lunedì 21 settembre 2020

L'affaire Maurizius - Julien Duvivier

una storia di giustizia sbagliata, un condannato passa tanti anni in galera, innocente.

non si è mai difeso, per questo è andato in prigione.

solo a partire dalla testardaggine del padre, attraverso un ragazzino, figlio della pubblica accusa al processo, si riesce a scoprire la verità.

e l'amore ha un ruolo importante in questa storia, bisogna arrivare alla fine, amarissima, per capire tutto.

un film francese vecchio stile, buona visione - Ismaele


 

 

Etzel Andergast, figlio del Procuratore Generale Andergast, apprende che, molti anni prima, suo padre ha fatto condannare all'ergastolo Otto Leonardo Maurizius, accusato d'uxoricidio. Il racconto che della vicenda gli fa il padre del condannato convince Etzel che Otto Leonardo è innocente. Egli si mette alla ricerca di Varemme, che con la sua testimonianza ha provocato la condanna di Maurizius, e riesce a farsi una idea degli avvenimenti che hanno preceduto il processo…

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Tratto da un romanzo discreto, un film che sembra venire da lontano! Nel senso sembra un film muto doppiato, con espressioni esageratamente marcate, e andando verso il finale, diventa quasi comico. Peccato, perché il regista è bravo, la riduzione dal romanzo è sua, l'ambientazione è buona e la fotografia eccezionale, ma questa pecca finisce per influire negativamente sulla qualità generale del film.

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Studente liceale teme che il padre procuratore anni prima abbia fatto condannare per uxoricidio un innocente. Decorosa trasposizione dell'omonimo romanzo di Jakob Wassermann, che non era soltanto un giallo giudiziario, ma anche una riflessione sulla fallacia della giustizia, sui conflitti generazionali e sull'amore che complica tutto. Un film corale e ambizioso, che colpisce soprattutto per lo spessore dei personaggi. Gélin a tratti sembra fuori posto, ma il resto del cast (seconde linee comprese) offre prove impeccabili. Finale agrodolce.

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domenica 20 settembre 2020

Sapphire – Basil Dearden

nella swinging Inghilterra, con un impero coloniale enorme, erano gli inglesi ad andare nelle colonie, aiutati dalle armi (ça va sans dire).

quando quei colonizzati andavano in Inghilterra allora nascevano i problemi.

il film racconta di un omicidio, una storia che sembrava d'amore, fino a che lei sembrava bianca, poi d'odio, quando si scopre che lei è una ragazza con antenati non giusti.

l'ispettore e i suoi collaboratori, con gravi difficoltà, arrivano alla terribile verità, e, come in Victim, le cose sono, drammaticamente, sempre peggio di come appaiono.

film che scavano nei pregiudizi della società inglese.

un film imperdibile, provare per credere - Ismaele

 

qui il film completo con sottotitoli in inglese

 

 

 

Un an après les émeutes raciales de Notting Hill, Basil Dearden essaie d’aborder le sujet épineux de l’intégration en incorporant les problèmes d’un Londres en pleine évolution sociale à une enquête criminelle. On découvre une belle jeune femme (Yvonne Buckingham dans le rôle éponyme du film) assassinée à Hampstead Heath : l’autopsie révèle qu’elle a subi d’autres outrages - elle est enceinte. Lorsque son frère qui est docteur (Earl Cameron) vient identifier le corps, les inspecteurs Hazard (Nigel Patrick) et Learoyd (Michael Craig) sont surpris de la noirceur de sa peau - il leur avait semblé que Sapphire avait la peau blanche. Les illusions se brisent l’une après l’autre lors de l’enquête qui mène un Learoyd manifestement sectaire et un Hazard plus circonspect dans des boîtes de nuit et maisons des jeunes fréquentées par Sapphire. Ils recueillent ainsi des témoignages d’intolérance et d’ignorance venant de tous bords au fil de leurs investigations. Véritable révélateur des valeurs dominantes de l’époque, le film continue aujourd’hui encore à mettre le spectateur mal à l’aise tout en le poussant à réfléchir.

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In Sapphire, two detectives investigate the murder of a college student who was of mixed race but was “passing” for white. The manhunt takes them on a tour of the city’s black communities, seldom shown cinematically before, and reveals the shocking intolerance of many in the white middle class. With its frank exposure of postcolonial ethnic tensions, Sapphire was one of the most remarkable social-problem films produced in Britain after the war. And it made waves, eliciting as many angry notices as positive ones, though it was well regarded enough to garner best British film honors at the 1959 British Academy of Film and Television Awards. If the film seems less than radical now, it’s worth noting that British cinema reverted to being exclusively white for some time afterward. Dearden had taken viewers places many had never been.

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sabato 19 settembre 2020

Notturno - Gianfranco Rosi

qualche anno dopo Fuocoammare Gianfranco Rosi gira un nuovo documentario, in zone di guerra, Siria, Kurdistan, Iraq, qualcuno aggiunge il Libano, ma non ho visto immagini, forse c'erano, ma nel montaggio devono essere sparite (se non ho dormito un po').

non ci sono molte parole, quasi solo in manicomio, il posto più sicuro di quelli visti nel film.

la fotografia è di serie A.

le immagini parlano da sole, alcuni segmenti più riusciti di altri, l'occhio del regista fa la sua parte, e come sempre succede ci si chiede se la presenza della telecamera rende le persone (nel documentario) come sono, o le cose cambiano? l'osservatore cambia l'osservato? eterna domanda.

certo che viene in mente un'altra domanda? chiunque di noi lì, uno come loro, resterebbe sempre lì o cercherebbe a tutti i costi di arrivare in Europa (che nei confini di quelle nazioni disegnati con il righello ha un bel po' di colpa)?

film che merita, un po' sotto Fuocoammare, secondo me, ma merita.

buona visione - Ismaele


 

 

 

 

Quello di Rosi è un cinema ormai globalmente riconoscibile, e sempre diviso nell'anima: da una parte improvvisazione e adattamento a ciò che la realtà gli comanda, dall'altra un controllo formale e cromatico che a volte sembra voler far prevalere l'estetica sull'etica. Notturno, è ancora una volta tutto questo, un film pensato per aver luogo solo di notte che poi, negli anni e nel girato, si è aperto anche al giorno. Un'opera che affianca momenti di intimismo extra-ordinario (la litania di una donna in visita alla prigione dove il figlio è stato torturato e ucciso) a quello quotidiano (un salotto che ogni notte viene preparato per accogliere il riposo di una famiglia intera), e che ha un'innegabile capacità di rendere iconico l'icastico.
La sequenza ambientata nel cortile di una prigione in cui, come sangue da una ferita, si riversano le uniformi rosse dei prigionieri è sullo stesso livello delle memorabili scene che tracciavano contorni di persone attraverso il luccichio delle coperte termiche in Fuocoammare. Ancora una volta alla regia, montaggio e suono di Rosi si affianca il contributo di una star della fotografia come 
Luca Bigazzi alla correzione colore, sempre a livelli eccelsi.

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Notturno rappresenta lo sguardo oltre il conflitto di guerra, é un film sulle persone dilaniate dal dolore ma che, non possono arrendersi alla sofferenza, e vivono la propria quotidianità convivendo con esso. Ci sono attori che rielaborano la guerra e la storia di quelle Terre colpite attraverso pièce in cui ognuno di loro si fa carico di un racconto che, inevitabilmente ha lasciato segni visibili (e non) su ognuno.

In Notturno parlano le immagini, gli sguardi delle persone, il “silenzio” della colonna musicale costringe lo spettatore a non distrarsi da quello che sta guardando. La storia é tutta lì, e non ha bisogno di accessori.

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…Ciò che colpisce in maniera positiva del documentario “Notturno” è la bellissima fotografia. Si tratta di immagini spettacolari, di giochi di ombre, di colori spesso caldi, di luci al tramonto e all’alba. Il notturno è evidenziato da una precisa esaltazione del buio che fagocita la luce, spesso flebile, spesso disturbata dagli spari delle mitragliatrici nella notte.

Corrono e marciano i soldati sin dall’inizio e si ritrovano in molte scene. Il regista ci avverte solo, con un primo cartello scritto e silenzioso che siamo in medi oriente, ma non viene mai precisato il paese, la città, di quale confine o popolo viene riprodotto.

Rosi lascia parlare le immagini, non si interessa di dare delle coordinate spazio temporali precise proprio perchè la situazione, in quelle zone, è sempre molto dinamica, fluida, cangiante oltre a una condizione di base, quella umana che dovrebbe prevalere al di là dei confini.

“Notturno” si discosta dal documentario puro, tutte le scene sono progettate e montate con un preciso motivo ma non costituiscono mai un racconto unico. Non esiste una voce fuori campo, non esiste nessun personaggio che spiega il suo punto di vista tantomeno quello del regista…

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…Pero también atrapa imágenes bellas, evocadoras y sugerentes. Imágenes nocturnas iluminadas por el fuego de los pozos de petróleo ardiendo, una carretera convertida en auténtica cascada de agua o los distintos intentos de cruzar un río tras el destrozo del puente que permitían vadearlo. Imágenes de gran fuerza visual por lo estético y por su capacidad de evocación. Lástima que su camino para conseguir la atención del espectador se incline demasiado hacia la búsqueda impúdica de la emoción por cualquier medio.

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Se da una parte è difficile non provare empatia per le situazioni sempre più estreme che Rosi cattura, dall’altra sorge un dilemma prettamente morale: fino a che punto può spingersi il cinema nella rappresentazione del reale, senza risultare artefatto e per certi versi disumano? Il reale pianto di una madre che accarezza il muro usato per la tortura del figlio può essere usato come strumento narrativo e retorico? In cosa differisce Notturno da quella rappresentazione teatrale mostrata allo spettatore, in cui i pazienti di un ospedale psichiatrico provano e costruiscono a tavolino la loro opera?

La risposta a queste domande sta nella personale interpretazione dell’etica e del mezzo cinematografico. Dal canto suo Rosi, in quella che ormai possiamo definire la sua cifra stilistica e artistica, si limita a interrogare il nostro sguardo, a pungolare le nostre più intime convinzioni e, in ultima analisi, a documentare la storia mentre la stessa storia scorre, senza alcun compromesso che non sia la ricerca della bellezza e dell’emozione.

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Notturno non mostra la guerra in modo diretto, ma prova ad esplorare i dintorni di essa. Soprattutto quando, dalla voce dei bambini, si ascoltano ricordi agghiaccianti delle torture a cui hanno assistito o che hanno subito in prima persona con l’arrivo dell’ISIS. Teste mozzate, impiccagioni, pugni, calci, e varie pratiche insensate e folli che ormai sono marchiate a fuoco nelle loro piccole menti anche se il personale scolastico prova ad aiutarli a dimenticare o perlomeno a comprendere quella brutalità, anche se è impossibile persino per gli adulti.

Distese di acqua avvolte dai toni caldi del tramonto, campi immensi e isolati, si alterano ad ambienti vuoti in cui i personaggi si muovono timidi. Notturno è sicuramente un documentario interessante per il suo valore artistico e culturale, ma non coinvolge per la mancanza di una storia da raccontare. Sembra più di essere di fronte a un’opera d’arte da ammirare e contemplare, ma non a un documentario con un’anima da esplorare e vivere.

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giovedì 17 settembre 2020

Anna - Pierre Koralnik

film "solo" per la tv, il primo a colori, pare, è la rappresentazione della swinging (o douce) Parigi di quegli anni.

Anna Karina è bravissima, Serge Gainsbourg, anche attore, compone musiche davvero belle, Jean-Claude Brialy è perfetto nel ruolo di chi si innamora di un'immagine, e solo di quella, purtroppo.

film che merita, promesso - Ismaele

 

 

While it flirts occasionally with Godard territory, this musical comedy is more of a tribute to British pop culture. Beyond Gainsbourg's discordant but fine score, it is primarily an affair of cinematic attractions drawn from some stunning Willy Kurant cinematography (thankfully, not the fish-eyed effects, but those in the city with the two leads shot against colorful posters) and from a divinely girly Anna Karina.

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Brialy, as the fashion advertising executive (or something) who falls in love with the photograph of a girl that he finds in his company’s dark room (note the Funny Face reference), doesn’t so much play a character as enact a sequence of poses of lovesickness, as if he were doing a theatrical performance of the fragments that make up Roland Barthes’ A Lover’s Discourse. Karina, as the girl in the photograph who Brialy never recognizes as the same person because whenever he sees her she’s wearing a rather adorable pair of glasses, is also not really required to ‘act’ in any terribly dynamic way, but it’s to her credit that she manages not only to convey grace and loveliness, but to be genuinely convincing as a lonely, hopeful but often disappointed young woman, as her character is for the first part of the film. Gainsbourg of course has enough charm, wit and ‘screen presence,’ as they say, to steal the whole movie away from its two main stars, which is perhaps why he’s sensible enough to only show up for a couple of scenes. The musical sequences are brilliant not so much for their choreography as for their editing, which dispenses with continuity not for the sake of a Godardian ‘up yours’ to Hollywood, but because there’s just way too much fun stuff going on to bother with the conventions…

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French, energetic, colorful, bonkers musical that could only have come from the 60s, with an eclectic pop soundtrack by Serge Gainsbourg that is somehow both obnoxious and lyrically playful. The story is simple: A photographer catches a face on one of his photographs while in a train station, falls for the mysterious woman and starts a desperate search to find this girl of his dreams even though she is right under his nose. This is really just an excuse for one quirky French pop song and performance after another. Interspersed between the songs are some delirious, acid-induced 'dance' performances often involving spastic unhinged performances in the street by people wearing painfully colorful and bonkers costumes made of plastic. The opening is particularly surreal. Also features Marianne Faithfull and Anna Karina.

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Des fois il y a des films comme celui ci, on se lance dedans sans trop savoir a quoi s'attendre et puis on découvre un film a deux doigts d’être une vraie merveille, rempli d'émotions et de sentiments .
Ce téléfilm avait tout pour sortir sur grand écran, et ceci est deja un gros handicap pour qu'il puisse continuer d'exister de nos jours .
Mais il a aussi vieillit aussi bien au niveau des images que du son .
Enfin bon c'est le genre de film qui est tombé dans le l'oubli du cinéma Français et c'est bien dommage !...

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ANNA est de ces films qui nous rappellent l'importance du scénario (et oui), de sa capacité à occuper pleinement un film, et surtout de la réalisation, de "pourquoi on montre une chose comme on la montre, et pourquoi pas autrement".

Commençons par les bons points, qui j'espère vous donneront la curiosité d'aller regarder ANNA : film à voir d'abord pour sa photographie : dirigée par Willy Kurant (Godard, Varda, Kubrick, Gainsbourg …), on ressent un réel soin apporté à la composition des plans, aux cadrages, on perçoit nettement une esthétique, un parti pris dans l'image du film, qui sublime les acteurs principaux, Anna Karina et Jean-Claude Brialy et les rues de Paris, décor traité un peu comme un personnage, c'est en tout cas ce que j'ai ressenti : le cadreur nous fait ressentir son expérience de cinéma d'actualité, les travellings dans la capitale font penser à du documentaire, chose étonnante pour une comédie musicale.

Seconde raison de voir Anna, et plutôt de l'écouter : la bande-originale. Composée par Serge Gainsbourg, qui donne également la réplique à Serge (Brialy) dans le film, elle est particulièrement réussie, et je conseille vraiment l'écoute de la dernière version CD, remasterisée, qui permet de profiter des musiques entières, parfois tronquées dans le "final cut".

Dernière raison de regarder ANNA, les acteurs, qui sont vraiment intéressants, et apportent au film une plus-value : Karina, dont l'espièglerie est un parfait contrepoint aux monologues introspectifs, Brialy dans son rôle d'homme presque fou, perdu dans un amour illusoire, désabusé, traité comme un enfant par ses tantes "étranges". Ils arrivent à nous faire oublier le côté assez kitch du film, qui en même temps fait le charme d'ANNA, il faut l'avouer. Un couple que l'on retrouve quelques années plus tôt dans "Une femme est une femme" de Jean-Luc Godard (1961) : un musical plus réussi car plus audacieux ... Godard arrive à nous faire vivre une intrigue à la fois absurde et révélatrice des comportements humains, comme des marivaudages (même si la musique de Legrand n'est pas l'axe de film, contrairement à celle de Gainsbourg, c'est peut être le défaut qu'on peut lui trouver). Enfin, ce couple marche très bien à l'écran, et c'était une bonne idée de les choisir ! Ajoutez à cela qu'Anna Karina était une proche de Gainsbourg, ce qui explique la réussite de la B.O., et on avait un film réussi, sur le papier ...

La grande faiblesse d'ANNA, c'est son scénario et sa réalisation : un postulat de départ intéressant, un homme tombe amoureux d'un visage féminin sur une photographie, et s'évertue à retrouver la fameuse femme, par tous les moyens possibles, sans se rendre compte qu'elle est sous ses yeux. L'idée me séduit, seulement elle n'est pas suffisamment développée, mise en scène : je n'ai pas perçu de véritable audace, rien ne m'a fait dire "Wow, c'est osé" : un musical qui se réclame pop, acidulé, mais avec une réalisation ultra classique : ça fonctionne pour certaines séquences ("Boomerang" et Brialy dans la rue), mais le reste du temps, on s'ennuie. Le vrai problème étant que l'intrigue tourne en rond assez rapidement, et aurait pu être plus riche, plus étonnante : on ne fait finalement que suivre les déambulations urbaines et dépressives de Serge, et les pensées pessimistes mais teintées d'innocence d'Anna, avec deux trois passages plus nerveux, "psyché" ... Il ne faut pas oublier qu'ANNA est un musical produit avec un budget dérisoire, ce qui explique peut-être la "sobriété" de la réalisation ... Mais quand même, c'est dommage d'avoir un si bon matériel de départ, et de ne rien transcender : heuresement, le casting est là, et la musique aussi.

En conclusion, je conseille ANNA pour l'image, hyper réussie, la musique, hyper réussie -normal, Gainsbourg- et les acteurs, justes dans leur interprétation, et j'espère voir un jour une belle version remasterisée, image et son, pour mieux profiter du film ! (Peut-être est-ce un voeu pieux, mais j'ai envie d'y croire quand même !)

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mercoledì 16 settembre 2020

Elisa y Marcela - Isabel Coixet

una storia di un secolo fa, quando esisteva un unico tipo di coppia, meno che mai di due donne.

film un po' a tesi, quasi un documentario,per certi tratti, quindi.

la battuta più bella del film e di quel funzionario portoghese che fa fuggire le donne, per fare un dispetto agli ingombranti vicini spagnoli.

film più stroncato che esaltato, con tutte le cautele del caso meglio vederlo, poi ognuno decide il proprio giudizio - Ismaele


 

 

 

è fin da subito evidente che il legittimo intento politico del film - sottolineato dal cartello finale - è anche il più grande limite di questo melodramma sentimentale in cui, per quasi due ore, non c'è traccia di un solo contrasto "interno" che turbi la relazione fra le protagoniste.
Un melodramma senza melodramma, insomma: l'amore tra Elisa e Marcela ci viene raccontato da Coixet senza alcuna sfumatura, solido, persistente, potenzialmente eterno. Un sentimento che non viene mai messo in crisi, né tantomeno discusso, nonostante le difficoltà crescenti cui le donne - omosessuali nella Spagna cattolica dei primi del Novecento - devono far fronte.

L'arco della storia d'amore fra Elisa e Marcela, più che un arco, è una linea retta che procede noiosamente all'infinito: innamorate da subito, fuggite rapidamente al controllo della famiglia (Marcela) e della scuola (Elisa), le due convivono, si sposano, si travestono, e nemmeno il carcere riesce a mettere pur debolmente in crisi il loro legame. Un idillio del cuore ma anche dei corpi, consumato nelle scene più efficaci del film: quelle in cui l'energia sessuale delle giovani esplode in amplessi giocosi e creativi, tra un accenno al bondage e animali usati in modo improprio, con l'occhio della regista spudoratamente vicino al centro del piacere.
Svincolate dall'obiettivo militante e dall'aderenza storica, le scene di sesso in Elisa y Marcela sono la parte più viva e autentica di un film il cui motore narrativo è uno stanco "uno contro tutti", al servizio di una tesi manichea in cui il mondo rurale spagnolo - incapace di accettare quella relazione "altra" - è il polo negativo.
Un mondo raccontato, anche in questo caso, con l'approssimazione di una fiaba per bambini: il taglialegna violento, la contadina impicciona, i popolani che assediano la casa delle amanti con pietre e forconi (sic). Muovendosi sopra le righe di una storia vera, già di per sé straordinaria, Coixet eccede in tutto: si lascia travolgere dal contenuto ed esagera nella forma, sciogliendo la raffinatezza del bianco e nero in un pasticcio di dissolvenze, trovate e affettati cliché visivi.

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Ogni cosa in questo film vuole ricordarci che la nostra società, dopo un secolo, non è cambiata. La gente deve fingere di essere altro da ciò che è per essere accettata. La sovrapposizione di piani è sottile, quasi velata, fino alla denuncia finale. Non tutto il film vuole essere emblema di una filosofia, o racconto della discriminazione del diverso. L’opera descrive una storia d’amore, in modo molto rispettoso. Chiunque sia consapevole che questa tematica possa toccare delle corde che urtino la propria sensibilità, fuori da ogni giudizio morale, sappia che la visione non è obbligatoria…

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anche se Elisa y Marcela è dello stesso impasto di troppi prodotti Netflix, il film della Coitex non è esente da altri problemi. Ci troviamo davanti a scelte che risultano effettivamente incomprensibili, come virare alcune immagini verso uno scadente effetto pellicola per poi tornare un secondo dopo alla grana del digitale. Ma la vera questione è un’altra. Per parafrasare Greta Fernández (Marcela nel film) “Grazie a Netflix la storia  delle due donne potrà essere conosciuta da tutti.”  Ma è davvero importante solo  il fatto che sia conosciuta da tutti? Non conta anche come attraverso il cinema questa storia viene mostrata? Il problema centrale di questo racconto di lotta è che non avvertiamo, neanche per un secondo, l’ardore della lotta. Non ci dimeniamo scomodi di fronte all’ingiustizia; nelle immagini della Coixet manca la stupidità dell’ oppressione e lo spirito battagliero di una donna che nel 1901, decide di vestirsi da uomo per sposare la sua amata. Non ci bastano dati didattici e sconvolgenti esibiti a chiusura del film, prima dei titoli di coda. Elisa y Marcela ci sembra comunque solo una storia qualunque.

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In troppi paesi, ci avverte il cartello finale, il matrimonio fra persone dello stesso sesso è illegale e l'omosessualità è punita con la pena di morte: può essere nobile l’intento di Coixet di raccontare la storia vera di Elisa, che sotto mentite spoglie maschili sposò l’amata Marcela nel 1901, ma ignobile è la messa in scena. Il film originale Netflix si rivela una fiera del cattivo gusto, con inaccettabili vezzi stilistici che fanno il verso al muto (dissolvenze a iride, effetto “sgranato” che va e viene arbitrariamente), leziose nature morte in un bianco e nero che pare la parodia di Roma e scene di sesso patinatissime ma per nulla erotiche, con un immaginario che sta tra Dolce & Gabbana e 50 sfumature di grigio (guest star un incolpevole polipo). Il vero scult del festival, rende un pessimo servizio alla giusta causa di cui si fa portavoce.

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Una storia questa di Elisa e Marcela che ci ricorda il potere dimenticato del desiderio. Desiderare è il primo atto di amore, è la prima consumazione del piacere che però possiamo ripetere nella nostra testa all’infinito. Dal punto estremo del desiderio Marcela, la più giovane, si getta senza sapere esattamente perché, segue il flusso, apre le braccia credendole ali. Il desiderio è una sorta di terreno sicuro, un giardino incantato ma recintato. Possiamo far entrare chi amiamo e dettare noi le regole, nel desiderio siamo noi i signori del castello, noi gli stessi carcerati. Il desiderio però può anche consumare fino a sfinirci, può esaurire il resto, il terreno oltre il perimetro può seccarsi. Ma Elisa e Marcela si gettano insieme, le ali prendono fuoco, almeno lo fanno insieme. Tentano un atto di volontà, ci riescono.

Votare la vita all’amore – a un amore considerato malato e mostruoso all’epoca, e siamo solo cento anni fa – è un atto di desiderio che si spinge fino alla volontà, porta quindi il sacrificio. Se volete ricordarvi cosa significhi tentare un amore completo allora guardate questo film, non c’è volontà senza prima desiderio, non c’è passione senza amore. Tutto è incastrato nella stessa forma, tutto richiede un estremo dolore. Elisa e Marcela ci ricordano che non si può volere tutto di un amore se non si è pronti a togliersi tutto, a spogliarsi persino della libertà. La loro storia ci insegna che amare significa espropriarsi della propria identità se c’è un bene da difendere, da preservare. Essere agnelli e carnefici, stare sull’altare del sacrificio, non sapere fino all’ultimo chi sarà dalla parte del coltello, chi del collo offerto…

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La química que surge entre las dos mujeres queda opacada por diálogos chatos con poca inspiración, sin detenerse en hitos de la historia de amor que hubiese valido la pena destacar. La velocidad con la que surge el romance es completamente inverosímil, quedando como el inicio de una película soft porn, en la que van directo a los actos carnales. Pese al ritmo, la narrativa es tediosa, sobre todo en la segunda mitad de la película.

La intención parece buena, pero en la realidad se vuelve demasiado simple. Pretende ser una reivindicación a la elección libre del amor entre esas 2 mujeres y, con tanto material de la historia real, podría haber sido una película más profunda y apasionada. Pasa muy superficialmente por temas como la intimidad de las chicas o la incomprensión de la sociedad.

A pesar de ser tan superficial, teniendo un mensaje tan fuerte para trasmitir, se agradecen siempre películas como ésta que defienden los derechos y libertades de las minorías.

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La directora lleva demostrando ya hace un tiempo, sobre todo en "La librería" y en "Elisa y Marcela" que defiende con uñas y dientes a sus actores y les da todo el protagonismo que se merecen, tanto Natalia de Molina como Greta Fernández forman un vinculo muy especial, la química que se forma entre ellas es espectacular y que decir del grupo de actores secundarios que arropan a la pareja protagonista.
La cinta esta dirigida con una exquisita delicadeza y con un blanco y negro que te envuelve, te atrapa y ta hace participe de toda la historia. La puesta en escena y la fotografía también son estupendas . Pero sobre todo es una película reivindicativa y que transmite el mensaje de que cada persona es libre de enamorarse de quien le de la gana.

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El contexto en el que se cuenta esta historia es lo que peor cuidado está de toda la película. Estamos en Galicia, en 1901 y poco escuchamos el acento gallego. Pero no solo eso, sino que ellas tampoco disimulan demasiado. Me ha parecido que Coixet ha tratado el tema de manera demasiado actual, sí que hay dos escenas en las que se puede ver como son marginadas o incluso atacadas, pero aun así no las veo preocupadas de ser vistas, no me ha parecido nada real para la época en la que andaban. Si que se nos muestran las consecuencias finales, pero sinceramente tardan en llegar.

Visualmente es donde más gana la cinta, la fotografía es de marco y Jennifer Cox merece un gran reconocimiento por ella. Creo que hay pocas imágenes de la película que no sean bellas, aunque como he mencionado antes, muchos planos no dicen demasiado.

Poco más que deciros, recomendaros buscar información acerca de estas dos mujeres y empaparos con sus vidas. Merece la pena.

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…A ben guardare, la ragazza travestita da ragazzo non è assolutamente credibile, e non avrebbe certo ingannato nessuno, mentre invece è verosimile la vera Elisa, come si evince dalla foto d’epoca. Giocare un film sull’ambiguità e la finzione sessuale, sul modello di Boys Don’t Cry, sulla donna che si finge uomo e sulla suspense della sua possibile scoperta, richiede una assoluta verosimiglianza, cosa molto difficile da raggiungere. E infine una contraddizione di fondo. Fare di questa storia una storia esemplare per le conquiste dei diritti civili LGTB ha poco senso. La storia certo è straordinaria e andava raccontata. Ma non di ribellione si è trattato, semmai di una simulazione truffaldina per poter vivere felici assecondando, non contestando, l’opprimente morale bigotta cattolica. Né il film cerca di spiegare un’altra domanda irrisolta: perché scegliere la rischiosa strada del matrimonio simulando un sesso diverso e non ripiegare su altre forme di convivenza magari con altre simulazioni? Più che un pamphlet per i matrimoni tra persone dello stesso sesso, Elisa y Marcela è un esercizio di stile dell’ego cinematografico della regista.

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martedì 15 settembre 2020

Working Class Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio - Giandomenico Curi

 

 

Un catalogo militante - Tonino De Pace

In tempi di isolamento si è inclini a compilare bilanci, stendere ragionamenti e contabilizzare vittorie e sconfitte. È questa una delle operazioni che Giandomenico Curi sembra avere compiuto con il breve documentario Working Class Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio, visibile online e gratuitamente su arcoiris.tv. Il lavoro di Curi è nato anche grazie alla essenziale collaborazione dell’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico), che, ancora una volta, si conferma come archivio prezioso e insostituibile di immagini per gli storici, i ricercatori e gli appassionati in genere. Un archivio, peraltro, che, proprio in questa prospettiva, supera ogni appartenenza politica, per diventare esclusivamente depositario di una memoria sociale, del lavoro e quindi patrimonio culturale universale. Proprio in questo senso è doveroso difenderlo poiché rappresenta un pezzo di valore della nostra cultura e che si trova, come altre istituzioni in verità, in perenne difficoltà a causa di norme sempre più riduttive dei finanziamenti che servono a farlo vivere. Leggi che da qualunque schieramento appaiono sempre del tutto incongrue rispetto alla univoca declamazione dell’utilità della cultura e delle radici culturali del nostro Paese. Ma quasi sempre alle enunciazioni ad effetto seguono atti del tutto dissonanti con quelle parole.

Ma nonostante tutto questo, l’AAMOD continua a conservare immagini e memorie e la loro diffusione, comunque, diventa sempre un’emozione poiché è un modo per sfogliare la storia e sentire il fremere di quel passato nel nostro presente. L’occasione ultima è proprio questo breve film di Giandomenico Curi Working Class Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio, che diventa una bella riflessione sul lavoro e sul ruolo degli operai tra cinema, musica e testi letterari. Il film parte chiedendosi che fine abbiano fatto gli operai nel cinema, proprio quello stesso cinema che con i fratelli Lumière ha mosso i suoi primi passi trasformando i dipendenti delle proprie officine in attori e attrici, prima e dopo in spettatori. Ecco, gli operai che sono stati protagonisti alla nascita del cinema e per altre successive stagioni, ora attendono – risponde Curi- che i film si occupino di nuovo di loro, ora che le nostre società sono strette dalla crisi e le questioni del lavoro sono tornate prepotentemente al centro del dibattito.

Working Class Heroes, appartiene a quel cinema militante, ma ragionato, che sa distinguere e riflettere e che, al contempo, sa anche farsi catalogo, altrettanto ragionato, di una stagione in cui le lotte operaie e la musica hanno saputo camminare l’uno accanto all’altra riportando le istanze degli operai e degli studenti, di due categorie sociali che a partire dal primissimo secondo dopoguerra e fino agli anni ’90 hanno spesso incrociato esperienze e metodi di lotta politica, trovandosi a volte sullo stesso fronte, ma in alcuni con posizioni diverse. In mezzo ci stanno la musica e il cinema che hanno accompagnato con le note e le immagini le battaglie di strada del ’68 o gli autunni caldi italiani o in altri luoghi del pianeta. Quella musica e quel cinema che hanno saputo farsi, senza perdere il valore artistico intrinseco, strumento di contestazione e con i musicisti, i registi e gli scrittori, pratiche di opposizione e antagonismo, riuscendo a fare diventare mitico il legame tra quelle espressioni d’arte e il lavoro, liberando i desideri e restituendo spazio ai diritti dei lavoratori. È quello che è stato veicolato dalla musica nella stagione di Woodstock, ad esempio, o per le strade con le immagini degli autori che hanno raccontato la rivolta e le sue ragioni. Al centro di questa congerie di fatti ed elementi che hanno accompagnato il progredire delle condizioni sociali, ci stava e ancora oggi c’è, il lavoro. Quello stesso lavoro che diventa il protagonista del film accompagnato dall’agile montaggio delle immagini e dai testi che ci fanno attraversare quasi cinquant’anni di storia, anche del cinema. Quel lavoro che oggi è così difficile perfino da praticare per chi ce l’ha, figuriamoci per chi non ce l’ha. Ecco perché all’inizio di questa breve riflessione si è parlato di consuntivi e di catalogazione, perché è questo che fa Curi che seppure con il difetto di una sintesi fin troppo stringata dei fatti e delle emozioni che hanno caratterizzato quelle storie – perché anche di questo si tratta – ha sicuramente il pregio indubbio di costituire un ottimo punto di partenza per lavorare in profondità sui legami solidi tra queste espressioni artistiche e il mondo del lavoro, nel rispetto delle complessità che spesso proprio in quelle mediazioni trovano perfetta sintesi.  Ben venga quindi una riflessione su lavoro e cinema e musica, da Loach a Littin, da Petri a Gregoretti e da John Lennon a Enzo Jannacci, ma chi avrà pazienza di leggere i titoli di coda avrà di che gioire per i nomi di chi ha contribuito con la propria arte a restituire dignità al lavoro e alla sua festa del 1° maggio.

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