Annemarie Jacir fa film politici e Palestina 36 non fa eccezione.
dopo otto anni di lavorazione (a partire dalla sceneggiatura) arriva in sala il film che mostra la rivolta dei palestinesi del 1936 (anche con immagini d’archivio) contro il colonialismo britannico e il furto delle terre dei contadini palestinesi da parte dei coloni di origine ebraica protetti e sostenuti dai soldati britannici; le loro stragi di palestinesi e pulizia etnica furono l'anticipo della Nakba.
a pensarci bene non è cambiato molto da allora, i coloni rubano terre, e sorgenti, distruggono villaggi palestinesi, ammazzano palestinesi, c'è un regime di apartheid, un'oppressione e un'occupazione con pochi esempi al mondo.
il film mostra la doppiezza dei colonialisti inglesi, che consegnaro la Palestina ai coloni e qualche anno dopo lo stato d'Israele si sostituì ai britannici nell'opera di colonialismo*.
la regista ha girato il film fra la Giordania e la Palestina, gli attori sono tutti bravi, anche chi interpreta i pessimi inglesi, e il film, anche se fa star male, merita di essere visto, anche purtroppo è solo in 27 sale in tutta Italia.
buona (resistente) visione - Ismaele
*il colonialismo è (quasi?) sempre la precondizione, il brodo di coltura per genocidi e pulizie etniche, come è successo agli Herero e ai Nama, ad opera dei tedeschi nel territorio dell'attuale Namibia, in Congo, ad opera dei belgi fra il XIX e il XX secolo, in Libia ed Etiopia, ad opera dell'Italia, e così via.
anche in Palestina genocidio, pulizia etnica e furti di terre, e non solo, sono le conseguenze del colonialismo, il cancro più diffuso degli ultimi 5 secoli, forse uno dei più forti valori e principi degli stati europei.
“Palestine 36” (Memoria di una Rivolta) è un film sul passato
palestinese che racconta la storia di oggi - Qassam Muaddi
“Palestine 36” non è un film sulla
rivoluzione palestinese contro il dominio coloniale britannico. Parla
dell’attuale bivio che la Palestina si trova ad affrontare.
Fonte: English
version
La settimana scorsa ho portato i
miei genitori al cinema del Municipio di Ramallah per vedere un film,
l’attesissimo “Palestine 36” della regista palestinese Annemarie Jacir.
Trattandosi della rivoluzione del 1936-1939 in Palestina, pensavo di assistere
a un adattamento cinematografico di eventi che già conoscevo, quindi non mi
aspettavo di imparare nulla di nuovo. Mi sbagliavo.
Il film getta luce sul contesto
sociale e politico della Palestina durante la rivolta palestinese contro il
dominio coloniale britannico attraverso le storie di diversi personaggi,
descrivendo la vita in un villaggio palestinese attraverso le vite di una famiglia
contadina, in particolare dei suoi figli. Mostra anche la realtà dei lavoratori
palestinesi e la paralisi politica delle élite palestinesi, nonché i loro
complicati rapporti con le autorità britanniche.
Ma al centro di tutto, il film segue
una giovane e appassionata giornalista palestinese che cerca di dare un senso
alla rapida evoluzione degli eventi nel suo Paese. Cerca di spiegare questi
cambiamenti alla sua società e al mondo, quasi urlando nel vuoto.
Quel personaggio in particolare mi
ha ricordato una canzone pop spagnola sulla guerra civile spagnola, che ebbe
luogo esattamente negli stessi anni della rivoluzione palestinese, dal 1936 al
1939. Uno dei versi della canzone dice:
“Bombe che rubano il sonno,
fischiarono in quelle notti
La terra si spacca in due, e
il mondo distoglie lo sguardo…”
“Palestine 36” mostra come la terra
della Palestina fosse divisa in due: il divario tra la difficile situazione dei
palestinesi e la mentalità coloniale degli inglesi; il divario tra la realtà
delle classi popolari palestinesi, che sopportano povertà, perdita di terre e
brutali punizioni collettive per mano degli inglesi, e le élite palestinesi
perse nelle loro dispute politiche e nei calcoli dei profitti e delle perdite
derivanti dalle rendite fondiarie.
Ma questi dettagli non mi erano
nuovi. I palestinesi della mia età conoscono la brutalità degli inglesi dai
nostri anziani che l’hanno vissuta in prima persona, e perché l’occupazione
israeliana ne ha ereditato i metodi. Leggiamo anche delle divisioni del movimento
nazionale palestinese dell’epoca, e possiamo vedere come i nostri attuali
leader abbiano ereditato la loro incapacità di guidare. Persino la
colonizzazione sionista delle terre palestinesi, con la facilitazione e la
protezione delle autorità britanniche, è una storia ben nota a molti della mia
generazione.
Ma qualcosa nel film mi ha colpito.
Era l’atmosfera di ansia, terrore e disperazione di un popolo che vede il
proprio mondo dilaniato a un ritmo accelerato, e la frustrazione di non poter
dare voce a tutto questo. Eppure, io stesso non l’avrei colta nello stesso film
se fosse stato girato cinque anni fa
Quella mattina, come ogni giorno, mi
recai a Ramallah. Ma prima, passai mezz’ora in ansia, sperando che il
posto di blocco all’uscita del mio villaggio si aprisse prima del mio arrivo,
per evitare di perdere un’ora o più del mio tempo. Poi seppi che dei
coloni avevano attaccato un villaggio non molto lontano dal mio e, leggendo le
notizie, sperai che nessuno fosse rimasto ferito, mentre respingevo la
possibilità che il mio villaggio potesse essere il prossimo.
Più tardi, durante la giornata,
trascorsi un’ora a chiamare gli autisti dei minibus della mia zona per
assicurarmi che le strade fossero libere e che i miei genitori potessero
arrivare in tempo per il film. I miei genitori erano già in viaggio quando
seppi che lo stesso posto di blocco era stato chiuso di nuovo. Avevo un
peso nello stomaco, sperando che i soldati israeliani al posto di blocco non
fermassero il minibus che trasportava i miei anziani genitori, sottoponendoli a
un’esperienza umiliante o rimandandoli indietro.
Volevo regalare ai miei genitori una
giornata fuori per fargli sentire che tutto era “normale”. In seguito,
guardando scene di abitanti di un villaggio palestinese di 80 anni fa che
calcolavano il tempo necessario per andare e tornare dal loro villaggio alla
città – e i rischi associati al viaggio – la continuità tra passato e presente
mi apparve più che un po’ inquietante.
La figura che mi ha colpito di più è
stata la giornalista. All’epoca non poteva sapere che la rivoluzione sarebbe
stata schiacciata, o che un evento apocalittico, la Nakba, le sarebbe seguito
oltre un decennio dopo. L’unica cosa che sapeva era che ciò che faceva –
indagare, comprendere, scrivere – aveva uno scopo. Sembrava frustrata dalle
élite palestinesi, che cercavano di ragionare con gli inglesi per proteggere i
palestinesi. Denunciava la loro incapacità di unirsi, pur mantenendo una certa
ingenuità, nel tentativo di imporre chiarezza nel caos della retorica politica.
E la tragedia di tutto ciò è che fu infruttuoso. Lo sappiamo perché i giornali
palestinesi avevano messo in guardia contro il progetto sionista fin dagli anni
’20 e avevano difeso la causa del popolo palestinese negli anni rivoluzionari
del 1936-1939, anche di fronte a una leadership divisa. Non si fece nulla per
fermare il processo coloniale che cancellò metà dei villaggi e delle città
della Palestina dalla mappa.
“Non è il 1936”, pensai mentre
uscivo dal cinema, mentre i miei genitori cercavano di capire se saremmo
riusciti a tornare a casa a un’ora così tarda. “Questo è il mio villaggio oggi.
Ora è Ramallah”. Poi sentii il cuore sprofondare quando mi colpì il pensiero
successivo: la differenza è che oggi sappiamo tutti a cosa stava portando quel
processo. E quella giornalista appassionata, giovane e ingenua? Quello sono io,
che cerco di spiegare tutto a un mondo che ha pieno accesso a ciò che sta
accadendo, eppure rimane intenzionalmente sordo.
La consapevolezza di questo ciclo
storico arriverebbe probabilmente troppo tardi per i palestinesi di Gaza, dove
il nuovo ciclo della Nakba ha già distrutto le loro case e comunità. Ma
qualcosa in questo ciclo sembra essersi rotto.
“Palestine 36” è il primo
adattamento cinematografico della rivoluzione del 1936 per il pubblico
internazionale, e molti in tutto il mondo stanno appena iniziando a conoscere
quell’episodio della storia palestinese. Ci sono voluti decenni perché la
realtà della Nakba venisse riconosciuta. Ma ora non è più così.
Il genocidio di Gaza è stato
trasmesso in diretta streaming e, per la prima volta nella storia, non ci sarà
bisogno di passare anni a cercare prove del genocidio. L’umanità in generale
non ha lasciato che accadesse. Al contrario, è stato il fatto che le proteste
di massa non si siano fermate per due anni e abbiano iniziato a influenzare il
dibattito politico e le politiche in molti Paesi a costringere gli Stati Uniti
a imporre un cessate il fuoco a Gaza. Questa consapevolezza internazionale
potrebbe anche essere una delle ragioni per cui i palestinesi di Gaza non sono
ancora stati sostituiti dagli insediamenti, come accadde nel 1948. Ma il
giornalismo è giornalismo, ieri come oggi, quindi qual è la differenza?
Non credo che siano Internet o i
social media a fare la differenza. Questi sono solo i mezzi che hanno permesso
che la vera differenza entrasse in gioco: un pubblico internazionale che si
interessa davvero e vuole sapere. Un’umanità che porta con sé il trauma delle
atrocità passate, da Hiroshima al Vietnam, da Guernica all’Iraq, è stanca della
ripetizione della stessa brutalità. Probabilmente è qualcosa su cui un
giornalista palestinese degli anni ’30 non poteva contare, o nemmeno sognare.
La speranza, forse folle, è che questa volta sarà diverso. Questa volta, anche se
“la terra si spacca in due”, non tutti nel mondo “distoglieranno lo sguardo”.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
Nota storica. La rivolta guidata dai contadini contro il colonialismo britannico nel 1936 segnò l’inizio della più grande e lunga insurrezione contro il dominio britannico durato trent’anni. I palestinesi di tutte le classi sociali si mobilitarono e il sentimento nazionalista si diffuse sulla stampa araba, nelle scuole e nei circoli sociali e letterari. Gli inglesi, colti di sorpresa dall’ampiezza e dall’intensità della rivolta, reagirono ponendo la Palestina sotto la legge marziale e schierando oltre ventimila soldati sul territorio, senza tuttavia riuscire a controllare una popolazione di meno di un milione di persone. Arrivarono navi cariche di carri armati e mitragliatrici. La Royal Air Force iniziò a mitragliare le campagne. Migliaia di palestinesi furono imprigionati, picchiati e i leader esiliati. La rivolta durò tre anni e fu probabilmente la più grande e lunga rivolta anticoloniale dell’Impero britannico…
…È significativo che le intuizioni artistiche più
felici di Jacir abbiano tutte una base politica. Uno dei punti di forza di Palestina 36 è la scelta di raccontare la storia
attraverso una narrazione corale, che mette al centro non un individuo ma la
lotta collettiva del popolo palestinese, dai bambini ai membri più anziani del
villaggio. Allo stesso tempo i palestinesi non sono raffigurati come un blocco
omogeneo, ma come membri di una società solcata da divisioni di classe,
evidenziate dal contrasto tra lo stile di vita di Khuloud e Amir, che vivono a
Gerusalemme a stretto contatto con gli ufficiali britannici, e i contadini del
villaggio. La subalternità delle élite palestinesi all’imperialismo e la
collusione con gli stessi sionisti sono tra le tematiche più importanti del
film.
La coralità serve anche a dare un taglio quasi documentaristico alla
narrazione, sistematicamente intervallata dall’inserimento di materiale
d’archivio. Queste riprese d’epoca sono state colorate per ridurre la distanza
con lo spettatore: Palestine 36 si
svolge novant’anni fa, ma il film ci parla dell’oggi.
D’altra parte, che non si tratti di una pellicola di interesse esclusivamente
storico è dimostrato dalla stessa vicenda della sua realizzazione. Jasir ha
insistito perché il film continuasse a essere girato in Palestina anche dopo il
7 ottobre, nonostante i costi, le difficoltà e i rischi. Le riprese, che
dovevano durare un paio di mesi, sono così proseguite per quasi due anni.
Quella decisione, di chiara valenza politica, ha dato vita ad alcune delle
inquadrature più potenti del film. In Palestina 36 la terra non fa solo da sfondo, diventa a
sua volta un personaggio, privo di voce ma straordinariamente eloquente. Il
villaggio al centro del racconto, raso al suolo durante la Nakba, è stato
ricostruito dalla troupe. In un impressionante cortocircuito tra realtà e
finzione, quell’area è stata poi occupata dai coloni sionisti. Il passato non è
morto, avrebbe detto Faulkner, non è nemmeno passato. In questo senso, la
recensione migliore di Palestina 36 porta
la firma della polizia israeliana che, quando il film è uscito a Gerusalemme
Est, ha fatto irruzione nella sala per sequestrarlo.
Se è vero che è impossibile capire il presente
senza conoscere il passato, allora il cinema serve anche a questo: a
ricostruire vicende cadute nell’oblio, a ricomporre i pezzi di una storia
spezzata, a riconsegnare la memoria negata a chi ha combattuto per un
cambiamento. Lo sa bene Annemarie Jacir, donna di cinema tout court
– non solo regista e sceneggiatrice ma anche produttrice e programmer,
nonché prima palestinese ad aver diretto un lungometraggio, Il sale di questo mare (2008) – che torna a una vicenda di
novant’anni fa per inquadrare le questioni contemporanee. È tutto nel titolo, Palestina 36, ovvero il dove e il quando, con un sottotitolo
italiano, Quando tutto ebbe inizio, che ci dice pure il cosa…
1936.
Mentre i villaggi della Palestina si ribellano al dominio coloniale britannico,
Yusuf si divide tra la sua casa di campagna e Gerusalemme, dove si respire
grande irrequietudine, desiderando un futuro al di là dei crescenti disordini.
Ma la storia è inesorabile. Con il numero crescente di immigrati ebrei in fuga
dall’antisemitismo in Europa e la popolazione palestinese che si unisce nella
più grande e lunga rivolta contro il dominio britannico durato 30 anni, tutte
le parti precipitano verso un inevitabile scontro in un momento decisivo per
l’Impero britannico e il futuro dell’intera regione.
…Se la violenza
e le tensioni (da ambo le parti) erano già cominciate da oltre un decennio, il
vibrante panorama palestinese messo in scena da Jacir abbraccia la sfera culturale
e quella politica, il mondo dei lavoratori portuali e degli scioperi operai, le
ipocrisie degli intellettuali e la vita contadina nei villaggi, con più di un
occhio alla disparità tra classi sociali, sfaccettattura raramente esplorata
sull'argomento.
Come a riconoscere che nessun singolo personaggio di finzione può mai
racchiudere in sé tutto il peso di vicende così spinose, il film deflagra in
soggettività parziali a cui prestano il volto un gran numero di attori
riconoscibili: Liam Cunningham e Jeremy Irons dal lato britannico e la
leggendaria Hiam Abbass a capeggiare la nutrita schiera palestinese, in cui nel
piccolo ruolo di Khalid fa sempre piacere ritrovare il poliedrico Saleh Bakri,
protagonista di Salvo nel 2013 per Grassadonia
e Piazza,
collaboratore storico di Jacir e poi più di recente star ne Il caftano blu per Maryam Touzani.
Ci sarebbe anche Robert Aramayo nel ruolo più insidioso,
quello di un militare che sembra una macchietta di malvagità finché non si va
ad approfondire la figura storica del fanatico Wingate da lui interpretato. Palestina 36 è un'opera a tratti brutale, ma
che si guadagna la dignità di esserlo tessendo - entro i confini del genere
storico drammatico - una tela meticolosa in precedenza. Lo fa in modo a volte
comprensibilmente didattico, e dichiaratamente focalizzato sull'esperienza del
popolo arabo: ciò vuol dire che ci sono delle omissioni scomode, che si
configurano però come gesto politico di resistenza a tante opere precedenti,
dai tempi di Exodus fino al recente Shoshana di Winterbottom.
Come sempre il cinema - e la narrativa tutta - è una tensione alternata tra chi
ha i mezzi strutturali per raccontare la sua storia e chi no…
…Il film affronta questioni che mantengono una forte
attualità, dalla resistenza al trauma collettivo,
passando per le dinamiche interne a una società frammentata e per il ruolo
della memoria come gesto politico e affettivo.
In un contesto internazionale nel quale la rappresentazione della Palestina è
attraversata da interpretazioni, interessi e narrazioni differenti, Jacir
sceglie un punto di vista interno e intimo, con l’obiettivo di mantenere viva
una memoria che non vuole trasformarsi in monumento, ma continuare a essere
trasmessa e condivisa.
Palestina 36 – Quando tutto
ebbe inizio guarda dunque al
passato per interrogare il presente e costruisce un dialogo diretto con il
nostro tempo, attraverso una vicenda ambientata quasi novant’anni fa ma legata
a questioni ancora aperte.
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