mercoledì 18 ottobre 2017

On the Milky Road: Sulla Via Lattea - Emir Kusturica

i film di Emir Kusturica sono riconoscibilissimi, hanno tante caratteristiche comuni, non sono film girati in una stanza, si corre molto, tanta musica, si ride e si piange, il dramma è sempre lì, ma lo si affronta non si fugge.
lo ricorda a Kosta il pastore alla fine del film, e Kosta diventa un po' come un monaco di un film di Kim Ki-duk, senza scappare.
e Monica Bellucci non fa solo la bambolina, ma fa l'attrice, miracolo di Kusturica.
storia folle, naturalmente, e non è il suo film migliore, ma è sempre Kusturica, lui è fatto così, meno male.
buona visione - Ismaele






Lo sappiamo tutti che Monica Bellucci non ha più ventanni e Emir Kusturica ha visto tempi migliori. Ma non è giusto bollare questo loro ultimo film come “kitsch senza riscatto” (Ferzetti, new entry sul “Fatto”) o avanzo di magazzino da presentare a fine stagione. Proprio mentre la Bellucci fa la madrina a Cannes, poi.
Per me questo On The Milky Road – Sulla Via Lattea, scritto e diretto da Emir Kusturica e prodotto, fra i tanti, anche dal messicano Guillermo Arriaga, col regista anche protagonista pazzo d'amore per Monica Bellucci mentre infuria la guerra dei Balcani e piovono bombe e pallottole di ogni tipo è magari un po’ vecchiotto, ma divertente, magicamente scombinato, pieno di musicona e totalmente adorabile. E lei ha preso qualche chilo, ma è sempre bellissima…


Se alla sovrabbondanza e al caos della messinscena un tempo faceva eco un incedere metaforico, disordinato e quasi non-narrativo della storia (Il tempo dei gitaniGatto nero, gatto bianco) proprio perché l’astrazione era la forza stessa di questo cinema così personale, ora ogni elemento del racconto, ogniemozione, ogni sentimento viene sottolineato, ripetuto ed espresso in maniera diretta, senza alcun grado di astrazione. Aggiungere qui significa imboccare lo spettatore sino a farlo scoppiare, significa usare le metafore come lame invece che come spilli e ogni aggiunta è come un altro colpo di badile sopra un mucchio di terra: serve solo a coprire e deformare quello che sta sotto. Motivo per cui anche la presenza del regista – che come sempre non dà giudizi sul conflitto etnico ma il cui pensiero, leggibile fra le righe, sembra sempre più radicale – anche come attore, lascia il sospetto che il desiderio di esserci e di dire come la pensa in prima persona sia più una voglia di gridare forte, in faccia agli altri tutto quello che ha in corpo. Senza più il filtro e la grazia del suo cinema di un tempo. Quello che oltre bello da guardare era anche bello da capire. Perché su quest’altro di cinema inevce, è rimasto ben poco da dire.

On the Milky Road – Sulla Via Lattea è un film diviso in due.
A un incipit più corale e rumoroso si contrappone infatti una seconda parte in cui i due protagonisti fuggono dall’orrore della pulizia etnica e il ritmo si fa più etereo.
E se Kusturica maneggia quasi a occhi chiusi lo strambo materiale umano, comprensivo di musica bandistica e momenti di sfrenata comicità chapliniana, presente nella prima metà, mostra meno dimestichezza quando si tratta di destreggiarsi con i mezzi toni e, soprattutto, con i sentimenti.
Così, nel momento in cui l’ironia viene a scemare, finisce col farsi avanti anche un po’ di noia. Fino ad un finale che, paradossalmente, rimette insieme i pezzi grazie a una deflagrazione.
La sensazione è che Kusturica, come il Fellini più maturo, non possa fare a meno delle caotiche costanti visive che lui stesso a creato. Il che se da un lato può anche essere visto come un limite formale, dall’altro è un chiaro attestato di come il regista di Gatto nero, gatto bianco sia ormai da considerare a tutti gli effetti un classico.

E’ difficile difendere questa prova di Kusturica, talmente sconquassata ed eccessiva, facile preda di qualsiasi tipo di critica. Non si può però non riconoscere come On The Milky Roadnon tema giudizi per quanto è rigurgitante, letterale, spudorato nel mettere in scena il suo autore e le sue visioni, ai limiti del ridicolo, senza filtri. Insomma, c’è un’indiscutibile senso di libertà, che suppur destinato a congelarsi in uno dei finali più belli di tutto il concorso veneziano, mostra più coraggio rispetto a molto del cinema che siamo costretti a vedere.
La prima sequenza musicata del film e il macello splatter del gregge di pecore sul campo minato restano impresse nella memoria, in un’opera tanto imperfetta quanto affascinante.

lunedì 16 ottobre 2017

Desconocido - Resa dei conti (El desconocido) - Dani de la Torre

opera prima riuscita per Dani de la Torre.
una storia dei nostri tempi, vendetta bomba ostaggi bambini terrore e titoli tossici.
il bravo padre di famiglia mantiene la famiglia mandando in rovina qualcun altro, homo homini lupus, dicevano Plauto e Hobbes.
Luis Tosar è bravissimo come sempre, e bravissima è anche Paula del Río, che interpreta Sara, la figlia.
se non soffrite di cuore o di attacchi di panico questo film è per voi.
buona visione - Ismaele

ps: pare che sia in preparazione un remake con Liam Neeson




…Il film può essere improbabile quanto si vuole nello sviluppo narrativo quanto nelle svolte, ma non è questo che conta. Non è mai stato questo ciò che conta in un film. Ma qualcuno ancora lo crede. È il gioco simbolico, tematico, la narrazione per immagini, l’emotività anche intellettuale evocata dalle immagini e dal loro relazionarsi, dagli elementi filmici primari come attori e ambienti fino allo sguardo registico che non deve necessariamente essere quello di un poeta o di un politico morettiano. Il cinema è un’altra cosa e gli spagnoli, con buona pace dei detrattori, fanno il miglior cinema europeo del nuovo secolo. Sanno usare il genere, fanno commedie che battono anche quelle d’oltreoceano e sanno raccontare il contemporaneo con lucidità e con gusto estetico.

Desconocido coniuga bene il genere con una certa introspezione psicologica e il contesto posto sullo sfondo di uno scandalo bancario che in tempi recenti abbiamo conosciuto anche nel nostro paese. De la Torre è veramente a suo agio alla regia con un ritmo frenetico che non concede soste, grazie anche ad un montaggio molto serrato. Di pregio anche l'interpretazione di Tosar, alto funzionario bancario che durante il suo frenetico tragitto, dovrà confrontarsi non solo con un misterioso avversario, ma soprattutto con le proprie colpe e la propria coscienza sporca. Malgrado qualche incongruenza di sceneggiatura è un film che riesce a tenere con il fiato sospeso senza mai annoiare, cosa non da poco.

…L'opera impone insomma una serie di riflessioni non banali per lo spettatore medio spagnolo ed europeo, in un contesto temporale ancora gravemente afflitto da crisi economico-finanziarie turbolente per la tenuta sociale e psicologica delle frange più deboli della popolazione. Il tutto viene svolto in un intreccio costante con un solido impianto drammatico, una costante attenzione per l'evoluzione psicologica dei personaggi e una serie avvincente di colpi di scena inaspettati che garantiscono il mantenimento di una tensione elevata per tutta la durata dell'opera, nonostante qualche evidente calo e confusione sparsi qua e là.

Desconocido aggancia fin dal titolo la paura che oggi governa l’Occidente: quella inoculata da un nemico invisibile, da un terrorista senza volto che minaccia innocenti (i figli) per colpire colpevoli (i padri). Al netto di un finale ampiamente telefonato e di una fisiologica semplificazione delle molteplici questioni morali sottese a una drammaturgia così aperta, è un prodotto solido e incalzante, che utilizza il genere per superarlo e ampliarne le potenzialità. Desconocido rappresenta ciò che oggi manca al cinema italiano e che, invece, altrove è fortunatamente diffuso. E senza costi esorbitanti.

..El Desconocido es un estupendo thriller, que mezcla intriga, suspense y acción, en base a uno de los macguffins más elementales de este tipo de cine, que sabe cuáles son sus virtudes y cuáles son sus carencias. Que sabe jugar con la espectacularidad de los planos y el intimísimo de los espacios, sin que su ritmo decaiga en ningún momento, más allá de lo exigido por el director para que recuperemos el aliento como espectadores y apoyado por un estupendo elenco encabezado por Luís Tosar y con un genial Javier Gutierrez. Una estupenda carta de presentación de Dani de la Torre y en la que hay espacio para la crítica social. Sorprendente y estimulante, la verdad.

domenica 15 ottobre 2017

Ammore e malavita - Manetti Bros

sceneggiatura dove tutto si incastra, in certi punti il film è un po' ripetitivo, e comunque si fa seguire bene.
indeciso tra la commedia e la tragedia (visti i molti morti, con sangue annesso), in realtà riesce a essere un tragico film comico, dove la vita è appesa a un filo.
il film è un po' didascalico, tutto è al suo posto e quello che ti aspetti succede, o succede quello che ti aspetti (a scelta).
cinema che corre, non ti lascia molto tempo per rifiatare, devi seguire la corrente, non c'è scampo.
alla fine comunque vince Song'e Napule, film meno di corsa, anche per chi non è un atleta.
buona visione (di entrambi, naturalmente) - Ismaele







Se c’è un modo di fare cinema gioioso è quello dei Manetti, un cinema che ti travolge di entusiasmo e ti predispone a godere di una pellicola. Un modo di girare che si fa perdonare qualche scivolone, che rende sofisticata anche la scelta di inserire qualche elemento kitsch, dove il demenziale si mescola alle raffinate citazioni, alla cura registica, all'amore per il dettaglio. Lo spettatore si ritrova davanti a un’opera felice, da prendere con ironia…

il plot è fragile, con un innesco narrativo da barzellettaccia. Un boss malavitoso, sempre sotto pressione e bersaglio di cosche rivali e forze dell’ordine, predispone insieme alla consorte un piano per sparire dalla circolazione. Identificato un perfetto sosia, lo fanno uccidere e organizzano un funerale col suo cadavere, mentre il boss ufficialmente morto se ne sta acquattato nel suo rifugio. Ma già questo è più farsa e pochade che noir, con il signor Macbeth e Lady Macbeth vesuviani mai credibili davvero come coppia diabolica, sempre un filo bonari e de core e mai feroci anche quando ordinano una strage via l’altra.
Son bravissimi Carlo Buccirosso (sublime as usual) e Claudia Gerini, ma nulla possono contro la balordaggine e l’inconsistenza e le incongruenze dei loro personaggi. Ecco, ai Manetti non riesce proprio di tenere insieme la ferocia del genere Gomorra (i cadaveri si sprecano) con la ballata grottesca…

Il lavoro di ricerca nell’underground del cinema italiano che i Manetti Bros. portano avanti ormai da decenni ha finalmente dato i suoi frutti, dal momento che Ammore e malavita ha finalmente aperto gli occhi anche a quella parte di critica radical chic che si muove strisciando dentro il mondo irreale dei Festival, c’è da dire però che il pubblico li ha sempre sostenuti, supportati, attesi, beati quanto spiazzati da questa loro leggerezza nel muoversi fra un genere e l’altro mantenendo sempre uno stile personalissimo, l’ hanno capito prima di tutti gli altri come si fa ad essere innovativi guardando con rispetto al passato.

Non sarà perfetto, Ammore e malavita, ma non è vero come probabilmente affermeranno in molti che si sfilacci il discorso o che tiri eccessivamente per le lunghe il tutto: anche l’incipit, effettivamente monstre rispetto alla prassi, è giustificato da una serie di intuizioni così brillanti che non avrebbe senso eliminarle dal montaggio finale. Esagerano, i Manetti, ma lo fanno con uno spirito sincero, così come il mélo espanso a cui tanto deve il cuore appassionato di una città che trasuda letteralmente dallo schermo, in quei canti baritonali tra le viuzze, mentre sfrecciano moto e pallottole, o come quel mare che è esso stesso città. Vita. Mala Vita. Si muore sia per scherzo che per verità in Ammore e malavita; si muore per necessità e si muore perché non si può fare a meno di essere coerenti fino in fondo. I Manetti sfidano gli spettatori, costringendoli a immedesimarsi nel personaggio più carogna di tutti a ben vedere, quel Ciro che tradisce davvero – da principio per una ragione più che valida, in seguito solo per eseguire ciò che gli è stato insegnato da ragazzo – e uccide perfino l’amico di sempre. Così, quasi a sangue freddo. Quel Ciro che giustamente deplora il piano ordito da Don Vincenzo e donna Maria, ma poi lo esegue a sua volta. Ma è un esecutore, per l’appunto, non un creatore: solo alle donne è consentito “mettere in scena”, creare la tessitura narrativa, stupire con la finzione. La più grande finzione di tutte: la morte stessa. Quella morte che è quotidianità per chi vive nel sottobosco criminale, quella morte che scivola fuori da ogni canzone in scena, quella morte che è parte integrante della vita, così come l’amore, il sentimento, unico appiglio a un’umanità imbastardita.
I Manetti, grazie anche all’ottimo lavoro di Pivio e Aldo De Scalzi in fase di colonna sonora, ordiscono un musical che sposa le regole del genere ma le rimette in scena con uno spirito scanzonato, quasi buttato via, con un’alzata di spalle. Ma non mancano le coreografie, alcune davvero minimali eppur sorprendenti (quello schioccare di dita dei fantasmi sugli scogli…), e non manca mai l’idea. Così come arriva a supporto un cast in splendida forma, a partire da un monumentale Carlo Buccirosso fino al Gennaro interpretato da Franco Ricciardi, che già aveva rapito le orecchie del pubblico in Song’e Napule intonando A verità, e che qui è un ingessato e rigoroso scagnozzo del boss. “Nun è Napule”, cantano nel finale i protagonisti, perché nessun altro posto sarà mai come casa. Nonostante le pallottole. Nonostante l’ammore e la malavita…

Promossi a pieni voti dal pubblico del festival, i Manetti devono evitare il rischio di accontentarsi ripetendo ad oltranza la formula del loro successo: pur riuscito, infatti, "Amore e malavita" risente del fatto di essere una variazione sul tema di Song' e Napule e, quindi, di scontare qualcosa in termini di novità e freschezza rispetto al modello di riferimento.
da qui

ricordo di Jean Rochefort



giovedì 12 ottobre 2017

Blade Runner 2049 - Denis Villeneuve

Secondo boxofficemojo La donna che canta è costato7 milioni di dollari e ne ha incassato 4, poi facendo il salto dal Canada agli Usa i budget a disposizione sono cresciuti, Prisoners è costato46 milioni di dollari e ne ha incassato122, Sicario è costato 30 milioni di dollari e ne ha incassato 85, Arrival è costato 47 milioni di dollari e ne ha incassato 203, Blade Runner 2049 è costato 150 milioni di dollari e sta macinando incassi, non andrà in perdita.
Denis Villeneuve si è preso quasi tre ore per raccontare la sua storia, penso sia uno registi più bravi del pianeta, e chi finanzia i suoi film sa che non perderà i suoi soldi.
Denis Villeneuve è uno i cui film si dividono fra quelli bellissimi e i capolavori e anche Blade Runner 2049 non sembra fare eccezione.
La storia è tratta da un romanzo di PK Dick e il titolo rimanda esplicitamente a un (gran) film del 1982.
Musica e fotografia sono al top, ma rimane un dubbio.
Sembra che manchi l’urgenza di raccontare, come succedeva in tutti i film precedenti, e che questa volta Villeneuve faccia un (grande) esercizio di stile.
Come è capitato a un maestro della critica cinematografica, mutatis mutandis, in certi momenti mi è sembrato di vedere un film di Luc Besson, un po’ esagerato, e che ci sia stata qualche lungaggine di troppo (qualche decina di minuti?).
Però sono sicuro che Denis Villeneuve si riprenderà.
Intanto buona visione, non fidatevi di quello che scrivo(no), giudicate voi - Ismaele





Ho visto il nuovo «Blade Runner» e a un certo punto ho temuto che il numero 2049 non si riferisse all’anno ma ai minuti. Interminabile…

…Nella Los Angeles di quel mondo le cose sono peggiorate tra il 2019 e il 2049, la contaminazione con l’Asia ha lasciato il passo a quella con la Russia e Villeneuve è bravissimo a suggerirla senza spiegarla. Sarebbe bello se fosse riuscito a fare lo stesso con la trama, spiegata troppo spesso tramite monologhi implausibili, pronunciati guardando il vuoto (il più fastidioso dei quali è lasciato a Jared Leto, che parlando con la sua assistente dice per filo e per segno quali sono i suoi obiettivi e quali i problemi che deve superare).
Denso di twist narrativi, ipotesi, possibili spoiler e rivelazioni, Blade Runner 2049 non è una storia piccola e noir di un uomo, qualche replicante e una donna tutti in cerca di vita dentro un mondo in cui è difficile amare e facile morire, è un’affresco imponente che riguarda tutto quel mondo e quel che gli può accadere. È un film moderno perché tutto, anche quel meccanismo dei ricordi innestati nei replicanti già noto dal precedente film, è sviscerato e approfondito nelle sue implicazioni, nelle sue cause e nei suoi effetti. È un film pieno di risposte in cui sembra che il mistero faccia gran fatica a ritagliarsi uno spazio, come è caratteristica del cinema moderno, ansioso di informazioni, dettagli e funzionamenti.
Di tutta questa chiarezza molti registi avrebbero fatto l’uso peggiore, invece Villeneuve con il personaggio di Joi, l’assistente personale del protagonista (un’intelligenza artificiale che lui ha acquistato e che non si capisce mai se sia più o meno avanzata dei replicanti), dimostra non solo di avere delle idee proprie ma anche di saperle spiegare e comunicare con trovate visive originali. Con Joi e tutto quello che accade con lei, attraverso di lei e intorno a lei il film dimostra di essere in grado di creare momenti in cui ciò che accade non si spiega a parole, semplicemente avviene davanti a noi, e la maniera in cui lo vediamo avvenire ha la qualità attraente e respingente delle più grandi distopie, i sogni andati a male in cui percepiamo un po’ di romanticismo ma è così flebile che ci commuove.
Il che basta e avanza a farne un film molto bello.

…in fondo a un film di questa portata (che forse è anche il sequel più rischioso di sempre) si perdonano volentieri anche alcune cose meno a fuoco, compreso un Ryan Gosling più monoespressivo del solito. La figura del guru Wallace (Jared Leto) non dice granché con le sue massime poetico-filosofiche, così come il villain femminile che pare uscito da Terminator e certi sentieri narrativi troncati, che potrebbero però rimandare a un prossimo episodio (Wallace, la replicante con un occhio solo, il fiore raccolto da K).
Villeneuve ha insomma portato a casa un risultato encomiabile sporcato qua e là solo da qualche macchia di scrittura e da qualche concessione “di cassetta” al grande pubblico che però, visto il piattume sconfortante della sci-fi hollywoodiana odierna, si digerisce senza tanti problemi. Gran film e grande Villeneuve, l’unico tra gli autori contemporanei capace di intendere il fantastico (ma non solo) come i grandi del passato.

Ora, esco ancora “sbiadito” da questa visione ma non riesco, nonostante debba metabolizzarlo, a capacitarmi di come una nutritissima schiera di persone, in primis la Critica americana, che sarà ora ridimensionassimo, poiché estremamente fallace oramai sentenzia spesso per promuovere l’industria, abbia potuto definire questo “seguito” un capolavoro. Quando non ne possiede neppure un crisma, un fotogramma degno dell’originale. Paragoni non andrebbero fatti e sarebbe azzardato, da parte mia, voler sacramentare a sfavore di questo film di Villeneuve, che si conferma negativamente un regista molto di forma, abbastanza sulfurea e programmaticamente elegante nelle sue sfacciate stilizzazioni indigeste, e poco di sostanza. Ma non lo si può nemmeno liquidare, con molta superficialità, come film non riuscito, perché la sua bellezza, la sua particolarità, ce l’ha eccome. Ed è, come sottolineato da molti, lodabile il tentativo di “serializzarlo”, mantenendo una sua originalità che vorrebbe, non riuscendoci però, anzi mal emulandolo, distanziarsi dal capostipite per seguire una strada propria. Villeneuve s’impegna, gli va dato atto e il “beneplacito” di essere riuscito nell’impresa di ereditare un capodopera di cotanta, giusta fama, cercando di allontanarsene, di svilupparlo e anche farlo “progredire” in maniera autonoma, anzi “autoctona”, pur restando il naturalissimo fatto, non eludibile, di volerne conservarne intatti gli impianti scenografici, “imitandone” la fotografia lucente e nebulosa, quasi sporca, e di scegliere un percorso narrativo che, sebbene sia consuetudinario e neppure tanto brillante, basato sullo svelamento, spiegatissimo, di una trama “a dipanarsi”, di sue intuizioni (come il sesso “a tre”) se ne distacchi. Ma l’operazione è riuscita decisamente a metà, anche meno. Il film non doveva essere un’imitazione del film di Scott, non gli chiedevamo, credo, questo, ma pretendevamo che sapesse affascinarci in egual modo, che ci trascinasse in una storia e in immagini egualmente emozionanti, insomma che ricreasse magicamente il mito di Blade Runner. Che qui si limita invece a rimandi alquanto patetici, forzati, anzi eseguiti perché costretti a compierli. E allora il fantasmatico, invecchiato e appesantito Ford appare come da programma, tra i recessi della memoria e dalle nebbie di una costruzione fatiscente che serba ologrammi di Elvis Presley, di Frank Sinatra e della divina Monroe. Una scena lunghissima, che però manca di anima, dai dialoghi “balbettanti”, che non sanno sostenere le ambizioni e il peso che dovrebbero portarsi dietro. Non sanno trasmettercene la leggendarietà, l’aura quasi mistica che il film di Scott ha scatenato in noi. Ma io sono spettatore oramai attempato e vivo dell’originale, quindi sin dapprincipio m’è parso blasfemia farne qualcos’altro, che fosse un sequel o l’inizio di un possibile reboot, così come il finale ambiguo ci suggerisce…
da qui

Tenía muchas esperanzas con esta película y aunque no me ha decepcionado en muchos aspectos, si lo ha hecho en el mas importante, que es en el argumento.
En mi opinión ha abarcado mucho y no ha apretado en casi nada.
Si la analizas por partes tienes un film con una estética preciosista, Con un ritmo delicioso y que pilota ciertos conceptos que a cualquier amante de la Scy Fy le encantarán. Pero si lo haces en su conjunto la película le falta gancho, no conmueve lo que debiera y parece que no cierra nada de lo que abre, le falta sentido y dirección a lo que propone.
El trabajo de dirección y el de diseño de producción son de 10. No tenia ninguna duda de que Villeneuve en esto no me decepcionaria. Pero el Guión, el argumento en general, hace aguas en muchos momentos. Hay temas que trata de pasada y que no cierra. A saber: El destino de Deckard, el de su hija, el de la resistencia, el personaje de Leto. Parece que buscase una secuela mas? 
Imita a películas ya vistas del genero y coge prestada cosas de ellas. Uno no puede evitar ver a Her en el personaje de Ana de Armas que, aunque hace una interpretacion estupenda, sobra por momentos y parece que esta ahí para explicar cosas a los que lo pillan a la primera.
Le falta fuerza. la fuerza dramática que uno espera de una peli así,y aunque uno atisba profundidades (Ninguna nueva por cierto) en ninguna bucea hasta sus últimas consecuencias.
El personaje de Jared Leto es un error, parece una parodia de un genio loco que solo dice solemnidades, no tiene profundidad alguna, para mi es lo peor. Por contra, su asistente y ejecutora es el personaje mas logrado y lo mas remarcable del film. Gosling es aqui un Blade Runner 3.0, es decir, un replicante que retira replicantes. Es un personaje muy logrado, no tanto como el bueno de Deckard, pero pasa el corte. Tiene la frialdad de un androide mezclada con el hastio de un hombre que esta quemado, con una visa sin sentido ni objetivo y que odia lo que hace.
La música y el sonido son una consecución de efectos electronicos que, aunque ayuden a la estética, no quedan en el recuerdo de nadie. Esta a millones de años luz de la mítica banda de Vangelis.

En resumen una buena película a la que le falta mucho para que sea digna sucesora de la anterior. Es más, si la comparas con aquella, tan solo el monólogo final le gana por goleada a toda esta.
Entiendo que he de verla de nuevo. Y seguro que gana con los visionados (Algo parecido paso con Blade Runner que no fue un éxito en su estreno) pero dudo que el tiempo la coloque en el top de la ciencia ficción. Dudo que sea capaz de dejarme el sabor de boca que, aun hoy tras tantos visionados, me deja la de Scott.






martedì 10 ottobre 2017

Tutti gli uomini del re - Steven Zaillian

alla regia Steven Zaillian, sceneggiatore e regista di un grande film (The night of) lungo, che chiamano serie.
Sean Penn calamita la macchina da presa, qui recita al suo meglio (o al suo peggio, secondo altri), si muove come un tarantolato, Jude Law recita (benissimo) quasi solo con la sua faccia, senza bisogno di troppo altro.
è la solita vecchia storia, un cittadino integerrimo viene cooptato da un gruppo che vuole usarlo, e poi, a suo modo, diventerà come gli altri.

malinconico e pessimista, un gran bel film, per me - Ismaele





Il film riesce a dividersi a metà rimanendo integro: grazie soprattutto ad uno Sean Penn istrionico, totalmente calato nella parte dell'uomo proveniente dal piccolo borgo, e ad un Jude Law che riesce molto bene a rendere la figura malinconica del cronista, col suo fare lento, la recitazione rilasciata, la sua aria da figlio di papà senza aspettative.
I due protagonisti si mescolano e si trovano, rendendo il film la giusta miscela di significato, immagine e dialogo.
Una regia quasi statica, in cui si predilige il primo piano per cogliere appieno la teatralità di Sean Penn e la freddezza di Jude Law, rende questo film forse un po' lento, per l'occhio abituato alle diecimila inquadrature per scena di questo "nuovo" cinema, che è orfano di racconti degni di essere narrati.
Ed il cast di primordine aiuta Steven Zaillian nella difficile impresa di raccontare una storia.
Una storia piena di significato, una storia che fa riflettere e che non ti abbandona appena i titoli di coda fanno accendere le luci in sala. Una storia capace di far ragionare. Una storia in cui i cattivi ed i buoni si confondono, dove la morale è inversamente proporzionale alla fama ed al potere che si possiede.
Questa di Zaillian è la storia del mondo, dove le sfere del potere riescono a corrompere ed a cavare fuori personalità a lungo sopite, a sedurre ed imbastardire, dove nessuno fa niente per niente, dove l'amore è merce di scambio e la morale è una parola priva di significato. Dove la vendetta riesce ad accecare e nessuno è troppo caro (in tutti i sensi) per essere usato per i propri scopi.
I movimenti di macchina non soffrono della fretta che sembra aver preso i moderni registi, è fatta di inquadrature che sembrano allungarsi nel tempo, per dare peso ad ogni parola, così da rendere anche le più piccole azioni importanti, da dare significato ad ogni particolare, a rendere tre croci baluardo che con il tempo arrugginisce. Ed ogni volto acquisisce una "pesantezza" scenica che da tempo sembrava perduta.
E' un cinema alla vecchia maniera, forse, ma un buon cinema.

Un bel filmone drammatico in stile "classico". Ci voleva. E' la storia vera di un politico che si batte come un leone per il riscatto della gente umile e per i figli di quel popolo da cui lui stesso proviene. Ma, una volta eletto Governatore, quest'uomo cede alle ossessioni del Potere e cade vittima di paranoie che lo porteranno a ricattare, minacciare e corrompere, in una parabola che si concluderà tragicamente. Un cast "stellare" (termine abusato ma questa volta adeguato) contribuisce alla riuscita del film.

domenica 8 ottobre 2017

120 battiti al minuto - Robin Campillo

dice Pedro Almodóvar, presidente all'ultimo Festival di Cannes dove il film film è stato premiato con il Gran Prix della Giuria, che i giovani di Act Up sono stati “veri eroi che hanno salvato milioni di altre vite”.
di questo racconta il film, di un gruppo di persone che ha la data di scadenza marchiata sulla schiena, in maniera indelebile, che lotta per se stessi, per vivere qualche anno in più, e per gli altri, contro il potere politico e le imprese farmaceutiche per cui la vita è business e profitto.
l'Aids era la punizione divina verso persone cattive, secondo alcuni, allora, e poi anche una malattia, da curare senza troppa urgenza.
quei giovani che combattono per gli altri, per tutti, e di conseguenza anche per sé, contro un potere cinico e assassino, sono i protagonisti di un film politico che non si dimentica.
ma 120 battiti al minuto è anche un film sull'amicizia, sull'amore, sulla rabbia, sull'organizzazione di un gruppo, sul sorriso, sulla solidarietà, sulla pietà, sulla tenerezza, sulla paura, sul coraggio, sull'altruismo.
naturalmente è in pochi cinema, naturalmente è vietato ai minori di 14 anni.
vuoiti bene, vai a vedere 120 battiti al minuto, ti farà solo bene.
si astengano gli indifferenti - Ismaele

ps: se uno ha bisogno di riferimenti, Philadelphia e Milk possono bastare?

QUI  il sito di Act Up-Paris)









mi sono accostato diffidente, visto il tema ultrapoliticamente corretto intorno a cui si snoda, nientedimeno che le lotte del gruppo d’assalto omosessuale Act Up nella Parigi primi Novanta segnata dall’Aids, lotte contro certe case farmaceutiche (Big Pharma! ancora!) accusate di ritardare la messa in commercio di nuovi farmaci più efficaci del fino ad allora usato AZT. Ecco, m’aspettavo un film militante a una sola dimensione, vecchia maniera, con schematismi ideologici, rigida divisione di campo tra buoni e cattivi, netta demarcazione tra bene e male. Robin Campillo si attiene in apparenza a questo modello, in realtà lo mette in cinema smorzando i toni declamatori, abbassando le urla da piazza, ammorbidendo le asperità combattenti, e riuscendo pure a evitare le spieghe e i tecnicismi medicali che in una narrazione si sa sono un tossico letale. Con scelta felice situa la macchina da presa ad altezza d’uomo, e sono le persone, sono le anime e i corpi infragiliti dalla malattia, devastati e corrotti nella fase terminale dell’Aids, che a lui importano (e pure a noi spettatori, se è per questo), più che il turgore della lotta. Mai si sacrificano (nel racconto) gli umani al messaggio, alla causa, capovolgendo quello che è stato il dogma di molto rivoluzionarismo di ogni tipo, genere e colore, ovverossia il primato della prassi e del collettivo sulla soggettività e l’individuo, sempre sottomesso al Grande Disegno della Storia…

E’ cinema, quindi avvolge lo spettatore, gli fa scoprire atti di guerriglia mediatica intelligente, commuove i sensibili con le storie personali, seduce i cinici con l’audacia della regia e del montaggio…

120 battements par minute è infatti un film orgogliosamente identitario, e mette in scena il momento in cui gay e lesbiche diventano un corpo profondamente politico, uscendo in strada, invadendo lo spazio pubblico senza accontentarsi di un riconoscimento, anzi ponendosi come testa d’ariete per i diritti di tutti i sieropositivi e i malati, omosessuali e non, presenti e futuri. Questa puntuale alternanza tra pubblico e privato capace di diventare identità (perché in guerra, come in amore, il privato può e deve essere pubblico), questa impudicizia registica che mette in scena la malattia senza retorica ma raccontando la quotidianità del dolore e della morte, questo sano gusto per un racconto pensato per il pubblico ma orgogliosamente intimo, fanno del film di Campillo un modello di cinema politico non comune nel panorama contemporaneo. Un film che non s’imbarazza di fronte alla commozione e non si arrocca nell’autoreferenzialità pur rivendicando la peculiarità delle proprie ragioni più profonde. Un film, come il movimento politico che racconta, che nasce e qualifica una comunità per tuffarsi nel mondo, fino ad aprirgli gli occhi. Campillo mette in scena ragazzi e ragazze che imbrattano i muri di sangue finto per ricordare l’importanza di quello vero, che distribuiscono preservativi a scuola per proteggere anche chi li guarda con il disprezzo di chi “a me non succederà mai”, che combattono ed esorcizzano la morte che li minaccia con azioni – allegre tristi commosse – vissute come schiaffi in faccia a chi non vuol vedere. E se non tutto funziona alla perfezione, e a tratti il film si mantiene in piedi grazie al vitalismo contagioso dei giovani interpreti, il risultato finale è di sincerità disarmante e di concretissima e liberatoria vitalità.

120 battiti al minuto è un film furente e fiero, mai conciliatorio, carico di rabbia, passione, orgoglio, frustrazione e umanissima pietas. Un film di sangue e di corpi. Il sangue corrotto e infetto che terrorizza i medici, i poliziotti, i politici e gli attivisti stessi, e di cui simbolicamente si tinge l'intera Senna in una sorta di minaccioso moral panic collettivo di dirompente potenza visiva. I corpi degli attivisti, piagati e logorati, sui quali viene combattuta una battaglia personale e politica al tempo stesso, che pure rigettano l'idea di farsi definire solo dalla malattia e non rinunciano mai a essere corpi erotici, carnali, amicali, accoglienti.
Ne è incarnazione filmica la folgorante scena finale, che coerentemente congeda lo spettatore in modo brusco e tranchant. La musica techno e le luci strobo fondono in un unico flusso indistinto un giocoso ballo in discoteca, una plateale manifestazione pubblica e un momento di lancinante tensione sessuale. In questa sovrapposizione intensissima, che non conosce soluzione di continuità, è condensato il senso ultimo del film e della battaglia spericolata e ardita di uomini e donne che, semplicemente, si rifiutano di morire. Di smettere di vivere, di smettere di essere vivi.

120 Battiti al minuto è, infatti, anche e soprattutto un film sulla vita, sull’amore, sul dolore, sulla speranza e sulla sua negazione; un film corale, polifonico, nel quale il punto di vista non è mai univoco ma viene prestato allo spettatore attraverso un susseguirsi di incontri/scontri di opinioni, di interpretazioni e di voci discordanti. Una storia quasi urlata, capace di trasformarsi, nei momenti più “alti” e intimisti, in un flebile mormorio; una storia rabbiosa e impetuosa, come un fiume in piena, eppure mai sopra le righe…
…Potremmo definire 120 Battiti al minuto un film universale, tanti e tali sono i temi che l’opera tratta (amore, sofferenza, malattia, assenza), ma non si può non stigmatizzare il fatto che siano le piccole storie, le situazioni più ordinarie (le discussioni, i litigi, gli abbracci, il sesso, la voglia di ballare e di lasciarsi tutto alle spalle, anche se solo per poche ore) ad innalzare all’inverosimile il grado di immedesimazione con i protagonisti, a farceli sentire così vicini, così “reali”.
Stando ben attento a non cedere ad un facile patetismo di facciata (che troppe volte ha delegato al cinema il compito di farsi portavoce di un qualsiasi malessere sociologico) e a non scivolare nei cliché del melodramma, Campillo è stato capace di costruire, spinto dall’esigenza di raccontare un’esperienza vissuta in prima persona, una storia dal ritmo frenetico, cruda, dalle sfumature documentaristiche (l’utilizzo della macchina a mano è esemplare, in tal senso), che non può e non vuole lasciare indifferenti…

120 battements par minute non è un film raffinato, in senso cinematografico, ma la fotografia, il lavoro sulla durata e la drammaturgia riescono a far funzionare, in maniera armonica, un’idea che diventa l’idea centrale, e che di conseguenza sa raccontare con un’energia narrativa nuova un tema già affrontato altre volte come l’Aids, e le discriminazioni moltiplicate dalla paura del contagio e della malattia.
L’idea forte, infatti, è questa: mostrare quanta vitalità e quanta narrazione possa sprigionarsi da un’esperienza vissuta non da una singola figura carismatica, ma da un insieme di persone, un gruppo, che prendono parte a qualcosa. Il film di Campillo è un’esperimento sull’attivismo tanto come tema che come forma perché non ci spiega, né ci mostra una situazione, ma ci butta dentro un gruppo in azione, facendoci partecipare, attraverso le scene corali girate e montate con un effetto di presa diretta, a delle azioni di gruppo; e facendoci vivere l’esperienza di scoprire via via, anche secondo una scansione teatrale, cosa può accadere…



QUI Robin Campillo parla del film




il film nelle parole di Pedro Almodóvar



giovedì 5 ottobre 2017

Mother! (Madre!) - Darren Aronofsky


si inizia piano piano, poi Aronofsky preme l'acceleratore, poi rallenta e riparte a mille.
e tu, seduto sulla poltrona del cinema, resti a bocca aperta, senza capire troppo, ma folgorato da quelle immagini e quella storia.
poi leggi che il film è stato scritto in pochi giorni e che lo scrittore creatore senza ispirazione era Dio e la giovane moglie era Madre Terra, e che tutto è metafora, allegoria, citazione.
ma se non lo sai ancora non importa, il film ti ha già conquistato, con le sue esagerazioni che ne bastano la metà, è un fiume in piena incontrollabile.
poi penso a quella storia di Dio, e mi viene in mente un altro Dio recente al cinema.
in entrambi Dio è un incapace, uno sfigato, un semitonto, insomma fa una figura un po' da idiota.
la moglie, concreta, realista, deve sopportare, ma quando è troppo è troppo.
non lasciatevi sfuggire il film di Aronofsky, lui è uno così, prendere o lasciare, senza vie di mezzo, io prendo e così spero per voi.
buona visione - Ismaele





La visione estrema di Aronofsky può piacere o meno (chi scrive si pone nella prima categoria), il suo approccio al tema può risultare efficace o superficiale, e la pellicola nel suo complesso può spaventare o divertire, intrigare o respingere. Ma comunque la si pensi, non si può rinnegare l'intrinseca importanza di un'operazione davvero singolarissima: l'idea di un film dal budget medio/alto (trenta milioni di dollari), spalleggiato da una delle major di Hollywood, che rifiuta le convenzioni e le barriere dei generi e non ha timore di provocare lo spettatore. E Madre! non si limita a provocarci: prende a schiaffi il suo pubblico, sfidandolo a un gioco esegetico che ci richiede di essere parte attiva durante la visione. Per questo, a prescindere dai giudizi specifici, il suo flop al botteghino costituisce una sconfitta per tutti gli amanti della settima arte: perché, come già accaduto di recente per altri titoli d'autore coraggiosi e dirompenti, da The Neon Demon di Nicolas Winding Refn a Silence di Martin Scorsese, il suo insuccesso rischia di condannare in partenza tanti futuri tentativi di allontanarsi dalle regole hollywoodiane per percorrere strade inedite. Ragion per cui, per quanto sbilanciato e imperfetto, Madre! è un film che merita di raggiungere il suo pubblico e di essere difeso a spada tratta: perché Dio non voglia che il cinema di domani rimanga privo di film sbilanciati e imperfetti.

…Partiamo dal fatto che la comprensione esatta di un film come Madre! può tranquillamente sfuggire alle menti più acute, stiamo parlando di un’opera che porta con un se un significato astratto, quasi psichedelico, dove ciò che viene mostrato in video è in realtà completamente diverso dal messaggio volutamente lanciato al pubblico dal regista. Ad una prima visione Madre! potrebbe tranquillamente presentarsi come strano, privo di significato o addirittura disturbante, ma ciò che si cela dietro l’opera dello stesso Darren Aronofsky è molto più profondo di quello che si possa pensare. Ad aiutare una più semplice comprensione di Madre! in questi giorni sul web è giunta una dichiarazione della protagonista (Jennifer Lawrence), nella quale si descrive il film come la visione di Darren rispetto al mistero della creazione, dove la corruzione umana non può che portare alla distruzione della stessa umanità. Insomma un’opera allegorica mostrata con forza e audacia che, ovviamente, non poteva non spaccare la critica, tra chi la ha amata e chi proprio non è riuscita a digerirla. E noi? siamo li nel bel mezzo!
Come non ammetterlo, Madre! ha avuto un effetto disturbante anche su colui che al momento scrive per Universal Movies questa recensione, riuscendo a lasciare nella testa più confusione che altro. Il modo in cui il regista presenta la sua opera è sicuramente anticonformista, diverso da qualsiasi altra cosa vista in sala finora, un esperimento cinematografico audace e per nulla facile da commentare, ma è forse proprio questa la sua qualità migliore. Insomma, Madre! non è di certo un film adatto a tutti, e l’obiettivo del regista è sembrato proprio questo…

…Cosa è andato storto? La classica risposta del regista casalingo maniacale è che è colpa delle persone: tutto era previsto e curato nei minimi dettagli ma una volta che si entra in contatto con le persone nella casa-set ci si espone al loro egoismo, alla loro noncuranza, alla loro imprevedibilità. Ma tutto questo è anche inevitabile e, se si accetta, si può provare allora a lasciarsi trascinare dal conseguente delirio, che può diventare addirittura affascinante, se non liberatorio: niente più maniacalità né regole, solo un immaginoso e insensato disarmonico fluire.

Nel caso di mother! di Aronosky, poi, l’angoscia maniacale è ammorbante sin dall’inizio, tant’è che è già un disastro anche il tentare di inscenare una piccola azione (come preparare la colazione o accendere una lampadina) e, alla lunga, senza la possibilità di pause e di respiro, all’angoscia non si fa più caso per assuefazione e diventa difficile sopportare il delirio cui si assiste sullo schermo senza annoiarsi. Ma quando si è già pronti a intonare un requiem for a film, ecco che si ha un lampo. Mentre la violenza in scena aumenta di grado in grado fino a superare, come accadrebbe in un film di Fantozzi, prima il verosimile e poi l’incredibile, ecco che ci si desta per un attimo dal torpore: la guerra entra in casa, irrompono dalle finestre soldati con elmetto e fucile, borghesi intellettuali si trasformano in spietati aguzzini, gli ospiti in vittime incaprettate e incappucciate e le belle mura in legno della villetta di campagna americana diventano simili alle rovine di una casa irachena o siriana. E ti assale la sensazione che il mondo è un posto orrendo per creare e procreare.

La nostra amica ALLEGORIA è, col senno di poi non c'era nemmeno da porsi dubbi, una storia in cui Javier Bardem è Dio, Jennifer Lawrence è il pianeta Terra, la natura, questa cosa che Lui ci ha regalato e noi, a cominciare da Adamo (Ed Harris) ed Eva (Michelle Pfeiffer), poi via via con figli e discendenti, massacriamo, devastiamo, distruggiamo senza alcun ritegno. Il senso del film sta tutto lì, in una parabola a sfondo religioso che mette in scena in maniera brutale lo stato delle cose e si rende completamente esplicita nell'ultimissima inquadratura, per non lasciare dubbi. O magari ci sono altre dodicimila allegorie che non ho colto, ma insomma. Mother! è un film ambizioso e fuori controllo, ben lontano dall'Aronofsky migliore, quello di The WrestlerBlack Swan, ma affascinante nel suo delirio e nella bravura di attori comunque da stimare per essersi imbarcati in un progetto così assurdo. E alla fine, boh, come fai a non andare a vederlo? Perché privarti di quella mezz'ora finale così incredibile?

Lo positivo por aquí es que el filme trasciende los límites del género del espanto, adoptando a veces un aire surrealista que remite a Luis Buñuel vía “El ángel exterminador”, pero con matices de esa rama de ‘invasión del hogar’ que es tan apreciada en el cine hollywoodense actual, así como con crecientes ramalazos de ‘gore’ y de violencia. Además, justo cuando parece que las cosas no pueden ponerse más extrañas, hace su aparición una escena desquiciada y de portentosa factura visual que hay que ver para creer, y que es uno de los momentos más alucinados de la pantalla grande en los últimos tiempos, así como una fuente generosa de especulaciones para los cinéfilos a los que les encanta obsesionarse con estas cosas.
Con todos los reparos que se le puedan tener y con lo excesiva que resulta -dudo que reciba demasiado cariño en las ceremonias de premios del próximo año; es demasiado agresiva para eso-, “mother!” despide la alicaída temporada veraniega con un certero puñetazo y demuestra que, sin ser necesariamente uno de los realizadores más articulados de su generación en el plano narrativo, Aronofsky es uno de los más arriesgados y alucinados, sobre todo cuando se habla de cine comercial. Y eso es digno de verse.
da qui

dice Darren Aronofsky:
Ci sono elementi completamente biblici che mi hanno sorpreso – alcune persone li hanno colti immediatamente, altre non ne hanno avuto idea, e penso dipenda esclusivamente dal modo in cui siano state educate. La struttura per il film è stata la Bibbia, utilizzandola come un modo per discutere di come gli esseri umani hanno vissuto qui sulla Terra. Ma doveva essere anche ambigua, perché non è una storia, è qualcosa di più strutturale. Molte persone non stanno guardando il quadro completo, ci sono molte piccole cose ed Easter Eggs e su come le cose si collegano tra di loro, e penso che sia parte del divertimento di eviscerare il film. Ho iniziato con le tematiche, l’allegoria; ho voluto raccontare la storia di Madre Natura dal suo punto di vista. Mi sono anche reso conto che renderla una persona che si occupa della sua casa e che si occupa del suo uomo creava un legame, che c’era una connessione. Quindi, questo è il tema da cui sono partito, ho scritto la storia, che è diventata una storia molto umana su questa coppia che viene invasa da queste orde. E poi mentre giri un film ritorni sempre a quei temi originari e inizi a capire: ‘Bene, come posso esprimere questa cosa visivamente e acusticamente con tutti i diversi strumenti che ho a disposizione come regista?’ Quindi è qualcosa di circolare più o meno.