venerdì 15 dicembre 2017

Silhouette - Kamiran Betasi

Una pistola en cada mano - Cesc Gay

una sceneggiatura a orologeria e un gruppo di attori ben scelti sono sufficienti per fare un gran film, senza bisogno di effetti speciali.
tutti sono bravi, qualcuno ancora di più.
film così si facevano in Italia negli anni '60 e '70, poi sembrava essersi perso lo stampo. ma questo film dimostra che non è vero.
dialoghi perfetti, tra l'altro, rendono il film imperdibile; piacerà a  quelli, per esempio, a cui è piaciuto molto Perfetti sconosciuti.
guardate e godetene tutti - Ismaele






… Gay demuestra que no hace falta valerse de excesos para generar tensión cinematográfica y que construir a partir de la palabra no necesariamente deviene en esterilidad discursiva.

… La esencia de Una pistola en cada mano está en la escritura de los diálogos y en la temporización de la secuencia, medida hasta las milésimas de segundo. Pero el sabio manejo de la cámara para captar minuciosamente cada registro es lo que la convierte en cine valioso y le distancia del escenario teatral. (Hay en esta película una cierta similitud con algunos filmes de Ventura Pons). En este sentido, Ricardo Darín y Luis Tosar protagonizan una magistral escena que representa lo mejor de esta película. Más que interpretar, ambos –el marido cornudo y el amante insospechado– viven el papel y traspasan la pantalla para que el espectador pueda meterse en la piel de cualquiera de ellos. Igualmente ocurre con el episodio que interpretan Eduardo Noriega y Candela Peña: la maestría con la que están escritas las réplicas y contrarréplicas, la delicadeza con que cada uno afronta la afrenta del otro y de la otra, la intensidad con que la cámara recoge la estupefacción, la torpeza, la estupidez, del personaje de Noriega (casado y padre reciente) que intenta ligar al final de una fiesta en el trabajo con la compañera a la que habitualmente ha despreciado, junto con la sencilla lección, sin aspavientos vengativos, que le procura Mamen, es una muestra más de que Cesce Gay ha conseguido un destilado de gran cine
            El largo episodio, desdoblado en dos escenas, que protagonizan Leonor Watling y Alberto San Juan, por un lado, y Cayetana Guillén y Jordi Mollá, por otro, –dos parejas que intercambian a sus maridos para conocer las intimidades del otro– es el más flojo de la película, el que tiene los diálogos más previsibles y que redunda en ciertas obviedades, aunque no deja de tener igualmente aciertos humorísticos. Sin embargo, no desmerece del conjunto del film en la intensidad de la interpretación y en la elegancia de la puesta en escena. La misma elegancia con la que está elegido el título (una frase con la que Mamen explica el comportamiento del personaje encarnado por Noriega), y que tiene su contrapunto en los abrazos que se dan los personajes para demostrarse que no van armados.
En definitiva, Cesc Gay ha conseguido una estupenda película sobre ocho figuras masculinas que vienen a representar un todo, que tal vez –como dice la publicidad– entusiasmará a las mujeres, pero lo que seguramente es más importante es que trata con humor inteligente, sin insultar ni ofender, sino con absoluta y reconocible complicidad las taras del hombre actual.

…L’abilità di Cesc Gay è quella di portare sullo schermo situazioni reali, anche drammatiche, ma in modo ironico ed incredibilmente comico. Alle volte ci si ritrova a ridere di cuore di vere e proprie disgrazie per merito di un cast coinvolgente e talentuoso e di una sceneggiatura intelligente e vivace che mai risulta offensiva.
“Una pistola en cada mano” dimostra come un film per essere più che riuscito non necessita di grandi budget, scenografie straordinarie, effetti speciali da far invidia a Hollywood, ma al contrario il centro dovrebbe sempre essere uno scambio di battute ben scritte e ben interpretate: la semplicità e l’essenzialità sono la forza di questa pellicola spagnola, che senza apparenti sforzi attrae lo spettatore.
Consigliato a chiunque abbia voglia di svagarsi senza perdere il contatto con quelle che sono le problematiche sociali contemporanee: per 97 minuti non riuscirete a distogliere lo sguardo dallo schermo!

Hay películas que son radiografías humanas. Y tú, querido espectador, las ves con hambre de voyeur y ríes  o lloras; y disfrutas del arte cinematográfico usado como vehículo para retratar las miserias ajenas. A veces es agradable y cómico pero otras veces es duro enfrentarse a tus propios secretos y miedos o a esos fragmentos de personalidad que ceden a la hipocresía gobernante o a la crueldad, también mayoritaria. Con En la ciudad Cesc Gay ya desnudó a los personajes mientras te los acercaba para que vieras, en forma de drama, la segunda piel de unos tipos que realmente eráis tú y tus amigos. Y te encantó, querido espectador. Te encantó ser testigo de cómo los amigos que dicen ser tan amigos no se conocen tanto cómo creen. Aunque te asustó verte reflejado. Cesc Gay te debía una película menos dura, igual de verdadera pero con algo menos de mala leche. El director ha cumplido su promesa (aparentemente) con su último film, Una pistola en cada mano. Tanto a ti como a las mujeres de En la ciudad les debía un segundo acto.
Y está claro que Una pistola en cada mano es ese segundo acto de En la ciudad. Donde el director disecciona varios encuentros entre conocidos, amigos, compañeros de trabajo o viejos amantes con un ingenio envidiable y con mucha, mucha gracia. En esta película de episodios las mujeres salen bien paradas, ellas han madurado, son más inteligentes, saben lo que quieren pero ellos… ellos son perdedores. No atractivos perdedores, sino más bien ridículos hombrecillos incapacitados para comunicarse, para degustar la felicidad que da la madurez. Sin embargo, todos son lo honestos que su hombría les permite ser… que no es poco…

mercoledì 13 dicembre 2017

Florida - Philippe Le Guay

Jean Rochefort nell'ultimo film fa la parte più difficile, quella di chi c'è e non c'è più con la testa.
chi ha conosciuto qualcuno malato di Alzheimer può pensare che al tempo del film l'attore non stesse troppo bene, e quel film sia una specie di biografia.
in realtà Jean Rochefort è grandissimo, i pensieri si aggrovigliano, scompaiono, riappaiono chiaramente confusi, lui sa che quello che pensa è tutto vero, nel suo mondo, però, non in quello degli altri, e ritrovare la strada è sempre più difficile.
ridiventa bambino in un corpo da vecchio, la memoria porta alla luce episodi drammatici di quando era ragazzino, in testa girano tante storie, ognuna vera, da sola, lui lo sa, solo lui.
e non c'è più bisogno di fingere, di essere politicamente corretti, i filtri saltano uno a uno.
gran film, se lo vedrai capirai - Ismaele






Philippe Le Guay rivolge il proprio sguardo a quel momento difficile nella vita di molti in cui i figli si trovano a divenire genitori dei propri genitori. Da una parte c'è la fortuna di avere il padre (o la madre) ancora in vita ma dall'altra c'è il 'peso' di gestirne le apparenti stravaganze che sono invece segni del progredire del disagio psichico. 
Con un attore straordinario come Jean Rochefort tutto questo diventa facile. Le sfumature, i sorrisi astuti e quelli che esprimono disagio, i lampi nello sguardo che in un momento fanno percepire la consapevolezza dell'agire e un istante dopo si spengono affogando nella più totale distanza da quanto circonda il personaggio, sostanziano tutta la sua interpretazione. Di fronte si trova una Sandrine Kiberlain che offre a Carole tutta la disponibilità di una figlia consapevole di una situazione che rischia però di mettere a repentaglio la sua vita di coppia adoperandosi per un genitore che ha bisogno di lei ma la sente anche come un severo controllore. Poi c'è la grande assente: Alice, l'altra figlia a cui Claude pensa incessantemente e che vuole rivedere al punto da sentirsi pronto ad affrontare un volo intercontinentale per raggiungere quella Florida con cui mantiene comunque un contatto attraverso i succhi di frutta. 
Si ride grazie a questo film ma si tratta di una risata carica di tristezza soprattutto per chi è consapevole che poco o nulla degli atteggiamenti di Monsieur Claude è inventato. Il duo Rochefort/Kiberlain riesce a prendere la giusta distanza dal rischio di trasformare lo script in una farsa. Sotto l'attento controllo di Le Guay che conosce il senso della misura.

Interpretato da un sempre immenso Jean Rochefort, Claude è come un novello Don Chisciotte, ruolo che l’attore avrebbe dovuto incarnare nel progetto di Terry Gilliam. Può essere vittima di un buio improvviso mentre è in un bagno pubblico. È addirittura capace di tirar fuori il membro e orinare sul parabrezza di un automobilista che lo ha infastidito. Vive in una società che non riconosce più, uomo d’altri tempi, con i suoi ricordi da ragazzo nel periodo della guerra. Capace di improvvisi sbalzi da uno stato d’animo all’altro, mirabilmente resi dal grande attore mattatore. Ha cancellato il trauma della morte della figlia, lo ha rimosso dalla sua memoria.
Basterebbe un Rochefort per buona parte dei registi ed essere a posto. Il grosso del lavoro lo fa lui. E in effetti la sua prestazione in Florida è superlativa. Ma Philippe Le Guay non si adagia sugli allori. E costruisce il film con una sceneggiatura a incastro degna di Atom Egoyan, costruita su piani temporali diversi, che si svelano nel dipanarsi narrativo. Vediamo quasi all’inizio una scena di Claude in aereo che sta volando a Miami, ma questa situazione si situa cronologicamente nella parte finale del film: spetta allo spettatore, con la sua memoria, il rimettere a posto tutti i fili della memoria di Claude…


martedì 12 dicembre 2017

Today They Took My Son - Pierre Dawalibi


da qui

Una madre che affronta il suo giovane figlio portato via da un sistema militare. La sua impotenza nel prevenire il trattamento crudele e disumano che sa di provare è più di quanto possa sopportare qualsiasi madre. Questo succede a più di 700 bambini palestinesi all'anno.




·         È tragico che anche adesso, anche dopo tutto quello che hanno sopportato, è ancora necessario umanizzare i palestinesi. Questo breve ma magistrale film fa molto di più.Dimostra che siamo tutti palestinesi e loro sono noi. Non c'è "altro". C'è solo una madre e il suo bambino, che ci implorano di entrare nelle loro vite e capire il loro dolore, implorandoci a cercare e poi abbracciare ciò che unisce e non ciò che ci separa.
Sara Roy (Senior Research Scholar, Centro per gli studi del Medio Oriente, Università di Harvard)

·         Sono profondamente commosso e spostato oltre le parole! La familiarità del dolore ricorrente rende tutto ciò solo più intollerabile. Il film di Farah mi ha fatto singhiozzare con tutte le altre madri, nonne, bambini, esseri umani che sono sopraffatti dalla casualità di un'orribile ingiustizia e dalla persistenza di una tale crudeltà volontaria. La sua rivelazione della semplice storia palestinese è così personale, così umana, così cruda che la sua intensità diventa insopportabile. L'estetica dell'immersione mi ha lasciato senza fiato e silenzioso.
Dr Hanan Ashrawi

·         Come palestinese, sono stato imprigionato e torturato tre volte dall'occupazione israeliana quando avevo 14 anni e 15 anni. Today's Took My Son non solo richiamava ricordi delle mie esperienze, ma mi ha aiutato a capire per la prima volta i sentimenti di mia madre ogni volta che mi portavano via. Mi ha anche fatto riflettere sul ruolo eroico che le donne palestinesi svolgono nella nostra lotta per la libertà. I suoni del pianto e del pianto di mia madre mi danno un senso completamente nuovo oggi. Grazie per la vostra empatia e coraggio per far luce sul lato umano della nostra lotta per la libertà e la dignità.
Ghaleb Darabya (Amministratore delegato, Cambridge Leadership Associates)

·         La poesia visiva e verbale del cortometraggio di Farah Nabulsi trasmette con forza gli orrori subiti da generazioni di bambini palestinesi e dalle loro famiglie, sotto belligerante occupazione israeliana. I bambini palestinesi sono sequestrati dai soldati israeliani, confinati in celle oscure in isolamento, interrogati e torturati, privati ​​dell'accesso a genitori e avvocati e mandati ai tribunali militari dove i tassi di condanna sono superiori al 99%. Come il suo film mostra, questi bambini sono certi di emergere dalle loro esperienze traumatizzate e infrante, la loro infanzia a brandelli. Esorto chiunque cerchi di capire le schiaccianti realtà della vita per i palestinesi sotto l'occupazione israeliana per guardare questo film.
Jonathan Cook
·         Incredibilmente potente e bello. Dovrebbe essere visto da tutti.
Kirkland Newman Smulders (Fondatore ed editore, MindHealth360)
·         Non ci sono abbastanza pietre da buttare, non abbastanza parole da esprimere o lacrime sufficienti a lavare via i crimini commessi da Israele. Per sette decenni Israele ha praticato gli imperdonabili e impenitevoli crimini di genocidio, pulizia etnica e apartheid. Ma nessun crimine è così terribile come la campagna israeliana di rapimenti e abusi sui bambini palestinesi. La crudeltà di Israele, il dolore e la disperazione di una madre e il trauma di un bambino sono tutti fedelmente e dolorosamente illustrati in Today They Took My Son.
Miko Peled (Autore, Il figlio del generale)

·         La legge americana esclude gli aiuti alle forze militari che praticano abusi sistematici di diritti. Questo film straziante e la realtà brutale di cui è un campione minuscolo ci dicono chiaramente e chiaramente che la legge dovrebbe essere applicata e l'aiuto militare a Israele dovrebbe finire finché l'occupazione criminale viene mantenuta.
Noam Chomsky (professore emerito dell'Istituto, Massachusetts Institute of Technology)

·         Today They Took My Son tratta un tema molto importante e un'area che Human Rights Watch ha dedicato molto tempo a documentare, quindi è bello vedere il problema affrontato in un modo a cui le persone possono relazionarsi a livello personale. L'immaginario è fantastico, in particolare contrastando le fotografie reali dei bambini detenuti con la narrativa romanzata nel film, e anche i flashback tra il filmato documentario e la narrativa ricreata sono efficaci.
Sarah Leah Whitson (Direttore esecutivo, Human Rights Watch Medio Oriente e Africa)

·         Oggi They Took My Son è davvero ben girato! Il messaggio è potente e vero, e mostra l'estrema ingiustizia che i palestinesi vivono attraverso.
Sawsan Asfari (produttore esecutivo, Cactus World Films)

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ecco quello che succede davvero

lunedì 11 dicembre 2017

L'insulto - Ziad Doueiri

l'aula di un tribunale come luogo di un duello fra due persone che hanno difficoltà a piegare la testa e a chiedere scusa.
entrambi pensano di avere ragione, nessuno arretra.
il meccanismo di odio è quello che funziona quasi sempre, nella realtà, se non ci sono giudici e/o avvocati e/o politici con dubbi e umanità e saggezza che spengono i fuochi (appare anche un politico nazionalista che assomiglia a Salvini, ma dev'essere una coincidenza; in Libano, per loro fortuna, non lo conosce nessuno).
la storia è come quella di un legal thriller, quello schema narrativo permette colpi di scena, argomentazioni e punti come in un'avvincente partita di tennis.
la consapevolezza che tutti hanno un po' di ragione e un po' di torto si trasforma nel compromesso per spegnere l'incendio che stava iniziando.
bravissimi tutti gli attori, pedine di una sceneggiatura che non lascia scampo.
ed è strano che si rischi la galera per fare film così, buon segno, vuol dire che è un film che vale.
nei titoli di coda (per non eccedere nel politicamente corretto) mancano le immagini nelle quali Tony diventerà il meccanico di fiducia di Yasser, loro sanno che i tedeschi fanno le cose molto meglio dei cinesi (mentre nelle vernici fanno un ottimo lavoro gli italiani, veniamo a sapere, e anche che qualcuno si appella al boicottaggio di questo film).
non lasciatevi sfuggire questo film, addirittura in 60 sale (con uno dei migliori incassi per sala della settimana) - Ismaele








…Douieri e Joelle Touma, sua compagna e cosceneggiatrice, sono partiti da un'occasione reale, un'uscita verbale infelice del regista in un momento di nervosismo, per andare all'origine del sentimento che sta sotto certe frasi, che non vengono mai pronunciate per caso
Un'opera di immersione in profondità, dunque, tra lapsus e impulso, raccontata però in verticale, perché il conflitto, come la rabbia, come l'umiliazione, è qualcosa che monta. Raccontata in maniera diritta, appunto, attraverso tappe che si potrebbero dire prevedibili, eppure, non solo l'avverarsi del prevedibile è parte integrante del discorso, ma soprattutto è sfumato, colorato, drammatizzato da un ottimo copione, che si muove abilmente tra la sfera pubblica (e il film processuale) e il momento privato (dunque il dramma psicologico). Con il colpo di genio di fare dei due avvocati rivali un padre e una figlia, che non possono non portarsi in aula dell'altro: qualcosa che va al di là degli "atti", esattamente come il confronto tra Toni e Yasser va al di là dell'insulto pronunciato sul momento e affonda in una sofferenza, privata e collettiva, che ancora tormenta e fomenta…

Il regista, che aveva esordito nel 1998 a Cannes con West Beyrouth e che qui è al quarto lungometraggio, tornato da Venezia con il premio è stato arrestato, processato e prosciolto da un tribunale militare, accusato di collaborazionismo con il nemico israeliano. Un chiaro segno che L’insulto tocca un nervo scoperto, anche se il film non è manicheo e non traccia della politica un ritratto totalmente negativo. Uno dei messaggi è anzi quello dei cambiamenti che devono partire dal basso, da una volontà comune della popolazione di venirsi incontro, anche nel rapportarsi nel quotidiano, nelle cose più banali, e che non tutto dipende dalla sola politica…
 una lezione di memoria e di storia che si profila gradualmente, sugli eccidi noti e quelli dimenticati, che lasciamo scoprire allo spettatore, poiché questi sono il momentum del film.
Il quale esce qui dallo psicodramma cinematografico per assurgere con potenza e semplicità al dramma umano della storia. Non ci può essere perdono e quindi riconciliazione senza assunzione di responsabilità reciproca – perché tutti hanno colpe e giustificazioni – e senza conoscenza storica e comprensione piena del dolore immenso che fa covare questa rabbia insensata e perenne dell’orgoglio, della frustrazione.
Alla fine della guerra, l’amnistia diventò amnesia, dice il regista, e qui sta il nodo da affrontare e sciogliere per uscire dall’eterna e perenne grande faida, dal grande campo di prigionia interiore del passato, per una nuova alba dei rapporti interrazziali, religiosi, politici e più semplicemente umani. Non un insulto ma un messaggio di pace.

..Non hai l’impressione che il successo del film nasca dal fatto che il mondo si sia… “libanesizzato”?
L’accoglienza all’estero, in Occidente, è stata sorprendente. Abbiamo vinto quattro premi del pubblico in vari festival: al quarto mi sono chiesto,perché in tanti, non arabi né tantomeno libanesi, si identificano? Perché il mondo sta vivendo cambiamenti complessi e forti che noi forse abbiamo vissuto prima di altri. Quella rabbia, quel dolore è arrivato in tutto il mondo, temo. Penso all’ultima rassegna in cui sono stato, al San Francisco Film Festival. C’era un odio nei confronti di Trump, una rabbia così grande e divisiva verso l’attuale governo e chi l’ha eletto che mi ha fatto paura. Eravamo davanti a un caffè e mi dicevano tutti quanto si identificassero con il mio film, quanto si sentissero in un paese diviso. Io volevo solo raccontare una storia, in parte la mia storia. Solo dopo ho scoperto che era universale, e non lo immaginavo. Non con questa forza…

L’insulto è il classico caso in cui la forma cinema non si presenta particolarmente sofisticata: qui di innovazioni linguistiche e narrative non si vede traccia, ed è probabilmente il motivo per cui a Venezia non è piaciuto alla critica più oltranzista e cinefila. Ma stavolta, signori, sono i contenuti a dominare schiacciando tutto il resto, e cosa mai volete che sia se confezione e modello narrativo sono dei più convenzionali (e però nient’affatto disprezzabili, pure con gloriosi precedenti: The Insult è un perfetto courtrooom movie, genere illustrissimo, tant’è che il regista Ziad Doueri ha dichiarato in conferenza stampa al Lido la sua ammirazione per Il verdetto di Sidney Lumet). Stavolta mi schiero dalla parte dei biechi contenutisti. La materia trattata è talmente esplosiva da far passare il resto in secondo piano. E fa niente se c’è qualche furbata che a un festival suona maleducata, un attentato al bon ton autoriale (vedi il colpo di scena che ci fa scoprire come l’avvocatessa della difesa sia la figlia dell’avvocato della controparte). Il film ha struttura robusta, un andamento serrato e avvincente. Dosa benissimo le sue rivelazioni alternando pause e climax. Ed e probabile che diventi un successo arthouse internazionale se solo trova il vento giusto…

…Desde un punto de vista visual, aunque gran parte de la película tiene lugar en los tribunales, el director adopta un estilo dinámico y visualmente muy elaborado, con un uso intensivo de steadicams.  El ritmo de la narración es ágil, dinámico y constante, gracias a los numerosos giros y vueltas de guion durante el metraje que consiguen mantener vivo el interés del espectador.

il punto forte del film, in fondo solido ma classico dramma processuale (non a caso uno dei riferimenti di Doueiri è stato Il verdetto di Sidney Lumet), quanto il contenuto. Cinema che può non piacere, perché smaccatamente desideroso di mandare un messaggio e quindi a rischio didascalia, invece apprezzabile proprio per il tentativo di sviscerare la complessità rendendola comprensibile anche per un pubblico poco avvezzo con le questioni medio orientali. Un’opera quindi importante proprio per quello che dice, in cui il cinema viene utilizzato come strumento comunicativo per fare chiarezza mantenendo la giusta distanza. In un equilibrio così precario, colpisce che al Festival di Venezia, dove è stato presentato in Concorso, la Giuria abbia deciso di sbilanciarsi a favore di uno dei due protagonisti premiando Kamel El Basha, interprete della parte palestinese del conflitto.

giovedì 7 dicembre 2017

A Venezia... un dicembre rosso shocking (Don't Look Now) - Nicolas Roeg

a Venezia succedono cose strane, inquietanti, pericolose.
Donald Sutherland e Julie Christie sono i protagonisti di una storia misteriosa, una veggente cieca e una bambina col cappuccio rosso danno la tensione più che sufficiente al film.
e poi c'è una bellissima scena d'amore, imperdibile.
tre anni dopo apparve Il presagio (The omen), ambientato in Italia, con dei morti bambini, era lo spirito dei tempi.
buona visione - Ismaele



qui il film completo, in italiano:

 





John doesn’t know it, but he has the gift of precognition: He knows in advance when terrible things are going to happen. He somehow senses, for example, that his little girl has fallen into the water. He runs desperately toward the pond, but too late to save her, and the cry of horror that is wrung from his body reverberates through “Don’t Look Now.” Little does he know how things will get worse.
The movie is billed as a “psychic thriller,” and that’s fair enough. Its supernatural content (or ESP content, depending on your prejudice) is taken at face value; this isn’t a movie like “Rosemary’s Baby,” where you can never quite be sure there’s not some rational explanation. Almost all of it was shot in Venice, that fantastical city that anticipated the Gothic style, and the locations are so much a part of the effect that it’s impossible to imagine the movie being set anywhere else…

La película es recomendable para los amantes del thriller psicológico. Está maravillosamente interpretada por la pareja protagonista, mantiene la tensión sobre el misterio que motoriza la trama durante todo su metraje y crea una atmósfera desasosegante con un buen catálogo de personajes.

…Roeg fin da subito ebbe l’intenzione (e l’intuizione!) di scritturare Donald Sutherland e Julie Christie, che per prepararsi meglio al personaggio che andava interpretando, su suggerimento del regista, frequentò varie sedute spiritiche le quali si svolgevano nelle buie stanze londinesi del medium Leslie Fint. Donald Sutherland parve invece non essere troppo d’accordo sul modo in cui veniva rappresentata la parapsicologia: essa avrebbe dovuto essere di beneficio per i protagonisti della storia e non implacabile condanna. Tutta l’opera è pervasa da infiniti rimandi e simbologie, e qui il merito va non solo al regista ma anche agli sceneggiatori Allan Scott e Chris Bryant: l’acqua, innanzitutto, che fa da cornice agli eventi ed è parte di essi; i continui flashback che si mischiano in maniera inesorabile con i flashforward, inseriti in maniera talmente armonica da confondere la mente dello spettatore più attento – un elogio a Graeme Clifford che ha firmato il montaggio; i continui malintesi (non si sa chi sia veramente buono o cattivo); e ultimo ma non ultimo – perché Non voltarti è un tesoro che si lascia scoprire poco a poco – il tema del doppio. Ottima anche la fotografia di Anthony B. Richmond che immortala luci, ombre e nebbie della città lagunare. Degne di nota infine sono le intense e allo stesso tempo delicate musiche di Pino Donaggio, qui alla sua opera prima in campo cinematografico. Proprio per questa ragione ebbe dei seri problemi a essere ingaggiato: i produttori londinesi, restii ad assumere un non-professionista nel cinema, si convinsero solo dopo aver ascoltato alcuni brani di prova composti per il film. Bellissima la melodia che la scena in cui Laura e John si amano: scena che nel corso degli anni diede non poche grane al regista e agli attori che la interpretarono: si sussurra infatti che non sia stata del tutto simulata (se non si considerano le pochissime sequenze girate in Inghilterra il mese precedente, fu quella l’occasione di conoscersi professionalmente per la coppia di attori, questa infatti è la prima scena che venne girata in Italia, un soleggiato sabato pomeriggio in una suite del Bauer Grunwald di Venezia… un modo come un altro per Donald Sutherland di entrare nel personaggio – di Julie Christie in questo caso); tuttavia, queste voci sono state smentite da Sutherland stesso.
Don’t Look Now uscì in Inghilterra il 16 ottobre 1973 in doppio programma con l’immenso The Wicker Man di Robin Hardy recentemente scomparso (si notino i punti in comune tra le due opere: entrambi i protagonisti delle storie sono dei predestinati dal volere di una bambina che intendono salvare). In Italia arrivò solamente due mesi dopo. Stroncato da bassi critici nostrani, in Inghilterra ebbe un successone tale da meritare l’ottavo posto tra i migliori cento film scelti dal British Film Institute…

…Al ver Don't Look Now nos damos cuenta que estamos ante una película brillantemente editada, pues el director y editor combinan pequenas acciones de los personajes con eventos que ocurren en otro lugar espacial. Es así como se ven pequenos acercamientos a las manos de Christie, y sus moviemientos se enlazan con los movimientos de las nina, con una gran sincronización. Otro ejemplo de la buena edición es de la famosa escena de sexo, en la que se combinan los movimientos de Sutherland y Christie, con escenas de los dos personajes vistiéndose para la cena. La escena es usada como una forma de juntar nuevamente a unos personajes que llevan un tiempo de depresión por la muerte de su pequena hija, y de cómo en esos instantes vuelven a estar juntos y a amarse completamente. Según se dice, dicha escena fue improvisada por el mismo Roeg, quién pensó que la pareja tenía muchas escenas en las que discutían, por lo que era necesario este reencuentro.
Para completar un gran trabajo técnico y humano, tenemos unos excelentes desempenos de los actores, liderados por Sutherland, actor para el que los 70s sería una gran década. Los actores secundarios hacen un gran trabajo, con caracterizaciones siniestras, desde la hermana vidente ciega, hasta el inspector de policía. El final del film es más que sorpresivo e inquietante, haciendo una película completamente redonda…



lunedì 4 dicembre 2017

Sami Blood - Amanda Kernell

solo chi vissuto, almeno in parte, situazioni nelle quali alcuni dispositivi (nel senso di Michel Foucault) potenti, immateriali, vivissimi, implacabili hanno condizionato (riuscendoci o non riuscendoci o riuscendoci solo in parte) la vita, entra in sintonia con questo film, qualche miliardo di persone sono quelle che possono capire questo film, gli altri possono intuire.
si tratta della vergogna e del rifiuto di se stessi, di quello che si è, del proprio popolo, della propria lingua, della propria famiglia, dell'amputazione di una parte di sé, per aderire a modelli diversi, che si sono autodefiniti migliori, con una potenza di convinzione, manu militari, quando il lavaggio dei cervelli non è sufficiente.
Lombroso traccia la via, dappertutto, il razzismo è implacabile.
come dice Terenzio :"Nulla di ciò che è umano mi è estraneo", quindi Sami Blood è per ciascuno di noi.
il film è solo in 10 sale, in tutta Italia, eppure bisognerebbe proiettarlo in tutte le scuole.

film dal punto di vista dell'oppresso, dell'umiliato, dell'offeso, imperdibile, e sconvolgente - Ismaele


  






La Kernell firma il suo debutto con una pellicola di sublime eleganza che incanta e devasta l’animo. Scenari di sconfinata bellezza si alternano al dramma di un’esistenza sofferta e mutilata, tramutando il dolore in una forma di furioso coraggio che acceca e rapisce.

Il punto di vista della Civiltà coincide con quello dello svedese, in bilico tra un aperto razzismo (i ragazzi che insultano e maltrattano le sorelle lapponi) e una sorta di meraviglia o fascinazione che molto ricorda il sentimento di esotismo e il trattamento riservato agli indigeni dei paesi coloniali nelle cosiddette “esposizioni zoologiche”. Così, i medici svedesi studiano accuratamente le fattezze delle ragazzine Sami, noncuranti della violazione che ne operano, bensì spogliandole e fotografandole, nel candore della loro giovinezza e nella genuinità dell’au naturel, come pezzi da collezione; e, in modo simile, le amiche antropologhe di Niklas, attratte dal medesimo oggetto di studio Elle-Marja, finiscono per ridurre lei e il suo popolo a esotici esemplari da circo. “Sami” diventa – e rimane – nulla più che una creatura inferiore e affascinante, e l’incontro con l’Altro e con l’Altrove, il desiderio della “terra che non c’è” della poesia, sembra dissolversi in una umiliante performance di canto Joik.
Dall’altra parte sta invece la prospettiva più semplice di una giovanissima Elle-Marja – Christina, in città – passeggera del viaggio opposto verso l’ignoto, ragazzina a suo modo ribelle e magneticamente attratta, così come respinta, dal proprio Altrove, rappresentato dalla metropoli di Uppsala. Un’attrazione genuinamente fisica e corporea, che passa attraverso un’esplorazione e un esame attento dei sensi, un’ispezione naturale che ben si allontana dalle fredde misurazioni dei medici e dai loro meccanici apparecchi fotografici…

Splendido racconto di formazione contenuto in un intenso flashback (la Cristina/Elle Marja ormai anziana che si reca al funerale della sorella ed è letteralmente costretta a ricordare), Sámi Blood è una riflessione di straordinario acume sul tema dell’identità. 
Costretta a guardarsi con l’occhio degli altri, la povera Elle Marja vive sulla propria pelle il disperato calvario di scoprirsi, passo dopo passo, simile all’immagine abietta riservata a quelli come lei. Desiderosa di affrancarsi dalla sua condizione, non trova altra strada che il ripudio delle proprie origini, il battesimo sacrificale nelle acque di un fiume che la lavi dei suoi odori e dei suoi colori per restituirla all’altro in una forma che possa essere accettata. 
L’ abiura traumatica della propria tradizione è reso tutto nel percorso che va dalla terribile visita medica che ne certifica le origini lapponi sulla base dei soli tratti somatici alla speranza che basti il cambio di un vestito a farla passare per svedese alta e slanciata. 
E intorno a questo cuore poetico denso e dolente si incrostano tutta una serie di riflessioni sul rapporto con l’altro che passano per le contraddizioni lacerata dell’animo umano come nella scena in cui, ormai accettata a scuola, Elle Marja si ritrova con le compagne a prendere in giro il modo di vestire di alcune passanti in un passaggio di consegne che allude alla facilità con cui la vittima di un pregiudizio non esiti a passare dall’altra parte, privandosi di ogni forma di empatia, pur di essere accettata in un contesto cui pure non apparterrebbe…

L'emancipazione da una situazione di partenza castrante, che sia una comunità d'origine o una condizione sociale, è una traccia narrativa di cui il cinema cosiddetto indie fa da sempre largo uso. Stessa strada segue il film della trentunenne svedese Amanda Kernell, che debutta estendendo un proprio precedente cortometraggio circolato al Sundance, e nonostante le correlazioni spontanee (con Jane Campion la più forte) tiene assieme un'opera capace di inserirsi in un doppio canale argomentativo - il coming of age e il tratteggio antropologico - in modo sensibile e onesto, affondando lo sguardo nelle zone oscure dell'identità dove si compie lo scisma fra radici native e formazione individuale.
Più che un racconto di formazione, "Sami Blood" è però il farsi di un lungo rito di passaggio, rivissuto nella memoria dell'anziana Christina, tornata in Lapponia per partecipare al funerale della sorella dopo una vita intera di esilio autoimposto. Christina ha rinnegato il proprio sangue Sami, la popolazione indigena lappone ancora oggi salda ad antiche tradizioni, e nel flashback centrale del film assistiamo al suo percorso di allontanamento volontario durante l'adolescenza. Nella descrizione storica ed etnografica di Kernell trovano posto l'allevamento di renne, i costumi, il dialetto, i canti, la simbiosi con la natura, gli accampamenti nelle lande nordiche più inospitali: negli anni Trenta tutta fonte di pregiudizio per i "progrediti" coloni svedesi. Il trattamento riservato ai Sami, agli occhi e sulla pelle della Christina adolescente (o Elle-Marja, suo vero nome), è quello riservato a una razza inferiore se non addirittura a una specie animale, tale da far assumere a una visita medica scolastica le sembianze di un'ispezione di un capo di bestiame…

il film diretto da Amanda Kernell ha come tema principale quello di un’infanzia sottratta ai bisogni delle propria età e come quelli ci presenta l’avventura esistenziale di un personaggio in lotta contro le regole di una comunità rigidamente organizzata e compatta nel negare ogni forma di promozione sociale alle classi meno abbienti. Ma Sami Blood nel raccontare la scoperta del mondo da parte della giovane protagonista, e soprattutto i suoi tentativi di integrarsi con il contesto umano e sociale che la rifiuta, riesce a coniugare la tensione e i tempi propri del cinema di intrattenimento con la necessità di una ricostruzione ambientale capace di documentare con esattezza scientifica le pratiche e la mentalità dell’epoca in cui si svolgono i fatti. La sorpresa di apprendere che anche nel paese del welfare state siano potute accadere cose del genere lascia ben presto il posto al coinvolgimento suscitato dalla disparità delle forze messe in campo e dal fascino di un personaggio come quello di Elle Marja (l’eccellente Lene Cecilia Sparrok), eroina a tutto tondo ma non per questo meno esente dalle ombre che attraversano i cambiamenti fondamentali di ogni percorso umano. Rigoroso e profondo, magnificamente interpretato, Sami Blood è uno dei film più belli e sorprendenti del 2017.

domenica 3 dicembre 2017

Il cadavere di Anna Fritz - Hèctor Hernández Vicens

potrebbe sembrare un film dell'orrore, in certo modo sì, ma forse è più un thriller, dove i minuti scorrono verso una conclusione inattesa e davvero buona.
opera prima e ottima sceneggiatura, che evita le soluzioni più facili e banali.
una bella sorpresa - Ismaele




…Vicens è un regista raffinato e, nonostante le sequenze "incriminate" siano particolarmente esplicite, le inquadrature giocano più sulla suggestione, sugli sguardi, sul "pensiero stupendo che nasce un poco strisciando" nella mente dei tre imbecilli, senza andare a vilipendere ancor più il corpo nudo della povera Anna, concentrandosi sul viso immoto dell'attrice. Certo, quello di Vicens è comunque un gioco crudele perché ci costringe ad immedesimarci col meno stronzo dei tre ragazzi, Javi, nascosto dietro una porta a guardare senza volontà di toccare ma anche senza il coraggio di distogliere lo sguardo o intervenire in qualche modo per salvare Anna dalla profanazione e Iván e Pau dal peggiore errore della loro vita, che è un po' quello che succede ogni volta che qualche bulletto picchia dei ragazzini mentre gli altri lo riprendono senza intervenire. Per dire che, nonostante tutto, The Corpse of Anna Fritz è un film che porta a sensazioni ben diverse dal semplice schifo iniziale, riflessioni scomode che acquistano ancora più forza dopo l'inaspettato twist
…C'è catarsi sul finale? Mah, sicuramente c'è un senso di euforica vendetta che tuttavia lascia presto il posto ad un devastante disgusto per l'intera umanità. La dolorosa consapevolezza nell'ultimo sguardo di Anna Fritz è un mirabile esempio di come l'unione tra una scrittura semplice ma non banale, regia attenta e abilità interpretativa possano rendere un gioiellino anche un film dal budget ridotto all'osso e infondere eleganza anche al più scabroso degli argomenti.

Film realmente inquietante e disturbante. Non tanto per la violazione dell’inerme cadavere di una fotomodella arrivato nella camera mortuaria di un anonimo ospedale, bensì per lo scenario autodistruttivo che lo spettatore già sa che andrà palesandosi di minuto in minuto. L’angoscia sale ad ogni scena e nonostante l’improbabilità delle svolte narrative e della situazione generale, lo spettatore è realmente catapultato in un incubo ad occhi aperti e coinvolto più che emotivamente per le sorti di tutti e quattro i protagonisti: i tre amici violatori del corpo della ragazza, e la ragazza stessa…

Happy End – Michael Haneke

un'impresa familiare, un mondo alla fine della sua potenza sta per uscire di scena, non ce la può fare.
altri verranno, questione di tempo.
l'uscita di scena è sempre terribile, sia per un mondo che per le persone che si avviano al disfacimento, e da più in alto si cade più fa male.
non c'è niente da ridere, l'ottimismo non è possibile, siamo stati abituati a crescere, non ci si prepara all'uscita di scena, sarà che si pensa tocchi sempre agli altri, sarà per un (piccolo o grande, chissà) delirio di onnipotenza.
grandi attori, dalla più giovane al più vecchio.
un Haneke minore, dicono alcuni, non è vero, secondo me.
comunque un film da non perdere, al cinema - Ismaele







La pulsione di morte associata all’altissima borghesia europea, tra concerti di violino e feste di famiglia sfarzose, dove si concludono affari milionari per opere pubbliche fallimentari e dove il razzismo incipiente sgorga da ogni situazione… beh, sembra una metafora talmente tanto banale da risultare quasi stucchevole. Ok. Siamo alla caduta dell’impero romano, i sentimenti sono morti (figurarsi l’amour…), i funny games sono di glaciale violenza (figurarsi se sono i più giovani a reiterali…) e l’happy end è servito (in un ennesimo coitus interruptus con la morte). E sia chiaro: alle soglie del tredicesimo film il punto non può essere certo quello di stabilire se Haneke sia o meno un bravo regista, un grande Autore, un fine intellettuale, o fate voi… a ognuno i suoi giudizi ben argomentati. Il punto è che un film come questo crea dapprima una siderale distanza emotiva tra (e verso) i suoi personaggi, usandola poi come una clava ammonitrice verso il suo spettatore. Il cinema è perennemente usato, frustrato, immolato a un fine… e non ha più bisogno dei nostri sguardi.

Come ha ripreso gli effetti di certe pillole della madre su un criceto o un fratellino che è stato fatto nascere per compensare la morte di un fratello maggiore. Nessuno dei personaggi raccontati da Haneke in una serie di sketch e situazioni che solo messi assieme ci offriranno il vero quadro d’insieme, si può dire simpatico, anzi…, anche se in ogni scena si sente tangibile una sorta di humour nero, quasi un’ombra della vecchia borghesia bunueliana (ma Haneke non ci casca nella trappola di farci ridere), che avvolge la disfatta della borghesia dell’epoca Macron-Merkel di fronte a problemi che non sa risolvere, come gli immigrati o la fine del capitalismo tradizionale rispetto a quello delle banche
un’opera difficile e molto ragionata. Non a caso Haneke la usa anche come manifesto. Difficile pensare a qualcosa di più lucido e di più chirurgico che la descrizione del crollo della borghesia europea a Calais fatto da Haneke. Come se oltre, col mare che ci porta nell’Inghilterra della Brexit, non si potesse più andare. Attori, a cominciare da Jean-Louis Trintignant e Isabelle Huppert, strepitosi.

tutto si scioglie nel finale, nel poderoso pranzo vicino al mare. A quel punto, quando alla porta del ristorante bussa un gruppo di rifugiati sgomberati dalla Giungla, l'enorme campo profughi di Calais, a quel punto, dicevamo, la realtà irrompe nella sceneggiata di famiglia. Lì, noi stessi, pubblico attonito che ha seguito senza un battito di ciglia questo odioso gruppo di personaggi completamente in balìa delle difficoltà quotidiane, ritroviamo il bandolo della matassa. A quel punto, senza svelare troppo di una sequenza finale a dir poco magistrale e che merita di essere vista senza anticipazioni, si apre davanti a noi il senso dell'uomo contemporaneo secondo Haneke. Solo che stavolta, di fronte all'ultima inquadratura, ci lascia con una mezza smorfia sul volto. Non un sorriso, certo. Più che altro la reazione a un'ennesima trovata grottesca capace di trasfigurare la scena. E dunque, eccolo il lieto fine promesso dal titolo: la farsa torna a diventare vita vera, anche se non si può certo parlare di un "e vissero felici e contenti".