domenica 20 agosto 2017

Palabras – Corso Salani

un piccolo film ambientato nel Cile delle terre e dell'acqua rubata per costruire dighe.
una ragazza spagnola di un fondazione contro la costruzione delle dighe incontra e si scontra con un ingegnere italiano che prepara il cantiere per la costruzione della diga.
e poi da cosa nasce cosa.
succedono poche cose, Adela (ma anche Alberto) è bravissima, non si risparmia e di sicuro soffrirà di più, questo è il mondo.
a me è piaciuto molto, senza troppe complicazioni, e sincero.
peccato che Corso Salani non c'è più.
buona visione - Ismaele






In Palabras, sullo sfondo di una moderna Santiago del Cile, è la giovane Adela a raccontare alle amiche la relazione avuta con Alberto un anno prima: un sentimento sofferto, un amore improvvisamente svanito. Lei era sulle Ande assieme ad altri amici ambientalisti per contestare la costruzione di una diga; lui, uno schivo ingegnere italiano, è lì a rappresentare la ditta che quel progetto lo vuole attuare. Sulle tristi melodie di un ballo non consumato, Adela e Alberto si diranno addio. Soggettista, sceneggiatore, regista e attore, Salani (che davanti la macchina da presa così profondo e intenso forse non è) scompone progressivamente la relazione fra i due innamorati, si addentra pian piano nell’insofferenza di Adela, fino a mostrare senza vergogna il patimento di chi ancora può piangere sinceramente per amore. Bravissima e bellissima Paloma Calle quasi sempre in scena.

dettagli su cui si costruisce un film che sa essere lieve e denso allo stesso tempo, aperto e libero eppure avvolto dolcemente su alcune scene, quelle in cui emerge la forza dello sguardo/cinema di Salani, attimi che concentrano una ricerca progressiva e sempre rivoluzionaria, capace di chiudersi attorno ad una scena di ballo, ad uno sguardo dove non servono più parole per dire.

Salani squaderna il peggio del cinema italiano: immagini spudoratamente soleggiate (passato) e sporche di melanconia (presente), una love story melò tra due nemici “ambientali”, la trovata rivoluzionaria della narrazione in flashback, tristezza di maniera e tanto altro. Paloma Calle è un’attrice fin troppo teatrale, platealmente a disagio con la telecamera piantata sul volto (e allora sgrana gli occhioni); il regista stesso, portatore sano di deteriore morettismo, fa innamorare la protagonista di lui (alla Pieraccioni? Andiamoci piano con gli insulti); le due amiche della protagonista sono anitre pettegole, la coppia triestina non dà segni di vita. Fastidiosi indugi registici sulla handycam del cinema “povero” (di mezzi come di idee), una sceneggiatura estratta da un temino di quarta elementare: verso la metà della pellicola Adela attacca con io e lui ci capivamo senza parlare e prosegue per uno snervante quarto d’ora. Apprezzabile solo il bilinguismo italiano-spagnolo, su un roccioso sfondo andino da cartolina. Gli snodi filmici riusciti si contano sulle dita di un moncherino: in uno di questi il silenzio ottenebra un ballo della protagonista, sfortunatamente per pochi secondi. Poi quelli là sullo schermo ricominciano a sbrodolare parole (dallo spagnolo palabras), affondando il coltello sullo spettatore: in confronto lo psicologismo di Ozpetek è cinema epico e la ruffianeria di Muccino appare quasi digeribile (ho esagerato).