martedì 30 ottobre 2012

Bellas mariposas - Salvatore Mereu

evitare il paragone con il libro è necessario, dopo di che si parla del film.
la prima parte è davvero bella, poi la storia diventa un po' dispersiva, troppa roba da far stare in quel 3 agosto, ma complessivamente è un film che merita di essere visto.
Caterina e Luna sono bravissime, la maga sta meglio nei film del marito (senza offesa).
il cinema vi aspetta - Ismaele


…Lo sguardo di una piccola donna, con un'esistenza ancora in boccio sospesa sulle infinite possibilità del futuro, disegna panoramiche imprevedibili (dall'interno) di un microcosmo in cui i riti di passaggio sconfinano nella violenza: sulla falsariga del romanzo breve di Atzeni, Mereu si affida alla voce di Caterina (aspirante rockstar) per rendere concrete e visibili quelle minute tragedie fra campi e cemento. Schegge impazzite di una società allo sbando dove la famiglia diventa teatro di incertezze e abusi abitano l'universo dell'adolescente Cate con i primi amori e delusioni, e lei ne parla con la franca saggezza di chi sa troppo per non giudicare gli adulti che danno il cattivo esempio, non rispettano le regole e sopravvivono ai margini della legalità. Cronaca di una giornata normale ma non troppo, nel gioco della finzione (quasi da reality) di un pubblico immaginario, o un diario cui affidare pensieri e segreti, tra la meraviglia di un tuffo al mare nelle acque cristalline del Golfo degli Angeli, spazio di libertà, mentre sul lungomare Poetto restano in vigore le regole e differenze di classe tra stabilimenti e spiaggia libera, e i pericoli e le tentazioni della metropoli. In controluce la fatica di sottrarsi a quel destino già scritto, dipinto nei colori della povertà e della lotta per la sopravvivenza, dove ogni piccola gioia ha un prezzo alto, anche troppo alto, da pagare: la consapevolezza e la precoce maturità di Caterina si scontrano con tratti quasi infantili, come la disponibilità a credere che un miracolo si avveri, e uno spettacolo di morte si trasformi come per magia in un nuovo capitolo più allegro dell'esistenza...

Sardinian helmer Salvatore Mereu, who directed the wonderfully observant, regionally flavored "Three-Step Dance" and "Sonetaula," drops the ball hard in "Bellas mariposas." Except as maybe an audiovisual cheat sheet for everything that become undone in Italy after years of Berlusconi's reign -- including such fundamentals as morals, good taste and intelligence -- this bafflingly mannered story shows how ordinary folk, including young teenage girls, are ruled by their sexual appetites, desire to procrastinate and expectation to receive money without working for it. Beyond local play burn the fires of ancillary hell.
Cate (Sara Podda), who frequently addresses the camera, noting the time, comes from a large nest of siblings that includes a prostitute sister (Silvia Coni) with two infants, and a gun-toting, big-dicked brother (Simone Paris). Her father (Luciano Curreli) sleeps with everything that has at least two breasts, and lives off a disability pension, though he's not disabled. Story follows Cate and her BFF (Maya Mulas) for one day, with activities including swimming, eating ice cream and biting off the member of someone who pays them for fellatio. Assembly's more refined than the characters.

…Cate è il fulcro della vicenda, guidando lo spettatore attraverso quest’universo intricato e delirante. Non costituisce però l’unico asse portante del film, che accoglie come narratori occasionali tutti coloro che gravitano intorno a Cate. In questo modo ogni domanda occasionale o litigio tra la protagonista e i suoi familiari diventa occasione per una divagazione strutturale: un cinema, insomma, all’interno del quale l’interruzione dei dialoghi e le pause sono elementi metalinguistici. I fatti narrati in Bellas mariposas coprono la antonomastica durata delle 24 ore e si dipanano tra le increspature di un’ambientazione viscerale; l’argomento non può che essere un giorno nella vita di Cate, una sorta di piccola Amélie Poulain. Lo sguardo di Mereu illumina una vicenda che si impone grazie all’affabile godibilità della trama, pur ritraendo scampoli di vita drammaticamente bassa. L’assenza di filtri è forse la principale prerogativa della regia, che si sviluppa sconnessa e irregolare, ma mai sottotono. Nell’ambivalenza dello stile di Mereu si intravede ora il disincantato iperrealismo alla Scola, ora il misticismo paesano alla Fellini, mentre i richiami più attuali sono i racconti familiari di Virzì. I paragoni sono utili per definire le caratteristiche di Bellas mariposas, ma sono, come sempre, da soppesare con cautela: il rischio è che non rendano giustizia a un film autentico e molto personale…

…alla fine anche Mereu si è perso; e il linguaggio piatto e incoerente a cui ha costretto i suoi attori (compresa Micaela Ramazzotti con il suo l’improbabile mix roman-napoletano, lontanissimo dal senso del racconto) ha condizionato anche la sua regia, stavolta meno felice che nelle precedenti occasioni, benché proprio stavolta più che mai servisse realmente uno “sguardo d’autore” capace di dare sostanza cinematografica alle suggestioni evocate da Atzeni. Peccato, perché quella di far parlare “in camera” la protagonista è stata un’idea felice, ma non è bastata a colmare i vuoti e le lacune di un film che appare non risolto, incompiuto.
A Mereu resta il grande merito di avere poggiato lo sguardo su una realtà tragica come quella delle periferie cagliaritane, che dopo Atzeni pochi altri hanno avuto il coraggio di indagare. Cate e Luna esistono veramente, ma fino a quando volteremo ancora lo sguardo?...
da qui

lunedì 29 ottobre 2012

Profesionalac (Il professionista) - Dusan Kovacevic

è uno dei due film che Dusan Kovacevic (sceneggiatore di "Underground", tra gli altri) ha firmato come regista, entrambi sono su spie, questo ricorda il tema de "Le vite degli altri".
vent'anni della follia jugoslava raccontati da un poliziotto-spione.
da vedere di sicuro - Ismaele




Interesting movie. Nice change from Emir Kusturica's movies. It covers
the life of a philosophy professor. From the mid 1980s until the year 2000
or so. From his days as an opponent of Milosevic to his post as
director of a newspaper company. All of this through his encounter with
"The Professional". This spy unravels his life. Emotional and hilarious
at times with a nice soundtrack. Before you watch the movie, try to
read about the recent history of Serbia (and Yugoslavia). From the days of
Milosevic to his downfall after the Kosovo conflict. You'll enjoy it even more!

Like a bad dream, Dusan Kovacevic's The Professional (Profesionalac) grows ever more disorienting as its story develops. Perspectives shift, sympathies change, and both characters and audience are led to the realization that the history they think they know is not necessarily the history that actually exists.
continua qui

el duelo de personajes en el escenario único de la oficina, ventilado con esos constantes saltos al pasado, es complementado, en una de esas operaciones metafóricas típicas del autor (algo que funciona como espejo de la historia principal, una teatralización que es una obra dentro de la obra y que comenta/complementa esa peripecia central al “ponerla en escena”), por la huelga que se desarrolla en la editorial (y que está comandada por un violento ex-chivato y asesino de la policía) que dirige el personaje de Branislav Lecic: Teodor Teja Kraj un antiguo líder político contra Milosevic, escritor frustrado y profesor universitario reconvenido en empresario que ha olvidado el idealismo por el pragmatismo. Un personaje que, un día recibe la visita de un hombrecillo, Luka Laban jefe de la policía del antiguo régimen, que le entrega unos libros y una maleta que contiene literalmente su pasado, una vida recopilada por quien se encargó de vigilarle…
… Un film que mejora reposado y que supone un recorrido vital y personal por la historia reciente de Serbia durante una década en al que el infierno se instaló en el corazón de Europa sin que a nadie pareciera importarle gran cosa. Un paseo siniestro por la memoria espiada y manipulada de la mano de un hombre que reconstruye su vida de la mano de alguien que, desde la sombra, la conoce mejor que el.

domenica 28 ottobre 2012

Io e te - Bernardo Bertolucci

un padre assente, una madre opprimente, un mondo nemico, la fuga è una soluzione, anche se temporanea, un essere indifferenti al resto, per Lorenzo e Olivia anche un'occasione per conoscersi e pensarsi.
all'uscita della cantina il mondo è lo stesso di prima, grigio, difficile, loro due si sono conosciuti, un po', saranno più forti, chissà.
a me è piaciuto molto - Ismaele



Apparentemente un piccolo film, due personaggi (più qualche apparizione collaterale), quasi tutto girato in un piccolo ambiente, la cantina di un palazzo della Roma borghese. Apparentemente, perché poi indagando, leggendo, ascoltando si viene a sapere che la preparazione è stata meticolosa ed è durata mesi, che lo scenografo ha interamente ricostruito la cantina dopo averne girate decine senza trovarne una che soddisfacesse davvero lui e il regista. La storia, anche se ridotta a un confronto-scontro-dialogo, anche duello, tra il quattordicenne Lorenzo e la sorellastra Olivia (qualche anno in più, stesso padre e madre diversa) è costruita e raccontata come Dio comanda, altro che film minimalisti e in stile indie di oggi dove tutti parlano a caso mimando la pochezza del linguaggio quotidiano e si agitano come formiche impazzite pedinati dalla solita steadycam. No, Bertolucci è un vecchio signore e un maestro, e lui il cinema lo sa fare e lo fa alla maniera di una volta curando i dettagli, ragionando sulla sceneggiatura, predisponendo gli ambienti, soprattutto usando alla grande la macchina da presa…

isolamento del protagonista è accentuato dalla continua presenza di barriere, che solo l’intimità di Bertolucci riesce a raggiungere senza però svelare il suo segreto ma solo per condividerlo. Lo sguardo del cineasta si nasconde con lui, si ferma davanti a vetri (come quello del formicaio che alla fine si rompe e prefigura forse il cambiamento, una nuova iniziazione del sublime finale), crea una tensione nei passaggi dalla cantina all’appartamento con quell’ascensore in mezzo e con le ombre che potrebbero trasformarsi anche nelle inquietanti oscurità thriller ‘polanskiane’ di L’inquilino del terzo piano. Il romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti (anche cosceneggiatore assieme allo stesso regista, Umberto Contarello e Francesca Marciano, scrittore già portato sullo schermo da Salvatores in Io non ho paura e Come Dio comanda) viene assorbito dalle corde di Bertolucci, dalla sua sensibilità incontrollata, in cui vuole eliminare quasi ogni distanza tra lui e i suoi giovani protagonisti. Macchina da presa attaccata addosso, crisi improvvise, un cinema che diventa dipendenza, droga, che vorresti sempre sul filo dell’ultimo respiro, che balla da solo per poi cercare un abbraccio mentre Olivia canta Ragazzo solo, ragazza sola di David Bowie, che si isola con le cuffie nel suo mondo dove l’universo adolescenziale è più vicino in una spallata data a scuola che in tanti film e serie-tv teenager italiani. E si sente a corpo la vicinanza con le emozioni e i tempi dei suoi giovani attori Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco, entrambi contrapposti alla smaliziata esperienza di Sonia Bergamasco…

Il rapporto edipico di Lorenzo con la madre nel film è solamente accennato, le sue difficoltà nel relazionarsi con i compagni di scuola, le strategie adottate per passare inosservato, la profonda solitudine e al tempo stesso il desiderio represso di essere accolto, sono tutti aspetti che il film sfiora appena. 
Bertolucci ha preferito rinunciare alla voce narrante del protagonista, togliendo così di mezzo i ricordi e le riflessioni di Lorenzo che nel romanzo più di tutto connotano la sua personalità. Si è affidato totalmente alle immagini, in una ricerca del dettaglio o dell'allegoria che a volte riesce davvero alla perfezione  (l'incontro con Olivia che si toglie il cappello e libera i capelli, il moto perpetuo dell'armadillo imitato da Lorenzo, lo zoom sul formicaio) ma che nel complesso è una dimostrazione di abilità che non accorcia la distanza dallo spettatore...

sabato 27 ottobre 2012

Vengo – Tony Gatlif

i film di Tony Gatlif sono eccessivi e difficili da incasellare, sono film di Tony Gatlif, e basta.
è uno di quegli autori che si ama o si odia, a me piace molto.
e questo film contiene gli "archetipi" del suo cinema, l'amore, la famiglia, la vendetta, la musica.
e poi magari non è perfetto, c'è solo da prendere o lasciare, e io prendo - Ismaele





Venti anni dopo “Corre Gitano”, Tony Gatlif, autore-pioniere del neonomadismo cinematografico, del meticciato in forma di visione, con “Vengo” è riuscito a dirigere il suo film sul flamenco. Filmare la musica, assecondare i ritmi e gli accordi, restituire in immagini lo swing, il pathos e soprattutto la relazione esplicita e inesprimibile tra note e vita è una vocazione che accomuna tanti cineasti lontanissimi per gusti, scelte e punti di vista. Gatlif, nel suo omaggio all’Andalusia, al sentimento mediterraneo, a un sovranazionale “gipsy social club” lascia sbocciare i “numeri musicali”, le feste, le performance degli artisti (sono le scene più belle) su un ramo fragile, ma drammatico, del racconto. Caco, il protagonista, non si dà pace per la morte della figlia e passa ore al cimitero. Protegge e fa compagnia al nipote Diego, uno spastico, figlio del fratello che dopo aver ucciso un gitano è nascosto all’estero. I debiti di sangue saranno pagati, tra una baldoria e un flamenco sufi.

ci sono alcuni momenti dove si riesce a superare l'intento estetizzante e si gode di puro cinema: ad esempio la sequenza che unisce una bambolina danzante nel vento al protagonista sonnacchioso e a tre donne riprese dall'alto nel turbinio di una danza: l'apparentamento delle tre situazioni va a creare una sintesi che si sviluppa poi ripescando tutti gli episodi fin lì inseriti a mo' di estemporaneo contributo alla ricostruzione di un mondo e delle sue regole. La sequenza è collocata esattamente al centro del film e dà nuova spinta per arrivare alla tragedia finale, quasi anticipandone il fatalismo. E la scena finale è davvero un gioiello di montaggio sonoro e visivo: fa il paio con la canzone delle macchine di Bjork affiancata da Catherine Deneuve. Una sinfonia di pistoni di un trattorino, fatta di dettagli e gesti, di rumori che si trasformano in note, di cadenze meccaniche che diventano ritmo in un climax simile alla musica, per lo più flamenco contaminato dalle molte permanenze imposte al popolo nomade, fin lì prodotta attraverso una contaminazione di generi, una koiné musicale dichiarata fin dalla prima sequenza, dove alla coppia violino-chitarra rispondono sitar e flauto indiano (e conoscendo Latcho Drom si spiega ulteriormente il connubio di tradizioni) fino al canto evocativo di una storia che potrebbe benissimo essere quella che si va dipanando…

Ho già visto "Vengo" ed attendo con ansia di poterlo rivedere. La vicenda d'amore, onore e morte, ambientata nell'Andalusia delle comunità gitane - quasi un melodramma "esotico", nel senso nobile del termine - non manca di "rude" fasciono e di malinconica ironia. Il regista, nel riproporre le tematiche a lui care riguardanti la cultura e la vita dei "fratelli" in giro per il mondo, anche questa volta non rinuncia a trasportare lo spettatore in una dimensione musicale arcana e suggestiva - che egli sembra preferire allo stesso soggetto del film - e che in "Vengo" raggiunge il vertice del sublime, recuperando l'antichissima tradizione musicale arabo-gitano-andalusa. Flamenco, dunque, di pura "stirpe" gitana, pura essenza del "duende" che sgorga "dalle regioni più segrete del sangue" (Lorca). "Flamenco-Soufi", tra Egitto e Spagna, in un vorticoso connubio musicale di estrema raffinatezza e luminoso lirismo, improvvisato dal prodigioso chitarrista "Tomatito" (ex fedele compagno del "Camaron de la Isla", l'eccelso cantore prematuramente scomparso) e da "favolosi" musicisti arabi. Sullo sfondo, la sensuale danza di uomini e donne andaluse che assumono sui propri corpi, sui volti e nelle mani, quella stupefacente sostanza musicale! Indimenticabile, infine ("copio" dalle note di copertina dell'omonimo CD inedito in Italia, non posso farne a meno...) "...la canzone-feticcio di "Vengo", il canto della nostalgia scritto da Tony Gatlif…

martedì 23 ottobre 2012

La confessione (L'aveu) - Costantin Costa-Gavras

la biografia di Yves Montand (qui) lo rende l'attore ideale per questo film, che è un gran film (anno 1970).
doloroso e terribile, la fine delle illusioni (e della spinta propulsiva dell'URSS, come avrebbe detto anni dopo Enrico Berlinguer), Costa Gavras svela con le immagini quello che fino ad allora alcuni (pochi) scrivevano.
fra gli assistenti di Costa Gavras anche Chris Marker.
da non perdere - Ismaele



QUI il film completo in francese


Il film è un lungo interrogatorio in stanze strette ed anguste, una serie di piccole e grandi angherie rivolte contro un uomo che è intimato a stare sempre in movimento e a non potersi mai sedere per far riposare le gambe, un uomo che è stato ridotto a numero : tutto è utile per il sovvertimento del senso delle parole ("A forza di sentire trotskista, titoista, nazionalista borghese, queste parole perdono del loro significato. Se mi avessero chiesto di dire, mio figlio, il piccolo trotskista Michele, ha compiuto un anno, io lo avrei firmato")  e il ribaltamento logico dei fatti, tutto è funzionale per estorcere una confessione che deve sposarsi alla perfezione con gli interessi vitali del partito. Perché il "Partito non si sbaglia mai", non può sbagliarsi, pena la messa in discussione della fede rivoluzionaria, quella pensata per il popolo e servita a pochi criminali per condannare a morte le libertà. Artur London è schiacciato dal peso opprimente di quella mastodontica macchina burocratica che lui stesso ha contribuito a mettere in piedi e che gli si rivolta contro come un mostro che solo adesso riesce a scorgere in tutta la sua orribile forma, ora che si trova dalla parte oppressa della faccenda, spogliato dei suoi poteri ed esautorato dalla vita. Sarà per questo che è rimasto comunista anche dopo la fine della sua tormentata vicenda, perchè "Dio è morto, ed è proprio ora che si può essere comunista", perchè proprio la sua esperienza gli aveva fornito "la prova schiacciante : il Socialismo è nella libertà delle masse come il pesce nell'acqua". Un buon film del bravo Costa Gavras, decisamente figlio del suo tempo ma con un timbro da documento storico che vale a mantenerlo un prodotto da consigliare.

The Confession is ultimately a film one admires rather than enjoys, and will be of most interest either to Costa-Gavras fans or history buffs interested in the dysfunctional machinations of Stalinism.

The film is inspired almost entirely by fact, by the memoirs of Artur London, one of the 13 Czech Communist leaders who were indicted as traitors, Trotskyists, Titoists, Zionists or what have you, and one of the three who was not executed. It is not a thriller like "Z," and it couldn't be, because there is no justice to emerge at the end and no scoundrels to unmask. As nearly as seems possible, the totalitarian system itself kept the show trials running, and they persisted so well that the party officials who began them turned up as defendants, too.
No, it's not a thriller but a penetration into the mind, and 
Yves Montand is able to express the state of his character's mind perfectly by showing him, after nearly 20 months of torture and cross-examination, watching his captor eat a sausage as if it were not lunch but the Holy Grail. The movie itself is a wearing experience, as it was meant to be. We begin to wonder toward the end how even the inquisitors could stand up to the inhuman grind of cross-examination...

Il Costa-Gavras dei primi tempi era regista politico capace come pochi di conferire ai suoi film grande incisività e mordente, evidenziando con nettezza ed efficacia la tesi di fondo senza sacrificare la dimensione più squisitamente cinematografica, che in questo caso assume quasi le caratteristiche del thriller poliziesco.
La figura narrativa dominante è quella del crescendo e dell’accumulo, che il film utilizza per mettere in scena il meccanismo di stritolamento psicofisico con cui gli aguzzini stalinisti strappano le confessioni ai propri nemici (o presunti tali). L’ambientazione claustrofobica nei cupi e tetri interni carcerari accentua la dimensione ansiogena che la reiterazione delle torture e le pressioni di ogni tipo portano all’estremo. C’è qualcosa di kafkiano (scrittore ebreo e praghese come il protagonista London) in questo incedere inesorabile con cui un potere sempre più lontano e incomprensibile si accanisce contro le sue vittime.
Forse in questa insistenza nel mostrare in dettaglio l’abisso in cui era precipitato lo sventurato London, il film trascura di analizzare le cause storiche e politiche dello stalinismo, limitandosi a denunciarne le tragiche conseguenze (critica che venne a suo tempo avanzata insieme all’accusa di essere eccessivamente ripetitivo e monocorde), ma è indubbio che esso ci consegna momenti di potente e intenso coinvolgimento emotivo (pensiamo soltanto alla scena dei poliziotti che spargono sulla strada le ceneri di quelli che furono grandi combattenti per gli ideali nei quali credevano).
da qui

l'inizio del film:

sabato 20 ottobre 2012

E Johnny prese il fucile - Dalton Trumbo

avevo letto il libro tanti anni fa, mi era piaciuto e mi aveva impressionato molto, ora ho visto il film, a tratti insostenibile da quanto ti coinvolge.
Dalton Trumbo è uno che ha scritto molte sceneggiature, "Spartacus" fra le altre (e mica Kubrick lavorava con incapaci) e pare che Buñuel  abbia collaborato a "E Johnny prese il fucile" 
Dalton Trumbo ha girato solo questo film ed è un film immenso, per i miei gusti.
peggio per chi non lo guarda - Ismaele




…E Johnny prese il fucile, così anticinematografico nel suo modo di raccontare la guerra, va ad essere, insieme a pellicole "una tantum" come Freaks (1932), uno di quegli esempi di cinema che si può fare una volta sola, che non può più essere ripetuto, almeno così per com'è stato espresso la prima volta. Ne consegue che, al di là dei meriti squisitamente tecnici, fra i pro e i contro, questo primo e unico film di Trumbo, Gran Premio della Giuria a Cannes del 1971, è una pellicola unica nel suo genere, difficilmente paragonabile e assolutamente imperdibile da tutti coloro che amano cimentarsi con i messaggi artistici più complessi e destabilizzanti.

I became an instant pacifist when I saw this movie at the age of 16. Prior to this, I had been a supporter of the war in Vietnam, and had fully intended to enlist when I was old enough. My father, a veteran of WW2 and Korea, took me to see this movie when it was first released, to help cure me of my delusion about the glory of war. He was very successful in that undertaking. While I haven't seen the movie in 34 years, I cannot deny it had a major influence on my life. I'll never forget the horror I felt in seeing that poor soldier trapped in his mind. I would strongly recommend telling anyone who is pro-war to see this movie. You may help turn on others to the horrors of war.

One of cinema's greatest achievements. The film is an incredible experience. The fact that you spend almost two hours watching the figure of someone buried under sheets and that we are intrigued by every second of it, testifies to the genius of the film. It's sad that most people remember this movie as the one Metallica made a video for. No offense to the band, but this JGHG is far more important than that. Dalton Trumbo's only directorial effort and it is flawless. The majority of the film is told in a voiceover and like "Twelve Angry Men" everything takes place in one room. Prepare to be amazed.

I've never much liked anti-war films. They've never much stopped war, for one thing. For another, they attract hushed and reverential praise which speaks of their universality and the urgency of their messages. Most anti-war films come so burdened with universality and urgency that the ads for them read like calls to sunrise services.
Dalton Trumbo's "Johnny Got His Gun" smelled like that kind of anti-war film. It came out of the Cannes Film Festival with three awards and a slightly pious aroma, as if it had been made for joyless Student Peace Union types of thirty-five years ago. But it isn't like that at all. Trumbo has taken the most difficult sort of material -- the story of a soldier who lost his arms, his legs, and most of his face in a World War I shell burst -- and handled it, strange to say, in a way that's not so much anti-war as pro-life. Perhaps that's why I admire it...

La structure narrative de Johnny got his gun est audacieuse : les souvenirs et les rêves sont en couleur et la dure réalité du présent est en noir et blanc, ce qui amplifie la tristesse de l’état de Johnny. Il se souvient de sa fiancée, de sa timidité dans la découverte d’un premier amour, de ses relations avec son père (sublime séquence de la canne à pêche).Toutes ces scènes sont poignantes car traitées avec beaucoup de tendresse et de pudeur. L’identification du spectateur à Johnny devient bouleversante. Le contraste saisissant avec l’horreur de sa situation actuelle ne cède jamais au chantage à l’émotion. Mais les repères peuvent parfois se brouiller, ce qui donne lieu à des scènes surréalistes. Dans une scène de cauchemar, Johnny imagine qu’un rat est venu le dévorer et n’arrive plus à distinguer le rêve de la réalité. Il s’imagine également en train de dialoguer avec un Christ totalement impuissant malgré sa bonne volonté.
Dalton Trumbo ne s’attaque pas seulement à la folie militaire et au cynisme de la science, mais également à l’hypocrisie de la religion, ce qui le rapproche de son grand ami Luis Bunuel dont on reconnaît d’ailleurs la griffe grâce à son sens de la caricature féroce….

…Le caractère universel et intemporel de l’œuvre conserve encore toute sa force.L’absurdité de la guerre sera toujours à démontrer. La vision de Johnny got his gun est une expérience douloureuse mais nécessaire, tout comme Nuit et Brouillard d’Alain Resnais. Mais malgré sa noirceur radicale, Johnny got his gun ne cherche pas pour autant à donner une impression désespérée. Il est carrément impossible d’oublier cette scène bouleversante où l’infirmière trouve enfin le moyen de communiquer avec Johnny afin de pouvoir lui souhaiter un Joyeux Noël,



venerdì 19 ottobre 2012

Cléo de 5 à 7 - Agnès Varda

segui Cléo e non ti stacchi più.
c'è la Parigi più bella e una storia che è una gioia per gli occhi e non solo.
e l'incursione della guerra d'Algeria.
qui c'è il Cinema, non c'è dubbio, e grazie ad Agnès Varda - Ismaele




 Non si può non entrare subito in sintonia con la giovane cantante Florence, detta Cléo diminutivo di Cleopatre. Inizia con le uniche immagini a colori, facendosi leggere le carte da una cartomante. Segni che non promettono nulla di buono per lei, angustiata dall’attesa delle analisi mediche: teme di avere un tumore. Cerca di ingannare il tempo a passeggio per Montmartre, passa da un’amica, il giro per Parigi si allunga, passa da casa, ha l’ennesima conferma che il suo amante è un po’ freddo. Prova una canzone, si cambia dal vestito bianco a quello nero, si trasforma (si toglie pure la parrucca) ed esce di nuovo. Guarda Parigi come se la vedesse per la prima volta, si sofferma sull’ingoiatore di rane vive, si spaventa per l’uomo che si infila spuntoni nel braccio. Va con l’amica modella dall’amante di lui, che fa il proiezionista di un cinema e gli mostra quel corto delizioso che è un omaggio a cinema muto, a Buster Keaton, Chaplin e ai Lumière con Jean-Luc Godard e Anna Karina. Attraversando il parco di Montsouris incontra un giovane soldato che sta per ripartire per l’Algeria. Entrambi hanno paura per ciò che li aspetta, parlano di tutto e nulla, di vita, arte e cinema (“non leggo mai le critiche prima di vedere un film” dice Clèo). Mi accorgo che stasera la canzone “Sans toi” che Corinne Marchand canta in primo piano è ancora più ammaliante e straziante. Mi sorprendo ancora ad entusiasmarmi quando prova i cappellini, in apprensione quando nel bar seleziona la sua canzone nel juke-box, mi commuovono le vecchie per strada con baguette sotto il braccio. Mi accorgo che quel cameracar azzardato del finale è magnifico. Mi accorgo che questo film è di un’attualità sconvolgente. Ho la conferma che quella maga di Agnès riesce sempre a toccare i cuori delle persone, i suoi racconti sembrano non rispettare nessuna regola ma ha una capacità di affabulare speciale. Ho la conferma che mi fa sempre piacere quando nei film stranieri si parla bene dell’Italia, in questo caso di Botticelli e Firenze. Tra l’altro il film fu coprodotto da Carlo Ponti.
Scopro che anche stavolta mi viene da piangere in più momenti. Il finale del film è per me sempre liberatorio, anche se starei a vedere anche Cleo dalle 5 alle 5 del giorno dopo. Peccato solo che la visione mi sia stata disturbata dal pensiero che sarei dovuto essere altrove, a scrivere. Che vedersi un film così in un festival come Cannes sia concedersi un lusso troppo grande, fuori dal ritmo frenetico di proiezioni stampa, conferenze e articoli in serie. Chiedo anch’io una foto alla bella Cleo e la porto con me. La sala stampa non è l’Algeria, ma certe volte somiglia a una trincea.
“Cleo” è un film magnifico, un film che ti segna. Un film che non smetterà mai di palpitare…

There have been many films, from Alfred Hitchcock’s Rope (1948) to Alexander Sokurov’sRussian Ark (2002), devoted to the challenge of capturing or reconstituting the experience of “real time.” Agnès Varda’s 1961 Cléo from 5 to 7—an account of an hour and a half in the life of a normally carefree young woman who is gravely awaiting a medical diagnosis—is one of them, but it dispenses with the single-camera-take concept that Hitchcock cleverly faked (and that Sokurov would heroically maintain); it is as jazzily photographed and busily edited as any more conventional narrative film. Rather, Varda seizes the kind of immediacy and tension associated, at the start of the sixties, with the cinema verité documentary movement and uses it to create a new form of fiction. Unlike traditional story films, which skip everywhere in both time and space, Varda gives us a gauntlet: every second piling up, every step traced out. And she picked the best possible site for this gauntlet walk: the Left Bank of Paris is preserved for us in all its early sixties vibrancy and diversity. Indeed, Varda once described the film as “the portrait of a woman painted onto a documentary about Paris.”…

 Prerogativa della pellicola è quella d’immergersi pienamente nella veridicità del reale; come preannuncia il titolo –Cléo dalle 5 alle 7- la Varda fa coincidere il tempo vissuto da Cléo prima del responso del medico (in realtà un’ora e mezzo e non due ore come da titolo, poiché la diagnosi è anticipata grazie all’incontro con Antoine che le fa comprendere come non si debba aspettare quando si rischia di non avere più tempo) con quello che lo spettatore impiega a vedere il film.
La storia è mescolata al reale facendo sì che il percorso di Cléo verso il raggiungimento dell’autocoscienza non avvenga in una riflessione solitaria ma attraverso un continuo confronto con il mondo; la macchina da presa si muove nelle strade in soggettiva e in tempo reale, portando così allo stremo lo stilema proprio della Nouvelle Vague di voler captare la veridicità del momento attraverso la ripresa en plein air.
Cléo de 5 à 7 è un film molto interessante che indaga nell’animo di una donna in connessione con gli agenti esterni e un visibile sempre mutabile; servendosi del cinema come mezzo dualistico che allo stesso tempo è essere occhio sul reale (come lo è una foto) e sull’irreale (grazie alla possibilità di mettere insieme una storia non vera come invece lo fosse), e, insieme, rappresenta un’interessante riflessione sul senso del tempo, di come quello cinematografico possa coincidere, volendo, con quello reale.
da qui

giovedì 18 ottobre 2012

Koji Wakamatsu


pochi mesi dopo Theo Angelopoulos, ci lascia Koji Wakamatsu, anche lui investito, grrr! - Ismaele


Ricoverato da cinque giorni dopo essere stato investito da un taxi nella capitale giapponese, muore il maestro Koji Wakamatsu, eclettico e prolifico regista che da poco aveva presentato il suo ultimo lavoro "The Millennial Rapture" nella sezione Orizzonti di Venezia 69. Impostosi negli anni 60 nel mondo cinematografico dei pinku-eiga Wakamatsu è diventata una leggendaria figura sempre più apprezzato anche al di fuori del circolo di estimatori della cinematografia underground nipponica.

Della sua ampissima e variegata filmografia segnaliamo alcuni titoli che hanno fatto da segnavia del cinema orientale a partire dalla seconda metà del secolo passato: "Secrets Behind the wall" (1965), "Go, go second time virgin" (1969), "Ecstasy of the angels" (1972), "United red army" (2008), "Caterpillar" (2010).

Non solo senza tempo resteranno le sue opere, ma ne vediamo sempre più crescere i semi nelle pellicole di tanti registi (Miike Takashi, Sion Sono) che dal visionario lavoro di Wakamatsu sono stati ispirati.




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Tutti i santi giorni - Paolo Virzì

uno sguardo fresco sul mondo di oggi, una piccola storia che sta dentro la storia più grande del nostro paese,  
la vita precaria, in tutti i sensi, per esempio.
una moderna commedia all'italiana, con alcuni momenti comici irresistibili.
da non perdere - Ismaele

PS: Guido e Antonia sembrano i fratelli grandi di Silvestro e Camilla dei "Dieci inverni", un piccolo grande film del 2009




Il film racconta la storia d’amore tra Guido, timido e coltissimo ragazzo appassionato di lingue antiche, di santi e martiri protocristiani che si guadagna da vivere come portiere di notte di un hotel, e Antonia, irrequieta e permalosa, aspirante cantautrice siciliana impiegata in una società di autonoleggio. I due si incrociano tutti i santi giorni la mattina presto, quando Guido torna dal lavoro, sveglia Antonia con la colazione e finiscono per fare l’amore. Il loro legame sembra indistruttibile, finché, il pensiero ostinato di un figlio che non viene nonostante i ripetuti tentativi, mette in moto una serie di conseguenze imprevedibili.
Una coppia fatta di opposti che si attraggono, una coppia innamorata davvero, due giovani precari nel lavoro (come tanti) ma saldissimi nei sentimenti. Due giovani che abitano in periferie lontane dal lavoro per necessità (ancora come tanti), due ragazzi educati che condividono il vicinato con giovani coppie meno educate, un po’ cafone e con rumorosa prole al seguito. Ed ecco il punto nodale, i figli, i figli desiderati che poi non arrivano…

Così tenera che si taglia con un grissino. E' la love-story in punta di piedi firmata Paolo Virzì, così vicina al minimalismo romantico targato Sam Mendes (quello di Away We Go, ovviamente) da adombrare il plagio. Non lo è ed è un peccato. Perché Tutti i santi giorni sono buoni finchè il regista livornese riesce a mantenere - la prima ora, minuto più minuto meno - un registro tonale degno di un sussurro, intimo come una sonata di Schumann. D'altra parte di sonate abbonda il film, con la bella scoperta Thony (musicista indipendente di origini siciliane) che, prova convincente a parte, regala al film - e a noi -un repertorio di ballate a metà strada tra Jony Mitchell e Norah Jones. Arrivano come carezze.
Thony è Antonia, Luca Marinelli - una conferma - Guido. Sono giovani, carini e innamorati: lui, portiere di notte in un albergo romano a 4 stelle, ragazzo timido ed erudito (soprannome: Guidipedia), esperto in letteratura protocristiana, tanto da meritare le avances di prestigiose università americane; lei, cantautrice dalle spiccate qualità di scrittura e una voce cristallina, costretta a lavorare in un autonoleggio sulla Tiburtina. Due degli innumerevoli talenti sprecati di Italia nostra; due anime belle che, nonostante l'impossibilità di procreare, si tengono e si amano l'un l'altra con complicità, semplicità, tutti (e nonostante tutto) i santi giorni

...Il ruolo della fidanzata del portiere di notte (ben interpretato da Luca Marinelli) diventa fondamentale, anche per la presenza magnetica della cantante e per la voracità scenica del suo personaggio, e la loro storia d’amore prende diverse direzioni. Fanno l’amore tutti i santi giorni, appunto, pur incontrandosi solo all’alba, quando lui rientra e lei esce. Una bella idea di precarietà del rapporto di fronte alla solidità di un sentimento che però, con l’acuirsi della crisi (il bimbo non arriva) vacilla. Lei incontra un vecchio amante, cantante cialtrone ma selvaggio; lui, candide ingenuo e innamorato, resiste e aspetta. Intorno, figurine di contorno un po’ stereotipate, come i vicini di casa coatti o i rispettivi genitori, troppo “scritti” nel loro essere agli antipodi. Nonostante alcuni momenti davvero felici (esilarante il dialogo sull’onanismo surreale tra il portiere e l’ospite cinese) il film è come imbrigliato nella propria programmaticità, quando la commedia (e Virzì lo sa) ha bisogno di volare libera…

...Virzì, con il consueto brio narrativo, sonda la vita quotidiana di questa originale coppia, e, quasi come in un dramma uscito dalla New Hollywood, fa vivere la vicenda attraversi piccoli gesti, situazioni ordinarie e quotidiane, attraverso cui si ride (lo spermiogramma di Guido, i buffi medici che assistono Antonia durante i suoi tentativi di rimanere incinta), si piange, ci si identifica. E il finale, per quanto lieto e quietamente ottimista, in linea con la tradizione della commedia "all'italiana", di cui il regista è uno dei pochi validi eredi, non cancella il retrogusto amaro di questa commedia in cui "nonostante tutto", la vita va avanti, e va presa così com'è. 

"Tutti i santi giorni" non cambierà la storia del nostro cinema, e non ha nemmeno l'ambizione di farlo, per fortuna, ma è una pellicola sincera, mai scontata, cosa rara oggigiorno, che in un mondo ideale (magari lo stesso in cui ogni canzone dei Virginiana Miller si sarebbe trasformata in una hit radiofonica) dovrebbe ottenere il riconoscimento di pubblico che merita.

mercoledì 17 ottobre 2012

Flaming Creatures - Jack Smith

un film unico, corpi e musiche in un bianco e nero di una pellicola scaduta.
non facile, ma davvero da non perdere - Ismaele




Celeberrimo film dell’avanguardia americana, manifesto della destrutturazione cinematografica sia per quanto riguarda le scelte formali che di contenuto. Fiammeggiante inno alla libertà individuale, girato in un solo giorno a New York, sul tetto di un palazzo del Lower East Side utilizzando lampi di genio e pellicola scaduta, il film rappresenta con una sconcertante anarchia visiva una baldoria collettiva dei bassifondi. Le immagini, spesso date da abbaglianti flash subliminali, sono contorte, imperfette e quasi terremotate dall’interno e vengono accompagnate da atmosfere oniriche e allucinate che rievocano i film surrealisti degli anni Venti e Trenta.
Le protagoniste della pellicola sono creature fiammeggianti ermafrodite, ambigue sirene vamp, paradossali drag queen dal trucco eccessivo (il misero budget di trecento dollari servì per gli accessori, i trucchi e i costumi che richiesero diverse ore di preparazione agli attori prima delle riprese) immortalate in un istante di libertà estrema ed irripetibile…

Alla sua uscita lo scandalo fu enorme: il film fu bandito in 22 stati USA e in 4 paesi esteri. Il padrino del cinema d'avanguardi americano, Jonas Mekas, negli anni '60 si sforzo di far girare il film in vari cinema ma venne arrestato ad ogni tentativo. Nonostante la condanna in penale della corte newyorkese per oscenità, il lavoro di Smith, poi definito il padre della performance art, non rimase troppo a lungo nascosto. Ma cosa si vede di così sconvolgente inFlaming Creatures? Nulla di che, diremmo oggi davanti ad un pene ballonzolante, a qualche seno palpeggiato e ad un gruppo di travestiti. Cosa diversa negli anni '60 la transessualità non era proprio cosa comune, neppure nell'aperto East Village della Grande Mela. A colpire però non è il cosa ma il come. Smith, in un atto programmatico di non-cinema e di non-regia, invita davanti alla mdp donne e uomini da circo dei miracoli e li filma finché loro non si annoiano, inscenando anche un finto terremoto realizzato con scossoni alla macchina da presa e grida. In realtà non si tratta solamente di accendere la telecamera e di impressionare una pellicola ma la volontà è quella di girare un pezzo di commedia anarchica che sbeffeggi la Hollywood di un tempo, facendo dei suoi affreschi e delle sue star (specialmente dell'icona Maria Montez amata da Smith) un surreale paradiso in cui regna il gender-fuck (noi diremmo transgenderismo) al ritmo di un melange musicale coerentemente incoerente (Be-Bop-a-Lula, tracce spagnoleggianti, arabe, etc). Il sesso, così tanto temuto, è solo concettuale e per nulla performato, quindi di pornografico non c'è nulla…

lunedì 15 ottobre 2012

Romanzo di un baro (Le roman d'un tricheur) – Sacha Guitry

grande cinema, alcune parti sono eccezionali, le altre solo bellissime.
un capolavoro da vedere e rivedere - Ismaele



Guitry ha proprio la passione del racconto, narra con partecipazione e divertimento giocando di continuo con lo spettatore, personaggi che guardano in camera ed ammiccano, e piccole sequenze che mostrano palesemente allo spettatore alcuni trucchi del baro protagonista della storia. Non ha paura di non essere compreso, ma ha quell'indomita intraprendenza di chi è conscio dei propri mezzi e va' avanti per la propria strada. Interessante poi tutta la sottotrama su onestà e delinquenza: il protagonista è ossessionato dalla delinquenza, di cui vorrebbe fare a meno, ma gli eventi continuano a buttarcelo dentro ed ogni volta che tenta di essere onesto finisce in miseria, salvo ritornare abbiente con qualche colpo criminale…
da qui


This is a short film (barely 80 min) but Guitry 's story is dense and includes an attempt against the life of Russian tsar Nicolas the Second , a lesson of geography about Monaco , a trip to the casinos (royale or not)where the hero tries his luck with mixed results , WW1,a sneak thief -whose methods would make Conan Doyle and Agatha Christie admire the lady-,and more ...
Guitry was often criticized in France ;they said he had an unbearable ego .Completely true:that's what made his movies so exciting.

Considered Sacha Guitry’s masterpiece, this fleet, witty picaresque about a gambler and petty thief is a whimsical delight. Guitry himself stars as the “tricheur” looking back fondly on a life of crime, which he narrates with an effervescence matched by his clever editing and cinematography. With its rapid storytelling and inventive use of voice-over, The Story of a Cheat’s style has influenced filmmakers from Orson Welles to François Truffaut...


domenica 14 ottobre 2012

Paolo Sorrentino - Come funziono

Time bandits (I banditi del tempo) - Terry Gilliam

un viaggio nel tempo, un'avventura che fa restare a bocca aperta un ragazzo (e un po' lo siamo tutti).
non è perfetto, non è il suo migliore, ma è un film di Terry Gilliam, e allora come non guardarlo? - Ismaele


Kevin è un ragazzino di 11 anni letteralmente ignorato dai genitori, che preferiscono competere con i vicini in fatto di possesso degli ultimi modelli di elettrodomestici sul mercato. Nel suo isolamento forzato, Kevin è diventato un appassionato di storia, soprattutto del periodo dell'antica Grecia. Una notte, Kevin viene svegliato bruscamente da un cavaliere a cavallo che irrompe nella sua stanza uscendo dall'armadio per poi fuggire al galoppo in una foresta raffigurata in una foto appesa sul muro della camera da letto. Quando lo spaventato Kevin si guarda in giro, però, trova che la sua stanza è tornata alla normalità. La sera successiva, chiede espressamente ai suoi genitori di lasciarlo andare a letto presto, curioso di quello che potrebbe succedere. Anche questa volta viene svegliato dai rumori provenienti dal guardaroba, ma questa volta sono sei nani che escono fuori. I nani sembrano essere in missione e completamente ignari di dove siano capitati. Dopo averlo scambiato per qualcun altro da loro temuto, realizzano che Kevin è solo un ragazzino, e scoprono di poter fuggire spingendo il muro della camera da letto, come se fosse posto su dei binari, facendolo scorrere fino alla fine di un lungo corridoio. Inseguiti da un luminoso e minaccioso volto fluttuante, che i nani chiamano l'Essere Supremo, e che li esorta a restituire la mappa in loro possesso, evidentemente a lui sottratta. Il corridoio termina bruscamente in un abisso nero attraverso cui Kevin e i nani sprofondano in cerca di salvezza, iniziando così la loro avventura attraverso il tempo e lo spazio…

E' inutile. Terry Gilliam mi sfugge, è troppo complesso. Anche davanti ad un film apparentemente semplice come I banditi del tempo riesce comunque a lasciarmi con delle domande senza risposte, dei dubbi "esistenziali". Molto banalmente, infatti, questa pellicola è un simpatico film d'avventura per ragazzi, nel quale un bambino solitario, molto intelligente e fantasioso, ottiene l'opportunità di viaggiare nei periodi storici di cui ha potuto leggere solo sui libri e aiutare questa strana combriccola di ladruncoli nelle loro imprese "criminali". Il fatto però è che il regista e sceneggiatore americano inserisce qua e là anche qualche riflessione sulla natura della creazione stessa, sull'essenza di Dio e sull'eterno conflitto fra Bene e Male: Dio, o l'Essere Supremo, come viene chiamato nel film, non viene dipinto come un padre amorevole o come un entità vendicatrice, bensì come uno spocchioso e noncurante demiurgo che non esita a giocare con la vita e la morte solo per portare avanti le sue ricerche e i suoi esperimenti, come se l'intero universo e tutti gli avvenimenti in esso accorsi dall'inizio del tempo non fossero altro che una sequenza ininterrotta di eventi già pianificati da qualcuno che, fondamentalmente, non prova alcun sentimento verso la propria creazione…

Fantasia e ironia difficilmente riescono ad andare a braccetto, e le caratteristiche anarchiche dell’umorismo del gruppo non possono trovare libero sfogo in un film che, come ogni favola che si rispetti, ha l’obbligo di esprimere un insegnamento. Se, infatti, Dio è un distinto signore in doppiopetto grigio che, pur non giocando a dadi con l’universo – come affermava Einstein – ha lasciato dei ‘buchi’ nella sua creazione, il Male, che vuole invadere con centrali nucleari e computer la terra, appare troppo sprovveduto per intimorire seriamente. Il messaggio umanista e vagamente luddista che il film vorrebbe lanciare si scontra, inoltre, con l’impiego diffuso del mezzo digitale per la creazione degli scenari di questa imagerie sicuramente simpatica ma un po’ sgangherata.

Con delle premesse e un regista così non poteva che venir fuori una sceneggiatura molto ricca e vivace, resa peraltro frenetica dal continuo zampettare della simpatica compagnia di nani; tuttavia il film manca di quello spessore che le successive pellicole di Gilliam hanno (Brazil specialmente), col tutto che sembra più che altro una scusa per rappresentare su schermo alcune situazioni umoristiche e paradossali, senza peraltro un solido collegamento tra un certo passaggio storico e il seguente.
Insomma, I banditi del tempo ha una trama vivace, ma non è certamente un film indimenticabile; se volete approfondire Gilliam, guardate piuttosto gli altri film consigliati.

giovedì 11 ottobre 2012

Sikumi - Andrew Okpeaha MacLean

Chekist - Aleksandr Rogozhkin

il film è un mattatoio continuo da parte della Ceka (polizia segreta sovietica), una catena di montaggio del terrore e della morte, come altre volte nella storia, per un'idea.
alla fine anche i carnefici sembrano crollare, ma la macchina no.

mi vengono in mente le parole di Goya "il sonno della ragione genera mostri" e di Che Guevara "O siamo capaci di sconfiggere le opinioni contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le opinioni con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza."

da vedere, ma non per tutti - Ismaele




…Fondamentale era mantenere il ritmo, non perdersi in inutili discorsi, non permettere ai condannati di esprimersi in alcun modo. Emblematico un momento in cui è lo stesso Srubov a sparare a una donna che nuda di fronte al plotone, con dolcezza e senza odio, proclama la sua voglia di vivere. Straziante. Il plotone esita, non il loro capo che la uccide senza perdere tempo. Il significato supera l'esecuzione in sé, la donna stava insinuando il dubbio e stava facendo perdere il ritmo. Un rischio. Anche gli interrogatori, brevi, dei rastrellati erano scanditi da una clessidra. Guai se durava più di una sabbia. Al termine del tempo l'interrogatorio era finito in ogni caso.
La ripetizione continua è un rischio che si corre anche nella vita di ogni giorno, può capitare che risvegliarsi dal torpore che crea sia traumatico, capita persino che ti accorgi di essere "poco umano" in qualcosa ma non te ne rendevi conto. In questo caso era estremamente funzionale e voluta…

Esteticamente urticante, puntella lo schermo per due ore come un martello che vi si pianta in viso al suono del tamburo. Splendida la coreografia di personaggi che  arrancano intorno all'algido Srubov: dalla signora delle pulizie, grassa, violacea e rossa al tempo stesso, alla masnada di gerarchi e piccoli ufficiali che si muovono -paurosi e impauriti- nella temibile, vaporosa terra dagli inverni di ghiaccio. Film da vedere e rivedere, con tutti gli imperativi del caso, perché "La rivoluzione non ha niente a che vedere con la camicia bianca di Karl Marx".Pellicola di spessore e -come tutte le cose di valore- facile da masticare e impossibile da digerire.

martedì 9 ottobre 2012

Un sapore di ruggine e ossa - Jacques Audiard

due eccezionali prove d'attori, Marion Cotillard dopo "La vie en rose" e Matthias Schoenaerts (già grande attore quiqui e qui).
il film è bello, ma qualcosa è troppo, troppa sfortuna per Stephanie, troppo dramma, troppa sfiga per Ali (che fa sempre parti di forzuto, un po' tonto, ma buono).
e poi, se posso, non ne può più delle scritte, come anche in questo film, "ispirato a una storia vera", come se con questo il film valesse di più.
detto questo, è un film che merita - Ismaele




Come spesso, nella filmografia di Audiard, corpo e spirito fanno tutt'uno, si ammaccano e si rimarginano insieme, senza bisogno di troppe parole: al contrario, la comunicazione, specie quella femminile, passa attraverso un linguaggio muto ma intimamente comprensivo (qui è Stef che "parla" con l'animale ma anche il "dialogo" sessuale che si approfondisce senza l'uso di parole). 
La macchina da presa del regista non è certo invisibile e le tesi, dietro il suo modo di filmare, sono sempre molto evidenti. Questo film non fa eccezione e anzi spinge più che mai sui contrasti manichei tra bellezza e squallore, forza e debolezza, spirituali e letterali, fin quasi alla maniera. Ma raggiunge un risultato non scontato laddove, pur essendo in realtà un lavoro molto scritto, dove tutto, fin dal primo istante, è pensato per tornare a domandar vendetta, la direzione degli attori e la qualità dei dialoghi ci distraggono magistralmente, facendo sì che non ce ne accorgiamo quasi mai. La capacità del miglior cinema di Audiard di scartarsi da un percorso troppo rigido o incline alla retorica, questa volta non si manifesta né a livello di soggetto né di regia ma si ritrova più sottilmente nelle pieghe della messa in scena, nei gesti e nelle espressioni degli attori.

Marion Cotillard alle prese con un ruolo complesso e pieno di sfaccettature mostra di non essere solo la nuova diva europea amata da Hollywood ma soprattutto una grande attrice: riempie lo schermo di luce, con uno sorriso fragile, appena accennato, nonostante l'incidente la dimezzi fisicamente (ottimo il lavoro di computer graphic) la sua presenza non è meno forte rispetto al pur bravissimo Matthias Schoenaerts. Questi, col suo magnetismo naturale, trasmette un'ingenua sensibilità nelle prime sequenze accanto alla devastata Stéphanie, dimostrandosi premuroso e attento nel non trattarla come una disabile irrecuperabile, cosa che la donna non vuole essere. La scena in cui l'ex-addestratrice di orche riprova, dalla sedia a rotelle, quei fatali movimenti sulle note di "Firework" di Katy Perry è un correre dello sguardo verso gli arti (le braccia) che si allungano verso il cielo, verso l'alto, gesti forti e sicuri in un corpo mutilo che deve ritrovare l'equilibrio interiore. Equilibrio che alla fine maturerà anche il suo compagno di viaggio nella vibrante scena del salvataggio del figlioletto dal lago gelato, dove le ossa delle mani si spappollano sul freddo ghiaccio e il sangue è l'unica traccia che macchia e scuote il candore della sua incoscienza...

On ne décide pas de réaliser un chef d’œuvre. A force de vouloir tout contrôler, jusque les émotions du spectateur, Audiard s’enferme dans une mise-en-scène trompeuse qui ne laisse aucune place au hasard tout en prétendant le contraire. Il y a quelque chose de malhonnête dans la démarche comme dans sa façon de mener le projet, ou du moins, le réalisateur semble s’égarer sur les choix qui s’imposaient à lui. Cette peur de sombrer dans le ridicule, tapie sous la volonté farouche de travailler chaque compartiment du film, empêche celui-ci de se libérer pour mieux toucher au sublime, le caresser, tout du moins. Au final, le film agace plus qu’il ne séduit, et l’arrogance de ses ambitions l’étouffe de bout en bout.