sabato 20 maggio 2017

Leonera – Pablo Trapero

ci vuole coraggio a fare un film su una donna che va in galera e lì cresce Tomás, suo figlio che nasce in cella.
ma Pablo Trapero è uno che non si tira indietro, e fa un film grandissimo, che ti cattura piano piano, e come fai a non fare il tifo per Julia e Tomás?
alla fine speri che andrà bene tutto per loro, nonostante tutto.
bravissima Martina Gusman, che ha girato in tutto quattro film, fin qui, con Pablo Trapero.
non perdetevelo - Ismaele
QUI il film completo, in spagnolo




Un film dalle tinte forti sulla maternità e sull'innocenza che convive con il degrado quello di Trapero. Il quale però, forse a causa della coproduzione o perchè ha coinvolto quale protagonista la giovane moglie realmente incinta all'epoca delle riprese, sembra incerto sulla piega da dare alla narrazione finendo con il mescolare troppo piani e offrendo al film un finale tanto 'partecipe' quanto poco credibile nel suo dipanarsi. Resta comunque negli occhi dello spettatore la denuncia di un sistema carcerario che simula umanità (il reparto 'aperto' delle madri) mentre fa sprofondare sia le donne che la loro prole nella progressiva perdita di contatto con la realtà esterna. 
Leonera trova in Martina Gusman un'attrice capace di sostenere con intensità un ruolo difficile che potrebbe essere essere paragonato, ovviamente con le debite differenze, con quello interpretato da Crissy Rock in Ladybird Ladybird di 
Ken Loach. Come la Maggie di quel film del 1994 Julia suscita l'empatia dello spettatore 'nonostante' il suo carattere. Siamo cioè spinti progressivamente a cercare di conoscerla, di comprenderne la sofferenza e le ragioni. Capire perchè ha finito con il trovarsi in quelle situazioni ci aiuta a valutare in maniera diversa il suo agire successivo e ci ricorda che bisognerebbe aver camminato per un po' di km nelle scarpe altrui prima di emettere giudizi radicali.

Se dejaron oír también algunas comparaciones que apreciaron en el tránsito de la protagonista ecos de algún film de Carl T. Dreyer o Roberto Rossellini. Puede sonar algo temerario para los cultores de los cánones cristalizados por el paso del tiempo, pero el trabajo de Martina Gusmán, quien se carga sobre los hombros gran parte de la potencia dramática de la película, está a la altura de la Maria Falconetti de La pasión de Juana de Arco, la Anna Magnani de El milagro o la Ingrid Bergman de Europa ‘51. De todas formas, la sensibilidad del film de Trapero no se cruza, salvo tangencialmente, con la idea del calvario, del martirologio, de la locura o la beatificación.
Por el contrario, la película expone, con crudeza y transparencia, la transformación de una criatura, confundida y desestabilizada luego de un cambio drástico en su vida, en un ser humano con una idea relativamente clara de qué hacer con ella. Conocemos muy poco de la Julia anterior al encierro pero, escapándole a más de un lugar común, la vida en la cárcel no hace de la protagonista un ser ruin o descorazonado sino todo lo opuesto. Allí conoce, quizás por primera vez, el valor de la verdadera amistad junto a otra reclusa, una de las cartas maestras del guión que le da al film una potencia dramática que difícilmente podría desplegar de haberse enrollado en esa trama criminal y judicial que amaga con tomar la posta en un par de escenas.
Julia deja de ser una víctima (de otros, de sí misma) para transformarse en heroína cuando descubre la necesidad de defender incondicionalmente su maternidad, de acompañar esos primeros años de vida de su hijo a cualquier precio. En ese sentido, Leonera es el film de una dupla -actriz y realizador- que confía plenamente en el material que tiene entre sus manos, construyendo como pocas películas argentinas recientes una relación de empatía emocional absoluta con el personaje central. Por esa razón, por haber parido una historia que tiene como motor vital algunos de los sentimientos humanos más básicos sin ceder nunca a la dictadura de la sensiblería y la conmiseración, Leonera ya es un clásico del cine argentino.

giovedì 18 maggio 2017

Shik - il vestito - Bakhtyar Khudojnazarov

Bakhtyar Khudojnazarov, regista di Luna Papa, morto a 50 anni qualche anno fa, ha fatto pochi film, ma la sua mano è riconoscibilissima.
un po' di realismo (magico, a volte), alla Kusturica, per avere un paragone, la storia è quella di tre amici che crescono in qualche piccola cittadina, il muro è caduto, ciascuno si arrangia, le famiglie sono esplose, i tre vedono in un vestito la cosa che li renderà più forti e rispettabili.
tutto è sfida e minaccia, poi la fuga, non per tutti, sarà la via d'uscita dal passato e da un presente immobile e minaccioso.
c'è anche da ridere, non temiate.
merita molto, buona visione - Ismaele





Tre amici, che trascorrono di solito il loro tempo fra piccoli furti e vandalismo, si scoprono un giorno perdutamente innamorati di un abito di Gucci, esposta in una vetrina di un elegante negozio. Decidono di averla, ma il tentativo di rubarlo fallisce di fronte ai dispositivi di sicurezza del negozio, e si trovano costretti ad acquistarlo legalmente con il denaro ricavato dalla loro attività. Una volta avuta l'abito, però, si pone un nuovo problema: come dividerlo fra loro. La rotazione sembra l'unica possibilità.

Khudojnazarov définit son film comme une « tragi-comédie » alternativement drôle et émouvante. Les personnages s'agitent, sautent, courent, cassent des vitrines, tentent de braquer une femme qu'ils finiront par confier aux bons soins d'un conducteur suite au déclenchement de contractions, aiment, pleurent, tombent… pour échapper à la réalité de la vie, à la confusion des sentiments, aux drames familiaux que chacun d'eux vit. Ce refus des réalités, représenté par cette perpétuelle mouvance, symbolise leur jeunesse, que la mort sacrificielle du Muet leur permettra de quitter. « Cette mort est non une fin mais le début d'une nouvelle vie » pour les deux autres amis.
Les trois jeunes gens sont interprétés par de jeunes acteurs inconnus, confrontés à trois acteurs professionnels reconnus. "Le Costume" est le premier film de Khudojnazarov tourné hors du Tadjikistan. Ce dernier ne s'y sentant plus en sécurité, il l'a dirigé en Crimée, au bord de la mer Noire. Les personnages évoluent donc dans un paysage intemporel, « un pays imaginaire où les espoirs sont ceux du passé et les angoisses celles d'aujourd'hui ». Khudojnazarov n'hésite pas à y aborder ses influences : Khoutsiev, Iosseliani, Truffaut… Mais "Le Costume" reste le 4ème film du réalisateur, après "Luna Papa" ('99), "Kosh ba kosh" ('93) et "Bratan" ('91), où l'évocation de la quête des parents et des conflits intergénérationnels est confirmée comme un thème récurrent dans sa filmographie.

Three adolescent friends decide that they need a nice, expensive suit for certain occasions. They succeed in purchasing it and every time when one of the friends wears it, he changes from a boy into a man. All three friends have their typical family problems; they all have divorced parents and mothers with some problems and fathers that don't bother about their sons. Although these family relations seem to be strange, in this movie they seem to be very normal in this society at the Black sea. The storyline is sparkling and original, the characters are superb, the landscape is a feast, the acting could be better, the speed is as youthful as the three main characters.
In a whole, a movie very worthwhile to enjoy, it's the kind of movie that will show you a culture that may seem to be very far away but is quite identical to the one you are living in.

I saw this movie about two Weeks ago and I still find myself thinking about it(always a sign that the movie is good...). The movie is called "Shik" which was translated to English as "The suit", a more correct translation probably would have been "Style". The movie is shot in a wonderful scenery, the location is a city with two river banks, one where the population is poor and barely goes by, and the other one populated by rich people, where there are expensive hotels and restaurants and where there is a store with a very stylish new suit in it's window. the heroes in the movie are 3 teenage boys from the poor side of the river, each with his own hardships and pains, they decide to buy the suit they see in the store. The suit is merely an object which helps them to change their life styles, to do things they would only dream about without it. The director does an excellent job in creating the strong contradiction between the wonderful views and the misery of the boys lives. for every good thing that happens to either of the boys there is also a bad one, the outlook of the movie is very pessimistic...just the very thing that makes it a great drama.


mercoledì 17 maggio 2017

Borgman - Alex van Warmerdam

un film misterioso, alcune persone cacciate fino alla morte, come se fossero di un'altra specie, ma uguali a noi, difficili da riconoscere, sono una minaccia per la brava gente.
i fuorilegge, loro sono furbi, hanno poche risorse, ma se le giocano bene, e i muri della brava gente, costruiti contro di loro, hanno molti buchi.
degli esseri misteriosi non si sa niente, da dove arrivano, dove vanno, perché sono odiati, ognuno si spieghi quello che può.
mi ha ricordato, mutatis mutandis, La zona.
comunque la pensiate, quello di Alex van Warmerdam è cinema da non trascurare - Ismaele








Borgman è una specie di barbone che vive sottoterra.
Una mattina lui e i suoi due amici devono scappare, qualcuno vuole ucciderli.
Borgman arriva in un quartiere di ricchi benestanti e chiede solo di poter fare un bagno caldo.
Uno di questi ricconi gli risponde in malo modo e quando Borgman insiste nelle sue richieste viene barbaramente picchiato.
La moglie dell'uomo si vergogna di quello che è appena successo e, di nascosto, fa entrare il barbone in casa, lo fa lavare, gli dà da mangiare.
Niente sarà più come prima.
Mentre guardavo il film mi venivano in mente tantissimi film su questo filone dell'intruso che entra in casa e sconvolge (nel bene o nel male) il microcosmo famigliare, lo status quo, l'equilibrio…

E’ indicativo che il commentatore medio di IMDB si ponga domande sull’interpretazione del film e che lo osanni/distrugga anche se o proprio perché non l’ha compreso.
È indicativo del talento di van Warmerdam di saper creare un’atmosfera onirica per metà del film che lascia spazio a molteplici letture o sviluppi narrativi.
È indicativo anche della buona sorte di non essere nati in un paese intriso di cultura cristiana in conseguenza della quale forse non deve essere così immediato cogliere la manciata di simbolismi di grana grossa sparsi lunga la trama (o forse della necessità delle didascalie per chi non ha occhi preparati per riconoscere riferimenti letterari e artistici).
Il film esordisce con ritmo concitato: un gruppo di mercenari al soldo di preti scovano sottoterra Camiel Borgman che fuggirà attraverso cunicoli e il bosco soprastante risvegliando altri suoi amici degli inferi, comodamente attrezzati nei loro nascondigli sotterranei con un materasso e un cellulare…

Il regista ha dato prova della straordinaria abilità di riuscire a realizzare un film tanto interessante partendo da una sceneggiatura surreale. Un buon risultato non era affatto scontato: gli aspetti del surreale e del fantastico, talvolta, riportati sullo schermo perdono credibilità.Alex van Warmerdam, invece, riesce a mantenere alta la curiosità dello spettatore, che accetta le situazioni che vede rappresentate e partecipa divertito alle paradossali scelte di Borgman.
La finzione filmica prende il sopravvento sulla logica narrativa, dando vita ad un film accattivante, originale e divertente, che potrebbe ottenere qualche riconoscimento al Festival di Cannes.
Grazie al coraggio di registi come van Warmerdam, che, sicuri del proprio talento, corrono il rischio di realizzare pellicole sperimentali, la cinematografia europea continua ad essere viva.

Témoignant d’une réelle acuité dans ses choix de mise en scène – notamment photographiques – le réalisateur compose un film à la fois angoissant et amusant. Il dirige brillamment une brochette d’excellents comédiens dont il transmet l’émoi ou qu’il rend bien inquiétant. En recourant à très peu d’effets tant visuels que sonores, le réalisateur leur confèrent-ils plus de sens et de force à l’instar des rares ponctuations musicales ou de la focalisation de notre attention par le biais de quelques mouvements de zoom bien habiles. Une sublime expérience.

lunedì 15 maggio 2017

STANLIO E OLLIO - GLI UOMINI SPOSATI DEVONO ANDARE A CASA? (1928)

Banat Il Viaggio - Adriano Valerio

nel (gran) libro La badante di Bucarest, di Gianni Caria, nel quale un'insegnante precaria va in Romania a fare la badante, 
nel film è un agronomo a prendere il largo, verso la Romania, dopo anni di precario della vita, per un lavoro che non si capisce bene come andrà a finire.
Clara, la compagna, anche lei precaria della vita, lo seguirà.
bravi e convincenti i due protagonisti.
cosa succederà guardatelo da voi, non vogliate riassunti di un film che merita di essere visto, un'opera prima che vale - Ismaele




…Se poi il film lo vai a vedere, ti rendi conto invece che il tragitto Bari-Banato (o Banat*) del giovane uomo Ivo è più un pretesto per la messa in scena per immagini e suggestioni d’ambiente di Adriano Valerio che un vero binario narrativo. In Banat il racconto latita clamorosamente, (non) procedendo per silenzi, non detti, allusioni, ellissi, volute omissioni, come in moltissimo giovane cinema da festival in cui fatichiamo a intravedere il tessuto connettivo. Film anoressico che mostra, e mostra benissimo con grande eleganza, senza riuscire mai a renderci interessanti i suoi personaggi e le loro vaghe trame esistenziali, e i loro tormenti e dilemmi. Valerio traduce in lingua contemporanea la lontana lezione di Antonioni, piazza la macchina da presa perlopiù frontalmente, immergendo cose e figure all’interno di paesaggi che sembrano il suo vero oggetto d’attenzione (e per diluire ancora di più le figure adotta il grande schermo). Con scarsi movimenti di macchina, perlopiù lentissimi e con carrellate orizzontali destra-sinistra o sinistra-destra…
…Edoardo Gabbriellini è molto giusto, molto in parte, e asseconda bene l’approccio rigoroso e asettico del regista. Elena Radonicich è quasi una rivelazione, bella e brava davvero, pur senza smancerie. Incredibilmente credibile la lunga scena d’amore..

Banat – Il viaggio è il primo lungometraggio di Adriano Valerio. Il film non è di facilissima lettura essenzialmente per due motivi. Il primo motivo, voluto dal regista, perché i dialoghi sono ridotti all’osso e solo una grande Piera degli Esposti consente allo spettatore di uscire di tanto in tanto da una sorta di apnea visiva. Il secondo motivo, presumibilmente non voluto, è un disorientamento narrativo che rende la storia troppo fragile. Eppure nella struttura dello script c’erano tutti gli ingredienti per poter approfondire la natura dei protagonisti, i flussi sociali ed economici che regolano il racconto e i personaggi con cui le figure principali vengono a contatto. Soltanto la solita Piera degli Esposti emerge nonostante questi limiti, ma la sua bravura interpretativa e la sua presenza scenica sono sempre una garanzia.
Ivo e Clara sono due trentenni che vivono a Bari. Le loro vite si incrociano per una notte ma da allora saranno destinate a non perdersi di vista. Ivo è un agronomo disoccupato che sta partendo per seguire un progetto in Romania in una sorta di ‘emigrazione al contrario‘, precisamente nella regione del Banat, dove ha trovato un’opportunità per la sua professione. Clara invece è una restauratrice di barche che il giorno seguente il loro incontro sarà licenziata…

…Il regista, che ha lasciato l’Italia da molti anni per vivere e lavorare in diversi paesi, conosce bene – probabilmente –  il senso di disorientamento conseguente al distacco dalle proprie radici. Già nel corto pluripremiato 37°4S aveva raccontato il rapporto conflittuale che si ha con la propria terra, realizzando, più o meno consapevolmente, una specie di prologo di Banat. Straniamento e spaesamento sono, dunque, gli stati d’animo che Valerio intende indagare, attraverso l’incontro di due esseri umani soli e in cerca di identità.
I modelli dichiarati del regista sono autori nord europei come Kaurismaki e Dagur Kari, capaci di far emergere, tra le trame del dramma, anche momenti di humour e di comicità surreale. In verità, il discorso sulla condizione esistenziale di chi è sospeso tra due mondi resta, a tratti, in superficie e anche l’ironia stenta a decollare. Ad un certo punto, prevale il versante “sentimentale” e il film si trasforma in una comune storia d’amore, con tanto di canzone “Se t’amo t’amo” di Rosanna Fratello...

…Ma chi se ne frega della storia, del progetto, delle tematiche che servono a riempire i giornali con i “contenuti sociali” di un film. Per fortuna Valerio, che pure ha sperimentato sulla sua pelle queste andate (e ritorno?) della generazione Erasmus, sa affrancarsi immediatamente dalle gabbie contenutistiche del cinema nostrano, lasciando libero il suo cinema di raccontarci una deliziosa e goffa storia d’amore, come non ne vedevamo dai tempi di Corso Salani, il cui cinema sembra ogni tanto trasparire, forse involontariamente, dalle pieghe del film.
Ed ecco i paesaggi gelidi e ghiacciati della Romania, e lo spaesamento visivo, culturale ed emozionale che prende il sopravvento. Ivo finalmente può fare il “lavoro della sua vita” (è un agronomo), ma presto dovrà fare i conti con una realtà piuttosto complicata, dove la crisi e la Storia (il vecchio regime di Ceausescu) hanno determinato regole sociali non sono quelle alle quali era abituato.  Ma tra un ballo con i contadini nel sabato del villaggio, una bevuta con i nuovi amici con i quali lavora, il tempo sembra volare, anche se ogni tanto, guardando il paesaggio invernale desolato Ivo si domanda “ma che ci faccio qui?”.  Non fa in tempo a perdersi nel vuoto dello spaesamento in terra straniera che, a sorpresa, Clara lo raggiunge, riempendogli improvvisamente quel buco nero in cui sembra essersi perduto. E qui il film esplode, come in un melodramma al contrario, dove è la felicità e non il dolore il cuore della storia, che si riempie di giochi del corpo e del cuore, fino a quella canzone (“Ma t’amo, t’amo”) che Clara canta con passione e che il regista rispettosamente sceglie di mostrare fino alla fine. Sono attimi di gelo e di calore che Valerio riesce a raccontare con una delicatezza di sguardo, riuscendo sempre a far vivere il paesaggio dentro i corpi (o viceversa?) dei suoi personaggi….

Ivo e Clara sono alla ricerca di un nuovo orizzonte che però si rivela illusorio perché non è possibile sfidare regole distorte che si sono ormai incistate in un microcosmo rurale in cui ogni novità rappresenta una minaccia. Gabbriellini e Radonicich sanno incarnare bene gli entusiasmi e i timori di chi non ha rinunciato alla speranza neppure quando si trova di fronte a un mare piatto come la vita che avrebbe potuto essere 'nova' ed invece rischia di non essere tale. Ma sperare costa fatica e il rischio del cedimento davanti a un fuoco che divampa, distruggendo ciò che si cercava di costruire, rischia di far congelare non solo le piante ma anche quei germogli che sembrano non poter attecchire in una realtà in cui Valerio colloca i suoi personaggi anche in campi lunghi che sfidano la fruizione miniaturizzata della tecnologia dei nostri giorni. L'unico rischio non del tutto scongiurato è quello di una certa freddezza narrativa che la sensualità dei corpi in amore non sempre riesce a neutralizzare.


domenica 14 maggio 2017

Black book - Paul Verhoeven

Paul Verhoeven fa pochi film, e non si possono dimenticare facilmente.
qui racconta una storia dove bene e male non sono così chiari, se uno si aspetta questo ha sbagliato film, e regista.
nazisti e resistenza, collaborazionisti e liberatori, temi da prendere con le pinze, Paul Verhoeven si butta senza prudenza, ne esce un gran bel film - Ismaele





Paul Verhoeven non va per il sottile, qualunque argomento decida di trattare, ma lo fa con stile e personalità. E l’assenza di ideologia con cui tratta una materia molto rischiosa e ampiamente dissertata (il male e il bene sono ovunque e non ci sono morali a cui piegare i personaggi) è segno di una lucidità di sguardo che, pur nell'accumulo, è cosa sempre più rara. Quindi preziosa.

Pellicola accolta in modo controverso e ottima per far discutere, Black Book presta il fianco a due diffidenze preconcette: in primis, per l’appunto, non è buona cosa fare dell’Olocausto il background di una prosaica storia d’azione e di tensione; altrettanto, sarebbe da revisionisti un po’ sfacciati intrecciare delle storie in cui i tradimenti, le difficoltà e le ambiguità sono un po’ di tutti, senza distinzioni di bandiera.
Ebbene, a chi si straccia le vesti, intimando a Verhoeven di tacere e inginocchiarsi nell’angolino a riguardare i classici, bisognerebbe chiedere perché non si può vivere la memoria storica anche con film non gravi e pensosi. Se non manca il rispetto, tali preconcetti appaiono inconsistenti. Per di più, non sembra qualunquismo quello di Verhoeven, che stabilisce una sicura cifra narrativa e la porta fino in fondo. L’opportunismo e l’abbandono di qualsiasi schieramento morale in favore dell’istinto di conservazione sono componenti de facto della storia di quei giorni…

Tanta acción hace que Verhoeveen nos cuele casualidades sin que nos demos cuenta (como ese encuentro fortuito entre la protagonista y el abogado en el ascensor del cuartel general nazi) o elipsis que tal vez debieran estar más desarrolladas (esa explicación de pasada de cómo la protagonista fue encontrada, después del tiroteo, por un simpatizante de la resistencia; o el rescate del oficial nazi por un personaje que es la primera -y última- vez que vemos).
   A pesar de esta “acción sin parar”, la película merece la pena. Es un clásico Verhoeveen: la ambigüedad antes mencionada, una protagonista rubia, sexo, violencia y escenas imaginativas (como la última muerte del film, digna de Poe). No es su mejor película, pero su regreso es bienvenido.

…It's 1944 in Holland, and Jewish singer Rachel Stein is in hiding. A brief reunion with her family turns to tragedy when they are betrayed and gunned down by a group of Nazi soldiers. Rachel is the lone survivor. She hooks up with the Dutch resistence led by businessman Gerben Kuipers (Derek de Lint) and doctor Hans Akkermans (Thom Hoffman). At first, she does menial jobs but is eventually "promoted" to a position of importance. She is chosen to seduce an SS officer, Ludiwg Müntze (Sebastian Koch, recently seen in The Lives of Others), who is attracted to her. The seduction is easy, but Rachel traps herself by falling for the dashing man, who risks his career and life to protect her when he learns her secret. Once the Allied victory arrives, circumstances become grave for Rachel and Müntze as they discover that the end of the war doesn't mean the end of betrayals and killing.
Black Book possesses a taut, exciting script that throws surprises at the viewer on a regular basis. To say more would potentially spoil the fun, but there are two things to keep in mind. None of the twists are Hollywood contrivances and no life is sacrosanct. Having made that point, however, I must voice one objection about the manner in which Verhoeven elects to present the story. He does so by framing it as a flashback between two scenes that take place in 1956. Since Rachel is alive and well in 1956, we know she does not die in 1944. This recognition defuses some of the suspense that would have been present had the film not let us know at the outset that the heroine would survive. Black Book is gripping enough that there are times when the viewer may almost forget this…

venerdì 12 maggio 2017

Seize The Time Afferra il tempo – Antonello Branca

se non sai niente delle Pantere Nere, dopo aver visto questo film cercherai una loro sezione per iscriverti, promesso.
un film documentario straordinario in molte parti, ma nelle altre ancora di più.
guardare per credere - Ismaele




QUI una biografia di Antonello Branca


UN FILM SULLA RIVOLUZIONE - Nobuko Miyamoto

Incontrai Antonello Branca nel 1968. Era a Los Angeles per realizzare alcuni brevi documentari sulla California per la televisione italiana. In realtà, stava facendo un lavoro preparatorio per un film che desiderava girare. Era la storia della transizione di un giovane uomo dal Nazionalismo Nero al Nazionalismo Rivoluzionario, il suo percorso verso il Black Panther Party. Antonello desiderava realizzare un film in modo rivoluzionario: senza sceneggiatura, senza attori (ad eccezione di Norman Jacobs) e con un piccolo finanziamento. Una realizzazione “guerrigliera” fatta insieme alle Pantere Nere.
Mi chiese se volevo aiutarlo. Io sapevo molto poco della realizzazione di un film (a parte l’esser stata dall’altra parte della cinepresa come danzatrice) e assolutamente nulla di politica. In realtà, ero un po’ spaventata dalle Pantere Nere, ma uno dei grandi talenti di Antonello come documentarista era quello di portare le persone a dargli la risposta che voleva. Dissi di sì e saltai nell’acqua, ma non ero sola. Era un tempo, quello, in cui molti si tuffavano nelle acque turbolente della rivoluzione.
Era il 1968 e l’America stava combattendo due guerre: una in Vietnam e una in casa. Gli studenti, in tutto il paese, mettevano in discussione il sistema resistendo alla leva militare e marciando contro la guerra; le donne tessendo la loro sorellanza e chiedendo uguali diritti; Cesar Chavez organizzando i braccianti e il boicottaggio dell’uva; i nativi americani occupando l’isola di Alcatraz; i giovani “accendendosi e liberandosi”, mentre la musica suonava la ribellione a tutto volume.
Nessun gruppo, però, attrasse l’attenzione e il furore del governo americano come il Black Panther Party.L’eredità di Malcom X, l’immagine militante delle Pantere in cuoio e cappello neri, armate del Libretto Rosso di Mao e della teoria Marxista-Leninista, i fucili per difendersi e un programma in dieci punti, fecero di loro i protagonisti di questa fase rivoluzionaria.

Come Antonello riuscì a chiedere loro di far parte del suo film, non lo saprò mai.
Erano mercuriali e giocavano la loro battaglia nei media e nella comunità nera come un “living teather”. Si dirigevano verso la capitale della California armati di fucili per protestare contro l’oppressione poliziesca, dando il via ad una serie incessante di scontri con i “maiali”, come chiamavano i poliziotti. Le loro sedi furono assalite dalla polizia in tutto il paese. I loro leader: Huey Newton, Bobby Seale e Geronimo furono arrestati. Bunchy Carter, Fred Hampton e altri furono direttamente assassinati.
Le Pantere sostenevano la loro gente con programmi come la Colazione per i Bambini e i centri per la salute. Allo stesso tempo, difendevano i loro prigionieri politici e sostenevano la lotta armata. Come potevano prendere in considerazione l’idea di partecipare a questo piccolo film?
Questo, io credo, era Antonello. Li portò a dire “Sì”. Ogni giorno la nostra piccola troupe d’assalto (Rafael, Norman e io) cercava di seguire l’impeto creativo di Antonello condividendo un appartamento, spaghetti alla carbonara e birra, incontri con i leader delle Pantere, un fucile posato sulla mia libreria, le canzoni di Elaine Brown… Sì! Il titolo: “Seize the Time”.
Incontro con Geronimo. Geronimo arrestato. Facciamo le riprese di “Colazione per i Bambini” servendo loro uova e amore. Potere al Popolo! Right on!
Il documentario innanzi tutto. Andiamo a Berkeley, dimostrazioni per difendere “People’s Park”, i carri armati che rullano, la Guardia Nazionale che marcia, io sostengo Antonello che filma le baionette rivolte contro la sua cinepresa. I gas lacrimogeni ci soffocano al Campus di Berkeley, le masse marciano, un bastone mi colpisce e mi rendo conto della violenza della polizia. Tutto il potere al popolo! Right on!
A New York filmiamo gli Young Lords che prendono in consegna la chiesa nell’East Arlem; di ritorno a Los Angeles filmiamo la Pantera Erica Huggins che dà alla luce la sua bambina. Eldridge Cleaver in Algeria, Huey in prigione, in California. Le Pantere si spaccano politicamente. Come ha potuto, Antonello, pensare di fare un film proprio nell’epicentro di questo periodo così pericoloso e caotico?
Il film era come una improvvisazione jazz che si dispiegava nella sua mente raccogliendo personaggi e situazioni che incontravamo via via e il mondo si muoveva intorno a noi. Ho vissuto da vicino, personalmente, un’altra faccia delle Pantere. Non dimenticherò mai quando filmammo una lezione di educazione politica comunitaria a Los Angeles, tenuta dal Ministro dell’educazione Masai Hewitt. Un giovane fratello faticava a leggere ad alta voce un passo del Libretto Rosso.

Senza un moto di condiscendenza il maestoso intellettuale, Masai, tradusse il significato di “servire il popolo” nella poesia del linguaggio della strada. Ho pensato: “Accidenti, questo si che è meraviglioso, è vero amore per il popolo”. Poi qualcuno, al Programma “Colazione per i Bambini”, mi chiamò sorella. Ero una straniera, una giapponese-americana, ma questa persona mi fece sentire parte della famiglia. Anche questo era amore. Le Pantere non mi spaventavano più.
Questo è solo un piccolo accenno alla nostra esperienza nel fare “Seize the Time”. Forse il film fu solo una scusa per essere parte di questo epico momento. Per imparare, per essere testimoni delle loro sofferenze, dei loro sogni, per respirare il loro anelito alla rivoluzione. Fu un percorso difficile fare un film sulla rivoluzione, ma forse, il percorso fu soprattutto sulla possibilità di rivoluzionare noi stessi.

martedì 9 maggio 2017

Apollon, una fabbrica occupata - Ugo Gregoretti

c'era una volta Gian Maria Volontè, c'era una volta Ugo Gregoretti, c'erano una volta operai solidali e rivoluzionari (pochi ne sono rimasti?), c'erano una volta i padroni che chiudono le fabbriche per costruire, cemento e asfalto, che rende di più, in questo mondo, e ce ne sono ancora, di questi padroni che cambiano nomi, facce, consigli di amministrazione, rappresentano fondi d'investimento, comitati di azionisti, disposti a cancellare esseri umani e natura per un po' di extra-profitti.
il film, girato in otto giorni, è straordinario e racconta un singolo caso, che verrà replicato migliaia di volte dai capitani d'industria che hanno governato e governano il paese.*
e ogni volta sembra la prima volta, non si impara mai.

il film si trova anche presso la Library of Congress, a Washington.
gran film, non perdetevelo - Ismaele



ecco il film completo:



voce narrante : Gian Maria Volontè
musiche: di Mario Schiano (e/con Marcello Melis e Marco Cristofolini)

QUI il testo completo del film, sui fogli battuti a macchina


"Apollon una fabbrica occupata", il film di Gregoretti girato in otto giorni del 1969 in una tipografia romana, fu il secondo esperimento di un nuovo cinema sociale teorizzato da Cesare Zavattini negli anni ’60.
Solo un intellettuale atipico come Gregoretti avrebbe potuto girare un documentario eccentrico, rispetto alla tendenza prevalentemente militante di quegli anni, in quanto Apollon non è una registrazione nuda e cruda degli avvenimenti, quanto una ricostruzione in forma narrativa (oggi si direbbe fiction) sulla lotta operaia, sullo sciopero e sull’inevitabile occupazione, durata più di un anno, necessaria per salvare i posti di lavoro.
Gli operai protagonisti del film furono impersonati dagli stessi operai del Apollon, i dirigenti della fabbrica furono impersonati da alcuni esponenti del PCI, la troupe volontaria ed improvvisata con, tra gli altri, Giulietto Chiesa e Valerio Veltroni e la voce narrante di Gian Maria Volontè, a mio parere il migliore attore del cinema italiano, sicuramente il più impegnato e militante.
Un'avventura umana, politica, artistica, sperimentale e d'avanguardia, e la colonna sonora non poteva certo essere da meno…

Realizzato da un collettivo di intellettuali, tecnici e operai (con i primi due gruppi al servizio del terzo) e girata in otto giorni, è la cinecronaca della lunga battaglia per la difesa del posto di lavoro, condotta dagli operai dell’Apollon, uno dei maggiori complessi tipografici di Roma. Operai e sindacalisti interpretano sé stessi, mentre i ruoli della controparte padronale sono affidati a intellettuali, amici e funzionari del PCI. Voce del commento di G.M. Volonté. Pur nella scarsità di mezzi e di tempo, il margine di dilettantismo è ridotto al minimo. Efficace tenuta espositiva con due o tre momenti di forte suggestione. Conclusione in calando. Era una cronaca difficile da chiudere. O da tenere aperta. Discreto esempio di cinema militante. Nel 1970 U. Gregoretti (1930) diresse Contratto per conto dei sindacati confederali.
da qui


*alla faccia dell'art. 41 della Costituzione italiana, trascurato nei commi 2 e 3 ("L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.")


La pasión de Judas - David Pantaleón

lunedì 8 maggio 2017

Vivir - César Díaz Meléndez

Sole cuore amore - Daniele Vicari

tutti sono precari, se lavori non sai quanto durerà, e i diritti dei lavoratori sono questioni di archeologia, al massimo sono una gentile e personale concessione del padrone.
interpretato da una Isabella Ragonese straordinaria, il film dura 112 minuti senza respiro, davvero intensi, come guardarsi allo specchio sull'orlo di un abisso.
Daniele Vicari mostra il mondo com'è, non come ci piacerebbe che fosse, e sopravvivere è una certezza e un'incognita.

coincidenza, come la bambina di Schindler's list anche Eli indossa un cappotto rosso.
è meglio che quelli che pensano che il cinema sia un'evasione dalla realtà di questo film neanche sappiano l'esistenza.
se invece vuoi vedere le catene della realtà allora sarà una dura e buona visione - Ismaele






il grande merito del film: mostrarci la drammaticità del precariato senza (s)cadere nemmeno una volta nel pietismo. In certi punti sembra davvero un film di Ken Loach o dei Dardenne, come in molti hanno scritto, ma senza la pesantezza e la didascalicità delle situazioni. Ha ragione Alberto Crespi, critico di Hollywood Party e de L'Unità: sembra davvero un film neorealista, oltre che di un'umanità sconcertante. Non si ha mai, dico mai, la sensazione che i personaggi recitino una parte: non dimentichiamoci che Vicari è anche un ottimo documentarista, e perciò a suo agio nel metterci di fronte alla realtà.
E' la realtà è quella dell'Italia di oggi, un paese egoista, razzista e ripiegato su se stesso, dove la precarietà è all'ordine del giorno e finisce con l'incattivire le persone, mettendole l'una contro l'altra, in un'insensata guerra tra poveri, dove il Lavoro, quello con la "L" maiuscola, ormai non è più un diritto ma una formidabile arma di ricatto: quello che persone miserevoli e meschine, del tutto insignificanti, perpetrano a danno dei più deboli, uno sfruttamento ormai talmente accettato e diffuso da essere perfino (o quasi) giustificato...
Film imprescindibile, commovente, perfino necessario (detto da me, che ho sempre odiato questo termine). Non solo per il messaggio che porta ma anche per come lo rappresenta: da apprezzare le musiche di Stefano Di Battista, la fotografia di Gherardo Gossi (che illumina una Roma tetra e quasi "luciferina") per non parlare, ovviamente, della sua splendida protagonista: che Isabella Ragonese fosse assai brava già lo sapevamo, ma in questo ruolo è praticamente impossibile non innamorarsi di lei.

Peccato dunque che, nella scelta esplicita di una narrazione orizzontale priva di veri picchi emotivi, Vicari si perda nella sottolineatura simbolica e finisca per dare più spazio di quel che sarebbe stato necessario alla vicenda dell’amica Vale, alle sue turbe erotiche e al suo rapporto irrisolto con la madre. Vale appare inoltre di estrazione alto-borghese, visto che la sua vita di borgata se l’è scelta in opposizione alla madre, e dunque la specularità con la vicenda di Eli/Ragonese finisce per essere un po’ tronca e ancora meno giustificata nel continuo rimando tra l’una e l’altra.
Fosse stato ancora più semplice, ancora più evenemenziale, ancora più ‘dardenniano’, allora forse Sole cuore amore – che è esplicito riferimento al successo di Valeria Rossi di un po’ di anni fa – avrebbe potuto evitare le sovrastrutture che continuano a incatenare il cinema di Vicari. Sempre ricordando però che il cinema ‘civile’ è una categoria – purtroppo – morta e sepolta nel nostro cinema e il fatto che ci sia qualcuno come l’autore di Diaz che ancora prova a farlo non può che farci piacere e ci spinge comunque a difenderne le istanze di fondo.

La parabola di Eli avrebbe retto bene da sola: una via crucis la cui protagonista rifiuta di viversi come vittima sacrificale, e inserisce umorismo, sensualità e mestiere in un'esistenza lottizzata al millimetro, gran parte della quale spesa a bordo dei mezzi pubblici (come ben sa ogni pendolare in balia della rete di trasporti regionale). Inevitabile l'arrivo al punto di rottura, quello cui tutti noi, nel presente italico, prima o poi arriviamo, chiedendoci come ci siamo arrivati. La vera piccola storia ignobile però appartiene al proprietario del bar interpretato da Francesco Acquaroli con infinite sfaccettature, sempre riconoscibile, impossibile da odiare eppure spregevole nella sua infingardaggine. Sono quelli come lui, e sono tanti, a perpetuare l'infamia quotidiana dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, e ancora di più sulla donna.

Quanto costa la fatica di vivere? Spesso un prezzo troppo alto e, talvolta, quello che nessuno mai dovrebbe pagare. Eppure nella contemporaneità divorata dalla crisi quel disperato (e disperante) dichiararsi “disposti a tutto” si trasforma in una gogna dalla quale sembra sempre più difficile liberarsi.
Vicari affronta un tema tragicamente attuale, quello della mancanza di una stabilità lavorativa, e mette in campo tutto il dolore, la frustrazione e l’umiliazione di chi, giocoforza, deve assoggettarsi al peggio per tirare a campare. Sullo sfondo di una metropoli fredda e indifferente (qui è Roma ma potrebbe essere una città come tante) si muovono personaggi la cui vita, che immaginavano certamente diversa, ruota principalmente intorno ad uno stipendio (basso), guadagnato quasi sempre in nero…

 Ironicamente, anche Vicari nel seguire l’ammirevole obiettivo di raccontare una piccola storia d’orrore quotidiano (lasciando fuori, finalmente, cocaina e pistole nel suo ritratto della periferia) si scontra con un’altra impossibilità: quella di rappresentare credibilmente la nostra realtà sociale. Il film, sia chiaro, funziona a più livelli, soprattutto grazie all’ottima prova di pura passione fornita da Isabella Ragonese. L’attrice siciliana si prende sulle spalle questa triste vicenda con grande dedizione, confermandosi, insieme a Germano, il volto “proletario” più efficace tra quelli scelti dal cinema italiano mainstream. Il limite di Sole Cuore Amore, e di tutto il genere “periferico”, è però proprio nel tentativo di diventare empaticamente vero agli occhi dello spettatore. La realtà che si cerca di incanalare nei freddi e statici argini di una narrazione cinematografica tradizionale, è talmente dolorosa e attuale da impedire lo scatto tra finzione e verosimile. Il tentativo narrativo di Vicari è ammirevole ma, così, la scelta del mezzo del racconto, per quanto buono, lo costringe a vedere allontanare il proprio obiettivo.

Daniele Vicari scrive e dirige un film semplice nella sua essenzialità. Sole Cuore Amore arriva diritto all’anima delle persone grazie alla sua grande capacità nel parlare della precarietà del quotidiano di milioni di persone, che non ricevono sicurezze e non trovano un posto o sono dimenticati dalla società. Eli e Vale amano, giocano, lavorano, ballano, scherzano, si supportano l’una con l’altra nonostante le difficoltà del vivere. Eli si immola ogni giorno con il sorriso per far condurre una vita dignitosa alla sua famiglia, costi quel che costi.
Vale non è riuscita a omologarsi al sistema è ha trovato rifugio e salvezza nella bellezza dell’arte, accontentandosi, ma senza arrendersi. Il marito di Eli è uomo innamorato e un padre attento, ma è annichilito di fronte a una serie di lavori saltuari. Vicari traccia le nuove forme di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, che altro non sono che una guerra tra poveri.
Perfino il datore di lavoro di Eli, nella sua ignoranza e incapacità di cogliere le potenzialità delle persone, è vittima di sé stesso e di un sistema che pretende di aggredire il mercato sette giorni su sette, senza fermarsi.
Un film da vedere assolutamente, reso ancora più incisivo dalla bravura ineguagliabile di Isabella Ragonese.

Ottimo regista, Daniele Vicari, ancorché molto indulgente nei confronti del proprio super-io ideologico: lo conferma “Sole cuore amore”, un esile ma sentito poemetto sulla fatica di vivere delle classi proletarizzate e penalizzate dalle ricorrenti crisi economiche. Più omaggio neorealista che replica del cine-militantismo alla Loach, il film è in gran parte supportato dall’interpretazione della Ragonese che v’interpreta il ruolo di una trentenne della periferia romana con quattro figli e un marito disoccupato a carico vittima designata dell’ingiustizia sociale (anche se lo è ancora di più delle sue scelte sbagliate)…

…Le note jazz, un ballo, colori che si destrutturano in una inquadratura che tiene insieme corpo, spirito e sguardo. Te ne accorgi subito che Sole cuore amore – la canzone di Valeria Rossi è in una scena illuminante nel suo stridere, così come fanno titolo e film – è un’opera diversa, spiazzante, altra.
Un lungometraggio che ti trasmette l’inquietudine quotidiana degli eroi silenziosi che non vorrebbero esserlo, dei martiri che non conoscono il loro destino e gli vanno incontro convinti di sfidarlo. Dalle prime scene senti la paura indefinita che ti attraversa, insieme alla voglia di vivere. E succede, in ogni momento del film, che è una sinfonia nella sua impietosa lucidità.
Daniele Vicari ha sempre avuto un approccio etico ed estetico diverso dai suoi colleghi: il suo è un cinema che affonda nella realtà, senza scorciatoie. Non la giudica, ma non l’asseconda neanche, la scava, la indaga, la scarnifica. Ha il coraggio di mostrarci il nostro mondo, senza smettere di fare cinema, anche con una storia vera.
Lo senti nell’interpretazione quasi insopportabile nella sua perfezione di Isabella Ragonese, che presta i suoi lineamenti raffinati a un volto proletario, accetta di invecchiarsi e “stancarsi” per diventare Eli. Moglie innamorata, madre instancabile, lavoratrice indefessa…

Sole Cuore Amore di Daniele Vicari, lungi dall'essere un film militante come qualcuno potrebbe pensare, è il più classico concentrato di cliché che nasce dalla insistita e ormai anacronistica visione da intellettuale che si cala nel sociale dipingendo un mondo e situazioni che assurgono ad archetipo stilistico e concettuale.
Inutile cercare di imporre personaggi che non funzionano solo perchè ammantati di questa aura di fragilità sociale: come si può, ad esempio, provare simpatia per una coppia che sforna quattro figli senza avere nessuno dei due un minimo di stabilità lavorativa?
O si ha il coraggio di fare un film scomodo veramente, sporco, autenticamente alternativo , anche nella forma e  nello stile oppure meglio lasciare perdere queste incursioni stilistiche edulcorate nelle quali l'unico scopo sembra quello di far dire a chi guarda ( con poca attenzione) : " che bella storia di cinema basato sulla realtà"…

La curiosità maggiore, e anche la sorpresa, è scoprire un lato inedito del regista, alle prese con una materia non sua – ovvero la solidarietà e l’amicizia femminile ambientate ai giorni nostri – e rendersi conto della capacità di maneggiare il tutto con grande sensibilità e onestà, riuscendo così a mantenere un equilibrio notevole tra intenzioni e risultati. Il racconto, pur con qualche problema di sceneggiatura e qualche momento morto, procede spedito e diretto verso la conclusione, grazie anche al supporto di estremo valore del cast: se Isabella Ragonese e Francesco Montanari sono attori giovani ma comunque solidi e intensi, risultano sorprendenti le performance di Eva Grieco e della giovanissima Giulia Anchisi, che regalano al film un leggero tocco di grazia e di umana commozione.