venerdì 31 gennaio 2014

Il caso Kerenes (Pozitia copilului) - Calin Peter Netzer

sembra lo studio di un entomologo che osserva qualche specie di insetti.
in realtà è la storia di un gruppo familiare parassita, nuovi ricchi in una società corrotta.
un figlio, una specie di bamboccione, ammazza un bambino, stupidamente.
interviene la madre, che corrompe polizia e testimoni e impartisce ordini al figlio, assolutamente incapace di gestire la sua vita.
la mamma ha necessità di comandare, gestire, organizzare la sua famiglia.
lo fa come una mater familias, matriarcato assoluto.
la fine è davvero incredibile, non sai se è finzione o qualcosa di sincero, stranamente, chissà.
un film davvero da vedere e soffrire, inquietante - Ismaele






…Il lavoro di Netzer è teso, in prima istanza, a disvelare la bassezza e l'ipocrisia della classe dirigente rumena, che non è poi tanto dissimile da quella di casa nostra: e non c'è bisogno di grossi virtuosismi di regia per veicolare questo concetto. La direzione di Netzer è infatti asciutta ed essenziale, concentrata sul microcosmo di Cornelia e sulla sua quotidianità di piccoli intrighi considerati ovvi, di mani che lavano altre mani come se quella fosse la norma, di prevaricazioni a cuor leggero, compiute semplicemente perché si è nella condizione di farlo. Il compito di esplicitare con disarmante crudezza ed efficacia la banalità di questo stato di cose è demandato all'interpretazione della brava Luminiţa Gheorghiu, protagonista assoluta dell'attenzione del regista e che, pur affiancata da comprimari altrettanto convincenti, come il figlio Bogdan Dumitrache e la nuora Ilinca Goia, regge praticamente da sola il peso dell'accusa di Netzer. La Gheorghiu ha tutta l'odiosa arroganza di chi è abituato ad avere quello che vuole, di chi si trova in una condizione privilegiata e non si pone il minimo interrogativo sulla giustezza del servirsene; eppure, in un finale che finalmente rilascia tutta la tensione emotiva accumulata nella pellicola, è anche in grado di esprimere una sofferenza e una partecipazione emotiva totalizzanti...

…Barbu accelera superando non di poco il limite consentito, finendo per investire mortalmente un ragazzino di quattordici anni, con ciò spezzando una giovinezza in divenire. Quella che l’uomo ha vissuto negli agi probabilmente senza rendersene conto, entro un clima familiare in cui non ha ricevuto quello di cui più aveva bisogno, contrariamente a una giovinezza certo meno dorata, ma circondata da un forse più tangibile calore domestico.
Barbu appartiene a quell’abbiente sfera sociale che, nell’epilogo e anche dopo, sarà pronta a ricominciare nella misura in cui a pagare le conseguenze di un tragico episodio è, ancora una volta, una classe meno privilegiata. La posizione del figlio, in sostanza, è la view di un tizio la cui dubbia moralità induce a rifiutare il legame – qualsiasi forma d’affetto, anzi – con i genitori, principali figure di riferimento…

…Un scénario habile, donc, tout comme la caméra du réalisateur, qui capte le moindre détail du visage de Luminita Gheorghiu, formidable actrice qui donne corps à cette femme dirigiste, se mêlant à la fois de la déposition de son fils, de la déclaration du seul témoin et des contacts avec la famille du défunt. Elle délivre un parfait numéro d'actrice, pour un portrait de mère qui contrôle sa famille à la manière d'une entreprise, se souciant de l'image renvoyée, et gérant la dépense plus que la véritable discussion. Et c'est au final dans son incapacité à comprendre le besoin de son fils de se couper d'elle, d'une certaine logique aussi inhumaine qu'irresponsable, que ce dur récit finit par toucher.

Netzer ratchets up the tension with frequent close- ups of his characters so we get to observe every blemish, grimace and wince of pain. Andrei Butica's superb camerawork lays bare Barbu's distaste for his mother and Cornelia's ruthlessness. There is plenty of other telling detail - Cornelia's peroxide blonde hair and fur coat speaks reams about her milieu while her son's squeamishness about bacteria is equally illuminating. Psychologically complex, Child's Pose is an intense cinematic experience and a stunning example of the Romanian New Wave…
da qui

mercoledì 29 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street - Martin Scorsese

avvertimenti:
1) allacciarsi le cinture di sicurezza: questo film è come una maratona di tre ore corsa come se fosse una gara di velocità;
2) non è un film sulla dipendenza dalle droghe, forse è sulla dipendenza dal denaro, in realtà un film su avvoltoi che sfruttano la ricchezza già prodotta dagli altri e sulla loro caduta, l'avidità non perdona;
3) magari sembra più una favola di Esopo, ecco il lupo del titolo:  "Al principio, quando Leo ha preso visione del progetto, ha chiarito che voleva rappresentare i miei errori. Il mio comportamento di allora rappresenta molto di ciò che poi è diventata Wall Street" (da qui).
Leonardo di Caprio è eccezionale, ma non trascurate Jonah Hill e gli altri, Martin Scorsese è un perfetto direttore d'orchestra.
dopo gli avvertimenti l'invito:
andate al cinema e godetene tutti - Ismaele






…E infine cosa vuoi dire a lui, a Martin Scorsese? Un regista che all'età di 71 anni riesce ad essere cool e moderno come molti giovani autori non riescono ancora ad essere, uno che mette la sua firma e il suo stile sempre in gioco, giocando con la macchina da presa, facendogli compiere mirabolanti viaggi con carrellate che lasciano a bocca aperta, con rallenti unici? Uno che sembra nato con la cinepresa in mano, e che la conosce bene, così come conosce bene i tempi e gli spazi in cui muoverla. Che gli vuoi dire per la colonna sonora scelta, una bomba che spazia dal rock più moderno ai grandi classici e pure per Gloria di Umberto Tozzi, sempre sul pezzo e sempre in linea con la scena prevista? Che gli vuoi dire se riesce a tenerti incollato alla poltrona per 180 minuti senza mai farteli pesare, portandoti nel vorticoso mondo di Wall Strett con Jordan a farti da Cicerone, immergendoti nella sua folle vita vissuta a 1000 km/h che rallenta -come lo stesso film- solo verso la fine, dove né alcool né droghe sono più presenti? Che gli vuoi dire a Martin quando dopo questi 180 minuti passati con il sorriso e la soddisfazione sulle labbra -vuoi per la bravura di Di Caprio, vuoi per quella degli altri copratogonisti, vuoi per la sceneggiatura o vuoi proprio per la regia-, cosa gli vuoi dire quando ti lascia con un finale da brividi, in cui tu -pubblico- ti rimiri allo specchio di un altro pubblico, che come te pende dalle labbra di Jordan Belfort?...

…Credete però ai movimenti di macchina strepitosi di Scorsese, al montaggio furioso di Thelma Shoonmaker, a Leonardo Di Caprio e a The wolf of Wall Street: che non è un film sulla finanza, sul crimine, sul sesso selvaggio o sugli eccessi, ma sull'anima nera dell'Uomo.
Di qualsiasi Uomo.
Da Belfort a Denham.
Fino all'ultimo di noi.
Homo homini lupus.
E se si ha abbastanza coraggio di guardare l'abisso negli occhi, tutti possono essere lupi.
Da Belfort a Denham, per l'appunto.
Senza dimenticare Di Caprio e Scorsese.
Ma The wolf of Wall Street non è neppure un film sui lupi. Non soltanto.
E a dire il vero, non è neppure un film.
E' un fottuto, grandioso, Capolavoro.
Il coma etilico e la scopata della vita.
E' come se la settima arte tutta si mettesse in ginocchio e ve lo succhiasse per tre ore filate senza neanche prendere fiato.
Ditemi voi cosa si può chiedere di più esaltante al Cinema.
da qui

A parte il finale, che fa caso e film a sè, la narrazione tutta è un apice parossistico, è un delirio cocainizzato, e anche l’inserto della famosa scena di Jordan strisciante e rantolante in preda a overdose da quaalude ha un che, pur nel suo rallentamento di ritmo, di allucinato e sovreccitato. Si resta intrappolati nella giostra messa in moto da Martin Scorsese, si seguono Jordan e i suoi come eroi di un videogame in cui, raggiunto un bersaglio, centrato un obiettivo, si va ancora pià e in là e più su, sempre più su. Ci si diverte molto, si ride molto, certo verso le due ore e passa un po’ di stanchezza si insinua in chi guarda, ma il gioco regge fino alla fine. A questo punto, dopo aver dato a Leonardo Di Caprio quel che gli spetta (performance pazzesca, ma non son riuscito a togliermi l’impressione che resti all’esterno del suo personaggio, forse perché il personaggio è quel che appare e fa vedere e non ha profondità), non resta che dire se The Wolf of Wall Street sia un grande film, e quanto grande, magari un capolavoro. Io gli do 8, abbacinato dalla maestria di Scorsese, sul capolavoro ho qualche riserva. Temo che prima o poi, come succede alla fine di ogni viaggio di coscienza alterata, arrivi il down, e magari il rigetto. Aspettiamo un attimo.

…Scorsese costruisce un film volutamente esagerato, eccessivo, grottesco, sempre e comunque sopra le righe. E Leonardo Di Caprio gli dà come al solito una grossa mano, interpretando alla perfezione un personaggio tanto sgradevole quanto affascinante, tanto spietato quanto clamorosamente 'naif'' e beota, ben spalleggiato da un cast di bravissimi comprimari (Jonah Hill e Matthew Mc Counaughey su tutti). Ci sono sprazzi di grande cinema e sequenze da antologia eppure, dobbiamo dirlo con franchezza, non ci riesce classificare The Wolf of Wall Street come un capolavoro assoluto. Tre ore di lunghezza sono troppe per un film che alla fine non riesce a 'disturbare' come vorrebbe e dovrebbe, proprio perchè l'eccessiva durata della pellicola finisce per assuefare lo spettatore a ciò che sta vedendo, facendogli quasi credere di essere finito dentro un videogioco impazzito dove però nessuno si fa male... forse è per questo che ai Golden Globes lo hanno inserito tra le 'commedie', in nome di uno humor nero assolutamente irresistibile ma, a nostro avviso, anche un po' ripetitivo e fine a se stesso…

martedì 28 gennaio 2014

Sogni proibiti (The secret life on Walter Mitty) – Norman Mc Leod

un film d'altri tempi, Danny Kaye fa ridere, in una commedia d'evasione, in tutti i sensi.
un po' di follia e di nonsense sono il sale del film, e Danny Kaye è molto bravo, anche se quasi nessuno lo ricorda.
quasi una commedia slapstick, non è un capolavoro, ma ti lascia il sorriso sulla bocca - Ismaele



…El humor de Danny Kaye es un humor inocente y blanco que a día de hoy resulta anacrónicamente refrescante. Sé que a muchos su blandura les hará rendirse a los pocos planos, tanto de esta como de cualquiera de sus otras películas, pero su vena cómica es genuina y siempre hay momentos en sus películas en los cuales la risa aflorará con incontenibles lágrimas. En La vida secreta de Walter Mitty quizá no haya ninguna tan tremenda, pero a cambio se nos ofrece una de sus películas más compensadas, en la cual su humor gestual y sus acelerados juegos de palabras se combinan con ritmo elegante con una bien tramada comedia de situación. La cobardía de Mitty y su asombrosa torpeza contribuirán al descacharre general…
da qui

lunedì 27 gennaio 2014

The Times of Harvey Milk - Rob Epstein

la storia di Harvey Milk, premio Oscar per il miglior documentario nel 1985, prima di Gus Van Sant e Sean Penn.
qui c'è il film completo, in spagnolo.
un film da non perdere - Ismaele



"I ask for the movement to continue, for the movement to grow because last week, I got the phone call from Altoona, Pennsylvania and my election gave somebody else, one more person, hope. And after all it's what this is all about. It's not about personal gain, not about ego, not about power -- it's about giving those young people out there in the Altoona, Pennsylvanias hope. You gotta give them hope."
-- Harvey Milk (11/18/78)
Recorded just nine days before his assassination, the above quote continues to resonate as the emotional high point of Rob Epstein's 1984 Oscar winning documentary The Times of Harvey Milk—a poignant summary about his seminal achievement of becoming the first openly gay man to be elected to a prominent political position in California. Although Epstein's film relies on numerous talking heads, he avoids constructing a traditional biopic by focusing on Milk's brief political career and structuring the film as a contrast between the outspoken flamboyant crusader for human rights and freedom and his quiet assassin Dan White, described as a conservative All-American working class guy…


Harvey Milk must have been a great guy. You get the sense, watching this documentary about his brief public career that he could appreciate the absurdities of life and enjoy a good laugh at his own expense. He was also serious enough and angry enough about the political issues in his life that he eventually ran for the San Francisco Board of Supervisors and became California's first openly homosexual public official. That victory may have cost him his life.
"The Times of Harvey Milk" describes the lives and deaths of Milk and Mayor George Moscone, who both were shot dead in 1978 by Dan White, one of Milk's fellow supervisors. It also describes the political and social climate in San Francisco, which during the 1960s and 1970s began to attract growing numbers of gays because of its traditionally permissive attitude. Milk was one of those gays, and in old photographs we see him in his long haired beatnik and hippie days before he eventually shaved off the beard and opened a camera store in the Castro District…

domenica 26 gennaio 2014

Petla - Wojciech Has

24 della vita di un uomo, vittima dell'alcolismo e prigioniero dei suoi fantasmi.
forse una cura contro la sua dipendenza può dargli una nuova vita, la sua fidanzata gli sta dietro, ma i suoi fantasmi lo perseguitano e lo fanno ricadere.
bellissima la sequenza nel bar, ottimi attori.
a suo tempo non ebbe il visto della censura per l'estero, la dittatura del proletariato non dava la felicità a tutti e forse questo non si doveva sapere.
"La leggenda del santo bevitore" è un film solare, al confronto, "Petla" è un film nerissimo.
una grande opera prima, da non perdere - Ismaele





Eight o’ clock in the morning. On the main road some workers are setting the street watch, while Kuba is watching them from his window, waiting anxiously for someone to arrive. Finally the door bell rings: it’s Krystyna his girlfriend.
The man is very upset, they have a brief discussion about what is going to change in their lives; after they’ll attend the appointment she got later in the afternoon. She is an hurry, but she’ll be back at the meeting hour.
After a while, Kuba left alone, is craving for something, and his addiction is finally revealed: the man is an alcoholic.
Wandering in the streets, waiting for the late afternoon visit with a doctor that could help him, Kuba is determined to stop drinking. But while the time passes by, all the people he meets instead to help him, with their sarcastic comments, brings him even more down the spiral of the desire of one last little drink more.
He’ll get drunk. He’ll be beaten and robbed. And when back, too late for the appointment with the doctor, he’ll find Kristina once again waiting for him.
The following morning at eight o’clock some workers are setting the street watch, while Kuba waits anxiously for someone to arrive again, but this time the loop of his life in which he constantly keeps repeating the same mistakes every day, will be stopped only by a definite and terrible decision: to commit suicide hanging himself.
The debut long feature of Polish director  Wojciech Jerzy Has,Petla, is an astounding piece of filmmaking, revealing the enormous talent of its director. With a firm and coherent approach, Has brings us in this world of misfits, derided by common people, and avoided even by their friends and relatives…

…Construit sur l’espace d’une journée, le film de Has distord d’emblée par sa mise en scène les présupposés temporels au fur et à mesure que resurgit l’insupportable addiction. Donnant d’abord le sentiment d’un suspens qui se déroule quasi en temps réel (le héros va-t-il tenir jusqu’à l’heure de son rendez-vous à l’hôpital ?), l’action devient plus fragmentée ou diluée montrant l’incapacité de Kuba à assumer l’environnement qui l’entoure. Il fuit le temps, les souvenirs qui ressurgissent au dehors et les responsabilités intimés qu’il ne veut pas tenir. Mais le dispositif est d’autant plus infernal que ni l’alcoolisme ni « la réalité quotidienne » ne semblent au fond pouvoir représenter un cadre vivable et potentiellement stimulant. « Le pire des rêves c’est la vie. Elle passe aussi »est-il dit à un moment donné. C’est tout à fait ce qui est à l’œuvre : incapable d’évoluer, Kuba s'enchaîne une existence en forme de rêve dans le rêve où l’espoir lui ferait vivre un jour sans fin. Son cynisme, sa porte de sortie salutaire et sa replongée se succèdent dans un monde en ruine qui se fige d’un peu partout. Jusqu’à en arriver à ce que le titre suggère?...

Dark and truthful about alcohol addiction. Dark streets of Krakow, dark moments. 24 hours in the life of a man ready to quit drinking...but will he make it? Some ready to help him, some ready to drag him down. Even the walls seem to play a part in the suspense. The same oppressiveness as in Bergman's Silence with the same intelligence in manipulating time sequences: a factual, step-by-step narrative becomes slowly warped, elliptic... Fine black-and-white photography, sharp dialogs. Sterling proof of Wojciech Has's talent and yet another example of how good Polish cinema was. 
The (long and central) drinking scene with the ex-saxophonist wasted by vodka is a gem. Gustaw Holoubek is extraordinary throughout and the short form for the name of his character "Kuba" will probably remain ringing in your ears…
da qui

venerdì 24 gennaio 2014

Lenny – Bob Fosse

uno di quei film che ricordano i tempi di Giordano Bruno, appena una cinquantina d'anni fa, nello stato più ricco e più libero del mondo (ci dicono) si poteva essere perseguitati per pronunciare delle parole ed esprimere dei ragionamenti.

Bob Fosse ricorda in questo film Lenny Bruce, interpretato da un eccezionale Dustin Hoffman, e una bella e brava Valerie Perrine.
Dustin Hoffman "è" Lenny Bruce, ci si affeziona a Lenny, si ride e si soffre con lui e per lui.
uno di quei film nei quali è impossibile non partecipare e non prendere parte.
astenersi gli indifferenti - Ismaele






…Dustin Hoffman è magnifico, come lo è il doppiaggio in italiano di Gigi Proietti; Fosse cattura perfettamente la trasgressiva e teatrale buffoneria dell’uomo Lenny Bruce ancor prima che dell’attore, e trasforma la sua biografia in un musical sui generis senza neanche una nota di commento (ad eccezione dei titoli di testa e di coda), che si tiene lontano dai rischi dell’agiografia laddove mostra il disfacimento psico-fisico del protagonista con un’impietosa unica inquadratura a camera fissa che lo riprende in campo lungo: cosa c’è di più triste di un comico che non fa più ridere? Valerie Perrine fu una rivelazione premiata anche a Cannes.

Bob Fosse con Lenny ha tentato un'impresa non da poco. Parlare di un artista della satira, di un imputato per oscenità, di un uomo emblema del suo tempo. E lo ha fatto in modo esaltante, commuovente, violentissimo, supportato da un Dustin Hoffman nemesi perfetta del folle genio newyorkese.
Il film sul comico Lenny Bruce è uscito nel 1974 a soli 8 anni dalla scomparsa dell'uomo, morto di overdose a soli 41 anni. La sua morte, come si vede nel film, è stata emblema della sua vita, sempre in bilico tra arte, ragione e provocazione. Lenny fu trovato esanime sul pavimento, nudo, per mezz'ora lasciato in balia di sciacalli pronti a vessare la sua figura, troppo trasbordante per la loro piccolezza d'animo….

…Più volte nel film torna il termine hippie per definire lo spirito di Lenny. Siamo nel ’74, definirlo hippie strizza l’occhio alle masse, ma non è sbagliato chiamarlo così, lui, così anticipatore sui tempi. Le parole da lui pronunciate e censurate all’epoca, oggi sono di comune utilizzo: chi non ha saputo interpretare il proprio tempo? Lo spirito rivoluzionario è totalmente hippie, per l’appunto. Ma è un figlio dei fiori ante litteram, brucia le tappe e lo sa e soffre perché chi gli sta attorno non è in grado di vedere così come lui vede.
Ciò che per noi oggi è vietato, non lo era per le società del passato e magari non lo sarà per quelle del futuro. Perché, dunque, ostinarsi nel voler controllare il prossimo secondo un soggettivo concetto di verità assoluta?
E’ lui stesso a portare la dimostrazione di come una frase oscena detta nella propria lingua, scandalizzi, mentre se pronunciata in latino, non produca alcun effetto di ribrezzo. Ha dunque più importanza il significante o il significato? L’icona o l’iconografia?
D’impatto è una delle prime dissertazioni che vengono proposte nel film, dove un Dustin Hoffman/Lenny alle prime armi sul palcoscenico dimostra la bontà del messaggio trasmesso da un film pornografico e al contempo evidenzia l’innegabile deprecabilità d’un film d’azione violento. Oppure quando si scaglia contro la chiesa e contro le divisioni razziali dei negri e egli ebrei nelle quali siamo tutti coinvolti, ma delle quali, a ben pensarci, manca il significato di base di diversità razziale…

Dustin Hoffman does a good job of giving us a Lenny Bruce we can believe. He doesn’t imitate the historical Bruce so much as create a new Lenny -- bitter, knife-edged and driven. But the Bruce material, almost every word of it taken from recordings of his own acts, has a strange and uncomic feel to it. There aren’t many big laughs in the movie. Unless we go in convinced that Lenny Bruce was an important performer, the movie doesn’t convince us…


mercoledì 22 gennaio 2014

Nebraska – Alexander Payne

una storia terra terra, niente economia, niente guerre, niente politica, solo una storia di persone semplici: Woody, un vecchietto che finisce male la sua vita, amareggiato e come dice David, il figlio che lo accompagna nel viaggio, “uno che crede a tutto quello che gli dicono”.
ci sono i parenti-serpenti, gli (ex-) amici, Woody fa un ripasso della vita, David è l’unico che lo capisce un po’, ci parla e lo fa parlare, è capace di farlo sentire importante, capisce che un vecchio così è alla fine della parabola, ritorna bambino e ci vuole poco per accontentarlo.
di fondo è un film triste e amaro, con dei momenti anche molto divertenti.
si racconta del declino di una vita, nessuno si senta escluso.
a me è piaciuto molto, Woody e David sono bravissimi.
astenersi amanti dei (soli) film di Tarantino, potrebbero soffrire troppo - Ismaele



Alexander Payne ha partorito la sua migliore opera riuscendo a sfruttare al massimo le potenzialità di una sceneggiatura di Bob Nelson che si distingue per completezza e senso della misura, nonché (elemento ancora più importante per il Cinema) per la capacità di tratteggiare i personaggi attraverso le situazioni di cui sono protagonisti. Ne è uscita una pellicola dall’atmosfera unica, insieme delicata e straniante, perfetta per mettere in scena un viaggio on the road atipico dove le soste non mancano e sono lo spunto perfetto per indagare più da vicino gli aspetti tragicomici della vita, per una riflessione sull’esistenza davvero profonda e a trecentosessanta gradi. Un risultato che il regista raggiunge anche grazie alla sua maestria tecnica, che lo spinge ad optare per un bianco e nero funzionalissimo alla narrazione e ad una continua ricerca dell’immagine perfetta che talora enfatizzano la bellezza o la malinconia dei luoghi e delle situazioni, talora accentuano gli esiti comici di scene memorabili come quelle della ricerca della dentiera, del furto del compressore o della partita in tv…

La bravura di Payne è quella di mantenersi in equilibrio tra il riso e il pianto, e di riuscire con tocco lieve e delicato a far emergere una poetica del quotidiano illuminata dal riscatto di un'umanità donchisciottesca, mortificata e poi risollevata, come capita a Woody in una delle ultime sequenze, quando, demoralizzato dalla consapevolezza della mancata vincita si ritrova poco dopo, rinfrancato e felice, alla guida della jeep che il figlio gli regala per compensare lo smacco. Con l'automezzo al posto del cavallo, e Woody nella parte John Wayne, "Nebraska" fa anche in tempo ad omaggiare il cinema e in particolare il western, con l'uomo che sfila lungo la via principale di Hawtorne, sotto lo sguardo ammirato e incredulo dei suoi cittadini. Interpretato da un Bruce Dern formato actor's studio, impegnato in un ruolo che sarebbe piaciuto ai registi della sua generazione, "Nebraska" è un meccanismo perfetto ma non per tutti. L'assenza di glamour degli attori ma anche dell'argomento, il ritmo pacato e quasi immobile, la comicità deadpan alla maniera di Jim Jarmusch, e infine un'ambientazione laterale e periferica sono una miscela poco adatta alla grande platea. Siamo certi però che imitando le vite dei suoi personaggi anche quella del film troverà il modo di emanciparsi da premesse così fosche. Magari durante la notte degli oscar, magari nella categoria del migliore attore protagonista.

…L’ultima pellicola di Alexander Payne, massimo cantore vivente dell’ipocrisia umana fin dai tempi diLa storia di Ruth, si presenta come un vero e proprio trattato sociologico sui rapporti affettivi che legano a filo corto le varie esistenze, il tutto presentato come un’epopea moderna formato famiglia, una tragicommedia on the road sul commovente ritorno alle origini di un uomo da sempre incapace di aprirsi a se stesso e agli altri. L’Ulisse moderno, il vecchio Woody, mirabilmente interpretato dal mastodonticoBruce Dern (miglior protagonista maschile a Cannes) muove la propria esistenza verso un’unica meta: riscuotere il premio che gli è dovuto. Partendo da questo semplice macguffin (quello che Hitchcock definiva il pretesto narrativo), Payne tesse mirabilmente le fila di un approfondimento che si fa via via più stratificato, riuscendo a spremere fino in fondo l’ottima sceneggiatura di Bob Nelson, facendone emergere un perfetto campionario di vizi e virtù umane: gli attriti familiari, i vecchi rancori e gli amori dimenticati, il passato di guerra e i timori di gioventù, il tutto esposto sotto la luce ormai consolidata dello humor cinico e spietato…

Films like Nebraska are a rarity because of reasons more than one. For starters, it's in black and white. But that's hardly a distinguishing factor in my mind even though the choice of going with it, and not color, seems perfectly justified considering how well the mood and setting of the film blends with black and white tone. It takes immense amount of spirit, courage and talent to make a film like Nebraska simply because it takes the path seldom taken not only in recent past but in the whole cinematic history. It's a film about old age and it's funny. How about that ? Just when you would think that films where majority of casts are septuagenarians or octogenarians can't be anything other than a misery tale, Alexandre Payne [and his screen-writer Bob Nelson] give to you a film that's inherently charming and willfully funny. It's not one of those films that pities old people for their lack of self awareness or because of their sufferings, but instead it utilizes them to tell a funny tale of pursuit and self-discovery. That's why Nebraska is such a different and more importantly a pleasant experience…

…E' un film sulla vecchiaia e sulla dignità della terza età, sul delicato rapporto tra genitori e figli, nonchè uno sguardo efficace e disincantato su un'America che non conosciamo, quella rurale, conservatrice e retrograda degli stati desertici del Midwest, immensi e spopolati, che il regista Alexander Payne ci restituisce in uno splendido bianco e nero d'altri tempi, per niente 'fighetto' ma assolutamente necessario...
da qui

ricordo di Carlo Mazzacurati

martedì 21 gennaio 2014

23 Gennaio 1898: nasce Sergei Ejzenstejn

di Ejzenstejn tutti conoscono, via rag. Fantozzi, una scena de “La corazzata Potëmkin”, la maggior parte pensa che sia un regista noioso e pesante, quei pochi che hanno visto i suoi film, o anche solo qualcuno, sanno che è il contrario.
è vissuto solo 50 anni, “Sciopero” e “La corazzata Potëmkin”, li ha girati a 27 anni,  su invito di Douglas Fairbanks e Mary Pickford nel 1929 arrivò negli Usa, firmò dei contratti con la Paramount per girare dei film, ma le sue  proposte vennero poi rifiutate, erano film troppo impegnati e poco commerciali (da qui)
in America visitò il Messico, con Diego Rivera,  e girò un film,”Que viva Mexico!”, ricomposto da Grigori Alexandrov, nel 1979, sulla base del girato nel 1932.
inutile dire che siamo in zona capolavoro e che alcune immagini e sequenze sono epiche, immense.
gli occhi di Sergei Eisenstein sono bellissimi.
qui si può vedere, in italiano:

lunedì 20 gennaio 2014

Ninotchka - Ernst Lubitsch

con Scrivimi fermo posta e Vogliamo vivere, anche "Ninotchka" ha il Lubitsch touch (il tocco di Lubitsch o alla Lubitsch), quella cosa che non si può spiegare, e neanche capire, senza guardare i suoi film.
dialoghi praticamente perfetti (anche Billy Wilder ci ha lavorato, ottima scuola), il film prende in giro il comunismo sovietico (come qualche anno dopo, durante la guerra, prende in giro i nazisti), e non solo.
i personaggi dei tre funzionari in viaggio sono bellissimi (Felix Bressart, già in "Scrivimi fermo posta", è straordinario), c'è Greta Garbo che ride, tutto è al posto giusto.
sfortunato chi non vede questo film, e infelice chi non ha visto Lubitsch, ma tanto non lo sa - Ismaele






…In attesa di dileggiare Hitler e i suoi con l'inarrivabile stile di Vogliamo vivere! Lubitsch provvede a mettere a posto anche la dittatura staliniana assumendosi però un grande rischio. Decide infatti di affidare un ruolo 'brillante' alla 'divina' per eccellenza: Greta Garbo. Non è un'impresa da tutti (infatti resterà l'unica interpretazione di questo genere nella filmografia dell'attrice) ma giunge a compimento con grande efficacia. Se la mano di Wilder e Brackett si individua nelle battute fulminanti ("È un'idea!" dice uno dei tre commissari. "Noi non dobbiamo avere idee" gli replica un altro) il 'tocco alla Lubitsch' è individuabile nella leggerezza della messa in scena finalizzata a occultare la profondità della riflessione. Una porta che si apre e si chiude più volte facendoci vedere chi entra e sentire le voci sempre più festanti di chi sta dentro è sufficiente per farci comprendere che i tre commissari stanno cedendo alla gaieté parisienne. Un cambio di cappelli su un attaccapanni ce ne conferma il mutamento di vita così come sempre un copricapo marcherà una svolta nella vita di Nina Ivanova che da quel momento diventerà Ninotchka a tutti gli effetti. Perché Lubitsch non si limita a realizzare un facile pamphlet anticomunista. Non gli manca infatti la consapevolezza delle storture del capitalismo e ne affida la concretizzazione all'antipatica e cinica granduchessa Swana. Ciò che a lui interessa è mettere in ridicolo tutto quanto impedisce all'umanità di essere serena e di godersi una vita che è comunque breve (come ci ricorderà in Il cielo può attendere). "Guardate come è felice la gente vista da lontano" dirà uno dei tre commissari a Mosca osservando da una finestra i passanti. Lubitsch vorrebbe che lo fosse anche vista da vicino ed è per questo che tra capitalismo e comunismo sceglie, come è stato scritto, "il partito di riderne".

Empezaremos, con muy mala educación, con una pregunta:
¿Cuántas actrices conocen los amables lectores que en la actualidad se atrevan a rodar una película entera sin maquillaje alguno? Quiero decir con la cara limpia, sin aditamentos, al natural, ni siquiera artificialmente afeadas por un maquillaje a tal fin destinado.
¿Cuántas?
Tomar esa decisión cuando a una la están conociendo en algún país como "La Divina", "El Rostro" o "La Esfinge Sueca", cuando una está ya meditando en plena juventud una retirada a tiempo que abra de par en par la puerta del olimpo cinematográfico, cuando a una se la rifan los productores y la tientan con ofertas millonarias, tomar esa decisión, únicamente está - de hecho estaba- al alcance de Greta Lovisa Gustafsson, aquella chica nacida en el frío nórdico que con tan sólo treinta y dos películas alcanzó un lugar de privilegio en una época muy determinada del cine marcando con su magnética presencia todas sus películas para dejarlo todo, recluyéndose casi, hasta fallecer hace veinte años, el 15 de abril de 1990…


21 Gennaio 1921: esce «Il monello», di Charlie Chaplin

Secondo alcuni la perdita del figlio gli ispirò il soggetto. L’incontro tra Chaplin e Jackie Coogan fu un colpo di fulmine, nacque prima un’amicizia speciale tra i due, solo in seguito pensò di scritturarlo nella sua compagnia, e quando la lavorazione del film iniziò Jackie fu perfetto: Chaplin, non potendo interpretare lui il ruolo, così come desiderava per tutti i ruoli dei suoi film, trovò spontaneo, naturale e perfettamente plasmabile alle sue indicazioni il bambino. Probabilmente, l’intesa tra i due, fu dovuta anche alla peculiarità della personalità di Chaplin capace di vedere gli aspetti della vita come attraverso gli occhi di un bambino.Charlie Chaplin comunque riusciva ad interpretare il film in maniera molto realistica inoltre sapeva far ridere anche nelle scene tristi.
se qualcuno non si ricorda qualche scena:

domenica 19 gennaio 2014

The Immigrant (C'era una volta a New York) - James Gray

bravissimi Marion Cotillard e Joaquin Phoenix, da soli valgono il biglietto, e la grandezza dell’interpretazione cresce col passare dei minuti.
quello che non mi convince è la storia, Joaquin Phoenix che fa il protettore delle sue donne, e si innamora dell’ultima arrivata, è un cuore d’oro, Marion Cotillard che si prostituisce per far guarire e riscattare la sorella, un sacrificio di un cuore d’oro.
la ricostruzione della New York di un secolo, e tutta la storia, sembrano da operetta, senza troppa forza (“Gangs of New York”, di Martin Scorsese e “Le onde del destino”, di Lars Von Trier, per citare due film che possono avere qualcosa in comune con il film di James Gray, sono su un altro pianeta).
resta comunque un film da vedere, soprattutto per le interpretazione degli attori; è che da James Gray, che ha fatto film eccezionali, non mi aspettavo solo un buon film - Ismaele


Ci sono i buoni propositi, il tema della fede e del perdono, la redenzione di una donna che abbraccia il peccato solo per riabbracciare la sorella, l’uomo/contraddizione che innamorandosi migliora sé stesso ma peggiora la sua stessa vita, la metafora (resa inutilmente esplicita) dell’illusione infranta del sogno americano. Il finale impeccabile  non può reggere il peso di un film che fa acqua da tutte le parti.

…Francamente non capisco perché James Gray, talentuoso com’è, e così fortemente autore (talvolta fino all’autosabotaggio), si sia imbarcato in un’operazione tanto qualunque e perfino anonima. Un mélo, certo trattenuto e rigoroso, con però caratteri prevedibili e cliché da cattiva letteratura. Con uno svolgimento narrativo che sembra un assemblaggio di cose mille volte lette e viste. Puro coacervo di stereotipi, senza peraltro il coraggio di calvalcarne spudoratamente gli aspetti in potenza più trucibaldi e fiammeggianti.,,

James Gray, lui, nous livre une reconstitution impressionnante du New York des années 20, ainsi que quelques plans sublimes et sombres, et dirige à merveille son trio d'acteurs. Ballottée entre deux hommes, pris au piège de sa douce beauté, on tremble en permanence pour Marion Cotillard, fébrile et volontaire, en se demandant si cette sœur à la libération tant espérée est bien toujours vivante. Joaquin Phoenix se transforme peu à peu, laissant poindre une terrible détresse. Tandis que Jeremy Renner incarne un espoir teinté d'illusion. Si le film n'a finalement pas eu les faveurs du jury cannois, il pourrait bien faire son petit bonhomme de chemin dans les salles, sans pour autant espérer se retrouver aux prochains Oscars, malgré son sujet universel, puisque la date de sortie américaine a été repoussée à l'an prochain.

Basterebbe il suo nome, oggi, per parlare bene di qualsiasi lavoro in cui ci sia lei. Questa donna non sbaglia un colpo, e se lo sbaglia lo rende giusto lo stesso anche solo con la sua presenza. Marion Cotillard ha un unico difetto: non ti fa seguire il film. Bella, anzi bellissima, per qualsiasi gusto. Brava, anzi bravissima, per qualsiasi critico. Per renderle l' importanza dovuta in "The immigrant" (dopo tutta la solfa di cui sopra, chi scrive preferisce usare il titolo originale per il resto della recensione), è d'uopo riportare le parole che le ha dedicato lo stesso Gray: "[...] questa donna non ha bisogno di parlare. E' talmente espressiva che potrebbe fare un film muto. [...], ho scritto il film per lei, perché è la storia di un' immigrata e ho pensato che lei potesse trasmettere uno stato d'animo in maniera non verbale. Non credo che avrei fatto il film senza di lei". E ancora, a proposito della difficoltà linguistica di recitare in polacco, è decisamente incredibile questo aneddoto, sempre raccontato dal regista: "Un giorno ho chiesto all'attrice che interpreta la zia cosa pensasse del polacco parlato da Marion. Ha detto che era eccellente ma che aveva un vago accento tedesco". La motivazione data dalla bella parigina (già, perché magari in tutto questo, qualcuno se lo dimentica: lei è francese!) è strabiliante: "Sapendo che il mio personaggio viene dalla Slesia, che è situata tra la Germania e la Polonia, lo sto facendo di proposito". Spiazzante...
Signori, una vera Attrice. Questa intervista andrebbe letta ad alta voce in una stanza con dentro la maggior parte degli attori barra attrici nostrane. E poi accendervi un falò, perché tanto non la capirebbero…

E senza svelare come l'epica storia della bellissima Ewa giunge a compimento, ci togliamo la soddisfazione di anticipare solo un elemento: nel prefinale, quando tutto è ormai compiuto e la tensione narrativa comincia ad allentarsi, Gray lascia la scena al suo attore feticcio, quel Joaquin Phoenix stavolta nei panni di un uomo, Bruno, apparentemente senza possibilità di redenzione. Il suo monologo rabbioso, che descrive se stesso come il rappresentante dell'abiezione di una società che nasconde dietro l'incessante progresso democratico la feccia di una criminalità moralmente ripugnante, è l'ennesima prova di una classe e di un'irraggiungibile bravura che nessun premio potrà mai davvero riconoscere.

El conflicto moral de Ewa (debe prostituirse y cree que eso le garantiza la eternidad en el Infierno) está expuesto con todas sus luces y sombras, pero no se manifiesta un verdadero peso en su alma más allá de lo que el espectador puede entender. La trama avanza sin deparar muchas sorpresas, aunque la intención sea contraria. Ni siquiera los requiebros de la última media hora animan un espectáculo largamente falto de vida. Cuando una película tiene tan marcado a fuego el devenir de los acontecimientos antes del minuto 30, es mala señal. Debe ser muy estimulante en los otros apartados para poder olvidar la desidia del guión. Y The immigrant no lo es.
da qui

Sin Título (Carta para Serra) - Lisandro Alonso

sabato 18 gennaio 2014

Goodbye, Dragon Inn - Tsai Ming-liang

l’ultima serata di un cinema, l’ultimo spettacolo è un vecchio film di arti marziali.
(quel cinema ricorda uno di quelli che anche da noi non esistono più, lasciati decadere, sempre più “sgarruppati”, adesso ci sono le multisale).
casualmente (?) “L’ultimo spettacolo” è anche il titolo di un grande film di Peter Bogdanovich (qui), anche lì una sala chiude, l’ultimo spettacolo è un film western.
il mondo cambia, sale così e film così, che sono state la vita, muoiono, non servono più.
la sala è popolata di fantasmi, forse, tra cui alcuni che lavoravano nel cinema, e resteranno vivi fino a che qualcuno li ricorderà, li vedrà nelle pellicole.
a parte le parole dell’ultimo spettacolo proiettato nel cinema, praticamente non si parla nel film, ma non te ne accorgi, sei catturato e non hai scampo, ti ricordi che il cinema è nato come immagini in movimento, le parole sono venute dopo.
è un film sulla morte di una sala, magari solo un film sulla morte, i movimenti dei due lavoratori del cinema, che non si incontrano mai, sono come quelli di due infermieri che curano e preparano un vecchio malato nell’ultimo viaggio.
un capolavoro sulla fine, da non perdere - Ismaele




Abissale. Goodbye, Dragon Inn è letteralmente l'abisso, che sprofonda e dal quale è impossibile emergere. È il cinema che muore, o forse è già morto e Goodbye, Dragon Inn ne è il requiem, un feretro che Tsai, qui più asciutto che mai, trasporta senza cerimonie di sorta né rimpianti e malinconia, perché la malinconia si genera nella memoria, alla quale si direbbe che il taiwanese avesse già rinunciato ai tempi di Dong, e, soprattutto, la malinconia si genera da una strana forma di consapevolezza per cui ciò che avrebbe potuto essere non sia stato o sia stato altrimenti, ed è sempre uno stato che trascina il malinconico nel passato, la malinconia, ma in Goodbye, Dragon Inntutto è presente e il solo passato, quello del film in proiezione, è un passato falso, di un temporalità differente rispetto a quella vissuta dai personaggi che brancolano nel cinema; è, Goodbye, Dragon Inn, un funerale dal punto di vista del morto, il quale piange la propria condizione presente, a differenza degli astanti che lo piangono a causa di una riflessione del passato nel presente, di ciò che hanno condiviso con lui e non potranno ora più condividere…

La lentezza, forse, è quella della vita stessa che si ostina a non correre appresso a tanta robaccia per poter rimanere sicura delle proprie radici. Una lentezza che crea nel film quasi dei quadri (che assomigliano a delle nature morte ma non lo sono). Se il cinema è per sua stessa natura, "movimento", allora questo film è vita. Ma allo stesso tempo è anche cinema: in fondo c'è uno schermo, anzi due.
D'altra parte anche la sensazione che il film lascia ("il dopo"), cresce molto lentamente. Già dopo mezz'ora il film sembra irritante per quanto è statico. Dopo però, quando si esce dal cinema, è come se avessimo vissuto un'esperienza diversa.
Il fatto è che il film conserva i ritmi già lenti (almeno per noi occidentali) di molto cinema orientale, rallentandoli ulteriormente. E tutto questo è raccontato, non in maniera spocchiosa o fredda, anzi c'è un'esplicita sensazione di commozione e ironia, elementi che, anche loro, hanno contribuito a far sì che il sogno del cinema nascesse.
Ed è per questo che lo sentiamo così vicino alla nostra vita.

Con un senso di pathos ed ironia quasi palpabili, ma accompagnati dalla squisita capacità di riuscire a non sfociare mai apertamente nel dramma o nel comico si libra con inafferrabile potenza la poetica cinematografica di Tsai tra le geniali intuizioni che il regista riesce a riversare sulla pellicola. Partendo da una riflessione sulla dimensione spaziotemporale del cinema Tsai orchestra con i lenti, quasi impercettibili, movimenti della sua cinepresa una strutturata e indimenticabile metafora della condizione dell'essere umano regalandoci un cinema fantasmatico ed irripetibile. Una visione che è pura estasi.
da qui

venerdì 17 gennaio 2014

18 Gennaio 1892: nasce Oliver Hardy

difficile per noi distinguere Oliver Hardy da Stan Laurel, per quelli che sono cresciuti con loro erano come due indivisibili, “StanlioeOllio”.
se esistesse un club chiamato Paradiso le prime due tessere dovrebbero essere a nome Stanlio e Ollio (o per “El gordo y el flaco”, come li chiamano in spagnolo; in “Triste, solitario y final”, di Osvaldo Soriano, i due sono i misteriosi protagonisti).
pochi hanno fatto del bene come loro all’umanità, loro sono un Patrimonio dell’Umanità.
qui guardano gli asini che volano nel cielo:




qui pochi mesi prima che Ollio morisse (Stanlio morirà qualche anno dopo):



Sulla lapide della sua tomba, nel 1977 i massoni “shriners” dell’Antico Ordine Arabo dei Nobili del Santuario Mistico vollero collocare una targa commemorativa con inciso: “Oliver Hardy 1892-1957, un genio della comicità — il suo talento portò gioia e risate in tutto il mondo“.
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mercoledì 15 gennaio 2014

Le orme - Luigi Bazzoni

Lascia ogni certezza prima di guardare questo film, ci sono troppe cose strane, che non tornano, dei sogni che si ripetono, giorni d’assenza, un lavoro che vacilla, una cittadina lontana che Florinda Bolkan raggiunge partendo da Roma.

In questa cittadina, che pare di villeggiatura, una bambina, un uomo, alcune donne le riconoscono anche se lei non era mai stata lì, forse.

C’era stata una uguale a lei, pochi giorni prima, e alla fine i ricordi, le coincidenze, gli indizi si accumulano, e gli astronauti del sogno riappaiono alla fine sulla spiaggia.

Alla fine si capisce tutto, forse.

Luigi Bazzoni ha girato pochi film, memorabili.

Le orme” (poco conosciuto in Italia, ma conosciuto e apprezzato fuori) è un film affascinante e misterioso, la musica di Nicola Piovani e la fotografia di Vittorio Storaro contribuiscono a questo piccolo capolavoro che ti cattura senza pietà.

Come privarsene? - Ismaele

 

 

 

QUI il film (in inglese)

 

…Allo score musicale Nicola Piovani, mentre per la fotografia Bazzoni sceglie ancora Storaro ed è una grande decisione dal momento che il lavoro di Storaro dona al film un allure particolarissimo ed una cura della messa in scena di grande finezza (notate già nelle immagini da me inserite il gusto per il controluce): di certo lo stile del film supera di gran lunga il suo contenuto, comunque non trascurabile. A differenza di molti film di genere italiani di quegli anni, manca del tutto il glam ed il colore, le scenografie sono geometriche e il colore bianco è dominante, esasperando i giochi di chiaro scuro. Come molti gialli e thriller, la psicologia, o meglio la psicopatologia, ha un ruolo centrale ma questa volta la dimensione patologica trova una dimensione del tutto differente dal consueto e quindi non si assiste a nessun omicidio a mani guantate di pelle nera e neppure, come nel caso dei tipici thriller all'italiana, nessun intrigo di uomini e donne che mirano a qualche eredità balorda. Si tratta piuttosto della inevitabilità della patologia (e anche del destino di una persona, estendendo il concetto) che arriva ad un suo compimento nonostante la persona abbia agito per allontanarsi da essa. Le Orme è un film che si presta a diverse riflessioni, ed anche il finale potrebbe suscitare dei dubbi…


…Molto interessante ed originale l’espediente narrativo di far vivere alla protagonista schizofrenica la sua vita nascosta a Garma, una località balneare turca inesistente sulle carte geografiche. Le splendide riprese di questo paese barocco in cui si respira una rarefatta atmosfera di immobilità ed eternità vennero girate a Phaselis, località turca nota per la bizzarra commistione tra le monumentali rovine elleniche e le architetture bizantine. Grazie a questa location il film guadagna quell’atmosfera occulta su cui Bazzoni desiderava fondare l’angoscia del personaggio principale, estendendola attraverso grandangoli imperiosi e lunghi silenzi anche allo spettatore stesso. Anche per merito di tali luoghi spettrali, le musiche di Nicola Piovani calzano perfettamente l’atmosfera del film…
…Il lavoro svolto da Vittorio Storaro alla fotografia è immenso. Oltre ad alternare -secondo la migliore tradizione italiana – primissimi piani a grandangoli, Storaro ha il merito di ricercare pressoché per ogni sequenza del film le inquadrature più artistiche, più surrealiste, più sperimentali. Se, terminata la visione, la pellicola esercita quel senso di vuoto e di indeterminatezza nell’animo dello spettatore il merito è indubbiamente anche di Storaro. Dominano soprattutto i toni chiari, bianchi e tonalità di grigio e di beige, ma è da segnalare la scelta di un bianco e nero seppiato molto contrastato per i flashback (o meglio, per le scene del film che ossessiona Alice) e soprattutto un’avanguardistica resa simile all’effetto “fotocamera termica” (tonalità vicina al blu elettrico, contrasto al massimo) per la delirante scena conclusiva.
In definitiva, Le Orme di Luigi Bazzoni (sebbene probabilmente inferiore al suoLa Donna del Lago – anche se più originale e tecnicamente più valido di quest’ultimo) è un ottimo film riconducibile al filone del thriller psicologico italiano, del quale è uno dei titoli più significativi. Viene da alcuni erroneamente considerato un film di fantascienza: a trarre in inganno sono alcune sequenze di derivazione sci-fi quali l’incipit che mostra il sogno dell’astronauta morente, i successivi flashback del film “Orme sulla Luna” e lo spezzone conclusivo, che riesce nella sua bizzarria a trarre in inganno lo spettatore fino all’ultimo (ovvero fino alla didascalia finale). Da prelevare dalla sua nicchia, spolverare e riscoprire. Che si astengano i mainstreamers, che lo potrebbero trovare noioso.