domenica 28 ottobre 2012

Io e te - Bernardo Bertolucci

un padre assente, una madre opprimente, un mondo nemico, la fuga è una soluzione, anche se temporanea, un essere indifferenti al resto, per Lorenzo e Olivia anche un'occasione per conoscersi e pensarsi.
all'uscita della cantina il mondo è lo stesso di prima, grigio, difficile, loro due si sono conosciuti, un po', saranno più forti, chissà.
a me è piaciuto molto - Ismaele



Apparentemente un piccolo film, due personaggi (più qualche apparizione collaterale), quasi tutto girato in un piccolo ambiente, la cantina di un palazzo della Roma borghese. Apparentemente, perché poi indagando, leggendo, ascoltando si viene a sapere che la preparazione è stata meticolosa ed è durata mesi, che lo scenografo ha interamente ricostruito la cantina dopo averne girate decine senza trovarne una che soddisfacesse davvero lui e il regista. La storia, anche se ridotta a un confronto-scontro-dialogo, anche duello, tra il quattordicenne Lorenzo e la sorellastra Olivia (qualche anno in più, stesso padre e madre diversa) è costruita e raccontata come Dio comanda, altro che film minimalisti e in stile indie di oggi dove tutti parlano a caso mimando la pochezza del linguaggio quotidiano e si agitano come formiche impazzite pedinati dalla solita steadycam. No, Bertolucci è un vecchio signore e un maestro, e lui il cinema lo sa fare e lo fa alla maniera di una volta curando i dettagli, ragionando sulla sceneggiatura, predisponendo gli ambienti, soprattutto usando alla grande la macchina da presa…

isolamento del protagonista è accentuato dalla continua presenza di barriere, che solo l’intimità di Bertolucci riesce a raggiungere senza però svelare il suo segreto ma solo per condividerlo. Lo sguardo del cineasta si nasconde con lui, si ferma davanti a vetri (come quello del formicaio che alla fine si rompe e prefigura forse il cambiamento, una nuova iniziazione del sublime finale), crea una tensione nei passaggi dalla cantina all’appartamento con quell’ascensore in mezzo e con le ombre che potrebbero trasformarsi anche nelle inquietanti oscurità thriller ‘polanskiane’ di L’inquilino del terzo piano. Il romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti (anche cosceneggiatore assieme allo stesso regista, Umberto Contarello e Francesca Marciano, scrittore già portato sullo schermo da Salvatores in Io non ho paura e Come Dio comanda) viene assorbito dalle corde di Bertolucci, dalla sua sensibilità incontrollata, in cui vuole eliminare quasi ogni distanza tra lui e i suoi giovani protagonisti. Macchina da presa attaccata addosso, crisi improvvise, un cinema che diventa dipendenza, droga, che vorresti sempre sul filo dell’ultimo respiro, che balla da solo per poi cercare un abbraccio mentre Olivia canta Ragazzo solo, ragazza sola di David Bowie, che si isola con le cuffie nel suo mondo dove l’universo adolescenziale è più vicino in una spallata data a scuola che in tanti film e serie-tv teenager italiani. E si sente a corpo la vicinanza con le emozioni e i tempi dei suoi giovani attori Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco, entrambi contrapposti alla smaliziata esperienza di Sonia Bergamasco…

Il rapporto edipico di Lorenzo con la madre nel film è solamente accennato, le sue difficoltà nel relazionarsi con i compagni di scuola, le strategie adottate per passare inosservato, la profonda solitudine e al tempo stesso il desiderio represso di essere accolto, sono tutti aspetti che il film sfiora appena. 
Bertolucci ha preferito rinunciare alla voce narrante del protagonista, togliendo così di mezzo i ricordi e le riflessioni di Lorenzo che nel romanzo più di tutto connotano la sua personalità. Si è affidato totalmente alle immagini, in una ricerca del dettaglio o dell'allegoria che a volte riesce davvero alla perfezione  (l'incontro con Olivia che si toglie il cappello e libera i capelli, il moto perpetuo dell'armadillo imitato da Lorenzo, lo zoom sul formicaio) ma che nel complesso è una dimostrazione di abilità che non accorcia la distanza dallo spettatore...

2 commenti:

  1. Devo ancora vederlo! e spero di farlo presto!

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  2. le opere "minori" dei grandi sono sempre una bella cosa:)

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