martedì 20 febbraio 2018

Il gobbo - Carlo Lizzani

grandi attori, e un grande regista che li tiene insieme, con una sceneggiatura davvero intensa.
siamo nel periodo fra la liberazione di Roma e la liberazione d'Italia, i fascisti sono in rotta, i partigiani stanno vincendo, si fanno i conti, anche a colpi di pistola e mitra.
ex partigiani gestiscono l'economia, proteggono i bambini degli orfanotrofi, liberano le prostitute, loro malgrado.
appare anche Pier Paolo Pasolini, giovane attore alle prime armi, bravo.
un film che non ti dimentichi, sicuro, ti chiedi come mai non l'hai mai visto in tv, e poi lo capisci - Ismaele 



QUI il film completo


Il più bel film di Lizzani è uno dei migliori del nostro cinema, duro e abbastanza violento per l'epoca, che ci racconta di una periodo difficilissimo per un Italia che aveva perso la guerra e ogni suo punto di riferimento, dove tutti erano abbandonati a se stessi e dove trovavano terreno fertile personaggi come il Gobbo, che se da un punto di vista si schieravano contro i tedeschi, allo stesso tempo prendevano le distanze anche dai partigiani stessi, insomma dei fuorilegge, il cui unico credo era la violenza, del resto non poteva essere altrimenti visto che la situazione era più che disperata. Il Gobbo è stata una figura che per le borgate romane ha sempre rappresentato un idolo, uno che combatteva per il bene del popolo, insomma una figura mitizzata che ha avuto sicuramente più ombre che luci. Un personaggio così complesso non poteva essere trascurato dal cinema, ci pensa il grande Lizzani a raccontare le vicende del Gobbo Giuseppe Albano, per l'occasione ribattezzato Alvaro Cosenza, e regalandoci due personaggi straordinari, il Gobbo che quindi è un personaggio realmente esistito, e Ninetta, che è un personaggio nato dalla fantasia degli sceneggiatori, reso indimenticabile dall'attrice italiana più bella e brava di sempre: Anna Maria Ferrero.
Per il ruolo da protagonista viene scelto il francese Gerard Blain, trattandosi di una coproduzione è quasi una scelta obbligatoria, in un primo momento potrebbe sembrare una stonatura, ma non è così, il bravissimo Blain ce la mette davvero tutta per sembrare un ragazzo delle borgate romane, egli stesso dichiarò che i ragazzi di strada che facevo le comparse nel film durante le riprese a Pietralata oppure al Quarticciolo non erano poi così differenti da quelli della periferia parigina che l'attore conosce molto bene, Ne esce così un'ottima interpretazione, certo anche la voce di Giuseppe Rinaldi che doppia l'attore aiuta non poco alla resa finale del personaggio, ma l'espressività del volto di Blain, una volta feroce e violento un'altra teneramente innamorato della sua Ninetta, meritava sicuramente più considerazione da parte dei critici dell'epoca.
Ma veniamo a Ninetta, la migliore interpretazione di Anna Maria Ferrero, difficilmente un'attrice è mai stata così intensa, anche lei stessa fu contenta di come era riuscito il suo personaggio, una ragazza indifesa e sola, viene violentata dal Gobbo, gli uccidono il padre, abortisce e si da alla prostituzione, insomma tutte situazioni che avrebbero abbattuto chiunque, ma non lei, capace di rialzarsi e di guardare sempre avanti, tutto con le sue sole forze, fino al tragico finale accanto al suo amato/odiato gobbo. Anna Maria veniva da uno dei periodi più brutti della sua vita, si era da poco lasciata con Vittorio Gassman, questo dolore l'aveva chiusa in se stessa. Sicuramente ha trasmesso quello che stava provando in quel momento, tristezza e rabbia per una storia finita forse anche per una propria colpa, ma Anna Maria non si buttò mai giù, concentrò tutta le sue innate doti di grande attrice e ci regalò questo straordinario personaggio che è Ninetta.
Ninetta e il gobbo sono due personaggi non troppo diversi, nel gobbo c'è anche qualcosa di buono così come Ninetta non è propriamente un personaggio positivo, è vero che subisce una violenza, ma è lei di propria iniziativa ad iniziare a prostituirsi ed a rifiutare il bambino che aspettava dal gobbo stesso. Nel tragico finale è sempre lei a seguire per l'ultima volta il suo amante nella disperata fuga, dove troveranno entrambi la morte, quindi Ninetta è vittima ma allo stesso tempo artefice del suo triste destino. Un gran bel personaggio.
Tornando al film, si può certo dire che se la censura dell'epoca non fosse stata così stupida, sicuramente la pellicola ne avrebbe guadagnato non poco sotto ogni punto di vista, mi riferisco al momento dello stupro di Ninetta, oppure quando lei stessa abortisce il figlio non desiderato del gobbo, di certo temi che nel 1960 era un tabù solo pensarli, quindi bisognava accontentarsi. Nonostante l'impegno di Lizzani di mantenersi il più lontano possibile dalla censura, il film fu accusato di apologia della violenza, ma fortunatamente non ci furono problemi seri che ritardarono la proiezione del film, che uscì nelle sale l'anno successivo e fu uno dei maggiori incassi.
Tuttavia è sbagliato pensare che il film siano solo di due protagonisti, un applauso a Lizzani per aver saputo ricostruire così bene quei nove mesi della resistenza romana che segnarono per sempre la vita degli abitanti delle borgate romane, quegli stessi che furono testimoni delle imprese del Gobbo del Quarticciolo, non era difficile fabbricare falsi eroi in quegli anni difficili, ci si aggrappava a qualsiasi cosa pur di sperare in futuro meno bruto del presente. Sicuramente il gobbo fu una figura negativa, e anche per questo ha il suo fascino, ed è per questo che ha meritato che le sue gesta siano state raccontate in un film.
La scena indimenticabile: Ninetta ormai si è data alla prostituzione, rientra a casa e trova il gobbo, che vorrebbe parlarle e forse chiarire il suo sentimento verso la ragazza, vorrebbe strapparla a quella vita che non le appartiene, è sottomesso e non ha più la spavalderia di un tempo, al contrario Ninetta appare sicura di se e fiera della sua nuova vita, i soldi non le mancano, si offre al suo ex amante come fosse un cliente qualsiasi, si spoglia e si siede sul letto, il gobbo la accarezza, all'improvviso i due ripensavo a quei pochi bei momenti vissuti insieme, a quello che sarebbe potuto essere e invece per colpa di una guerra che li ha segnati non potrà mai essere. Ecco che Ninetta perde tutta la sua sicurezza, anche il gobbo è imbarazzato, la ragazza dice "Co te nun posso manco se me ricopri d'oro" e si lasciato con tutti i rimpianti possibili. Pochi minuti e poche parole, carichi di una drammaticità indescrivibile che solo il cinema e soprattutto una grande attrice sanno dare, Grazie di esistere Anna Maria!

La storia di un antieroe raccontata da un regista che nella sua carriera ha saputo mettere in scena una filmografia eterogenea, ma che ha sempre avuto un occhio di riguardo per il periodo della Resistenza e per il valore documentario, di testimonianza storica, del lavoro cinematografico. Bravissimo Gerard Blain, che rende vivo, credibilissimo un personaggio oltrettutto reso ostico dalle limitiazioni fisiche. Bella la storia, ovviamente tratta da una vicenda realmente accaduta, del 'ribelle senza una causa' se non la sua stessa liberazione (con la minuscola), da un passato non facile e da sensi di colpa immani. Il finale (a prescindere dalla veridicità dei fatti) non potrebbe che essere tragico…

lunedì 19 febbraio 2018

Il potere - Augusto Tretti

un film semplice, sembra, chiarissimo e potente, straordinario nel suo coraggio, raccontare il potere, nella sua essenza.
dall'inizio dei tempi fino agli anni '60 c'è tutta la storia del mondo, e dell'Italia, sopratutto.
un film unico, passato qualche volta a FuoriOrario, difficile da trovare, ma poi non te lo dimentichi più.
un capolavoro piccolo e unico, da ritrovare - Ismaele





Quando Il potere trova finalmente la via di un pubblico – seppur minimo, visto che Tretti è rimasto sconosciuto ai più per tutto l’arco della sua vita – l’Italia ha già dimenticato le illusioni del boom e sta iniziando ad annaspare nel riflusso, economico e ideologico. In un paese slabbrato e in pieno stato confusionale, il rigore quasi ascetico di Tretti appare una bestemmia urlata contro il cielo.
Abituato a girare con pochissimi elementi a disposizione, e a barcamenarsi con budget che la gran parte dei suoi colleghi vedrebbe utile al più per un cortometraggio, Tretti dimostra una volta per tutte la differenza tra amatorialità e teoria dello sguardo. Non c’è un solo elemento, nella sarabanda metaforica de Il potere, che possa essere guardato con la benevolenza che si concede, dall’alto di una supposta postura intellettuale, agli “ingenui”. Nello scambiare la professionalità con l’arte, Tretti è stato ridotto per molti anni a scherzo anche ben riuscito ma pur sempre relegato in un angolo. Uno sberleffo contro il cinema “istituzionale”. La sua, invece è stata una sfida ben più alta, e difficile da ripetere. Tretti non ha cercato vie alternative alla prassi, ha negato con forza la prassi, l’ha abiurata, l’ha volutamente vilipesa. Nel suo rigore, nella forza logica della sua messa in scena, non c’è nulla di improvvisato, o di casuale…

Un apologo apparentemente naïf, girato con pochi mezzi e attori non professionisti, che si avvale del tono grottesco per lanciare pungenti staffilate riguardanti i meccanismi occulti che regolano la gestione del potere nei diversi periodi storici della storia umana. L’intuizione folgorante di Tretti è quella di mostrare tre strani personaggi dalla testa di belve (un leone una tigre e un leopardo), seduti su dei troni, come detentori del potere militare, commerciale e agrario. Sono coloro che nel corso dei secoli muovono le fila della spartizione del denaro e del potere, servendosi di volta in volta di ciò che gli fa più comodo. Davanti alla massa questi potenti non compaiono, formano una specie di setta che gli permette di rimanere nell’ombra e nei loro incontri analizzano i cambiamenti in atto nella società e decidono di conseguenza le strategie più idonee per perpetuare il potere, i privilegi e la ricchezza acquisiti. Ciò significa che i politici sono solo apparentemente i detentori del potere, dietro di loro c’è ben altro e questo Tretti lo mostra inequivocabilmente nella sequenza in cui la testa di Mussolini (in realtà una maschera di gomma), appesa ad un gancio, viene gettata via da una delle tre belve, che afferma beffarda “oggi questi burattini non servono più… oggi per continuare a sfruttare e speculare bisogna cambiare tattica e trarre profitto dalle leggi democratiche… oggi per conservare il potere è meglio camuffarsi da socialisti”. La dissacrante pellicola di Tretti non si tira indietro davanti a nessun potere costituito, evidenziando la cialtroneria, la scarsa memoria e l’ipocrisia dei vari protagonisti delle vicende storiche narrate…

Il potere, un apologo apparentemente naïf, girato con pochi mezzi e attori non professionisti, che si avvale del tono grottesco per lanciare pungenti staffilate riguardanti i meccanismi occulti che regolano la gestione del potere nei diversi periodi storici della storia umana. Tretti fa un cinema didascalico da sillabario, vuol raccontare una sua idea della società, e perché non gli piace. Ci riesce per una sua forza derisoria che si avvale d’impassibilità, di non-compiacimento. I volti esemplari, il modo di muoversi, la solitudine dei suoi attori (folle di otto persone, eserciti di dodici soldati), riportano il cinema a un eden dimenticato; a grandi spazi fatti di paesi, monti e campagne della memoria.







Il passo – Giulio Questi

un piccolo film di mezz'ora, sembra non succeda niente, succedono molte cose, fino all'ultimo minuto.
bellissimo e sorprendente, poi Giulio Questi dimostrerà quanto era bravo.
buona visione - Ismaele




…Non siamo più nei pressi dell’indagine sociologica o pseudo-documentaristica, ma nel territorio della pura fiction, tra noir e grand guignol. La vicenda, che anticipa in parte quella del successivo La morte ha fatto l’uovo, è quella di un uomo che medita l’omicidio della propria moglie, claudicante e costretta a portare una sgraziata scarpa ortopedica. Ossessionato dal suono lugubre e sordo del passo di lei, il marito della sventurata Isabel si invaghisce della giovane cameriera Janine, che ha – invece - l’abitudine di girare scalza per la casa, con passetti leggeri e silenziosi. Ma i due crudeli amanti non hanno fatto i conti con la furia di Isabel.
Strizzando l’occhio all’estetica delle avanguardie, Questi stavolta non disdegna – in alcuni passaggi - sperimentazioni stilistiche e aperture all’onirico, in perfetta sintonia con il collaboratore Franco Arcalli, autore del rapido e frammentario montaggio, e con il quale il regista stringerà poi un fertile sodalizio. Palese e rimarcata è l’insistenza non casuale su certe inquadrature: da un lato le scarpe ortopediche, pesanti e massicce, dall’altro i piedi nudi e graziosi, metafora (o meglio sineddoche) di una femminilità provocante e sensuale; allo stesso tema si accorda probabilmente la presenza, in casa di Isabel, di una riproduzione de Lo spinario, che sarà al centro di una delle scene di maggiore tensione drammatica. Cupo e venato d’inquietudine, Il passo è insomma un piccolo racconto coeso, limato e ben curato, che già palesa una certa originalità autoriale.

domenica 18 febbraio 2018

La Forma dell'Acqua - Guillermo Del Toro



due donne protagoniste, Sally Hawkins (La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky, di Mike Leigh) e Octavia Spencer (Il diritto di contare), Richard Jenkins, oltre al solito bravissimo Michael Shannon.
una storia anni '50, con l'american way of life protagonista, rullo compresore per i deboli e i non adatti, il razzismo, lo sfruttamento della natura per il petrolio, un mostro di cui si capisce poco, e di cui non sanno cosa fare, il poliziotto torturatore e assassino, all'occorrenza, farà il suo sporco lavoro.
tranne Elisa, lei sa capirlo ed essere capita.
come in Arrival il contatto con l'alieno avviene attraverso un vetro, unica separazione e legame fra i due mondi.
un film che è un po' fantascienza, un po' d'amore, un po' spy story, indefinibile in una sola categoria, meno male.
buona visione - Ismaele







Il principale motivo per cui La forma dell’acqua piace così tanto è il suo regista. Del Toro ha 53 anni e i suoi film più famosi sono Hellboy, Il labirinto del fauno e Pacific Rim. I mostri c’entrano quasi sempre, nei suoi lavori; le storie d’amore quasi mai. È uno di quei registi apprezzati perché in grado di fare cose diverse e originali ed è noto per la dedizione che mette nei suoi film. Per La forma dell’acqua, per esempio, ha preparato per ogni ogni personaggio principale delle storie, lunghe decine di pagine, da far leggere agli attori: per far capire loro chi è, cosa pensa, cosa ha fatto e da dove arriva il loro personaggio. Del Toro è anche un po’ strano: dopo avergliele consegnate ha infatti detto agli attori che, se volevano, potevano fregarsene e pensare loro a delle storie alternative per “trovare il personaggio”.
Del Toro ha raccontato più volte che questo è il suo film migliore e più personale, e che dopo essersi ispirato per anni ai suoi incubi di ragazzo, ha scelto di ispirarsi ai suoi sogni. Ha raccontato di aver dedicato anni alla preparazione del film, e di averlo presentato solo quando aveva già ben chiaro quasi ogni dettaglio: molto spesso si ha invece un’idea, se ne parla ai produttori e da lì si vede se è il caso di mettercisi a lavorare insieme…

Wow! Si resta incantati davanti a tanto amore per il cinema. E a tanto amore per lo spettatore, deliziato e non punito (che la punizione arrivi per incapacità o per cattiva volontà dei registi poco importa, la sofferenza rimane). Guillermo del Toro ha sempre avuto una passione per i mostri, del cinema e della letteratura, da decenni colleziona vecchi manifesti e statuette. Per la prima volta che ne fabbrica uno sommamente fascinoso. La saggista Marina Warner dedicò un saggio alle variazioni sulla Bella che incontra la Bestia, la scrittrice Angela Carter rivoltò la storia di Barbablù in “La camera di sangue” (altri tempi, meno isterici dei nostri). All’elenco manca la creatura anfibia con le squame, ghiotta di uova sode. Ne avevamo vista una molto simile – uova sode a parte – nel film “Il mostro della laguna nera” di Jack Arnold, anno 1954…

È una favola ultraterrena, una storia d’amore pura e semplice. Un racconto in cui i buoni sono buoni e i cattivi sono cattivissimi (non a caso è ambientato sullo sfondo dell’America della Guerra Fredda), in cui i sentimenti fra una donna delle pulizie muta e un mostro solo all’apparenza spaventoso sono dipinti con gentilezza e in cui la semplicità diventa purezza. Un antidoto grazie al quale il suo autore vorrebbe contrastare il cinismo imperante e l’ossessione deleteria nei confronti del progresso, del futuro. Una dichiarazione di poetica, un testamento visivo: la messa in scena di un’idea.
Ed è ovvio che quando un mondo, un universo o un immaginario è costruito a partire dai sentimenti, quando quindi è con l’amore che si creano e rappresentano le idee, il rischio è apparire fin troppo ingenui e  artificiosi. Eppure, senza troppi giri di parole, Guillermo Del Toro invita semplicemente a guardare e credere - nulla di più. 
Il suo discorso e la sua rappresentazione partono dal cinema e dal suo passato (il passato del cinema hollywoodiano, ovviamente): le idee, secondo La forma dell'acqua, nascono dalla forma di racconto più pura, a cui bastano la forza e l'immediatezza del gesto. È infautti solo attraverso le immagini dei film classici, e in particolare dei musical in bianco e nero degli anni Trenta e Quaranta, che l’idea di cinema di Del Toro può prendere vita; può diventare personaggio ed essere salvata. 
La forma dell'acqua diventa così un passaggio obbligato nella filmografia del regista, dopo il fallimento (magari anche solo commerciale) di Crimson Peak; una commistione di elementi derivanti da un preciso immaginario culturale e cinematografico, tra citazioni e riferimenti, auto-citazioni e auto-riferimenti.
Una lettera a cuore aperto. Il film non è niente più di questo, ma niente meno di questo.
I personaggi di The Shape of Water sono scritti con tale maestria da diventare ben presto chiare e distinte identità, eccellentemente integrate nella rete di eventi che con bellezza man mano crescente si susseguono con la stessa fluidità di un corso d’acqua. Ad interpretarli, attori dalla bravura tale da giungere fino al punto di perdersi interamente nei loro ruoli tanto da scomparire, restituendo al pubblico degli individui coscienti e pensanti, capaci delle più meravigliose, delle più terribili e delle più commoventi azioni.
Se l’ottima protagonista interpretata dall’attrice britannica Sally Hawkins è il filo conduttore della storia, a sostenere maggiormente la spina dorsale di The Shape of Water sono gli incredibili personaggi di contorno, partendo dall’ironia dirompente con cui Octavia Spencer e Richard Jenkins riescono ad illuminare con sporadica acutezza il film arrivando all’enorme, ponderosa prova di recitazione dell’immenso Michael Shannon, fuoriclasse del cinema contemporaneo. Nei panni di uno spietato capo della sicurezza, Shannon rende tangibile un sadismo sanguinario, feroce come quello di un animale, un uomo che ricerca nella sfida con il mostro la conferma di potersi dichiarare Dio in terra, affrontando un’interpretazione grandiosa e totalizzante….

giovedì 15 febbraio 2018

I recuperanti – Ermanno Olmi

Sceneggiatura di Ermanno Olmi, Tullio Kezich e Mario Rigoni Stern, il film del '69-'70 racconta la storia disgraziata del secondo dopoguerra.
chi riesce a tornare non ha un lavoro, o si emigra, o si cerca di appropriarsi dei beni comuni, per sopravvivere.alcuni, pochi, cercano in montagna i residui bellici della prima guerra, combattuta a lungo nelle montagne del film.
è un lavoro pericoloso, alcuni non sopravvivono.
il vecchio Du, che ha un sesto senso per quel lavoro, sceglie e si fa scegliere da Gianni, che vorrebbe sposarsi e vivere in quei monti della sua infanzia e adolescenza.
un film che non ti annoi un minuto, promesso - Ismaele



QUI il film completo

Straordinario nella sua semplicità mostra la tragedia del dopoguerra e la  catastrofe che ha colpito intere famiglie. L'estrema povertà costringerà alcuni ad espatriare ed altri a cercare di sopravvivere adattandosi a qualsiasi lavoro. Il reduce, di cui tratta il film, dopo un fortuito incontro con un anziano "recuperante" inizierà, sotto la sua preziosa guida, il pericoloso lavoro di ricerca di residuati bellici, di cui è pieno il territorio, per poterli rivendere come metalli. Spicca per simpatia e ottima recitazione l'arzillo anziano che rivendica il suo essere "uomo libero". Sarà per il ragazzo,  oltre che per il lavoro specifico, un maestro di vita. Pur essendo datato è un film che tiene in apprensione lo spettatore fino alla fine.

… Il protagonista, Gianni, interpretato da Andreino Carli (nella realtà un semplice agente di commercio), torna a casa dopo la guerra, la seconda, e ritrova, finalmente, l’Altopiano di Asiago e il suo paese, la sua famiglia e la sua donna, Elsa (Alessandra Micheletto). La vita può ricominciare, ma la povertà costringe tutti a scelte difficili. Come fare a sposarsi? Come trovare un lavoro? Si deve forse emigrare, come fanno tanti? Come costruire il proprio futuro nel luogo in cui si è tanto desiderato tornare?
Gianni vuole avere questo futuro e decide di imparare il mestiere del vecchio Du (impersonato da Antonio Lunardi, reclutato in osteria), figura istrionica di recuperante ubriaco, una sorta di rabdomante dei cimeli bellici del primo conflitto, che proprio su quelle montagne ha lasciato tracce ancora profonde. Questo è stato, del resto, un mestiere diffuso per molti anni in tutto l’Altopiano di Asiago; una necessità, di fatto, per molte persone.
L’impresa, a prima vista, sembra ottima e redditizia, e Gianni prova a modernizzare il lavoro del suo nuovo socio Du con l’uso di un metal detector, anch’esso un residuato, ma di una guerra, quella da poco finita, che è ancora troppo presente. Le bombe, i proiettili, il metallo disseminati nelle trincee o nei forti possono essere venduti a buon prezzo. Ma i pericoli sono davvero troppi. Ripartire da zero, allora, è la soluzione anche per Mario, e lavorare come manovale, abbandonare i sogni di un benessere rapido, rappresenta la chance per costruire, sempre nell’amato Altopiano, la propria famiglia.
E il messaggio? Ci sembra di poter dire, a questo punto, che il messaggio è duplice.
Il primo, quello più facilmente afferrabile, proviene dalla storia che il film racconta, nella sua estrema linearità: la continuazione, che è sempre un nuovo inizio, della vita esige un senso di ritrovata e rinnovata umiltà, e rispecchia una naturale legge di concretezza.
Il secondo messaggio, quello di cui è il portavoce, a ben vedere, il vecchio Du, in forma di aedo tanto sgraziato quanto autentico, proviene dai luoghi, dai teatri di guerra, dall’Altopiano ferito, e ci parla con i magic tricks di un uomo-folletto che ha i tipici tratti della creatura del bosco: la memoria ha comunque bisogno di recuperanti che la facciano riemergere, perché anche il suo oggetto, la guerra, non è mai finito o limitato, è destinato a ripetersi, ancora, in tutte le cose della vita.
Qual è, però, il nesso tra i due messaggi? Forse il primo è incompatibile con il secondo? O forse il secondo è il metro per valutare la bontà storica del primo? Il dubbio resta sospeso, e questo “attrito” è la sensazione che resta ben fissa al termine della visione.




DEU TI AMU! - Jacopo Cullin

martedì 13 febbraio 2018

Caffè – Cristiano Bortone

regista di quel gran film  che è Rosso come il cielo, Cristiano Bortone ha fatto pochissimi film, come Caffè. 
si tratta di un film con tre episodi che forse dovrebbero legarsi, in realtà sono del tutto staccati.
come film unico è molto debole, gli episodi, ciascuno per conto suo, trovano una motivazione.
nel segmento belga appare anche Koen De Bouw.
buona visione - Ismaele







Il caffè non è il protagonista del film, come sembrerebbe suggerire il titolo, ma il pretestuoso e mero elemento di connessione tra parti separate. L’affascinante storia del caffè non è neanche evocata, né riusciamo a percepirne il profumo, le sensazioni, gli elementi di comunione con gli altri, i significati declinati nei diversi paesi. Il caffè vorrebbe spingerci a interrogarci sulla “fragilità e la preziosità del mondo e della vita” ma non ci riesce, non in quest’opera. Il film stesso aspira a essere una riflessione sul mondo contemporaneo, ma si ferma a un livello superficiale, fragile, artificioso.
La storia più interessante è quella di Fei e del suo rapporto con il paese natale, portatore di una Cina che sta scomparendo. Il ritorno alle radici è un ritorno insieme metaforico e letterale, nel senso di un ritorno alla terra, all’agricoltura, al lavoro manuale e alle vicende di milioni di contadini cinesi. La Cina può allora forse recuperare la propria Storia attraverso la storia individuale dei giovani…
Seppur, quindi, la scelta di utilizzare il caffè come leitmotiv del racconto appare un buon pretesto narrativo, per l'asprezza e la spirale avvolgente dei suoi toni, la pellicola diretta da Bortone appare senza personalità, non del tutto matura, incapace di rendere riconoscibile la storia che si prefigge di narrare. Bisogna anche sottolineare lo sforzo del regista di legare insieme le tre storie in inquadrature, ad esempio, delle ambientazioni definite allo stesso modo oppure nell'utilizzare lo stesso linguaggio visivo nella definizione dei diversi personaggi. Scelte, però, che rimangono isolate in una superficialità narrativa, forse non del tutto prodotta e voluta da lui stesso.

…l'aspirazione di moltissimi cineasti, d'esperienza o no, è il racconto corale a più strati: di ancora più persone è la paura che ciò si risolva in tre storie appiccicate in una, più che di una declinata in tre. Caffè supera abbastanza questa buca, grazie a un occhio a Babel e a uno a Traffic, ma con una spinta totalmente personale, professionale e, anzi, volendo, più spiccata bene dei suoi potenti predecessori. Nessun vizio  italiano traspare infatti dai centrati episodi cinesi e belga; al massimo -soprattutto il primo- , plagiati da buffe riprese di ispirazione spottistica (la scena dell assaporazione del caffè di Fey sembra proprio una pubblicità) e da qualche crane, cosa che, per quanto stramba che sia, non si può certo dire degli evidenti americanocentrici e cartoline-obsessed episodi non americani delle opere già citate (sopratttutto il matrimonio messicano di Babel).
Buonissime le prove attoriali: Dario Aita sembra avere il potere di modificare anche le provi altrui, è una bilancia di precisione, anzi l'ago di una bilancia di precisione. Ottimo anche Michael Schermi, ma la vera novità 2016 è un Ennio Fantastichini controllato. L'incastro tra i tre racconti è riuscito alla perfezione, tant'è che è difficile definire quale sia il migliore ,vista anche la perfetta sincronia e sintonia uno con l'altro, ma quello belga è una chicca non male, incentrato sul bisogno sempre più crescente che c'è di recuperare la prospettiva sulle cose che accadono a noi e intorno a noi. Gli altri due sono più racconti morali, quasi di totalmente opposto indirizzo…