giovedì 18 ottobre 2018

Mother of Asphalt (Majka asfalta) - Dalibor Matanić

film di solitudini, fughe impossibili, rassegnazioni.
povero Milan, nell'ipermercato dove passano le vite degli altri, e lui può vederle, ma non sono per lui.
poi appaiono Mare e Bruno...
Dalibor Matanić è il regista di Sole alto.
da evitare nei giorni in cui sei tristissima/o - Ismaele











…Mare è una giovane donna croata, sposata con Janko, e madre del piccolo Bruno. Durante la messa della vigilia di Natale, annuncia al marito l’intenzione di lasciarlo. E subito dopo fa le valigie e se ne va, portando il figlio con sé, in casa della sorella. Ma il cognato non ci sta, e così Mare è costretta a girovagare per la città, a dormire in macchina, e, infine, a chiedere l’elemosina per mangiare. Si riduce in condizione pietose, ed anche Janko, dal canto suo, si trova ad imboccare una strada senza uscita: intraprende una relazione con un’amica, progetta un weekend sulla neve, ma tutto finirà nel peggiore dei modi, nel buio di una notte di Capodanno che aveva immaginato in maniera del tutto diversa. La miseria, morale e materiale, fa presto ad arrivare: può essere un’immediata conseguenza di un no piazzato fuori posto, oppure di un  pronunciato a sproposito. Ma può anche essere il risultato di un processo molto più lungo, in cui l’isolamento scava lentamente nell’anima,  giorno dopo giorno, un abisso in cui nemmeno ci si rende conto di precipitare. È il caso di Milan, il guardiano di un centro commerciale, che vive e lavora per conto proprio, padrone di spazi che non può condividere con nessuno…
…I tre protagonisti di questa storia, una moderna e silente avventura metropolitana, sono le schegge impazzite di un’armonia spezzata, frammentata in individualismi che non sono in grado di badare a se stessi. Mother of the Asphalt è un dramma a tre facce, che si guardano da lontano, senza riuscire a parlarsi, ognuna troppo intenta a seguire la fatale scia del proprio disorientamento.

Calvary - John Michael McDonagh

Padre James (Brendan Gleeson) aspetta una punizione, da parte di qualcuno che lui ha capito chi è.
non fugge, sopporta sulle sue spalle il peso dei preti merda, qualcuno si vuole vendicare su di lui, come esempio, o perché è a portata di mano.
il regista segue il protagonista per una settimana e Brendan Gleeson rende il film indimenticabile.
non privartene, se ti vuoi bene - Ismaele






…McDonagh dimostra di essere un regista carismatico dalla superba capacità di gestire soggetti e toni diversi. Interpretato magnificamente, con una scrittura pungente, Calvario è una precisa commedia nera, che senza indugiare immerge lo spettatore dentro i dubbi morali e lampeggia tra gli stati d’animo divini e dannati; e Padre James si muove in una via crucis tra la compassione e il perdono delle crisi esistenziali e dei peccati del mondo, o meglio della sua comunità di fedeli, sul lato Nord-Ovest dell’Irlanda.

Calvario disegna un microcosmo negativo, irriverente, nel quale ogni personaggio pare sopravvivere in modo casuale, senza uno scopo e senza la benché minima morale. Difatti McDonagh attornia il prete (interpretato da un convincente Brendan Gleeson) di caratteri cinici, arroganti e degenerati, quasi a voler rappresentare un mondo non solamente negativo, ma anche privo di speranza. Calvario procede per stazioni, ostenta confessioni e incontri che fanno vacillare il parroco di paese, che non trova pace nell’introspezione e continua a invocare integrità.
Pellicola che si professa baluardo del massacro etico, Calvario giustappone umorismo nero e destino ineluttabile (i Coen lo insegnano in modo meno cinico nelle loro parabole vitali), ma probabilmente non trova la giusta chiave di volta e, a causa di ciò, appare come un film a tratti fine a se stesso. Accanto alla meravigliosa fotografia di Larry Smith, lo spettatore trova un corollario di cattiveria, figlia di un mondo degenerato e distruttivo; e al centro di tutto ciò un pastore che cerca indissolubilmente di interrogarsi, di trovare all’interno dei suoi “parrocchiani” qualcosa per cui valga la pena salvarsi dal proprio tragico destino.

Il film, in più, è una chiara accusa e critica nei confronti dell’ipocrisia e della negligenza della chiesa, anzi degli uomini di chiesa (rappresentati nel film dal pragmatico aiutante di padre James, che stanco delle sue bigotte considerazioni sui fedeli, gli rivolgerà parole dure: «Perché sei un prete? Dovresti essere un dannato commercialista! O un dannato assicuratore»). Brendan Gleeson, con il suo volto ruvido e autentico, è il mediatore, colui che ascolta senza giudicare e il regista lo eleva ad una sorta di faro della comunità, che illumina il cammino di questi penitenti senza scrupoli e li indirizza verso la sublimazione della loro trasgressione in qualcosa di costruttivo.
La pellicola è un tuffo nel nero mare del cinismo in cui questi personaggi restano a stento a galla e, proprio la forzata concentrazione e interazione di tutte queste mostruose personalità in un solo paesino, rende la vicenda poco credibile agli occhi di qualsiasi spettatore. Nonostante ciò la sceneggiatura (dello stesso regista) caustica ed essenziale, conferisce alla storia ritmo e qua e là concede qualche brillante battuta detta sottovoce. Il film inoltre è impreziosito dalla suggestiva fotografia del maestro Larry Smith che riesce a catapultarci in un universo dark e dal paesaggio mozzafiato delle coste irlandesi.
Evocativo e perverso Calvary è la metafora perfetta dell’umanità moderna: come diceva Eric Fromm «l’uomo è l’unico animale per il quale la sua stessa esistenza è un problema che deve risolvere».

un ritratto impietoso, agghiacciante, che ti lascia addosso un senso di sporcizia e la voglia di farti una lunga doccia. Il problema è che raccontare una storia del genere attraverso un cast di personaggi così schizzatino (per quanto forse neanche troppo surreale, considerando l'ambientazione, e comunque contestualizzabile come gran metaforone del rapporto fra l'irlandese medio e la Chiesa) può generare risultati un po' stranianti. In parte la cosa è sicuramente voluta ma, tant'è, si tratta di un approccio che McDonagh non padroneggia forse nel migliore dei modi, faticando qua e là a centrare il tono giusto. Io non ho particolari problemi con questi strani mix ma, insomma, tanto vale sottolinearlo. Detto questo, Calvario merita comunque una chance, perché affronta temi forti senza tirarsi indietro e anche perché McDonagh riempie lo schermo con una splendida Irlanda, ritratta con uno sguardo dalla forza limpida.

martedì 16 ottobre 2018

Esperame en el cielo - Antonio Mercero

Paolino ha la sfortuna di assomigliare un po' troppo al dittatore Francisco Franco.
un giorno viene prelevato per fare la controfigura, il sosia, insomma, e addio alla vita precedente.
la vita opprimente di quegli anni si respira tutto, e se qualcuno pensa a un film divertente lasci perdere.
ci sono sì spazi di comicità, ma in una cornice cupa.
Antonio Mercero, come sempre, è un regista bravissimo.
buona visione - Ismaele






…en la película de Mercero, el entramado que se produce entre espiritismo, cine y fabricación del doble es extraordinariamente sutil. Sin embargo, su mensaje de fondo es demoledor: “España es un cuartel”, dice el Generalísimo, “haga lo que yo: no se meta en política”. Sin voluntad propia, ni de ninguno, la realidad política del país es una fantasmagoría. Los subyugados terminan por creer que lo negro es blanco, y lo blanco negro, si así se les dice. “Qué cansado viene el Generalísimo, claro, es que ha pescado un cachalote de mil kilos”, recita uno de sus sirvientes. “Paulino, ayer, de tres reojadas, cacé más de tres mil perdices”, le confía el dictador a su doble; la hipérbole, tan descarada, tiene que ser creída y celebrada. La idea es siniestra, y más cuando los medios nos transmiten que hoy este mismo tipo de autoengaño colectivo se produce igual en otra de las dictaduras de la tierra: Corea del Norte. Y no lo hacen mal, porque en el simulacro les va la vida.

En Espérame en el cielo, la ilusión más penetrante, más risible, y a la vez perturbadora, es la del propio Sinsoles, el “lanista” que entrena a Paulino: negándose a admitir que la voz impostada del dictador es chillona, le dice a su pobre víctima que el tono que buscan es “diamantino”. Y, una vez el oficial se labra su propia desgracia, al ser incapaz de distinguir su propia obra del dictador, irá gustoso a picar piedra al Valle de los Caídos: “¿y tú por qué estás aquí?”, le pregunta otro preso (probablemente político), a lo que Sinsoles responde, “¡por franquista!”. El papel es sin duda una de las mejores aportaciones de José Sazatornil, “Saza”, que también en estas semanas pasadas salía al paso de la eternidad.

En algún momento, como un Narciso enamorado de su reflejo, Paulino comienza a “cogerle gusto” a su personaje, y se prueba a sí mismo perdiéndose por los pasillos de El Pardo, incluso confundiendo a Doña Carmen, cual atrevido héroe que se cuela en la residencia de los dioses. La consecuencia es irremediable: Paulino-Franco ya se han convertido en Jano bifronte, en un todo bicéfalo —como la imperial águila—, en un tándem donde el doble termina verdaderamente por asimilar todas las funciones del dictador. La película, en perfecta simetría, termina como empieza: frente a una tumba. La simulación ha rebasado el nivel del recipiente: mientras Franco reposa, goloso, en la soleada tumba que al comienzo del filme esperaba a Paulino, el doble habita ahora el frío nicho destinado al dictador en el Valle de los Caídos, donde se transforma, como cantado por Góngora, “en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada”.

…La historia se centra en la vida de un tal Paulino Alonso un hombre llano del pueblo pero que tiene un gran parecido fisico con Franco. Durante una juerga privada es secuestrado por agentes del gobierno, con el fin de utilizarlo como doble del dictador en sus apariciones públicas de alto riesgo, comienza asi un "entrenamiento" en los gestos y modos de Franco, que Paulino termina finalmente aprendiendo. Mientras tanto su mujer y amigos deciden contactar con él por medio de sesiones de espiritísmo pero los resultados no son los esperados. A Paulino es ya practicamente imposible de distinguir de Franco por nadie. Pero no está conforme con su destino y piensa sublevarse, si bien unicamente conseguirá un fugaz encuentro con su esposa, en el que acuerda comunicarse con ella pellizcándose la oreja, gesto que ella podrá ver durante las restramisiones del NO-DO. Y ya al final de la historia se descubrirá que Paulino ha suplantado por completo al dictador, tanto que ha sido él y no Franco el que está enterrado en el Valle de los Caidos (pero eso solamente lo sabe su esposa)...
  Muy entretenida y estimable película como digo. Una comedia de enredos políticos con la posibilidad de que Franco utilizara un doble suyo en los actos públicos en previsión de posibles atentados. En mi opinión creo que es de lo mejorcito que Mercero ha hecho para la pantalla grande. Una película con unos fragmentos y diálogos muy ocurrentes y memorables: "Paulino hazme caso y fijate bien en mi, no te metas nunca en política". Una película pues muy entretenida y estupendamente ambientada en esa opresiva atmosfera de la España de la posguerra…

domenica 14 ottobre 2018

Le fils de l'épicier - Eric Guirado

Antoine, di origine di montagna, si era spostato in città, a Lione.
fa lavoretti, vede gente, fa cose.
ma come una calamita, quando il padre ha un infarto, il paesello lo chiama, e lui risponde, per aiutare la mamma.
c'è un negozietto/emporio, quelli dei piccoli paesi, da portare avanti, e un'attività di vendita a domicilio, nelle frazioni, fra i vecchietti, con un furgoncino.
e appare anche una ragazza, che non sa bene cosa farà da grande.
un piccolo film, di stile documentaristico, su una realtà in via d'estinzione.
merita, marita - Ismaele





.Du côté des points positifs, on note cette volonté d’évoquer la situation de communes rurales de plus en plus désertées par la population, mais aussi et surtout par tous les services publics qui doivent répondre désormais aux règles de rentablité imposées par une société obsédée par le profit. Posant ses caméras là où plus aucun cinéaste ne s’arrête, Eric Guirado donne la parole à ces petits vieux totalement abandonnés à eux-mêmes et rend hommage à sa façon aux petits commerçants itinérants qui font, mine de rien, œuvre sociale. Il suit donc le parcours d’un personnage principal égoïste et au vécu familial problématique qui devra apprendre à s’ouvrir aux autres. Bien sûr, ce retour aux sources est un brin cliché, mais le réalisateur parvient à s’en dépêtrer grâce à un regard juste sur ces campagnes oubliées par la modernité. Le trait est parfois caustique, mais jamais condescendant…

Un film authentique, tendre, drôle aussi parfois, qui fleure bon les superbes paysages de la Drôme, la nostalgie des petits villages hauts perchés désertés par les jeunes, les petits magasins de campagne, les épiceries ambulantes, la vie simple au grand air. Cette histoire met à jour les incompréhensions et le manque de communication qui règnent entre un père et un fils, aussi refermés l’un que l’autre. La plongée de ce jeune homme un peu perdu vers ses racines et son milieu rural d’origine pour aider son père cardiaque à l’épicerie se transforme en une véritable quête initiatique. Il réapprend à dialoguer avec sa famille, découvre son amie qui l’accompagne, aide les personnes âgées dans les villages lors de ses passages en camionnette ambulante et puis surtout il parvient par trouver qui il est et ce qu’il veut faire dans la vie. Les acteurs sont attachants, le scénario est bien construit et la mise en scène est belle et simple à la fois.

Su cinta tiene un enorme valor documental como retrato de una profesión –los conductores de camiones-tienda– en extinción. Muestra de forma realista la actualidad de zonas rurales, en las que sus habitantes son en su mayoría de avanzada edad. Los hay que viven prácticamente aislados, relacionándose prácticamente sólo con vendedores como el protagonista.
Guirado no ha necesitado de un gran presupuesto para rodar una película humana, intimista y positiva sobre las relaciones familiares. Parte de un guión bien construido, coescrito por él mismo, y tiene buenos actores, como Nicolas Cazale (Caótica Ana). Por todo esto se disculpa que en el fondo sea una película demasiado sencilla, de ritmo premioso.

venerdì 12 ottobre 2018

Who Am I - Kein System ist sicher - Baran bo Odar

un ragazzo ci sa fare col computer, e diventa un hacker.
entra a far parte di un gruppo che trova buchi nelle reti di computer, e sempre più su arriva a importanti risultati.
alla fine viene preso dagli investigatori e rischia anni e anni di galera, ma la fantasia supera la realtà, vedere per credere.
un gran film, non ignoratelo, non ve ne pentirete - Ismaele





 Who am I - Kein System ist Sicher inanella anche una serie di riflessioni interessanti sulla realtà virtuale e sulla necessità che molti hanno di mascherarsi in questa vita fatta di pixel , fabbricandosi armature luccicanti e un humus di leggenda alle proprie spalle per sostenere quell'aura mitica che in realtà non avrebbe alcuna ragione di essere.

come vengono ribaltate più volte le prospettive attraverso cui si racconta la storia e tutto il cinema che parla di computer e del loro utilizzo non propriamente legale,
Benjamin è uno zero, un ragazzino timido che sa fare solo tappezzeria , eppure assieme alla banda di cui entra a far parte diventa qualcuno, arriva ad incontrare la sua amata a cavallo di un ideale destriero ( una Porsche rossa) , addirittura a baciarla perché comunque sente di essere diventato qualcuno…


lo cierto es que Who Am I - No System Is Safe está hecha sin demasiadas pretensiones. Los intentos de dotar de profundidad dramática al thriller si bien son comprensibles, no responden a las necesidades imprescindibles de la trama. Al menos no la mayoría. La prueba es que funciona mejor cuando se decanta por el frenetismo vertiginoso, que cuando se detiene a compadecerse por el pobre Benjamin. El nivel político es algo secundario pero puede servir como punto de partida para una reflexión mayor. En la línea de los límites de la libertad en la Red o el fenómeno del cyber activismo, aunque de difícil ensasillamiento ideológico, donde abundan las posturas anarquistas. Es verdad, como decíamos, que abundan los lugares comunes, una manufactura destinada al gran público y cierta autocomplacencia. Pero no es menos cierto que el producto final es bueno. Consigue divertir, no hay mácula alguna en su estética, y las soluciones ofrecidas por la puesta en escena son brillantes. En el apartado interpretativo –a pesar de parecer personajes poliédricos cuando uno rasca se da cuenta que es más un juego de espejos– los actores están realmente bien. Principalmente el protagonista, encarnado por Tom Schilling (Oh Boy, 2012); y su embaucador amigo Elyas M’Barek. Ambos forman un tándem con química, que habla muy bien de las nuevas generaciones de actores del cine alemán. En relación a sus ambiciones Who Am I - No System Is Safe es un trabajo competente; consigue ser lo que se propone. Cine palomitero bien hecho, aportando a la ecuación el aroma europeo.
  
Los thrillers enfrentan siempre una gran dificultad. Generar el misterio inicial no parece ser lo más difícil, muchas películas lo logran. A medida que el misterio avanza, se genera interés en el espectador, y por lo tanto una gran expectativa. La mayor dificultad parece radicar en la presentación de la resolución de ese misterio. Se falla si la solución se revela antes de tiempo. Se falla aún más si no cumple con las expectativas, si es inconsistente o si se percibe improvisada. Se podría decir que lo mejor de Who Am I es su conclusión, suficientemente sorprendente.
Y más que inteligente, la solución del misterio de la película se podría describir como “sagaz”. Para lograr el cometido, el director Baran bo Odar se vale de una serie de trucos y mañas, como la edición trepidante que no deja demasiado espacio para conjeturar, pero lo más llamativo es que el director suizo parece ser también un convencido del poder de asociación en el espectador, consciente e inconscientemente. Elementos asociativos que inducen conclusiones específicas, incluyendo referencias a otras películas, encaminan al espectador a considerar desenlaces determinados, para tener luego que ajustarse el cinturón de seguridad y resistir los giros vertiginosos en la trama. Un buen thriller que consigue sus objetivos trazados: mantener el interés y la intriga, y por encima de todo, ser muy entretenido.

mercoledì 10 ottobre 2018

Pusher - Nicolas Winding Refn

il protagonista è uno sfigato Frank, fa il passo più lungo della gamba, come sempre c'è qualcuno che ti frega.
Frank è un bel po' bastardo e violento, e però ha un'anima ingenua da ragazzino.
non ci sono sconti per nessuno, non è un bell'ambientino quello dei trafficanti e spacciatori di droga di Copenhagen.
il film non annoia un attimo, accompagniamo la discesa all'inferno di Frank, non esistono amici, forse una ragazza, chissà.
il film non è stato finanziato dall'ufficio del turismo della capitale danese, sembra di capire.
un film che merita, un regista nuovo, una storia forte, da non perdere - Ismaele






Esordio alla regia per il talentuoso Nicolas Winding Refn.
Pusher inizialmente nato come cortometraggio, vede la luce su grande schermo grazie a un produttore che ha creduto nelle capacità del Danese, investendo ben 32 milioni di corone nel progetto, utili nello sviluppo del lungometraggio che ha avuto un successo enorme, soprattutto in Scandinavia.
E’ la storia di uno spacciatore di droga dall’animo solitario (spesso ricorrente nei film di Refn) e molto sfortunato. Deve infatti dei soldi a colui che gli passa la droga per poi spacciarla, un Serbo senza scrupoli che gli aumenta il debito giorno dopo giorno. Non ci sono i buoni in questo film, non c’è un eroe, ma solamente la reale situazione che si vive quando si fa parte di un circolo losco fatto di criminalità, droga e prostituzione. Gli amici non esistono, ognuno pensa ai propri interessi, ed immedesimandosi nel personaggio principale lo si capisce…

"Pusher - L'inizio" è ambientato in una cupa Copenaghen ed è una violenta e scomoda storia di droga con protagonista Frank, interpretato da Kim Bodnia. Bodnia, tra l'altro, proprio insieme a Buric e Mikkelsen, sarà nel cast anche del successivo lavoro di Winding Refn, "Bleeder".
Asciutto, diretto e provocatorio, il Winding Refn di "Pusher - L'inizio" è già un regista dal taglio parecchio particolare, uno taglio stilistico ruvido, teso ed incalzante che non fatica troppo a coinvolgere chi guarda in una sempre più frenetica ed incontrollabile spirale senza via di scampo, dal quale sia lui che il protagonista non potranno uscire…

La historia rezuma frescura y tensión. Estilísticamente hablando, recuerda, con el uso de la cámara al hombro y la economía de medios, a las primeras películas de Winterbottom. Los sentimientos son descritos a través de la acción. La película lleva el ritmo de batería de Scorsese, el ingenio de Tarantino y el estilo narrativo de Guy Ritchie. La crítica de su país la tilda de ultraviolenta y es rechazada en varios festivales. Será en Inglaterra, sin embargo, donde florezca su reputación, convirtiéndose en poco tiempo en película de culto.
Nicolas Winding Refn detesta el tratamiento de la violencia en la mayoría de las películas. La adornan de tal forma que eliminan la repugnancia y el miedo que, por sí misma, debería generar.
En Pusher hay una secuencia en que Frankie y su amigo y socio Tonny (Mads Mikkelsen) se toman una tarde de respiro, se emborrachan, se drogan, escuchan música. Frankie pone en broma un cuchillo de untar en la garganta de Tonny. Los dos simulan, como niños jugando, un pelea a muerte, filmada a cámara lenta, emulando los aspavientos sobreactuados de películas que han visto. La escena es inocente y a la vez perturbadora. Poco después Frankie va a enterarse de que su amigo Tonny ha confesado a la policía sus trapicheos y lo irá a buscar al bar —quizás el mismo bar— para machacarle con un bate de béisbol. Ya no hay cámara lenta, ni música, ni manierismos. Todo sucede de forma rápida y tosca. Refn no quiere transformar la violencia en poesía. La comprende, la odia y ejerce en él una profunda atracción…

martedì 9 ottobre 2018

#IoStoConBakri




Tutto comincia nel 2002 quando il governo israeliano invade e devasta il campo profughi palestinese di Jenin per oltre dieci giorni. L’assalto era parte dell’operazione «Scudo Protettivo» durante la quale Israele ha attaccato sei delle principali città della Cisgiordania occupata, i villaggi e i campi profughi vicini, che erano sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Case, strade , l’intero campo viene raso al suolo con feroce brutalità, centinaia di morti e di feriti, tutto di nascosto agli occhi del mondo visto che in quei giorni – tra marzo e aprile – nessuno aveva accesso a Jenin, e in seguito Israele ha impedito alla commissione di inchiesta dell’Onu di condurre un’indagine. Però a Jenin qualcuno è riuscito a entrare e a filmare, a dare voce alle vittime e a mostrare al mondo l’atrocità compiute.
Quelle immagini diventeranno un film, Jenin Jenin, il suo autore è Mohammed Bakri,attore e regista palestinese ma con cittadinanza israeliana (tra i suoi film in Italia Private di Saverio Costanzo, La masseria delle allodole dei Taviani…) , allora una star del cinema anche di Israele che mai gli ha perdonato questo «tradimento».
Bakri è stato messo sotto accusa dagli israeliani, governo e estremisti, appena il film, vietato in Israele, ha cominciato a circolare, e ha dovuto subite un processo per vilpendio e diffamazione istruito sulla base delle denunce dei militari israeliani che chiedevano una grossa somma di risarcimento. Nel 2006 Bakri è stato assolto, ma nel 2016 è stato di nuovo denunciato da un militare, e il prossimi gennaio dovrà affrontare una ulteriore udienza con la richiesta di pagare oltre 600mila euro.
Ma cosa c’è dentro questo film da provocare anche a distanza di molti anni tale persecuzione? Nulla di più di una «paesaggio dopo il massacro», volti, parole, dolore e rabbia per una devastazione che si ripeterà negli anni successivi, la prova di una violenza sistematica e pianificata.
In sostegno di Bakri è stata lanciata da attori e registi italiani una nuova campagna: #IoStoConBakri (per aderire: conbakri@gmail.com), sottoscritta tra gli altri da Bertolucci, Paolo Taviani, Valerio Mastandrea, Mario Martone, Michele Riondino …). Bakri sarà in Italia per proiezioni e incontri organizzati da Assopace Palestina, dal 16 ottobre. Prima tappa Roma, al cinema Aquila.

lunedì 8 ottobre 2018

Il Volo - Wim Wenders



Il bene mio - Pippo Mezzapesa

Sergio Rubini, che è Elia, abita, solo, a Provvidenza, non ha mai voluto lasciarlo per andare nella new town.
è l'ultimo che vuole ricordare quello che era, che continua ad esserci, a Provvidenza.
ricorda, immagina, sogna.
un giorno appare Noor, senza niente. come lui, solo che per lei  quel paese deserto è una tappa, per arrivare in Francia.
Provvidenza resterà per sempre un simbolo di morte e deserto, come i film western che appaiono nel film.
Elia deve riuscire a scappare alle guardie, a non essere omologato.
se ci riuscirà lo vedrete al cinema.
buona visione - Ismaele





Grazie a una prova d'attore misurata e sopraffina, Sergio Rubini dà anima e corpo a un uomo dolente, che fa della memoria un viatico per restare più umano. Il suo Elia non fugge dalla prospettiva del dolore, ma lo abbraccia con estrema consapevolezza pur di ritrovare una forza autentica per costruire un futuro nuovo. Il tocco delicato e mai ricattatorio di Pippo Mezzapesa riesce a creare una storia statica che, senza che il pubblico se ne accorga, fa passi da gigante nell'anima del suo protagonista. Perché la vita è più forte del lutto, della nostalgia e del passato. La vita trova il modo, ti scuote, va avanti. Per capirlo non bisogna voltare le spalle ai propri demoni e far finta di dimenticare. Una morale che Il bene mio fa rimanere bloccata in gola allo spettatore come un urlo strozzato. Tra riferimenti a Verga e temi cari Pavese, il film di Mezzapesa ha la pazienza di un bel romanzo. Sfogliandolo si ritrova il cinema italiano più viscerale e attuale. Quello che insegna che, a volte, rimanere è come andarsene due volte. A volte bisogna avere semplicemente il coraggio di restare.
da qui

…Assolato e metaforico paesello, Provvidenza ci ricorda anche le fragilità che segnano il nostro territorio, la necessità di un impegno quotidiano per conservarlo e trasmetterlo a chi viene da fuori o al mondo. Elia è interpretato con la consueta precisione stralunata da Sergio Rubini, fiero di quella che il sindaco e gli altri leggono come ostinata cocciutaggine, ma che per lui non è altro che bisogno di rimanere, incapacità di capire il perché non dovrebbe farlo.
Nell’era dell’obsolescenza programmata e delle new town, Il bene mio è anche un inno nostalgico e sincero alla durata degli oggetti, delle case e con esse dei ricordi. Elia e Noor ci ricordano come la vita va avanti, le cose si aggiustano, ma buttare e via e dimenticarle è l’atto più vile che si possa compiere verso chi se n’è andato.

Struggente e malinconico come una blues ballad, ma anche pieno di speranza e di fiducia nel futuro, rigorosamente illuminato dalla luce del passato, come accade per la regia di Mezzapesa che si muove delicatamente tra le macerie, lontana dalla speculazione tipica della “tv del dolore”, vicina, piuttosto, all’incanto meraviglioso del realismo magico, dell’eccezionale che irrompe nel reale, ridefinendone tanto i contorni, quanto gli spazi e i confini.

 La struttura del racconto, nonostante il realismo apparente, è quella della fiaba: una fiaba ricca di soffitte nascoste, presenze misteriose e segreti da scoprire. Se Pinuccio Lovero, protagonista dei due mockumentary girati da Mezzapesa (e presente ne Il bene mio con un cammeo), voleva fare il becchino in un luogo dove non moriva più nessuno, Elia si autoelegge custode della memoria di una comunità dove i morti sono stati fin troppi: perché "ricordare bisogna", e si deve ricostruire ciò che è crollato, invece di inventarsi un paese nuovo e senza storia…
da qui

domenica 7 ottobre 2018

L'Uomo che Uccise Don Chisciotte - Terry Gilliam

chi veste i panni di don Quijote lo diventa, capita a Jean Rochefort (a cui il film è dedicato), capita al calzolaio, capita a Ciccio Ingrassiacapita al regista nella pellicola, e nella realtà.
il film (definitivo?) di Terry Gilliam è ricchissimo, forse anche troppo, il ritmo è vertiginoso e i colpi da scena sono continui.
quando don Quijote diventa una macchietta per la pubblicità, fra le risate e le offese, lui resiste, non si cura della gentaglia, se non per salvare Dulcinea.
che brutto il mondo dove si trova (ci troviamo) a vivere, dove tutto si può comprare, vendere e rubare, ma lui non è in vendita, lui resiste, e la sua resistenza è sempre fuoritempo e sempre necessaria, lui non potrebbe fare altrimenti.
merita, merita - Ismaele





C’è tanto amore per la letteratura e per il cinema in quest’opera di Terry Gilliam. Il film non è perfetto, ha diversi difetti, soffre anche le innumerevoli rielaborazioni al quale è stato sottoposto in 25 anni ma non si non voler bene a Don Chisciotte e alla sua voglia di dimostrare alla sua Dulcinea il suo valore.
Ognuno insegue la propria Dulcinea da salvare. Terry Gilliam vede nel suo film la sua amata arta che lo riporta in costante misura nella giusta direzione. Don Chisciotte ha nel mirino quella Dulcinea fonte di ispirazione per le sue avventure. Toby insegue la sua Angelica. La Dulcinea incontrata anni prima e che ha rapito, senza saperlo, il suo cuore.
Jonathan Pryce è il perfetto Don Chisciotte, il cavalier errante che ti aspetti. Così vero e così fantasticamente effimero. Il cavaliere improvvisato che la mente dello spettatore aveva creato leggendo i libri di de CervantesAdam Driver è quello scudiero innamorato del suo lavoro con la coscienza del suo amore ritrovato. Perfetto anch’esso nell’interpretazione. La bellissima Angelica ha il volto di Joanna Ribeiro. C’è tanta tenerezza nella storia d’amore tra Angelica e Toby così come  c’è tanta sincera ammirazione e  commozione per il Don Chisciotte disegnato da Gilliam.

il viaggio surreale, comico, completamente assurdo e dai toni farseschi, a tratti bambineschi, che smorzano violenza e sessualità (pur presenti) forse più di quanto ci si aspetterebbe ma comunque in linea con quel che vorremo da Terry Gilliam, a maggior ragione da Terry Gilliam alle prese con un progetto che l'ha perseguitato per quasi metà della sua vita. L'uomo che uccise Don Chisciotte è un film scombinato, con il classico finale sospeso e inconcludente, che vive forse più delle sue clamorose componenti tematiche, narrative, metacinematografiche, visive, attoriali, rispetto a un insieme sfuggevole e scombinato. È un film ovviamente non in grado di soddisfare l'aspettativa che qualunque persona sana di mente avrebbe in testa per l'opera inseguita trent'anni, ma è del resto un film scritto, diretto, interpretato, pensato da persone che sane di mente non lo sono fino in fondo e che di certo vuole parlare a chi sano di mente non lo è mai stato.

…Il personaggio di Don Chisciotte è la metafora della ricchezza della fantasia contro il cinismo della realtà, la potenza dell'immaginazione è l'alabarda con cui il cavaliere combatte contro i mulini a vento che lui vede come dei pericolosi giganti. È oltretutto significativo che nelle prime sequenze del film Toby giri il suo spot commerciale con un finto Don Chisciotte all'interno di un campo eolico, dove le pale del vecchio mulino ricostruito per il set è circondato dalle pale eoliche che girano vorticosamente, in un affiancamento visivo tra passato e presente, tra finzione e realtà, tra artigianato e tecnologia che diventano anche la cifra stilistica dell'opera di Gilliam. Ma non esiste, appunto, un solo Don Chisciotte. Tutti noi lo siamo e la sua moltiplicazione sullo schermo è una metafora di un'icona che sopravvive a se stessa. Abbiamo quindi il primo durante la ripresa dello spot con cui inizia "L'uomo che uccise Don Chisciotte"; il secondo durante il film con lo stesso titolo, girato dal giovane Toby, con intere sequenze in bianco e nero che si incistano nel corpo dell'opera di Gilliam; il terzo, protagonista del film di Gilliam, Javier, che crede di esserlo e di vivere nel passato (o in un presente alternativo); infine, un quarto, lo stesso Toby che, dopo aver ucciso per errore il vecchio Javier, impazzisce di dolore e diviene egli stesso Don Chisciotte. Fin qui, è ciò che si vede sullo schermo. Ma al di là della messa in quadro, l'aspetto metacinematografico che mette in scena Gilliam, lo trasforma in un altro Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento delle avversità della produzione cinematografica, rapito dalla realizzazione di un sogno, così come molti protagonisti della troupe, composti da altri don chisciotte e sancho panza (dal direttore della fotografia, l'italiano Nicola Pecorini, al co-sceneggiatore Tony Grisoni, che lo hanno seguito nell'avventura in tutti questi anni fin dall'inizio). La moltiplicazione della figura di Don Chisciotte diviene così la metafora dell'immortalità di un personaggio che materializza in corpo e volto la voglia di sognare di ogni uomo in cerca di libertà di creare un mondo a sua immagine e somiglianza…

Siamo davvero sicuri che Gilliam s’identifichi in Don Chisciotte? Anche lui lotta contro i mulini a vento, è vero, ma c’è molto di lui anche in Toby, inseguito dalle richieste e dalle pretese assurde dei produttori, e alle prese con le sue stesse creazioni, che continuano a sfuggirgli di mano.
Questo film dopotutto, spogliato dalle sue sfavillanti scenografie, sembra volerci ricordare una cosa tanto ovvia quanto poco considerata: fare cinema, raccontare storie, ha sempre delle conseguenze. E credere che non sia così è da ingenui, proprio come il nostro Toby-Da-Giovane. Non si può giocare con le vite degli altri, mischiare la realtà alla finzione e poi alla fine di tutto calpestare ciò che ne rimane. Far credere loro di essere valorosi cavalieri o dolci fanciulle da salvare con un futuro davanti pieno di grandi avventure. La realtà fa ancora più male dopo aver avuto il privilegio di vivere, anche solo qualche ora, nella finzione di qualcun’altro. Niente è per sempre, e quando la magia finisce, la triste, grigia e piatta realtà torna a svuotare le vite, e le conseguenze possono essere disastrose, per le persone fragili. 
Non per Toby, che la vita ha trasformato in un duro, disilluso, senza amore, senza memoria. Ma il momento per ricordare arriva per tutti, arriva sempre, e il percorso che si troverà a fare è proprio quello a ritroso che lo porterà alla consapevolezza delle sue responsabilità verso i troppi conti in sospeso. 
“Pensi che spiegare spieghi ogni cosa?” Dice il visionario Don Chisciotte al “babbano” Toby-Da-Grande. 
E allora come possiamo provare a fare arte, coinvolgendo le persone nelle nostre invenzioni, ispirandoci alla realtà, trasfigurandola, senza far diventare matta la gente? Facendo le cose con il cuore. Mantenendo le nostre promesse. Non scendendo mai a compromessi. Che è poi esattamente ciò che ha fatto Terry Gilliam con il suo Don Chisciotte. Non l’hai mai abbandonato, dopo tutto questo tempo. 
Se questo non è vero amore, io non so davvero che cosa sia.

giovedì 4 ottobre 2018

Kauwboy - Boudewijn Koole

ricorda un po' Kesdi Ken Loach, per via del rapporto dei bambini con un volatile.
straordinario Jojo, ma anche il padre è bravissimo.
manca la mamma, che Jojo venera, pensando che sia in tournée in America.
un piccolo grande film, da vedere e rivedere - Ismaele




Quien vaya al cine a ver Kauwboy conocerá a Jojo y a Jack, el grajo del que hablábamos. Y difícilmente se podrá olvidar de ellos. Rick Lens es el joven actor que le pone cara a Jojo, y qué gran acierto. Pues este rubito al que se le da divinamente sobrevivir entre las asperezas de la existencia roba o quizá rescata a una cría de grajo. Y con ese acto que mezcla la bondad infinita y el capricho mareante de un niño, empieza esta bonita película sobre ausencias y despertares.
La mayor ausencia  es la de una madre que parece que ha huido de un hogar que ahora esta resquebrajado. No por culpa del pequeño Jojo, que intenta mantenerlo a flote con una madurez desvergonzada y rutinaria, sino por un padre que cada día está más cerca de ser un gorila que un ser humano. Un animal de mirada triste que no consigue mantener una relación sana con nadie, ni siquiera con su propio hijo…

Las escenas de Jojo con el pichón emocionan pese a su simplismo. Desde el primer amanecer juntos hasta sus numerosos reencuentros, pasando por la típica situación familiar de evolución del tamaño en un apartado marco de puerta. La conexión es total, no solo entre los dos protagonistas también de un espectador maravillado con esta modesta propuesta – que no llega a los ochenta minutos de metraje –. Lejos de la compañía del ave su vida se torna amarga pero la sigue viviendo. Ama a su padre (Loek Peters), a esa vecina mayor que él (Susan Radder) y no desespera. Su agreste tenacidad llevará al momento de inflexión de la película. Un giro que separa a ‘Kauwboy’ del sobresaliente con un forzado hecho que, sin embargo, no tira por tierra el excelente trabajo tanto de su realizador como de ese aprendiz de cabeza de familia interpretado con desparpajo por Rick Lens. Por fortuna, tan sólo es un sobresalto, el epílogo nos devuelve a su inherente esencia. A esa vuelta al pasado. El nuestro. Donde las cosas eran tan simples. Donde el amor siempre era correspondido. Donde no existía la palabra imposible.

En las interpretaciones, el niño Jojo está simplemente genial, es tan natural que trasmite absolutamente todo. Su padre también, un hombre endurecido, gélido y adolorido pero que ama a su hijo. E incluso la niña que pasa con un chicle, haciendo bombas, también es encantadora.
En síntesis, una joya imperdible. Un gran ejemplo de las grandes cosas que se pueden conseguir con sencillez y con una historia llena de amor y dolor. Y al final debemos sobreponernos ante todas las dificultades y ser fuertes como los pequeños grajos.

…La película no cae en sentimentalismos, a pesar del tema y de tener a un niño como protagonista, más bien se orienta a fortalecer un registro naturalista sobre los comportamientos humanos ante situaciones límite. Sin embargo, y a pesar de una buena solvencia narrativa, la debilidad del film se encuentra hacia el final, en el manejo de la resolución del conflicto. Ahí es donde se aleja de la alegoría inicial, a la cual alude nuevamente en el final, y se desorienta. Si bien en el último cuarto de hora se devela aquello que necesitábamos para hilvanar la historia, la información no debería precipitar el desenlace y, menos, resolverlo de manera simplista y complaciente. El guion utiliza “tips” reparadores, extraídos de un manual de psicología básica. Un vuelco precipitado sobre el cierre que dejará insatisfecho a más de uno.
“Primero no hay nada. Nada en absoluto. Todo es negro; ¿y después?…”.

…nos hace reaccionar con algunos efectos pero en sí no se luce intensión de efectismos gratuitos. El padre no es una caricatura aunque es un personaje con no demasiadas aristas desarrolladas, no obstante hubiera sido fácil provocarla, ni el niño representa la indefensión absoluta (aunque claro es un menor), sino es a un punto autosuficiente y hasta atrevido. Reacciona como con los golpes de enojo que les da a los casilleros insistentemente, la huida de casa, su reiteración de tener el ave (más fuerte que todo porque representa su solidez emocional) o la mordedura a su tramposo compañero en la piscina.
Es grato hallarse con un filme tan diáfano, tan humilde pero bien hecho, con un mensaje claro, una mirada a la infancia, tan importante por la pureza y el arco iris que se merecen en un mundo que lastimosamente les toca a muchos ser duro desde antes de lo previsto. Se trata de calidez de principio a fin. Y eso irradia al observador.

mercoledì 3 ottobre 2018

Quand tu liras cette lettre (Labbra proibite) - Jean-Pierre Melville

Melville da giovane, è un film per quei tempi (il 1953, quando girava un film ogni 2-3 anni).
è però si comincia a vedere il maestro, la sceneggiatura è intensa, senza tempi morti, e alla fine il caso decide tutto.
appare anche Juliette Gréco, in uno dei suoi primi film, in un ruolo tormentato.
il film va benissimo per gli estimatori di Melville, e non solo - Ismaele





Quand tu liras cette lettre è insomma un banco di prova decisivo per lesperienza di Melville: il regista francese ne esce straordinariamente bene, rivelandosi capace di far recitare un cast incredibilmente sconclusionato e perfezionando il suo già forte talento nella direzione degli attori. Ma è soprattutto visivamente che Melville non tiene fede al proposito di essere ordinario. L’intero film è illuminato da lampi cinematografici ben al di sopra della piattezza, a partire dalla prima inquadratura (che, semplicemente stampata al contrario, è anche l’ultima): una maestosa panoramica circolare che svela progressivamente il golfo di Cannes per fermarsi sul campanile di un convento. Sono numerosi i passaggi in cui Melville, in aperta contraddizione con il precetto della medietà, assegna addirittura allo sguardo la funzione di motore narrativo. Su tutti svetta l’episodio della dolorosa rinuncia di Thérèse: la scelta di lasciare il convento per proteggere la sorella Denise e mandare avanti la cartiera familiare è risolta filmicamente attraverso due soggettive speculari che mettono in antitesi il tumultuoso disordine laico e la composta armonia della vita in convento. Due inquadrature che sintetizzano efficacemente la penosa rinuncia di Thérèse alla propria vocazione, schivando soluzioni banalmente didascaliche e spiegazioni di prammatica. L’uso raffinato degli specchi, delle vetrate e una profondità di campo sempre sicura e calibrata rendono infine Quand tu liras cette lettre, tradotto in italiano con un titolo irriferibile, un film da rivalutare senza esitazioni, rappresentando unopera certamente minore nella filmografia di Jean-Pierre Melville, ma testimoniando al tempo stesso la prepotente integrità del suo stile, incontenibile anche quando tenuto parzialmente a freno. Da mandare a memoria la sequenza dell’incidente in stazione nel prefinale: semplicemente sbalorditiva per fluidità di montaggio.