QUI si può vedere Il primo anno
QUI si può vedere Mi pais imaginario
Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
L’attrice eritrea Zeudi Araya, icona del cinema di genere degli anni settanta, produttrice e archivista, ha attraversato il cinema italiano prima come oggetto del suo immaginario coloniale, poi come custode della sua memoria. La domanda che la sua carriera lascia aperta è se da quello sguardo ci si possa mai liberare davvero o se la liberazione sia sempre parziale, sempre negoziata, sempre a un costo.
Il nome Zeudi in lingua tigrina significa “corona imperiale”. Nata il 10 febbraio 1951 a Decamerè, in Eritrea, figlia di un politico e nipote dell’ambasciatore eritreo in Italia, Araya arrivò a Roma nell’estate del 1972 per girare una pubblicità televisiva per una marca di caffè. Il regista Luigi Scattini la notò sul set. Da lì cominciò una carriera che il cinema italiano non ha mai saputo o voluto raccontare interamente.
I necrologi pubblicati dopo la sua morte, avvenuta il 24 maggio 2026 in seguito a una lunga malattia, l’hanno descritta quasi unanimemente come “un’icona del cinema erotico degli anni settanta”. La formula è accurata solo in parte. Descrive undici anni di una vita che ne è durata settantacinque, e non dice nulla degli altri.
Quando Araya arrivò in Italia, portava con sé una storia che il paese non aveva ancora elaborato. L’Italia colonizzò l’Eritrea — insieme all’Etiopia e alla Somalia — per sessant’anni. Perse quella presenza nel 1941, con la disfatta della campagna dell’Africa orientale, e non ha mai istituito una commissione, avviato un processo, condotto un dibattito pubblico sulla propria storia coloniale. Il silenzio ha occupato lo spazio che il lutto non ha riempito.
In quel silenzio, all’inizio degli anni settanta, al culmine del movimento femminista italiano e di una crisi profonda della mascolinità borghese, il cinema popolare produsse un ciclo di film costruiti attorno a una figura precisa: la donna africana, esotica, sensuale, premoderna, disponibile a uno sguardo che la collocava fuori dalla storia e dentro il desiderio. Non era una novità assoluta — il cinema coloniale del periodo fascista aveva già prodotto convenzioni visive simili — ma era una ripresa. Una forma nuova per un bisogno vecchio.
Zeudi Araya diventò il centro di quel ciclo. I film che girò tra il 1972 e il 1975 per la casa di produzione P.A.C. Film come La ragazza dalla pelle di luna, La ragazza fuoristrada, Il corpo, La peccatrice, la presentano come un tipo, non come una persona. La critica dell’epoca usava parole come “esotismo” e “naturalezza”. La pubblicità dei film insisteva sulla sua pelle, sulla sua fisicità, sulla sua provenienza da un altrove che l’Italia aveva colonizzato e poi perduto. In quel perduto c’era qualcosa che i film cercavano di recuperare, senza dirlo.
Nel 1973 vinse l’Arancia d’oro al Taormina film festival come migliore attrice. Nelle colonne sonore composte da Piero Umiliani per alcuni di quei film, la sua voce cantava in tigrinya accanto all’italiano. Incise un 45 giri. Era riconoscibile, richiesta, presente. Il cinema la voleva. Ma in un modo molto specifico.
“In Italia ero una star, in Eritrea una vergogna”. La frase, attribuita ad Araya in diverse interviste, dice in poche parole ciò che i film non dicono mai: che la visibilità aveva un prezzo e che quel prezzo si pagava altrove. In Eritrea, dove era cresciuta, quella visibilità pesava come una colpa. In Italia, dove viveva, era percepita come decorazione.
Cambiare condizioni
Nel 1976 Araya smise di lavorare con la P.A.C. e firmò un contratto in esclusiva con la Vides, la casa di produzione di Franco Cristaldi. Non fu una scelta casuale. Cristaldi era il produttore di Il Gattopardo di Luchino Visconti, di Amarcord di Federico Fellini, di Divorzio all’italiana con Marcello Mastroianni e la regia di Pietro Germi. La Vides era una delle strutture più prestigiose del cinema italiano. Passare dalla P.A.C. alla Vides non sigificava solo cambiare casa di produzione. Significava cambiare le condizioni a cui si era disposti a lavorare.
I film del periodo Vides ebbero un profilo completamente diverso. Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure (1976), diretto da Sergio Corbucci, è una commedia con Paolo Villaggio che fu distribuita nel circuito principale. Giallo napoletano (1979), ancora di Corbucci, ha nel cast Marcello Mastroianni, Ornella Muti, Michel Piccoli. Tesoromio (1979), di Giulio Paradisi, è con Johnny Dorelli, Sandra Milo, Renato Pozzetto. I Paladini: storia d’armi e d’amori (1983), di Giacomo Battiato, è con Barbara De Rossi e Rick Edwards. Il giorno prima (1987) è di Giuliano Montaldo, con Burt Lancaster e Ingrid Thulin.
Non è più cinema erotico. È il cinema di registi e attori affermati, con un pubblico più ampio e una distribuzione migliore. Araya era ancora l’unica donna nera di quei film, ancora l’eccezione in un sistema che non aveva strutture per contenerla diversamente. Ma le condizioni della sua presenza erano cambiate. Lei le aveva cambiate.
Nel 1983 Zeudi Araya sposò Franco Cristaldi. Al matrimonio c’erano Monica Vitti, Giulietta Masina, Federico Fellini, Francesco Rosi. Non era più una donna ai margini del cinema italiano: era al centro del suo circolo sociale e istituzionale più esclusivo. La corona imperiale era seduta al tavolo del cinema che l’aveva voluta come sfondo.
Cristaldi è morto nel 1992. Araya ha preso in mano la Cristaldifilm e l’ha diretta per il resto della sua vita. Il titolo più prezioso del catalogo è Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, uscito nel 1988 e premiato con l’Oscar al miglior film straniero nel 1990. È un film sulla perdita della memoria cinematografica, su bobine che vengono distrutte e poi, nella sequenza finale devastante, parzialmente recuperate. Araya gestiva i diritti, curava le distribuzioni internazionali, e ha prodotto nel 1999 il documentario Franco Cristaldi e il suo cinema Paradiso. Araya ha tenuto in vita la memoria di un cinema che non ha saputo tenere in vita quella memoria per lei.
Il racconto che manca
I film degli anni settanta continuano a circolare, a essere citati, a essere l’elemento con cui il suo nome viene associato nei motori di ricerca, nei dizionari del cinema, nei necrologi. La transizione al cinema di buon livello, il matrimonio, la carriera da produttrice: tutto questo è reale, documentato, misurabile. Ma lo sguardo che quei film avevano costruito su di lei non è scomparso con il cambio di casa di produzione.
C’è una differenza tra liberarsi di uno sguardo e sopravvivergli. Araya ha fatto la seconda cosa con una precisione straordinaria. Ha usato lo spazio stretto che le veniva concesso per costruire uno spazio più grande. Ha usato l’industria che la voleva come oggetto per diventarne un soggetto istituzionale. Ha usato il matrimonio non come rifugio ma come strumento. Ha prodotto film, ha gestito archivi, ha partecipato alle cerimonie del cinema italiano fino agli anni dieci del duemila.
Ma il cinema italiano non ha mai trovato il modo di raccontarla interamente. Non le ha dedicato una retrospettiva alla Mostra del cinema di Venezia. Non ha discusso seriamente, in nessuna delle sedi critiche che contano, cosa hanno significato quei film: cosa dicevano del desiderio coloniale italiano, cosa ne ha fatto Araya di quello sguardo. La voce che cantava in tigrinya sulle colonne sonore di Piero Umiliani non è mai diventata oggetto di analisi. Il passaggio dalla P.A.C. alla Vides non è mai stato letto come la scelta strategica che era. Il lavoro di trent’anni da produttrice e archivista non ha ancora una trattazione critica adeguata.
Zeudi Araya ha navigato per cinquant’anni uno spazio che non era stato costruito per lei, con un’intelligenza che il cinema italiano non ha saputo, o voluto, riconoscere pienamente. Non ci si libera dallo sguardo degli altri rifiutandolo. Ci si libera costruendo qualcosa che gli sopravvive o riappropriandosene, restituendo a quello sguardo un soggetto che non aveva previsto. Quello che Zeudi Araya ha costruito è ancora qui; la storia che le si deve ancora no.
Israele ha
distrutto Mohammad Bakri per aver osato esprimere la sofferenza palestinese
così com’è - Gideon
Levy
Israele si è girata dall’altra parte
mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri,
una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota
palestinese e uomo dall’animo nobile
Venerdì la sala adiacente alla moschea nel
villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di
persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne
andavano; ero l’unico ebreo tra loro.
La società palestinese israeliana piange
la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe
culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad
Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle.
Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un
pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla
sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.
Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda
notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio
in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in
segno di apprezzamento e chiedergli perdono.
Si meritava tutto. Bakri era un artista e
un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e
a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele
ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.
Israele lo ha annientato solo perché ha
osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni
bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e
della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe
vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri
dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].
L’insigne establishment giudiziario israeliano
si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale
di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il
procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte
Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni
scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro
della giustizia.
E tutto a causa di una manciata di
riservisti che si sentirono “offesi” dal suo film e cercarono di
pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a
essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e
Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.
Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti
tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel
ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse
riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si
riprese mai più.
Una volta pensavo che Jenin, Jenin un
giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro
che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in
futuro.
Ma il Bakri che conoscevo non provava
rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso
coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo
popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita,
la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non
credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.
Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva
imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il
padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro
condoglianze per la morte del padre.
Come lo amavo. In una piovosa notte
invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme,
quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin,
Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di
Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove
anche lì c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel
Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che
pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino
e pieni di speranza, proprio come lui.
Il suo ultimo e breve film Le
Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno
in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista
suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con
l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.
Tre settimane fa mi ha
scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv
per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e
io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto
incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al
funerale.
“Stai bene e prenditi cura di te”,
mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.
Bakri è morto, il campo di Jenin è stato
distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza
casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha
continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo
non eravamo d’accordo.
(traduzione dall’inglese di Luciana
Galliano)
Perché quel film va distrutto? - Miko Peled
Con una decisione particolarmente drastica, un tribunale israeliano ha stabilito che la proiezione del film documentario “Jenin, Jenin” sarà vietata in Israele. Inoltre, tutte le copie del film devono essere ritirate e distrutte. Il tribunale è andato anche oltre condannando il produttore, regista e attore Mohammad Bakri, l’uomo dietro il film che documenta l’assalto israeliano al campo profughi di Jenin, di risarcire un ufficiale israeliano che ha partecipato al massacro e appare nel film per circa cinque secondi.
L’invasione militare israeliana del campo profughi palestinese di Jenin e il massacro che ne è seguito hanno avuto luogo nel marzo 2002. L’esercito entrò nel campo con carri armati, forze speciali, unità di comando e diverse brigate riserviste. Il campo è stato bombardato dall’aria e da terra. Diverse centinaia di combattenti palestinesi hanno combattuto eroicamente, armati solo di fucili semiautomatici e rudimentali abilità di guerriglia. Venticinque soldati israeliani persero la vita nel campo e innumerevoli palestinesi, per lo più civili, furono uccisi.
Zittire le testimonianze dei sopravvissuti
“Jenin, Jenin” include testimonianze di persone di tutte le età che hanno vissuto l’assalto israeliano al campo. Non c’è dubbio che ascoltare le descrizioni e le esperienze dei sopravvissuti a quel terribile trauma sia straziante. Ma lo stesso Bakri non fa mai accuse dirette nel film. Mostra filmati di soldati israeliani, carri armati e veicoli corazzati, e di palestinesi che vengono arrestati, ma in nessun punto del film viene fatta un’accusa reale ed è chiaro che le uniche prospettive offerte nel film sono quelle di coloro che vivono nel campo.
Ci furono molte proteste in Israele non appena il film fu distribuito. Bakri è stato definito un nazista e calunniato dalla stampa e dall’opinione pubblica per aver osato mostrare ciò che i palestinesi avevano vissuto per mano dei soldati israeliani che entrarono nel campo. I soldati che avevano partecipato a quella che è conosciuta come “La battaglia di Jenin” chiesero alle autorità israeliane di censurare il film e di non permetterne la proiezione nei cinema, e alla fine ottennero quello che volevano.
Il film è stato bandito dall’Israeli Film Ratings Board (Commissione di Censura Cinematografica Israeliana) sulla premessa che fosse diffamatorio e potesse offendere il pubblico. Bakri ha fatto appello contro la decisione e il caso è arrivato fino alla Corte Suprema israeliana, che alla fine ha ribaltato la decisione della Commissione. Da allora, coloro che hanno partecipato all’assalto hanno cercato in tutti i modi di fermare il film.
Nel novembre 2016, Nissim Meghnagi, un ufficiale riservista che ha preso parte all’operazione Scudo Difensivo, nota anche come il massacro al campo profughi di Jenin, ha citato Bakri per 2,6 milioni di shekel, l’equivalente di circa 650.000 euro. Nella sua causa, Meghnagi ha affermato di apparire ed essere stato nominato nel film, e che diffamasse i soldati israeliani presentandoli come criminali di guerra.
Bakri sostenne, giustamente, che lo scopo della causa era persecutorio e politico, e che il film non fa alcuna accusa contro Meghnagi in particolare. Mostra solo, come Bakri ha continuamente ma inutilmente rivendicato, il punto di vista dei palestinesi che hanno subito l’assalto al campo. Tuttavia, il tribunale distrettuale della città di Lyd occupata da Israele si è pronunciata a favore di Meghnagi e ha condannato Bakri a risarcire Meghnagi con l’equivalente di 44.000 euro. Ora il caso dovrebbe tornare alla Corte Suprema.
Una storia di crimini di guerra
Le forze israeliane non hanno permesso alla Croce Rossa o ad altri osservatori internazionali di entrare nel campo per molti giorni dopo la fine dell’assalto. Questo gli ha permesso di ripulire il campo prima che qualcuno dall’esterno potesse accertare i fatti.
Le autorità israeliane, i tribunali, i media e l’opinione pubblica tendono a considerare le affermazioni palestinesi riguardanti violazioni dei diritti umani, violenza e massacri commessi da unità militari come bugie. Le indagini interne condotte dall’esercito e da altre agenzie governative israeliane raramente ritengono le forze israeliane colpevoli di qualunque crimine.
La ragione per cui “Jenin, Jenin” ha causato una reazione così forte in Israele è che le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, sanno che Israele ha una lunga storia di atrocità e crimini di guerra. Israele afferma che l’IDF è “l’esercito più morale del mondo”, eppure quasi ogni singolo israeliano è stato testimone o conosce qualcuno che ha assistito, o addirittura partecipato, a queste atrocità.
Commettere crimini di guerra di ogni tipo è una tradizione profondamente radicata nell’esercito israeliano. Risale ai primi giorni dell’era pre-statale, alle operazioni delle milizie sioniste prima che fosse formato un vero e proprio esercito israeliano. Queste milizie furono trasformate in un esercito organizzato nel mezzo della campagna di pulizia etnica della Palestina del 1948. Erano nel bel mezzo di un crimine orrendo per il quale nessuno è stato giudicato quando divennero un esercito ufficiale e quando i coloni sionisti ebrei in Palestina sono diventati cittadini di un nuovo Stato di apartheid, uno Stato la cui stessa istituzione era un crimine di guerra.
Questo è il motivo per cui c’è una tale opposizione al film e allo stesso Mohammad Bakri tra gli israeliani. Bakri ha toccato un nervo scoperto e poiché come palestinese con cittadinanza israeliana, è molto conosciuto, gli israeliani sono furiosi con lui. Bakri ha osato entrare nel campo e parlare con i suoi residenti senza mostrare ciò che è comunemente noto come “contraddittorio”. Inoltre, come è ben chiaro in tutto il film, lo spirito delle persone nel campo rimane saldo.
Più e più volte durante il film, sentiamo i sopravvissuti all’assalto, anche mentre siedono sulle macerie delle loro case, ripetere che ricostruiranno il campo casa per casa e che non si arrenderanno mai. Questo non è certo il messaggio che gli israeliani, che solo poco tempo prima avevano votato per il criminale di guerra Ariel Sharon come loro Primo Ministro, vogliono ascoltare.
Alla guida di un bulldozer D9
Il 31 maggio 2002, il giornalista israeliano Tsadok Yehazkeli, che lavorava per il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, ha pubblicato un articolo in ebraico sull’autista di un bulldozer D9 che aveva il soprannome di “Bear the Kurd” (Orso il Curdo). “Bear” si è fatto notare durante l’assalto al campo profughi di Jenin, quando per 72 ore di fila ha guidato il suo bulldozer tra le case avvolte in una coltre di fumo distruggendo ogni cosa sul suo cammino, radendo al suolo le abitazioni indipendentemente dal fatto che fossero abitate o meno.
È stato sentito vantarsi: “Ho trasformato il campo in uno stadio di calcio” e “non ho rimpianti. Sono orgoglioso del mio lavoro” e “Non ho lasciato scampo a nessuno mentre demolivo le case con il mio bulldozer”. Niente di tutto questo viene mostrato o menzionato nel film di Bakri, eppure fornisce un’idea dell’esaltazione tra le truppe israeliane che sono entrate nel campo.
L’unità dell’esercito in cui operava il guidatore del D9 ricevette una medaglia per le sue azioni durante l’assalto, e l’uomo conosciuto come “Bear the Kurd” divenne un eroe per le truppe. Poiché così tanti furono sepolti sotto le macerie, fino ad oggi nessuno sa esattamente quanti palestinesi siano stati uccisi nel 2002 nel campo profughi di Jenin.
È difficile prevedere cosa deciderà la Corte Suprema di Israele quando si pronuncerà sul caso Bakri. Tuttavia, in uno stato costruito su crimini di guerra e atrocità, ci si può aspettare che tutti i rami del governo si concertino per impedire che la verità venga fuori. In ogni caso, pochi crimini di guerra israeliani sono documentati come questo, e quindi “Jenin, Jenin” deve essere visto e condiviso ampiamente.
Petizione a favore di Mohammad Bakri
Miko Peled è un autore e attivista per i diritti umani nato a Gerusalemme. È l’autore di “The General’s Son. Journey of an Israeli in Palestine” e “Injustice, the Story of the Holy Land Foundation Five”.
Fonte: English Version
Fonte italiana e traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org
QUI si può (ri)vedere Brubaker
una bella recensione su Brubaker di mmciak (su filmtv.it)
"Brubaker"
diretto nel 1980 da Stuart Rosenberg,
devo dire che l'ho trovato strepitoso.
La storia racconta che Harry Brubaker,nominato
direttore del carcere di Wakefield,vi si fa rinchiudere
sotto falso nome e scopre che, all'interno del penitenziario,
c'è marcio,violenza e corruzione in abbondanza.
Dopo che poi un giorno getta la maschera,
comincia a avviare coraggiose riforme,e comincia
a togliere tutto quello che non funziona,mettendosi
contro senatori e uomini delle istituzioni.
Il Film prodotto dalla Fox,è ispirato a un fatto
realmente accaduto,della storia di Tom Morton,
direttore di un penitenziario dell'Arkansas verso
la fine degli anni Sessanta,ma il progetto iniziale,
come idea e chiaramente dell'Attore protagonista
Robert Redford,che alla fine degli anni '60,
voleva fare la stessa operazione del suo amico
fraterno Paul Newman,che realizzò:"Nik mano fredda",
che gli piacque così tanto che volle fare un Film
con ambientazione carcerario,ed è riuscito benissimo.
Il tutto comincia che c'è questa persona vede
quello che succede in carcere,dove regna la
violenza,la corruzione e tutto il marcio
di ogni tipo e le condizioni che sono i
carcerati,che poi si scopre che è il nuovo
direttore in incognito che dopo essersi fatto
scoprire,da uomo con idee progressiste e
riformiste vuole cambiare le regole che infliggono
le carceri e tutti i problemi che ci sono dentro,
e cominci a tifare per lui.
La pellicola è costruita con una sceneggiatura
robusta scritta da W.D. Richter e Arthur A. Ross,
da un libro di Joe Hyams e Thomas O. Murton,
e si snoda con un linguaggio narrativo potente
che non va molto sul sottile e senza fronzoli,
ti butta la verità in faccia con tutto il
marcio che c'è nelle carceri e l'assenza delle
istituzioni,e dove esistono regole di ferro,
vecchie da riformare,ma la gente che conta
come il senatore sono sordi.
In cabina di regia infatti c'è lo stesso
Stuart Rosenberg di:"Nik mano fredda",
che si dimostra capace di narrare storie,
con una regia molto lineare
e attenta al dettaglio,azzeccando
alcune scelte registiche che danno
un impronta fondamentale al meccanismo
della pellicola,creando prima un clima
drammatico,per poi finire
nella disperazione totale,ed è
bravo a mettersi a disposizione
di Redford per lanciare un messaggio di critica
sociale.
Da segnalare la buona direzione del Cast
dove figurano un giovanissimo Morgan Freeman,
che con una piccola parte già fa vedere il
suo talento,che metterà poi in mostra nei
Film successivi e anche:
Yaphet Kotto-Jane Alexander e Murray Hamilton.
Invece nel Cast tecnico segnalerei la
scenografie di J. Michael Riva,le musiche originali
di Lalo Schifrin e la cupa fotografia di Bruno Nuytten,
che rendono una buona e efficace messa in scena.
In conclusione un buon Film,dove ti coinvolge
nella vicenda e che mette in luce le sordità delle
istituzioni e solo dopo che scopre cadaveri di
alcuni prigionieri torturati a morte e segretamente sepolti,
cominciamo a muoversi come se sono complici
del massacro,che Harry Brubaker combatte per una
riforma carceraria che le istituzioni non fanno,
e contempo fa una critica alle regole che esistono
negli USA e che non si sbriga per una riforma
che c'è ne bisogno e urgenza.
Yves
Boisset, regista di denuncia tra Italia e Francia - Giorgio Gosetti
Yves Boisset, il regista che si vantava di esser stato "l'artista più censurato di Francia", se ne è andato oggi a 86 anni nella clinica franco-britannica di Levallois-Perret, a pochi minuti da Parigi, dopo alcuni giorni di ricovero.
Era nato a Parigi il 14 marzo
1939 e si era ritirato nel 2010, probabilmente scoraggiato dalle pressioni che
lo avevano fatto desistere dall'ennesimo progetto di un film di denuncia.
Affiderà le sue memorie a una polemica autobiografia, "La vita è una
scelta" del 2011.
Per Boisset l'Italia e il suo
cinema hanno sempre giocato un ruolo importante. Figlio di un maestro di scuola
e di un'insegnante di tedesco, fin da giovane è un appassionato di cinema,
specie quello americano, e ne scrive a più riprese da critico, in particolare sotto
la guida di Bertrand Tavernier con cui collabora alla prima edizione di
"Vent'anni di cinema americano" nel 1960. È proprio il futuro regista
a presentarlo a Riccardo Freda che lo porterà a Cinecittà dopo averlo visto
all'opera come assistente alla regia per Yves Ciampi (il suo primo maestro sul
set), Jean-Pierre Melville, Claude Sautet. A Roma incontra Sergio Leone che lo
sceglie per il suo debutto ("Il colosso di Rodi",1961) e Vittorio De
Sica che si avvale della sua collaborazione per il quasi dimenticato "Un
mondo nuovo" del 1966 con Nino Castelnuovo. Sono gli anni d'oro delle
coproduzioni italo-francesi e Freda lo chiama, alla fine del decennio, per ben
tre film in due anni, formando il suo stile nel thriller e spy story, ma anche
nello spaghetti-western "La morte non conta i dollari".
In Italia scopre il cinema
d'impegno civile, si appassiona al lavoro di Francesco Rosi, Damiano Damiani,
Elio Petri e decide che quella sarà la sua vocazione in patria. Nel '68 debutta
riprendendo il personaggio di un agente segreto, parente stretto di 007, con
"Coplan sauve sa peau", ma già il successivo "Il caso Venere
Privata" (dal romanzo di Scerbanenco) conferma la sua vocazione civile.
Militante nel Partito socialista, propone la sua visione critica della polizia,
priva di morale e capace di infrangere la legge per ottenere risultati nel
successivo "L'uomo venuto da Chicago (Un Condé)" del 1970.
Brutalmente censurato fino a richiederne la distruzione dal ministero degli
Interni, il film esce comunque e il profumo di scandalo ne fa un successo. Sarà
questa deliberata unione di un linguaggio diretto e popolare sommato alle
battaglie in difesa della giustizia, a diventare l'immagine pubblica del
regista. Continuerà a far clamore nel 1972 con "L'attentato" sull'uccisione
del leader terzomondista Ben Barka; l'anno dopo se la prenderanno con lui gli
estremisti di destra dell'OAS per "R.A.S." sulle brutalità dei
francesi in Algeria; poi toccherà a magistratura e politica con "Il
giudice d'assalto" (1977). Tornerà, con ben altri accenti rispetto ai suoi
esordi, sull'oscuro mondo dello spionaggio ("Alzati spia", 1981).
Seguiranno le sue denunce sulla distorsione delle tv e dei media in "Il
prezzo del pericolo", la brutalità del mondo contadino ("Canicule"
con Lee Marvin), gli scandali della provincia ("Radio Corbeau"). Dopo
essersi scontrato di nuovo con le organizzazioni di estrema destra per
"Tribù" del 1990, Boisset decide di dedicarsi soltanto alla tv con
una serie di prodotti di elegante confezione ("L'affare Dreyfus" o
"Jean Moulin" candidato agli Emmy) che spesso non rinunciano alla sua
matrice più autentica, compreso il progetto (mai portato a termine per
pressioni politiche) di "Barracuda" scritto con Jean-Patrick
Manchette.
Robusto, gioviale ma facile alla
collera, sempre connotato dal suo giubbotto di pelle e dallo sguardo ironico,
Yves Boisset è stato un personaggio prima ancora che un regista. La sua voce
tonante contro l'ingiustizia, la sua difesa delle donne, gli umili, gli
"invisibili" è stata per la Francia un costante monito critico che
nessuno è riuscito a zittire se non la vecchiaia e il disincanto.
Addio a Giorgio Ferrari: nel suo "Vicoletto" tanti film indimenticabili - Massimiliano Rais
Addio a
Giorgio Ferrari che amava
il cinema e le sale consacrate alla settima arte. Aveva 67 anni, era nato a
Cagliari. Ha contribuito allo sviluppo della cultura cinematografica nella
Città del Sole.
Il suo
avamposto è stato "Il Vicoletto”, la piccola sala in via San Giacomo, nel quartiere di
Villanova, lo spazio destinato alle pellicole di qualità, nel
solco di scelte originali, spesso alternative a quelle degli spazi più grandi.
Prime
visioni e retrospettive, Il Vicoletto, nato alla fine degli anni Settanta
del secolo scorso, ha sempre regalato belle sorprese agli spettatori. Il critico
cinematografico Gianni Olla, custode di tante memorie in celluloide, in un
articolo pubblicato sulla rivista Cinemecum, ricorda che «oltre alla sempre
presente Cineteca sarda, garante non solo dei dibattiti ma anche di una qualità
filmica basata sui classici della Settima arte, nacquero piccoli cineclub
“resistenti” come Il glorioso Vicoletto di Giorgio Ferrari che si appoggiava al
catalogo della San Paolo o alla normale distribuzione commerciale».
Ferrari era
il grande cerimoniere. Nel suo regno si muoveva con passo felpato, signorilità
e aplomb. Impegno totalizzante: dalla consegna delle tessere, secondo lo
spirito del cineclub, alla gestione delle apparecchiature per la proiezione
sino al garbato ed elegante saluto agli spettatori al termine del film.
Lo animava
il grande amore nei confronti del cinema, passione che ha arricchito la sua
vita e che in tempi più recenti lo ha portato a fondare il Greenwich
d’essai in via Sassari, che continua ad essere, in un ambito che ha subito
negli ultimi anni vorticosi cambiamenti, un punto di riferimento per tantissimi
cinefili in linea con l’esperienza del Vicoletto.
Giorgio
Ferrari, che ha ricevuto in dono una voce molto adatta per la
recitazione, è stato anche attore teatrale. È ancora vivo il
ricordo della sua Mandragola portata in palcoscenico, nei primi anni
Ottanta, con spettacoli destinati agli studenti. Schivo, per lui era
meglio costruire che apparire. Non ci sono sue foto sul web. Nell'immagine
pubblicata sui social dal figlio Andrea, musicista, leader del gruppo
Carovana Folk, si mostra sorridente.
Non resta
che ringraziarlo per l'impegno, per le scelte felici e per i
bellissimi film visti, anche più
volte per afferrarne tutti i significati, nel grande schermo suo Vicoletto.
Bill Viola - Rinascimento Elettronico
un affettuoso ricordo di Francesco Nuti con le parole di Kris Kelvin
Francesco Nuti era quasi coetaneo
di Roberto Benigni e, ironia della sorte, erano praticamente
vicini di casa: Nuti è cresciuto a Narnali, Benigni a
Vergaio. Due frazioni di Prato distanti in linea d'aria non
più di un paio di chilometri. E Nuti e Benigni hanno
rappresentato negli anni '80 e '90, con la loro orgogliosa toscanità, due dei
talenti più puri e cristallini dello spettacolo italiano. Ma se Roberto aveva
una comicità ruspante, caustica, sfrontata, irriverente, Francesco era
malinconico, romantico, dolente, sognatore... era facile innamorarsi di lui, e
infatti era sempre circondato da donne bellissime, che lo adoravano prima come
uomo che come artista. Almeno fino a quel maledetto 1994, l'inizio della fine,
ovvero l'anno in cui uscì OcchioPinocchio, il suo film più megalomane
e sfortunato e che decretò la sua morte artistica. E tutto quello che sarebbe
accaduto dopo.
Da allora infatti solo dolore, insuccessi, sofferenza
atroce e tanta jella. Abbandonato, dimenticato da tutti e sfigato fino
all'ultimo giorno. Gli è toccato andarsene lo stesso giorno che è morto Silvio
Berlusconi, così da essere rimosso dagli onori delle cronache perfino
nel giorno della sua dipartita.
Eppure era un grande, Francesco. I suoi
primi film da attore (Madonna che silenzio c'è stasera, Io, Chiara e lo
Scuro, Son contento) denotavano già un talento cristallino, stralunato,
fatto di poesia e minimalismo, una recitazione delicata e surreale che lo
facevano risaltare in un'epoca già clamorosamente prodigiosa per la commedia
all'italiana (non c'era solo Benigni, ma anche Verdone e Troisi,
giusto per fare due nomi, e tutti più o meno coetanei). Ma solo dopo essere
passato (anche) dietro la macchina da presa Nuti costruirà i
suoi capolavori: Tutta colpa del Paradiso, Stregati, Caruso Pascoski,
Willy Signori... autentiche pietre miliari della comicità, che gli
regalarono una notorietà clamorosa, forse eccessiva per un carattere timido e
malinconico come il suo. Fino, appunto, al tragico spartiacque
di OcchioPinocchio: Nuti lo girò in America, contro il
volere del produttore Mario Cecchi Gori, facendo lievitare i
costi di produzione fino alla cifra folle per i tempi di quasi 30 miliardi di
lire. Ne incassò appena 5, fu stroncato da pubblico e critica e finì per
diventare uno dei più grandi flop della storia del cinema
italiano.
Nuti non si riprese più. Il divorzio (burrascoso) con
Cecchi Gori fu inevitabile. Il "sistema" gli si rovesciò contro:
divenne un reietto, fu ghettizzato, emarginato dai salotti che contano. Girò
altri tre film (Il Signor Quindicipalle, Io amo Andrea, Caruso zero in
condotta), che però non erano nemmeno paragonabili a quelli dei tempi
d'oro. Cominciò a bere e a dissipare soldi e talento (anche - si dice - a causa
di una forte delusione amorosa) fino all'incidente del 2006: una caduta dalle
scale, da solo, ubriaco fradicio, e i conseguenti danni neurologici che lo
hanno accompagnato fino alla morte, a soli 68 anni.
Oggi di Francesco Nuti rimangono solo
i ricordi e qualche sbiadito filmato su YouTube. Le tv non trasmettono mai i
suoi film. Le piattaforme, vergognosamente, lo ignorano (Netflix non
ha alcuna sua opera in catalogo, su Prime si trova solo A
ovest di Paperino). Per questo mi pareva doveroso rendergli un tardivo,
insufficiente, pavido omaggio, per ricordare un uomo sfortunato e bellissimo,
geniale e schivo, che ha scritto la storia del cinema comico italiano (e non
solo) e che merita un ricordo. Anche su un piccolissimo, insignificante blog di
cinema come questo.
In memoria - Giuseppe Ungaretti