lunedì 29 agosto 2016

Akira Kurosawa and Philip Glass - "Dreams" and "The Peach Orchard"

ricordo di Gene Wilder





Il diritto di uccidere (Eye in the Sky) – Gavin Hood

il film è come un western, ci sono i buoni e i cattivi, e i buoni hanno dei dilemmi etici, quanto vale una vita innocente, qual'è il ruolo dei militari, e cose del genere.
tutto quello che è successo prima, nei secoli, nei decenni, negli anni, non esiste.
nel film abbiamo un qui e ora.
la guerra al tempo dei droni.
nella realtà le cose non sono così come nel film, altrimenti non avremmo bombardamenti a matrimoni, cortei nuziali, ospedali, e cose del genere.
i buoni hanno le armi, la tecnologia, il potere, i nemici sono cresciuti in casa dei buoni (che non se n'erano accorti), i poveri perdono sempre.
detto questo, il film è davvero una calamita, non ti stacchi più fino all'epilogo, grazie ad attori bravissimi e a una sceneggiatura come una corsa contro il tempo.
il titolo in italiano non va troppo bene, ma ci siamo abituati, purtroppo - Ismaele


qui un (bel) libro sul mestiere del pilota di droni





Eye in the Sky, titolo originale dagli echi orwelliani, riassume il senso del film: l’occhio nel cielo è il drone che con i suoi sensori consente la guerra contemporanea. Un occhio freddo, strumentale, che osserva e uccide senza che mandante ed esecutore materiale corrano mai il minimo rischio fisico. Eppure dietro quel tasto premuto che sgancia missili c’è un gran lavoro, decisioni complesse da prendere rapidamente e, soprattutto, persone.
Per umanizzare la visione di una guerra spesso paragonata a un videogame, il film mette in scena l’umanità più quotidiana, anche spiacevole, dei protagonisti: attacchi di dissenteria, insonnia, il debito universitario da saldare, la moglie dispotica che rivela l’incapacità di compiere scelte futili di chi ha in mano le sorti del mondo. Una scelta così originale, quasi spregiudicata, è impiantata da Gavin Hood in una struttura thriller formalmente classica, in cui per esempio i “cattivi” sono figurine bidimensionali sulle cui motivazioni non viene mai gettata luce, nonostante il film si impegni a mostrare i punti di vista di tutti i personaggi verso i quali chiede empatia allo spettatore. Ultima apparizione per il compianto Alan Rickman.

...Tutto casca addosso al colonnello dell’esercito britannico Helen Mirren, che con l’appoggio Usa conduce l’operazione. I cattivi sono stati localizzati, la regola d’ingaggio impone di prenderli vivi (non sono neppure tutti kenioti, una terrorista ha abbracciato l’islam e il jihad a Londra, quando aveva 15 anni). Ma spunta la pistola fumante: un arsenale, cinture esplosive, la telecamera per girare il video di rivendicazione. Vede tutto una civetta meccanica telecomandata dalla base locale dell’operazione (lui sì che rischia la pelle). Una ragazzina si mette di mezzo, piazzando il suo banchetto con le pagnotte da vendere vicino al bersaglio. Comincia il palleggio delle responsabilità – prevedibile e un po’ di scuola – mentre i suoi occhioni fanno da controcanto alle beghe tra politici, militari, analisti. Falsando l’esperimento: gli spettatori teneri di cuore palpitano, gli altri si sentono un po’ manipolati.

Violentemente filomilitarista ed antipolitico, ma soprattutto ipocrita nella rappresentazione di un'organizzazione militare tanto tecnologicamente perfetta quanto umanamente preoccupata dai possibili effetti collaterali del proprio, comunque ampiamente giustificato, indispensabile, intervento, contrapposta ad una classe politica inetta, ridicola ed incapace di decidere, preoccupata unicamente dalla sussistenza di una copertura legale e soprattutto dal possibile impatto delle proprie scelte sull'opinione pubblica. Un brutto film, anche se ben girato ed ancor meglio interpretato, ma al di là di ciò viene da chiedersi se dietro simili opere ci sia unicamente la volontà di fare botteghino sfruttando l'emergenza terroristica, o anche quella di contrapporsi alla barbara retorica mediatica dell'Isis con produzioni tanto scarsamente credibili quanto più falsamente realistiche (è ormai consolidato strumento della nuova retorica cinematografica la sottotitolazione costante con indicazione precisa del luogo e del tempo, in ora rigorosamente locale, dell'azione, come se ciò fosse condizione necessaria e sufficiente della verità narrativa). Pessimo il titolo italiano, molto più consono, dovendo, come da tradizione nostrana modificare l'originale, sarebbe stato "il dovere di uccidere".

Eye in the Sky doesn’t sympathize with the terrorists. It’s clear what will happen if they aren’t stopped. The arguments against killing them have nothing to do with their guilt. At first, it’s a legal question - whether the drone has the right to kill American and British citizens, depriving them of due process. Once that’s resolved, it becomes about collateral damage. The coldly dispassionate contention (to which Powell and Benson subscribe) is that the greater good outweighs the immediate and unfortunate consequences. It’s not easy to accept, however, watching images of the little girl selling the loaves of bread that provide her family with much needed income. Difficult choices and consequences - these things lie at the core of Eye in the Sky’s drama. Nothing is simple or clean-cut. It’s 12 Angry Men in a different arena. There’s no “right” or “wrong” - only points and counterpoints…

Cinco, veinte, setenta y seis, ayer murió otro niño intentando cruzar equis frontera junto a la mitad de su familia, y ya son quinientos, cinco mil; esta tarde otros treinta iraquíes han muerto en un atentado en Bagdad, dos menos que ayer, alguien vio la foto, ya van quinientos mil, quizá menos, seguramente millones. No es que nadie haya realmente parado de contar, es que ya todos perdimos la cuenta. Son tantos muertos que no significan gran cosa: se pierden como dígitos en la puntuación del Space invaders. Duele escribirlo, pero los 600 euros que vale hoy el iPhone nos provocan más indignación que los seiscientos muertos de ayer, si estos viven/vivían o provienen de tierras más o menos ignotas para el occidental medio. Y sí, de ahí, justo ahí surge Espías desde el cielo; thriller político cuyo brutal y desalentador subtexto guiña el ojo a un público más bien sedentario que en su época decidió cambiar la tensión de la Guerra Fría y sus bailes con agentes dobles por ese otro valor en alza que representa el personaje, cada vez más antihéroe, que toma decisiones sin apenas mover el culo de su mullido asiento, bien sea en Washington o en Londres o en Moscú. Incluso en una base militar a pocos kilómetros de Las Vegas…
…Así, con todas estas lecturas y reflexiones a propósito de Espías desde el cielo, también nos preguntamos: ¿qué absurda realidad sociopolítica y económica ha llevado al hombre moderno a depositar su confianza en unos tipos que diariamente tiene que elegir entre la muerte de unos pocos o la de varios muchos? Pues bien, Gavin Hood, que no es precisamente el más regular de los directores —ha firmado obras tan dispares comoTsotsi y X-Men orígenes: Lobezno—, recupera algo del crédito perdido con un filme a primera vista convencional y sin grandes sorpresas en ningún orden, cuyo administrativo punch alcanza nervio cuando masticas un sanedrín preñado de incógnitas, nada fáciles de resolver, en las antípodas de ese fatuo y campanudo ademán tan característico del thriller de espionaje hollywoodiense. Por ello este barco, un dron muy yanqui, es capitaneado por dos ilustres del Imperio, también conocidos por los nombres de Helen Mirren y Alan Rickman. Que cuentan además con algunos secundarios óptimos, a saber: el aún semidesconocido Barkhad Abdi (Capitán Phillips), quien teledirige a distancia un escarabajo pelotero espía; el perpetuo tronista escocés de Khaleesi, aka Iain Glen, interpretando a un secretario de Estado con apuros gastrointestinales que no le impiden pronunciar la frase-póster de la película («las revoluciones se alimentan de vídeos de YouTube»); y junto a todos ellos el compasivo de mirada vidriosa, siempre a punto de saltar por los aires, Aaron Paul.
Sobra insistir en que a Hood no le faltaban elementos para ejercitar la demagogia: resulta que la futurible onda bombástica del misil podría matar a una niña que vende pan junto a la casa donde se guarecen los monstruos; una niña, juguetona y servicial a la vez, que resume a la perfección una tesis con no pocos abonados, según la cual nuestra empatía o sensibilización momentáneas ante la tragedia es tanto más honda cuanto más biográfica es la historia expuesta. Porque el impacto de una cifra en primera plana no es ni remotamente comparable al de una sola muerte con rostro, nombre y apellidos reconocibles.

 Hood non fa sconti, esibendo cadaveri tra le macerie senza morbosità, ma con il piglio verista di chi vuole ricostruire con la massima fedeltà una vicenda esemplare. Sulla guerra che è e sulla guerra che sarà, soprattutto: a Gavin Hood interessa il dilemma morale. È cinema antico il suo, che della contemporaneità utilizza la moltiplicazione degli schermi e dei dispositivi o la prospettiva del drone; il resto è classicità pura, affidata a due interpreti straordinari. Helen Mirren sceglie il cuore in inverno del colonnello Powell, consapevole della crudeltà di alcune scelte ma dedita esclusivamente al raggiungimento del proprio obiettivo. Alan Rickman, invece, nella sua ultima interpretazione, regala al generale Benson un assaggio della sua inconfondibile ironia british. Senza negare mai la propria funzione di film che si presta all'apertura di un dibattito, il regista riesce umilmente a rinverdire i fasti di una forma di cinema troppo spesso trascurata.

 I missili sono pronti sui droni, basta dare l’ordine ed è fatta. Ma sorge subito il problema delle possibili (anzi certe) vittime civili, complicato dal fatto che non si tratta solo di numeri e di statistiche, ma di una bambina che vende parecchie pagnotte e ci mette ovviamente molto tempo per liberarsi di tutte. Ecco, tremenda, la tensione. Ogni minuto che passa sempre più angosciante. Nell’obiettivo preso di mira c’è gente - proprio quei terroristi tanto temibili e finalmente rintracciati - che potrebbero muoversi e scomparire di nuovo. Mancano al massimo una decina di minuti, tocca decidere immediatamente, chi però si prenderà quella drammatica responsabilità? Il generale che comanda la missione sembrerebbe deciso e così il colonnello che ha sottomano tutti i comandi operativi, ma ci sono lì anche dei politici che possono mettersi in contatto a Londra con i più alti rappresentanti del governo. Intanto però i minuti passano e quelli laggiù potrebbero scomparire di nuovo!
Erano anni che al cinema non provavo un’ansia simile, costruita, architettata, sostenuta da tutti i mezzi più moderni di cui i cineasti oggi dispongono quando debbono mozzare il respiro agli spettatori. Gavin Hood e i suoi hanno fatto centro. Applaudiamoli e applaudiamo anche Helen Mirren che dopo essere stata in “The Queen”, la Regina Elisabetta, ha accettato qui di essere un semplice colonnello; sia pure responsabile dei comandi operativi.

una meticolosa ricostruzione dei fatti destinata a toccare dei nervi - politici, comportamentali, etici - scoperti e a rendere problematica una presa di posizione chiara che prescinda dalle ragioni dell'"altra parte". E il fatto che la sensazione di imperdonabile indecisione di fronte al dubbio morale che attanaglia sia ribaltata dallo schermo allo spettatore è fortemente voluto. Elementi che, uniti alle interpretazioni inevitabilmente impeccabili di Rickman e Helen Mirren, elevano Il diritto di uccidere al di sopra dell'aurea mediocritas in cui rischia, colpevolmente, di finire relegato. Peccato solo per un epilogo che mostra ciò che è superfluo mostrare, sbilanciando irreparabilmente l'equilibrio dialogico fin lì esemplare.

Más allá de lo que pueda decirse en torno al planteamiento de la situación, al modo como se presenta o falsea el uso de la tecnología, a si es o no artificioso y engañoso el uso del elemento niña-negra-indefensa o a si la resolución del dilema es un mensaje encriptado de dominación y poder, lo cierto es durante toda la película el espectador no pestañea un solo momento, inmerso en lo que está sucediendo en la pantalla. Se lo sienta en la mesa de deliberación y se lo somete al incómodo pero interesante ejercicio de tener que decidir a sabiendas del costo humano que entraña esta específica decisión. Por eso, por ese logro de involucramiento, Enemigo invisible es una película notable.  El contraste de sus ambientaciones, su atrapante ritmo, el caleidoscopio móvil de los rostros implicados, los discursos justificativos de cada bando y, especialmente, la invisibilidad apabullante de un enemigo difuso pero de presencia determinante, hacen de Enemigo Invisible un trabajo que combina muy bien el envolvente latido de los buenos thrillers con la inquietud que  deja un cuestionamiento bien planteado. Una forma que sobresale por el fondo que la llena y un fondo que penetra bien por la forma como se lo expresa.
En lo actoral imposible no hacer mención de dos grandes: Helen Mirren y Alan Rickman.  El temple de ambos se traduce en personajes sólidos y convincentes. Las buenas actuaciones son siempre una combinación caprichosa de acciones, gestos, miradas, voces, silencios y presencias.  En esto último, en esa fuerza que dimana del simplemente estar o aparecer, Mirren y Rickman están, desde hace rato, en la galería de los maestros. El segundo murió en su natal Londres el pasado 14 de enero. La primera ya hizo, después de Enemigo Invisible, otro par de películas. Y seguro vendrán más.  La reina está viva, larga vida para la reina.

 Hood deja claro el punto de vista de los mandamases estadounidenses y la militar británica, pero jamás da una respuesta sencilla al problema, porque no existe, y deja que el espectador saque sus propias conclusiones. “Espías desde el cielo” es tan tensa que la sala donde la vi no hacía más que cuchichear y desesperarse cuando la trama se complicaba y nadie tomaba una decisión, y un hombre, cuando llegó el clímax, se puso a comentar en voz alta lo que veía. Eso para mí es la mejor crítica que puede recibir un director.

 Lo interesante es que la dirección de Hood es tan precisa, que la tensión de la trama engancha hasta el final, sin tantas persecuciones ni disparos. Todo pasa en los cuartos de comando en donde las emociones, la culpa y el deber nos invitan a las reflexiones más profundas sobre las implicaciones de una burocracia bélica.


domenica 28 agosto 2016

parole sante di Akira Kurosawa sulla scrittura

Caro Michele – Mario Monicelli

il protagonista del film non c'è, è sparito, probabilmente è fuggito perché ricercato per terrorismo.
la madre (Delphine Seyrig) gli scrive sempre, lo aspetta, appare una ragazza (Mariangela Melato) che ha conosciuto Michele, con un bambino forse suo, è sempre presente un amico di Michele (Lou Castel), Osvaldo, che sa un po' di cose.
i protagonisti sono straordinari, grazie anche a Monicelli, il film è ricco di episodi da ricordare, un piccolo gioiellino da non perdere - Ismaele






Un ragazzo di famiglia borghese, coinvolto nel Sessantotto e in fatti e fattacci collegati, è costretto a lasciare l’Italia e andarsene a Londra. Incomincia un dialogo a distanza, e in forma epistolare, con la famiglia e altre persone vicine. Ma lui non tornerà più. Cos’abbia attratto Monicelli in una materia simile, così lontana dalla sua sensibilità corrosiva, non è dato sapere. Ma conviene guardarcelo, questo film anomalo così poco monicelliano, anche perché porta con sè, come pochi, umori e dolori di quegli anni balordi (il film è del 1976). Bellissimo cast: Mariangela Melato, la mitologica Delphine Seyrig di Marienbad, Lou Castel. Può bastare?

Caro Michele,
qui tutto bene, altrettanto sperasi di te.
Devo dire che il film dedicatoti (o, meglio, dedicato alle belle donne che hanno costellato la tua vita) mi è piaciuto molto.
La Mara ("Castorelli? Pastorelli? Insomma, quell'amica di Michele che ha tanto bisogno", come direbbe tua madre) interpretata dalla Melato è un piccolo capolavoro di surreale pietas (ella stessa si compatisce, in tristi momenti di lucidità) e la sua costanza nel perpetrare innumerevoli errori è quasi commovente. Il suo (vostro?) bimbo, Ciccetto, è un adorabile fagotto che, come tanti altri bambini di Monicelli, assiste, suo malgrado, alle tragicomiche vicende imbastite dai grandi. Penso che Monicelli avesse un occhio dolente ed affettuoso nei confronti dei "piccoli": dall'infante di Brancaleone, al figlio di Tiberio ne I soliti ignoti, fino ai nipotini di Parenti serpenti, emerge l'ineluttabilità della loro condizione di inascoltati e di destinati all'emulazione pateticamente negativa.
Tua sorella Angelica (Aurore Clément) è una delicata e un po' sfiorita casalinga che, come vostra madre (Delphine Seyring), tanto rimpiange la tua presenza. La scena, apparentemente inutile, della doccia (un must altrove pruriginoso della commedia italiana) non è qui fine a sé stessa: il corpo ancora bello e formoso di Angelica è prossimo all'oblio, nonostante la giovane età, e Monicelli indulge con tenerezza sul biancore delle sue carni.
Osvaldo (Lou Castel) è l'amico (innamorato, come suppone l'altra tua sorella, Viola) migliore che un uomo possa incontrare sul suo cammino e la sua apparente distonìa, il suo incedere lentamente nella tua vita, è molto toccante.
Come spesso accade nei lavori del regista viareggino, le case hanno un'importanza fondamentale, sono lo specchio delle vicende che egli decide di raccontare. Così, le case in cui si aggira Mara sono sconclusionate come lei, quella di tua madre è un caldo nido medio-borghese traboccante di persone, vettovaglie e libri, il tuo scantinato è privo di carattere perché manchi tu.
Caro Michele,
che bel film.

…Caricature di uomini come Monicelli amava ideare e sempre fin troppo veri.
L’ultimo atto di una borghesia stanca e decadente vista attraverso il ritratto di una famiglia smembrata, (ri)composta da una moltitudine di personaggi che il regista rende inafferrabili e aleatori. Buttati addosso allo spettatore senza il tempo di capire nemmeno bene chi siano si moltiplicano continuamente tra madri, padri, zie, figli, amici, amanti. Vediamo il loro re morente, il capo famiglia, che agonizza dando le ultime disposizioni dal suo letto/trono circondato da inutili ricchezze. Cerca come conforto quel suo unico erede maschio ormai perduto dietro a moti rivoluzionari, inghiottito da quel mondo che voleva cambiare.  Volti femminili di fine porcellana contrapposti a volti maschili unti e rozzi sprofondano insieme in un liquame affettivo in cui ormai le emozioni si sono dissolte per sempre ed è calato uno strano abbandono nel tempo andato…


venerdì 26 agosto 2016

Colors – Dennis Hopper

due poliziottiRobert Duvall e Sean Penn, contro le gangs di Los Angeles.
sembra il solito film, il vecchio e il giovane, il maestro e l'allievo, la differenza rispetto alla media è nei due attori e nel regista.
vedere per credere - Ismaele





Colors, ritratto pop della guerra a Los Angeles tra due gang giovanili ispaniche. Sorvegliano la situazione due poliziotti, l’anziano e saggio Robert Duvall e l’aggressivo, testosteronico Sean Penn, allora con fama di violento anche fuori dal set. Quasi un omaggio e un remake aggiornato al tempo delle gang di Gioventù bruciata, il film che da ragazzino Dennis Hopper interpretò accanto al suo idolo James Dean.

E’ paradossale: questo film è bello nonostante tutto in esso sia brutto: brutta Los Angeles, brutti i suoi quartieri e i suoi ghetti, brutti i personaggi, siano essi bianchi, ispanici, neri o poliziotti, brutta la vicenda e la sua conclusione, brutto il linguaggio, brutte macchine e brutti abbigliamenti. Ed è tutto così vero! Dennis Hopper dirige con mano ferma un action-movie documentaristico, violento e amaro. Al centro, due agenti del Los Angeles Police Department. Il più giovane (Sean Penn) è impulsivo e aggressivo, ha una gran voglia di suonarle ai membri delle bande che infestano la città e sono sempre in guerra tra loro. Il più anziano (Robert Duvall), padre di famiglia e prossimo alla pensione, svolge ormai controvoglia il suo pericoloso mestiere, è disincantato dalla sua “missione” e cerca di frenare il suo impetuoso collega. Tenta invano di moderarlo, propinandogli qualche inutile pillola  di saggezza. Li seguiremo nel corso di svariate operazioni, con inseguimenti, sparatorie e spargimenti di sangue. La trama ha un’importanza relativa, ma il vissuto di svariati personaggi sia illustrato con acume. Il linguaggio è crudo, volgare, maschilista e violento; suscita la sensazione che in quell’ambiente non vi sia alcuna possibilità di riscatto, che la società sia del tutto incapace di comunicare con alcune sue parti. Dalla visione del film si esce piuttosto amareggiati, fermi restando le splendide interpretazioni dei due protagonisti e il tocco registico di classe di Dennis Hopper. Veramente adeguata la colonna sonora, affidata ad un ispirato Herbie Hancock.

Un poliziesco antispettacolare e realistico nella descrizione delle gang giovanili afroamericane, con scene d'azione ben girate e dialoghi crudi (e una buona dose di violenza nell'aria). La coppia Duvall-Penn funziona, entrambi molto bravi nei rispettivi personaggi, ma anche tutto il resto del cast è scelto con cura. Un po' prolisso e con qualche lungaggine ma apprezzabile. Buona la colonna sonora.

…Duvall and Penn are two of the best actors in America, bringing a flavor and authority to their roles that make them specific. A lot of their acting in this movie is purely physical, as when Penn disarms, frisks and handcuffs a suspect, seeming sure and confident at every moment. Other moments, when the two actors are talking to each other, contain that electricity that makes you think these words are being said for the first time.
The plot involves the attempts of the two cops to come to terms with a gang that is involved, we discover, in dealing drugs. During the course of the film they follow the brief life of the younger brother of one of the gang members, who seems for a time to have a chance to escape gang society. And there is a brief, doomed romance between Penn and Maria Conchita Alonso, as a Chicana who loves him but cannot reconcile his status as a cop and her perception of how cops like Penn treat her people.
The movie has some flaws. The story is needlessly complicated, and at times we’re not sure who is who on the gang side. And some of the action seems repetitious; Hopper, trying to show the routine, makes it feel routine. But “Colors” is a special movie - not just a police thriller, but a movie that has researched gangs and given some thought to what it wants to say about them.