venerdì 24 marzo 2017

Perez – Edoardo De Angelis

di Edoardo De Angelis avevo visto Indivisibili, che mi era piaciuto molto.
Perez è un'altra cosa, ambientato a Napoli, non nei Quartieri Spagnoli, ma nel Centro Direzionale, per la gran parte, in una storia di dannazione e discesa agli inferi, con un ritorno improbabile.
giustizia e ingiustizia, amore e non amore quasi si confondono.
Luca Zingaretti è bravo, come sa fare lui.
non sarà un capolavoro, e non lo è, ma una visione se la merita di sicuro - Ismaele





Abbiamo quindi la visione di un film  multiforme, thriller filosofico che diventa commedia nera che diventa action and revenge che diventa romanzo di (de)formazione. Tutto in uno, come  fosse di Hong Kong e della Milkyway, prodotto, non girato, da Johnnie To. Imperfetto, specie in alcuni dialoghi troppo saturi di televisione, però riuscito, pieno di idee, di cura e di amore per gli spettatori, pregno di momenti. Quando Perez affronta la bestia per estrarle dalle viscere il grisbì, sotto gli occhi dello stalliere indiano costretto dalla paralisi alla fissità, plaudiamo addirittura al grottesco puro, ci sentiamo finalmente fuori dai nostri angusti confini.
Bravo De Angelis, punto, due punti, puntevvirgola, puntesclamativo.

La commistione indistinguibile tra crimine e legge attraversa tutti i personaggi di Perez, non solo con le scelte difficili e radicali di Demetrio, ma anche in quell’ansia di riscatto che Ignazio Merolla ricerca per tutto il film, quasi fosse un criminale che sogna il paradiso dal girone infernale di un carcere, perché la Napoli di Perez accomuna  tutti all’interno di uno spazio angusto dal quale è impossibile uscire,  in un abbraccio complesso e doloroso che non si risolve con quella rappresentazione binaria che contrappone il magistrato buono al contesto mafioso. Pur risentendo di un andamento forse ancora troppo ancorato alla funzionalità del racconto televisivo, la forza di Perez risiede nella libertà performativa lasciata ai suoi attori, non solo un notevolissimo Luca Zingaretti, capace di gestire la complessità morale del suo personaggio con un cambiamento radicale di registro, tra l’indolenza, la fierezza e la furia, ma anche il forte senso di tragica disperazione che arriva dal personaggio interpretato da Giampaolo Fabrizio, anima nera esplicita dello stesso Zingaretti, figura eccessiva, volgare, estrema ma legata all’amico avvocato da un affetto incondizionato proprio nella condivisione dello stesso male di vivere…

…Un’operazione interessante ma che rischia di scivolare in uno stile forzoso che sa di artefatto. Vedasi ad esempio la sceneggiatura firmata insieme a Filippo Gravino dallo stesso regista, il cui indubbio talento dietro la macchina da presa traballa quando, con la macchina da scrivere, finisce per imitare James Ellroy senza trovare una strada davvero personale al di là dei cliché di genere.
Perez sembra saltar dritto fuori dal manuale dell’antieroe tipo, beve whisky e vaga per la città deserta, è un lupo solitario e per conoscere i suoi tormenti interiori dobbiamo attendere i suoi monologhi fuori campo sul nulla dell’esistenza. Non aiuta il ritmo lounge, molto Vesuvio Confidential, degli insistenti assoli di tromba nella colonna sonora di Riccardo Ceres e la fotografia patinata di Ferran Paredes Rubio.
Un film godibile nel complesso ma d’ambiente, intrappolato nelle sue stesse atmosfere. Un esercizio di stile bello sì, ma di una bellezza plastica da prontuario del giovane autore.

La costruzione di questo noir richiede una cura attenta che De Angelis si concede senza fretta e stratificando la vicenda del debole avvocato, insonne e dal whisky facile, della figlia che si ribella innamorandosi dell'uomo sbagliato e dell’affascinante criminale in cerca di redenzione. Non si notano troppo alcune sfilacciature della sceneggiatura, superate dal ritmo sinuoso di un film che si avvale di buone interpretazioni - da segnalare il talento febbrile dell’esordiente Simona Tabasco - e di una conclusione in linea con una storia di marginalità, senza eroi né vincitori, ma al massimo con personaggi che si difendono e facendolo si scoprono incassatori di livello e forse anche attaccanti, di rimessa.

giovedì 23 marzo 2017

ricordo di Tomas Milian

Il disprezzo (Le Mépris) - Jean-Luc Godard

in qualche cinema è ri-apparso questo film di Godard.
la versione italiana di pare che sia vergognosamente tagliata, e ho aspettato di vederlo come è stato pensato e girato ab origine.
l'attesa è stata premiata, senza alcun dubbio.
il produttore del film sembra contenere dentro di sé Carlo Ponti.
ah, quanto è stato preveggente Godard!
il suo film contiene anche un po' della grande bellezza di Sorrentino, la morte di Cinecittà è tristissima.
gli interpreti sono perfetti, Michel Piccoli e Brigitte Bardot sono una coppia perfetta, che dura poco, poi le cose della vita, del cinema, le scelte, i tempi, il detto, il non detto, tra le altre cose, li fanno allontanare, si apre un abisso fra i due.
Fritz Lang, che interpreta se stesso, è il vecchio saggio; il produttore Jack Palance è il padrone delle vite degli altri, potente e squallido come gli altri padroni, convinti che tutto si può comprare.
il film è pieno di citazioni di mille tipi, tra cui la frase dei fratelli Lumière, sul cinema come invenzione senza futuro, invece il film di Godard dimostra che i fratelli francesi avevano torto marcio, per nostra fortuna.
vogliatevi bene, cercatelo e guardatelo tutti - Ismaele







Attivista politico e giornalista, Moravia ebbe accesi contrasti con il regime fascista, per cui fu costretto ad allontanarsi da Roma. Tra il 1967 e il 1968 visse come corrispondente in Cina, Giappone e Corea, e i suoi articoli vennero raccolti nel libro La rivoluzione culturale in Cina. Nei suoi romanzi ha esplorato i temi della sessualità moderna, dell’alienazione sociale e dell’esistenzialismo. Romanzi come La noia e, appunto, Il disprezzo contengono i temi centrali che caratterizzano la visione profondamente critica che aveva della società a lui contemporanea: l’aridità morale, l’ipocrisia della vita moderna e la sostanziale incapacità degli uomini di raggiungere la felicità. Godard nel suo film, riprende queste tematiche e in più trasforma la tragedia piccolo-borghese di Emilia e Paolo (i protagonisti del romanzo) in un’intensa riflessione metacinematografica tanto ironica quanto amara. Godard ci mostra il dissidio dell’uomo moderno e della sua tragica odissea, intrappolato nel conflitto tra arte e merce, tra la bellezza eterna del classico e il disincanto instabile della modernità.
Non a caso, difatti, c’è il forte legame con l’Odissea: in questa svendita della bellezza, che così va miseramente a perdersi, non resta altro che un disarmante senso di precarietà. Ulisse diventa l’emblema di questa instabilità, tragico eroe che non riesce a raggiungere la sua patria e, nel finale, si trova davanti solo il mare. Il diverbio tra il protagonista e sua moglie diventa lo spunto per l’idea di una reinterpretazione del poema: Ulisse, non amando più Penelope, volontariamente non ha voglia di tornare da lei e le intima di essere gentile con i suoi corteggiatori. Così il mito diventa raffigurazione della vicenda dei protagonisti, riducendosi a specchio di una banale routine, privo di grandi valori ed eroiche gesta. In questo scenario di conflitto tra arte e industria troneggia lo sguardo del cinema, personificato in Fritz Lang che pieno di sarcastica sfiducia osserva i personaggi di questa vicenda, i quali si guardano e si giudicano, emblema di una classicità imponente che non trova eco nella modernità consumistica, rappresentata dalla figura del produttore. Come due divinità essi si scontrano e si respingono, senza sbocchi di comprensione…

Le Mépris – che bello, il titolo in francese, più insinuante di quello italiano – c’è molta dell’audacia sperimentalista del suo autore, della sua voglia di esplorare e fabbricare il nuovo, e insieme c’è il massimo sforzo da lui mai tentato di avvicinarsi al cinema mainstream, di largo consumo. Nessun altro titolo godardiano cerca di essere un film (anche) da pubblico come questo, nel sogno forse impossibile di conciliare l’urgenza di una propria visione di cinema con quella dell’industria, un tentativo che non si ripeterà più nella carriera di JLG. Forse il massacro da parte di Ponti lo indurrà a ritrarsi, a optare per quel radicalismo, espressivo e anche di mezzi e modi di produzione, che ne farà il cineasta più rivoluzionario – in ogni senso – del secondo Novecento, anzi l’incarnazione stessa del cinema come rivoluzione. Se Il disprezzo non fosse stato stravolto dal suo produttore, se il pubblico ne avesse fatto un successo, forse avremmo avuto un altro Godard.
Certo che oggi si resta stupefatti di fronte alla ricchezza del film, alla sua pluralità di livelli e alla pluralità di letture e interpretazioni cui si presta. Al suo essere una sorta di laboratorio in cui Godard incessantemente sperimenta ed esplora. Trasformando anche i più scontati passaggi del plot – in fondo, si tratta della solita crisi di un amore, con corna e rinfacci e rimbrotti -  in occasione per inventare cinema. La sequenza iniziale, per dire: i due a letto, con BB nuda, e la macchina da presa a solcare il suo corpo, e insieme la voce di lei a classificare, nominare, elencare erotizzandole le parti di sé, è già un esempio folgorante. E la parte centrale, il cuore del film, il suo nucleo, con la coppia già disamorata che si aggira cercandosi, scontrandosi, evitandosi nell’appartamento romano di gelida modernità, e se ricordo bene con la macchina da presa a seguire in un lunghissimo, vistuosistico piano sequenza soprattutto lei (e qui, BB strepitosissima e assolutamente godardienne): una scena che distrugge ogni convenzione su come-si-racconta-una-coppia riportandola al tempo, al ritmo della vita così com’è. In un’operazione che non è bieco naturalismo, ma reimmissione del cinema nel flusso del reale (e viceversa)…

…Le sujet du Mépris est de regarder ce qui s'est passé dans un couple, non pas pendant des années comme dans le cinéma des scénaristes mais pendant un dixième de seconde, celui précisément où le décalage a lieu, où la méprise s'est installée pour la première fois. Ce dixième de seconde, à peine visible à l'œil nu, où les vitesses ont cessé d'être synchrones. Encore une affaire de montage : revenir sur la coupe pour trouver l'accord ou le désaccord. Et dans cette enquête sur un sentiment, il nous faudra revenir plusieurs fois sur le lieu du crime sur cette scène sans drame où Camille monte pour la première fois dans la voiture de Prokosch qui démarre d'abord lentement comme au ralenti, puis d'un seul coup en trombe devant Paul qui en sait quelle vitesse adopter. Et il ne faut pas s'étonner si cette enquête passe par L'Odyssée qui est aussi une affaire de trajectoire, de tours et de détours, de vitesses différentielles. La crise que Paul traverse c'est celle de quelqu'un qui s'affole car il n'arrive pas à trouver la bonne vitesse et qui se met à bouger par saccade dans tous les sens. Le pathétique du personnage, c'est qu'il cherche à fixer des sentiments avec des mots et que dans son affolement de ne pas arriver à comprendre (là où il n'y a sans doute rien à comprendre avec des mots qui ne renvoient qu'à eux-mêmes, mais tout à regarder, ce que Camille sait mieux faire que lui comme le prouve ce dialogue où il lui demande : "pourquoi tu as l'air pensive ?" Et où elle lui répond : "c'est parce que je pense, imagine-toi"), il se heurte précisément aux apparences, à la surface des choses où il n'a pas la patience, ni la sagesse de chercher la vérité. Dans cette précipitation à comprendre, il va se heurter à l'inertie de Camille qui sait elle que l'amour passe par une attention à la surface, comme le montre la fameuse scène d'ouverture aux masques et aux remparts dont s'entoure Jérémie Prokosch et à la sagesse suprême de Fritz Lang qui est celle des dieux, à la fois ironique et bienveillante, totalement réconciliée.
Comme le disait lui-même Jean-Luc Godard dans le compte-rendu de son film dans les Cahiers du cinéma d'août 1963 :
"le Mépris est un film simple et sans mystère, film aristotélicien, débarrassé des apparences, le Mépris prouve en 149 plans (176 après montage) que, dans le cinéma comme dans la vie, il n'y a rien de secret, rien à élucider, il n'y a qu'à vivre et à filmer"
Comment parler des choses les plus simples (l'émergence d'un sentiment, les différences de comportement) en les incarnant dans des images sublimes et définitives. Succession de plans magnifiques montés musicalement, les saccades désordonnées de Piccoli, les accélérations de Jack Palance et le rythme étale de Fritz Lang. D'une ligne à l'autre, il ne reste plus que l'intensité sans la substance, la vitesse sans la masse, l'émotion sans le pathos afin de saisir les différences de rythmes et de comportements (la sublime inertie de Bardot)
Pourtant Godard a pris grand soin dans son scénario de définir ses personnages :
Camille n'agit que deux ou trois fois dans le film. Et c'est ce qui provoque les trois ou quatre rebondissements véritables du film, en même temps que ce qui constitue le principal élément moteur.
Mais contrairement à son mari, qui agit toujours à la suite d'une série de raisonnements compliqués, Camille agit non psychologiquement, si l'on peut dire, par instinct, une sorte d'instinct vital comme une plante qui a besoin d'eau pour continuer à vivre.
Le drame vital entre elle et Paul, son mari vient de ce qu'elle existe sur un plan purement végétal, alors que lui vit sur un plan animal.
Si on se pose des questions sur elle, comme le fait Paul, elle ne s'en pose aucune. Elle vit de sentiments pleins et simples, et n'imagine pas de pouvoir les analyser. Une fois le mépris pour Paul entré en elle, il n'en sortira pas, car ce mépris, encore une fois, n'est pas un sentiment psychologique né de la réflexion, c'est un sentiment physique comme le froid ou la chaleur, rien de plus, et contre lequel le vent et les marées ne peuvent rien changer ; et voilà en fait pourquoi le Mépris est une tragédie.
Paul est d'un aspect un peu antipathique, dans le genre gangster de film, mais d'une antipathie sympathique, si l'on peu dire, secrètement attiré que l'on est par son côté renfermé, maussade, souvent provocateur, qui cache une âme tourmentée, rêveuse, qui se cherche elle-même. Avec l'argent qu'il gagnera, Paul espère pouvoir enfin se consacrer tranquillement à la pièce de théâtre qu'il médite depuis longtemps mais en est-il vraiment capable ? Son ambition change trop souvent de sens pour être vraiment pure. Du moins il pense que Camille pense peu à peu ça de lui et que c'est une raison supplémentaire qui alimente le mépris qu'elle a conçu pour lui. Sur ce point Fritz Lang dans les discussions qui les oppose l'un à l'autre au sujet des aventures d'Ulysse, lui fera la morale. La vérité s'opposera ainsi au mensonge, la sagesse à l'esprit brouillon, un certain sourire grec, fait d'intelligence et d'ironie, à un sourire moderne incertain, fait d'illusion et de mépris. C'est l'insécurité perpétuelle de Paul qui doit être touchante, car elle est néanmoins, malgré les apparences signe de candeur et de non-méchanceté. Jérémie Prokosch américain du nord, né à Tulsa, il y a environ 37 ans. Il a sauvé Francesca à la fin de la guerre d'un camp de concentration allemand et ne se prive pas de le lui faire sentir. Jérémie Prokosch est producteur par orgueil bien plus que par intérêt, comme la majorité des producteurs. Il a toujours dans sa poche ce que Francesca appelle sa bible, un petit livre plein de maximes, dont il se sert quand il est pris de court dans une discussion ; Jérémie Prokosch n'est ni homme ni dieu, amis comme tous les grands producteurs, seulement un demi-dieu, ce qui est sa force et sa faiblesse. Il voudrait comme Dieu, en effet, façonner les hommes à son image. C'est oublier dira Lang que ce ne sont pas les dieux qui ont créé les hommes mais les hommes qui ont créé les dieux !
Aujourd'hui, Fritz Lang, l'auteur de Mabuse, ressemble un peu à un vieux sage indien, sage serein, qui a médité longtemps et enfin compris le monde et qui abandonne les sentiers de la guerre aux jeunes et turbulents poètes.
Francesca Vanini est une jeune femme italienne d'environ 25-26 ans les cheveux noirs, l'air un peu eurasienne, vive et jolie. Elle parle quatre langues, le français, l'américain, l'allemand et l'italien naturellement. Elle escorte Jérémie Prokosch jour et nuit, et lui sert autant de secrétaire particulière que de chargée de presse pour ses firmes la Compagnie Cinematografica Minerva et la Jérémie Prokosch and Associates. Le film étant parlé en plusieurs langues, le rôle de Francesca sera de traduire simultanément les conversations à deux, trois ou quatre langues, suivant les nécessités du moment. Elle le fera de son propre chef, comme quelque chose d'admis sans que personne même ne lui demande. Sa voix, ainsi sera comme un violon supplémentaire qui paraphrase dans d'autres tons les mélodies des autres violons du quatuor formé par Camille et Paul Javal, Fritz Lang et Jérémie Prokosch
La deuxième partie du film se passe à Capri le seul décor utilisé est celui de la villa Malaparte avec, aux alentours, les énormes et grandioses blocs de rochers sauvages plongeant directement dans le royaume de Poséïdon, lequel, ne l'oublions pas, est l'un des seuls dieux à ne pas aimer Ulysse et à ne pas le protéger. C'est pour cette raison que la situation géographique de la villa est importante. Seul face à la mer, elle renforcera l'idée d'un monde odysséen, en lui donnant une réalité et une présence quasi palpable. Toute la deuxième partie sera dominée du point de vue couleurs par le bleu profond de la mer, le rouge de la villa et le jaune du soleil, on retrouvera ainsi une certaine trichromie assez proche de celle de la statuaire antique véritable. Dans tout le film, le décor ne doit être utilisé que pour faire sentir la présence d'un autre monde que le monde moderne de Camille, Paul et Jérémie Prokosch. Les scènes de l'Odyssée proprement dite, c'est à dire les cènes que tournent Fritz Lang en tant que personnage, ne seront pas photographiées de la même façon que celles du film lui-même. Les couleurs en seront plus éclatantes plus violentes, plus vives, plus contrastées, plus sévères aussi, quant à leur organisation. Disons qu'elles feront l'effet d'un tableau de Matisse ou Braque au milieu d 'une composition de Fragonard ou d'un plan d'Eisenstein dans un film de Rouch. Disons encore que d'un peint de vue purement photographique, ces scènes seront tournées comme de l'anti-reportage. Les acteurs y seront très maquillés. La lumière du monde antique tranchera ainsi par sa dureté par sa netteté de celle du monde moderne où s'agitent nos héros (ou plutôt nos pantins- car les héros ce sont Ulysse et ses compagnons
Contrairement au roman, le temps n'est pas fragmenté en une série de petites scènes s'étalant sur plusieurs moins, mais composé de quelques longues scènes s'espaçant sur une durée de quelques jours. Il s'agit, dans le film, de raconter l'histoire à la fois du point du vue de chaque personnage, surtout Paul et Camille et d'un point de vue extérieur à eux et c'est ici que le personnage de Fritz Lang prend toute sa valeur.

martedì 21 marzo 2017

Chevalier – Athina Tsangari

un gruppo di uomini su uno yacht, per una vacanza.
solo uomini, alcuni servi, altri i privilegiati.
si tratta di gente potente, uomini affermati, con mille debolezze, che non accettano.
le donne sono qualcosa di lontano, che esistono solo perché possono essere utili, in qualche modo, ma sono inferiori, si capisce.
per passare il tempo fanno giochi da deficienti, come si fanno nel mondo, e gareggiano per scoprire chi è il migliore, anzi per capire ed evidenziare i meno forti, in qualsiasi cosa.
sono degli infelici, questi potenti impotenti, in certi momenti il film di Athina Tsangari sembra essere una specie di Perfetti sconosciuti, con più tragedia e meno commedia.
c'è anche una voce inquietante, che guida lo yacht, una specie di deus ex machina, un capitano in carne e ossa o un pilota automatico-computer, chissà.
un film che non lascia tranquilli, una specie di apologo tristissimo sullo stato del genere umano maschio, non è una passeggiata e c'è poco da ridere, ma merita - Ismaele







…Quello di oggi è un film dalla trama inattesa e intrigante. Ci fa sorridere per le tante situazioni che sorgono e per gli inevitabili infantilismi che emergono, e ci inquieta per le assurde tensioni che scoppiano sullo yacht a dimostrazione che anche un banale gioco sia in grado di scardinare vecchi (e giocosi) equilibri e tramutarli in una gara senza esclusione di colpi, potenzialmente rischiosa. Quando le preferenze e le abitudini iniziano ad essere esaminate al microscopio, una sorta d’istinto animale, un riflesso incondizionato esplode e dà il via ad una serie di piccole catastrofi.
CHEVALIER è una bella esplorazione del maschio del nuovo millennio (probabilmente involontaria) ed è sicuramente un’istantanea delle invidie e debolezze insite in tutti noi. Tra una sottile battuta e l’altra, nessuno uscirà indenne da quello che ben presto si rivelerà essere un gioco al massacro senza un vero vincitore.
Ancora una volta il cinema ellenico si è dimostrato una bella sorpresa. L’opera è gradevole e coinvolgente, ha un buon passo e i dialoghi attingono al reale. Peccato non aver sfruttato lo spazio ridotto per spingere su claustrofobia e suspense, ne sarebbe uscito un film esplosivo. In definitiva: imperfetto ma da vedere.

Chevalier ha parecchio del nuovo cinema di Atene, l’impassibilità con cui si osservano i personaggi – insetti da laboratorio entomologico -, l’esplorazioni di microcosmi in cui la normalità trascolora nel patologico e vi si confonde. Un gruppo di amici decide di imbarcarsi su uno yacht per una partita di pesca e immersioni nell’Egeo. Solo uomini. A bordo anche il maggiordomo-chef e il suo assistente. Per ammazzare il tempo si inventerà un gioco, quello di assegnare dei punti non solo alle abilità (sportive, mentali ecc.) di ciascuno, ma anche ai suoi comportamenti, alle sue eventuali manie, lacune, ossessioni. Non ci vuol molto perché l’apparente armonia si spezzi e faccia emergere rivalità distruttive, apra linee di faglia all’interno del gruppo. Tutto è lecito pur di accumulare punti e farne invece perdere gli avversari. Si penetra di notte nella loro cabine a scoprire segreti ben celati, si impone che le telefonate siano pubbliche in modo da poterne giudicare il tono e l’efficacia…

…Chevalier è un film piatto e di una crudeltà precotta, che manca totalmente di coraggio, di velleità umane, di qualsivoglia intento eversivo. Mentre i protagonisti costantemente si giudicano con tanto di blocco degli appunti, l’unica idea che riesce a emergere è quella di un cinema insincero che, con la spocchia di chi si sente senza peccato, pontifica opinabili verità dal proprio palco sopraelevato. Una distanza quasi fisica, dalla quale osservare la marcescenza degli uomini senza rischiare che una sola goccia del loro sangue osi sporcare la macchina da presa, né chi la muove. Una concezione profondamente reazionaria del mezzo che, per noi cresciuti con la simpatetica, onesta e straziante umanità di Alberto Grifi, risulta semplicemente insopportabile e oltraggiosa. Perché all’origine dell’occhio sta sempre una lacrima, ma lo sguardo di Athina Rachel Tsangari si rivela glaciale, alieno, arido. Disonesto, e per questo da rifiutare.

… La realizadora helena usa la cámara como si fuera un bisturí, para ir mostrándonos los comportamientos básicos de un hombre cualquiera de mediana edad. Su mirada es incisiva, irónica, y sobre todo, muy divertida. Todo con el sano objetivo de poner en relevancia la estupidez del género masculino. Crea imágenes de gran belleza, con precisos encuadres, que ponen de relevancia su pesimista visión, porque para ella los varones no tenemos solución, y lo comparto plenamente. Es un mundo cargado de rivalidad y testosterona, donde se antepone la violencia a la negociación. Los seis personajes irán al límite para poder ganar. Para ello no dudarán en usar la violencia psicológica, la física, la manipulación o la traición. En la naturaleza del varón está ser competitivo. A ello debemos sumar otro pequeño detalle, que al varón se le educa para que no admita públicamente sus inseguridades psicológicas, profesionales o personales. De ahí la necesidad del reconocimiento social.
Finalmente, le da un giro de complejidad al guion para pasar de la crítica social a la política. De tal forma que introduce tres personajes más que encarnarían la clase proletaria, frente a la burguesa encarnada por los seis jugadores. Ahí es donde el discurso se vuelve más pesimista. Por todos estos motivos os recomendamos esta genialidad de la cinematografía griega.

Symbole de richesse et de pouvoir, le yacht permet un huis-clos que les scénaristes rendent pourtant physiquement caduc en amarrant le bateau à Athènes. L’absolutisme, aveugle, de l’engagement des personnages à terminer le jeu est alors le révélateur d’une névrose sclérosant la société dans son ensemble. Forte de témoigner de l’infantilisme des hommes (de l’homme), la réalisatrice joue habilement avec la notion même de masculinité qu’elle confronte à d’indépassables tabous : l’impuissance, l’infertilité et, certainement la pire de toute, la contraception féminine. Au-delà, elle met en scène la promiscuité entre les personnages en s’en jouant avec délice, flirtant avec l’homoérotisme et s’amusant d’une homophobie latente.
La dynamique de cadrage et le sensationnel travail sur le son participent à la mise en place d’un climat qui renforce l’impression de huis-clos tout en en soulignant le paradoxe. Parallèlement Athina Rachel Tsangari observe l’arène, nous fondant à son regard d’anthropologue. La musique rythme le film au fil d’une partition magnétique, tantôt hypnotisante tantôt invraisemblable – et dès lors fascinante. Aux résonances de Patrick Cowley répondent celles de Marilena Orfanou tandis que Tchaikovsky côtoie Petula Clark dont le titre « Let it be me » est utilisé avec brio. Notons encore que la réalisatrice nous offre la scène de playback la plus savoureuse qui soit en employant superbement « Loving You » par Minnie Ripperton. Enfin l’ensemble du casting, nous confrontant à la folie de l’ordinaire, est remarquable.

…Con il suo ultimo lungometraggio Athina Tsangari mette in scena un universo maschile tetanizzato dal panico da prestazione, dalla necessità di essere sempre “il migliore”. L’unica cosa che conta è vincere, sempre e comunque.
Le sfide lanciate possono essere apparentemente banali (montare nel minor tempo possibile una libreria Ikea) oppure indecentemente intime (chi avrà la miglior erezione?), sorta di barometro dell’ipotetica “coolitudine” umana. Chevalier propone un universo fatto di assurdità senza freni, di situazioni al limite dell’assurdo che diventano però, grazie allo sguardo acuto e irriverente di Athina improvvisamente razionali e logiche.
I comportamenti sociopatici e a tratti patetici dei nostri eroi del Mar Egeo si dissolvono nell’universo finzionale della nostra regista greca fino a diventare limpidamente verosimili. Lo spettatore è totalmente libero di interpretare gli atteggiamenti dei protagonosti che possono apparire al contempo: irritanti, commoventi o osceni. Il legame che li unisce rimane un altro grande mistero del film, così come il motivo che li ha spinti a partire in vacanza insieme. Tutto è deliziosamente sfuocato e permeabile, sorta di universo parallelo fatto a bivi dove il finale rimane aperto.
Un film terribilmente realista dallo humor irresistibile.

…Premessa e ambientazione sono tutto. Forza, schiavitù e dannazione del film. In questo yacht e da questo gioco non c'è scampo, nè possibilità di fuga o deviazione. Nasce come demolizione dell'uomo, della sua competitività e del suo orgoglio e finisce a demolizione e ridicolizzazione concluse. Non proprio un gioco al massacro, non c'è la giusta crudeltà. La forza che si poteva percepire inizialmente data dai peggiori istinti che emergono per via della competizione e del giudicare liberamente gli altri si stempera nella comicità pura, in percorsi inspiegabilmente tutti uguali, tutti ugualmente diretti al dissolvimento, lasciati andare in quell'unica  direzione come se la regia non ne avesse il controllo. Ed è un peccato. Perché in gran parte,  oltre alla comicità, funziona anche il gioco psicologico, l'addentrarsi nelle dinamiche del confronto a carte scoperte con l'altro. Le diverse personalità sono delineate con chiarezza e si accostano l'una all'altra creando a volte un'atmosfera incerta e sospesa in cui anche la chiacchierata più informale sulla ricetta di un'insalata risulta un'indecifrabile combinazione di manifestazioni vere e studiate, del mettere in mostra le proprie competenze o anche del farsi vedere a proprio agio davanti a ciò che non si conosce. Allo stesso modo anche i gesti più umani, le rassicurazioni di amicizia e la sportività dimostrate durante le gare si tingono per buona parte dell'opera di questo apprezzabile dubbio. Poi però, come dicevo , si sceglie la ridicolizzazione completa e il dubbio sparisce, ma sparisce con lui anche la  forza dei personaggi e del loro percorso, in buona sostanza lasciato andare alla deriva…

lunedì 20 marzo 2017

The Cow (Gaav) - Dariush Mehrjui

film del 1969, che sembra arrivare da un altro mondo.
in un poverissimo villaggio dimenticato da dio e dal mondo, ma non dai banditi, che sono una presenza inquietante, sembra che l'unica ricchezza e gioia sia una vacca, che aspetta un figlio.
Hassan la tratta meglio di qualsiasi essere umano, la cura più della moglie, quella vacca è la ragione della sua vita.
quando la uccidono impazzisce.
sembra un film girato da Ernesto De Martino, o un suo discepolo.
ma chi ha ucciso l'animale?
un bianco e nero bellissimo, una storia che non ti dimentichi, un piccolo grande capolavoro - Ismaele





QUI il film completo sottotitolato in inglese




…Not only is Dariush Mehrjui’s The Cow a great film, it is one of the most important one’s in Iranian history. It was made during the Iranian Revolution, obviously a time of great political turmoil in Iran. The only reason why it was even distributed was because Ayatollah Khomeini was reported to have liked it, thereby allowing it to be shown in theaters. But even then, it had to be smuggled out of the country in order for it to be shown at the 1971 Venice Film Festival. But from that moment on, the face of Iranian cinema would be forever changed. Many believe that it sparked the Iranian New Wave. But what we do know is that it inspired such legendary directors as Abbas Kiarostami. Mehrjui’s use of realism and symbolism would become defining characteristics of Iranian cinema. And all of these influences can be seen in The Cow. It’s amazing how such a simple story can spark such a great cultural uprising. Like the death of Hassan’s cow, the release of The Cow would create a personal redefinition of its viewer’s sensibilities. Thankfully, instead of driving them insane, it made them realize that Iran had the potential to become one of world cinema’s most powerful voices.

…The distressing factor of the film is not just Hassan’s descent into madness; it lies in how the village community reacts to it. As they repeatedly find themselves in a situation unable to address (or find solution to) Hassan’s mental illness, the community slowly seem to give in to his illusion. As the man is stripped off his identity, the villagers overstep their boundaries to reach for some kind of resolution. At the end, the rebelling man/animal becomes a just a burden to be abolished. This disturbing notion is sharply expressed in the climax when Islam loses his senses to treat stubborn Hassan as an animal (‘get going you beast!, he shouts). The movie’s success also belongs to the stupendous performance of Ezzatolah Entezami in the central character.
The Cow aka Gaav (100 minutes) is a seminal work of Iranian cinema which served as the precursor to the nation’s post-revolutionary cinema of Mohsen Makhmalbaf, Abbas Kiarostami, etc. The film could serve both as a touching cinematic experience and contemplated deeply from a philosophical point of view.

…The film does not require subtitles. It's visual. It's simple. The story is set in a remote Iranian village, where owning a cow for subsistence is a sign of prosperity. The barren landscape (true of a large part of Iran) reminds you of Grigory Kozintsev's film landscapes as in Korol Lir (the Russian King Lear) where the landscape becomes a character of the story.
The sudden unnatural death of the cow unsettles the village. Hassan, the owner of the cow, who nursed it as his own child, is away and would be shocked on his return. Eslam, the smartest among the villagers, devise a plan to bury the cow and not tell the poor man the truth. Hassan returns home and is soon so shocked that he loses his senses. He first imagines that the cow is still there and ultimately his sickness deteriorates as he imagines himself to be the cow, eats hay, and says "Hassan" his master will protect him from marauding Bolouris (bandits from another village). Eslam realizes that Hassan needs medical attention and decides to take him to the nearest hospital. He is dragged out like a cow. "Hassan" is beaten as an animal as he is not cooperative to the shock of some humanistic villagers. The demented Hassan, with the force of an animal breaks free, to seek his only freedom from reality--death.