, a veces desatada, según la necesidad de la historia. Por esta y más razones, “True Romance” es una muestra representativa del talento de Tony Scott, quizás uno de los últimos artesanos del cine de acción hecho en Hollywood.

da qui


Ed eccolo qua il famoso film sceneggiato ma non diretto da Tarantino. Ragazzi è un gran film! Appassionante, avvincente, divertente. Devo dire che era un po' di tempo che non mi divertivo così tanto a vedere una pellicola. Leggendo gli altri commenti sotto, ho visto che molti utenti hanno disprezzato la regia di Scott lodando solamente il lavoro di Tarantino. Io invece vado controcorrente, in quanto mi è sembrata una regia molto dinamica, pulita e diretta. Non ci si annoia mai, c'è una perfetta alternanza tra scene comiche e scene drammatiche e in generale una perfetta amalgamazione tra i due generi. Poi son rese benissimo le numerose scene di violenza, molto enfatizzate e rese abbastanza pesanti. Quella finale ne è un perfetto esempio. Poi anche la caratterizzazione dei personaggi è ottima, basti pensare ai pochi ma grandi minuti quando sullo schermo compare Walken, il quale appunto, oltre che recitare benissimo lui stesso, viene diretto in maniera esemplare, nonostante la poca durata della sua comparsa. Poi si, la sceneggiatura del buon Quentin, fa tutto il resto del lavoro: dialoghi fantastici, situazioni condite da humor nero a non finire e quant'altro. Ah, poi è grandissima l'idea di far dialogare Clarence e Elvis Presley nei bagni delle varie ambientazioni, come se il primo avesse bisogno sempre di input dal suo idolo per riuscire a trovare la soluzione per i problemi che sorgono. La fotografia l'ho trovata discreta anche se nulla di speciale, mentre invece ho trovato una eccezionale colonna sonora. Buono il montaggio. Il cast è condito qua e la da varie star del cinema in ruoli minori: ci sono appunto Walken, Pitt, Jackson e la Arquette che in realtà poi è tra i protagonisti. Tutti bravi, anche Christian Slater. Scott, con questo lavoro, secondo me, cerca di valorizzare molto l'amore, il quale è mostrato come la cosa più forte che c'è, e che resiste anche nelle circostanze più complicate. Finale bellissimo anche se un po' stereotipato.

da qui

 

sabato 2 luglio 2022

Simon killer – Antonio Campos

una bellissima sorpresa, questa terribile storia di un americano a Parigi. 

i protagonisti sono due bravi registi, Brady Corbet (Simon) e Mati Diop (Noura), e sono bravissimi.

alla lontana ricordSynonimes, di Nadav Lapid, la storia di un espatriato a Parigi.

Simon è un campione del mondo dei bugiardi, non sappiamo se se ne rende conto, o è fuori di testa completo.

comunque sia, il film è avvincente e inquietante, inizi a vederlo e non te ne stacchi più.

buona (ottima) visione - Ismaele




Llevando al extremo el punto de vista mediante un uso del lenguaje audiovisual marcadamente narrativo (donde el sonido y el empleo de la música adquieren una importancia capital), Campos plantea una obra fuertemente psicológica, en la que la distancia de la cámara en las diferentes secuencias de sexo que pueblan la película o el descabezamiento de los personajes mediante el encuadre, enfatizan el desapego emocional de su rol protagónico y el materialismo por el que rige su existencia, ya sea el de la mujer como puro objeto y recipiente con el que saciar su apetito sexual (físicamente o virtualmente) o el dinero para seguir manteniendo su particular castillo de naipes. Por esa misma razón, por no sentir nada más allá de lo puramente físico, Simon rechaza ver el rostro en el momento que mantiene relaciones sexuales, ignorando la identidad ajena para focalizar su máximo interés por un cuerpo que tanto desea. Mientras el juego genérico difumina los límites de Simon Killer y sumerge sus imágenes en un contexto de materialismo y superficialidad tan desencantado como descorazonador, el embrionario estado psicopático de su personaje principal empieza a eclosionar en el seno de una juventud desnortada y sin rumbo, consolidando la voz propia de un cineasta tan interesante como prometedor.

da qui

 

Con una mirada seca y dura potencia la fuerza connotativa de lo visual mediante una puesta en escena fría y austera, con sutiles zooms en retrocesos que van enmarcando gradualmente la visión. Una elección estilística que mantiene oculto lo inaccesible pero que muestra su fuerza  desestabilizadora. Esta modulación permite cierto espacio para lo dislocado dentro de esa debilidad de Simon, de niño desamparado y perdido, perfectamente tejida en una planificación visual morosa, donde la acción  bulle a fuego lento y sostiene una tensión en sutil crecimiento. Si bien, Antonio Campos no nos deja acercarnos a la evidencia, aún así siempre sabe trascendir la banalidad de lo real, esa áspera filmación del sexo por ejemplo, y nos embarga en una intranquilidad pegajosa. De esta manera, estos tres films nos están hablando de la disolución del yo, del borde del precipicio, cada una desde una apuesta de la sustracción: una depuración en las formas visuales y narrativas que vienen a sumar vías secundarias dentro de los espejismos de la ficción, aquí proyecciones del horror, antes que éste eclosione y contamine con su poder.

da qui

 

E Campos  (Buy It Now, 2005; Christine, 2016) – firma unica alla sceneggiatura del film, ricavata da un soggetto scritto insieme a Corbet e Diop, mentre al montaggio è stato affiancato da Zachary Stuart-Pontier e Babak Jalali – costruisce lo smarrimento e l’abisso senza dare nessun nome alla tensione muta che attraversa il film, la lascia apparire a un certo punto, la trattiene, la confonde,  accosta e separa piccoli slanci e grandi  implosioni emotive, disloca e nasconde le loro traiettorie, in un flusso di senso come una vertigine che stordisce e ribalta la scansione del tempo, mette a duello l’immagine e il suono contundente, violento, che penetra e squarcia l’immagine, la vìola. Incrocia  Haneke, Dance Yrself Clean degli LCD Soundsystem  ed estetica pop, di questa ne graffia l’ideologia, decentra, rende parziali, incomplete le sue ossessioni, i suoi corpi.  Meno ortodosso di AfterschoolSimon Killer non è meno teorico, forse solo più libero, riesce a  dire di più del cinema di Campos, nel suo ritornare a filmare la questione dello sguardo:  che non è più quello esterno, tirannico, invisibile del suo film precedente, ma è assimilato ormai da un reale che è di tutti: collettivo, frammentato, ingannatore, una menzogna. Che cancella ogni possibilità d’assoluto,  che mostra l’ottusa sterilità del nostro feticismo scopico. Simon Killer è li a praticare lo svelamento clandestino. È  paradossale resistenza.

da qui



venerdì 1 luglio 2022

La fortezza - Stuart Gordon

un film distopico nel quale le donne non possono fare più di un figlio, i figli se li prende un'impresa che li trasforma in superuomini, le prigioni sono private, il mondo è delle corporations, sembra distopico, vero?

il film è avvincente e non annoia un secondo.

è una lotta per la sopravvivenza, ma si salva solo qualcuno, il Sistema resta quello di prima.

buona visione - Ismaele

 

 

 

 

 

Ed è proprio di 2013 – La Fortezza (questo il titolo italiano) che vogliamo parlarvi oggi, non un film minore di Gordon (assolutamente), ma uno di quelli probabilmente non menzionati abbastanza quando si parla del regista. E per quanto mi riguarda, uno dei titoli che ho visto più volte nella sua filmografia. Un’opera interessante e accattivante sia dal punto di vista visivo che concettuale ed ideologico. Unisce prison movie e distopico, non disdegnando momenti d’azione, riuscendo a piazzare quegli inserti di violenza exploitativa tanto cari al regista.

2013 – La Fortezza è ambientato in un futuro imprecisato (pare sia il 2017) nonostante una distribuzione italiana che piazza senza motivo un ‘2013’ nel titolo. Le risorse scarseggiano, la popolazione è rigorosamente controllata in funzione dell’equilibrio del pianeta, ogni individuo ha un codice a barre identificativo tatuato sul corpo, ogni coppia può avere un solo figlio, concepire un secondogenito è un reato punito dalla legge – chiaro riferimento alle politiche sociali cinesi.

Queste premesse portano ad un prologo teso quanto drammatico, in cui l’ex soldato John Brennick e sua moglie Karen tentano disperatamente di passare il confine tra Stati Uniti e Canada per salvaguardare la nascita di un figlio che solo sulla carta risulterebbe essere il secondo (il primo era nato morto), uno di quei momenti in cui sei portato a tifare affinché ce la facciano nonostante sai già che non sarà così…

…2013 – La Fortezza è senza dubbio un piccolo cult che merita di essere riscoperto. Per il modo in cui aggiorna il prison movie in chiave futuristica, in una combinazione di elementi visivamente accattivante. Stuart Gordon fa buon uso di cast e location, si concentra sul lato exploitation senza dimenticare alcuni interessanti spaccati di critica sociale. Ed aggiunge un altro tassello al suo rispettabilissimo curriculum di genere.

da qui

 

In un futuro distopico per controllare le nascite non si potrà avere più di un figlio e chi sgarra finisce in prigione; Lambert e consorte sgarreranno. La trama non è nulla di nuovo, controllo delle nascite e fuga dal penitenziario, temi piuttosto comuni, ma nonostante tutto Gordon con un'ottima regia riesce a imprimere un buon ritmo. Si tratta di un B-movie ma è ben confezionato e coinvolgente, con begli effetti speciali e una serie di comprimari a cui ci si affeziona. Nel suo piccolo merita!

da qui

 

Un buon film di intrattenimento di un regista certamente più a suo agio con il genere horror che con la fantascienza (anche se qualche concessione Gordon se la concede). Tutto sommato qualche spunto originale il film lo possiede soprattuto nella prima parte, mentre nella seconda diventa più convenzionale. Ciononostante il film non delude ed il risultato complessivo è più che dignitoso.

da qui

 

Onesto film di genere di primi anni '90 diretto da un genio del cinema di serie b.

Il soggetto principale è abbastanza rivisto ma comunque interessante, scenografia ottima (considerando il budjet di 8 milioni di dollari circa), e atmosfere da cult indimenticabili.

3 o 4 piccole idee geniali e fantasiose ci sono sicuramente (il chip installato nei detenuti, la direzione della prigione o il cristallo da leggere attraverso i laser), come c'è anche qualche dialogo tirato via, qualche scena d'azione che scricchiola e qualche interpretazione per niente impeccabile (Lambert)... niente di perfetto quindi (ovviamente...), ma uno dei miei preferiti di Gordon.

da qui


 

mercoledì 29 giugno 2022

Cruising - William Friedkin

un'indagine del poliziotto Burns sotto copertura, deve trovare un serial killer di omosessuali.

e per questo deve fingere di esserlo, e questo lascia forse dei segni nella sua mente.
la fidanzata non lo riconosce più e l'indagine finisce ma forse no, e un assassino di gay continua a minacciare la città.
Al Pacino è sempre bravissimo, convincente e coinvolgente e coinvolto, oltre ogni limite, in un film poliziesco, con la comunità gay protagonista.
film odiato e amato in ugual misura, merita di sicuro.
buona (poco chiara) visione - Ismaele





Friedkin torna a parlare d’omosessualità 10 anni dopo Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970) ed i toni sono effettivamente diversi e più coraggiosi. Una N.Y. così non si era mai vista, una metropoli inquadrata solo dal basso, che sembra un costante crocevia di soli omosessuali e ragazzoni pompati dediti alla pratica del sadomaso e con un particolare gusto per borchie, jeans e pelle: una città fotografata con un particolare filtro di forte cinismo, tanto crudo da sembrare a momenti quasi razzista (quel terrificante Noi siamo ovunque che si accende di rosso tra i graffiti sembra quasi un avvertimento). Al Pacino è il maschio scelto per risolvere il caso, la sua fisionomia ed i suoi colori sono gli stessi delle vittime ma il suo ruolo è quello istituzionale di un poliziotto in una storia vera che nella realtà non ha conosciuto colpevoli (come ricorda il prologo). La sua ambiguità, che si versa nello specchio attraverso il suo sguardo quando sente che la moglie indossa i vestiti che ha usato per il travestimento, è già esplicitamente descritta in quella violenza che una pattuglia di polizia fa ad una coppia di trans, obbligandoli ad una fellatio. Pubs squallidi e luci soffuse, il noir di N.Y. ha lo stesso colore dell’acqua dove è pescato il braccio di una vittima. Friedkin gira con stile e distanza, ma quello che questa volta racconta (sua anche la sceneggiatura tratta dall’omonimo libro di Gerard Walker) è ambiguo quanto l’aria che Burns respira. Unico errore dopo quasi 19 minuti, quando Al Pacino fa ingresso nel locale di ritrovo per gay e sono inquadrate attraverso la sua soggettiva, i volti di quelli che escono: su di loro è proiettata l’ombra della cinepresa. Forse il lavoro più completo del regista sul tema dell’ambiguità, tra violenza e giustizia, tra machismo ed omosessualità.

da qui

 

Burns cambia pelle, ha uno sguardo introspettivo, ci parla con i gesti e non con le parole. L’unico momento dove si concede uno sfogo è quando si confronta con il capitano Edelson. Burns è stremato e confuso (dopo aver assistito al pestaggio di un sospettato, Skip Lee, in realtà innocente in quanto le impronte digitali non corrispondono con quelle del maniaco) e gli dice apertamente di non poterlo più fare. Crede di non farcela più perché gli stanno succedendo delle cose che nemmeno lui riesce a spiegare. Nonostante le parole, tuttavia, viene convinto a proseguire e spinto a a pensare alla futura promozione.

Burns inizia allora a riconoscersi negli abiti di pelle che indossano gli omosessuali nei ‘Leather Bar’. Il personaggio, attraverso una ‘muta silenziosa’, cambia la propria prospettiva e nel silenzio indossa ciò che all’inizio gli risultava estraneo. Le persone di notte si riconoscono attraverso i luoghi, attraverso gli abiti, attraverso le bandane che si legano alle tasche (ogni colore rispecchia una richiesta, un ruolo preciso). Il protagonista subisce una vera e propria metamorfosi, si lascia trascinare dal caos e corrompere dall’oscurità che ha dentro.

Al Pacino, grazie a una intuizione, riesce infine a scovare il vero assassino, Stuart Richards, uno studente di musica che ha un’ossessione malata per il padre, che in realtà è deceduto da dieci anni. Burns spia il sospettato e lo costringe a un confronto prima sessuale (anche se il rapporto non viene consumato) e poi di lotta fisica. Quindi, Burns riceve la promozione nel corridoio dell’ospedale dove Richards è ricoverato, per poi sparire nell’ascensore.

La vera conclusione di Cruising avviene però con la scoperta dell’uccisione di Ted Bayley. In bagno vediamo il suo cadavere immerso nel sangue, gli occhi spalancati. A primo acchito pare una bambola rotta, ci comunica la vulnerabilità di chi non si aspetta di essere aggredito in modo così barbaro.

Rimaniamo così attoniti, perché questo svolgimento ci dà la conferma di un tumulto emotivo sfociato nella follia. Quando l’agente DiSimone (un grande cameo di Joe Spinell) dice al capitano Edelson che nella porta accanto viveva un certo John Forbes, lo sguardo si rabbuia e ne nasce un dubbio tacito, lo stesso che sorge nello spettatore. Questo perché, in precedenza, il comportamento di Al Pacino era scoppiato spesso in azioni violente (basti pensare a come aggredisce il compagno di Ted, Gregory), ma ci instilla anche il dubbio che il vero assassino non sia davvero stato preso.

Subito dopo vediamo infatti Burns tornare da Nancy, radersi la barba e promettere alla ragazza di raccontarle quello che aveva passato in quelle settimane di assenza. Nancy vede poggiati gli abiti di pelle e li indossa in un gioco innocente, mentre Burns si guarda allo specchio con sguardo nuovo. Non abbiamo assoluta certezza che sia stato lui a uccidere Ted, ma l’omicidio di quest’ultimo trasfigura nella metafora dell’agnello sacrificale, ha un significato atavico. Dopo una grande prova di iniziazione, ucciderlo implicherebbe per Burns uccidere ciò che è venuto a galla dentro di sé.

Quando Cruising uscì nelle sale cinematografiche ci furono inevitabilmente molte proteste, sia del pubblico che della stampa. Durante la produzione del film un gruppo di persone tentò addirittura di boicottare le riprese, facendo cadere un grosso riflettore e disturbando il set. Si creò una vera propria scissione nella comunità gay: da una parte chi protestava con violenza lanciando pietre e oggetti pericolosi durante i ciak; dall’altra chi supportava invece il film, al punto di accettare di parteciparvi come comparsa proprio all’interno dei ‘Leather Bar’.

Molte sequenze nei locali appaiono infatti quasi documentaristiche, ma da parte di William Friedkin non trapela nessun giudizio né morale né immorale su quanto filmato, niente è ‘giusto’ o ‘sbagliato’ in quello che succede in quei luoghi.

Gli attori di contorno non sembrano recitare una parte, ma restituiscono piuttosto la percezione di abitare i personaggi. Trascinano il loro modo di vivere a seconda del contesto ‘reale’ in atto. L’emotività che trapela è umana. Il ritmo lento di Cruising è coerente con lo sviluppo interiore. Raramente siamo certi di ciò che pensano queste maschere, i loro atteggiamenti sono ambigui e spaventati. Burns manipola Forbs, o è Forbs a manipolare Burns? Chi è lui realmente?

Lo sguardo finale allo specchio ci pone quindi di fronte un dilemma: quando guardiamo qualcuno che crediamo di conoscere, sappiamo davvero chi abbiamo davanti? Forse la risposta risiede nelle morti continue che infliggiamo dentro di noi. Forse siamo destinati a un loop infinito, dove la condanna è non raggiungere mai la nostra forma finale.

Nel classico ‘viaggio dell’eroe’, il protagonista è costretto a lasciare il mondo che conosce per inoltrarsi in un altro, sconosciuto. E dopo aver affrontato diverse (dis)avventure ritorna al mondo a lui caro con una consapevolezza diversa. Ecco, Forbs ha affrontato il lupo cattivo e – forse – dopo averlo sconfitto ne ha preso il posto.

da qui

 

la pellicola procede lenta, innestata su un ritmo tipico quasi da film francese, in cui conta di più l’introspezione sui personaggi che la trama. Ed così è anche per Cruising: che parte come thriller ma che si perde poi, volutamente, sull’indagine psicologica nei confronti del protagonista.  A discapito di una sceneggiatura scarna e dei dialoghi essenziali, è attraverso il linguaggio non verbale che lo spettatore può cogliere gli aspetti determinanti dell'evoluzione narrativa: l'ambiguità morale e il conflitto dell'identità sessuale. È un film insomma giocato soprattutto sugli sguardi, sulle situazioni, sulla descrizione dei contesti, che sui dialoghi veri e propri. Questo se apparentemente appiattisce il film, in realtà riesce a imprimere alla pellicola un’aurea di sottile mistero e ambiguità che ricalca il mondo interiore del protagonista. Indubbiamente Al Pacino strepitoso, in un’interpretazione quasi remissiva, ma perfettamente centrata. Eppure l’attore non ama ricordare la partecipazione a questo film, probabilmente per le polemiche enormi che sono scaturite dalla pellicola stessa. D’accordo che siamo negli anni ’80 e certe tematiche erano tabù, ma alla fine dei conti Cruising non si dimostra così scabroso da giustificare l’ondata di sdegno e polemica che ne seguì. Il mondo omossessuale non viene giudicato nè condannato, ma solo ritratto, in un suo aspetto, per ciò che realmente è. Sicuramente un’opera coraggiosa e controcorrente, come gran parte della filmografia di Friedkin, il quale ama giocare sull'ambiguità, in questo caso calandosi nell'ambiente gay, ma senza pronunciarsi in merito, come di sua consuetudine: una scelta che all'epoca venne decisamente fraintesa, suscitando critiche negative e accuse di razzismo che oggi appaiono alquanto ingiustificate Poco esplicito, forse volutamente, il film mantiene alcune zone d'ombra anche dopo la fine. Bellissima anche la descrizione di una New York sporca e sordida da far rabbrividire, alla stregua della New York magnificamente descritta da Scorsese in Taxi Driver.

da qui

 

Come è noto il film ha dovuto affrontare diverse critiche negative da parte della comunità omosessuale dell’epoca che imputava a Friedkin la colpa di aver creato una rappresentazione predatoria e vampiresca dell’omosessualità, oltre che di aver abbinato con un certo bigottismo il sesso gay con la violenza e l’omicidio. Nel tempo, fortunatamente, in un processo di rivalutazione complessivo stracultista, il film è stato rivalutato proprio perchè attribuisce un ritratto anticonformista alla suddetta comunità, che spesso desidera vedersi rappresentata in modo sempre apprezzabile o, in qualche modo, likeable. Come anticipato in apertura, non va comunque dimenticato che Cruising è in prima battuta un film poliziesco (peraltro liberamente ispirato a un romanzo di Gerald Walker), che affronta un importante discorso psicanalitico, se vogliamo, ma che nel suo sguardo verso il sociale tende più ad essere avverso alle forze dell’ordine e alle metodologie di indagine di una categoria di pubblici ufficiali che probabilmente sono i veri volti moralmente corrotti del film.

da qui

 

There is a large, loud question right at the center of “Cruising,” and because the movie lacks the courage to answer it, what could have been a powerful film dissipates its force and leaves us feeling merely confused and annoyed. The question is: How does the hero of this film, an undercover New York policeman, ultimately really feel about the world of homosexual sadomasochistic sex he is assigned to infiltrate?

Is he touched by the sexual underground in an important way? Is his own sexuality involved? Is he intrigued by the aura of violence? The movie won’t say. And its failure to commit itself would be less annoying if it weren’t for the fact that the whole thrust of the movie is toward setting up those questions –which the ending then leaves deliberately and confusingly unanswered…

da qui

 

 

martedì 28 giugno 2022

Night and the City (I trafficanti della notte) – Jules Dassin

il protagonista Richard Widmark, nel suo ruolo di imbroglione che fa il passo più lungo della gamba, è perfetto, e gli altri attori non sono da meno.

il film corre a 100 all'ora senza prendere fiato, una corsa eccezionale, un ritmo gestito alla grande da un maestro come Jules Dassin, con una fotografia strepitosa.

chi trova qualcosa fuori posto lo dica, o si taccia per sempre:)

buona (indimenticabile) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film completo, in italiano

 

 

…Londra è protagonista del film tanto quanto il personaggio principale e, fotografata meravigliosamente dal tedesco Mutz Greenbaum (che qui si firma come Max Greene), sembra quasi irreale, per una volta non ricostruita negli studi di Hollywood.
Dassin filma con ritmo sostenuto e inietta nella storia robuste dosi di ironia.
Night and the City è un noir perfetto, in cui le donne sono bellissime e non hanno mai un capello fuori posto, dove i cattivi hanno la faccia da cattivi e i buoni da buoni e la sua visione su grande schermo (3) rappresenta un’occasione rara e foriera di enorme piacere…

da qui

 

Assolutamente straordinario, come sempre, il grandioso Richard Widmark, alle prese con un personaggio ambiguo e perdente, ma sono ottimi anche tutti gli altri interpreti.
Fra le varie scene d'antologia c'è quella del terribile combattimento tra Gregorius e Strangler, violentissimo e che non si dimentica, la tesissima parte finale, con la vana fuga di Widmark per i bassifondi della città, quindi la spiazzante fine di quest'ultimo, prima ucciso e poi gettato nel  fiume Tamigi.
In definitiva si tratta di un capolavoro assoluto, un film eccelso che è stato spesso scandalosamente sottovalutato e che merita assolutamente di essere apprezzato e riscoperto.

da qui

 

Strepitoso noir girato per le vie di Londra con un Widmark strepitoso. Ruolo veramente fisico il suo e per quasi tutto il film va di corsa ed è frenetico. Come frenetica è la sua rincorsa al successo e ad diventare qualcuno in un ambiente pieno di balordi. Tutti gli personaggi sono ben delineati e descritti è il ritmo è mozzafiato. Spettacolare.

da qui

 

Noir d'autore che sfiora le cinque stelle per la grande armonia di fondo ed il modo in cui le storie si concatenano e chiudono in un prevedibile ma sontuoso finale, sporcato probabilmente da una sceneggiatura che mostra alcune pecche evidenti. Far filare tutte le vicende in modo da creare l'intarsio perfetto è roba che riusciva a pochi eletti ma qui ci sono comunque tutti gli ingredienti per individuare un pezzo di bravura del genere, su tutto il bravo Widmark e l'incantevole Gene Tierney. Consigliato sicuramente agli amanti del noir.

da qui

 

Opera maestra realizzata da Jules Dassin, uno dei padri del genere noir qui in trasferta europea forzata a causa della caccia alle streghe del senatore McCarthy a Hollywood. Narra la leggenda che il produttore Darryl Zanuck consigliò a Dassin di girare a Londra le scene più care, così da poter poi forzare la mano alla 20th Century Fox e completare il film nonostante la blacklist. Eccellente la sceneggiatura e non meno fortunata l'interpretazione da parte di Richard Widmark, 'cattivo' senza scrupoli che finisce vittima della propria ambizione e dei 'cattivi' più grandi di lui. Grandioso il finale, da vero manuale del noir.

da qui