martedì 13 novembre 2018

Le mele di Adamo - Anders Thomas Jensen

ci sono momenti esilaranti, altri drammatici, che non permettono di rilassarsi e divertirsi.
sembrava un film comico, invece è un film serissimo e profondo.
bravissimo, come sempre, Mads Mikkelsen.
buona visione - Ismaele



QUI il film completo, in italiano




Il film di Anders Thomas Jensen si muove con passo felpato su un terreno minato e pieno di insidie. Lo fa con grazia e stile, unendo capacità attoriali ad una perfetta gestione dei tempi narrativi, generando una commedia nera che è da seguire col fiato sospeso e il cuore in gola. Non si fa in tempo a ridere di gusto che subito si torna a contorcersi lo stomaco per i disadattati, strambi personaggi alle prese con la tragicità dell’esistenza. Le mele di Adamo è un film che va al di là del bene e del male, frutto – è proprio il caso di dirlo – di un nichilismo che addolora e sfinisce. Non genera risposte, ma domande ossessive alla ricerca di un qualsiasi appiglio che difenda dalla crudeltà del reale. La verità, sussurrata come commiato, lascia intendere che forse un Dio esiste, ma nulla può in un mondo di poveri diavoli.

...il punto interessante è la provocazione che, nonostante il tono apparentemente leggero, è possibile cogliere dal film, che non si riduce alla manicheistica questione se il male provenga da Dio o da Satana (che poi, chissenefrega, sempre male resta, o no?) ma riguarda soprattutto cosa te ne fai tu, uomo, del male che ti capita. Se la circostanza negativa è la gabbia o è la prova o, addirittura, è la possibilità che qualcosa di positivo accada. 
Si può tentare di sopravvivere ignorando la realtà o si può cominciare a guardarla con altri occhi, confidando in una grazia (o in una provvidenza) che si manifesta sempre in modo diverso da come ce lo aspettiamo noi. 

Il regista sembra dire che c'è una componente sovrannaturale (o potremmo dire misteriosa) ma innegabilmente presente nella realtà che potrebbe rendere la realtà stessa diversa, potrebbe trasformarla se soltanto si manifestasse, ma anche quando così non fosse, è in grado di cambiare ugualmente chi ormai l'ha scorta così come al contrario è in grado di scandalizzare chi non è disposto a riconoscerla (il medico insegna).
Perché il nostro sguardo si sofferma insistente sulla cicatrice dell'uomo di fronte a noi? L'essenziale è invisibile agli occhi.

…Nella vita, tutti abbiamo a che fare con il dolore. Perché il dolore nasce dal male e il male è dappertutto intorno a noi. E ognuno di noi cerca di difendersi come può dal dolore. Per esempio, Ivan ha scelto di negare la realtà e di fingere che il mondo sia tutto buono e bello. L'illusione è il suo scudo contro il dolore. Ivan ha scelto così perché la sua vita è stata piena di sofferenze: a un certo punto, non ne ha potuto più e ha inventato di vivere in un mondo perfetto. Adam, invece, ha scelto di reagire al dolore con la ribellione violenta.

Purtroppo, non c'è una difesa efficace contro il dolore. Difendersi dal male negando che esista, come fa Ivan, non funziona. Perché la realtà è più forte di noi e, prima o poi, impone la sua evidenza. E neanche la violenza ci difende dal dolore. Infatti, la scelta di Adam l'ha portato solo alla galera. Cioè ad altro dolore.

Neppure la bontà vince il male. Infatti, porgere l'altra guancia, come fa Ivan, è inutile. Non a caso, Adam dirà a Ivan: "Io sono cattivo e tu non puoi farci niente". Non a caso, i metodi buoni di Ivan sono un fallimento: nessun ospite della sua comunità diventa migliore. Restano tutti cattivi…

domenica 11 novembre 2018

Tutti lo sanno - Asghar Farhadi

ispirandosi a una novella inedita di Grazia Deledda, Asghar Farhadi gira il suo film a Torrelaguna, ambientandola in Spagna.
non si sfugge al passato, che non se ne vuole andare.
Paco (Javier Bardem), figlio di contadini, aveva comprato un grande lotto di terreno, insieme a un socio, venduto da Laura, la figlia del padrone.
in occasione di un matrimonio, dove tutti sono felici e contenti arriva un colpo di scena, Irene, la nipote della sposa, è stata rapita.
rapimento anomalo, sembra fatto in casa, e, come sempre accade, qualcuno sa.
interpreti bravissimi, nelle mani di un regista di serie A.
da non perdere - Ismaele  






Asghar Farhadi vuelve a mostrar su saber hacer con una historia que ahonda en una trama capaz de dinamitar relaciones y vidas. Con un guión cargado de detalles, el cineasta iraní invita al espectador a participar en esta gran película de suspense y a atar cabos con la esperanza de encontrar el culpable antes de que lo hagan los protagonistas. Difícilmente lo conseguirá, pero intentarlo habrá merecido la pena.

donde Todos lo saben no funciona es en su trama criminal. Una cosa es que a Farhadi no le interese centrarse en ella y otra que la resuelva de forma tan simple y torpe. Simple porque acaba recurriendo a un personaje cuya única función parece ser analizar la situación y explicar las siguiente líneas de actuación, tanto a los personajes, como a los espectadores. Y torpe, por la forzada integración de la resolución de la trama criminal en el resto de la película. En ocasiones anteriores como en A propósito de Elly fue capaz de resolverlo de forma mucho más brillante.

Il gioiello drammaturgico di Farhadi, infatti, ha il difetto di essere quasi perfetto e soprattutto perfettamente incalzante: il gusto per un succedere senza pause dell’azione narrativa va tutto a discapito della creazione di momenti cinematograficamente forti, che restino impressi. Le più di due ore al cinema sono così godibili che potrebbero continuare senza problemi; ma cosa ci resterà se non l’effervescenza della festa di matrimonio in apertura, riuscita grazie a una straordinaria cura dei dettagli? Forse è più facile e conveniente lodare Todos lo saben per essere una raffinatissima opera di intrattenimento che protestare per un lavoro cinematografico tecnicamente impeccabile ma senza una vera personalità.

le scénario n’est pas exempt de maladresses, à l’image de ce personnage d’ancien policier, ami de la famille, qui vient apporter son aide face à la nécessité de ne pas alerter la gendarmerie. Et si Asghar Farhadi reste un conteur talentueux, il semble se mouler ici dans les conventions d’un certain cinéma international « de qualité », qui gagne en efficacité et en maîtrise technique ce qu’il perd en singularité. Les acteurs en revanche sont impeccables, et Javier Bardem tout comme Penélope Cruz sont de sérieux prétendants au prix d’interprétation cannois, bien qu’ils l’aient déjà obtenu, lui avec Biutiful et elle avec Volver. Des partenaires talentueux comme Ricardo Darín ou Bárbara Lennie complètent un casting impeccable. Ne serait-ce que pour les comédiens, et une facture d’ensemble qui reste honorable, Everybody Knows mérite l’attention.

venerdì 9 novembre 2018

Canta Gitano - Tony Gatlif

Malpertuis - Harry Kümel

solo vedere Orson Welles è un regalo, lui è Cassavius, il proprietario di un luogo che si chiama Malpertuis, prigione per molti, in cambio di un po' di soldi dell'eredità.
all'arrivo di Jan, per la morte di Cassavius, è tutto un volteggiare di avvoltoi, che cercano di essere in prima fila alla lettura del testamento.
e fuggire da Malpertuis non è mica facile, e quel posto ha tanti misteri...
la presenza di Orson Welles rende il film un piccolo capolavoro.
buona visione - Ismaele





Kümel è un maestro dell’onirismo macabro e della creazione di sogni ad occhi aperti e in questo romanzo del suo connazionale Jean Ray, considerato il Lovecraft europeo, ha trovato la materia giusta per i suoi incubi. Tutto quello che succede tra le mura del castello di Malpertuis ha dell’incredibile ma è talmente affascinante, e soprattutto in contrasto con la vita esterna così piatta e noiosa, da sembrare l’unica vera via d’uscita piuttosto che il contrario. Dunque, vediamo il giovane protagonista che si trova davanti alla sorella in una scena che sfiora l’incesto, oppure ascoltiamo la voce del vecchio Orson tuona nei corridoi infiniti di Malpertuis come quella di un orco cattivo e ci auguriamo che tanta bellezza malsana non abbia mai fine. E ciò ci fa sentire per sempre colpevoli.
Forse per questo motivo un film cosi “peccaminoso” e profondamente pagano non ha mai avuto il successo che meritava in Italia e, di fatto, non fu proprio capito.

…Horror? Thriller? Weird? Mai come in questo caso cercare di appiccicare un'etichetta è al di fuori di ogni logica. Malpertuis è tutto questo e allo stesso tempo nulla di tutto questo. Malpertuis, se proprio vogliamo, è un classico, uno di quei classici ai quali il termine calza perfettamente, come mai è stato per romanzi ai quali la classicità è stata più o meno imposta.
La sua vera forza è forse quella di riuscire a superare i confini tra realtà e fantasia innestando elementi della storia antica su quella moderna, mescolando le suggestioni e le atmosfere più diverse, i miti e le leggende, e poi il sacro e il profano, il bene e il male, assolvendo nel contempo a una funzione apotropaica; perché Malpertuis, la casa, è pur sempre un luogo, ha pur sempre una dimensione fisica che è possibile lasciarsi alle spalle semplicemente mantenendo la sua porta d’ingresso ben serrata. O no? Vale forse la pena soffermarsi sul monito dell’Autore contenuto nella postfazione al romanzo…

Strange artsy fantasy involving a young man who gets caught in a kind of alternate reality in the form of a huge mansion populated by odd characters. Cassavius (Orson Welles) is the master of the house and there's dozens of family members waiting for him to die in order to inherit his riches. Jan is somehow a key in Cassavius's mysterious plan, he is pursued by various women, a taxidermist is impatient to get Jan's body parts, people turn into stone, and there are random references to mythological beings. There are several endings and twists, each twisting back into the fantasy world, and the set design is unique and atmospheric, but it doesn't really come together from a narrative point of view.

Orson, que sabe que va a morir, convoca a todos los habitantes de la casa para realizar el acto de lectura del testamento. Entre los parientes está el nombrado Dideloo, y dos bellas jóvenes: una es Nancy, la hermana de Yann y la otra, Euryale (o "Aurelia", según el inteligente doblajista), una ninfa de rulos rojizos y expresión cabizbaja (ambas interpretadas por Susan Hampshire en un prodigio de caracterización). Pronto Jan se ve inmerso en el opresivo ambiente de Malpertuis, cuyos habitantes tampoco son ejemplos de sanidad mental. Luego de la lectura de la Ultima Voluntad del anciano, este muere, y la procesión fúnebre es tan pesadillesca como cabría esperar. A partir de ese momento, la locura de los personajes parece extenderse a la trama. El novio de la hermana de Jan aparece asesinado, hay escenas de sexo, momentos de humor negro, el descubrimiento del sepulcro de Orson (cuyo cadáver se ha convertido en piedra) y la aparición de un sacerdote que no se siente capaz de confesarle al protagonista los "terribles secretos" que oculta Malpertuis. Estos entuertos tendrán mucho más que ver con la Alquimia y los dioses del Olimpo, que con la memoria o con el esquema de "narraciones como cajas chinas" que poseía la novela original de Jean Ray en la que esta película se basa. Y los últimos minutos, en los que se revela aquello que uno ya adivina, parece que el director pierde el tino y brinda un desenlace con poca inspiración y mucho apresuramiento, olvidándose de la tensión y también de darle alguna cuota enigmática a la resolución. Y es una pena, porque la riqueza de recursos que ofrece en sus primeros 40 minutos, tanto desde el punto de vista técnico, con una soberbia fotografía y un diseño artístico magistral, o desde la faz interpretativa de los principales protagonistas, son notables.

Kümel et son chef-opérateur Gerry Fisher ont su capter la poésie de nombreux lieux très suggestifs filmés en extérieur à Gand, Bruges ou Ostende et créer en studio un univers visuel fascinant qui clame haut et fort ses influences picturales (les symbolistes belges, mais surtout James Ensor, en particulier dans les prodigieuses scènes qui se passent dans la chambre du patriarche avec les masques blafards se détachant sur le fond noir et pourpre).
Ce formidable travail de l’image (ainsi que des costumes et des décors) permettra de passer outre le côté souvent boursouflé de Malpertuis et de se laisser séduire par ce film inclassable, riche en plans d’une puissance d’évocation scotchante, tels ceux de l’abbaye en ruine dans les brumes matinales.
Si la plupart des interprètes cabotinent allègrement, on sera sensible au charme diaphane de Matthieu Carrière, ange blond égaré dans ce chaudron infernal, et à l’époustouflante performance de Susan Hampshire dans un triple rôle. Sans oublier de truculents seconds rôles incarnés par des acteurs du cru. 
De Harry Kümel on pourra préférer le fantastique plus insidieux du film suivant, le magnifique De komst van Joachim Stiller, mais il serait dommage de passer à côté de Malpertuis, un des monstres superbes de l’histoire du cinéma.

martedì 6 novembre 2018

Groenten uit Balen - Frank van Mechelen

una storia ambientata negli anni '70.in una fabbrica si sciopera tutti, e praticamente tutto il paese si ferma, per molto tempo.
a metà fra Ken Loach e la commedia italiana dello stesso periodo.
politica, famiglia, amore.
se vi capita a portata di mano non trascuratelo, è meglio di quello che sembra - Ismaele





Commedia sociale sulle nove settimane che sconvolgono la vita di una famiglia belga sullo sfondo delle lotte operaie degli anni '70, tra scioperi e primi amori.




lunedì 5 novembre 2018

Medeni meseci (Honeymoons) - Goran Paskaljević

due storie gemelle, due giovani coppie che dai Balcani vogliono farsi una nuova vita in Europa.
praticamente impossibile, non sono graditi, l'Europa non li vuole, e li prende anche per culo.
un film non perfetto ma necessario, mettersi nei panni dell'altro è il primo passo per capire qualcosa, qualsiasi cosa.
un film da non perdere, secondo me - Ismaele




Un racconto crudo e disilluso che si svolge a pochi passi da casa nostra ed i cui risvolti drammatici sono poco conosciuti in Italia. Siamo infatti poco abituati a metterci nei panni dell’immigrato e ad immaginare le minacce e le difficoltà in cui si imbatte una volta raggiunta la meta, sia questa la frontiera italiana o quella ungherese. Ad accogliere i protagonisti c’è la scortesia provinciale dei poliziotti di frontiera e la sopraffazione inflitta dagli stessi connazionali. Avere i documenti in regola di per sé non garantisce nulla, si evince che prima di essere persone si è immigrati. Pur forzando in maniera manichea la caratterizzazione dei personaggi, è evidente come la corsa verso una vita migliore si riveli essere solitaria e senza alleati.
Un film che sancisce la malvagità della divisione (dei popoli, delle famiglie) e l’utopia dell’unione, sia essa familiare o politica. Il destino riservato dal regista serbo nei confronti di coloro che cercano di cambiare il loro destino e di opporsi ad una realtà crudele asservita all’odio e al razzismo è tutt’altro che serena.

Ci sono film che forse non sono bellissimi, ma che hanno una loro utilità. Honeymoons è uno di questi, perché racconta due storie di migrazioni. Finora al cinema siamo stati abituati a vederle dall’interno, dal nostro punto di vista, mostrando chi arriva in Italia (Vesna va veloceQuando sei nato non puoi più nasconderti), ma mai dall’esterno, dal punto di vista di chi parte, e inizia a pensare il viaggio dal suo paese d’origine. Honeymoons ci mostra due coppie, una albanese e una serba, che vogliono venire in Italia e in Austria, passando per l’Ungheria.

Le due storie si sviluppano in maniera speculare, partendo da due matrimoni. Non quello dei quattro protagonisti, però: due sono già sposati, due intendono farlo presto. Nell’episodio in Serbia, la scena è quella che siamo abituati a vedere nei film di Kusturica. Il suo stile lha lasciato il segno: musica, alcol a fiumi e spari per aria. Anche se non c’è lo stesso movimento nello spazio e la grande maestria di Kusturica nel dirigere le scene di massa.

Se si supera lo stile un po’ sciatto del film (è girato in digitale e le immagini hanno colori piuttosto sbiaditi sui toni del marrone), Honeymoons è un film che qualche insegnamento può darlo. Sarebbe utile per tutti vedere le scene dei migranti nei loro paesi d’origine, i sogni e le speranze che associano al loro viaggio. E quello che succede alla frontiera. I quattro protagonisti sono belli, giovani, innamorati, fiduciosi. A nessuno verrebbe in mente di infliggere loro le pene a cui sono costretti varcando la frontiera. L’Italia e l’Europa che si aspettano non è quella che troveranno. E stiamo attenti: l’immagine dell’Italia che cominciano ad avere all’estero è tutt’altro che quella di un “bel paese”.

La storia si svolge contemporanea in Albania e in Serbia dove seguiamo le vicende di due giovani coppie che decidono di abbandonare le loro reciproche abitazioni per cercare di avere una vita migliore nell'Europa Occidentale. Quando la coppia albanese, dopo una serie di contrattempi, raggiunge un porto dell'Italia del sud hanno inizio i problemi. Lo stesso accadrà, anche se con modalità diverse, alla coppia serba al momento dell'ingresso in Europa attraverso l'Ungheria. In Kosovo sono stati uccisi due soldati italiani e chiunque provenga dall'area è considerato un sospetto anche se con i documenti in regola.
Goran Paskaljevic non ha mai abbandonato un modo di fare cinema che, sin dagli esordi, ha trattato le tematiche sociali della sua terra di origine (la Serbia) filtrandole sempre attraverso una profonda pietas. Paskaljevic non è mai stato tenero con i suoi conterranei (basti ricordare La polveriera) ma anche nel momento della polemica più forte non ha mai dimenticato di guardare alle origini del disagio e della sofferenza della comunità e dei singoli.
È quanto fa con la descrizione delle vite di due giovani coppie che non riescono a trovare in patria le condizioni per poter pensare a un futuro. Le tensioni familiari e le pressioni dall'esterno diventano insostenibili. Come risolvere se non cercando una speranza nell'Europa dei popoli e delle nazioni? Non sono i poveri boat people che cercano di attraccare sulle coste della Sicilia. Hanno dei visti regolari, hanno un progetto (uno di loro è un musicista che si reca a un'audizione che potrebbe aprirgli le porte al mondo dei concerti). 
Ma il pregiudizio è un muro molto più alto e solido di quello caduto a Berlino. Paskaljevic riesce a di-mostrarlo senza fare retorica, con la forza di un umanesimo che unisce al pessimismo della ragione la speranza di una volontà che, proprio perché non accetta lo status quo, si fa cinema.

A double header with similar themes, Honeymoons exposes the depth of dysfunction between traditional Balkan society and post Soviet global greed. In both, young love has no currency compared to dirty currency and freedom is a dream rather than a promise.
There are two weddings, one in Albania and the other in Serbia. Both are ostentatious affairs, given by men who have become rich on the back of the new order. It is not they, nor their arrogant acolytes, who matter so much as their underappreciated cousins and brothers, who remain true to their beliefs and, as a result, poor.

Rok and Vevo are Albanian peasants, living in a village that has no telephone. Three years ago their eldest son Ilir attempted to escape to Italy in a rubber boat, but was never heard of again. His fiancée Majilinda stays with them, as is the custom, but cannot entertain thoughts of another romance until Ilir’s fate has been confirmed. Nik, the younger son, loves her and plans to take her to Italy to start a new life. The family travel to Tirana by bus for the wedding of Rok’s brother’s daughter, where they are treated by the rowdier guests as a reminder of rural poverty’s deep rooted backwardness, while Nik uses family contacts to advance his plans for Majilinda.
In the second story, Marko is a budding cellist, living in Belgrade with Vera, to whom he is secretly married. He has been invited to an audition with the Vienna Philharmonic Orchestra, but first they must go to her cousin’s wedding, where he meets her family, especially her father who remains embittered by his brother’s capitulation to the corrupt world of national politics. Again there is evidence of cultural snobbery against those who do not flaunt wealth as the 21st century beacon of Western-style success.
In the end, this is a film, not so much about the destruction of values in a materialistic world, but the meaning of freedom for the powerless. When the young couples reach Italian shores, they find themselves at the mercy of circumstance and border guards. Nothing, even that which appears greener on the other side, is what it seems. Disappointment may be the pale shadow of fulfilment when love fails, through no fault of its own, to conquer all.

…it’s the cinematic equivalent of a Theodore Dreiser novel, a social-justice story with its heart planted firmly in the right place but its author’s heavy hand too much in evidence. The interactions too often feel contrived, the dialogue is clumsily expository, and the camera keeps pushing into people’s faces to focus on welling tears or thousand-yard stares of despair.
The honeymoons of the ironic title are those of two young couples, one from a small town in Albania and the other from Belgrade. In typically literal-minded fashion, the screenplay underscores the similarities between these young innocents from warring cultures by sending each to a lavish family wedding before they try to escape to Western Europe. By the time they head out, you understand why they need to leave a place where murderous enmities divide people even within families, corruption runs rampant (even a bus driver expects a bribe), and nothing quite works the way it’s supposed to. So we root for these four underdeveloped but clearly sensitive and sympathetic young people—mournful Maylinda, gallant young Nick, musician Marko, and bravely smiling Vera—to get to a better place, even as we know that vicious thugs, cruel cops, opportunistic fellow refugees, and deterministic filmmakers will get between them and their freedom…