martedì 17 dicembre 2013

Still life – Uberto Pasolini

all'inizio John May sembra una specie di Mr. Bean, solo più triste e più solo, senza neanche Teddy.
fa un lavoro che più triste non si può e prova a dare un ordine, a lasciare in ordine le cose.
mai si riesce a chiudere le pratiche, che vengono archiviate, con dispiacere e non senza partecipazione, però senza una soluzione del caso.
ma alla fine un caso riesce ad avere una fine positiva, e forse John May potrebbe smettere i panni soliti per qualcosa di diverso, visto che intanto gli hanno tolto il lavoro.
ma il Caso decide altrimenti.
John May è un po' perechiano (nel senso di Perec), un po' travet, un po' investigatore, un po' gogoliano (nel  senso di Gogol), alla fine siamo tutti con lui.
la fine è un coup de theatre, come un omaggio del regista all'impiegato, una piccola grande consolazione proprio alla fine, anzi dopo.
è in pochissime sale, cercatelo, non vi deluderà - Ismaele





…La bellezza di Still Life sta tutta nel messaggio positivo che porta, malgrado il film sia di una tristezza indicibile. John May è una specie di angelo senza volto che ha fatto del suo lavoro una missione, quella di restituire dignità ai morti. In un certo senso assomiglia molto a Departures, la pellicola giapponese vincitrice qualche anno fa dell'oscar per il miglior film straniero. Diciamo che Still Life è meno poetico e più 'neorealista', ma alla fine la morale di fondo è la stessa: se facciamo del bene agli altri, anche a loro insaputa, alla fine ci sentiamo più sereni e meno soli, e meglio disposti verso noi stessi. Un concetto semplice, universale, che fa della pellicola di Pasolini, scarna e delicata, lontana da ogni melensaggine, un film che tutti dovrebbero vedere. Non fosse altro che per il finale, uno dei più commoventi degli ultimi anni.

…Uberto Pasolini, regista di Machan - La vera storia di una falsa squadra (2008), sintetizza così le motivazioni che, con i film di Ozu quali riferimenti visivi, lo hanno portato alla realizzazione del suo secondo lungometraggio, storia di solitudine non priva di ironia e caratterizzata da tragici risvolti.
Un’operazione gradevole che, non distante nel look generale da determinate produzioni televisive teutoniche, si regge in maniera quasi esclusiva sull'ottima prova del protagonista Marsan, riuscendo sia a strappare qualche risata che a lasciar emergere spruzzate di poesia.

"Still life" è costruito fondamentalmente su questo personaggio con cui è facile avere una forte empatia grazie alla straordinaria interpretazione di Eddie Marsan, ottimo caratterista del cinema inglese, dal viso riconoscibilissimo e particolare, che ha avuto, insieme allo stesso Pasolini alla proiezione in Sala Grande circa dieci minuti di standing ovation, a dimostrazione dell'ottimo lavoro effettuato e dall'emozioni che ha saputo suscitare questo singolare personaggio…

Il ritmo di "Still Life" è soffice, pacato, ma perfetto per l'andamento dell'intero film, che ci regala un ritratto di un mondo freddo, triste, rispecchiato da una fotografia di Stefano Falivene, e musiche del premio Oscar Richard Portman altrettanto gelide e funzionali. Il finale, senza svelarvi niente, è una delle parti più commoventi dell'intera pellicola che tocca il cuore e che riesce a farsi strada nelle nostre emozioni, lentamente, ma lasciando un qualcosa di sospeso dentro di noi.

Pasolini impagina con grande rigore, memore della lezione dei classici orientali, Ozu in testa, e con qualcosa del suo gran connazionale Terence Davies, e con poco invece del decorativismo britannico e nemmeno del cinema social-realista di Ken Loach e Mike Leigh. L’impressione a momenti è che il compito sia svolta con un eccesso di diligenza, con un certo accademismo ecco. Quell’insistenza sulla sobrietà della casa di John, quelle nature morte (still lives!) che sono i suoi poveri pranzi solitari, una scatoletta, una mela, un bicchiere. Si sente troppo forte, troppo pressante l’ambizione all’autorialità, il che conferisce al film un che di programmatico, artefatto, pretenzioso…

Un film delicato e gradevole, in grado di lasciare un segno, o almeno un cenno di emozione nell'animo dello spettatore che ha voglia di minimalismo e sentimenti trattenuti, ma anche di perdersi in una storia senza eccessi e senza clamori; una vicenda di un piccolo uomo mite, di un timido e sensibile traghettatore di anime dimenticate verso l'eternità.
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sabato 14 dicembre 2013

Il diavolo probabilmente... - Robert Bresson

l'ho visto due volte in due giorni, ma ce ne vuole per arrivare.
i dialoghi sono quasi meccanici, intensi, profondi, c'è una storia e delle storie laterali, che si fondono in un quadro dello stato del mondo e di una parte dell'umanità che si interroga.
sembra girato oggi, il mondo va sempre peggio, dei giovani provano ad agire, e anche a non agire, come Charles.
cambiare il mondo, la rivoluzione, cambiare se stessi, rifiutare il mondo, arrendersi, la chiesa, la politica, non ci sono risposte, non ci sono soluzioni.
mi ha ricordato "Centochiodi", di Ermanno Olmi, quel film dev'essere in parte figlio di questo film di Bresson.
di sicuro quello di Bresson non è cinema per il tempo libero, ci vuole impegno e partecipazione, bisognerà rivederlo ancora, ci sono così tante cose dentro - Ismaele




It's probably Bresson's darkest and most difficult film, so it's recommended for those already familiar with his work…

Un quartetto di giovani nella Parigi di oggi. Charles è il più giovane, fragile e sensibile dei quattro, in rivolta contro la società e il mondo. Cercherà la morte per mano di un compagno di strada, ladruncolo drogato, cui chiede di essere ucciso a pagamento. Bresson filma i suoi personaggi riducendo al minimo la parte superiore del corpo e mostrandone le mani, le gambe, i piedi, gli oggetti che vedono e toccano. Dialogo ridotto all'osso, detto con quel tono senza intonazione che è tipico di Bresson e che il doppiaggio italiano tradisce. Discutibile prima parte, troppo didattica. Rimane la densità dell'itinerario di un'anima verso il suo destino, raccontata da un cineasta che crede nell'esistenza metafisica del Male.

A certificare l’impotenza e l’impossibilità dell’azione, il regista spezza le relazioni fra causa ed effetto, relegando l’una o l’altra al fuoricampo, che sia il caso di un incidente stradale, di cui si sentono i rumori ma non si vedono le conseguenze, o l’abbattimento di alberi, che cadono sotto il suono di seghe elettriche mai visibili. Il fuoricampo, che nasconde una visione totale delle cose, è forse l’aspirazione irrealizzabile di Charles. In un film dove la forma riesce ad essere la sostanza, privato anche della disperazione, l’unica certezza è che nessuna rivoluzione è possibile.

Dio non esiste, prenderne consapevolezza non è facile. La lucidità piena è follia, così il protagonista cerca prima di affogarsi in una vasca, ma sarà l’incontro con il tossicodipendente a segnare la via del non-ritorno. E lo psicanalista tra un buco di droga e l’altro dell’amico non basterà a salvarlo. Difficile e impegnato il cinema di Bresson, non adatto nel pomeriggio post.pranzo.

…Il titolo del film fa riferimento ad uno scambio tra Charles, i suoi amici ed uno sconosciuto che in autobus dice:“Ci sono delle forze oscure di cui è impossibile conoscere le leggi. La verità è che qualcosa ci spinge contro quello che siamo. Ma chi è allora che si diverte a farci perdere che ci manovra sotto, sotto; il diavolo probabilmente.”

Dans ce film Bresson ne se départit pas de son style austère, unique et puissant, qu'aucun autre réalisateur n'est parvenu à égaler. Il se concentre sur les détails intimes d'une histoire, les préparations ou le résultat des événements autant que sur l'événement lui-même.
Le déroulement de l'histoire semble ainsi faire partie d'un plan préétabli sur lesquels les personnages les plus lucides savent qu'ils ne possèdent qu'une faible marge de manœuvre. Le film déploie ainsi une trame narrative importante : il narre le cheminement vers la mort de son personnage principal, Charles, ainsi que les tourments amoureux dont sont victimes Alberte et Edwige qui l'aiment et Michel qui aime Alberte. Le film dresse aussi une charge sans nuance sur la société industrielle. Pourtant, aucun accès de colère, aucun cri, aucune dispute ne peuvent être relevés. Tous les personnages se chargent de couper court à toute volonté de l'un ou l'autre de changer l'état des choses. Et, lorsque les trois amis de Charles croient l'avoir sauvé en l'envoyant chez le psychiatre, c'est là qu'il trouve la solution à son problème en se faisant souffler l'idée d'un suicide commandé…
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giovedì 12 dicembre 2013

Captain Phillips - Attacco in mare aperto - Paul Greengrass

un’americanata ben fatta, regista un inglese.
in fondo è anche un western, alla fine arrivano i “nostri”.
bravo, come sempre, Tom Hanks, che per la maggior parte del tempo è prigioniero dei banditi indigeni, anche se in acque internazionali.
la tensione è sempre viva, con punte altissime.
quasi commovente il desiderio, la stima, l’invidia, l’amore d’America, di Muse, il capo dei pirati, che è un ragazzino ingenuo, i “nostri” lo catturano come un pollo, e poi è l’unico che sopravvive.
la fine è già scritta, come farebbero quattro disperati a vincere l’impero, con la sua potenza di fuoco e la sua furbizia?
comunque l’impero trema, per qualche ora, ma non ci sono dubbi sulla vittoria, l’unico dubbio è il punteggio, se 4 a 0 o 4 a 1, e la morale, se c’è, è sempre la stessa, è impossibile che gli indiani vincano.
è un film che merita la visione, per lo spettacolo e per la bravura dei due comandanti, sia Phillips che Muse - Ismaele




…La scrittura non è mai stato il punto di forza dei film da lui diretti, e i dialoghi di Captain Phillips non si segnalano per particolare smalto, ma questa volta la dinamica narrativa è più semplice e al contempo più sofisticata. Dalla condizione di assedio, che vede tutti contro tutti, il film vira ad un certo punto verso un contesto più asfittico e cardiopatico: l'Iliade si trasforma così in Odissea e Philips si ritrova a vivere una serie di peripezie in solitaria. Per tornare a casa, dovrà ricorrere alle sue doti umane (il rapporto tra i due capitani è lo spazio emotivo del film), all'astuzia e alla fede in un'entità superiore (i Seals).
L'ambientazione in alto mare, il ritratto lucido della Marina statunitense nei suoi vari gradi, l'impatto visivo e metaforico della piccola scialuppa circondata dalle enormi navi da guerra sono parte integrante dello spettacolo inscenato da Greengrass. Completa il quadro la performance di Tom Hanks e il cast di non professionisti che dà sguardo e sangue ai pirati somali. Non si cerchino, però, grandi spunti etico-politici: that's entertainment.

In "Captain Phillips" Greengrass lavora molto sul corpo (o meglio sul volto) degli attori e gioca sulla contrapposizione chiuso/aperto (la nave, le sale di comando militari, la scialuppa/l'oceano) mettendo in scena la limitatezza delle azioni umane, il senso di ineluttabilità, vale a dire deve andare per forza in questo modo, non ci sono alternative.  
Oltre la messa in scena di un episodio reale e all'utilizzo personale del mezzo cinematografico da parte di Greengrass, il film non presenta grandi spunti di riflessione. Vediamo in modo palese: ancora la grandeur a stelle e strisce con la Nazione Americana che non abbandona mai un suo uomo in pericolo, costi quel che costi; i somali poveri pescatori, costretti a fare i pirati perché non è rimasto altro; Phillips che rappresenta l'icona del buon marito e padre di famiglia, che fa il proprio dovere fino in fondo ed è tutto sommato un eroe per caso; ecc... Temi un po' abusati  e qui trattati con una certa superficialità. Greengrass non riesce a dire nulla di più di quello che si vede sullo schermo, la realtà - anche se romanzata - rimane cronaca che scivola dallo sguardo e non penetra nel cuore e nella mente dello spettatore…

Captain Phillips è in gran parte il suo film più maturo ma anche, tra le altre cose, il più didattico. Una parentesi della filmografia del regista di Bloody Sunday che stavolta non parte da una premessa così civile come potrebbe sembrare, traducendosi in una celebrazione dell’eroismo americano in fondo statica e senza troppo da dire, che mal si presta a essere dibattuta in termini controversi e ben si guarda dall’aprire squarci o imbandire tavolate intorno alle quali consumare diatribe ideologiche. Ne deriva un intrattenimento solido che finisce col vergare il film col suo imprimatur rendendolo avvincente ma allo stesso tempo in gran parte prevedibile dall’inizio alla fine, sebbene Greengrass sia come al solito molto abile nel capitalizzare il dinamismo, nel metterlo a frutto, nel sopperire alla carenza di memoria dell’immaginario contemporaneo che tutto frulla e rielabora nel calderone dalle ansie postmoderne con un classicismo non tanto stilistico quanto morale…
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mercoledì 11 dicembre 2013

Win Win (Mosse vincenti) – Thomas McCarthy

Thomas McCarthy di mestiere fa l'attore, ma qualche volta dirige un film, questo è il terzo.
come gli altri due, è un piccolo film, e come gli altri due parla di rapporti umani.
non ci sono buoni o cattivi, solo persone che fanno scelte sbagliate, a volte, spinti dalla convenienza o dall'egoismo, e però (come anche negli altri due film) arriva qualcuno, le persone si incontrano, cambiano, si affezionano, crescono, diventano diverse, anche migliori, chissà, di sicuro si ripensano,  e agiscono, piccole cose, ma fanno qualcosa.
qui non muore nessuno, non è un thriller, ma non ci si annoia, un film lento, ma ci sono piccoli movimenti che diventano decisivi.
non è un capolavoro, ma non si dimentica (e poi c'è anche Paul Giamatti in gran forma) - Ismaele



…In questo microcosmo di personaggi compositi e poliedrici (nessuno è tutto buono o tutto cattivo), c’è chi spaccia il proprio desiderio per quello altrui, chi maschera l’egoismo con la carità, chi, per necessità, non ci pensa due volte a lucrare sugli altri per salvarsi dal baratro. Ma il marcio non prende il sopravvento. Uomini di buon senso e buona volontà hanno la meglio. Regole e princìpi non sono pesanti dogmi a cui sottostare, ma sani e forti gesti portatori di sollievo e gioia. Un film dove la porta stretta è sì più faticosa, ma anche più onesta di quella larga. Così l’arte dell’arrangiarsi e del reagire va in scena in un inaspettato finale “con olio di gomito”, che fa sorridere col cervello acceso. Un finale con una buona dose di buonismo che una volta tanto si fa accettare, ci sta, ci piace.

"Mosse vincenti" è una commedia auto-assolutoria e usa un linguaggio spuntato, sia sul profilo verbale che cinematografico, dove uno stile piano (per non dire piatto) porta avanti, con il didascalico impiego di campi/controcampi e piani medi/figure intere (spezzati solo dalla dinamicità degli incontri di lotta), una sceneggiatura dalle tempistiche calcolate a tavolino: l'intimismo ricercato dal regista di "The visitor" è assai scolorito e anche la fotografia di Bokelberg usa colori caldi che sembrano ricalcati sui prodotti pseudo-indipendenti di Jason Reitman. Alla fine, l'unico vero vincitore è la coscienza dell'uomo medio americano che, macchiatosi di una colpa, riesce a redimersi tenendosi nonno e nipote, e liberandosi della figlia diseredata: tutto ciò solo con un secondo lavoro da barman. Evviva la pedagogia.

…Non c’è bisogno di sprecare tante parole per un film come questo: “Win Win” è una commedia semplicemente deliziosa. Scritta benissimo e interpretata da un cast di attori strepitosi la commedia di McCarthy è infatti in grado di suscitare un po’ di tutto: sane risate, grande empatia, un pizzico di commozione e grande partecipazione emotiva per l’intera durata del film.
Il risultato è una pellicola fuori dal comune, divertente e mai banale che vi consigliamo assolutamente di vedere.

Well, OK. It's too neat. Everything clicks into place. Life seldom has uncomplicated endings. But let it be said that Alex Shaffer, who was cast more for his wrestling than his acting, is effortlessly convincing. That Giamatti and Tambor are funny when they try to out-dour each other. That Amy Ryan does what she can with the loyal-wife-who's-had-enough role. That the ending has simple pleasures, although not those promised by the beginning or by McCarthy's earlier films. I'm happy I saw "Win Win." It would have been possible to be happier.

Paul Giamatti (« Sideways », « Le Monde de Barney ») porte une nouvelle fois cette production indépendante sur ses épaules. Il compose ici un vrai gentil, pris au piège de ses propres manipulations, utilisant l'argent qu'il touche, non pas pour maintenir le grand-père à domicile, mais pour sa famille, espérant ainsi concrétiser une certaine vision du « gagnant-gagnant » prôné par les capitalistes. Mais il y a forcément des laissés-pour-compte dans l'affaire, car l'envie de s'en sortir (de la drogue, de la misère...) demande souvent une bonne dose de confiance, en soi et en les autres.
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lunedì 9 dicembre 2013

Pat & Mat - Lubomír Beneš

mi è capitato di vedere in un piccolo cinema "Pat e Mat", proiettavano alcuni episodi, mi sono divertito molto.
si trovano comunque su youtube, provate, sono divertenti, come le comiche di quando eravamo bambini - Ismaele

ecco un episodio:


Pat e Mat sono i personaggi della serie ceca A je to ideata da Lubomír Beneš.
La prima volta Pat e Mat apparvero nel film d'animazione a passo uno "Kutaci" (I pensatori) nel 1976. In seguito sono comparsi nella serie A je to (traducibile con "Ce l'abbiamo fatta!"). In un primo momento il target cui era rivolta la serie era un pubblico adulto, ma presto i simpatici eroi diventarono intrattenimento per tutte le generazioni.
I nomi Pat e Mat vennero inventati nel 1989 e sono riferiti, per l'appunto, ai protagonisti della serie A je to; trattasi di due pasticcioni che ne combinano di tutti i colori nei loro tentativi di "fai-da-te". Diventarono molto conosciuti nella Repubblica Ceca, ma presto anche all'estero, soprattutto nell'Europa dell'est.
Non sono personaggi con un preciso contesto sociale e solitamente non parlano, ma in sostanza sono due ottimisti che in qualsiasi situazione trovano una soluzione.
Difatti in ogni episodio della serie solitamente qualsiasi attività da loro intrapresa finisce col creare solamente problemi (la distruzione di un mobile, per esempio), ma alla fine della puntata riescono a trovare un rimedio "soddisfacente".
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The station agent – Thomas McCarthy

una bellissima opera prima, tre sconosciuti diventano amici, ognuno ha i suoi problemi, ma non importa, si riesce a prendersi cura dell'altro.
Fin, Olivia e Joe sono davvero bravi ad avvicinarsi, allontanarsi, avvicinarsi, ognuno c'è quando serve e ognuno trova l'amico quando ne ha bisogno.
Fin esce da una condizione protetta, muore il suo vecchio amico e si trova nel mondo, un mondo marginale e piccolo, in una casa lasciatagli in eredità dall'amico; una situazione simile per certi versi a quella di Chance (Peter Sellers), ma Fin (un bravissimo Peter Dinklage) è più fortunato, è più giovane e capisce di più.
Thomas McCarthy fa pochi film, e davvero buoni, questo (e non solo) cercatelo - Ismaele






The Station Agent è come uno scatolo in cui tirate tre dadi ed ottenete sempre un sei per ognuno di loro, sempre il massimo. Quei tre dadi sono i tre protagonisti. Non ha importanza come siano fatte le facce dello scatolo, quei dadi si scontreranno e s’incontreranno l’uno con l’altro creando un’armonia perfetta pur rimanendo dei semplicissimi dadi, oggetti senza una grande importanza, di nessuna particolare bellezza, ed è questo che sono i tre personaggi Finn, Olivia e Joe…

Sono due le intelligenti e "scandalose" idee alla base di Station Agent: la prima è quella di regalare un ruolo da protagonista ad un uomo affetto da nanismo: un nano, per usare un termine oggi non politicamente corretto. La seconda è quella di essere un film dove - perlomeno in apparenza - non accade assolutamente nulla, dove la quotidianità, nei suoi elementi più essenziali e persino banali, è alla base dell'intero racconto e dove proprio grazie a questo il racconto si fa profondo e coinvolgente…

…Dal forte contenuto emotivo e la capacità di colpire lo spettatore con le cose più semplici, la sceneggiatura di McCarthy trova il suo punto di forza nel trio di veri amici (Peter Dinklage - Bobby Cannavale - Patricia Clarkson) più awesome della storia del cinema (interpretati egregiamente, come solo i grandi attori sanno fare).

It's really funny how people see me and treat me, since I'm really just a simple, boring person. So says Finbar McBride, the hero of "The Station Agent." Nothing in life interests him more than trains. Model trains, real trains, books about trains. He likes trains. Finbar is a dwarf, and nothing about him interests other people more than his height. It's as if he's always walking in as the next topic of conversation. His response is to live in solitude. This works splendidly as a defense mechanism, but leaves him deeply lonely, not that he'd ever admit it…
…"The Station Agent" makes it clear that too many people make it all the way to adulthood without manners enough to look at a little person without making a comment. It isn't necessarily a rude comment -- it's that any comment at all is rude. In a way, the whole movie builds up to a scene in a bar. A scene that makes it clear why Finbar does not enjoy going to bars. The bar contains a fair number of people so witless and cruel that they must point and laugh, as if Finbar has somehow chosen his height in order to invite their moronic behavior. Finally he climbs up on a table and shouts, "Here I am! Take a look!" And that is the moment you realize there is no good reason why Peter Dinklage could not play Braveheart.

Descubriendo la Amistad logra esa accesibilidad por su falta de pretensiones, nunca busca que nos compadezcamos de Olivia y su manera de vida tan autodestructiva, ni que apoyemos a Fin cuando se da cuenta que saliendo de su ostra también puede cazar un tren de carga. Es cierto, en su opera prima Thomas McCarthy se vale de escenas con diálogos que a la larga no nos dicen mucho, viñetas poco ortodoxas y personajes en pleno aburrimiento, pero lejos de ser un defecto, esto se puede justificar tomando en cuenta que lo único que desea es mostrar el desencanto de sus personajes. ¿Se le puede reprochar esto?...

…Une œuvre généreuse, où les différences s'estompent face au vécu de chacun.
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sabato 7 dicembre 2013

Red Riding: In the Year of Our Lord 1983 - Anand Tucker

terzo episodio di una trilogia, con registi diversi, tratto da storie scritte da David Peace.
una storia avvincente, con radici nel passato, e uno sviluppo verso la soluzione, con un ritardo di anni.
bambini violentati e sottomessi senza arrivare al colpevole, per trascuratezze nelle indagini che erano anche protezione di qualcuno.
bravi attori (il protagonista ha una somiglianza molto grande con Greg, di Lillo e Greg), ritmo che ti cattura, una sceneggiatura implacabile, dello stesso scrittore ne fanno un film che non dalude.
da non perdere - Ismaele




All this time a mentally challenged suspect has been held as the alleged Ripper. He has even confessed, which after police interrogation in Yorkshire is a foregone conclusion. His guilt is convincingly challenged, which leads to a reopening of the case, as well it might, because the murders didn't stop with his imprisonment.
One wants to believe no police department in North America has even been as corrupt as this one from Yorkshire. That may not be true, but the chances of a television trilogy about it are slim. "Red Riding Trilogy" hammers at the dark souls of its villains until they crack open, and it is a fascinating sight. We're in so deep by the final third that there can hardly be a character whose hidden evil comes as a surprise: Can innocence exist in this environment?...

Anand Tucker, autore dell’ultimo episodio, scrive il senso della trilogia Red Riding. 1983 ci conferma alcuni dati come tratti distintivi dell’operazione, vedi le situazioni sentimentali che si sviluppano sempre, inevitabilmente durante l’indagine: approccio che vuole suggerire un parallelismo ideale tra morte e sentimento (diversi personaggi, stessi scenari), sulla scia di un mistero che impedisce di amare, finché non sarà sciolto non consentirà la realizzazione di coloro che lo indagano…

… Anand Tucker lavora di fino nonostante il suo sia il film meno indipendente della saga, un "Amabili resti" proletario e senza paranormale, disgustoso ma puro di cuore proprio come alcuni dei suoi personaggi. La giusta conclusione di una saga pessimista e disturbante in cui ognuno, a suo modo, è carnefice di qualcun'altro. Fatta eccezione per i bambini, loro sono l'unica metafora d'innocenza presente nell'intera opera, un lieve raggio di luce in un buio indistricabile fatto di violenza e corruzione. Discreto lo sviluppo narrativo, sufficientemente chiaro ed efficace nel tirare le fila di una vicenda corale che coinvolge un intero stato. Buono il livello di tensione e la prova del cast in cui si aggiunge Mark Addy. Fotografia e musiche rimangono su un livello d'eccellenza e l'operazione "Red riding" si archivia come una delle più interessanti e riuscite produzioni televisive viste di recente. Come scritto all'inizio del viaggio: cinema per il piccolo schermo.
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venerdì 6 dicembre 2013

Sanatorium pod klepsydra - Wojciech Has

un film tratto da una storia di Bruno Schulz, dentro ci sono la vita e la morte, i sogni, gli ebrei, l'amore, la comunità, la persecuzione, il padre, e la madre, e molto altro.
c'è un mondo dentro il film, che Wojciech Has dirige da fuoriclasse, e lo è senza dubbio.
uno di quei film difficili da raccontare, da vedere più di una volta per iniziare a capire qualcosa, ma lo sforzo sarà pienamente ricompensato.
certo che capire di sogni e psicoanalisi aiuta non poco, e comunque è una festa per gli occhi e per la mente.
da cercare, trovare e non perdere più, siamo ai piani alti del Cinema - Ismaele


QUI il film completo con sottotitoli in spagnolo

Un joyau qui s’inscrit dans l’unicité. Placé sous le signe du morbide, le film de Wojciech Has nous renvoie à notre mortalité avec une mélancolie douloureuse et absolument bouleversante, soulignée par une musique somptueuse, malheureusement indisponible en CD. Les affiches cinéma polonaise et française, signées par l’un des maîtres de l’illustration polonaise, Starowieyski, donnent un bel aperçu de ce que ce long métrage peut offrir aux spectateurs qui ne redoutent pas l’hermétisme. Les adeptes de Béla Tarr ou d’Andrei Tarkovski apprécieront. On retrouve chez ces trois auteurs des réflexions métaphysiques servies par des réalisations virtuoses où les décors et l’esthétisme participent à la même émotion intellectuelle. Si Tarkovski est toujours à la mode et le talent de Béla Tarr enfin reconnu, il est désolant de constater que Wojcieh Has, qui fut peu actif après La clespydre, jusqu’à sa mort à la fin des années 90, soit aussi méconnu du public contemporain français pourtant généreux et curieux…

…In the sanitarium, Joseph finds that Dr. Gotard is maintaining his father's life signs by slowing down time. In fact, here time has come to a full stop and has started to travel backward. Thus, Joseph is able to revisit his youth in a Hasidic village. Not only are his old friends and family there, but so are the Three Wise Men with advice on buying on credit, as well as some samba-dancing, saber-wielding Haitian soldiers from his boyhood fantasies.
Eventually, Joseph returns through the corridors of time to the pedestrian present and crawls into bed with his ailing father, who complains that his son has not visited him sooner. Childhood memories fade as Joseph tumbles back through the Slavic looking glass to take back the responsibility of middle age.
An exploration of immortality, memory and the functions of psychoanalysis, "The Sandglass" pours out its grains of wisdom in a deluge of ambiguity. Not for clock-watchers or fans of quick pace or plot.

Our protagonist is on a train to go visit his sick father. Apart from that very little of the plot can be known for certain. Time is treated in a wild manner, where the past is visited and jumped through with little more than a masked scene transition. We are inside our protagonist’s memories, as people, moments, and historical events from his life return to entice and haunt him. The subtext points towards the Holocaust, but there seems to be more than that going on in this often traumatic, personal, surreal adventure. Sexualised, voluptuous females bare their flesh with abundant and bountiful cleavage. Nature intrudes into the buildings as vines wrap around the walls and water drips continuously in the background. The cinematography is atmospheric with its soft, dreamlike tracking shots and layered framing. The soundtrack beats and shrieks, adding to the disorientation and uneasiness of the fragmented narrative. It is almost Felliniesque in the way that characters come and go and dreams and reality mix together whimsically.
The greatest glory of The Hour-Glass Sanatorium is the set design and use of locations. The sets are complex, beautifully constructed and endlessly detailed. They create an expansive, distinctive world that is rich with both the beautiful and the decrepit. Subtle use of unnatural colour lavishes each wonderful location. Characters have self-reflexive discussions about the nature of time and memory, and the film has a strange obsession with birds. We are asked to ponder just what is real and what is fake, and if it really matters in the context of past events. There are mystical, playful scenes, such as a mannequin tea-party, although that quickly turns eerie and frightening. There is a strange sense of humour throughout the film, even as the tone shifts more towards horror as danger sets in around our protagonist and his paranoia grows. Everything is highly poetic, metaphoric and decorative. It is easy to get lost in such an imaginative, surreal, deeply textured film, with an exceptionally powerful, visually epic ending.
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mercoledì 4 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate – Pierfrancesco Diliberto (Pif)

questo film è un oggetto strano, la storia di Arturo dentro una Storia più grande, che ci riguarda tutti. 
le due storie insieme funzionano abbastanza bene e l'Arturo bambino è davvero bravo e spesso fa ridere, come fanno ridere i bambini quando vedono le cose con i loro occhi, non coi nostri. 
il film è insieme un po' cinema civile, un po' di testimonianza (didascalica), un po' comico (amaro), non tutte le parti si fondono bene fra loro, e però il film ha una sua personalità e si vede bene.
è anche un'opera prima, non bisogna essere troppo ingenerosi, il tempo ci dirà se Pif ha stoffa davvero, o resterà un'opera unica.
è comunque un film che merita la visione, al cinema - Ismaele.




…Perché quegli anni a Palermo in cui era quasi normalità un morto al giorno, anche quasi sotto casa (Chinnici di fronte casa di mia nonna, Giuliano di fronte casa della mia amica S., per non parlare del covo di Riina a 200 metri dalla mia), quegli anni in cui a scuola, nei momenti di noia, contavamo le sirene della polizia, per non parlare di quel '92 in cui scavalcammo i muri della cattedrale per assistere a un funerale inutilmente blindato, li ho vissuti in pieno anch'io. E la cifra di Pif, la sua scelta di una commedia surreale che si mescola e si trasforma continuamente in un reportage fedele di quel periodo, mi ha conquistato. Andate a vederlo, cazzo.

…Il film di Diliberto è un continuo crescendo di spessore e di emozioni: comincia come una commedia sarcastica e surreale, finisce con la macchina da presa che indugia sulle targhe che ricordano le vittime della mafia. Non vi diciamo come mai, ma sappiate che difficilmente riuscirete a trattenere le lacrime. Una volta si diceva che questi film erano necessari, parola impegnativa che non abbiamo mai amato. Così come non ci sono mai piaciuti gli insegnanti che fanno vedere i film nelle scuole (perché la cultura non va imposta, semmai incoraggiata). Ma se per qualche titolo è doveroso fare un'eccezione, questo è davvero uno di quelli giusti.

Mai fidarsi di quanto si dice e scrive di un film prima che venga proiettato. Sarà un film da ridere sulla mafia, perché anche di mafia si può ridere, che poi una risata li seppellirà tutti (i mafiosi). Questo più o meno quanto si leggeva un po’ di qua e un po’ di là di La mafia uccide solo d’estate, cine-esordio registico di Piefrancesco Diliberto in arte Pif (che si tiene per sé anche il ruolo d’attore principale). Ridere e far ridere della mafia? Però, mica robetta. Impresa che avrebbe fatto tremare anche titani come Billy Wilder e Ernst Lubitsch. Poi, una volta visto, ti rendi conto che quello di Pif non è il grottesco mafia-movie che ci si aspettava, o si temeva, ma una cosina gentile e garbata, fin quasi all'evanescenza, che ha come primo obiettivo quello di ricordare al mondo e agli spettatori, con intento didascalico-didattico da cinema civile di una volta…
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martedì 3 dicembre 2013

Red Dust – Tom Hooper

opera prima di Tom Hooper, che ambienta il film in Sudafrica, nel pieno dei lavori della Truth and Reconciliation Commission. 
torture, violenze, omicidi erano all'ordine del giorno nel tempo dell'apartheid, qui si racconta una storia dentro la Storia, con bravissimi e convincenti attori, inizia con la richiesta di clemenza di un aguzzino, le cose non vanno come previsto, si scoperchia un abisso e si fa verità e riconciliazione, ma sopratutto giustizia.
non mancano i colpi di scena, il film non annoia mai - Ismaele





A 14 anni dagli eventi che sconvolsero per sempre la vita di Alex Mpondo (C. Ejiofor), anche le sue ferite bruciano ancora e gli cagionano un dolore che difficilmente potrà mai davvero essere lenito del tutto (men che meno con le ricorrenti - quasi terapeutiche forse - nuotate nell’acqua ristoratrice di una piscina). Ma dalle latebre di una prigione riaffiora un pallido “spettro” pronto a mettere in discussione le fragili, dolorose, certezze della sua ex vittima.
Red dust si rivela un gran bel film perché, pur senza rinunciare a fare uso della struttura narrativa (forse ostile ai più) tipica del genere “legal” (con annesso ligio rispetto dei suoi tempi e delle sue procedure) non mortifica mai il pathos evocato dalle storie narrate, ma ne esalta, anzi, i profili di convergenza verso sentimenti ben più nobili di quelli che per troppi anni sono esalati dalla rossa polvere sudafricana.
C’è sempre bisogno di film come questo; film che non cercano una plateale spettacolarizzazione della tragedia che esaminano, bensì la rielaborazione del dramma vissuto da un intero popolo, in funzione catartica; in funzione riconciliativa.

Come impianto è abbastanza classico,si sottolineano con enfasi le torture e i personaggi sono abbastanza convenzionali. D'altra parte è vibrante,indignato a volte sbanda per generosità .E'un film importante,più che bello necessario(io ignoravo questa atroce commissione per evitare la guerra civile)…

Denso e commovente dramma giudiziario sul sud Africa post-apartheid.
La storia è abbastanza simile al recente "In My Country" di John Boorman, ma è indubbiamente molto più riuscito. L'esordiente Hooper evita i momenti intimi tra i due protagonisti e una inutile storia d'amore e non scade nel sentimentalismo banale del film di Boorman.
In Più questo film ha dalla sua anche gli attori. Della brava Swank poteva essere approfondito meglio il suo passato e la sua storia.
Straordinario invece il protagonista, l'attore italo nigeriano che si era visto in "Piccoli affari sporchi" di Stephen Frears.

Chiwetel Ejiofor's remarkable acting talents, not to mention his super-sexiness, are on full display in this compelling film about a former anti-apartheid activist and African National Congressman undergoing a Truth and Reconciliation trial in South Africa. Ever-amazing Hilary Swank plays his attorney, and we're told that her formative years in the grotesquely divided nation resulted in emotional scars. But (after the undeniably powerful denouement) I found myself wishing that director Tom Hooper had shown us whether they were anywhere near as profound as the physical marks Ejiofor had been forced to endure.
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venerdì 29 novembre 2013

L’arpa birmana - Kon Ichikawa

un classico dei film di guerra contro la guerra, contro la crudeltà, l'inutilità, l'inumanità, la stupidità della guerra.
Mizushima sceglie una forma di diserzione e di disobbedienza, quella di un Antigone che sceglie di stare vicino ai compagni morti, di dargli una sepoltura, i compagni vivi e prigionieri, confusi e affettuosi, capiscono qualcosa, poi tutto. Alla fine il viaggio in nave per tornare a casa, tutto il contrario del mito di Ulisse, Mizushima, l'eroe, non torna, resta in un esilio non dorato, ma volontario, per portare avanti un compito al quale la sua umanità lo destina.
un film di resistenza, cercatelo e guardatelo tutti, è un film diverso da quelli che vediamo di solito, e questo fa solo bene - Ismaele



Voto 10 a un film che oltre a essere un capolavoro riconosciuto della storia del cinema, "l'Orizzonti di Gloria" giapponese, mi ha incantato per un umanesimo così profondo e convinto che non ho trovato nemmeno nelle pietre miliari antimilitariste della cinematografia occidentale. Sarà il fascino esotico della terra di Birmania, o la musica struggente che accompagna le dolorose vicende del reparto giapponese e le scelte di vita di Mizushima, o forse la semplice originalità della vicenda narrata e il modo in cui è narrata (montaggio innovativo nella gestione della scansione temporale degli eventi) che lascia allo stesso tempo una sensazione di commozione e di pace nel cuore di chi lo guarda, al punto che si finisce per scordarsi della guerra, del Giappone, della Birmania e ci si ritrova a pensare a sé stessi come appartenenti a un' unica fragilissima famiglia: il genere umano.

E con la musica come mezzo d'amore e pace per far comprendere l'errore della guerra, un militare giapponese, Mizushima, in fase di mea culpa, torna sui suoi passi, cambia idea su se stesso, si fa bonzo, e decide di dedicarsi alla vita piuttosto che dedicarsi ad una causa che porta solo alla morte. Capolavoro.

…La lettera dice: “ caro comandante e cari amici, io non posso dirvi quanto senta la vostra mancanza, né posso dirvi quanto mi piacerebbe tornare insieme con voi, lavorare con voi, chiacchierare con voi e suonare e cantare di nuovo. Quanto mi piacerebbe tornare in Giappone, quanto vorrei ripercorrere il mio paese distrutto, rivedere i miei parenti, mi mancano le parole per dirvelo meglio tutto questo; ma non posso tornare a casa. Non tornerò a casa, finché in Birmania resteranno insepolti i corpi dei nostri soldati. Perciò rimango qui, per rifare la strada della guerra. Ricordate quando ci incontrammo sul ponte? Avrei voluto fermarmi e dirvi ciò che volevo fare, ma non potei nemmeno parlare, non ne ebbi la forza, volevo fare ciò che pensavo fino in fondo …” “No! Non posso più tornare a casa” , dice intanto il pappagallo di Mizushima. “ Ho superato – prosegue – i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un modo insano. Ho visto l’erba bruciata, i campi riarsi, perché tanta distruzione caduta sul mondo? E la luce m’illuminò i pensieri. Nessun pensiero umano può dare una risposta ad un interrogativo inumano. Io non potevo che portare un poco di pietà dove non era esistita che crudeltà. Quanti dovrebbero avere questa pietà? Allora non importerebbe la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine. Per questo, ho chiesto al bonzo che mi salvò dalla morte sul colle del triangolo di affidarmi la cura dei morti insepolti. Il capitano diceva di tornare in Giappone per collaborare alla ricostruzione del paese distrutto dalla guerra. Ricordo molto bene queste sue parole, ma quando vidi i morti giacere insepolti, preda degli avvoltoi, della dimenticanza e dell’indifferenza decisi di rimanere perché le migliaia e le migliaia di anime sapessero che una memoria d’amore le ricordava tutte ad una ad una. Passeranno gli anni, tanti anni prima che io finisca e , allora, se mi sarà concesso tornerò in patria, forse non tornerò più, la terra non basta a ricoprire i morti. Miei cari amici, io so che voi siete in grado di comprendermi e ve ne sono riconoscente. Vi scrivo dal monastero durante la notte e il pappagallo dice: Mizushima ritorna in giappone con noi. Io lo ascolto e vi giuro vorrei tanto tornare. Oggi il desiderio era forte e non resistendo suonai la mia arpa: la canzone dell’addio per voi. Addio amici che tornate in patria, vi confesso che non finirei mai di poter dire addio. Grazie per avermi tanto cercato, amici. Io vi ringrazio con tutto il mio cuore commosso. Io sarò qui in Birmania quando nevicherà e i monti nasconderanno la croce del sud e quando avrò sete di ricordi, quando avrò nostalgia di voi suonerò di nuovo la mia arpa. Per tanto tempo siete stati miei amici, vi ricorderò tutti, questo voglio dirvi.

mercoledì 27 novembre 2013

La gabbia dorata (La jaula de oro) – Diego Quemada-Diez

il film racconta una fuga, fra le tante, verso il Nord ricco e pieno di opportunità, per gli occhi dei poveri ragazzi centroamericani.
pochi arrivano e inizieranno (e quasi tutti continueranno e finiranno) a fare lavori da schiavi.
qui partono in tre, uno ha paura, una è una ragazza che viene rapita da ladroni, un altro muore per strada, uno solo arriverà alla meta.
trafficanti, ladri, poliziotti sembrano tutti della stessa squadra (non posso non pensare a questo articolo, del 1996, di Mario Vargas Llosa, che condivido del tutto).
gli attori sono bravissimi, come anche il regista, che è stato aiuto di grandi registi, e si vede che ha imparato molte cose buone, mancano effetti speciali e sentimentalismi, per fortuna.
un avvertimento: c'è il rischio di affezionarti a quei ragazzini, e di soffrire con loro.
e però, nei nostri cinema comodi e nelle nostre case riscaldate, come faremo a capire qualcosa di cosa si prova davvero?
un film da non perdere, se qualche cinema in più lo facesse vedere - Ismaele





La situazione sociale dell’America Latina necessita di un cinema che sia profondamente impegnato nella realtà del mondo. A me interessa fare film radicati nella società contemporanea. L’autentico realismo ha tutto: fantasia e razionalità, sofferenza e utopia, la felicità e il dolore delle nostre esistenze. Voglio dare voce agli emigranti: esseri umani che sfidano un sistema retto dalle indifferenti autorità nazionali e internazionali, attraversando illegalmente le frontiere, rischiando le loro vite nella speranza di superare la povertà estrema. - Diego Quemada-Díez

…Già dalla scelta di girare in Super 16, risulta chiara la volontà di avvicinarsi a una vibrazione dell'immagine d'impianto documentario oppure, ancor meglio, a una ricostruzione affidabile di una storia che ne racchiude mille altre simili, tutte autentiche. Dentro a una rigorosa organizzazione degli spazi, restituita da una direzione artistica secca e severa, si muovono tre attori adolescenti coi quali lo spettatore instaura subito una forte empatia: anche le evoluzioni dei loro rapporti, dall'iniziale avversità che il risoluto Juan prova verso Chauk fino al totale ribaltamento, stanno a sottolineare l'importanza della condivisione, della solidarietà, il falso mito dell'individualismo. Esordio riuscito e maturo, forse un po' troppo compiuto e definito nella sua misura di vero e falso, è il lavoro di un regista che sa benissimo come muoversi all'interno di un idea di cinema molto precisa. Non per niente, Diego Quemada-Díez ha maturato un'esperienza ventennale accanto a nomi come Ken Loach, Oliver Stone, Alejandro González Iñárritu Fernando Meirelles.

…There is something very moving about the desperate courage shown by Juan, Sara and Chauk as they battle northwards. Sara has prudently decided to disguise herself as a boy called "Oswaldo" by cutting her hair, wearing a cap and taping up her chest under her shapeless T-shirt. It creates a poignant romantic tension and there is even a tender sort of Jules et Jim frisson between the three of them. But to those hoping for a relaxing or romantic outcome, La Jaula de Oro has nothing to offer but grim reality. It is a very substantial movie, with great compassion and urgency.

…Certo, a conti fatti infatti La gabbia dorata funziona, e funziona prima di tutto come fiction, come pellicola fruibile e apprezzabile da chiunque (non come Post tenebras lux, per intenderci) abbia un cuore, e per questo lascia parecchio a desiderare il fatto che in Italia soffra di una distribuzione così monca, limitata e limitante (ma evidentemente bisogna lasciar spazio a film che trattano lo stesso tema in tutt'altro modo, come Machete kills), e anzi dispiace se si considera l'estrema riflessione lanciata da Quemada-Diez già dal titolo, La gabbia dorata. Qual è questa gabbia? Sono il Messico, il Guatemala - territori sprofondati nella luce che abbaglia i colori caldi di quelle terre, dorandoli. Di certo la gabbia non sono gli States, identificati nella chiosa finale col mattatoio dove il guatemalteco trova lavoro come un ambiente asettico, murtuario, dai colori freddi che congelano le speranze e, senza troppi forse, anche la vita.
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martedì 26 novembre 2013

Drogowka - Wojciech Smarzowski

Wojciech Smarzowski è uno bravo, anche qui convince molto.
il film inizia come un documentario, pensi di aver sbagliato film, in realtà è il tessuto su cui è costruita una seconda parte senza respiro, a ritmo elevatissimo.
quando Król capisce, dopo una vita passata a pensare e fare il proprio squallido tornaconto, che qualcuno più sopra fa un gioco durissimo, di cui lui è la pedina sacrificale, allora cerca la verità, che non si può né cercare né dire.
il prezzo sarà altissimo, ed è quello che dappertutto un sistema mafioso, tutto il mondo è paese, fa pagare a chi alza la testa.
il film è politicamente scorretto, qui non esistono buoni, non esiste chi può dirsi non coinvolto.
un film da non perdere, nessuno si aspetti una fine felice - Ismaele 





Ma a tenere in piedi il comunque solido progetto di fondo è la tendenza ad un mockumentary (così detto tecnicamente) serio ma non serioso, dal montaggio serrato ma fine (con qualche insospettabile jump cut stile Godard), e improntato dal regista-sceneggiatore ad un giusto e cauto débrayage, pratica filmica che volutamente distanzia l’istanza enunciatrice da una qualsivoglia emissione di giudizi di valori…

…L’estetica di questo film è simile al furioso rollio di una nave che affonda: un’oscillazione bagnata nel torbidume dell’abisso, che produce una vertigine priva di ebbrezza, e carica dell’affanno di una concitata agonia. La trama è una matassa che si dipana vorticosamente per poi subito riavvolgersi: il mostro indistruttibile, ferito ma non vinto, si morde la coda e la spirale di morte si chiude.  La Polonia occupa una della prime posizioni nella classifica mondiale dei paesi più corrotti: la superano solo nazioni come la Bielorussia o il Botswana. Un avvilente dato statistico che questo film traduce in una tenebrosa ballata da capogiro, una danza che si agita all’eccesso e perde rovinosamente l’equilibrio; intanto, in sottofondo, il ritmo è battuto dal cupo ticchettio di una fine che si avvicina sempre più.

Protagonist Król (Bartlomiel Topa) is perhaps one of the least corrupt regarding abuse of his police power, but is still the sort of man prone to violent rage and death threats towards a colleague conducting an affair with his wife, despite the fact that he himself is cheating on her with fellow officer Madecka (Julia Kijowska). After one particularly eventful group night out, Król awakens in a parked car by a river. A body is later fished out of that river, not far from where Król was parked, that of the colleague that was sleeping with his wife. Understandably the number one suspect, and without an alibi due to little recollection of much of the prior night’s events, Król must go on the run and attempt to uncover a potential conspiracy that has led to him being set up. It’s a particularly difficult task considering there are very few trustworthy sources he can turn to for help…

…I think that Smarzowski, in his urge to denounce this dark side of his own country, took some scenes to extreme levels, especially those depicting the police officers partying. In the other hand, its sarcastic and sturdy vision on the matter has the goal to open the people’s eyes for a problem with great impact in society. The structure is not always clear in its orientation, and sometimes we need to make an extra-effort to understand all the connections. The hasty and abrupt editing is another factor that may not be for everyone’s taste. Even somewhat faulty in its very own poignant and gloomy way, “Traffic Department” uses a strong determination to make us aware of a brutal reality.
da qui