venerdì 19 ottobre 2012

Cléo de 5 à 7 - Agnès Varda

segui Cléo e non ti stacchi più.
c'è la Parigi più bella e una storia che è una gioia per gli occhi e non solo.
e l'incursione della guerra d'Algeria.
qui c'è il cinema, non c'è dubbio, e grazie ad Agnès Varda - Ismaele



Non si può non entrare subito in sintonia con la giovane cantante Florence, detta Cléo diminutivo di Cleopatre. Inizia con le uniche immagini a colori, facendosi leggere le carte da una cartomante. Segni che non promettono nulla di buono per lei, angustiata dall’attesa delle analisi mediche: teme di avere un tumore. Cerca di ingannare il tempo a passeggio per Montmartre, passa da un’amica, il giro per Parigi si allunga, passa da casa, ha l’ennesima conferma che il suo amante è un po’ freddo. Prova una canzone, si cambia dal vestito bianco a quello nero, si trasforma (si toglie pure la parrucca) ed esce di nuovo. Guarda Parigi come se la vedesse per la prima volta, si sofferma sull’ingoiatore di rane vive, si spaventa per l’uomo che si infila spuntoni nel braccio. Va con l’amica modella dall’amante di lui, che fa il proiezionista di un cinema e gli mostra quel corto delizioso che è un omaggio a cinema muto, a Buster Keaton, Chaplin e ai Lumière con Jean-Luc Godard e Anna Karina. Attraversando il parco di Montsouris incontra un giovane soldato che sta per ripartire per l’Algeria. Entrambi hanno paura per ciò che li aspetta, parlano di tutto e nulla, di vita, arte e cinema (“non leggo mai le critiche prima di vedere un film” dice Clèo). Mi accorgo che stasera la canzone “Sans toi” che Corinne Marchand canta in primo piano è ancora più ammaliante e straziante. Mi sorprendo ancora ad entusiasmarmi quando prova i cappellini, in apprensione quando nel bar seleziona la sua canzone nel juke-box, mi commuovono le vecchie per strada con baguette sotto il braccio. Mi accorgo che quel cameracar azzardato del finale è magnifico. Mi accorgo che questo film è di un’attualità sconvolgente. Ho la conferma che quella maga di Agnès riesce sempre a toccare i cuori delle persone, i suoi racconti sembrano non rispettare nessuna regola ma ha una capacità di affabulare speciale. Ho la conferma che mi fa sempre piacere quando nei film stranieri si parla bene dell’Italia, in questo caso di Botticelli e Firenze. Tra l’altro il film fu coprodotto da Carlo Ponti.
Scopro che anche stavolta mi viene da piangere in più momenti. Il finale del film è per me sempre liberatorio, anche se starei a vedere anche Cleo dalle 5 alle 5 del giorno dopo. Peccato solo che la visione mi sia stata disturbata dal pensiero che sarei dovuto essere altrove, a scrivere. Che vedersi un film così in un festival come Cannes sia concedersi un lusso troppo grande, fuori dal ritmo frenetico di proiezioni stampa, conferenze e articoli in serie. Chiedo anch’io una foto alla bella Cleo e la porto con me. La sala stampa non è l’Algeria, ma certe volte somiglia a una trincea.
“Cleo” è un film magnifico, un film che ti segna. Un film che non smetterà mai di palpitare…

There have been many films, from Alfred Hitchcock’s Rope (1948) to Alexander Sokurov’sRussian Ark (2002), devoted to the challenge of capturing or reconstituting the experience of “real time.” Agnès Varda’s 1961 Cléo from 5 to 7—an account of an hour and a half in the life of a normally carefree young woman who is gravely awaiting a medical diagnosis—is one of them, but it dispenses with the single-camera-take concept that Hitchcock cleverly faked (and that Sokurov would heroically maintain); it is as jazzily photographed and busily edited as any more conventional narrative film. Rather, Varda seizes the kind of immediacy and tension associated, at the start of the sixties, with the cinema verité documentary movement and uses it to create a new form of fiction. Unlike traditional story films, which skip everywhere in both time and space, Varda gives us a gauntlet: every second piling up, every step traced out. And she picked the best possible site for this gauntlet walk: the Left Bank of Paris is preserved for us in all its early sixties vibrancy and diversity. Indeed, Varda once described the film as “the portrait of a woman painted onto a documentary about Paris.”…

Prerogativa della pellicola è quella d’immergersi pienamente nella veridicità del reale; come preannuncia il titolo –Cléo dalle 5 alle 7- la Varda fa coincidere il tempo vissuto da Cléo prima del responso del medico (in realtà un’ora e mezzo e non due ore come da titolo, poiché la diagnosi è anticipata grazie all’incontro con Antoine che le fa comprendere come non si debba aspettare quando si rischia di non avere più tempo) con quello che lo spettatore impiega a vedere il film.
La storia è mescolata al reale facendo sì che il percorso di Cléo verso il raggiungimento dell’autocoscienza non avvenga in una riflessione solitaria ma attraverso un continuo confronto con il mondo; la macchina da presa si muove nelle strade in soggettiva e in tempo reale, portando così allo stremo lo stilema proprio della Nouvelle Vague di voler captare la veridicità del momento attraverso la ripresa en plein air.
Cléo de 5 à 7 è un film molto interessante che indaga nell’animo di una donna in connessione con gli agenti esterni e un visibile sempre mutabile; servendosi del cinema come mezzo dualistico che allo stesso tempo è essere occhio sul reale (come lo è una foto) e sull’irreale (grazie alla possibilità di mettere insieme una storia non vera come invece lo fosse), e, insieme, rappresenta un’interessante riflessione sul senso del tempo, di come quello cinematografico possa coincidere, volendo, con quello reale.

Cléo de 5 to 7 Trailer (Agnès Varda 1961) di Tushratta

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