martedì 9 aprile 2019

Nora - Pat Murphy


un film su Nora, la moglie di James Joyce.
non è facile convivere con un genio, che è sempre una piccola persona in carne e ossa.
Nora non è tipa da essere vinta facilmente, ma è una donna, e solo per questo meno libera e meno tutelata rispetto agli uomini.
non è un capolavoro, ma si lascia vedere bene - Ismaele




Pat Murphy racconta il grande scrittore attraverso il punto di vista della moglie Nora Barnacle, ripercorrendo la sua tormentata e difficile vita. Nora, interpretata da Susan Lynch è una giovane cameriera che un giorno incontra James Joyce (Ewan McGregor), aspirante scrittore, che subito si innamora di lei. Dopo poche uscite insieme, i due fuggono in Italia, a Trieste, dove si stabiliscono in un appartamento e hanno un figlio, Giorgio. Tuttavia, la loro vita sentimentale diventa sempre più difficile. James, che soffriva di schizofrenia, dopo la nascita della loro secondogenita, Lucia, diventa immensamente geloso di Nora, nonostante lei lo ami intensamente. James soffocato dalla gelosia e dai pensieri, comincia a vivere con la moglie un amore complicato, che porterà la coppia a più separazioni. Tra separazioni e riconciliazioni, il loro amore li tiene uniti fino alla morte.

Based on Brenda Maddox’s biography, Nora begins in 1904 Dublin when Nora Barnacle, from Galway and a chambermaid at Finn’s Hotel, meets for the first time James Joyce, the future author of Portrait of an Artist as a Young ManUlyssesFinnegan’s Wake. (Like Virginia Woolf, Joyce pioneered the literary technique called stream of consciousness.) Boldly, Joyce approaches Barnacle on the street; but it is Barnacle who takes over the encounter, delighting and intriguing Joyce, but also laying the groundwork for his future paranoid jealousy regarding her—feelings that would be exacerbated by erstwhile friends who resented Barnacle’s difference in social class. Joyce married Barnacle, who inspired his work and whose biography provided details for it. They had two children and remained together (mostly on the Continent) for the rest of Joyce’s life. Theirs was a turbulent relationship.
     There are a few fine scenes in director Pat Murphy’s Nora, and the film steadily improves, ending on a lovely, haunting note. There is also a wonderful performance on hand: Peter McDonald’s as Jim’s sensitive, loyal, caring brother Stanislaus. Unfortunately, however, Murphy’s eye is deficient, rendering the majority of her mise-en-scène formless and pointless. Susan Lynch gives a spotty performance as Nora. Co-producer Ewan McGregor’s bespectacled Joyce is vapid, without a hint of intellectual acumen, let alone genius. (McGregor sings beautifully, though.)
     The film is about the couple’s relationship; James and Nora are co-protagonists. However, an unbiased view finds the film conforming to our greater interest in Joyce. For example, the boyfriend of Nora’s who died so young registers more vividly as the model for Michael Furey in “The Dead” than as a lingering part of Nora’s own consciousness.

lunedì 8 aprile 2019

Noi – Jordan Peele

una famiglia felice della borghesia nera degli Usa è preda dei loro "doppi".
i doppi non possono stare sempre nell'ombra, loro sono le ombre, esistono al piano seminterrato, al buio.
e quando pensi che sia una cosa privata, ecco che scopri che tutti i doppi sono usciti allo scoperto, in un conflitto all'ultimo sangue.
le tute rosse dei doppi fanno pensare, tra l'altro, ai prigionieri di Guantanamo.
ci si può chiedere come mai in tutto il paese i doppi appaiano all'improvviso, forse non vogliono più subire, non si può essere ombre per sempre, vogliono sostituirsi ai loro originali.
loro sono come gli originali, solo meno fortunati.
e Us, il titolo, può essere letto come United  States.
un film che merita - Ismaele







Us è probabilmente la prova definitiva che non esistono più storie di bianchi e storie di neri, nemmeno quando il tema razziale è, come in questo caso, un filo elettrico che scarica tensione dal principio alla fine. Ci sono i film che il pubblico, di bianchi e di neri insieme, vuole andare a vedere e basta. È il mondo dopo Black Panther? Chissà. Ma non è un caso che i due protagonisti, la sensazionale Lupita Nyong’o e Winston Duke, vengano proprio da quel colosso. Finalmente, sembra dirci Us, esistono solo storie di americani. Che poi facciano così paura, è un altro ma uguale discorso.

Quando i doppelgänger malvagi della famiglia di Adelaide appaiono per la prima volta sul vialetto – avvolti dall’oscurità mentre si tengono per mano – la visione è potente e sconcertante. Che si tratti del passamontagna / maschera calato in modo permanente sul volto del “gemello” di Jason o dello sguardo senza vita del doppio silenzioso di Zora, queste creazioni si ergono a manifestazioni concrete, da incubo e senz’anima, del Male che si cela in agguato appena sotto la nostra superficie civilizzata. A questo punto di Noi, coi nostri eroi che fissano gli ‘impossibili’ Tetherednegli occhi, sentiamo forte tutto il peso del sottotesto sociale agghiacciante di Jordan Peele. Un duro attacco all’AmericaQuando una società soggioga ed emargina vaste aree della sua popolazione, è destinata a divorare se stessa dall’interno. Le interrelazioni della civiltà si erodono e il potente si trasforma in barbaro per proteggere il suo fragile artificio. È un tema che si integra perfettamente con l’elegante premessa sui doppelgänger del regista, promettendo approfondimenti pungenti mescolati a genuini brividi sanguinari…

Proprio l’utilizzo della cultura pop e dei suoi feticci rappresenta uno degli aspetti più affascinanti e stratificati di Noi. Peele non è un regista citazionista, e non gli interessa sfruttare un’immagine iconica per snaturarne il senso o riscriverlo in corso d’opera: non era così nell’esordio, che guardava allo sci-fi sociale degli anni Settanta, con la sua critica alla borghesia come qualcosa di innaturale, e lo è ancor meno in questo caso. Ci si può lasciar abbindolare dalla presenza delle t-shirt de Lo squalo e dei Black Flag, ma sarebbe un errore madornale: tutti gli elementi della cultura popolare servono al regista newyorchese per ribadire l’essenza sistemica tanto della Settima Arte quanto di ogni singolo aspetto della vita quotidiana, di quella prassi costruita giorno dopo giorno. Se la già citata sequenza in macchina, così come l’inquadratura a piombo, riportano alla mente Shining e quella in barca, con Gabe inguainato in una busta della spazzatura e il suo doppio che lo sta portando al largo, guarda invece in direzione di Funny Games di Michael Haneke, non si tratta di innamoramento cinefilo. Peele utilizza i codici totemici del genere – scegliendo sempre prospettive d’autore, un dettaglio da non sottostimare – perché solo attraverso loro si rinnova il discorso sulla copia, sull’accettazione dell’ordine precostituito e sul gioco (la corsa di Zora, la “magia” di Jason, le piroette dell’ex ballerina Adelaide) che è l’asse portante di una narrazione divertita, ricca di colpi di scena mai pretestuosi. Peele riesce nel difficile compito di mettere in scena una durissima rappresentazione degli Stati Uniti e della loro base ideologica costruendo allo stesso tempo un meccanismo spettacolare perfettamente funzionante, raffinato e in grado di catturare lo sguardo. Un’impresa quasi titanica, che riesce a scoperchiare una volta di più l’ipocrisia di una società benpensante e falsamente progressista…
da qui



basta tutto questo mosaico infinito di citazioni, unito all’ambizione di una critica sociale sulla natura dell’homo americanus, a far funzionare il film? Purtroppo no. Al netto dell’indiscutibile perizia tecnica e di una tensione qui e là resa in maniera efficace, la sceneggiatura risulta strumentale a questo ingombrante apparato di omaggi che rende Noi una piccola enciclopedia in sospeso tra l’Avantpop e lo Slipstream, ma senza il nerbo e il rigore che hanno caratterizzato (e talvolta continuano a farlo) il lavoro di Tarantino, dei Coen o di Edgar Wright. Mai abbastanza cupo, mai abbastanza ironico, Noi ci illude d’esser una creatura misteriosa e affascinante, oscura e magnetica, rivelandosi ben presto soltanto un giocattolone farraginoso e retorico.

Se nella prima parte, come accennato, Noi funziona molto bene, si perde poi nella spiegazione finale, superflua e lacunosa, con plot twist che strizza l’occhio tanto all’Invasione degli ultracorpi (ennesimo omaggio-citazione) quanto agli esiti della Clone Saga di Spider-man: chi sei tu? Chi sono io?  
Come e più di Get Out, anche Noi dà il suo meglio nell’antefatto, nelle suggestioni e nella sospensione dell’attesa, ma si schianta quando dovrebbe decollare, inabissandosi in una narrazione che, paradossalmente, riesce a risultare troppo illustrativa quanto manchevole. Viene il dubbio che per ora Jordan Peele sia stato solo un grosso equivoco.

domenica 7 aprile 2019

Absolute Giganten - Sebastian Schipper

opera prima di Sebastian Schipper (il regista di Victoria), il film racconta l'amicizia di tre giovani tedeschi, nel momento in cui uno di loro lascerà la città.
gli attori sono bravissimi, in lingua originale il film è meglio, una piccola e divertentissima parte è in italiano, uno dei ragazzi, Walter, è figlio di immigrati.
un bell'inizio per Sebastian Schipper - Ismaele



…Con il suo esordio alla regia, dopo diverse esperienze come attore, Schipper fotografa e ridefinisce una generazione che cresce e vive all’interno delle periferie, verso un futuro incerto.
L’inevitabile apatia della struttura drammaturgica viene miracolosamente accesa dall’affiatamento del trio protagonista: un perfetto treppiedi poggiato sull’instabile suolo della realtà, su cui il regista posa il suo occhio per mostrarci il loro tentativo di splendere come fuochi d’artificio nel buio della notte.
La musica è spalmata in maniera uniforme, a tratti discordante rispetto alla narrazione, così come dice Floyd all’inizio del film: «La musica dovrebbe esserci sempre. Qualunque cosa stai facendo, anche quando tutto va male, sai che la musica è lì».

sabato 6 aprile 2019

Abandoned (Torzók) - Árpád Sopsits

siamo in Ungheria, dopo la giera, in un collegio per bambini da (ri)educare.
i dirigenti-aguzzini sono degli psicopatici e i bambini riescono a sopravvivere e poi a fuggire.
i bambini attori sono bravissimi.
un film da non perdere - Ismaele






QUI il film completo, con sottotitoli in inglese

This movie is about the beauty of childhood, the beauty of innocence. On the same time it;s about the hatred of the director, the despair of a teacher and the ending of most hope. It seems to be a reflection on good and evil. It's a bit the same like a dictatorship, it works the same way. It is usually invisable to people who are not closely connected/affected by it

The quality of the movie is great, the music fits extraordinary well. But it's not happy at all...

Abandoned is a harrowing film. It is set in 1960 in an orphanage in the countryside of Hungary. The people in charge of the orphanage are oppressive, using punishment as a weapon. There are also suggestions of sexual abuse as well as physical.

The film focuses on a young boy who is orphaned and sent to the institution. The film focuses on a group of the boys there, on some of the teachers, most of the staff unsympathetic except for a teacher who is in trouble with the authorities and encourages the boys to think about astronomy, the stars and subjects beyond their oppressive situation. There is a sympathetic young woman also on the staff.

The film is graphic in its presentation of the children’s lives, their punishments – and their ultimate escape and the death of the boy in a frozen river.

The film is obviously an allegory of Hungary during the 1950s, especially with the aftermath of the Hungarian uprising in 1956. The film also has some themes which take the screenplay into the realms of philosophy and theology – issues of prayer, the nature of God, suffering and whether God hears prayers or whether God, if God exists, is deaf to the prayers of those who feel abandoned.

The film won the prize of the Ecumenical Jury in Montreal, 2001, where it also won the main prize…

Scene di vita in un riformatorio nell’Ungheria comunista tra sofferenze e crudeltà. Il film ha una buona intensità, ma forse eccede (?) nella cupezza (anche visiva): d’altra parte più della descrizione di un ambiente il regista (l’opera è in parte autobiografica) lavora sui rimbalzi emotivi e le deformazioni nella mente del protagonista. Gran parte della riuscita del lavoro sta proprio negli occhioni del ragazzino abbandonato (dal padre? da Dio? dall’amichetto?), che osservano sgomenti la realtà in cui si trova incolpevolmente proiettato.

martedì 2 aprile 2019

Workingman's Death - Michael Glawogger

un giro del mondo filmando lavoratori per i quali la parola morte è un compagno o l'oggetto del lavoro.
da una parte all'altra del mondo, senza necessità di parole.
da non perdere - Ismaele




Glawogger registra tutto questo con una lucidità impressionante, il suo occhio non nasconde nulla della miseria e precarietà delle situazioni che incontra, non arretra di fronte alle immagini più cruente (al limite del disgusto quelle del mattatoio di Port Hancourt), eppure mantiene sempre uno stile alto, elegante, con carrellate e panoramiche ampie, scene di grande suggestione, inaspettati squarci lirici. Non c’è retorica o volontà di denuncia, il commento è praticamente inesistente, il senso del film emerge dalla forza delle immagini e dal montaggio, dai volti e dalle parole delle tante persone incontrate lungo il cammino, che vengono a riempire quasi un ideale album fotografico. E, aldilà dell’indignazione e della pietà, chi guarda non può fare a meno di ammirare la tenacia e la speranza di migliaia di umili persone, quegli “ultimi” che ancora oggi costituiscono il pilastro su cui poggiano il presente ed il futuro, anonimi eroi da paragonare ai monumenti che celebrano la dignità del lavoro. L’epilogo, con tutti quei ragazzi che si aggirano in un’acciaieria tedesca, ormai dismessa e trasformata in parco naturalistico, è la speranza di un futuro migliore, in cui gli uomini finalmente riescano (parafrasando Marx) a realizzare la propria essenza nelle loro opere.

domenica 31 marzo 2019

A Date for Mad Mary – Darren Thornton

Mary è uscita di galera giusto per poter fare la damigella di matrimonio a una sua amica.
ma Mary è troppo grezza per un compito così diplomatico.
ed è destinata a stare sola e triste, vive con la mamma e la nonna, conosce per fortuna una ragazza che non la disprezza.
prova a metterti nei panni di Mary e a sentirti rifiutata da tutti o quasi.
un'opera prima davvero di valore, da non perdere - Ismaele




…il merito del film è quello di non voler raccontare né una storia di ribellione né una parabola di normalizzazione. Ma bensì, come si diceva, il passaggio verso la maturità. Che per Mary significa fare i conti con se stessa prima che con gli altri. Significa confrontarsi con i cambiamenti senza pensare necessariamente che siano ostacoli, trappole o insidie che le vengono lanciate addosso. E anche quando gli altri sembrano non capirla, respingerla, abbandonarla lentamente la ragazza si scrolla di dosso la rabbia e l’avversione per ciò che non va e non è come dice lei. Diventare grandi significa capire che le persone cambiano e se non ci somigliano più vanno semplicemente lasciate andare e comprese per quello che sono: anche quando la tua famiglia non ti protegge più dal mondo esterno, quando le persone con cui sei cresciuto non fanno altro che giudicarti e quando persino la tua migliore amica è diventata una vera stronza…
Il fascino di Mary è innegabile in questo ritratto irlandese di un passaggio complicato dalla giovinezza all’età adulta.
Mary è stata appena rilasciata dopo sei mesi di carcere per una rissa scatenata da ubriaca in un bar. Tornata a casa, tutto e tutti sono cambiati.
La sua migliore amica, Charlene, sta per sposarsi e Mary sarà la damigella d’onore. Quando Charlene le rifiuta un invito per due al matrimonio, dicendole che tanto non troverà qualcuno con cui andare, Mary decide di dimostrarle che sbaglia… A date for Mad Mary è una storia al contempo dura e tenera sull’amicizia, sul primo amore e sull’andare avanti.