mercoledì 28 giugno 2017

Civiltà perduta (The lost city of Z) - James Gray

Percy Fawcett non è un'esploratore che vuole conquistare, vincere, uccidere, vuole solo trovare una città dimenticata nella giungla.

è un esploratore "buono", non vuole esportare il suo british way of life, non è un disperato senza famiglia, che si butta nella foresta per dimenticare.
e non è neanche fortunato, la città, forse, non la trova, o forse sì, ma noi non lo sapremo.
e però nella sua ricerca è felice, è la sua ragione di vita, ha un nome da riabilitare, una famiglia che gli vuole bene, una moglie straordinaria e paziente, erede di Penelope.
il film è una sorpresa, James Gray ne fa pochi e buoni.
e come resistere a un viaggio nella foresta amazzonica, senza le zanzare, seduti in una sala climatizzata?
buona visione - Ismaele

 

 


Le armi e le potenzialità del cinema allora per Gray sopravvivono davvero come interruzione, digressione, lato oscuro della luna (matter of fact it’s all dark), isola non trovata ma bella più di tutte, che aumenta familiarità e riconoscibilità proprio rimettendo in circolo canoni, immaginari, stili e riferimenti (d’accordo Coppola, ma l’apertura è innegabilmente ciminiana, e in ogni caso la cocciutaggine del progetto, totalmente impossibile da veicolare sul mercato, ancora una volta accomuna Gray a questi due autori-suicida di film che non sembrano volersi mai chiudere, assumere una forma definitiva: anche di Civiltà perduta percepisci in ogni istante la possibilità di mille montaggi alternativi, director’s cut con scene diverse, tagliate aggiunte o allungate…). Con l’intento lucidissimo di riaffermare “siamo giàstati qui”, qualcuno ci è già passato.
Amare il cinema di James Gray significa perciò condividere con lui e con i suoi personaggi la luce incommensurabile e indescrivibile che ti colpisce ogni volta che ti rendi di nuovo conto che l’entrata per un giro alla ricerca della Citta’ di Z è sempre aperta, ancora li, davanti (e dentro) ai nostri occhi. Farsi divorare dal sogno, per essere liberati dalla condanna.

Lo strano caso di James Gray. Che, dopo i primi quattro (bellissimi) film molto contemporanei e un filo autobiografici su immigrati ebrei (e irlandesi) negli States, con C’era una volta a New York ha cambiato radicalmente cinema, occupandosi ancora di immigrazione, ma in forma di period movie e melodramma. Adesso un altro film nel e sul passato, con sontuosità di scenografia e costumi e neanche più il tema dell’emigrazione a collegarlo ai suoi precedenti. Un’altra cosa, un altro film, davvero un altro cinema. Anche parecchio convenzionale, con militari in alta uniforme ai ricevimenti, cottage anzi castelli nel countryside, interni maestosi di ministeri e altre reali istituzioni tra Otto e Novecento inglese. Che non lo si riconosce più, il rigoroso Gray delle tormentate famiglie askenazite. Ma perché mai avrà accettato di girare questo The Lost City of Z - tale il titolo originale -, certo tratto da una biografia diventata bestseller, certo prodotto dalla Plan B di Brad Pitt, ma così inesorabilmente medio-mainstream? Un’avventura amazzonica con delirio del suo protagonista, che sarebbe anche di molto fascino se non ci fossero già certi indimenticabili Herzog, intendo Aguirre e Fitzcarraldo. Un paio di anni fa s’è poi visto ai festival e anche in qualche sala nostra il notevole El Abrazo de la Serpiente, di cui par di rivedere molti passaggi in Civiltà perduta. E dal confronto Gray esce stritolato…

James Gray riempie la sua opera, il parallelo tra la sua perseveranza e la missione di una vita di Fawcett è quanto mai prossima, dall’inizio alla fine.
Scandendo un processo a fasi, tra andate e ritorni, addii e ricongiungimenti, cavalca ellissi necessarie (non occorre ogni volta ripresentare i pezzi precedenti, i vari viaggi è come se fossero un tutt’uno), rendendo vivo lo spirito di esplorazione, mentre il fascino della (possibile) scoperta è quanto mai scardinante.
Tra uomo e natura, progresso e civiltà perdute, o meglio sconosciute, la composta eleganza delle vita occidentale e culture tutte da scoprire, l’arroganza dettata dal principio di superiorità insito nell’uomo bianco, verso i selvaggi ma anche le donne, Civiltà perduta trabocca, rendendo piena giustizia alla macchina dei sogni che è (dovrebbe essere) il cinema, oggigiorno sempre più ancorata in un porto sicuro, che è sinonimo di ripetitività.
Così, James Gray apre una vorticosa finestra sul passato e portali verso un futuro, di finzione e reale (un cinema che punta ad allargare i propri confini e un mondo che guarda avanti per la gioia di apprendere), che rimane una chimera.
Difatti, le tematiche presenti colmano oceani di vuoto e vengono chiarite senza eccessi, tra il (secondario) prestigio, le difficoltà fisiche e mentali che servono per arrivare al traguardo, la necessità di conoscenza che sopravanza il desiderio di conquista, lasciando alle spalle la sicurezza per trovare chissà cosa (con pericoli insediati ovunque), con il conseguente gusto di vedere qualcosa di immacolato, un avvicinamento alla morte per vedere meglio la vita, tutto questo sempre facendo ricorso a una dialettica che dosa le parole, rimanendo comunque chiarificatrice (non c’è niente di oscuro, mentre tanto è primordiale e qualcosa mistico)…

Gray si fa coinvolgere e coinvolge lo spettatore nella 'folle' ricerca di un uomo che riesce a convincere altri ad accompagnarlo trasformando anche una profonda ostilità che gli proviene dall'ambito familiare. Questo non significa per lui sottrarsi ai doveri imposti dalla Storia. Così la scena più significativa del film finisce con il divenire quella in cui lo si vede al comando di un plotone nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. Dinanzi alla follia devastatrice del conflitto la sua ricerca si fa rileggere come la razionalità di chi vuole riportare alla luce ciò che un'antica civiltà ha voluto non distruggere ma costruire.

Il cuore del film non è tanto il sogno di gloria (o di riabilitazione del proprio nome) del protagonista, ma quanto tale realizzazione possa pesare sul rapporto con la moglie e i figli, i quali hanno dovuto fare i conti con un marito e un padre che li ha spesso abbandonati per le sue esplorazioni (in particolare la moglie Nina e il figlio maggiore Jack esternano il loro dissenso, la moglie pur non facendo venir mai meno il suo appoggio, il giovanotto esprimendo così anche la sua opposizione a questo padre al tempo stesso impegnativo e sfuggente). Ancora una volta la figura centrale nel cinema di Gray è divisa fra gli affetti e le proprie ambizioni e se nelle precedenti pellicole erano queste ultime spesso a doverne fare le spese, stavolta forse c'è una variazione positiva, visto che la famiglia Fawcett comprende quanto importanti siano i viaggi e le ricerche per il proprio caro e si comporta di conseguenza; nei film di Gray i protagonisti normalmente scelgono di optare per la risoluzione dei contrasti, però stavolta il tutto avviene senza che il personaggio principale debba rinunciare ai propri obiettivi (rinuncia, sì, alla felicità domestica ma ovviamente questa per lui sarebbe stata comunque una scelta sacrificata, come si capisce dalla scena in cui un mesto Fawcett dichiara ad un giornalista americano di apprezzare la vita domestica). In questo la decisione di Jack di unirsi al padre nel suo ultimo viaggio, lo struggente ma asciutto addio fra Percy e il secondogenito Brian e il bellissimo finale, fra sogno e realtà, in cui Nina idealmente raggiunge i propri cari nella giungla (mi è stato fatto notare come in effetti il bravo Gray diventi grande nel concludere i propri film) sono i tre momenti chiave di "Civiltà perduta", dai quali si può capire come, nonostante il triste destino dei protagonisti, l'opera sia meno negativa dei precedenti film del regista (perché neanche la risoluzione dolce-amara di Two Lovers faceva eccezione fino in fondo)…

Civiltà perduta è un blockbuster d’altri tempi. Due ore e venti minuti, ma sarebbero potute essere tre, anche quattro. Non ci stupirebbe una director’s cut. Un’altra follia. La giungla, i confini inesplorati, perdersi nuovamente. Civiltà perduta è una storia infinita, un eterno ritorno. Ce lo dice la macrosequenza a cavallo tra la guerra e il nuovo viaggio, quasi una fase di stanca, una impasse. Impossibile stare lontani dalla giungla, impossibile non tornare. Anche con la mente: alla giungla, alla fotografia di Darius Khondji, a questo cinema anche imperfetto, forse incompleto, ma dannatamente vivo. Il cuore è nella giungla.

lunedì 26 giugno 2017

In ordine di sparizione (Kraftidioten) - Hans Petter Moland

un film di vendetta che cresce fino a cambiare il traffico di droga della capitale.
personaggi caricaturali come il boss della droga vegano, ma tutti sono azzeccati, e sopra tutti Stellan Skarsgard, semplicemente strepitoso.
non sarà un capolavoro, ma si fa vedere davvero bene, non privatevene - Ismaele





…quello che troviamo vincente è la macchina registica e autoriale di Hans Petter Moland e del suo sceneggiatore, che dimostrano grande maestria e una bella originalità da thriller tarantiniano di serie A, offrendo ai loro due straordinari interpreti la possibilità di costruire personaggi indimenticabili. Da non perdere.

Bellissimo! Un thrillerone condito da un filo di humour nero, che da un po' di nuova linfa vitale al cinema in generale. Scommetto che diverrà ben presto un cult negli anni a venire. Secondo me, il cinema scandinavo sarebbe un ottimo punto di ripartenza per la settima arte, visto che diverse pellicole di questa zona, sono quelle che hanno avuto più successo negli ultimi anni. Questo film, si avvale molto dell'influenza di vari artisti, quali Tarantino, vedi la violenza pulp o dialoghi molto ironici, ed anche i Cohen, per via della storia violenta con alla base la vendetta e, anche in questo caso, i dialoghi graffianti. La vicenda si svolge in luogo meraviglioso, una delle ambientazioni cinematografiche più belle di sempre, e viene tramandato proprio il messaggio che fa intendere che anche nella neve più candida e soffice si nasconde sempre il marcio e il male, dove tu non penseresti mai. Ora in realtà questo messaggio l'ho intuito io, non so se c'era veramente, ma ad ogni modo è di forte impatto. La regia, si capisce subito che non è americana, non c'è esattamente un perchè, si capisce e basta. E che regia! Bella solida, dettagliata, riprese pazzesche ed altrettanto pazzesche le diverse scene di violenza nella neve. Poi c'è suspance, il ritmo è scorrevole, la storia si fa fin da subito avvincente e non ha mai fasi di stallo o quant'altro. Poi ho trovato una magistrale direzione degli attori, incredibile, e poi anche una grandissima caratterizzazione dei personaggi. Ambientazione valorizzata al massimo, è una parte fondamentale. Si alterna benissimo l'elemento thriller con la commedia nera, stile "Le Iene" e "Pulp Fiction". Ottima la narrazione della storia, lavoro eccezionale, non c'è che dire. Ah, la fotografia è anch'essa fantastica, molto suggestiva. Si sposa perfettamente col bianco della neve. Gran colonna sonora e montaggio davvero forte e originale. Alla sceneggiatura manca qualcosa invece, delle cose vengono un po' tralasciate per strada. In compenso però i dialoghi sono epici. Il finale è stupendo anche se un tantino americano, mentre l'ultimissima scena è di una genialità unica. Il cast è eccezionale: Skarsgard è pazzesco, mentre Ganz e Hagen fanno a chi a gara a chi è più bravo. Ma Skarsgard è un'altra cosa. In fin dei conti è un rape & revenge, ma non è il solito film di questo filone. Ultima cosa, da notare l'evolversi della trama che all'inizio sembra molto semplice, mentre dopo è molto più intricata.

Kraftidioten si muove su una linea di confine portata all’estremo: riprese insistite, che durano troppo rispetto alla necessità narrativa, innesti fuori luogo, svolte improbabili (il bambino che si avvicina al rapitore, saturazione del vuoto paterno: «La conosci la sindrome di Stoccolma?»), elementi dissonanti che mettono il senso in discussione. Non solo grottesco, dunque: c’è un dubbio perenne fra due poli, un equilibrio tra farsa e dramma, con la prima che sembra prevalere salvo poi deviare all’improvviso e mostrare sofferenza vera.
Il gioco si esaurisce presto, la successione degli eventi è elementare fin quasi all’offensivo, tra mafie incrociate e rese dei conti, il meccanismo di genere viene meramente applicato senza intervento del “demiurgo”. Anche così - però - grazie alla prova ambigua di tutti gli attori (un bifronte Skarsgård, ma anche la dimessa violenza di Bruno Ganz) resta parzialmente dislocante, senza etichetta, in bilico fra registri come ragione del suo essere.

…Con tutto il bene che vogliamo a Dickman, alla sua eroica vendetta, bisogna però riconoscere che la parte spassosa del film la giocano i cattivi. La sceneggiatura alterna la sofferenza di Nils all'ironia e comicità delle due bande criminali, con dialoghi e battute memorabili. Particolare attenzione al dialogo fra due scagnozzi del Conte che discutono di welfare e tirano in ballo anche l'Italia. Tra le tante battute ben riuscite - e ben dosate - cito quella con cui Il Conte congeda il killer che gli ha appena riferito il nome del mandante in cambio di una somma di denaro: "Sei stato pagato da un cittadino norvegese". E questo basta e avanza per toglierlo di mezzo (Il Conte sarebbe un ottimo testimonial dell'agenzia delle entrate).
Dickman, come detto, è il padre violato, l'uomo comune che diventa eroe. Non c'è spazio per scherzare, ma ci sono tutti i presupposti per dissetarsi di pulp ed epos, e amalgamarli in una favola moderna. Al posto della neve il sangue schizza sul vetro della camera, mentre un dente si ferma poco prima. Si fronteggiano il fuoristrada e lo spazzaneve nuovo fiammante di ultima generazione, una specie di mostro alla "Brivido" di King, da cui Nils salta fuori al rallentatore atterrando con un tonfo sulla neve fresca. Sullo sfondo s'intravede persino la luna. Ma niente in confronto  alla sparatoria "salmoni-western" in giacca e cravatta (a eccezione del buon Dickman, sempre in tiro coi soliti pantaloni da lavoro catarifrangenti) che chiude definitivamente  il conto fra norvegesi e serbi. Proprio un gran finale con tutti i crismi, che non si priva nemmeno del "codino" catartico e nonsense: che piaccia oppure no, ha il merito di troncare sul nascere eventuali trascendenti voli interpretativi.

…Guardando apertamente al cinema dei fratelli Coen (da Fargo a Burn After Reading) Moland unisce con coerenza la commedia demenziale al nero più sanguinoso, divertendosi a caratterizzare una folle e violenta serie di personaggi, tra cui spiccano un tradizionalista boss serbo (un Bruno Ganz in forma) e il vanesio e vegano kingpin della criminalità norvegese. Dello stesso stile derivativo è anche l'attenta scrittura, riuscita sia per sviluppo narrativo (semplice ed efficace) sia per dialoghi (le riflessioni sugli stupidi "alias" dei gangster), dimostrando anche un'attenzione ammirevole per la narrazione. Forse Moland si fa prendere troppo spesso la mano con esagerazioni e ripetizioni un po’ ridondanti. Sono i rischi del mestiere quando si cerca di essere spietati senza mai prendersi sul serio.


sabato 24 giugno 2017

un'intervista con Diego Quemada Diez

un grande regista, per chi non lo sa ancora.

I’m not your negro - Raoul Peck

peccato che il film non sia passato nelle sale, o magari solo un giorno, e allora ho comprato il dvd.
la spesa è stata ricompensata abbondantemente dalla visione del film, un tuffo in quegli anni straordinari, nei quali James Baldwin è stato un protagonista.
se mi chiedono di trovare uno come James Baldwin in Italia mi viene in mente Pier Paolo Pasolini, una specie di grillo parlante nella terra degli ignoranti, dei ciechi e dei farisei.
è difficile capire bene tutto quello che ha detto James Baldwin se uno non è mai stato nelle scarpe e nella pelle di un nero, razzismo, segregazione, violenza erano, e sono, incubi della vita di tutti i giorni, nel paese più ricco e potente del mondo.
guardati questo film, e poi non potrai non voler bene a James Baldwin; se non succedesse hai qualche problema, sappilo - Ismaele







I am not your Negro riesce quindi ad imbarazzare anche noi, abitanti di un Vecchio Continente sempre più acciaccato e in preda ad ancestrali paure, che non sa fare i conti con il suo retaggio, che dipende da un’economia impazzita e che non si decide a diventare grande. I am not your Negro non è un banale documentario, non è un manifesto, non è un noioso collage di vecchi filmini. E’ la lucida radiografia di una cultura incline all’emarginazione e al razzismo, è un piccolo gioiello che stimola il senso critico degli spettatori come non si vedeva da molto – molto – tempo. Baldwin è da leggere. Il film di Peck da vedere e rivedere.

…Partendo dalle apparizioni dello stesso Baldwin in diversi tv show americani e in alcune lezioni universitarie, il materiale selezionato e montato dal regista si arricchisce di un collage di sequenze cinematografiche estratte da i film che - nel bene o nel male - hanno forgiato l'immaginario collettivo dell'identità dei "blacks", anzi, dei "negri" ricordando la radice etimologica del termine "nero" riferita alle tenebre, alla morte. "Io stesso fin da piccolo - ricorda Baldwin letto da S. L. Jackson - ero talmente invaso da immagini di bianchi che uccidono gli indiani nei Western da rendermi conto che come 'nigger' ero l'indiano della situazione, il diverso, il nemico".
Inedita quanto importantissima, la quest di Raoul Peck ereditata dal suo mentore è proprio relativa all'identità dell'essere nero, travisata dalla Storia raccontata dai vincitori. Già, perché, ricorda sempre Baldwin, "Il mondo non è bianco, né lo é mai stato. Bianco è solo il colore del potere". Lo spunto storico dei ragionamenti contenuti in "Remember this House" furono le vite e le morti (per omicidio) dei tre grandi leader della battaglia per la parità dei neri, diversamente manifestata in Medgar Evers, Malcom X, e Martin Luther King. Le tre figure emblematiche servono da fili conduttori cronografici ma anche emblematici di un agire differente rispetto a cause pressoché uguali.

Este documental está escrito por el propio Baldwin, dado que la integridad del texto narrado impecablemente por Samuel L. Jackson pertenece a una ambiciosa obra inacabada. ¿La temática? La premisa narrativa-discursiva es, como dice el poema, “muy compleja y muy sencilla”: el racismo en Estados Unidos; tal ambición, estructurada en tres partes, asoma sin la grandilocuencia del tratado histórico, sin la trivialidad del reportaje de investigación televisivo ni, mucho menos, algo parecido al biopic. La metodología de lo fílmico aúna dos propuestas a priori contradictorias: El montaje, por una parte —y ya desde los títulos de crédito, donde ni siquiera la tipografía escogida es accidental— irrumpe como una piedra contra un ventanal, con la contundencia que merece la seriedad de la denuncia. Un planteamiento muy dinámico, directo y conciso, reforzado con la inclusión de fotografías de archivo y fragmentos de videos de una violencia tan explícita como real y cotidiana. Cuesta enormemente observar su crudeza, pues esto supone mirarse al espejo y hacer una suerte de reconfiguración. Recuérdese que nosotros, los occidentales, somos en cierta medida un producto más de la influencia sociocultural de los Estados Unidos. Empero, por otra parte, la suavidad con la voz de Jackson y, sobre todo, por el contenido de sus palabras: el lirismo arrollador, palabras de una sobrecogedora belleza que tiñen todo el conjunto de una melancolía y una rabia tremendas…

la Academia y el Arte continúan siendo trincheras desde donde la militancia se puede ejercer sin tanto riesgo, veladamente incluso. Para la mayoría de nosotros, quienes vemos y escribimos sobre películas, vivir es todavía una opción. Pero el tiempo se agota y la seguridad tal vez degenere en complicidad. Baldwin/Peck pueden ser testigos, pero no hay que olvidar que un testigo, etimológicamente, es también un mártir. De lo contrario, sólo somos espectadores. Y de espectadores están llenas las salas de cine que, sobra decirlo, son cada vez más cómodas.

Sarebbe un’occasione persa se non arrivassimo a capire che il messaggio di Baldwin riguarda da vicino anche noi italiani e italiane, non solo perché lo scrittore nel film cita l’Italia coloniale e l’invasione da parte dell’Italia fascista dell’Etiopia nel 1936, ma soprattutto perché in una frase chiave del film solleva il problema dei rapporti fra lo Stato e alcuni strati della società, ai quali vengono tuttora negati diritti fondamentali. Baldwin dice: «È un grande trauma scoprire che il Paese in cui si è nati, a cui si devono la vita e la propria identità, non abbia creato un posto per noi nel suo sistema di realtà». Sarebbe bello se ognuno degli spettatori e delle spettatrici uscisse dalla fine del film adottando una frase di Baldwin, chiedendosi come usarla per capire e contribuire a cambiare l’Italia di oggi, e lo scrivo senza scorciatoie, perché so benissimo che l’Italia non sono gli Stati Uniti e ogni operazione del genere presuppone un processo di traduzione culturale. Come non sentire questa frase molto vicina ad almeno un milione di ragazzi, italiane e italiani senza cittadinanza, che aspettano da oltre un anno e mezzo l’approvazione di una legge di riforma della cittadinanza, approvata alla Camera nell’ottobre 2015 e ferma per oltre ottomila emendamenti della Lega e un atteggiamento tiepido della maggioranza. Non è più tempo di alibi. Questo paese e il suo parlamento è chiamato a dire oggi, una volta per tutte, se nel suo sistema di realtà vuole creare un posto per italiane e italiani nati e cresciuti qui ma di origine straniera oppure no…

lunedì 19 giugno 2017

La santa – Cosimo Alemà

le rapine e i furti andati male sono sempre affascinanti;
fra i film italiani di un po' di tempo fa mi vengono in mente La lingua del santo, di Mazzacurati, e il semisconosciuto, ma bellissimo, Qui non è il paradiso, di Tavarelli (con un eccezionale Fabrizio Gifuni), entrambi del 2000.
Specchia, paesino dov'è girato il film, un posto da consigliare ai peggiori nemici, si apre la caccia, degna dei peggiori incubi e abissi dell'animo umano. 
un colpo da niente, sicuro, fa scattare una trappola, e la scena dei lenzuoli è davvero terribile.
molte scene sono straordinarie, una su tutte la lezione del bandito con la pistola alle ragazze, una lezione di libertà che le ragazze non dimenticheranno mai più, ne sono sicuro.
non sarà un capolavoro, ma è un film davvero grande, ti affezioni ai ladri, forse fra gli ultimi umani.
non fatevelo scappare, si può vedere qui - Ismaele






…C'è qualcosa di Calvaire in questo piccolo bellissimo film, più di qualcosa di Padroni di casa, tantissimo dello splendido La Zona.
Ma le riflessioni di Alemà sulla piccola comunità non si fermano qua. Perchè è forse ancora più forte il pensiero sulla religiosità ottundente, quella che fa vedere il semplice furto di una statua come un motivo per uccidere ("non uccidere" sarebbe un comandamento, ricordiamolo), quella per cui l'ubriacatura religiosa, il conoscere soltanto quella realtà, può portare delle ragazze a privarsi persino di conoscere il proprio corpo, le proprie pulsioni.
Ma che bella la scena in chiesa, che bella.
In questa cornice di devastante ristrettezza mentale i 4 ladri si ritrovano ad esser braccati.
Del resto anche At the end of the day parlava di una caccia.
Non si può uscire da quel paese, come il giovane ragazzo non poteva uscire dalla Zona.
Non resta che dividersi e sperare in non so cosa.
Comincia così un film a 4 personaggi distaccati, ognuno con la propria fuga, le proprie vicende.
E Alemà ne approfitta per colorare il suo film (girato benissimo, recitato perfettamente e con un uso degli spazi e dei luoghi mirabile) di mille cose diverse.
Ogni scena una sfumatura diversa, adesso una fuga, adesso la tensione del nascondersi, adesso spruzzate di vita pugliese al limite del divertente, come tutte le scene nella casa della carnosissima ragazza (con quella radio che inneggia al trovare i colpevoli del furto) o quella del panettiere.
Alemà unisce il folklore, il crime, l'analisi sociale e, incredibilmente, riesce persino, in solo un'ora e venti, a date una tridimensionalità ai suoi personaggi quasi miracolosa.
Tutti e 4 i banditi diventano personaggi a tutto tondo, complessi, empatici, fatti e finiti.
Specialmente il fratello piccolo risulta quasi tragico, lui con la sua scarsa intelligenza, la sua bontà, la sua paura, anche sessuale.
Quel palpare quegli immensi seni alla donna svenuta non è scena comica, tutt'altro.
Sarò esagerato, ma c'è tenerezza, c'è profondità nei personaggi di Alemà.
Intendiamoci, a livello di plot c'è da storcere il naso più volte. La storia delle due donne che si mischia alla loro non sarebbe nemmeno quotata dai bookmakers, quello che i paesani fanno per vendicarsi è qualcosa che non potrebbe mai accadere, alcune fughe son gestite male (come quella, bellissima, tra gli olivi, prima venti persone dietro poi più nessuno).
Ma questo è uno di quei film che non vuole avere meccanismi perfetti perchè racconta di cose al di là del plot.

Avevo voglia di vedere un bel film come questo, me ne sono accorta nel momento che lo vedevo. Avevo dato per scontato certe emozioni soltanto rivedendo i vecchi film di Bava (“Cani arrabbiati” rimane per me il capolavoro capostipite di un certo genere), ma oggi con questo “La santa” ho avuto una rivelazione, terrò d'occhio Cosimo Alemà, questo è il cinema italiano che piace a me, che spero di vedere sempre più spesso, che consiglio a tutti.
 
Note personali: ho visto il film casualmente, mi ispirava, “mi ha chiamato” e io ci credo a queste combinazioni. Mentre lo vedevo pregavo che non peggiorasse, che non avesse dato tutto nella prima mezz'ora (e già si sarebbe beccato un 4 pallucce lo stesso), mi sono ritrovata alla fine in piedi, davanti allo schermo, con le mani al petto che dicevo “che spettacolo”, questa opinione mi era necessaria per far uscire tutta questa emozione arrivata così inaspettatamente.

La santa merita il nostro tempo, specie se siamo tra coloro che si lamentano della mancanza di varietà sul mercato nazionale o dell’ingenuità di buona parte delle produzioni indipendenti. Quindi se tu, spettatore, rifiuti di cercare, vedere e diffondere un lavoro valido come il film di Alemà, non hai più diritto di addossare le colpe di tutto a produttori e registi, perché sarà per gente come te se io un giorno dovrò recensire Amici di Maria De Filippi - Il film.


On The Line - Jon Garaño


A Table Is A Table - Diego Quemada-Diez


domenica 18 giugno 2017

Loreak (Flores) - Jose Mari Goenaga, Jon Garaño

vite di persone sole che si incrociano, a volte, o almeno se ne ha l'impressione.
non succedono molte cose, ma ci sono diversi colpi di scena, passa il tempo, piccoli spostamenti delle anime, è la vita, che dura poco, e si spreca molto, ma non lo si pensa, prima.
un piccolo film basco che tutti possono capire (coi sottotitoli adatti, naturalmente), un gioiellino non adatto per chi vuole evadere e ridere.
merita davvero - Ismaele






'Loreak (Flores)' son mujeres con dudas, con necesidades, con anhelos y penas, cuyos caminos se entrecruzan por la ausencia de un hombre que ninguna de las tres conocía realmente. Unas mujeres que buscaran en su interior para crecer con el agua de sus lágrimas y hacerse fuertes en el invierno de sus vidas. La película, sin embargo, se queda a medio camino de sus intenciones y una excesiva frialdad escénica hace que la emoción no traspase la pantalla.

…Crónica de unas existencias anodinas, rutinarias, sin horizonte, pero que tienen un misterio que las convierte en relevantes por un instante. El azar, el cuchillo de la muerte, como el de la sala de autopsia o la de disección, acaba por apagar sentimientos y recuerdos que el destino había sacado de la monotonía cotidiana. La misma Ane, la esposa burlada o la suegra gruñona acaban por borrar de su conciencia lo que fue un accidente, tan sólo un accidente… ¿o no? De cualquier modo, el olvido es la muerte segunda y definitiva. Al final, todo es efímero y acaba en el desván de la indiferencia.
La realización de este tándem, Garaño y Goenaga, es de una rara, rica y –en apariencia, sólo en apariencia­– modesta delicadeza. Se conjugan una gran variedad de recursos estilísticos, desde cadenciosos trávelins hasta fundidos encadenados (con una propiedad que casi no se ve hoy), desde encuadres rotundos hasta planos enfáticos. Utilizan símbolos sencillos (flores, oveja…) a los que se carga, a la vez, de significado y misterio, como debe ser. También el tiempo narrativo está cuidado con tino. La música de Pascal Gaigne, extraordinaria, contribuye decisivamente a crear esa atmósfera, al mismo tiempo, fatalista y mágica, que ayuda a comprender el drama del amor no correspondido y del desamor que lo corroe todo, de la felicidad quebradiza o nunca encontrada, del fúnebre montón de cenizas en que acaba todo…

Loreak è film di atmosfere, privo di qualsiasi groviglio narrativo, storia che scruta la reazione alla morte e all’abbandono da parte di chi è privato di una presenza più o meno tangibile: sotto questo aspetto la pellicola funziona bene, il senso di morte e di separazione e la forza della memoria aleggiano costantemente, il sottile gioco che si crea intorno ai personaggi, seppur semplice, riesce a tenere insieme il racconto evitando derive pericolose thrilleristiche o funerarie e i personaggi , sebbene lasciati a se stessi, hanno la giusta profondità.
da qui

sabato 17 giugno 2017

Men of Crisis: The Harvey Wallinger Story - Woody Allen



fai clic su CC per attivare i sottotitoli in italiano

Killer of Sheep – Charles Burnett

film di fine corso della scuola di cinema di Charles Burnett è un film neorealista, girato a Los Angeles, quartiere di Watts, nel 1986.
Stan, lavoratore dei più umili, al mattatoio (da qui il titolo), vive una vita difficile, la moglie che gli sta affianco, attenta e stanca, i figli da tirare su, qualche lavoretto a casa, o fuori, qualche conoscente che lo vuole per una rapina, tutto in un bianco e nero bellissimo, il difficile mestiere di vivere di Stan e della famiglia.
film amato da Roger Ebert, e non solo, anch'io mi aggiungo alla folta schiera degli estimatori.
appena lo vedrete vi aggiungerete anche voi, sono sicuro.
buona visione - Ismaele






You have to be prepared to see a film like this, or able to relax and allow it to unfold. It doesn't come, as most films do, with built-in instructions about how to view it. One scene follows another with no apparent pattern, reflecting how the lives of its family combine endless routine with the interruptions of random events. The day they all pile into a car to go to the races, for example, a lesser film would have had them winning or losing. In this film, they have a flat tire, and no spare. Thus does poverty become your companion on every journey.
The lives of the adults are intercut with shots of the children at play. One brilliant sequence shows a kid's head darting out from behind a plywood shield -- once, twice, six times. The camera pulls back to show that two groups of kids are playing at war in a rubbish-strewn wasteland, throwing rocks at one another from behind barriers. A boy gets hit and bleeds and cries. The others forget war and gather around. He's not too badly hurt, and so they idly drift over to railroad tracks and throw rocks at a passing train. All of the scenes of children at play were unrehearsed; Burnett just filmed them…
What he captures above all in "Killer of Sheep" is the deadening ennui of hot, empty summer days, the dusty passage of time when windows and screen doors stood open, and the way the breathless day crawls past. And he pays attention to the heroic efforts of this man and wife to make a good home for their children. Poverty in the ghetto is not the guns and drugs we see on TV. It is more often like life in this movie: Good, honest, hard-working people trying to get by, keep up their hopes, love their children and get a little sleep.

It won the Critics' Award at the Berlin Festival in 1981, and in 1990 it was placed on the Library of Congress' National Film Registry. If it reminds one of Italian neo-realism films, it should be of the ones that are more akin to films shot with conviction like Visconti's Rocco and His Brothers than to De Sica's more conventional and faux take on poverty in The Bicycle Thief. Burnett shows that the hard life sucks the hope out of both the adults and the children in the blighted community that is filled with stretches of bombed-out homes and despair, which makes it a much tougher challenge to survive here than in many other parts of America--as Burnett implies that such a hard life is not to be merely ennobled (which he does) but to be understood as unacceptable.

…La forme mosaïque du récit est aussi celle d'une bande originale qui compte un nombre impressionnant de morceaux racontant, à leur manière, l'histoire des Afro-Américains. On va ainsi de Louis Armstrong à Earth, Wind and Fire, en passant par Howlin' Wolf ou encore Scott Joplin ou Gershwin, ce qui n'a pas été sans poser quelques problèmes pour la distribution, les seuls droits des morceaux coûtant plus de dix fois le coût du film (150 000 dollars pour 10 000 de budget !). « Killer of Sheep » reste ainsi longtemps dans les cartons avant que l'UCLA ne paye officiellement les droits. Ce petit film d'études tourné en 16mm et en noir et blanc fera finalement partie des cinquante films conservés à la Bibliothèque du Congrès et il est, à ce titre, considéré comme trésor national. Étrange et heureux destin qui en dit long sur l'importance historique de ce film, de sa place à part dans le paysage du cinéma américain. A découvrir absolument.

I'd heard many great things about Killer Of Sheep before I finally managed to see it (the film has been effectively out of circulation for a couple of decades). and while I don't think it's any great masterpiece, I can see why it's regarded as a major landmark in American cinema. Burnett used the format of the "art movie" to chronicle everyday life among the poor, black residents of a Los Angeles ghetto – concentrating on one particular family and their acquaintances – with results that are often powerful and poetic, if at times a little self-conscious and over-oblique in their experimentalism…

Dans une terre déshumanisée, cette banlieue US baigne dans les non-dits et l’absence flagrante de communication, de rapports humains. Stan ne se défend plus quand les autres l’assaillent mais sa femme vient à la rescousse. Ce soutien fort et indéfectible est la seule chose qui les garde immergés. Le couple sombre lentement mais s’accroche à ses sentiments. Une simple scène de danse brille de par une beauté simple. Un air lancinant où les deux amoureux se tiennent tendrement comme un aparté salvateur.

Encore une fois les enfants se retrouvent dans une situation similaire à leurs ainés. Il y a un désœuvrement total dans la famille mais l’amour – plus fort – perce de temps à autre donnant lieu à un massage en apparence simple mais tellement important.

Que ce soit par son budget ou par ses prétentions, Burnett joue la carte de la simplicité et les acteurs amateurs – pas tous parfaits – font de leur mieux pour faire transpirer un message simple, celui du dernier rempart contre le désespoir, les proches. Ceux-ci et leur amour sont les clés qui donnent un maigre espoir à ces quartiers.

La película de Burnett, en un blanco y negro impresionante, mira detrás de los estereotipos raciales y nos muestra a personas. Y lo hace modestamente, sin grandes fastos, sin hacer ruido, sin querer abrumar con imágenes impactantes, giros inesperados o dramas lacrimógenos. La cámara es un testigo, y da la impresión de que lo que se ha rodado es la vida cotidiana de una familia, a través de la pared de su casa, y que en cualquier momento la cámara podría saltar a la casa de al lado, habitada por blancos o por negros, y las cosas serían más o menos similares. Tras ver esta película, y por si hubiera alguna duda, uno se da cuenta de lo estúpidos que son quienes minusvaloran a otros por detalles tan absurdos como el color de la piel o cualquier otro rasgo físico.
La historia de esta película, sin embargo, es más larga. A pesar de deslumbrar a los críticos, su circuito de distribución jamás pasó de los cines de arte y ensayo y nunca llegó al gran público. Aquí se reproduce un artículo de Bárbara Celis, del diario El País, publicado el 8 de abril, en el que habla de los años que han transcurrido hasta poder estrenar comercialmente la película. Tengo que agraceder a nuestra querida nómada Marta que me hiciera llegar esta noticia que es el colofón de oro a una película cuyo visionado tendría que formar parte de los planes de estudios de las escuelas norteamericanas (y de las españolas). Y tiene su mérito que me lo haya cedido, tratando la película sobre un señor que trabaja en un matadero de animales…

giovedì 15 giugno 2017

The girlfriend experience – Steven Soderbergh

Steven Soderbergh riesce a fare un film su una puttana (sorry, escort), con un'attrice che arriva dal porno, e non si vede neanche una donna nuda.
ma non ce n'è bisogno, a Chelsea le si vuole bene, è una ragazzina (in)sicura, che tutti usano e vogliono sfruttare sempre più.
e però è fragile, come un pezzo di sughero nel mare, resta a galla, ma come.
un gran bel film, piccolo e tormentato, buona visione - Ismaele





Soderbergh con "The girlfriend experience" sembra aver tentato di scattare l'istantanea di questi anni. Chelsea (Sasha Grey) è una squillo newyorkese d’alto bordo, che ha un fidanzato (Chris Santos) che la ama e la sostiene e la incoraggia incondizionatamente (non un protettore, ma un vero compagno di vita che ne accetta la professione). Lei fa di tutto per imporsi sul mercato, in particolare attraverso il suo sito internet. I clienti di Chelsea sono uomini d'affari americani di oggi ossessionati dalla crisi economica: tutti le parlano di crolli di azioni, mercati internazionali, stimulation package (che forse nasconde qualche doppio senso), eccetera. E questi businessmen moderni si pongono anche loro come il ritratto dell'America contemporanea, sembrano parenti di quello che Michael Douglas è stato in "Wall street" per gli anni ottanta, o sono sulla lunghezza d'onda di "Nella società degli uomini" e "Americani" per gli anni novanta. I tempi sono più che mai attuali, perché il film è ambientato durante la campagna per la presidenza americana tra Obama e McCain. Perfino il ragazzo di Chelsea tenta di intraprendere un proprio business (non ha a che fare col sesso), e si sente ripetere la stessa cosa: tempi di crisi. Mancano i soldi, dunque, anche se non mancano per il sesso…

Esteriorità, apparenza, perfezione. Ma poi oltre a tutto ciò  cosa rimane? Forse un senso di insoddisfazione e di inadeguatezza, una sensazione di inappagata frustrante incompletezza che ti fa sentire sporco e usato, logoro e abusato.
Soderberg racconta, rappresenta, esplicita stati d'animo sempre in modo piuttosto asciutto e quasi asettico, come se le emozioni stentassero ad emergere, come se l'indifferenza rendesse ancor più dolorosa questa presa di coscienza della effimera provvisorietà del successo di ognuno di noi, un lampo forse anche potente, ma che può svanire di colpo da un momento all'altro immergendoti in un buio fitto in cui si torna, dopo esser stati spremuti ed utilizzati a dovere, nella massa incognita, grigia e senza distinzione.

Grey wasn't hired because of her willingness to have sex onscreen; there's no explicit sex in the movie and only fleeting nudity. I suspect Soderbergh cast her because of her mercenary approach to sex -- and her acting talent, which may not be ready for Steppenwolf but is right for this film. She owns her own agency and Web site, manages other actresses, has a disconnect between herself and what she does for a living. So does Chelsea.
The film is intent on her face. It often looks over the shoulder of her clients. She projects precise amounts of interest and curiosity, but conceals real feelings. It is a transaction, and she is holding up her end. Notice the very small nods and shakes of her head. Observe her word choices as she sidesteps questions without refusing to answer them. When her roommate/boyfriend insists on knowing the name of one of her clients, she is adroit in her reply.
Once she allows her mask to slip: a surprising moment when she reveals what she may feel. Grey perfectly conveys both her hope and her disappointment, keeping both within boundaries. You wonder how a person could look another in the eye and conceal everything about themselves. But the financial traders who are her clients do it every day. Their business is not money, but making their clients feel better about themselves.

En The Girlfriend Experience, cuanto más habla un personaje, más comprobamos que apenas tiene vida interior.
Ni los clientes de la prostituta, quienes no buscan tanto sexo como una ocasión para hablar, ni la propia meretriz, quien escribe un diario tan frío como el del American Psycho Pat Bateman, albergan nada similar a pasiones o ideas interesantes.
Toda la charla de estos tipos, en especial la que pretende ser más inteligente y profunda, no es más que cháchara o, como se diría en inglés, bullshit.
No despierta mucha simpatía ninguno de los personajes, que no son más que una panda de idiotas pagados de sí mismos y, en el fondo, gente asustada con corazas caras. Incluso la protagonista, interpretada por Sasha Grey –la más bella actriz del cine porno, la más nauseabunda en sus películas X y una intérprete más que solvente–, demuestra ser una persona carente de empatía, que no se interesa en nada que no vaya más allá de su cotizado ombligo.
Por esas tristes razones, The Girlfriend Experience es un retrato muy acertado del mundo actual. Y si lo que se muestra no gusta o enfada, eso es síntoma de salud…

martedì 13 giugno 2017

The survivalist - Stephen Fingleton

in un futuro non troppo lontano gli umani hanno esaurito le fonti d'energia e ognuno per sé, l'altro è (quasi) sempre un nemico, che si allontana o altrimenti si uccide.
un umano vive nella sua capanna, con qualche pianta, utensile e ricordo.
due donne appaiono, lui non riesce a capire bene cosa fare, l'unica sopravvissuta, col bambino, cercherà un rifugio dove qualche comunità umana ha costruito i suoi muri, forse i precursori del paese raccontato da Volker Schlöndorff e Harold Pinter.
poche parole, molti sguardi e violenze.
una cronaca dal futuro, non trascurarla - Ismaele






Un mondo bucolico quindi, un vecchio Nuovo Mondo, dove sto Survivalist, come un colono post Mayflower, si è appropriato di un minuscolo podere con annesso appezzamento di terra e produce da sé, a chilometro zero, lo stretto necessario per sopravvivere, cioè per continuare ad esercitare la sua professione. Siamo tutti sotto il cielo però, e anche lui lo è, nello specifico non ha fatto i conti con l’altra metà del cielo, una collega Survivalist, due colleghe Survivalist, madre vecchiaccia e figlia pubescente, ed ecco il triangolo: lui, lei, la suocera. Straordinario e nuovissimo triangolo per il cinema inglese, non ricordo infatti altri esempi fulgidi di coppia con contrappeso di parentame al seguito, e qui Fingleton decolla, perché mette in scena il machismo, il titanismo dell’uomo solo e resistente, in contrapposizione al matriarcato che pure sarebbe la cifra delle società primitive, primitive survivaliste. L’incontro di Adamo e di Eva nasce sul filo del baratto ovviamente, cresce sul piano degli ormoni, accoppiamenti belluini reiterati, e mammà a sentire tutto nell’altra cameretta della baracca, con occhi che tradiscono pensieri strani, lubrichi, assassini, non è dato sapere. È tutta una questione di baricentro, se il legame di sangue sia più o meno forte del legame di cuore, o di sperma…

Gli scenari post-apocalittici si offrono generosamente anche a pellicole dal budget basso e dai mezzi limitati. All’esordiente Stephen Fingleton e alla sua opera prima The Survivalist è bastato infatti un fitto bosco, una casetta di legno, un orto che ricorda i tanti “orti insorti” cittadini. Una dimensione minimalista, essenziale, a misura di tre personaggi provati dalla fame e dalla paura, scarnificati nel corpo e nell’anima.
Lo scenario distopico architettato da Fingleton si nutre delle performance attoriali e fisiche di Martin McCann, Mia Goth e Olwen Fouere, di una natura oramai tornata sovrana, di un comparto sonoro accuratissimo – non in presa diretta, ma con un certosino lavoro di (ri)costruzione dei suoni ambientali. E della messa in scena dello stesso Fingleton, che non si accontenta di scandagliare psicologicamente i tre sopravvissuti e le loro tesissime dinamiche, ma che impreziosisce The Survivalist con alcuni virtuosismi registici, in primis la sequenza della sparatoria: Fingleton utilizza in maniera magistrale l’altezza dell’erba, sottolineando ancora una volta il ruolo predominante della natura, e capovolge con un lento e calibrato movimento di macchina dall’alto il nostro punto di vista. In questo modo, il regista nordirlandese riesce a dare corpo alla spazialità, alla distanza così ridotta tra i due uomini, inversamente proporzionale alla crescente tensione. The Survivalist è fantascienza distopica (iper)umanista e (iper)realista percorsa da una tensione costante, come un thriller claustrofobico…

Il contesto post-apocalittico si presta perfettamente alla messa in scena pura dell’essere umano, che diventa messa a nudo dell’individuo. La natura che sovrasta la figura umana, le fatiscenti oasi di fortuna, i silenzi prolungati e le scarne battute dalla forza ieratica (come ultime parole proferite da un’Umanità in perenne agonia) non fanno altro che suggerire una impasse irreversibile, il capitolo ultimo di una specie in via di estinzione, autodistruttasi con le proprie mani. “La fine di tutto è vicina Pietro 4-7” è l’epigrafe affissa all’entrata dell’accampamento dove si chiude questa storia tragica, ma è anche la consapevolezza dell’inarrestabile declino, mentre ancora ci si affanna a spremere la terra per il proprio nutrimento. Ciò che resta è il seme di un uomo sterile, che corrode ciò che lo circonda e si autofagocita con la sua voracità e la sua cattiveria, condannandosi alla fine ultima