sabato 24 giugno 2017

un'intervista con Diego Quemada Diez

un grande regista, per chi non lo sa ancora.

I’m not your negro - Raoul Peck

peccato che il film non sia passato nelle sale, o magari solo un giorno, e allora ho comprato il dvd.
la spesa è stata ricompensata abbondantemente dalla visione del film, un tuffo in quegli anni straordinari, nei quali James Baldwin è stato un protagonista.
se mi chiedono di trovare uno come James Baldwin in Italia mi viene in mente Pier Paolo Pasolini, una specie di grillo parlante nella terra degli ignoranti, dei ciechi e dei farisei.
è difficile capire bene tutto quello che ha detto James Baldwin se uno non è mai stato nelle scarpe e nella pelle di un nero, razzismo, segregazione, violenza erano, e sono, incubi della vita di tutti i giorni, nel paese più ricco e potente del mondo.
guardati questo film, e poi non potrai non voler bene a James Baldwin; se non succedesse hai qualche problema, sappilo - Ismaele







I am not your Negro riesce quindi ad imbarazzare anche noi, abitanti di un Vecchio Continente sempre più acciaccato e in preda ad ancestrali paure, che non sa fare i conti con il suo retaggio, che dipende da un’economia impazzita e che non si decide a diventare grande. I am not your Negro non è un banale documentario, non è un manifesto, non è un noioso collage di vecchi filmini. E’ la lucida radiografia di una cultura incline all’emarginazione e al razzismo, è un piccolo gioiello che stimola il senso critico degli spettatori come non si vedeva da molto – molto – tempo. Baldwin è da leggere. Il film di Peck da vedere e rivedere.

…Partendo dalle apparizioni dello stesso Baldwin in diversi tv show americani e in alcune lezioni universitarie, il materiale selezionato e montato dal regista si arricchisce di un collage di sequenze cinematografiche estratte da i film che - nel bene o nel male - hanno forgiato l'immaginario collettivo dell'identità dei "blacks", anzi, dei "negri" ricordando la radice etimologica del termine "nero" riferita alle tenebre, alla morte. "Io stesso fin da piccolo - ricorda Baldwin letto da S. L. Jackson - ero talmente invaso da immagini di bianchi che uccidono gli indiani nei Western da rendermi conto che come 'nigger' ero l'indiano della situazione, il diverso, il nemico".
Inedita quanto importantissima, la quest di Raoul Peck ereditata dal suo mentore è proprio relativa all'identità dell'essere nero, travisata dalla Storia raccontata dai vincitori. Già, perché, ricorda sempre Baldwin, "Il mondo non è bianco, né lo é mai stato. Bianco è solo il colore del potere". Lo spunto storico dei ragionamenti contenuti in "Remember this House" furono le vite e le morti (per omicidio) dei tre grandi leader della battaglia per la parità dei neri, diversamente manifestata in Medgar Evers, Malcom X, e Martin Luther King. Le tre figure emblematiche servono da fili conduttori cronografici ma anche emblematici di un agire differente rispetto a cause pressoché uguali.

Este documental está escrito por el propio Baldwin, dado que la integridad del texto narrado impecablemente por Samuel L. Jackson pertenece a una ambiciosa obra inacabada. ¿La temática? La premisa narrativa-discursiva es, como dice el poema, “muy compleja y muy sencilla”: el racismo en Estados Unidos; tal ambición, estructurada en tres partes, asoma sin la grandilocuencia del tratado histórico, sin la trivialidad del reportaje de investigación televisivo ni, mucho menos, algo parecido al biopic. La metodología de lo fílmico aúna dos propuestas a priori contradictorias: El montaje, por una parte —y ya desde los títulos de crédito, donde ni siquiera la tipografía escogida es accidental— irrumpe como una piedra contra un ventanal, con la contundencia que merece la seriedad de la denuncia. Un planteamiento muy dinámico, directo y conciso, reforzado con la inclusión de fotografías de archivo y fragmentos de videos de una violencia tan explícita como real y cotidiana. Cuesta enormemente observar su crudeza, pues esto supone mirarse al espejo y hacer una suerte de reconfiguración. Recuérdese que nosotros, los occidentales, somos en cierta medida un producto más de la influencia sociocultural de los Estados Unidos. Empero, por otra parte, la suavidad con la voz de Jackson y, sobre todo, por el contenido de sus palabras: el lirismo arrollador, palabras de una sobrecogedora belleza que tiñen todo el conjunto de una melancolía y una rabia tremendas…

la Academia y el Arte continúan siendo trincheras desde donde la militancia se puede ejercer sin tanto riesgo, veladamente incluso. Para la mayoría de nosotros, quienes vemos y escribimos sobre películas, vivir es todavía una opción. Pero el tiempo se agota y la seguridad tal vez degenere en complicidad. Baldwin/Peck pueden ser testigos, pero no hay que olvidar que un testigo, etimológicamente, es también un mártir. De lo contrario, sólo somos espectadores. Y de espectadores están llenas las salas de cine que, sobra decirlo, son cada vez más cómodas.

Sarebbe un’occasione persa se non arrivassimo a capire che il messaggio di Baldwin riguarda da vicino anche noi italiani e italiane, non solo perché lo scrittore nel film cita l’Italia coloniale e l’invasione da parte dell’Italia fascista dell’Etiopia nel 1936, ma soprattutto perché in una frase chiave del film solleva il problema dei rapporti fra lo Stato e alcuni strati della società, ai quali vengono tuttora negati diritti fondamentali. Baldwin dice: «È un grande trauma scoprire che il Paese in cui si è nati, a cui si devono la vita e la propria identità, non abbia creato un posto per noi nel suo sistema di realtà». Sarebbe bello se ognuno degli spettatori e delle spettatrici uscisse dalla fine del film adottando una frase di Baldwin, chiedendosi come usarla per capire e contribuire a cambiare l’Italia di oggi, e lo scrivo senza scorciatoie, perché so benissimo che l’Italia non sono gli Stati Uniti e ogni operazione del genere presuppone un processo di traduzione culturale. Come non sentire questa frase molto vicina ad almeno un milione di ragazzi, italiane e italiani senza cittadinanza, che aspettano da oltre un anno e mezzo l’approvazione di una legge di riforma della cittadinanza, approvata alla Camera nell’ottobre 2015 e ferma per oltre ottomila emendamenti della Lega e un atteggiamento tiepido della maggioranza. Non è più tempo di alibi. Questo paese e il suo parlamento è chiamato a dire oggi, una volta per tutte, se nel suo sistema di realtà vuole creare un posto per italiane e italiani nati e cresciuti qui ma di origine straniera oppure no…

lunedì 19 giugno 2017

La santa – Cosimo Alemà

le rapine e i furti andati male sono sempre affascinanti;
fra i film italiani di un po' di tempo fa mi vengono in mente La lingua del santo, di Mazzacurati, e il semisconosciuto, ma bellissimo, Qui non è il paradiso, di Tavarelli (con un eccezionale Fabrizio Gifuni), entrambi del 2000.
Specchia, paesino dov'è girato il film, un posto da consigliare ai peggiori nemici, si apre la caccia, degna dei peggiori incubi e abissi dell'animo umano. 
un colpo da niente, sicuro, fa scattare una trappola, e la scena dei lenzuoli è davvero terribile.
molte scene sono straordinarie, una su tutte la lezione del bandito con la pistola alle ragazze, una lezione di libertà che le ragazze non dimenticheranno mai più, ne sono sicuro.
non sarà un capolavoro, ma è un film davvero grande, ti affezioni ai ladri, forse fra gli ultimi umani.
non fatevelo scappare, si può vedere qui - Ismaele






…C'è qualcosa di Calvaire in questo piccolo bellissimo film, più di qualcosa di Padroni di casa, tantissimo dello splendido La Zona.
Ma le riflessioni di Alemà sulla piccola comunità non si fermano qua. Perchè è forse ancora più forte il pensiero sulla religiosità ottundente, quella che fa vedere il semplice furto di una statua come un motivo per uccidere ("non uccidere" sarebbe un comandamento, ricordiamolo), quella per cui l'ubriacatura religiosa, il conoscere soltanto quella realtà, può portare delle ragazze a privarsi persino di conoscere il proprio corpo, le proprie pulsioni.
Ma che bella la scena in chiesa, che bella.
In questa cornice di devastante ristrettezza mentale i 4 ladri si ritrovano ad esser braccati.
Del resto anche At the end of the day parlava di una caccia.
Non si può uscire da quel paese, come il giovane ragazzo non poteva uscire dalla Zona.
Non resta che dividersi e sperare in non so cosa.
Comincia così un film a 4 personaggi distaccati, ognuno con la propria fuga, le proprie vicende.
E Alemà ne approfitta per colorare il suo film (girato benissimo, recitato perfettamente e con un uso degli spazi e dei luoghi mirabile) di mille cose diverse.
Ogni scena una sfumatura diversa, adesso una fuga, adesso la tensione del nascondersi, adesso spruzzate di vita pugliese al limite del divertente, come tutte le scene nella casa della carnosissima ragazza (con quella radio che inneggia al trovare i colpevoli del furto) o quella del panettiere.
Alemà unisce il folklore, il crime, l'analisi sociale e, incredibilmente, riesce persino, in solo un'ora e venti, a date una tridimensionalità ai suoi personaggi quasi miracolosa.
Tutti e 4 i banditi diventano personaggi a tutto tondo, complessi, empatici, fatti e finiti.
Specialmente il fratello piccolo risulta quasi tragico, lui con la sua scarsa intelligenza, la sua bontà, la sua paura, anche sessuale.
Quel palpare quegli immensi seni alla donna svenuta non è scena comica, tutt'altro.
Sarò esagerato, ma c'è tenerezza, c'è profondità nei personaggi di Alemà.
Intendiamoci, a livello di plot c'è da storcere il naso più volte. La storia delle due donne che si mischia alla loro non sarebbe nemmeno quotata dai bookmakers, quello che i paesani fanno per vendicarsi è qualcosa che non potrebbe mai accadere, alcune fughe son gestite male (come quella, bellissima, tra gli olivi, prima venti persone dietro poi più nessuno).
Ma questo è uno di quei film che non vuole avere meccanismi perfetti perchè racconta di cose al di là del plot.

Avevo voglia di vedere un bel film come questo, me ne sono accorta nel momento che lo vedevo. Avevo dato per scontato certe emozioni soltanto rivedendo i vecchi film di Bava (“Cani arrabbiati” rimane per me il capolavoro capostipite di un certo genere), ma oggi con questo “La santa” ho avuto una rivelazione, terrò d'occhio Cosimo Alemà, questo è il cinema italiano che piace a me, che spero di vedere sempre più spesso, che consiglio a tutti.
 
Note personali: ho visto il film casualmente, mi ispirava, “mi ha chiamato” e io ci credo a queste combinazioni. Mentre lo vedevo pregavo che non peggiorasse, che non avesse dato tutto nella prima mezz'ora (e già si sarebbe beccato un 4 pallucce lo stesso), mi sono ritrovata alla fine in piedi, davanti allo schermo, con le mani al petto che dicevo “che spettacolo”, questa opinione mi era necessaria per far uscire tutta questa emozione arrivata così inaspettatamente.

La santa merita il nostro tempo, specie se siamo tra coloro che si lamentano della mancanza di varietà sul mercato nazionale o dell’ingenuità di buona parte delle produzioni indipendenti. Quindi se tu, spettatore, rifiuti di cercare, vedere e diffondere un lavoro valido come il film di Alemà, non hai più diritto di addossare le colpe di tutto a produttori e registi, perché sarà per gente come te se io un giorno dovrò recensire Amici di Maria De Filippi - Il film.


On The Line - Jon Garaño


A Table Is A Table - Diego Quemada-Diez


domenica 18 giugno 2017

Loreak (Flores) - Jose Mari Goenaga, Jon Garaño

vite di persone sole che si incrociano, a volte, o almeno se ne ha l'impressione.
non succedono molte cose, ma ci sono diversi colpi di scena, passa il tempo, piccoli spostamenti delle anime, è la vita, che dura poco, e si spreca molto, ma non lo si pensa, prima.
un piccolo film basco che tutti possono capire (coi sottotitoli adatti, naturalmente), un gioiellino non adatto per chi vuole evadere e ridere.
merita davvero - Ismaele






'Loreak (Flores)' son mujeres con dudas, con necesidades, con anhelos y penas, cuyos caminos se entrecruzan por la ausencia de un hombre que ninguna de las tres conocía realmente. Unas mujeres que buscaran en su interior para crecer con el agua de sus lágrimas y hacerse fuertes en el invierno de sus vidas. La película, sin embargo, se queda a medio camino de sus intenciones y una excesiva frialdad escénica hace que la emoción no traspase la pantalla.

…Crónica de unas existencias anodinas, rutinarias, sin horizonte, pero que tienen un misterio que las convierte en relevantes por un instante. El azar, el cuchillo de la muerte, como el de la sala de autopsia o la de disección, acaba por apagar sentimientos y recuerdos que el destino había sacado de la monotonía cotidiana. La misma Ane, la esposa burlada o la suegra gruñona acaban por borrar de su conciencia lo que fue un accidente, tan sólo un accidente… ¿o no? De cualquier modo, el olvido es la muerte segunda y definitiva. Al final, todo es efímero y acaba en el desván de la indiferencia.
La realización de este tándem, Garaño y Goenaga, es de una rara, rica y –en apariencia, sólo en apariencia­– modesta delicadeza. Se conjugan una gran variedad de recursos estilísticos, desde cadenciosos trávelins hasta fundidos encadenados (con una propiedad que casi no se ve hoy), desde encuadres rotundos hasta planos enfáticos. Utilizan símbolos sencillos (flores, oveja…) a los que se carga, a la vez, de significado y misterio, como debe ser. También el tiempo narrativo está cuidado con tino. La música de Pascal Gaigne, extraordinaria, contribuye decisivamente a crear esa atmósfera, al mismo tiempo, fatalista y mágica, que ayuda a comprender el drama del amor no correspondido y del desamor que lo corroe todo, de la felicidad quebradiza o nunca encontrada, del fúnebre montón de cenizas en que acaba todo…

Loreak è film di atmosfere, privo di qualsiasi groviglio narrativo, storia che scruta la reazione alla morte e all’abbandono da parte di chi è privato di una presenza più o meno tangibile: sotto questo aspetto la pellicola funziona bene, il senso di morte e di separazione e la forza della memoria aleggiano costantemente, il sottile gioco che si crea intorno ai personaggi, seppur semplice, riesce a tenere insieme il racconto evitando derive pericolose thrilleristiche o funerarie e i personaggi , sebbene lasciati a se stessi, hanno la giusta profondità.
da qui

sabato 17 giugno 2017

Men of Crisis: The Harvey Wallinger Story - Woody Allen



fai clic su CC per attivare i sottotitoli in italiano

Killer of Sheep – Charles Burnett

film di fine corso della scuola di cinema di Charles Burnett è un film neorealista, girato a Los Angeles, quartiere di Watts, nel 1986.
Stan, lavoratore dei più umili, al mattatoio (da qui il titolo), vive una vita difficile, la moglie che gli sta affianco, attenta e stanca, i figli da tirare su, qualche lavoretto a casa, o fuori, qualche conoscente che lo vuole per una rapina, tutto in un bianco e nero bellissimo, il difficile mestiere di vivere di Stan e della famiglia.
film amato da Roger Ebert, e non solo, anch'io mi aggiungo alla folta schiera degli estimatori.
appena lo vedrete vi aggiungerete anche voi, sono sicuro.
buona visione - Ismaele






You have to be prepared to see a film like this, or able to relax and allow it to unfold. It doesn't come, as most films do, with built-in instructions about how to view it. One scene follows another with no apparent pattern, reflecting how the lives of its family combine endless routine with the interruptions of random events. The day they all pile into a car to go to the races, for example, a lesser film would have had them winning or losing. In this film, they have a flat tire, and no spare. Thus does poverty become your companion on every journey.
The lives of the adults are intercut with shots of the children at play. One brilliant sequence shows a kid's head darting out from behind a plywood shield -- once, twice, six times. The camera pulls back to show that two groups of kids are playing at war in a rubbish-strewn wasteland, throwing rocks at one another from behind barriers. A boy gets hit and bleeds and cries. The others forget war and gather around. He's not too badly hurt, and so they idly drift over to railroad tracks and throw rocks at a passing train. All of the scenes of children at play were unrehearsed; Burnett just filmed them…
What he captures above all in "Killer of Sheep" is the deadening ennui of hot, empty summer days, the dusty passage of time when windows and screen doors stood open, and the way the breathless day crawls past. And he pays attention to the heroic efforts of this man and wife to make a good home for their children. Poverty in the ghetto is not the guns and drugs we see on TV. It is more often like life in this movie: Good, honest, hard-working people trying to get by, keep up their hopes, love their children and get a little sleep.

It won the Critics' Award at the Berlin Festival in 1981, and in 1990 it was placed on the Library of Congress' National Film Registry. If it reminds one of Italian neo-realism films, it should be of the ones that are more akin to films shot with conviction like Visconti's Rocco and His Brothers than to De Sica's more conventional and faux take on poverty in The Bicycle Thief. Burnett shows that the hard life sucks the hope out of both the adults and the children in the blighted community that is filled with stretches of bombed-out homes and despair, which makes it a much tougher challenge to survive here than in many other parts of America--as Burnett implies that such a hard life is not to be merely ennobled (which he does) but to be understood as unacceptable.

…La forme mosaïque du récit est aussi celle d'une bande originale qui compte un nombre impressionnant de morceaux racontant, à leur manière, l'histoire des Afro-Américains. On va ainsi de Louis Armstrong à Earth, Wind and Fire, en passant par Howlin' Wolf ou encore Scott Joplin ou Gershwin, ce qui n'a pas été sans poser quelques problèmes pour la distribution, les seuls droits des morceaux coûtant plus de dix fois le coût du film (150 000 dollars pour 10 000 de budget !). « Killer of Sheep » reste ainsi longtemps dans les cartons avant que l'UCLA ne paye officiellement les droits. Ce petit film d'études tourné en 16mm et en noir et blanc fera finalement partie des cinquante films conservés à la Bibliothèque du Congrès et il est, à ce titre, considéré comme trésor national. Étrange et heureux destin qui en dit long sur l'importance historique de ce film, de sa place à part dans le paysage du cinéma américain. A découvrir absolument.

I'd heard many great things about Killer Of Sheep before I finally managed to see it (the film has been effectively out of circulation for a couple of decades). and while I don't think it's any great masterpiece, I can see why it's regarded as a major landmark in American cinema. Burnett used the format of the "art movie" to chronicle everyday life among the poor, black residents of a Los Angeles ghetto – concentrating on one particular family and their acquaintances – with results that are often powerful and poetic, if at times a little self-conscious and over-oblique in their experimentalism…

Dans une terre déshumanisée, cette banlieue US baigne dans les non-dits et l’absence flagrante de communication, de rapports humains. Stan ne se défend plus quand les autres l’assaillent mais sa femme vient à la rescousse. Ce soutien fort et indéfectible est la seule chose qui les garde immergés. Le couple sombre lentement mais s’accroche à ses sentiments. Une simple scène de danse brille de par une beauté simple. Un air lancinant où les deux amoureux se tiennent tendrement comme un aparté salvateur.

Encore une fois les enfants se retrouvent dans une situation similaire à leurs ainés. Il y a un désœuvrement total dans la famille mais l’amour – plus fort – perce de temps à autre donnant lieu à un massage en apparence simple mais tellement important.

Que ce soit par son budget ou par ses prétentions, Burnett joue la carte de la simplicité et les acteurs amateurs – pas tous parfaits – font de leur mieux pour faire transpirer un message simple, celui du dernier rempart contre le désespoir, les proches. Ceux-ci et leur amour sont les clés qui donnent un maigre espoir à ces quartiers.

La película de Burnett, en un blanco y negro impresionante, mira detrás de los estereotipos raciales y nos muestra a personas. Y lo hace modestamente, sin grandes fastos, sin hacer ruido, sin querer abrumar con imágenes impactantes, giros inesperados o dramas lacrimógenos. La cámara es un testigo, y da la impresión de que lo que se ha rodado es la vida cotidiana de una familia, a través de la pared de su casa, y que en cualquier momento la cámara podría saltar a la casa de al lado, habitada por blancos o por negros, y las cosas serían más o menos similares. Tras ver esta película, y por si hubiera alguna duda, uno se da cuenta de lo estúpidos que son quienes minusvaloran a otros por detalles tan absurdos como el color de la piel o cualquier otro rasgo físico.
La historia de esta película, sin embargo, es más larga. A pesar de deslumbrar a los críticos, su circuito de distribución jamás pasó de los cines de arte y ensayo y nunca llegó al gran público. Aquí se reproduce un artículo de Bárbara Celis, del diario El País, publicado el 8 de abril, en el que habla de los años que han transcurrido hasta poder estrenar comercialmente la película. Tengo que agraceder a nuestra querida nómada Marta que me hiciera llegar esta noticia que es el colofón de oro a una película cuyo visionado tendría que formar parte de los planes de estudios de las escuelas norteamericanas (y de las españolas). Y tiene su mérito que me lo haya cedido, tratando la película sobre un señor que trabaja en un matadero de animales…

giovedì 15 giugno 2017

The girlfriend experience – Steven Soderbergh

Steven Soderbergh riesce a fare un film su una puttana (sorry, escort), con un'attrice che arriva dal porno, e non si vede neanche una donna nuda.
ma non ce n'è bisogno, a Chelsea le si vuole bene, è una ragazzina (in)sicura, che tutti usano e vogliono sfruttare sempre più.
e però è fragile, come un pezzo di sughero nel mare, resta a galla, ma come.
un gran bel film, piccolo e tormentato, buona visione - Ismaele





Soderbergh con "The girlfriend experience" sembra aver tentato di scattare l'istantanea di questi anni. Chelsea (Sasha Grey) è una squillo newyorkese d’alto bordo, che ha un fidanzato (Chris Santos) che la ama e la sostiene e la incoraggia incondizionatamente (non un protettore, ma un vero compagno di vita che ne accetta la professione). Lei fa di tutto per imporsi sul mercato, in particolare attraverso il suo sito internet. I clienti di Chelsea sono uomini d'affari americani di oggi ossessionati dalla crisi economica: tutti le parlano di crolli di azioni, mercati internazionali, stimulation package (che forse nasconde qualche doppio senso), eccetera. E questi businessmen moderni si pongono anche loro come il ritratto dell'America contemporanea, sembrano parenti di quello che Michael Douglas è stato in "Wall street" per gli anni ottanta, o sono sulla lunghezza d'onda di "Nella società degli uomini" e "Americani" per gli anni novanta. I tempi sono più che mai attuali, perché il film è ambientato durante la campagna per la presidenza americana tra Obama e McCain. Perfino il ragazzo di Chelsea tenta di intraprendere un proprio business (non ha a che fare col sesso), e si sente ripetere la stessa cosa: tempi di crisi. Mancano i soldi, dunque, anche se non mancano per il sesso…

Esteriorità, apparenza, perfezione. Ma poi oltre a tutto ciò  cosa rimane? Forse un senso di insoddisfazione e di inadeguatezza, una sensazione di inappagata frustrante incompletezza che ti fa sentire sporco e usato, logoro e abusato.
Soderberg racconta, rappresenta, esplicita stati d'animo sempre in modo piuttosto asciutto e quasi asettico, come se le emozioni stentassero ad emergere, come se l'indifferenza rendesse ancor più dolorosa questa presa di coscienza della effimera provvisorietà del successo di ognuno di noi, un lampo forse anche potente, ma che può svanire di colpo da un momento all'altro immergendoti in un buio fitto in cui si torna, dopo esser stati spremuti ed utilizzati a dovere, nella massa incognita, grigia e senza distinzione.

Grey wasn't hired because of her willingness to have sex onscreen; there's no explicit sex in the movie and only fleeting nudity. I suspect Soderbergh cast her because of her mercenary approach to sex -- and her acting talent, which may not be ready for Steppenwolf but is right for this film. She owns her own agency and Web site, manages other actresses, has a disconnect between herself and what she does for a living. So does Chelsea.
The film is intent on her face. It often looks over the shoulder of her clients. She projects precise amounts of interest and curiosity, but conceals real feelings. It is a transaction, and she is holding up her end. Notice the very small nods and shakes of her head. Observe her word choices as she sidesteps questions without refusing to answer them. When her roommate/boyfriend insists on knowing the name of one of her clients, she is adroit in her reply.
Once she allows her mask to slip: a surprising moment when she reveals what she may feel. Grey perfectly conveys both her hope and her disappointment, keeping both within boundaries. You wonder how a person could look another in the eye and conceal everything about themselves. But the financial traders who are her clients do it every day. Their business is not money, but making their clients feel better about themselves.

En The Girlfriend Experience, cuanto más habla un personaje, más comprobamos que apenas tiene vida interior.
Ni los clientes de la prostituta, quienes no buscan tanto sexo como una ocasión para hablar, ni la propia meretriz, quien escribe un diario tan frío como el del American Psycho Pat Bateman, albergan nada similar a pasiones o ideas interesantes.
Toda la charla de estos tipos, en especial la que pretende ser más inteligente y profunda, no es más que cháchara o, como se diría en inglés, bullshit.
No despierta mucha simpatía ninguno de los personajes, que no son más que una panda de idiotas pagados de sí mismos y, en el fondo, gente asustada con corazas caras. Incluso la protagonista, interpretada por Sasha Grey –la más bella actriz del cine porno, la más nauseabunda en sus películas X y una intérprete más que solvente–, demuestra ser una persona carente de empatía, que no se interesa en nada que no vaya más allá de su cotizado ombligo.
Por esas tristes razones, The Girlfriend Experience es un retrato muy acertado del mundo actual. Y si lo que se muestra no gusta o enfada, eso es síntoma de salud…

martedì 13 giugno 2017

The survivalist - Stephen Fingleton

in un futuro non troppo lontano gli umani hanno esaurito le fonti d'energia e ognuno per sé, l'altro è (quasi) sempre un nemico, che si allontana o altrimenti si uccide.
un umano vive nella sua capanna, con qualche pianta, utensile e ricordo.
due donne appaiono, lui non riesce a capire bene cosa fare, l'unica sopravvissuta, col bambino, cercherà un rifugio dove qualche comunità umana ha costruito i suoi muri, forse i precursori del paese raccontato da Volker Schlöndorff e Harold Pinter.
poche parole, molti sguardi e violenze.
una cronaca dal futuro, non trascurarla - Ismaele






Un mondo bucolico quindi, un vecchio Nuovo Mondo, dove sto Survivalist, come un colono post Mayflower, si è appropriato di un minuscolo podere con annesso appezzamento di terra e produce da sé, a chilometro zero, lo stretto necessario per sopravvivere, cioè per continuare ad esercitare la sua professione. Siamo tutti sotto il cielo però, e anche lui lo è, nello specifico non ha fatto i conti con l’altra metà del cielo, una collega Survivalist, due colleghe Survivalist, madre vecchiaccia e figlia pubescente, ed ecco il triangolo: lui, lei, la suocera. Straordinario e nuovissimo triangolo per il cinema inglese, non ricordo infatti altri esempi fulgidi di coppia con contrappeso di parentame al seguito, e qui Fingleton decolla, perché mette in scena il machismo, il titanismo dell’uomo solo e resistente, in contrapposizione al matriarcato che pure sarebbe la cifra delle società primitive, primitive survivaliste. L’incontro di Adamo e di Eva nasce sul filo del baratto ovviamente, cresce sul piano degli ormoni, accoppiamenti belluini reiterati, e mammà a sentire tutto nell’altra cameretta della baracca, con occhi che tradiscono pensieri strani, lubrichi, assassini, non è dato sapere. È tutta una questione di baricentro, se il legame di sangue sia più o meno forte del legame di cuore, o di sperma…

Gli scenari post-apocalittici si offrono generosamente anche a pellicole dal budget basso e dai mezzi limitati. All’esordiente Stephen Fingleton e alla sua opera prima The Survivalist è bastato infatti un fitto bosco, una casetta di legno, un orto che ricorda i tanti “orti insorti” cittadini. Una dimensione minimalista, essenziale, a misura di tre personaggi provati dalla fame e dalla paura, scarnificati nel corpo e nell’anima.
Lo scenario distopico architettato da Fingleton si nutre delle performance attoriali e fisiche di Martin McCann, Mia Goth e Olwen Fouere, di una natura oramai tornata sovrana, di un comparto sonoro accuratissimo – non in presa diretta, ma con un certosino lavoro di (ri)costruzione dei suoni ambientali. E della messa in scena dello stesso Fingleton, che non si accontenta di scandagliare psicologicamente i tre sopravvissuti e le loro tesissime dinamiche, ma che impreziosisce The Survivalist con alcuni virtuosismi registici, in primis la sequenza della sparatoria: Fingleton utilizza in maniera magistrale l’altezza dell’erba, sottolineando ancora una volta il ruolo predominante della natura, e capovolge con un lento e calibrato movimento di macchina dall’alto il nostro punto di vista. In questo modo, il regista nordirlandese riesce a dare corpo alla spazialità, alla distanza così ridotta tra i due uomini, inversamente proporzionale alla crescente tensione. The Survivalist è fantascienza distopica (iper)umanista e (iper)realista percorsa da una tensione costante, come un thriller claustrofobico…

Il contesto post-apocalittico si presta perfettamente alla messa in scena pura dell’essere umano, che diventa messa a nudo dell’individuo. La natura che sovrasta la figura umana, le fatiscenti oasi di fortuna, i silenzi prolungati e le scarne battute dalla forza ieratica (come ultime parole proferite da un’Umanità in perenne agonia) non fanno altro che suggerire una impasse irreversibile, il capitolo ultimo di una specie in via di estinzione, autodistruttasi con le proprie mani. “La fine di tutto è vicina Pietro 4-7” è l’epigrafe affissa all’entrata dell’accampamento dove si chiude questa storia tragica, ma è anche la consapevolezza dell’inarrestabile declino, mentre ancora ci si affanna a spremere la terra per il proprio nutrimento. Ciò che resta è il seme di un uomo sterile, che corrode ciò che lo circonda e si autofagocita con la sua voracità e la sua cattiveria, condannandosi alla fine ultima


Aningaaq - Jonás Cuarón (con sottotitoli)

domenica 11 giugno 2017

Il racconto dell’ancella - Volker Schlöndorff

tratto da un romanzo di Margaret Atwood, sceneggiatura di Harold Pinter, siamo in un mondo così lontano e così vicino al nostro, le donne conquistate sono animali da riproduzione o schiave o puttane, tutte attività che le padrone di casa non fanno più, si vive in quartieri protetti che neanche l'ambasciata Usa a Kabul, fuori c'è la guerra, ma non si sente niente, sembra tutto tranquillo, immutabile, sembra.

non sarà all'altezza di capolavori su storie simili, ma fa la sua figura - Ismaele





Trasposizione non eccelsa del best-seller della Atwood, malgrado la penna di Pinter alla sceneggiatura. L'opera, un'utopia negativa che si pone sulla scia di testi fondamentali come 1984 e Fahrenheit 451 (pur rimanendone ad una certa distanza), lascia tuttavia il segno. Il sistema, che punisce spietatamente ogni digressione comportamentale, è stato creato ed è retto dagli uomini che sono, quindi i padroni di tutto. Le donne, che indossino il rosso delle ancelle, o l'azzurro delle matrone, o il marrone delle istitutrici-sorveglianti, o il bianco delle novizie, sono in realtà tutte schiave dei rispettivi ruoli in una società ritualizzata in ogni sua manifestazione (esemplare il "parto-party": in una villa, una ancella sta avendo un bambino; da una parte il coro scarlatto delle compagne che all'unisono simulano le doglie, in giardino le matrone, tutte in blu, che consumano cocktail e pasticcini congratulandosi con la padrona di casa, madre "ufficiale" del nascituro)…

In un futuro prossimo, dominato dal fondamentalismo religioso di matrice biblica, quasi tutte le donne sono diventate sterili (idea che verrà portata all'estremo ne I figli degli uomini). Le poche che possono ancora procreare vengono messe a disposizione delle donne di una casta superiore, che le fanno fecondare dai mariti e allevano i figli come fossero loro (allo stesso modo in cui le mogli dei patriarchi della Genesi Abramo e Giacobbe, non riuscendo a partorire, usavano le rispettive ancelle), ma covano in cuore l’odio per quelle che sono le “vere” donne dei loro uomini. Il soggetto di questa allucinante visione antiutopistica è ottimo, lo svolgimento non altrettanto: probabilmente la principale responsabilità è del regista Schlöndorff, un po' troppo teutonico, privo della visionarietà di un Gilliam…

The world inhabited by these people looks more or less like our own. They live in suburban houses and drink whiskey in the den and plant flowers in the yard, and somewhere far away a war is raging, which they follow on television. The movie is a little vague about the conditions of the war and the society; this is not a political fable, like Orwell's 1984, but a feminist one. The purpose is to isolate, exaggerate and dramatize the ways in which women are the handmaidens of society in general and men in particular.
Childbearing is the movie's metaphor of choice. Children are seen as the rightful possession of a wealthy, powerful couple like Duvall and Dunaway, and of course adoption will not do; the male must father the child himself. The methods by which this takes place are perhaps intended as a satire on the ultimate reaches of the touch-me, feel-me movement; the wife (Dunaway) is present during conception as a sort of coach and spiritual godmother…

sabato 10 giugno 2017

Diez Minutos - Alberto Ruiz Rojo

Virgin mountain - Dagur Kári

mi ha ricordato Gigante (di Adrián Biniez), un film uruguayano (del quale avevo scritto: "un film sull'innamoramento, con Jara che alla fine riesce a parlare con Julia, ma noi non sentiremo mai cosa si diranno.
un film che racconta anche quei moderni campi di lavoro che sono ipermercati e centri commerciali.
non è un film epico o avventuroso, è piuttosto dimesso, come lo è Jara, e Julia, gente umile che lavora per sopravvivere, di quelli che il cinema ci fa vedere di rado. ")
anche in Islanda, piccolo il mondo, un uomo, Gunnar Jónsson, grande come un gigante e buono come un bambino, si trova già grande ad affrontare una vita senza rete, e quello che ne esce (in entrambi i casi) è un film che merita sicuramente la visione - Ismaele



Un attore formidabile che nella stessa espressione deve darci serenità, bontà, incoscienza e malinconia, una sceneggiatura perfetta in cui si inseriscono tanti piccoli elementi notevoli come il suicidio di Cobain, quel "un passo avanti due indietro" con il quale Fusi descrive il ballo -un passo avanti e due indietro, quasi la sua condizione,-oppure quel vetro smerigliato dietro il quale lei si rifugia per 3 giorni, un vetro che sembra fatto di lacrime, oppure Fusi che guarda quelle persone andarsene via all'aeroporto, o quella scena di sesso e alcool, potentissima, dove solo la puttana si rende conto dell'inumanità del tutto - lui non vuole! - urla- non lo vedete?-.
Eh, lo so, facile giudicare.
Molti di voi andranno contro Fusi, la bontà nonostante tutto e tutti alla fine è una debolezza, è una colpa, è una codardia.
Ma queste persone non si rendono conto che a volte ci sono animi e predisposizioni che non riescono a mixarsi con la realtà.
E se queste persone credono che ci possano essere persone irrimediabilmente cattive, o irrimediabilmente stupide, o irrimediabilmente egoiste allora devono credere che ne esistano anche di irrimediabilmente buone.
Persone arrivate ad un passo dal crescere, persone che hanno portato dentro degli scatoloni la loro speranza che qualcosa cambi e che poi, nemmeno il tempo di entrare, quegli scatoloni li hanno riportati indietro.
Persone che potrebbero vendicarsi o semplicemente lasciar perdere.
E invece no.
Invece non ce la fanno proprio ad esser quelle che sono…

…Virgin Mountain è un film islandese scritto e diretto da Dagur Kàri, regista e musicista islandese che affronta una tematica difficile, la paura di aprirsi al mondo. Gunnar Jonsson è protagonista di una prestazione attoriale degna di nota. Una fisicità e un’espressività di quelle che non si dimenticano facilmente e che rimangono impresse. Nei suoi occhi traspare tutto il dolore di un’esistenza incompleta.
Premiato nel 2015 come miglior film, sceneggiatura e protagonista al Tribeca Film Festival, Virgin Mountain è una fiaba urbana in cui il cattivo in realtà non è poi così cattivo e in cui i buoni si celano dietro le maschere dei ruoli sociali che interpretano. Il vicino lo accuserà di pedofilia, la madre lo ritiene un bamboccione, i colleghi lo umiliano giorno dopo giorno, quella che doveva essere la donna della sua vita si rivela in realtà una compagnia fragile e instabile, tutto ciò di cui non aveva bisogno Fusi è un bersaglio mobile che non reagisce mai, anzi quasi mai. Ciascuno di questi daily life villian, però, troverà comunque il modo per scusarsi con Fusi, d’altronde come si può far del male a un’anima così pura e sensibile?
Non è un film facile, ma una volta che sarete entrati nel mondo di Fusi, rimarrete incantanti dalla sensibilità e dall’umanità di questo personaggio.
Una fotografia scarna ed essenziale che fa da cornice ad una trama lineare che non ha bisogno di colpi di scena per attecchire sull’interesse dello spettatore. Bastano gli sguardi, le parole non dette per rimanere affascinati dalle dimostrazioni di umanità di Fusi.
Virgin Mountain è un film delicato ed emozionale. Andatelo a vedere.

 Gunnar Jónsson dà al personaggio una fisicità straordinaria, mentre ancora più interessante è l’interpretazione che Ilmur Kristjánsdóttir fa della timorosa e indecisa Sjöfn. Due attori che non saranno dimenticati facilmente da chi ha visto il film.
Dagur Kári Pétursson firma un’opera delicata e intimista su un tema estremamente serio – la solitudine – che viene come amplificato dal clima freddo dell’Islanda. Evitando in modo intelligente il finale da favoletta
Ciliegina sulla torta è il brano musicale Islands in the Stream cantato da Dolly Parton (e Kenny Rogers). Si riconosce subito il sound dei Bee Gees perché per loro l’avevano scritta Barry, Robin & Maurice Gibb. Il titolo richiama il romanzo di Hemingway Isole nella corrente. E’ la canzone preferita da Sjöfn e Fúsi gliela fa dedicare da una radio. Momento di grande tenerezza.

Girato con immagini intense (i piani ravvicinatissimi dell’occhio sono davvero impressionanti) e dialoghi parchi e ben costruiti, questo film ha la forza da far scricchiolare, poi cedere e crollare convenzioni e pregiudizi, è un trionfo della bontà e non del buonismo, è l’apologia della lentezza produttiva contro la velocità schizofrenica. Perfetta anche la colonna sonora, con la trovata della radio che trasmette le canzoni preferite a richiesta del protagonista.
È insomma un film imperdibile che lascia un segno difficile da dimenticare.

La historia de Fúsi retrata la propia guerra que él vive cada día y no sólo con las figuras que tiene en casa y con las que recrea la batalla que conmemora el primer triunfo de los aliados frente a los nazis en la II Guerra Mundial, sino principalmente su lucha diaria en un mundo tan diabólico e inhumano que no sabe convivir y respetar a gente que no es igual que la mayoría de la población, y que encima la vida castiga a base de golpes.
Corazón Gigante es un regalo que todos deberíamos ver para poder así contagiarnos de la ternura y comprensión que desprende su protagonista; porque aunque el mundo no está preparado para gente como Fúsi, se necesitan muchos Fúsis para arreglar este desmadre de planeta que estamos creando. Y es que cuando terminas de ver Corazón Gigante te das cuenta cómo el título no hace referencia a lo verdaderamente gigante que es el corazón del protagonista.

…Corazón Gigante es una película pequeñita y muy modesta pero que sabe muy bien lo que quiere contar y como hacerlo. A través del personaje de Fusi interpretado de una manera magistral por Gunnar Jonsson descubrimos una historia emocionante y muy emotiva. Sin duda gran parte de la culpa del éxito de la película es por la interpretación del actor que consigue enamorarnos y emocionarnos desde su primera aparición en la pantalla.
El personaje de Fusi es pura bondad, sus pequeños actos hacen que conectemos enseguida con el, nos duele que se mofen de el, que le miren mal, pero también sonreímos cuando se ilusiona con los pequeños detalles igual que se ilusiona un niño. Una película donde nos muestran que no es fácil pasar a la vida adulta, la inmadurez parece haberse instalado en las personas sobre todo por el miedo. Un miedo expuesto por la sociedad que nos rodea, un vecino, los compañeros del trabajo o un ser que nos ha hecho daño, hay muchos motivos para no querer salir del cascarón.
Posiblemente se le puede achacar a la película su exceso de bondad en algunas situaciones, a veces no entiendes que alguien sea tan bueno y ponga tantas veces la mejilla.
La música corre a cargo del grupo Slowbow cuyo líder es el propio director, un proyecto paralelo del director que ya tiene en el mercado cuatro discos.
Corazón Gigante es una historia tierna y emotiva donde el espectador saldrá con la sensación de haber disfrutado de una buena película con muy buenas sentimientos.