venerdì 21 luglio 2017

Devil's Knot - Fino a prova contraria – Atom Egoyan

Atom Egoyan gira negli Usa una storia nella quale l'unica certezza è che tre bambini di otto anni vengono ritrovati ammazzati, con una fine crudele.
cosa è successo non lo sapremo mai, che quei tre ragazzi condannati non sono colpevoli è un'altra ipotesi.
non è un film dell'orrore o di violenza, per buona parte è girato in un tribunale.
Colin Firth è l'attore più famoso, un investigatore privato che fa bene la sua parte, in un gioco già deciso dalla vox populi (e dalla tv che amplifica gli umori).
chi si aspetta grandi scene madri sarà deluso, è un film fatto di silenzi, di sguardi, di attese.
a me è piaciuto - Ismaele






Dotato di un gusto particolare per l'essenziale, in questo caso il regista non lascia grande spazio all'espressione emotiva della vicenda, ma si concentra sulla ricostruzione del caso riuscendo allo stesso tempo a descrivere con particolare "fastidio" l'ottusità di una certa provincia americana guidata dal bisogno di aderire a delle convenzioni sociali obsolete.
Una scelta a prima vista fredda e piuttosto drastica ma che invece rappresenta chiaramente la posizione assunta da Egoyan rispetto all'insieme piuttosto confuso di stravolgimenti emotivi e prove inquinate che hanno caratterizzato il caso. Attento, scrupoloso e non nascondendo una sua personale opinione, il regista non cede alla tentazione d'imporre la propria presenza e, utilizzando l'eleganza moderata di Colin Firth, veste il doppio ruolo di osservatore e narratore. In questo modo l'attore, anche se posizionato sempre in una posizione marginale rispetto alla scena del delitto e allo svolgimento processuale, rappresenta lo sguardo con cui il pubblico raccoglie informazioni sulla realtà rappresentata. Stanco e fiaccato dai suoi insuccessi personali, il personaggio continua a lottare spinto dall'ideale di giustizia e dalla necessità di salvaguardare un futuro minacciato proprio dagli uomini. Per questo, seduto tra la folla o sul fondo dell'aula, Colin Firth continua ad imporre la sua presenza mai invasiva per definire il particolare all'interno di un insieme universale. Un lavoro che Egoyan svolge, allo stesso tempo, con la macchina da presa intervallando close up intensi a campi lunghi per raccontare le reazioni dei singoli in relazione con una comunità spesso soffocante e impersonale. Il tutto con un minimalismo che potrebbe rasentare la freddezza, ma che lascia spazio alla forza naturale del dramma liberato da ogni orpello narrativo.

Egoyan mette in scena un film crudo, freddo, quasi analitico. Il caso giudiziario viene preso in esame non tralasciando nessuna parte. La sequenza del ritrovamento dei tre cadaveri è un vero pugno nello stomaco  oltre ad essere una delle rare volte in cui un poliziotto americano viene mostrato sconvolto per un cadavere (siamo lontani anni luce dalla situazione alla CSI dove i detective sono dei superumani immuni alle emozioni). Di contro il lavoro che fa Egoyan alla regia è a tratti quasi documentaristico: pochissimi esterni e molte scene in tribunale, è quasi un esposizione pura  dei fatti riportati sul verbale del caso. Più romanzata è invece la parte che riguarda le motivazioni personali di Ron Lax. Egoyan però non esagera mai e rimane sempre fedele all’impostazione “realistica”, non prova nemmeno a dirci chi ha ucciso i tre ragazzi, nella realtà non si è mai saputo e quindi lui non si sente in diritto di inventarselo. Insomma promosso a pieni voti…

…Facile accostare, quantomeno per ambientazione, quest’ultimo a Fino a prova contraria. Ma la spettrale freddezza del racconto visivo e il peso quasi insostenibile di ogni suo fotogramma, sottolineato da continui flashback e flashforward, rendono Fino a prova contraria il frutto di un pessimismo senza fondo. Come se l’animo umano non si potesse mondare dal marciume di cui è destinato a nutrirsi, e sia costretto a convivere con i propri errori, a volte intravedendo una piccola luce (come la madre di uno dei tre bimbi assassinati, interpretata da una convincente e dolente Reese Whiterspoon), più spesso preferendo crogiolarsi nelle sue sciocche certezze, alimentate dal peso delle menzogne.
Con astuzia, Egoyan e gli sceneggiatori non forniscono certezze, ma accennano e ipotizzano delle possibili soluzioni, smentibili perché anch’esse puramente indiziarie. Si spiegano così alcuni salti logici nello script, come a sottolineare l’impossibilità del raggiungimento di una verità universale. Nerissimo e cupo nel suo gelido spessore, Fino a prova contraria inquieta, insinuandosi silenziosamente sotto pelle. Un bel ritorno, per un maestro del cinema contemporaneo.

…Il problema è che Devil's Knot - Fino a prova contraria non fa quel che sarebbe stato più intelligente fare: osservare la storia attraverso i risvolti psicologici, dal punto di vista dei personaggi, magari da un punto di vista popolare. In questo film invece non c'è un vero e proprio approfondimento, tutto sembra trovarsi là per caso e i margini su cui gli stessi attori hanno potuto lavorare sono minimi. E allora ci ritroviamo con una brava e sfattissima Reese Witherspoon alle prese con un personaggio (Pam Hobbs) insipido, quasi appena abbozzato nonostante la sua importanza, e con un Colin Firth assolutamente imbambolato e monocorde nel ruolo di un investigatore privato che chissà perché prende tanto a cuore una vicenda del genere. Non parlo degli altri attori, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
Credo che le colpe però siano da dare soprattutto alla coppia di sceneggiatori, Paul Harris Boardman e Scott Derrickson. Quest'ultimo (regista di Sinister) delude ancora una volta in fase di scrittura soprattutto quando affronta la componente religiosa, presente e per lui (si sa) molto importante ma qui trattata come nel peggior film televisivo del pomeriggio presto. Ed è proprio dal punto di vista della sceneggiatura che il film vacilla maggiormente. E sembra che la lezione impartita in questi ultimi anni da illustri predecessori (uno su tutti? Mystic River) non sia stata realmente recepita. Un vero peccato, perché una storia del genere avrebbe meritato molto di meglio. Non di certo questo film assolutamente inutile che non lascia nulla se non un gran senso di delusione. E questa è la cosa peggiore di tutte.

Il grande assente alla fine è proprio la cultura metal - occultistica, che avrebbe fornito sulla carta un ottimo spunto cinematografico. In particolar modo essere riusciti a rendere non interessante un personaggio come Damien Echols (il principale accusato) deve essere stato non semplice dati i diversi livelli di lettura (dal disagio sociale, alla follia, all'intellettualismo) con cui poteva essere affrontata la sua vicenda umana. Sarebbe forse bastato assegnare il ruolo alla stella in ascesa Dane DeHaan invece di relegarlo inspiegabilmente in un ruolo minore. Ma Egoyan non persegue neanche la strada del film di critica sociale: alle gravissime colpe della polizia o all'oppressione religiosa nella Bible belt viene dedicato il minimo tempo possibile. Insomma questi fatti sono successi senza contesto, senza significato, quasi verrebbe da dire senza conseguenze, e il punto di vista da cui vengono guardate è quello della lettura del verbale. Forse Egoyan si è fatto bloccare dal timore di dire qualcosa di improprio in una vicenda che aveva già causato tanto dolore nella realtà?
Notare come il trailer sia volutamente ambiguo, dato che i) fa vedere DeHaan in manette (così suggerendo sia uno degli imputati, quindi uno dei protagonisti), ii) si basa in buona parte sui sogni in modo da tale da far credere che si tratti di un horror quando invece è un legal thriller e pure piuttosto piatto.

giovedì 20 luglio 2017

De noorderlingen (Les Habitants) – Alex van Warmerdam

in un paese nel quale l'impresa ha finito i soldi, e solo poche case sono state costruite e abitate succedono un bel po' di cose strane, un po' Tati, un po' fantascienza, famiglie infelici, bambini in fuga dalla famiglia, nascondigli sottoterra (prove per Borgman), i miracoli, le corna, in quel villaggio c'è il mondo.
cercatelo e guardatelo, vi stupirà - Ismaele

ps: il ragazzo grasso in bicicletta è Theo van Gogh (qui, per chi non si ricorda)



In una cittadina olandese degli anni '60, che sembra un villaggio western, brulicano personaggi inquietanti: dal postino che legge la corrispondenza di tutti all'autorità pubblica che gira armata con un fucile da caccia, fino al macellaio erotomane. L'insieme viene osservato attraverso lo sguardo del figlio adolescente di quest'ultimo, un adolescente che si identifica con Lumumba, figura di primo piano della rivolta indipendentista del Congo Belga.
L'inconfondibile registro cinico-grottesco di Alex Van Warmerdam (il regista del capolavoro Il vestito) viene messo a servizio di un'analisi spietata dei rapporti di vicinato. Con sequenze che stanno tra le coreografie da musical e gli elementi fiabeschi, il regista olandese ci consegna un ritratto corale spietato e straniato di una piccola comunità voyeurista, rappresentata da individui sordidi e infingardi. L'assemblaggio dei tanti personaggi però non riesce fino in fondo e nella seconda parte il film perde mordente, finendo con l'esaurire le risorse migliori e avvitandosi su se stesso…

When you're watching an Alex van Warmerdam movie you know you're to get something interesting and unusual. He always fills his films with a large amount of surrealism but at the same time knows to keep his films accessible and watchable for the main stream public. It might very well be true that this movie is his best known and most appreciated movie.

It's not the type of movie with a clear point or purpose but this doesn't prevent this movie from being simply an enjoyable one to watch. This movie is mostly so fun to watch due to its many eccentric characters and unusual settings.

The entire movie is set in an housing development, that consists out of one long street, without pavement on the road, with a school and butcher shop. At the end of the road there is a bus-stop and an artificial planted small forest. This is their entire world. It's set in the '60's, which of course also gives the movie a certain atmosphere but really this movie could had also easily been set in modern time and it just wouldn't make that much different to the story or any of its characters.

The movie is filled with lots of eccentric characters. Every characters has somethings strange or unusual around him or her, some more extreme than others. It are mostly this quirky little aspects about each and every character that makes this movie such a fine comedy, since its not a movie with an awful lot amount of dialog and its also a rather slow moving movie, with long stretched shots…

Anni '60, Olanda: in un aborto di quartiere residenziale sorto in mezzo al nulla, campionario di varia umanità: il postino indiscreto (interpretato dal regista), il macellaio in fregola con moglie casta sulla via della santità, la guardia forestale miope e sterile... Commedia nera in cui l'assurdo va a braccetto con la satira: la "gente del nord" del titolo è limitata, meschina, razzista, oscillante fra sessuofobia e sessomania. Si salva solo un ragazzino che, per trovare un eroe in cui immedesimarsi, se lo deve andare a cercare in Congo. Film felicemente spiazzante, sorprende e diverte.
Film de groupe, davantage que film choral, Les habitants évolue sur un ton et une forme étranges, difficiles à saisir et classer, entre la rigueur burlesque des cadres d’un Tati et un regard parfois quasi-documentaire sur des vies individuelles dotées chacune de leur singularité. Alex van Warmerdam – précurseur en ce sens d’un Kaurismaki ou d’un Von Trier – expérimente un emploi trouble du studio et du décor naturel, dont les codes se modifient au fur et à mesure que la psychologie collective de la ville évolue. Le personnage le plus important des Habitants est peut-être l’espace, qui conditionne la mentalité du groupe et crée une forme de huis-clos organisé selon des règles originales. De manière paradoxale, les espaces faussement « naturels » (la forêt) se révèlent les espaces de l’enfermement et de l’intimité, en ce qu’ils sont riches de creux et de recoins obscurs, quand les lieux d’habitation, troués de larges fenêtres et bouchés par le vis-à-vis, sont précisément ceux où l’on peut soi-même observer et être observé…

Reposant sur une galerie de personnages excentriques et assez peu attachants, extrêmement économe en mot, très stylisé - à la limite de la préciosité - dans sa direction artistique comme dans sa narration un peu abstraite, rythmé sur un tempo plutôt lent mais composé d’une succession de petits morceaux de bravoure, et habillé d’une bande-son qui n’épargne ni les silences dérangeants ni les dissonances, Les Habitants pourra désarçonner, et il sera aisé aux déçus de l’évacuer du revers d’une expression péjorative du type "cinéma poseur" ou "arty". Il aura toutefois, à sa manière et aux côtés, par exemple, d’un Aki Kaurismaki, contribué aux débuts des années 90 à l’émergence d’un courant du cinéma nord-européen, habité par un véritable regard sur le monde et une volonté constante de composer des images fortes et insolites. A cet égard, il mérite indéniablement la (re)découverte.

Assez difficile à définir, Les Habitants est une comédie surréaliste empreinte d’un bel humour légèrement teinté de noir : insolite, baroque, fantaisiste, original, saugrenu,… tous ces adjectifs peuvent s’appliquer au film et, surtout, à ses personnages. Il y a de belles trouvailles, l’écriture est précise et on comprend aisément que la préparation ait nécessité de nombreux mois. Au-delà de l’humour, Alex van Warmerdam porte un regard sur notre faculté à vivre ensemble, il oppose le monde de l’enfance et le monde des adultes, ou plus exactement fait un parallèle entre les deux. Le réalisateur utilise l’excentricité pour mieux faire ressortir certains traits de caractère qui peuvent s’appliquer à tout un chacun. La photographie est assez belle, très épurée et aux couleurs vives. Les Habitants donne vraiment envie de découvrir les autres films de ce cinéaste néerlandais.

lunedì 17 luglio 2017

Glassland - Gerard Barrett

due attori straordinari come Toni Collette e Jack Reynor (già visti in altri film, lei qui e lui qui per esempio) sono mamma e figlio, e tocca a John farsi carico di Jean, la madre.
sceneggiatura perfetta, niente melensaggini, né prediche, le cose vanno davvero male, senza finte, con difficoltà enormi, come è la vita per quelli sfortunati.
solo se sei già morto questo film ti lascerà indifferente.
è piccolo grande film da non perdere - Ismaele







La presentación del protagonista es de un pragmatismo ejemplar. Con tan sólo una escena somos capaces de conocer las rutinas generales por las que discurre la vida de este taxista que, tras llegar a su casa después de un largo turno de noche, se encuentra a su madre, con quien comparte casa, inconsciente en su propio vómito. La precisión de cada movimiento y la relativa calma con la que asume la penosa situación nos dan a entender que éste es un escenario conocido para el personaje principal. No ha sido la primera vez que ha tenido que llevar, con una mezcla de preocupación y vergüenza, a su madre al hospital; sin embargo, a deducir por las palabras del médico, sí que podría ser la última. El doctor ofrece pocas esperanzas a John. Su madre debe dejar el alcohol inmediatamente o morirá, incluso si decidiera dejarlo es posible que no sobreviva si no encuentra el tratamiento adecuado a tiempo…
Glassland se hace eco de toda esa violencia hegemónica para componer su canto a la depresión y a la dramática situación de cientos de familias desestructuradas. Pero ante todo, Glassland es una historia de amor incondicional. Ese vínculo inquebrantable y único que se crea entre una madre y un hijo. 

Irish writer-director Gerard Barrett’s second film, the sensitive and heartbreaking Glassland, premiered at Sundance last year. Jack Reynor stars as the almost grown boy John who is dealing with the daily stress of being forced to become his parent’s (Toni Collette) parent. His mother is an alcoholic and taking care of her is a frequent source of frustration and anger. But you really see the love shared between them even though she’s not able to take care of herself, let alone her son. Most of the film is shot from John’s perspective, capturing the loneliness of taking care of an adult who should be taking care of him — exacerbated by the fact that his best friend (Will Poulter) is about to move away…

Movies alone don't have the power to discourage people from drinking or encourage them to stop; but if they did, "Glassland," about the relationship between an alcoholic mother and her grown son, might not be a bad candidate to show on Intervention Movie Night. Written and directed by Gerard Barrett, this intimate Irish drama travels a road that'll be familiar to anyone who's ever seen a film about addiction, or known an addict, but the fact that all stories of addiction are essentially the same doesn't blunt its impact…

domenica 16 luglio 2017

State of dogs - Peter Brosens, Dorjkhandyn Turmunkh

quando Peter Brosens ancora non faceva i film con Jessica Woodworth.
la storia è quella di un cane che segue le vicissitudini della famiglia, che da pastori della steppa diventeranno, forse, baraccati della capitale.
e Basaar, uno della famiglia, viene, forse, abbandonato, o si perde, e diventa un cane randagio, uno dei tanti, troppi, e l'unica sua speranza è la reincarnazione.
film unico, che merita davvero - Ismaele



Baasar è un cane randagio. Mentre sta vagando tra le strade della capitale Ulan Bator, viene ucciso da cacciatori il cui compito è ridurre il numero, altissimo, di cani senza padrone presenti in città. L’anima del cane si deve quindi reincarnare e, come si narra in una leggenda mongola, potrà avvenire sotto forma di essere umano, dopo aver passato una vita a vagare libero. Ma Baasar non vuole rinascere come uomo. L’anima di Baasar inizia quindi a ripercorrere tutta la sua esistenza: prima cane da pastore che viveva nella steppa con una famiglia nomade, poi abbandonato dai proprio padroni, infine l’incontro con una donna che aspetta un bambino.
Diretto dal mongolo Dorjkhandyn Turmunkh e dal belga Peter Brosens, quest’ultimo autore anche dello splendido Khadak (2006), State of Dogs è un film straordinario, sicuramente il migliore della Mongolia post comunista e forse dell’intera storia cinematografica di quel paese. Si tratta di una pellicola difficile da definire e inserire in un genere preciso. Elementi di finzione si integrano con stralci documentari, quasi etnografici, e altri fiabeschi, fantastici e impressionisti, come impressionista è l’immagine di Ulan Bator e della Mongolia che gli autori danno. Alle vicende del cane Baasar che non vuole diventare uomo, si affiancano leggende mongole, miti di fondazioni, cerimonie e canti popolari. Il risultato è un film profondo, riflessivo e altamente spirituale, dal sapore quasi mistico, lento, ma mai noioso, che affascina sin dal primo istante.
La reincarnazione di Baasar si fa metafora della condizione umana, in cui tutto scorre e tutto è movimento. Come fa ben notare Carson Lund su Cinelogue, il movimento è il tema centrale della pellicola, il nodo focale: il fluire della vita e il rapporto vita-morte sono mostrati visivamente attraverso movimenti reali e concettuali. Si va dall’errare del cane randagio al vagare della sua anima, dal transito di treni e auto in paesaggi sconfinati sino al passaggio dai costumi tipici a quelli della modernità. Il tutto si conclude con la scena che vede protagonista una contorsionista, che si esibisce sulle note di Charo Calvo, e che dà bene l’idea quasi di un’astrazione della vita.
Il misticismo di State of Dogs è autentico e non infastidisce certo lo spettatore che si ritrova trasportato in una realtà lontana. Presentato alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e al Festival di Toronto, ha vinto 18 premi in giro per il mondo, tra cui il Grand Prix al Visions du Réel Film Festival di Nyon, Svizzera, tra le principali manifestazioni documentaristiche internazionali. Sono premi davvero meritati.
da qui

sabato 15 luglio 2017

You, the Living (Du levande) - Roy Andersson

You, the Living contiene già Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza, il film premiato a Venezia nel 2014.
comico e tragico si alternano e si rincorrono, in quel mondo lontano che è il nostro.
secondo me sarebbero piaciuti a Giacomo Leopardi, questi 50 piccoli e densi episodi da Zibaldone dell'umanità.
gran film, da recuperare senz'altro - Ismaele

ps: Roy Andersson ha fatto molti corti pubblicitari, imperdibili; per chi li vuole (ri)vedere, eccoli qui







Andersson’s “You, the Living” is hypnotic. Drab, weary people slog through another depressing day in a world without any bright colors. A bitter alcoholic woman sits on a park bench hatefully insulting a fat, meek man, screams that she will never see him again, finds out there’s veal roast for dinner, and says she may drop by later. A tuba player complains that the bank has lost 34 percent of his retirement fund. He says this while a naked Brunnehilde with a Viking helmet has loud sex with him. A carpet salesman loses a sale because someone sold the end off a 10-foot runner.
So it goes. There are 50 vignettes in this film, almost all shot with a static camera, in medium and long shots. Sometimes the characters look directly at us and complain. A psychiatrist says he has spent 27 years trying to help mean and selfish people be happy and asks, what’s the point? A girl imagines her marriage with the rock guitarist she has a crush on. The tuba player is hated by his wife and his downstairs neighbor. A bass drum player is also unpopular when he rehearses…

Andersson -todo un director de culto- no volvió a filmar hasta 2007, cuando estrenó en Cannes Du levande, aquí rebautizada como La comedia de la vida. Sin dejar de reconocerle méritos, la visión -en un mucho más modesto microcine de la calle Ayacucho- de su nuevo trabajo no me generó ninguna de las sensaciones que aún conservo de aquel film que aprecié en 2001: fascinación, asombro, entusiasmo.
No sé quién cambió más (probablemente sea yo), pero el efecto ya no fue el mismo. Y digo que el "problema" aquí es el receptor porque el cineasta sueco sigue sosteniendo y hasta redoblando la apuesta por historias corales, episódicas, que ofrecen una visión pesimista, desesperanzada sobre la angustia existencial, sobre la vida más bien gris de los centros urbanos, con sus atascamientos de tránsito, sus moles de hormigón, sus borrachines de bar, sus penosos músicos, sus empresarios despiadados, las pesadillas de sus antihéroes (como un albañil que es ejecutado en la silla eléctrica por romper un juego de porcelana), bombardeos y lluvias bíblicas.
Entre el humor físico, el surrealismo/lo onírico y la tragicomedia negra (una extraña mezcla entre Buster Keaton y Jacques Tati, Delicatessen y Aki Kaurismäki), Andersson construye una fábula que recurre siempre al humor absurdo, al artificio, a la exageración y al desparpajo. Su cine, es innegable, está lleno de ideas, muchas de ellas muy buenas, pero, al menos en el caso de La comedia de la vida, la acumulación abruma y la suma, el resultado final, es menos interesante que cada una de sus partes por separado.
De todas maneras, aunque no es una propuesta que me haya generado un efecto eufórico, la recomiendo. La recomiendo porque es Andersson un autor a contracorriente, dueño de un cine diferente y simpre arriesgado. Y porque es una proeza que se sigan estrenando este tipo de películas, en fílmico, en un mercado tan diezmado como el actual. Ojalá le vaya bien. Se lo merece.

However, You, the Living goes off the tracks in choosing its targets. In Songs from the Second Floor, Andersson took aim at corporate hot shots and government officials for their mendacious, clueless behavior. His satire was barbed and appropriately savage. Unfortunately, You, the Living takes aim at ordinary people. Andersson, who also wrote the script for the film, makes fun of curious customs (strange movements to a song sung at a formal banquet), infirmaties (a man using a walker pulling a dog hopelessly entangled in its leash), and annoying behaviors (playing a tuba in the house). These bits are laugh-out-loud funny, but they are cheap shots nonetheless and rather pointless. Yes, some people will never be satisfied, and we might just blow ourselves up because we don’t seem to know any better. But seeing the world as populated with miserable grotesques is more than a caricature; it’s a deeply misanthropic world view that really doesn’t offer much to movie audiences but a chance to feel mean and superior, too…


giovedì 13 luglio 2017

Non dico altro - Nicole Holofcener

è il primo film con James Gandolfini che vedo,è davvero bravo, purtroppo non c'è più.
il film poteva essere una scemenza come tante, ma i protagonisti sono davvero vivi, potrebbe essere un documentario, per quanto la finzione è ben nascosta.
si resta senza parole, ed Eva e Albert li vorresti come amici, davvero.
non privatevene, buona visione - Ismaele





Nicole Holofcener si accolla una sfida non banale: realizzare una commedia romantica con tutti i crismi (corteggiamento, incertezze, coro di comprimari chiacchieroni, scene madri) scegliendo due protagonisti che non hanno (quasi) nulla di seducente. Due persone normali: entrambi hanno passato i 40 da un po', entrambi hanno un divorzio e una figlia da gestire, lui tende all'obesità e lei tende ad avvizzire. Hanno lavori poco cinematografici e carriere tutt'altro che rampanti: lui fa l'archivista di vecchi e dimenticati programmi televisivi americani, lei la massaggiatrice a domicilio. Non hanno voglia di strafare, non sono interessati al gioco estenuante della seduzione, non vogliono piangersi addosso ma nemmeno spacciarsi per quello che non sono: cinematograficamente, una bella sfida, soprattutto a livello di scrittura…
… E poi c'è James Gandolfini, cui il film è dedicato, in un'interpretazione postuma che fa rimpiangere tutto ciò che non ha avuto il tempo di dare al cinema. Principe azzurro fuori formato e fuori tempo, gli occhi due pozze di malinconia, il sorriso dolente e una vulnerabilità esibita con misura e pacatezza, Gandolfini scolpisce con perizia il proprio personaggio sullo schermo

Un’ipotesi: diretto da un uomo Non dico altro sarebbe stata l’ennesima farsa degli equivoci, con corollario di stantie amenità sessuali. Il tocco delicato dell’abile Nicole Holofcener, invece, riesce a fare dell’inconsistenza uno spettacolo gradevole, partendo da un soggetto che non è che un’ideina...

Qui la storia è quella di una relazione matura e di un intrigo nato da un equivoco, in cui la protagonista, la piacente Eva, si innamora del goffo Albert. Ma Albert è James Gandolfini, al quale il film è dedicato, che forse ha chiuso la sua vita d’attore su questo set e la sua presenza valorizza il film. Ma Non dico altro riesce a funzionare, anche per merito della schiera d’attrici di consumata esperienza, Julia Lous-Dreyfuss, Catherine Keener, Toni Collette che fanno da contorno al già citato Gandolfini, grazie ad una scrittura incalzante, ad una struttura collaudata, in altre parole è uno di quei film per cui alla fine ci si domanda cosa abbia trattenuto in sala, tanti spettatori così attenti, accorgendoti di essere stato uno di loro, condividendo la leggerezza della sua regista nel disegnare la vita di quei personaggi, depurata dai momenti noiosi dell’esistenza, che, come diceva qualcuno, pare sia uno dei compiti del cinema. Nicole Holofcener e la sua equipe hanno imparato da tempo questa semplice, ma non semplicistica lezione.

la fisicità dei due attori protagonisti è il punto di forza della narrazione: Julia Louis-Dreyfus, che molti ricordano soprattutto come la Elaine della sitcom Seinfeld, è una piccoletta il cui corpo infantile fa il paio con l'immaturità sentimentale di Eva; James Gandolfini, qui alla sua ultima interpretazione, è un orso dallo sguardo buono, il cui primo istinto è quello di abbracciare e accogliere chiunque abbia di fronte. Non dico altro meriterebbe di essere visto anche solo per come sa mostrare l'altra faccia di un attore noto per i suoi ruoli di mafioso e di killer, e invece capace di infinita tenerezza espressa in delicatissime sfumature di emozione.
Eva e Albert (basterebbe poco a trasformare i loro nomi in quelli della prima donna e del primo uomo) sono lo specchio della solitudine e dello smarrimento contemporaneo, dei tanti single"stanchi di guerra" e spaventati dalla propria ombra, tanto fragili e insicuri quanto terrorizzati dalle debolezze altrui e dagli altrui fallimenti. La loro paura di invecchiare da soli, ora che le figlie stanno prendendo il volo, li spinge a tenere lo sguardo abbassato verso il baratro invece che sollevato verso l'orizzonte. Ed è soprattutto la donna a cercare compulsivamente i punti deboli dell'uomo privandolo del suo diritto alla fallibilità, che è proprio quello che lo rende "sexy" e amabile. Eva sconta decenni di modelli plastificati, cerca con il lanternino i segnali d'allarme di un disastro imminente, e maschera con la propria intolleranza il disagio che prova verso se stessa e verso le proprie inadempienze…


martedì 11 luglio 2017

La tela di Carlotta - Gary Winick

protagonista è Wilbur, piccolo maiale salvato da morte sicura dalla testardaggine della protagonista umana, che non è Carlotta.
una fattoria di animali che diventano solidali contro tutte le aspettative.
se ritorni all'anima del bambino, quando il bambino era bambino, ti piacerà senza nessun dubbio.
se poi lo vede più volte il bambino potrebbe farsi domande sul motivo per cui si mangiano gli animali, gli stessi che si vedono nel film, e le risposte sarebbero impossibili.
buona visione (e buon vegetarianesimo) a tutti - Ismaele





è un film veramente dolce, a tratti irresistibile, che dietro una storia fantastica e infantile nasconde principi esistenziali importanti: il rispetto per la vita in tutte le sue forme (il maiale, il ragno,etc), l’amicizia inter-razziale e inter-specie, la bellezza della natura, la bellezza e la specialità di ogni cosa, anche la più scontata e semplice.
Insomma, La tela di Carlotta è un film che ha più di un motivo per essere visto, e che dunque consiglio ai miei lettori.
Nel caso, buona visione.

Non mi è dispiaciuto come film nonostante il target a cui si rivolge è nettamente infantile anche se alla fine chi si commuove sono solo i grandi che percepiscono fino in fondo il problema del distacco che viene prospettato alla fine del film. I miei figli invece si sono appassionati al piccolo Wilbur, al cavallo, alle mucche e alle pecore meno all'enigmatica Carlotta del titolo, forse far digerire a un bambino un animale come il ragno come animale positivo (nonostante le indubbie e veritiere qualita'degli Aracnidi citate durante il film) è veramente dura, mentre per quanto riguarda il personaggio del topo suino (sia perchè ingrassa a dismisura sia perchè fa i bagni con la broda schifosa che dovrebbe essere il cibo di Wilbur) diciamo che c'è l'effetto Ratatuille,da quando i miei figli hanno visto l'ultimo capolavoro Pixar i topi sono animali positivi, al contrario di quello che pensa la madre…

Il risultato finale è un film riuscito e convincente, leggermente prolisso e forse privo di particolari guizzi nella sceneggiatura, ma estremamente fedele al libro e capace di far commuovere anche il più arido dei cuori, grazie a un finale davvero azzeccato. Gustose, e necessarie per interrompere il ritmo non certo forsennato della storia, le incursioni comiche, qui affidate a un ratto e a una bizzarra coppia di corvi. La Tela di Carlotta è un prodigio della tecnica, visto che gli effetti speciali sono assolutamente straordinari, ma ha un'anima tradizionale: è un film per famiglie come quelli che, molto tempo fa, ormai, faceva la Disney del periodo d'oro. Ai bambini piacerà.

Unica vera sfida, felicemente superata, la rappresentazione di sintesi del ragno co-protagonista, fedele ai movimenti aggraziati con cui si configura in natura e solo un poco ammorbidito nell'aspetto per renderlo meno minaccioso. Se tutto il progetto non fugge da una professionale convenzionalità, la vera magia è quella di potersi librare con leggerezza insieme al ragno e alla sua tela "parlante", mostrando la peculiare e insostituibile capacità del cinema di renderci, anche solo per un attimo, quello che non siamo.

domenica 9 luglio 2017

Faccia a faccia – Sergio Sollima

il film è del 1967, appare il branco selvaggio, che poi Sam Peckinpah riprende nel titolo di "The wild bunch", nel 1969.
in quegli anni in Italia si giravano capolavori, questo è uno di quelli; Sergio Sollima, Sergio Leone e Sergio Corbucci (che coincidenza, tutti e tre Sergio) hanno firmato capolavori straordinari, film perfetti.
Gian Maria Volonté e Tomas Milian sono eccezionali, è cinema politico e western, si sentiva aria di rivoluzione, la musica di Ennio Morricone.
Faccia a faccia è Cinema, vogliatevi bene, (ri)guardatelo, è tempo guadagnato - Ismaele




Chissà che Sollima figlio non abbia pensato alla trilogia western del padre leggendo, e poi mettendo in scena, Suburra. C’è una linea inquietante, fatta di sangue e violenza, che lega periodi storici e luoghi profondamente diversi tra loro, come a sigillare una certa ridondanza di errori nei comportamenti umani. Quando la civiltà si trasforma in una giungla, i professori si tramutano in bruti; come il Sebastiano di Suburra, così il Brett Fletcher di Faccia a faccia. Pur con percorsi e approdi differenti (e anche interpretazioni, oserei dire), entrambi i personaggi si confondono in un mondo a loro estraneo che li risucchia nel vortice di violenza e li intrappola. Brett osserva le leggi del selvaggio, rimane affascinato dalla sensazione di potere che può dare un’arma tra le mani, impara ad amare la morte e ad odiare il senso di colpa. Ma la giungla ha anch’essa una morale che non è così facile da apprendere come il premere un grilletto o il mirare al cuore di un nemico; e a differenza di Sebastiano, che sporcandosi le mani acquisisce il pass per le porte dell’inferno, Brett ha un pegno da pagare e un destino da affrontare, perché l’inferno non è ancora giunto nel suo mondo. In fin dei conti, Brett Fletcher ha solamente sbagliato epoca.

vediamo un discorso politico - forse una riflessione sulle ingiustizie sociali e sul ruolo della sinistra - ma è condotto con intelligenza e non è la solita tiritera con morale manichea e scontata.
L'elemento più interessante è il personaggio di Gian Maria Volontè, che interpreta un professore tutto dedito alla cultura e completamente avulso dal mondo che ha attorno a sé. L'imbattersi nel ricercato in fuga (Milian) lo porta abbastanza velocemente a cambiare il suo atteggiamento verso la realtà, sia nel modo di vederla che nel concepire il proprio ruolo verso di essa. Di colpo si sente investito della missione di combattere per i perseguitati e di sradicare l'ingiustizia. Però - attenzione - si ritrova ben presto a giustificare, e persino a lodare, l'uso della violenza a questo scopo. Dice infatti che l'uccidere i prepotenti, anche su larga scala, non è un crimine, ma missione che fa la storia. La sua figura, se per un certo tempo prende gli accenti positivi di chi decide di impegnarsi per il bene, dopo non molto li perde, e assume dei connotati abbastanza opachi o persino inquietanti. La storia è piena, infatti, di torbidi personaggi che hanno compiuto massacri in nome della giustizia e della libertà, non ottenendo nulla di quanto si proponevano e solo facendo scorrere fiumi di sangue. Se il film fosse degli anni '70 sarebbe stata una riflessione quasi scontata, visto appunto il diffondersi del terrorismo dopo il '68. Il fatto però che la pellicola sia del 1967 le dà in questo senso degli accenti quasi profetici, o come minimo rivela lo sguardo acuto e problematico del regista, coautore della sceneggiatura e, si dice, autore del soggetto. Egli colse, credo, ciò che allora stava solo covando nelle menti di certi intellettuali e professori universitari, e che si sarebbe manifestato di lì a poco.
Per il resto, è un film girato bene e agilmente, con padronanza della tecnica e con inventiva…

La nemesi di un quieto professore tisico che, alla ricerca di un clima più asciutto, s'incrocia col mucchio selvaggio di Beauregard Bennet. L'attrazione è reciproca. La superiorità intellettuale di Fletcher si contrappone all'istintività di Boreguard, in un crescendo progressivo che porta alla regressione del primo (la razionalità al servizio del male) e alla crescita del secondo (bandito sì, ma di cuore). È un western atipico e splendido, con un soggetto geniale su personaggi ispirati alla realtà. Il "mucchio" poi è di primissima qualità.

Faccia a Faccia, per merito soprattutto dell'interpretazione dei due grandissimi protagonisti Gian Maria Volonté e Tomas Milian, è uno di quei film che sotto una "facciata" di semplicità, di azione e revolverate fa pensare e pone quesiti semplici quanto efficaci. La pellicola di Sollima va ben oltre il genere, sembra infatti che il western sia solo un pretesto per chiedersi (e chiederci) se effettivamente l'ambiente circostante può influenzare l'uomo che lo abita e se un uomo, con un retaggio particolare (da bandidos o dotto che sia), possa cambiare radicalmente fin'anche ad estremizzarsi. La figura di Fletcher, ex professore malaticcio, timido e impacciato nel selvaggio west è quella più inquietante e più interessante tra quelle rappresentate nel film. Il suo cambiamento è drastico e totale, così imponente da andare oltre a quello dello zotico maestro... probabilmente criminale non per scelta ma per sopravvivenza. E sono proprio la scelta, elemento cardine della storia, e il favore delle circostanze che trasformano il mite professore in spietato bandito, il quale libero dalle restrizioni del mondo puritano e civilizzato può dar libero sfogo alle più recondite intenzioni. Dal'altra parte il bandidos Beauregard Bennet fa da controparte in questo gioco, elevandosi e scegliendo liberamente di abbandonare quei panni, che probabilmente era costretto ad indossare, di spietato pistolero…

Una pellicola ottima, con un cast bene assortito e due protagonisti strepitosi. La regia è attenta e mai banale, spesso Sollima suggerisce piuttosto che mostrare. Se la trama ricorda per tratti tante analoghe situazioni da "spaghetti western", il percorso che porta i protagonisti (Milian e Volonté) ad un radicale mutamento della propria visione della vita aggiunge al film una dimensione morale raramente riscontrabile in prodotti simili. Uno dei migliori western degli Anni Sessanta.

Grandissimo film. La trama bellissima e originale, due protagonisti eccellenti quanto diversi fra loro. Milian serio, i lunghi e nerissimi capelli al vento, gli occhi scurissimi e guardinghi della belva. Volontè mattatore dei dialoghi (in realtà irresistibili monologhi), intellettuale timido, frustrato, violento, folle.
Una regia perfetta racconta una bella vicenda umana senza dimenticare lo spettacolo western, dosando sapientemente le sparatorie. Tutte le sequenze di azione sono girate con maestria, come la rapina al treno, raccontata con poche efficaci inquadrature.
La chitarra di Morricone incalza le scene di tensione, ma ci sono anche sequenze maestose dove la lirica del Maestro vola davvero alto.
Bellissima la prefazione, la sigla, la scena finale. Bellissimo tutto.

Là, in quel West più immaginario che fedele alla Storia, Cinecittà realizza film che, nascosti sotto i modi del genere, vanno spesso a intercettare e esprimere gli umori rivoluzionari e le istanze neomarxiste dei tardi anni Sessanta. In questo di Sergio Sollima un professore tisico e di modi e valori assai borghesi incrocia per caso un fuorilegge che si fa chiamare Beauregard. Succederà che il professore resterà ammaliato dalla carica furente e selvaggia del bandito, lo seguirà, diventerà lui stesso un professionista della violenza. Fino a credersi oltre ogni legge e regola. Borghese e sottoproletario finiscono col cambiare, e con lo scambiarsi i ruoli, in quella che è, in forma di western, una riflessione amarissima sulla violenza rivioluzionaria e sulle manipolazioni da parte delle classi dominanti. Gian Maria Volontè è il gringo convertito alla pistola, Tomas Milian il fuorilegge. Basterebbe la loro presenza a giustificare la visione di Faccia a faccia

…The right mix of style and substance, Face To Face is as much about the relationship that develops between its too leads as it is about shoot outs and horse based chase scenes and for that reason, it's obviously important that the two leads be up to snuff. Thankfully, when you've got actors like Milian and Volonte cast, it's pretty much a given that they will be… and they are. Milian is admirably restrained in spots and wildly manic in others and it's a blast to watch his character's mood shift as the storyline calls for it. Milian has long excelled playing eccentric types and can sometimes overdo it but here, it works. He's perfect in the role and the back and forth between he and the older, wiser and more subdued Volonte provides foundation for Solima to build his story upon. Supporting work from William Berger as a Pinkteron and Nello Pazzafini as one of Bennett's thugs are solid as well, but it's Milian and Volonte that do the bulk of the heavy lifting here, it really is their show the vast majority of the time.
The movie is beautifully shot with stunning cinematography on hand that rivals what you'd see in the lauded Morricone Spaghetti Westerns made around the same time. Long, sweeping shots of the desert landscape are plentiful with close up shots used to highlight action, tension and facial expressions. Given how dusty and earthy the locations used for the shoot really are, there's good use of color here too. Sometimes it's a splash of blood, the aftermath of conflict, but other times it's costume and wardrobe or room décor but Solima and company ensure that there's always something interesting to look at, to keep your eyes busy. But it never distracts from the way that the story is unfolding, the way that the characters are developing or the way that the actors are delivering their very fine performances.
Wrap all of this up in a gorgeous score from Ennio Morricone and it's clear that Face To Face comes out a winner, an underappreciated gem of a western that fires on all cylinders from its crazy and colorful opening credits to its thrilling conclusion.


sabato 8 luglio 2017

Il fondamentalista riluttante – Mira Nair

il giorno dopo aver letto (il gran bel libro) Il fondamentalista riluttante  guardo il film di Mira Nair.
è uno dei possibili film contenuti nel libro, magari non il migliore, ma lo firma lo scrittore Mohsin Hamid, lo prendiamo per buono.
la storia è fondamentalmente la stessa, ma contemporaneamente è anche un'altra.
cambia qualcosa, anzi molto, ti immaginavi certe cose, il film è solo un'interpretazione del libro, e non potrebbe essere diversamente.
e però, come capita con i libri che ti colpiscono, il film delude, è un'altra storia.
ma se non hai letto il libro (peccato!) il film non è male, medio, ecco, un thriller, una corsa contro il tempo, si guarda bene.
buona visione - Ismaele





Cinema mainstream, cinema che punta a larghe platee, dunque alieno da inflessibilità e rigori autoriali, anche abbastanza piacione per elevarsi a grande cinema. Però cinema che svolge egregiamente la sua mission. Storia così esemplare, quella del Fondamentalsta riluttante,  da somigliare strettamente a una parabola, anche se si svolge davanti ai nostri occhi senza pesantezze didascaliche…
Riesce a fare spettacolo, ad avvincerci, ad appassionarci alle peripezie del suo Changez diviso, a instillare qualche sano dubbio nelle nostre certezze. Se indulge un po’ al vecchio vizio terzomondista, ne fa un uso tutto sommato moderato e poco ideologico, e la storia di Changez ci viene mostrata attraverso i fatti, non fastidiosi proclami politici. Il fondamentalista riluttante (bellissimo titolo) ci mostra il dramma di un uomo che, nonostante il suo acume, l’intelligenza, lo status elevato acquisito in Occidente, non riesce a sottrarsi alla sua appartenenza identitaria e alle sua radici. Perché ci sono cose più forte di noi, contro cui anche il libero arbitrio – totem del pensiero d’Occidente – si frantuma e nulla può.

Più che nell'esplicito confronto/scontro/tentativo di comprendersi tra Changez e Bobby, la chiave di lettura del film sta nel sottoplot sentimentale. È proprio nel territorio apparentemente tutto da costruire del sentimento che si rivelano le crepe più insidiose destinate a far crollare un'integrazione possibile. Perché inizialmente il giovane pakistano deve compiere una sorta di mimesi nella relazione per cercare di far superare una difficile elaborazione del lutto. Si troverà amato, anche dopo l'11 settembre. Ma come diverso, quasi nonostante. Come se la colpa di alcuni si rovesciasse su tutti. Mira Nair non dimentica poi di sottolineare come l'eliminazione dal mondo del lavoro di migliaia di persone sia una forma di omicidio in guanti bianchi. Ce lo ricorda con una breve scena in cui il padre di Changez, uomo di lettere ma ben radicato nella realtà, gli fa notare come un sentimento di empatia possa nascere dal confronto diretto con la realtà. I licenziati invece sono solo numeri in una statistica. Così come un ostaggio eliminato brutalmente o un giovane ucciso accidentalmente possono essere immagini che il mondo potrà utilizzare per continuare ad alimentare l'odio oppure superficialmente dimenticare in fretta.

Molta carne al fuoco in un film che rimane coerente e lineare in tutta la sua durata. La Nair dimostra una grande sicurezza nel delineare il cambiamento di una nazione dopo l'attentato, e i fermenti che si svolgono oggi nell'altra, ma anche il dramma più intimo e personale di Changez. Ha la mano ferma nel gestire un racconto che passa attraverso 3 continenti, si mescola a tratti con la spy story nei giochi di ruolo e nella ricostruzione dei fatti, tanto da far ripensare a tratti a Tony Scott. Ma per un attimo non possono non venire in mente Tarantino quando vediamo un tv un B-movie pakistano, o Kurosawa quando un evento ci viene riproposto da più punti di vista…

…Dotato di una trama complessa, ma ben sviluppata, Il fondamentalista riluttante, tratto dal romanzo omonimo di Mohsin Hamid, è un tentativo di analisi abbastanza approfondito di due mondi, quello americano e quello islamico, caratterizzati dai loro pregiudizi e preconcetti. Il motore che avvia il terrorismo non è altro che quello che avvia il capitalismo americano; entrambi sono insediati da un fondamentalismo estremo, che sia quello religioso o quello economico poco importa perché entrambi mietono troppe vittime. Il protagonista Changez fa parte di questo processo, raggiungendo però la consapevolezza di volersene distaccare, insegnando ai più  giovani a non farsi accecare dall’odio e a vedere nel dialogo la luce di un sogno pakistano.
Tecnicamente ben diretto, Il fondamentalista riluttante è un buon prodotto artistico, nonostante l’11 settembre sia un tema già da molti utilizzato. Poco sviluppato però l’aspetto religioso che non può essere solo di contorno in un racconto come questo, in cui politica e religione vanno avanti di pari passo. Infine il team di attori ha dato una buona prova, in particolare il protagonista Riz Ahmed, perfetto nel suo ruolo, aiutato anche dal fatto di aver vissuto proprio sulla sua pelle una storia come quella rappresentata.


giovedì 6 luglio 2017

Morvern Callar - Lynne Ramsay

Morvern Callar lavora in un supermercato, la conosciamo in un momento terribile della sua vita, che gestisce in un modo molto personale.
dalla Scozia fugge in Spagna, con l'amica Lanna, e come (quasi) tutti gli inglesi fa molto chiasso.
cosa vuole non lo sapremo mai, è sempre alla ricerca di qualcosa, o meglio, sempre in fuga da qualcosa, Lanna le dice: perché fuggire, dappertutto è la stessa merda.
se dicessi che è un film pieno di ottimismo direi una bugia (Lynne Ramsay non è tipa da film comici), ma non è una bugia dire che è un film che merita di essere visto - Ismaele





Silenzi potentissimi dischiusi dentro un dolore indicibile, che gela il sangue, il cuore, i sentimenti. C’è solo voglia di dimenticare, andare oltre, perché secondo Morvern Callar ognuno ha il destino che si merita. Racconto inquieto e rarefatto che monta di sottrazione attraverso atmosfere cupe e stranianti aggrappandosi ad un’introspettiva elaborazione del lutto che diviene esistenza effimera, trainata poi da una flebile ebbrezza di vita aprendosi in un road-movie che sa di combattiva speranza e voglia di cogliere un Attimo difficile da riprendere.

…Lynne Ramsay scolpisce un personaggio errabondo, una donna alla ricerca e alla scoperta di se stessa e della propria vita. Morvern, con la forza incosciente di chi non può fare altrimenti, rincorre un nuovo presente che detta condizioni difficili e radicali: annullare il passato. Da qui una porta che si chiude, delle chiavi che ricadono dentro e l’allontanamento dal suo passato, dai suoi affetti, dalla sua esistenza rimossa.

…The movie doesn't have a plot in the conventional sense, and could not support one. People like Morvern Callar do not lead lives that lend themselves to beginnings, middles and ends. She is on hold. Somehow, in some way, she's stuck in neutral. The gray-brown tones of her life in Glasgow reflect her emotional habitat, and the bright colors of Spain cause her to wince in pain. She can only handle so much incoming experience at a time. "Sorry, Morvern," her boyfriend wrote in that note. "Don't try to understand." What a bloody condescending jerk. Yet she is not drifting because of his death. She drifts anyway, and always has. What great wrong has made her so damaged? We watch Samantha Morton so closely, with such fascination, because she is able to embody a universe of wounded privacy.
This is Lynne Ramsay's second film, after "Ratcatcher" (1999). That one was about a small boy living with the guilt of a terrible act. Her short films include one in which two small girls, half-sisters, trying to understand the wreckage of the marriages that created them. She has been signed to direct the film of Alice Sebold's best-seller The Lovely Bones , narrated by the ghostly voice of a young girl who has been raped and murdered. These stories all seem to explore similar dread lifescapes. Why she knows it so well we cannot guess, but she does.