lunedì 29 novembre 2021

Il tempo dell'inizio - Luigi Di Gianni

nella filmografia di Luigi Di Gianni ci sono tanti cortometraggi, sceneggiati per la tv, documentari (ha affrontato prevalentemente temi antropologici, religiosi e sociali, esplorando, in particolare, l'intreccio tra ritualità pagana e cattolicesimo popolare nell'Italia del Sud, dice wikipedia), e un unico film, Il tempo dell'inizio.

una storia antica e moderna insieme, David Lamda sta in un manicomio e ha ancora la forza di fuggire o voler  fuggire.

è un manicomio vecchio stampo (pre-Basaglia), con medici padroni e pazienti che valgono meno di zero, il manicomio è una struttura non di cura ma di dominio e annullamento della persona.

è un film cupo, pessimista, disperato, non c'è salvezza, si può provare la fuga, la salvezza, ma è impossibile.

i medici e infermieri e infermiere sono come una loggia (massonica?) che governa il mondo, secondo logiche di punizione, paura, esclusione, anelli di un sistema dove alla fine comandano la violenza e le armi.

un film da non perdere - Ismaele

 

 

QUI il film completo

 

 

Girò in lungo e in largo i territori dell’ex-Jugoslavia Luigi Di Gianni per scegliere le location de “Il tempo dell’inizio”, un film di quarantuno anni fa di non facile collocazione nella cinematografia italiana per non dire di quanto sia stato bistrattato.

Ma come Pasolini, che inizialmente voleva realizzare il suo Cristo nei territori della Palestina, Di Gianni si convinse di portare la troupe in Basilicata, tra Craco, Pisticci, Matera e le sue Chiese Rupestri (altra location è il real albergo dei poveri di Napoli).

Dall’ex-Jugoslavia, però, il regista fece arrivare Sven Lasta (1924-1996) – attore teatrale croato molto conosciuto e amato in patria – a cui affidò il ruolo di David Lamda, un internato di un manicomio che tenta la fuga ma viene subito riacciuffato e sedato. L’uomo si ritrova così a vivere un delirio visionario, immagina (o sogna) di muoversi in una realtà orwelliana in cui un sistema di potere (e del male) ben strutturato agisce per cassare la libertà dei sudditi ed imporre un terrore che rimanga impresso nella loro mente. Un girone infernale dilatato a dismisura con la sua popolazione compiacente della sottomissione a cui è sottoposta e che Lamda sembra non voler accettare e cerca una propria salvezza che, naturalmente, non troverà. Il ritorno alla realtà non sarà per lui meno scioccante, il caos anche qui impera, il deflagrare delle armi e l’avanzare di un carro armato che andrà invadere tutta la superficie dello schermo annunciano altre destabilizzanti e deprimenti condizioni.

Con questo trattato claustrofobico Di Gianni segue traiettorie cupe nel cui destino dell’uomo sembra esserci sola la dannazione…

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Film d’esordio del regista, ammantato di realismo magico, trasporta Kafka e Orwell in Lucania…
E’ la storia di un giovane di nome Lamda (parente stretto di Samsa de La metamorfosi), chiuso in un manicomio, che sogna di essere vittima di una crudele e cupa dittatura e riconosce nei volti dei suoi persecutori quelli dei medici e degli infermieri…il risveglio dalla sua delirante visione scoprirà una realtà ancora più agghiacciante.
Ricchissimo di significati e girato in un bianco e nero che si ispira a Dreyer, il film dà corpo a un delirio apocalittico e visionario che si rivela come metafora dei dolori e delle ingiustizie patiti dall'umanità.
Grande abilità del regista documentarista con interessi etnologici nello scoprire l’insolito ed il mistero celato nei paesaggi dell’Italia meridionale. E’ tempo di ritrovarlo.

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Fuori non si sa cosa ci sia. Le pareti del manicomio sono diroccate, rugose di antichità e di incuria. Ma, dentro, il “metodo” è moderno. Offre una specie di rifugio dalle incomprensioni del mondo, che costringono chi è diverso a sentirsi malato, bisognoso di cure e riposo. David Lamda è finito lì, perché ha gridato alla gente il suo messaggio, dalla cima di un edificio. Voleva parlare a tutti, e per questo è considerato un soggetto antisociale. Ci sono cose che tutti segretamente desiderano, ma pubblicamente disprezzano. Come fare la guerra. Come dare fuoco alle città. Come ribellarsi al potere che opprime e sfrutta, senza dare alcuna speranza. L’appiattimento è chiamato uguaglianza. L’inerzia è chiamata pace. Dire di no significa non stare ai patti. David, nel sonno artificiale indotto dagli psicofarmaci, sogna l’incubo che è già diventato realtà: un regime in cui la follia è dettata dal potere, che trasforma l’utopia in sottomissione ad un ideale fatto di solo ordine ed assenza di pensiero. In quella dimensione immaginaria, i medici e gli infermieri sono artefici di un politica che governa tutti per non avere nulla da governare, per potersi limitare ad incassare i frutti materiali dell’assoggettamento, senza dover risolvere problemi, realizzare obiettivi, inventare mezzi. È il regno di un’operosa tranquillità, diligente ma priva di creatività, che raccoglie anziché costruire: è erede della morte, mentre saccheggia i campi di battaglia, sottraendo rifiuti al deserto in cui niente potrà mai crescere, e tutto, prima o poi, viene sepolto dalla sabbia. Nessuna memoria da conservare. Solo refurtiva da consegnare ai capi. Ma, per David, quella statuina di terracotta non è una semplice “cosa”. È un’immagine viva, il ritratto di una donna colta nell’atto di alzare le braccia al cielo, forse per urlare, per lanciare un’ultima sfida. Vibra di sdegno e di coraggio, invocando aiuto, condannando il male.  Il disagio proclamato a gran voce è il vero anticonformismo: il resto è una rassegnazione estetizzante, che addormenta i sensi, eternando i canoni, perpetuando la seduzione dell’apparire…

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domenica 28 novembre 2021

Strappare lungo i bordi – Zerocalcare

sei episodi che in totale fanno un'ora e mezza di visione sono come un film che si può guardare tutto in una volta, io ho fatto così.

è la storia di alcuni giovani, in realtà adulti, fra Roma e Biella.

qualche povero di spirito ha avuto da ridire sul fatto che a Roma (e anche nel film) parlino in romanesco, che usi i sottotitoli, Netflix li rende disponibili; ecche palle, allora Montalbano dovrebbe parlare la lingua che piace a chi ascolta?

ma torniamo al film/serie Strappare lungo i bordi, i protagonisti sono Sarah, Secco, Alice, Zero e, con la voce di Valerio Mastandrea, l'Armadillo (la coscienza di Zero, per chi non conosce le storie di Zerocalcare).

i tre vecchi amici, abbastanza soli, si arrangiano per trovare una strada, un'autonomia di vita, sognando un lavoro soddisfacente, così va il mondo, poi appare Alice (di Biella, arrivata a Roma per trovare una nuova vita), e Zero (che ha sempre il suo angelo custode Armadillo) non capisce più niente (ma si tiene tutto dentro, purtroppo), sono amici speciali, ma non fanno il gran passo, non riescono a dirsi quanto si potrebbero voler bene.

però guardatevelo voi, mica posso raccontarvelo io.

di sicuro si ride, anche molto, a volte, si sorride, si trova della poesia, e alla fine ci si commuove davvero, non manca niente.

e non si può non volere bene a quei ragazzi e a quelle ragazze a cui piace mangiare il gelato.

è proprio un'opera da vedere, senza perdere tempo.

buona (zerocalcarea) visione - Ismaele


ps: qualche anno fa è stato girato un bel film, tratto dalle storie di Zerocalcare, La profezia dell'armadillo, che si può, per ora, vedere online su Raiplay.


 

 

…In poche parole: cos'è Strappare Lungo i Bordi? È un racconto, un racconto fatto da un amico che non vedevi da tempo e che deve aggiornarti su quanto è successo. Un amico logorroico, con tante domande e ancor più dubbi nella testa, con il vizio di raccontare una storia partendo da lontano, e che durante il percorso devia, si perde, si ritrova, esita, torna indietro…

Se questo amico è Zerocalcare, araldo di metafore tanto iperboliche quanto brillanti, capace poi a tradimento di tirare certe cannonate che se ti prendono ti lasciano lì, impalato a chiederti chi gli ha dato il diritto di centrare con tale precisione il bersaglio, allora descrivere Strappare Lungo i Bordi diventa paradossalmente più facile: è una cosa bella, molto bella…

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…Strappare lungo i bordi segue – con un ritmo serratissimo – l’universo narrativo a cui Zerocalcare ci ha abituato prima con i suoi fumetti cartacei, poi durante il lockdown del 2020 grazie a Rebibbia Quarantine. Sempre presenti gli amici Sarah e Secco, insieme alla sua coscienza Armadillo con una guest star: mentre tutti i personaggi sono doppiati dallo stesso Zerocalcare – che gioca con la sua voce per dar carattere a ogni soggetto – Valerio Mastandrea presta la voce all’Armadillo.

E tra aneddoti, flashback e paragoni, Zerocalcare racconta la sua vita passata e presente tra disagi personali e avventure quotidiane a cui tanti possono sentirsi vicini…

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La narrazione di Zerocalcare, del resto, non poteva che basarsi sul flusso di coscienza, in cui la storia delle sue giornate è intervallata dalla coscienza rompipalle dell’Armadillo (voce di Valerio Mastrandrea) e da apparizioni di figure fugaci umane quanto condizionanti, paranoie, ansie, problemi psicologici e “accolli” di ogni ordine e grado. Una storia in grado di mettere in primo piano la fragilità dei personaggi, senza limitarsi ad essere una mera voce generazionale (la stessa generazione, per inciso, sfiancata dal precariato, dall’incertezza e/o dai fatti del G8 di Genova). Le puntate sono state scritte evidentemente di getto, con uno stile da tradizione orale, da racconto di strada, in cui la colonna sonora non poteva che essere basata sui brani amati dall’autore: dai riferimenti imprescindibili nell’ambito punk (KlaxonGli ultimi) a finire su una miriade di altri artisti, di qualsiasi genere possibile (o quasi): Band of horses, Billy Idol, Tiziano Ferro, Manu Chao, M83, Apparat, Ron. Il tutto senza dimenticare il fondamentale e determinante contributo di Giancane, che firma la sigla della serie…

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Zerocalcare mette in scena un vero e proprio ritratto generazionale, fatto di momenti surreali e conseguenti risate a crepapelle ma anche di sfumature malinconiche e tragiche, che fotografano con lucidità i timori e i vizi dei giovani adulti di oggi. Lo fa utilizzando il suo disegno pulito e preciso, che trova una valida sponda in un’animazione fluida e di ottimo livello complessivo, il suo caratteristico flusso di coscienza, capace di travolgere lo spettatore con un diluvio di riflessioni personali, disagio esistenziale e spassose paranoie, e l’umorismo che permea tutti i suoi volumi, che miscela in un piacevole frullato la cultura pop e la tipica veracità romana. Uno stile affinato dall’autore attraverso i suoi cortometraggi trasmessi nel corso di Propaganda Live, che in Strappare lungo i bordi deflagra con dirompente forza, in 6 episodi di breve durata (15-20 minuti ciascuno) ma sorprendentemente compatti per scrittura, toni e tematiche affrontate.

A fare da filo conduttore a una lunga serie di riuscite gag, notevoli intuizioni e amari spaccati di vita è un viaggio da Roma a Biella, che il protagonista Zerocalcare deve compiere insieme agli amici di sempre Secco e Sarah per un motivo che emerge solo negli ultimi episodi. Viaggio che come sempre è sia fisico che interiore, e che Zerocalcare sfrutta per rappresentare, con flashback e continue digressioni, l’alienazione e lo scoramento della generazione Y, cresciuta con certezze come il posto fisso, la sicurezza economica e una posizione lavorativa adeguata ai propri studi e alle proprie competenze, progressivamente disintegrate dai mutamenti dell’economia e della società negli ultimi decenni. Fra ironia e commozione, emerge il disilluso e ironico grido di dolore della generazione più triste e bistrattata del Dopoguerra, costretta a sopravvivere arrangiandosi e con lavori quasi sempre estremamente lontani dalle proprie ambizioni e dalle proprie inclinazioni personali…

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Il dialetto, la parlata, non è solo una lingua/luogo, ma la testimonianza di un vincolo. Non esisterebbero dialetti se non ci fossero le comunità, le relazioni, i legami che li tengono in vita. Non si tratta di codici scritti, standardizzati, usati nella cultura ufficiale, serve dunque una comunità che si relaziona in modo costante a tenerli in vita. Le periferie sono i più grandi luoghi di sperimentazione linguistica, dove le culture si mescolano di più e creano il vocabolario per il possibile, in questi luoghi sempre molto variegato. La working class è abituata alla mutevolezza e alla mancanza di controllo. Recepisce bene il cambio e la creatività della lingua perché la crea e se ne nutre. Fa parte di quell’imprevedibilità che i quartieri più ricchi cercano in ogni modo di sterilizzare e parlando di lingue, stigmatizzare o standardizzare. Ed questa la più insopportabile delle constatazioni per chi quella lingua marginale la contesta. Per un modello di sviluppo che aliena e atomizza questi legami sono inaccettabili. Abbiamo detto che le comunità fanno le lingue, e vale anche per le neolingue, per l’esigenza di trovare parole nuove per rappresentarsi. Ma quando quella comunità riesce ad accedere ai canali di massa per valorizzare sé stessa e non il contrasto a sé stessa, è sempre qualcosa che fa saltare i riferimenti, come un’anomalia del sistema…

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giovedì 25 novembre 2021

Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno - Luciano Salce

tratto da un'opera di Rafael Azcona e Luis García Berlanga, non poteva essere un film "normale".

Paolo Villaggio prima di Fantozzi riesce ad essere molto convincente (come tutti, d'altronde) in un personaggio succube della mamma vedova, lo tratta come un bambino e lo ama da morire.

lui vorrebbe farsi una vita sua, ma quella strega della madre glielo impedisce, ma con la serva zoppa Eleonora Giorgi (giovanissima e già brava) quel momento sembra arrivato.

naturalmente è una commedia a tinte nere, che fa ridere, ma ancor di più intristire.

buona (plastica) visione - Ismaele

 

 

Salce dirige con mano sicura, mantenendo un delicato e inquietante equilibrio tra commedia e dramma, regalandoci scene erotiche imbarazzanti in un crescendo di toni morbosi, incorniciate dal terribile finale, quasi da brividi. Una curiosità davvero per pochi eletti, un prodotto unico perfetto per chi pensa che la commedia all’italiana si esaurisse con la tipica critica sociale alla Dino Risi.

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Finale a parte, a raccontarne la trama, parrebbe una commedia boccaccesca, ma è la più feroce rappresentazione che il cinema italiano abbia mai dato di un "cuore di mamma" incapace di rassegnarsi al fatto che il figlio non sia più un bambino. Se Villaggio pre-Fantozzi è funzionale e Giorgi incantevole, a spiccare sono Faà di Bruno nel ruolo dello zio Alberto e soprattutto Lila Kedrova, una marchesa Mafalda appiccicosa, possessiva, ricattatoria, castrante. Programmaticamente sgradevole e grotziano, il film di Salce, mai così cattivo, riesce a disturbare anche a più di 40 anni dall'uscita.

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Romanzo di formazione (e di deflorazione) di un bebè over-30: riuscirà il Signorino Fernando – un lattonzolo feticista e sessualmente inibito – ad affrancarsi dalle cure morbose della madre vedova, la Contessa Mafalda? Questo è, a grandi linee, il soggetto di Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, una delle commedie più sinistre dirette da Luciano Salce.

L'inquietudine che esso emana non deriva però soltanto dalla tematica edipica che, lungi dall'essere trattata in modo allusivo, è buttata sul sadomaso. È piuttosto l'utilizzo estremo e maligno della comicità ad annerire l'anima del film. Paolo Villaggio attribuisce al suo Signorino Fernando, detto Didino, una disperazione impotente degna dei momenti più estremi del suo (imminente) tragico Fantozzi. Ma dietro questa disperazione si cela – come in Fantozzi – un brutale spirito revanchista, che però, dopo exploit brevi ma intensi, viene represso rigorosamente.

La gag più riuscita è la più cinica, quella in cui Didino induce un gruppo di straccioni a mangiare dei supplì riempiti con sassi, illudendoli che in uno di essi si trovi lo smeraldo che ha sottratto alla madre Mafalda (Lila Kedrova). Lo stesso smeraldo viene utilizzato a più riprese da Didino per ricattare l'asfissiante genitrice, così da estorcerle quelle libertà che ella gli nega con appiccicosa cocciutaggine…

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mercoledì 24 novembre 2021

Annette - Leos Carax

Leos Carax gira il suo sesto film (qui la filmografia) e come sempre è un film che divide, non ha e non avrà un gran successo di pubblico.

il film è un musical, nel senso che la musica degli Sparks è la protagonista del film, un concept album che voleva essere un musical e Leos Carax se ne innamora, e musical sia.

è un film d'amore, è un film di disamore, un thriller, un film sullo spettacolo e sulla società dello spettacolo, sui bambini e sul loro sfruttamento, sul perdono, che a volte non c'è, sul successo e l'insuccesso, tra le altre cose. 

sbaglia chi si aspetta il già visto, sarà deluso, capita che abbandoni la sala prima della fine, lasciatevi prendere per mano da Leos Carax, è il suo film, dopo tutto.

grande super eccelsa prova d'attore di Adam Driver.

il film è in una trentina di sale.

buona visione (e buon Sparks ascolto) - Ismaele

 

 

 

QUI la colonna sonora degli Sparks, completa

 

 

…missione compiuta Monsieur Carax. Che a 60 anni alle prese con il progetto più costoso della sua vita (chapeau a Amazon che ci ha messo eroicamente i soldi) sa ancora fare benissimo il disturbatore, il non domabile, il mai domato, l’insoumis. L’autentico fuori norma e fuori media del cinema parigino. Che qui adotta la forma solo apparentemente tranquilizzante del musical, più americano e inglese che francese (anche se poi Demy non può non rispuntare in qualche modo), a sottolineare e potenziare la consistenza fantastica-fantasmatica anzi mitologica e forsennatamente antinaturalistica del suo fare cinema…

…Questo film è puro cinema, sempre, anche nelle sue parti meno riuscite, anche nei suoi buchi neri, lacerazioni, incompiutezze, irresolutezze, smagliature. La passione tra Henry e Ann si fa storia di tutte le storie d’amore, archetipo e, nel fallimento, l’esito inevitabile di ogni amore.
Si parte come in una rom-com con musiche – alcune belle davvero, trascinanti e chissà se ce la faranno a raggiungere il successo di massa -, si continua in un Scene da un matrimonio in cui ci si fa del male pur volendosi bene essendo il bene a generare il male, si sfocia in un thriller con tanto di assassino psicopatico, si entra nell’universo del fantastico con scambi e andirivieni tra qui e l’oltreumano. Tutto è spettacolo, tutto è messinscena in questo Carax (in tutto Carax?), il reale non è altro che un’estensione dei fantasmi della mente, i due protagonisti si raccontano e si mettono a nudo stando sempre on stage (c’è sempre un pubblico che osserva, giudica, ride, applaude, stronca, si infuria in questo film. E Annette è anche, nella sua seconda parte un film sulla debordiana società dello spettacolo, sull’exploitation del difforme). Momenti sublimi, molti. Le cavalcate notturne in moto. Le luci della città, delle città, a comporre una geografia della notte urbana tra Occidente e parecchio Oriente.
C’è qualcosa nel cinema di Carax che non c’è in nessun altro cinema oggi. Non tanto un certo surrealismo post-bunueliano come s’è detto da più parti, quanto un pendolarismo incessante tra il reale e il sogno, l’allucinazione…

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C’erano una volta gli Sparks, un duo rock composto dai fratelli Ron e Russel Mael, inventori di quello che oggi viene chiamato glam rock (padri di un’intera generazione di altri gruppi come gli Smiths e i Depeche Mode). Un giorno, quasi all’alba degli ottant’anni, i due fratelli decisero di scrivere un film. Un musical: Annette.

C’era una volta Leos Carax, regista visionario che in 37 anni di carriera non aveva partorito più di 5 film, uno più singolare dell’altro (l’ultimo era del 2012: Holy Motors, con Kylie Minogue, degno di nota). Proprio come gli Sparks, Carax era un autore di culto: gli voleva bene questo pubblico di nicchia, le star facevano a gara per lavorare con lui. Incuriosito dalla sceneggiatura degli Sparks – nonché ispirato dalla figlia Nastya – Carax decise che il film dovesse diventare anche suo.

Infine c’era Adam Driver: un ex-marine arruolato in tempi un po’ sospetti, imbenzinato dai tragici eventi dell’11 settembre e dal patriottismo infuso dal presidente Bush (Junior), quindi scappato dalla vita militare, scoperto da una serie HBO (Girls di Lena Dunham) e in breve diventato una delle star più importanti della sua generazione. Tutti lo volevano, e in tanti riuscivano ad averlo (persino la Disney, per la nuova trilogia di Star Wars). Anche Leos lo voleva, tanto da promettergli di aspettarlo per tutto il tempo che sarebbe servito. Ma gli impegni di una star sono tanti, le riprese possono essere molto lunghe e 5 anni passano in un batter d’occhio.

Annunciato per la prima volta a novembre del 2016, Annette ha visto la luce solo nel 2021, quando è stato selezionato come film d’apertura della 74ª edizione del Festival di Cannes, diretto da Leos Carax (che poi ha vinto la Palma d’Oro per la Miglior regia), protagonisti Adam Driver e Marion Cotillard (nel ruolo che avrebbe dovuto essere prima di Rooney Mara, poi di Michelle Williams). E come recita il payoff scelto per la distribuzione, è davvero un’esperienza cinematografica difficile da dimenticare…

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In sinergia con i fratelli Ron e Russell Mael, fondatori nel 1972 della rock band Sparks, il cineasta esaspera allora la natura artificiale, anti-realistica di quei versi cantati da una elegante cantante d’opera e un attore comico, solito andare in scena vestito solo di un accappatoio verde, un paio di boxer e dei mocassini di cuoio.

Se la coppia si mostra improbabile, non è che l’inizio. Quello che si candida come Musical più assurdo di sempre prenderà il suo titolo dal nome di una neonata realizzata in CGI. Un bambolotto con le giunture a vista, le orecchie grandi, i capelli rossi e i tratti volutamente irregolari di un elfo abbozzato al computer, prodotto e vittima del narcisismo imperdonabile dei suoi genitori.

Il regista e questo bizzarro ensemble ci sfidano così a rinunciare ad ogni aspettativa, per guardare direttamente negli occhi l’Abisso. E se lo scopo del gioco era chiaramente pungolare lo spettatore, condurlo oltre i confini soliti dell’esperienza cinematografica, Leos Carax si conferma il più crudele, ineffabile, perfetto tra i direttori d’orchestra.

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Holy Motors prova che Leos Carax sa gestire un budget ma soprattutto che non lo abbiamo amato invano. Invano si cerca invece una formula critica per dire con lo stesso linguaggio il dritto e il rovescio di questo film, la sua superficie e la sua intimità, il suo oggetto e il suo soggetto. Perché Holy Motors è una straordinaria affermazione di arte cinematografica, è il più emozionante, tenero, feroce, provocatorio e completo ritratto umano che un film possa offrire. Quell’umano si chiama Monsieur Oscar, è un attore ma di un tipo nuovo che prefigura un mondo prossimo: recita in assenza di ‘camere’. Un solo corpo, quello di Denis Lavant, per undici personaggi e una doppia esplorazione: la ricerca di sé e di tutto il cinema perduto.

Se 
Holy Motors rompe il sonno livido della sua arte, coltivata nell’intimità del suo limbo, nove anni dopo Annette brucia i confini tra fiction e realtà e punta il dito sulla tensione irriconciliabile tra l’opera e l’artista. È un film esagerato Annette, pieno di simboli, allusioni e omaggi. Sembra il racconto di una storia d’amore, di una grande, smisurata storia d’amore ma diventa qualcos’altro. Qualcosa di completamento diverso. È un’opera pop, un dramma musicale, un film opera, un trip barocco di furore e passione…dove l’amore brucia nel girone infernale dello show business e l’essenziale dell’azione è cantata. Annette forma quasi un dittico con Holy Motors, moltiplicando i riferimenti e affermando una parentela: la natura meta-cinematografica del prologo, la struttura in atti, la figura del gorilla, la limousine come bolla virtuale, teatro ambulante, quadro temporale e spaziale del film, di tutti i film di Carax, che rinnova la sua leggenda e torna in maestà, con un’intelligenza dello sguardo che ci fa urlare: ça, c’est du cinéma.

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lunedì 22 novembre 2021

La persona peggiore del mondo - Joachim Trier

sarà una delusione per chi si aspetta una commedia giovanilistica, stupidamente romantica, e strapparisate e strappalacrime, che ti dimentichi dopo 10 minuti dall'uscita del cinema.

invece sarà un piacere per chi non si aspetta una commedia giovanilistica, stupidamente romantica, e strapparisate e strappalacrime, che ti dimentichi dopo 10 minuti dall'uscita del cinema.

si tratta di un film serio, nel quale si raccontano rapporti umani, amori che vanno e che vengono, mai in modo superficiale, anzi in modo profondo, ti affezioni a Julie e Aksel, il loro sarà stato l'amore della vita.

è solo in una trentina di sale, ma lo sforzo di raggiungere la sala più vicina a casa sarà ripagato di sicuro.

buona (d'amorosi sensi) visione - Ismaele

 

 

 

 

Guardando La persona peggiore del mondo si ride, si riflette, ci si commuove, ma mai con quel macchiettismo che infetta la visione riservata oltreoceano a questo cinema, sempre seguendo umori, odori, sensazioni, riflessioni, umanità che pur nella loro estremizzazione cinematografica hanno il sapore del reale. E ci sono almeno un paio di momenti, quel lungo flirt alla festa in cui si sfidano le convenzioni sulla fedeltà di coppia e quella corsa per strada liberatoria e surreale, che hanno il sapore del cinema capace di restare nella memoria senza per questo adagiarsi su cliché risaputi e stravisti.

Joachim Trier ha la mano ferma di chi conosce i suoi riferimenti cinematografici e sa usarli per tirare fuori qualcosa di nuovo, forte, irresistibile, e anche la capacità non banale di osservare il mondo che ci sta cambiando attorno e parlarne nei suoi dialoghi, nelle sue vicende, senza risultare retorico o pedante. Insomma, la faccio semplice: La persona peggiore del mondo è un film bellissimo che non ti fa mai pesare il suo esserlo, ti abbraccia, ti avvolge, ti diverte, ti stupisce, ti commuove e ti trascina nella vita dei suoi personaggi proponendo idee, personalità senso di nuovo e di calore, ma avvolgendo il tutto in un terreno familiare e consolidato. Che meraviglia.

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La struttura della narrazione si colloca esattamente a metà fra il romanzo ottocentesco e le erraticità dell'epoca moderna, e una voce femminile fuori campo riassume inizialmente le vicende di Julie, elencandole come in una commedia di Woody Allen, per ritornare in punti chiave della storia: un terzo occhio che osserva (insieme a noi) il peregrinare di Julie fra uomini che sono per lei tappe evolutive e fra scelte che ribadiscono la sua irriducibilità emotiva.
Ma La persona peggiore del mondo non è una mera osservazione entomologica: è una vera e propria storia d'amore anomala e complessa che si articola e si snoda attraverso gli umori e gli stati d'animo della sua protagonista, le fantasie parallele e i sogni (ma anche gli incubi) in cui il mondo si sintonizza sul suo tempo interiore, codificando e anticipando le tappe successive del suo percorso…

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Non ha mai un vero baricentro drammaturgico il film di Trier, ma ha come voglia di essere impulsivamente franco, di far vivere realisticamente l’emozione sentimentale anche drastica e dolorosa di una separazione, di un’idiosincrasia, di una morte che arriva. In tanti hanno pensato ma chi è La persone peggiore al mondo del titolo? Julie? Oppure il coprotagonista, secondo fidanzato, 46enne, autore di popolari graphic novel norvegesi, che nel desiderio di liberarsi di angosce personali con la sua arte finisce nel tritatutto del postfemminismo contemporaneo? Difficile capirlo. Ma nemmeno necessario. Il film di Trier sembra svolazzare leggiadro nella futilità del cicaleccio tra partner, poi si ritrova improvvisamente e duramente sprofondato nelle ferite che un essere umano può arrecare senza capire, senza volere, all’altro. Sorprendente, davvero. Anche se la performance della Reinsve luccica di una forse trascurata copresenza dei suoi due robusti comprimari: il bonario Elvind (Herbert Nordrum) e il tormentato Aksel (lo strepitoso Anders Danielsen Lie).

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domenica 21 novembre 2021

IL SOL DELL'AVVENIRE - Gianfranco Pannone

il film ricorda, con chi c'era, la nascita di un gruppo politico di Reggio Emilia che poi, con il gruppo di Renato Curcio, fondò le BR.

il film è importante perché permette di capire come mai a Reggio Emilia qualcuno decise di prendere le armi, spiegando una certa continuità, pensavano, con la Resistenza.

e la musica degli Offlaga Disco Pax è perfetta per il film.

davvero molto interessante.

buona visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo

 

 

 

Ha per base il libro Che cosa sono le BR (2005) di Giovanni Fasanella e Alberto Franceschini. Reggio Emilia, 1969. 30 giovani militanti del PCI, in dissenso con la dirigenza accusata di aver tradito gli ideali della Resistenza, formano, con i coetanei anarchici, l'"Appartamento", una comune in cui si sogna di dare inizio alla rivoluzione e dalla quale, attraverso Sinistra Proletaria, uscirà una delle colonne delle future Brigate Rosse. Nell'autunno 2007, 5 dei "ragazzi del 1969" - 3 ex brigatisti, reduci da molti anni di carcere, e 2 (Rozzi e Viappiani) che non aderirono alle BR - si ritrovano in un ristorante delle colline a parlare e discutere le scelte di 40 anni prima. In questo viaggio nella memoria intervengono Corghi, esponente del cattolicesimo del dissenso (il più lucido a livello storico-analitico) e il simpatico Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei 7 fratelli comunisti uccisi dai nazifascisti nel '43. È il 1° film italiano sul tema scabroso delle radici ideologiche del terrorismo - o lotta armata - degli anni '70. Si chiude con le immagini di Aldo Moro e del suo assassinio (16-3-1978) che ne segnò l'inizio della fine. C'è onestà nel napoletano Pannone, nel suo tentativo di essere obiettivo e imparziale.

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Ma i punti di forza di questo documentario sono altri. Anzitutto, il restituire l'immagine del brigatista come persona lucida che ha scelto scientemente la propria strada e non come un pazzo in preda a deliri, quale comunemente viene considerato (per restare al mondo del cinema, si leggano alcune interviste rilasciate anche di recente da Marco Bellocchio). Ma più che l'individuo conta il contesto: la lotta armata, così come gli eccidi del triangolo della morte, appaiono qui come la reazione, giusta o sbagliata che fosse, al fascismo guerrafondaio e al tradimento dei valori della resistenza (c'è anche un'intervista al figlio di uno dei fratelli Cervi, a rievocare quell'epoca).

Niente di particolarmente nuovo, ma un salutare ritorno alla Storia e alla sua (possibile) logica a fronte di alcune derive odierne, come le spiegazioni che riconducono a una presunta irrazionalità dei militanti cui si è già accennato. Come la volontà di rimozione del passato: il nicchiare imbarazzato di fronte alla richiesta di collaborare al documentario da parte delle autorità cittadine, che evidentemente preferirebbero depennare L'appartamento dalla storia di Reggio Emilia, è in questo senso emblematico. Infine, come le teorie complottistiche che dilagano tra la sinistra, impedendole di fare i conti con un'esperienza nata nel proprio grembo (uno dei protagonisti attualmente simpatizza per il PD).

Il tutto è mostrato senza il facile espediente del narratore; in generale, l'intervento del regista è davvero ridotto ai minimi termini. Anche le didascalie, in sostanza, hanno l'unica funzione di affiancare e sottolineare i toccanti versi de I morti di Reggio Emilia, filo conduttore del racconto, spesso a sottolinearne, a mo' di ballata funebre, i capitoli più drammatici. Gli interventi ironici degli Offlaga Disco Pax, che inizialmente sembrano fuori luogo, ne divengono invece un'efficace contrappunto: nel complesso, il film funziona anche da un lato meramente cinematografico. Piaccia o no a Sandro Bondi e a chiunque intenda montare ulteriori polemiche.

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…Quarant'anni dopo questi uomini si rivedono nella medesima trattoria, c'è una certa commozione fra di loro ed il luogo favorisce il riemergere dei ricordi di lotte combattute, di partecipazione alle manifestazioni, i cori scanditi. La telecamera di Pannone è quasi invisibile. Apparentemente può dare un'impressione stridente il clima di convivialità riguardo al tema trattato del film, ma permette ai protagonisti di parlare a ruota libera, di aprirsi con sincerità, senza tuttavia dare al documentario un tono né consolatorio, né tantomeno giustificativo delle loro gesta come saranno di lì a poco. Lo scopo di questo documentario non è riaprire delle ferite, perché in fondo tali ferite non sono mai state chiuse, bensì più semplicemente parlare e discutere di un argomento che si vuole rimuovere e dimenticare a tutti i costi. Se c'è una cosa a cui questo film da un certo punto vista va contro, questa è proprio la rimozione della memoria. I cinque sono gli unici che hanno accettato di far parte di questo progetto. Altri sono stati interpellati, ma hanno declinato per svariati motivi: alcuni per opportunità in quanto dirigenti di partito, altri non vogliono far riemergere qualcosa di morto e sepolto, altri ancora addirittura "non ricordano" affatto il periodo dell'Appartamento.
In fondo sono partiti come dei partigiani a combattere una guerra. Una guerra che, sotto la stella a cinque punte, hanno combattuto e perso. Rimane il ricordo doloroso dei morti. Alla fine del documentario c'è il momento più toccante del film: il ricordo della morte di un pentito all'interno del carcere di Torino. Dopo le torture subite dai carcerieri nella cella di punizione aveva iniziato a parlare, ma malgrado le torture subite, fu strangolato da alcuni brigatisti per impedirgli di continuare ("Fate in fretta" furono le sue ultime parole). Paroli lo ricorda con la voce rotta dal pianto ("L'hanno strangolato! Cosa fai se ti torturano?"). L'avanguardia armata era rimasta sola. L'attacco al cuore dello Stato le si è ritorto contro. L'iniziale allegria del pranzo ha lasciato il posto al dolore più profondo, al silenzio pesante come un macigno…

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…Con un riduzionismo semplificatorio che taglia la storia con l’accetta, Fasanella intende dimostrare che le Br sono uno scheletro negli armadi del Pci e quindi dei suoi epigoni. Figlie di quel «triangolo rosso» emiliano, teatro nell’immediato dopoguerra di vendette partigiane contro i fascisti e i nemici di classe. Una sorta di residuo stalinista intriso di nostalgie resistenziali. Per arrivare a ciò viene azzerata la componente di fabbrica legata all’esperienza milanese e quella dell’università trentina. Ma qui non c’è lo spazio per approfondire. Ciò che conta è l’intenzione di Fasanella: portare l’affondo contro la tradizione comunista rappresentando gli anni 70 come l’ultimo capitolo del libro nero del comunismo. La destra avrebbe dovuto gioire per questo regalo inaspettato, invece per voce del ministro Biondi, sollecitato dall’ex presidente dell’associazione delle vittime del terrorismo Giovanni Berardi, improvvisatosi critico cinematografico, ha sferrato un durissimo attacco al film. Fasanella che negli ultimi anni ha promosso un grosso lavoro editoriale in favore di una parte dei familiari delle vittime di quel decennio, si è visto messo sotto accusa quasi fosse un apologeta della lotta armata. Furioso ha risposto: «Le vittime non hanno sempre e comunque ragione, alcuni di questa condizione hanno fatto un mestiere». Quando si è cagion del proprio mal non resta che piangere se stessi.

da qui

 

https://www.sceneggiatureitaliane.it/ilsoledellavvenire_sceneggiatura/

 

 

 

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sabato 20 novembre 2021

Il giovane normale - Dino Risi

Lino Capolicchio da giovane innamorato di Janet Agren, ma alla fine lui capisce, amaramente, che pensava di essere un cacciatore, ma era lui la preda.

una storia non da parrocchia, con un omosessuale, una donna spregiudicata e il povero giovincello (per lui il padre sogna un impiego alla Innocenti) che poi, forse, racconterà l'avventura agli amici.

niente di straordinario, ma Dino Risi ci sapeva fare, e questo viaggio Genova-Tunisia merita.

buona visione - Ismaele

 

  

 

Un Risi figlio di quegli anni, anzi anticipava i tempi. Ha il solo difetto di delineare i personaggi omosessuali secondo i ridicoli cliché dell'epoca (vedi Il vizietto). Nondimeno presenta un Capolicchio giovane ma già versatile, qui al centro di un viaggio, oggetto delle attenzioni del gentil sesso e di quello "forte". Mai la parola normale fu più adatta: si riferisce infatti all'ordinarietà del personaggio, non alla sua sessualità. Una pellicola piacevole e leggera ma arguta.

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Uno studente squattrinato viene accolto da una compagnia di americani piuttosto spregiudicati. Tra il ragazzo e la giovane moglie di un anziano professore di storia dell'arte nasce un flirt, ma ben presto la donna si stanca di lui. Il giovanotto, che si era illuso d'aver trovato chi gli avrebbe reso facile e piacevole la vita, viene bruscamente scaricato.

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Sorta di Sorpasso in minore. Attraverso lo sguardo ingenuo del protagonista Risi coglie le contraddizioni tra l’accresciuta libertà dei costumi e un certo vuoto di valori che si traduce nella superficialità dei rapporti. Ben caratterizzati i personaggi di Capolicchio (bamboccione orgogliosamente milanese, eppure provinciale) e del maturo gay Eugene Walter. La Agren è felina e al tempo stesso fredda, come richiesto dal copione. Pur arrancante nel finale, merita comunque un recupero.

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mercoledì 17 novembre 2021

I giorni dell'ira - Tonino Valerii

quando c'erano gli spaghetti western apparve questo piccolo grande film, le solite storie di pistole e pistoleri, si dirà, ma ci sono due protagonisti in stato di grazia, e una tensione che non cala mai.

il rapporto fra i due protagonisti è la chiave del film, con il bastardo che trova un maestro e si affranca dalla servitù, per diventare un uomo libero, fino a un certo punto e a un prezzo troppo alto.

il film è stato girato nella Almería di un film di Alex de la Iglesia

buona visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, in italiano

 

 

 

Davvero sorprendente questo western di Valerii. La storia, pur non essendo originalissima, è appassionante e riesce a creare personaggi e situazioni memorabili. La regia di Valerii, ex assistente di Leone, si dimostra una delle più abili nel settore e riesce a dirigere il tutto con una classe eccezionale. Il film dura quasi due ore ma per tutta la durata non ci si annoia un secondo. Inoltre la coppia Gemma-Van Cleef entrambi straordinari risulta una delle più azzeccate di tutto lo spaghetti western. Memorabile il duello a cavallo con "colpo in canna". Titoli di testa puramente sixities e pop in maniera irresistibile. Unico difetto evidente non è quello che si mette troppa carne al fuoco, a detta di alcuni critici, ma che vi sono alcuni salti narrativi repentini e forzature, per portare all'inevitabile duello finale tra Gemma e il suo "tutore" Cleef. Bellissime le musiche di Ortolani.

da qui

 

É un gran bel western, e il fatto che ci sia Valerii alla regia non è poco. Grazie a lui si respira un’impostazione leoniana, ma non del tutto. Un’atmosfera classica che fa da cornice ad un motivo, quello del vecchio e del giovane prima uniti da un rapporto quasi paterno e formativo, poi messi uno contro l’altro, rivisitato più volte e in più sfumature da tutto il cinema, che avrà uno degli esempi migliori proprio con un altro SW di Valerii: “Il Mio Nome è Nessuno”. L’Almeria è fotografata e ripresa benissimo, e quei luoghi diventano davvero co-protagonisti dei movimenti di Gemma, Van Cleef, Muloch, Bosic e altri. Le entrate a cavallo, i duelli tra le case bianche, le cavalcate nella Rambla de Tabernas, il duello finale nella main street: ne “I Giorni dell’Ira” c’è lo spessore dello SW più classico, e l’impronta di un autore a tutto tondo come Tonino Valerii che sa differenziarsi da Leone per un’introspezione psicologica più evidente…

da qui

 

Un ragazzo vessato da tutti nel suo villaggio viene incoraggiato a ribellarsi da uno spietato pistolero pronto a riprendersi un grande bottino. La coppia Gemma-Cleef (soprattutto il secondo) fa faville in questo spaghetti western i cui dialoghi sono vere e proprie sentenze. La trasformazione caratteriale dei protagonisti è resa molto bene, così come impeccabili sono i personaggi secondari. Valerii dimostra di saperci fare alla grande confezionando un'opera che ha fatto la storia del cinema di genere degli anni '60.

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La perfidia e l'amoralità umane tipiche degli ultimi western vengono compresse ne I GIORNI DELL'IRA, pellicola forte di un'epica classica ma ricca di una violenza che non vuole nascondersi. A differenza di tanti altri film, qui nessun eroe viene a fare giustizia in città, giacché nella brama di potere non vi è eroismo e poiché il vero nemico non terrorizza la cittadina ma è la stessa cittadina del Far West il vero nemico, legata dall'intreccio di una cricca, di una congrega, destinata ad essere smantellata pezzo per pezzo.
Tonino Valerii mette in scena con la solita scolasticità italiana da artigiano filmico una buona sceneggiatura capace di includere la natura chiusa e provinciale dell'America di un tempo: la sua regia, cruda, semplice e funzionale all'intrattenimento, si asserve ad essa. Piccoli zoom e molti silenzi rendono intensa una narrazione lineare che esplode nelle sue musiche imponenti e nella sua atmosfera sofferente. La storia è una versione popolare della narrativa classica, nel suo raccontare così fermamente un rapporto tra allievo e maestro infarcita di vendetta, con tutti i pregi e difetti del caso.

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martedì 16 novembre 2021

All'armi, siam fascisti - Lino Del Fra, Cecilia Mangini, Lino Miccichè

il film fu iniziato nel 1960 e arrivò in sala solo nel 1962, in mezzo ci fu tanto lavoro e una cosa chiamata censura.

il film è lucidissimo, chiarissimo e documentatissimo.

nel testo c'è la mano di Franco Fortini, un grande valore aggiunto.

e dopo averlo visto, se avevi dei dubbi, capisci tutta la merda del fascismo.

buona (antifascista) visione - Ismaele

 

  

 

inizia così:




 

Il migliore dei 3 film di montaggio sul fascismo usciti nel biennio 1961-62. In un arco che va dall'inizio del Novecento ai fatti di Genova e Roma nel 1960, del fascismo s'indicano le cause lontane e vicine, l'appoggio del capitalismo agrario e industriale, le ramificazioni in Europa, le corresponsabilità, le connivenze, gli errori degli avversari. Film di parte, ma qui è un merito più che un difetto, pur non mancando lacune, omissioni, semplificazioni. Lucido commento di Franco Fortini con le voci di G. Sbragia, E. Cigoli, N. Gazzolo.

da qui

 

"(Il film) ci avverte con lucida consapevolezza del pericolo che ci sovrasta tutti, mascherato pomposamente dietro il vantato miracolo economico italiano (...) le sequenze delle cariche della polizia, dei carabinieri a cavallo contro la folla dei dimostranti ricorrono puntualmente nei primi scioperi operai e nelle manifestazioni di protesta di questi ultimi anni con una paurosa somiglianza (...). Occorre ricordare che gli archivi ufficiali italiani hanno rifiutato la collaborazione". (R. Jotti, "Cinema Domani", 3, maggio/giugno 1962).

da qui

 

Quando si dice l’attualità dell’opera. Sono passati quasi sessant’anni da quando All’armi siam fascisti! esplose come una bomba nell’Italia che si affacciava sorridente al boom economico, ma non è invecchiato di una virgola, anzi di un solo fotogramma. Mai come ai nostri giorni – basta guardare alle cronache – la domanda cruciale che poneva lo splendido film di Lino Del FraCecilia Mangini e Lino Micciché su testo di Franco Fortini sembra trovare una sua risposta affermativa: «esiste ancora il fascismo?».

Trovarlo finalmente in dvd (per RaroVideo) – e adesso su Prime Video di Amazon –  è quindi un regalo, un prezioso strumento di analisi critica al sistema-Italia, nonché un esempio di grande cinema che allora – eravamo nel 1961 – rivoluzionò il documentario italiano, militante, ponendo nuove basi creative, da dove partì anche Pasolini per il suo, La rabbia.

La storia di All’armi siam fascisti! è quella di una delle opere più censurate ed osteggiate del nostro paese. E il motivo è proprio in quella domanda: «esiste ancora il fascismo?» che accompagna le immagini di chiusura del film sui morti di Reggio Emilia, Genova 60, la repressione dei poliziotti di Scelba.

Immagini alle quali, oggi – come suggerisce Bruno Di Marino nel libro allegato al dvd – viene naturale legare a quelle delle tante stragi di stato, della P2, del patto stato-mafia fino al G8 di Genova, culminato nella mattanza della Diaz. Un filo nero che continua a legare la nostra storia.

Ieri come oggi quella domanda è eversiva. Come eversivo è All’armi siam fascisti! perché non si è limitato, com’è stato fin lì nei tanti documentari di ricostruzione storica – a raccontare il Ventennio attraverso uno straordinario repertorio. Ma ne dà una sua lettura politica mostrando come il fascismo sia stato ed è «l’organizzazione armata della violenza capitalistica», come spiega lo stesso Fran- co Fortini, autore dello splendido commento sonoro, pieno di graffiante ironia e sarcasmo. Accostato a un sapiente montaggio che lega, magari, le serene giornate di Eva Braun in montagna con i corpi massacrati delle vittime dei lager.

Questo ci racconta il film, lo scontro tra capitale e lavoro. In Italia con Mussolini, dove la Chiesa fu tra i primi alleati («Pio XI si rifiutò di ricevere la vedova di Matteotti», ci rimanda il commento di Fortini, mentre le immagini ci mostrano alti prelati fare il saluto romano), in Germania con Hitler, in Spagna con Franco (bellissimo il repertorio sulla difesa di Madrid). Modalità diverse, certamente, ma nella sostanza lo stesso scontro tra capitale e lavoro a cui assistiamo sotto il governo globale delle banche.

E in questo è la «superiorità di All’armi siam fascisti! – scrive Alberto Moravia su l’Espresso nel ‘62 – nell’applicazione di un metodo ideologico al caos della Storia. Questo metodo si può chiamare marxista soltanto per scrupolo di esattezza; in sostanza è il metodo del realismo e il realismo oggi vuol dire diagnosi marxista per i fatti sociali economici e storici, freudiana o junghiana per quelli individuali e psicologici, einsteiniana per quelli cosmici e via dicendo».

Come poteva un film così non incappare nelle ire dei censori? Nato per volontà del Partito socialista che per realizzarlo creò una produzione ad hoc, come racconta Cecilia Mangini, All’armi siam fascisti! incontrò ostacoli fin dall’inizio. L’Istituto Luce negò il suo repertorio sul fascismo, tanto che gli autori dovettero attingere agli archivi stranieri.

Poi la lunga trattativa con la Mostra di Venezia che non voleva saperne… Finì con una proiezione «imposta» dagli autori in una sala defilata, presa in affitto a una lira, per dimostrare l’estraneità del Festival. Il risultato fu travolgente. Successo di critica e di pubblico. La bomba ormai era esplosa. Così che la censura tentò il tutto per tutto, bloccando il film per un anno. «Un caso da dover scendere in piazza», scrive Pasolini su Vie Nuove. E come lui furono tanti, tantissimi gli intellettuali che si mobilitarono per la «liberazione» del film.

All’armi siam fascisti! arrivò nelle sale nel ’62, provocando le reazioni violentissime dei militanti del Msi. A Roma, dopo la proiezione al Quattro Fontane, i fascisti scaraventarono dalle finestre sedie e tavoli sopra al pubblico in uscita dal cinema, causando decine di feriti.

E non fu un episodio isolato. «Questo film vuole dire soltanto che noi siamo i figli degli eventi riassunti da questo schermo – ci ricorda Franco Fortini nel finale – ma siamo anche i responsabili del presente. In ogni momento, in ogni scelta, in ogni silenzio come in ogni parola, ciascuno di noi decide il senso della vita propria e di quella altrui». Da non perdere.

da qui

 

 Nel 1960 il materiale è raccolto e montato, manca il testo e per questo si ricorre a Franco Fortini, non più socialista ma amico di Lombardi.

 

Bellissimo il ricordo di Cecilia Mangini:

Andammo a prenderlo alla stazione, era un grumo di riservatezza, di timore, io ho avuto l’impressione che sarebbe voluto molto volentieri rientrare nel treno. Siamo andati in moviola, lui sempre così taciturno e chiuso in sé stesso, comincia a vedere il film…

Scorre la prima sequenza, soldati e civili morti, Croce Rossa al lavoro, un bianco e nero fumoso, una caligine da ultima bolgia dell’Inferno. La voce esterna commenta: “Queste immagini compaiono per la prima volta su di uno schermo italiano…”.

Cecilia continua:

Ad un certo punto lo guardo, siamo alla guerra di Spagna e lui piange, un pianto silenzioso, le lacrime che gli scorrono giù lente lente e io che dico: E’ fatta! farà il testo, perché ci credeva molto. In realtà ha fatto un testo splendido, è la seconda anima del film.”

 

Proiettato in agosto alla Mostra del Cinema di Venezia, il successo è immediato e i commenti di Pasolini e Moravia riassumono il pensiero di tutti.

Il più bel documentario mai visto sul fascismo per forma, montaggio, una visione del mondo segnata dall’influenza del grande cinema russo degli anni Venti.”

Scorrono alcune immagini esemplari, si ricordano le vicissitudini che la censura e gli organi istituzionali imponevano, “una serie infinita di tagli – racconta il regista – in una trattativa defatigante con il ministro. Paradossalmente era in gioco più il ruolo del Vaticano nel Fascismo che non il Fascismo stesso, e dunque via i preti che sfilano sotto il balcone di Palazzo Venezia, via i preti dall’Altare della Patria che salutano romanamente, via i cardinali che insieme ai federali guidano i cortei di chi va a votare il Sì a Mussolini nel plebiscito del 1929.”

“Ci irrigidiamo – la voce è ora quella di Lino – non si deve toccare un solo fotogramma”.

La pellicola fu sbloccata e nel 1962 distribuita nei cineclub, il suo peso fu enorme, simbolico come mai un film prima di allora, nell’incontro delle forze politiche che misero insieme il primo centrosinistra. Messa in circolazione non ha mai finito di far rabbrividire, commuovere, indignare. La sinergia fra immagini e testo è totale, si resta attoniti, impietriti, e tornano le parole che Miccichè dice all’inizio della sua biografia: “Credo veramente che vedere un film sia vivere”.

Per vedere un film così straordinario bisogna allora avere un viatico fuori del comune, e sono le parole di Franco Fortini accompagnate dalla musica di Egisto Macchi che aprono la sezione dal titolo:

 

Fascismo, l’organizzazione armata della violenza capitalistica



Sulle piazze delle città, nelle vie dei vecchi borghi,

ecco gli importanti, i dignitari, i fiduciari,

i potenti, le eccellenze, gli eminenti,

gli autorevoli, gli onorevoli, i notabili,

le autorità, i curati, i podestà,

gli uomini dell’autorizzazione, dell’intimidazione,

dell’unzione e della raccomandazione;

ecco quelli che fanno il prezzo del grano e delle opinioni,

che hanno in pugno il mercato del lavoro e quello delle coscienze,

e ci sono quelli che aprono gli sportelli,

baciano la mano a “voscenza”, e ringraziano sempre

perché non sanno mai i propri diritti.

Eccoli dire di sì:

di sì

perché lo fanno tutti,

di sì

perché lo ha detto monsignor vescovo

e il commendatore che ha studiato,

di sì

perché hanno quattro creature,

di sì

perché bisogna far carriera,

di sì

perché non vogliamo più essere morti di fame,

di sì

perché ho un credito,

di sì

perché ho un debito,

di sì

perché ci credo,

di sì

perché non ci credo.

Perché tanto nulla conta.

Perché io non conto nulla…

di sì

perché non ho più compagni.

 

da qui

 

… “All’armi siam fascisti!” è un documentario completato nel 1962 di Cecilia Mangini, Lino del Fra e Lino Miccichè. La sua unicità è data dal recupero e montaggio di immagini inedite nell’istituto Luce, unite al testo e al commento di Franco Fortini che rende in alcuni tratti il commento una vera e propria poesia. Altra caratteristica di “All’armi siam fascisti!” è la censura a cui viene sottoposto.

Il testo e le immagini risulteranno a lungo scomode sia per il legame diretto tra Chiesa, industriali e fascismo da un lato, sia per la rivendicazione dell’antifascismo come vera e propria lotta di classe.

Come spiega Franco Fortini:

“nel testo ho accettata la definizione del fascismo come l’organizzazione armata della violenza capitalistica; e sempre accennando un aldilà della lotta antifascista, ho ripetuto la formula socialista della appropriazione collettiva degli strumenti di produzione. (…) Anche per questo il testo non poteva fare a meno di riflettere – soprattutto nell’ultima parte – la situazione reale delle forze di sinistra in Italia, che è di convivenza e magari di compromesso con il neocapitalismo. (…) Per andare oltre la «proposta di coscienza» con cui si chiude il film occorrerebbe che, di fatto, esistesse una prospettiva reale e italiana che andasse al di là dell’antifascismo: una prospettiva conseguentemente anticapitalistica. Un discorso politico serio non riformista né attendista, non settario né compromissorio e che faccia riferimento alla tradizione marxista e leninista, comincia forse nuovamente formularsi nel nostro paese ma proprio per questo non può diventare (né deve) motto, parola d’ordine, battuta, epigramma. Il tono del commento (…) è il tono di chi replica non tanto all’età del fascismo quanto alla lunga ipocrisia ufficiale che per almeno dodici anni aveva combattuto e respinto ai margini della società l’opposizione di sinistra (…) e anche all’altra ipocrisia, storiografica e politica, che cercava di attenuare il ricordo della istanza rivoluzionaria e antiborghese della maggior parte della lotta antifascista per farne un motivo di patriottismo nazional-popolare o un anticipo di “movimento per la pace”.

da qui