lunedì 20 agosto 2018

Kill list – Ben Wheatley

niente è come sembra, i due amici sono stati contattati e scelti per una missione difficile.
i due hanno scheletri nell'armadio, che non sapremo, e tutto quello che succede è una discesa nel male, diabolica, senza pietà per nessuno.
a molti, anche a me, la parte finale ha ricordato The Wicker Man*, di Robin Hardy, del 1973,  solo che quel film, sempre inglese, era solare, qui è tutto molto più nero e disperato, lì era un rito pagano e popolare, qui è un rito diabolico, di una setta assetata di sangue e punizioni terribili.
un film pieno di violenza, mai gratuita.
disturbante, profondo, inquietante, misterioso, indimenticabile.
un film grandissimo, senza se e senza ma - Ismaele

*questo film è stato omaggiato da Iron Maiden e Radiohead








The movie may leave you scratching your head way too much when it's over. Yet it proves Ben Wheatley not only knows how to make a movie, but he knows how to make three at the same time. I suppose one of the characteristics of horror is that it wears shifting faces.

Kill List sfugge a qualsiasi catalogazione e, allo stesso tempo, rappresenta l’ideale controcanto, in stretta continuità, di quello che sarà, nel 2012, il suo film più commerciale: Sightseers. In questo divertente e violento road movie l’ironia e il cinismo più abietto consentono al regista di raccontare con leggerezza un viaggio senza speranza di una donna frustrata dalla madre reazionaria e di uno scrittore con manie omicide. Ritorna il tema dell’uccisione senza scopo, della frustrazione di protagonisti sempre in lotta con loro stessi, specie a causa di famiglie disfunzionali, del viaggio come metafora di perdizione e, insieme conoscenza di sé. Ma l’ironia macabra che nel suo ultimo lungometraggio fungeva da riparo e alleggerimento, in Kill List è completamente assente per lasciare posto ad una discesa agli inferi che apre alla sospensione della credulità e a uno straniamento deformante. Non è quello che ci si aspetta…

Ben Wheatley dirige con autorità riuscendo ad adeguare la regia alle varie sfumature che assume il film e azzecca una sequenza di bellezza stordente, quella del cunicolo.
Apprezzatissimo al Frightfest del 2011 Kill List ha diviso pubblico e critica proprio per il suo andamento sinusoidale nel percorrere vari generi a prima vista impossibili da far compenetrare e forse anche per un finale difficile da metabolizzare.
Da amare od odiare.
Io l'ho amato.

Kill List parte in un modo, si evolve diventando altre due o tre cose e finisce per trasformarsi in un claustrofobico macello, ma si gioca il finale in quella maniera lì. Ti piazza davanti agli occhi una svolta piuttosto forte, per quanto intuibile con discreto anticipo, ma poi chiude senza spiegare sostanzialmente una fava. E mi va bene, eh, anzi, ho in antipatia i film che spiegano tutto, pero qua tende a rimanerti in testa più che altro solo un grosso whaddafuck (e anche una certa sensazione da fratello scemo di The Wicker Man, ma forse è solo perché l'ho visto al cinema l'anno scorso). Dopodiché, intendiamoci, Kill List merita, è coinvolgente, girato con un gran occhio e tre o quattro inquadrature molto, molto belle, oltre che con un uso della violenza trucido al punto giusto. Però, boh, non so, whatever.

“Kill List” tiene quiebres narrativos que nadie podrá adivinar y que no revelaremos aquí, pero le debe una buena parte de su eficacia a los ingeniosos diálogos elaborados por Wheatley y su co-guionista Amy Jump (que, para más señas, es su esposa), los mismos que logran darle definición a sus personajes, cada uno más estrambótico que el otro. Como todo mercenario que se respete, Jay (interpretado con un brillo brutal por Maskell) es un psicópata desatado, y sus explosiones de violencia no son únicamente contra sus víctimas intencionales, sino también contra todos los que lo rodean, en una suerte de expansión del protagonista de “Down Terrace”, que perdía la paciencia de un momento a otro y terminaba por despachar al otro mundo a papá y a mamá (aunque hacía esto último con la mayor tranquilidad).
Sin embargo, en este caso, Jay no tendrá la misma suerte, porque su habilidad para deshacerse de seres mortales comunes y corrientes le servirá de poco cuando se enfrente a las verdaderas fuerzas maléficas que se encuentran tras “Kill List”. Y esto lo conducirá a un aterrador desenlace que ninguno de ustedes podrá olvidar fácilmente …. si es que se atreve a presenciarlo.
da qui

…lo spettatore è ormai entrato in una sorta di ipnosi per cui non riesce più a distinguere nulla, in un delirio collettivo, in un sabba delle menti e delle coscienze, e certo non si mette ad elucubrare sulla sanità mentale o sull'eticità del regista.
Non so cosa racconti Kill List, probabilmente è tutto e "solo" un'iniziazione che è come una discesa all'Inferno.
L'iniziazione di una vittima predestinata, di un uomo in quel momento debole ma capace comunque di diventare una bestia.
Non so cosa racconti ma credo di trovarmi davanti a un punto di riferimento del nuovo thriller/horror moderno.
da qui

domenica 19 agosto 2018

A Girl Walks Home Alone At Night - Ana Lily Amirpour

opera prima notevole di una regista Usa, pur con ascendenze persiane.
il film è pieno di citazioni, di suggestioni, in un bel bianco e nero, e però ha anche un'anima.
la storia è ambientata in un postaccio, non a caso si chiama Bad City, il posto perfetto per non viverci.
la storia è semplice e moderna e antica insieme, una giovane vampira si vendica di chi si comporta male, è il grado zero di un supereroe.
gran film (e grande gatto, di nome Masuka).
buona visione - Ismaele





La Amirpour, tecnicamente preparatissima e con una propensione per l’insolito, ci consegna immagini di forte fascino onirico, metacinematografiche, in cui si mescolano il noir più cupo dei B-movies, i giovani ribelli degli anni ’50 (con Arash Marandi novello James Dean), squarci di nouvelle vague (le magliette a righe alla Jean Seberg) e i personaggi silenti e complici di Stranger Than Paradise. Difficile ignorare queste influenze, ma nonostante l’ingombro citazionistico A Girl Walks Home Alone at Night è un’opera originale, fatta di déjà vu evocativi, costruzione polisemica dell’inquadratura, primi piani cristallini, un senso vertiginoso degli spazi. Cinema “finto povero”, in realtà iperprodotto (Elijah Wood è alle spalle del progetto, girato interamente in USA), e rivelazione di una regista promettente, dotata di un’autentica voce personale.
«Non vivo nel rimpianto del passato. Il passato non esiste per me. Consumo tutta la mia nostalgia per il presente e per il futuro», scrive la Amirpour su Twitter, consegnandoci quella che potrebbe essere la chiave per accedere al suo cinema: un cinema che porta evidenti su di sé le tracce di ciò che è stato, in forma di immagini-simbolo, archetipi fissati nell’inconscio che riemergono talora incrociati, talora giustapposti; un affioramento dell’immaginario che però diventa un oggetto del tutto contemporaneo. A Girl Walks Home Alone at Night è cinema proiettato in avanti e non all’indietro: incorpora e supera le sue origini in un divenire. La Armirpur non è una vittima del passato, ma una regista del futuro osservato con cuore malinconico: la sua attitudine metafisica, tra Borges e De Chirico, informa ogni immagine e la solleva da sterili ripiegamenti nostalgici.

Girato in un bianco e nero anamorfico a Taft (California), trasfigurata in un luogo deserto e polveroso, tenuto in vita dai pozzi petroliferi e con i cadaveri ammassati ai bordi delle strade, l'horror-western vampiresco della Amirpour gioca con i cliché della "città maledetta", dove si aggirano anime dannate dal cuore nero. Come Hossein "The Junkie", padre tossico di Arash, Atti la prostituta (Mozhan Marno) e Saeed "The Pimp" (Dominic Rains), spacciatore feroce e iper-tatuato. Ma non mancano momenti sdrammatizzanti, come la scena in cui la vampira hipster balla da sola nella sua cameretta, prima di truccarsi, infilarsi il velo e andare a caccia.
"È come se Sergio Leone, David Lynch, fondassero una band iraniana di bambini che suonano rock e Nosferatu fosse chiamato a fargli da babysitter", sottolinea la regista nelle sue note. E l'obiettivo è centrato, grazie soprattutto alla potenza visiva ipnotica delle immagini, alla buona resa dei protagonisti e a una colonna sonora sorprendente, che mescola techno, rock iraniano e atmosfere morriconiane (Federale, Radio Tehran, Bei Ru, Farah, White Lies, Kiosk, Free Electric Band, Dariush)…

Ogni gesto è coreografato in maniera quasi esasperata, ogni frame vuol lasciare di stucco con ralenty a profusione; le scene più significative, come quelle che scandiscono gli incontri del ragazzo e della ragazza, sono splendidamente realizzate ma non si può mantenere lo stesso ritmo per tutto il minutaggio: pena un controeffetto soporifero e un senso avvertibile di ostentato auto-compiacimento. Viceversa, il film funziona bene quando si prende meno sul serio, quando cioè non si arena sulla costruzione a tutti i costi di scene cool ma si prende in giro con umorismo nero. Va dato credito al film che ad arricchire una storia di per sè pretestuosa (la vendicatrice femminista in Iran) c’è una serie di dettagli piuttosto interessanti, come quello del gatto presente nelle scene principali, che, come il film ha una visione monocromatica (bianco/nero buono/cattivo) e come la protagonista una natura di predatore; non è forse una caso che il gatto sia spesso oggetto di fulminei primi piani e che venga posizionato addirittura al centro dell’inquadratura nella scena conclusiva del film.
In conclusione, questa nuova regista ha certamente talento e un senso estetico finissimo anche se troppo derivativo: speriamo che superi presto l’onanismo citazionista per creare qualcosa di veramente personale e originale.

Nello sguardo di Amirpour, gli interni delle abitazioni coincidono con la frontalità di una parete: sui cui si adagia Hossein Il Tossico; in cui sono affissi i poster dei miti che La Ragazza ammira; contro cui si staglia la silhouette di Atti La Puttanatriste, che balla per compiacere l’altro, succube innanzitutto di se stessa.
Inoltre, tagli di luce che illuminano parte di un volto come a volerne preservare almeno una traccia, prima che la figura reimmerga nel proprio oblio esistenziale. Nell’elegante composizione fotografica di Lyle Vincent troviamo la medesima frontalità anche nella lavorazione degli esterni, restituiti con inquadrature che limitano la profondità di campo. Ampio è l’uso del grandangolo, ma a prevalere è la figura isolata sullo sfondo scuro, sfuocato, a sottolineare la disconnessione, la distanza dalla fonte, l’indeterminatezza scenica.
Con lo stesso principio: le luci dei lampioni in strada hanno contorni imprecisati. Punti luce vacillanti, smagliati, rovesciati in uno spazio che prescrive una sospensione, impone un ellissi. I punti luce diventano fantasmi astratti in mezzo ad altri fantasmi: i personaggi della storia. Come il travestito Rockabilly, figura ricorrente, nonché protagonista della scena più ispirata, surreale e politica del film.
Raccontando una storia semplice, solitaria e struggente, A girl walks home alone at night custodisce un messaggio silenzioso ma assordante, e usa i generi piegandoli a detonatori di significato e di simboli.
Infine un gatto, Masuka. (Vi verrà voglia di andare a cercare le generalità di Masuka su internet, una volta visto il film.) Il Gatto, personaggio al pari degli umani, passerà di mano in mano, di casa in casa. Sentinella della visione, afflato spirituale a cui tutti a Bad City, senza saperlo, aspirano. Potrebbe indicare una nuova via da percorrere; potrebbe essere l’ultimo testimone di una città fantasma che ha perso la dignità, la felicità e il ricordo, ma li ritrova tutti con il Cinema.

venerdì 17 agosto 2018

Il tiranno Banderas - José Luis García Sánchez

l'ultimo film di Gian Maria Volonté è un film non eccezionale, che diventa da vedere obbligatoriamente, per causa sua.
lui non interpreta, lui è il tiranno Banderas.
ogni gesto, ogni espressione, ogni movimento, ogni parola è un capolavoro dell'attore.
vedere per credere, con Gian Maria Volonté non è mai tempo perso - Ismaele








…gli attori non sono sempre eccellenti, fatta eccezione per la performance di Volonté, di cui non si discute proprio, anche solo per la superlativa gestualità; non interpreta Banderas … è proprio lui in persona. Come già accennato anche l'interpretazione di Ana Belen merita. Oltre a questo il livello del film è tenuto alto dai costumi di Andrea D'Odorico e dalla fotografia di Fernando Arribas. Poco di buono si può dire invece della sceneggiatura di Rafael Azcona e José Sànchez – liberamente ispirata da un capolavoro del '900 – nessuno dei personaggi evolve, ed è un vero peccato perché l'intera storia comincia prima e finisce dopo un evento carico di speranze, opportunismi ed emozioni come solo una rivoluzione può essere. Solo il personaggio di Volonté ha una sua profondità – merito senz'altro dell'attore, noto per la creatività; tutti gli altri invece sono estremamente piatti.

Ultimo film interpretato da Gian Maria Volonté, il cui genio è stato riconosciuto persino da maestri del cinema come Ingmar Bergman; morirà l'anno dopo durante le riprese de Lo Sguardo di Ulisse, sappiamo che rinunciò a parti che avrebbero potuto renderlo ricco e portarlo agli altari del cinema mondiale, preferendo sempre quelli che gli piacevano soprattutto per il messaggio politico e sociale. A prescindere dalla sceneggiatura dava ai personaggi da lui interpretati delle modifiche in corso d'opera che soddisfacevano a pieno i registi, tanto che definirlo solo attore sarebbe riduttivo. Per tanto ci piace pensare a Tiranno Banderas come il suo testamento, un messaggio nella bottiglia di quasi 20 anni fa, che visti i tempi sembra essere stato spedito ieri.
da qui  

dice il regista:
"Fue un trabajo duro y complicado, pero hubo algo que lo facilitó: que Gian Maria Volonté entendió a la perfección qué es el esperpento y que éste requiere una interpretación de carácter expresionista. Volonté es un actor expertísimo, que domina los géneros del grotesco italiano y no le fue difícil lograr esta exageración contenida. Además se enamoró literalmente de Valle Inclán"

Tanta crudeltà gratuita, poco pathos; la storia è un po' troppo romanzesca e poco concreta. Volontè stesso, qui al suo ultimo film prima della prematura scomparsa, appare stanco ed annoiato dal personaggio che interpreta. La storia è decisamente poco fantasiosa e quello che dovrebbe essere il colpo di scena finale è soltanto quanto di più prevedibile potrebbe accadere: si fiuta fin dall'inizio del film, e soprattutto lo chiude, senza ulteriori spiegazioni o sviluppi. Trascurabile.

giovedì 16 agosto 2018

Cien Años De Perdón - Daniel Calparsoro

per un po' ho temuto che fosse un Inside man, di Spike Lee, in salsa spagnola.
in realtà poi se ne discosta, sono bravissimi gli attori, sopratutto i protagonisti Rodrigo de la Serna e Luis Tosar.
la sceneggiatura è solida, non ti annoi, e poi il gran colpo di scena.
cercate il film, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele



Ho amato l'ambientazione, questa banca-cattedrale, questa città sotto la pioggia.
Ho amato il personaggio del rapinatore capo, sboccato, intelligente, cattivo ma poi nemmeno così tanto. Mi sono piaciuti molto quasi tutti i suoi dialoghi.
Ma ho trovato davvero buona anche una sceneggiatura che non cerca mai colpi di scena ma è solida, ben calibrata, con qualche buona trovata (il tunnel costruito da loro che si allaga proprio quel giorno) e, in un certo senso, pure "importante".
Sì perchè questo film, e torniamo al titolo originale, è un durissimo attacco verso i poteri forti, dal capo di stato ai politici, dalla polizia ai banchieri. Tanto che alla fine ci ritroviamo a parteggiare per i rapinatori che saranno sì dei balordi ma dietro la loro presunta cattiveria e propositi di devastante terrore (pensiamo ai giubbotti esplosivi) nascondono invece una buona etica e dei caratteri affatto terribili…

Cien años de perdón (ojalá que pudiéramos robar a los grandes ladrones y obtener no ya cien años de innecesario perdón, sino de agradecimiento popular), apoyándose en el guion de Jorge Guerricaechevarría, un señor que escribe cosas distintas y con sello propio, Calparsoro logra una película tensa, entretenida, rodada con personalidad y oficio, con actores competentes (espléndido e inquietante el argentino Rodrigo de la Serna), que gira alrededor del asalto a un banco donde guardan su rapiña los rufianes más poderosos, los padres de la patria. Y me aclaro. No esperen la versión española de Heat, la película que más me ha enamorado en los últimos veinte años, pero sí un producto tan visible como audible.

Cien años de perdón  ha conseguido mezclar de manera acertada una buen thriller de atracadores con una trama de candente actualidad que la acercará aún más al gran público, la película de Calparsoro presenta un desarrollo argumental algo simple pero con un dinámico ritmo de principio a fin, no es un producto redondo pero  tiene muchos ingredientes para poder ser disfrutada.

…En medio de esta historia, algunos rehenes se vuelven cómplices en distintas medidas pero siempre dejando en claro que son víctimas de lo sucedido pero ¿víctimas de quién?, ¿del sistema capitalista que remata hogares?, ¿del que los deja sin trabajo?, ¿de la corrupción política?, ¿de los ladrones que ingresaron a ese banco?, ¿son víctimas de la codicia, del odio o del egoísmo?, ¿o son justicieros? He aquí la delgada línea entre “lo bueno” y “lo malo”, la discusión entre las purezas y lo que parecería ser una crítica generalizada a la sociedad española.
A grandes líneas, Cien años de perdón es una película que mantiene al espectador atento en su trama (que ofrece desde situaciones dramáticas hasta algún que otro paso de comedia) aunque por momentos decae por no ser visualmente atractiva. De todos modos es una historia interesante para aquellos que gustan de realizar  lecturas sobre escenarios y sus similitudes con las realidades del mundo por fuera de la diégesis.

… Con un excelente plano de inicio, donde se ve la ciudad bajo la lluvia (hecho que luego cobraría gran importancia), Cien Años de Perdón es un viaje bien estructurado, de muy buen ritmo, con un montaje que sabe resaltar los momentos de más acción y comicidad. Transcurriendo mayoritariamente en una sola locación, son los giros y engaños de la trama lo más preciso de este filme, sorprendiendo con un juego de corrupción que va mucho más allá de la burocracia del banco.
Con un muy buen final que deja un sabor dulce al salir de la sala de cine, lo dirigido por Daniel Calparsoro (‘Combustión’, ‘Ausentes’) es cine del bueno, ese que te deja inquieto en el asiento y que sorprende constantemente con giros muy bien planificados y personajes carismáticos y humanos. Muy recomendable, Cien Años de Perdón es un ejercicio de género que triunfa de principio a fin. No se la pierdan.

Operation X-70 - Raoul Servais

mercoledì 15 agosto 2018

Killer in viaggio (Sightseers) - Ben Wheatley

Ben Wheatley non sbaglia un film, meglio per noi.
anche qui succede, come in Down Terrace, che si parta da commedia e si finisce in orrore.
la cosa sconvolgente è la rapidità e la naturalezza con la quale si passa da essere una persona tranquilla, più o meno, a diventare un assassino, come se niente fosse.
come succede in quel piccolo straordinario libro di Max Aub, Delitti esemplari.
a Ben Wheatley piacerebbe molto, quel libro, e Max Aub finalmente avrebbe trovato un regista perfetto per le sue piccole tragiche storie.
non perdetevi il film di questi killer come noi.
buona visione - Ismaele




Ma quello che considero il più grande merito di questo regista è il suo sapere mescolare i generi.
Ogni suo film è tante cose, non incasellabile. Ogni suo film sono, se va male, due generi mescolati tra loro, a volte pure di più. E' un alchimista Wheatley e in un'epoca cinematografica di catene di montaggio abbiamo tanto bisogno di alchimisti.
Sightseers qualcuno lo definirebbe commedia nera. Ci mancherebbe, va bene.
In realtà io credo che la parte nera sia enormemente più presente ed efficace di quella "comica" o dissacrante.
Dirò di più, questo per tematiche è il film più nero di Wheatley, il più cattivo, il più estremo.
Del resto Chris, il personaggio principale, è una delle persone più malvagie, inumane e violente dell'ultimo cinema.
Misantropo, probabilmente misogino (che sembrerebbe metonimia della misantropia ma non è sempre detto), cinico, cattivo…

Tina e Chris uniscono due profonde frustrazioni esistenziali che l'una estrinseca in un amore viscerale per i cani (con alle spalle un forzato senso di colpa) e l'altro nel bisogno di vendicare qualsiasi affronto che ritenga rivolto al suo modo di vedere il mondo. Chris ha velleità letterarie e Tina si sente per la prima volta in vita sua la musa ispiratrice di un uomo che non le lesina attenzioni sessuali. Sembrano una coppia perfetta ma la loro visione dell'omicidio finirà con il portare in superficie due modalità opposte di concepire la vita propria e la morte altrui. Tutto questo, come già sottolineato, con un understatement made in Britain che fa sembrare 'naturale' e quasi doverosa ogni loro azione criminale in nome del rispetto delle buone regole del vivere comune. Ad accompagnarli, in gran parte del viaggio, un cane perplesso in crisi d'identità...

Wheatley, forte di un gusto macabro, vuole strapparci una risata coi suoi ammazzamenti e sicuramente sa il fatto suo nell'imbastire il tutto, miscelando satira e gore, ben aiutato dalla fotografia di Laurie Rose, sempre alle luci dei suoi film, compreso il prossimo "A Field in England" (arriverà nelle nostre sale?). A volte il "gioco" riesce, come nel caso del primo omicidio, a volte meno, come nella scena violentissima e agghiacciante delle mazzate al rompipalle, anche perché i trucchi sono così realistici che non sempre l'effetto comico (voluto e studiato) è raggiunto, nonostante il regista possa contare sulla scelta ad hoc di alcuni brani musicali (strepitoso l'uso di "The Power Of Love" dei Frankie Goes To Hollywood nel prefinale) e la riconoscibilità del meccanismo da parte dello spettatore. L'insistenza sui particolari più cruenti è tale che alla fine non sai se stai guardando una commedia o un film dell'orrore, che forse è quanto il regista voleva.

Appena intravisto al cinema l’altra settimana, e subito scomparso. Eppure questa dark, darkissima commedia inglese gode di ottima fama e stima internazionale, ha fatto il giro di parecchi festival e rassegne (a partire dalla Quinzaine di Cannes 2012), è considerata da molti critici anglofoni una delle cose migliori dell’ultimo biennio. Forse, dico io, un po’ sopravvalutata. Comunque allarmante, disturbante come pochi film usciti ultimamente. Qualcosa che si riallaccia alla tradizione molto british della commedia nera con assassini e assassinii, La signora Omicidi e Sangue blu per capirci, e giù di lì, quell’ammazzar ridendo e facendo ridere di cui a Londra e dintorni detengono la ricetta in esclusiva. Solo che negli esempi della tradizione il gusto del paradosso, l’aplomb inglese e una certa eleganza riuscivano a farci ingollare quei gochetti macabri e scherzi al sangue: stavolta no, resta il sangue, ma manca del tutto ogni filtro di sottile umorismo, e la mistura rischia di essere francamente indigesta. I protagonisti sono una classica coppia criminale (sulla scia, per dire, di Bonnie & Clyde o Natural Born Killers), calati però in un contesto di turpitudini e laidezze quasi insostenibile, due assassini torvi e truci che ammazzano senza il minimo movente, per assenza di ogni pur minimo codice etico, per naturale e animale malvagità, per idiosincrasia. Per non si sa cosa. Il Male al lavoro, ecco. Il che, ne converrete, è sempre uno spettacolo sconvolgente. Una black comedy senza levità, al grado zero di ogni morale, al grado massimo di ogni grevità, in ambienti sottoproletari e degradati di quel tremendo degrado british che abbiamo conosciuto in tanto cinema di Ken Loach, di Mike Leigh o di Andrea Arnold. Solo che manca ogni possibile riscatto…

…Il regista sfrutta scenari naturali che riportano alla tradizione pittorica inglese del paesaggio, ma non documenta, piuttosto stilizza l’ambiente sfiorando il cartolinesco per poi firmarlo con un rutto o nel peggiore dei casi con uno schizzo di sangue. Omaggia in una scena il cult The wicker man, quando all’interno di un camping si svolge un ridicolo rito sacrificale, deridendo il valore della natura, della vita plein air. Attraverso le tappe tipiche di una vacanza pseudo culturale, dentro le quali si realizza l’intromissione violenta di J e Chris, vengono prese a calci tradizioni, ritualità borghesi, convenzioni benpensanti e ingessate di una terra dove al solito prevalgono egoismi e rapporti di potere. E roba da non credere, c’è da divertirsi.

martedì 14 agosto 2018

Notte sulla città (Un Flic) - Jean Pierre Melville

l'ultimo film di Melville è sempre un gran film.
Alain Delon è ancora il protagonista, questa volta un poliziotto con le sue regole e le sue intuizioni.
tutti sono bravissimi, merito del direttore d'orchestra Melville, che sa come si fa.
due rapine come poche, in un film solo, come privarsene?
buona visione - Ismaele





QUI il film completo, in italiano



In un’eventuale classifica dei film più sottovalutati della Storia del Cinema, “Un flic” dovrebbe occupare uno dei primi dieci posti. A spingerlo così in alto sono i giudizi di coloro che tendono a sminuirne il valore, come Paolo Mereghetti e Morando Morandini. Per il primo “è evidente la stanchezza dell’autore”, mentre per il secondo “narra una storia poco avvincente, si aggrappa a temi e a personaggi risaputi, espone situazioni senza nerbo”.
Con tutto il rispetto per Mereghetti e Morandini, non siamo d’accordo con i loro pareri, perché riteniamo che questo film abbia poco da invidiare ai titoli più celebrati del maestro francese.
Basterebbero le magnifiche sequenze della rapina in banca (con le immagini dell’arrivo dei ladri che scorrono alternate ai titoli di testa; ottimo il montaggio di Patricia Nény) e del furto della droga sul treno in movimento (in questa scena, però, si vede chiaramente che sono stati usati dei modellini per le riprese in campo lungo) per considerare “Un flic” un film eccellente.
I suoi meriti, comunque, non si esauriscono nelle straordinarie scene appena citate; anche il resto della pellicola, infatti, vola alto.
Coleman (un bravissimo Alain Delon, alla sua terza collaborazione con Melville) è un poliziotto manesco e violento che svolge il suo incarico di tutore della legge con la stessa meccanicità di un operaio addetto alla catena di montaggio.
Basta guardarlo in faccia, Coleman, per rendersi conto di quanto sia annoiato dalla routine quotidiana del suo lavoro. Capiamo che egli è stanco e nauseato sin dall’inizio, quando si presenta così allo spettatore: “Ogni pomeriggio, alla stessa ora, cominciava il mio giro dalla discesa degli Champs Elysées. Il mio compito quotidiano iniziava al calar della sera, ma era molto più tardi, quando la città dormiva, che potevo veramente effettuarlo”.
Con quell’aria perennemente assente, più che a un funzionario della polizia, Coleman assomiglia a un morto vivente che di notte gira per le strade di Parigi dando la caccia ai criminali come un vampiro che va in cerca di vittime a cui succhiare il sangue necessario al suo nutrimento.
Neanche la relazione con Cathy (una Catherine Deneuve bella da levare il fiato) riesce a svegliarlo dal profondo sonno esistenziale in cui è sprofondato. Coleman ha imboccato una pericolosa spirale negativa che lo sta portando sempre più a fondo. La sua strada, ormai, è senza ritorno.
Melville, come sempre, lavora di sottrazione: i dialoghi sono ridotti all’osso (perché è vero, come sosteneva Nanni Moretti in “Palombella rossa”, che “le parole sono importanti”, ma qui non conta quello che si dice, conta quello che si fa) e l’azione concentrata in poche ed essenziali scene.
Ne esce un poliziesco esemplare, ambientato in una Parigi vuota e spenta (fotografata con maestria da Walter Wottitz) che fa da specchio alla vita del protagonista, che rifiuta ogni forma di spettacolarità, come dimostra lo splendido finale, girato con un’asciuttezza encomiabile, dove la resa dei conti tra Coleman e Simon (un convincente Richard Crenna, dieci anni prima di interpretare il ruolo del colonnello Samuel Trautman in “Rambo” di Ted Kotcheff) viene liquidata velocemente, con il primo che uccide il secondo con “un colpo solo” davanti agli occhi di Cathy.
Indimenticabile lo sguardo silenzioso che Alain Delon e Catherine Deneuve si scambiano alla fine. La dolente colonna sonora porta la firma di Michel Colombier. Amaro, disilluso, cinico, malinconico: Melville, al passo d’addio, strappa ancora applausi.

Jean Pierre Melville è stato uno dei pochi europei a recepire gli stilemi del miglior cinema americano di genere, ma i suoi film non si identificano né nella tradizione né nell'innovazione del suo tempo. Come Bresson, Melville sembra impegnato in una sorta di ricerca di cinema puro, nella sua forma più intransigente. 
Volutamente sottotono e di grande rigore dal punto di vista formale Notte sulla città inciampa nei virtuosismi della messa in scena e in sequenze di sterile e stucchevole accuratezza, finendo per risultare poco avvincente e il genere stesso appare immobilizzato nelle sue forme e declinazioni. È un film prigioniero del crepuscolo, desolato, disincantato, pervaso da un' irreversibile malinconia. Melville si beffa delle verosimiglianze. L'incantesimo si rompe e l'attenzione al dettaglio lascia spazio alla mancanza di credibilità…

Come sempre in Melville, alla perfezione narrativa corrisponde una perfezione formale: pensiamo ad alcune inquadrature particolarmente ricercate (come il bacio fra Delon e la Deneuve ripresa dallo specchio sul soffitto, i primi piani raffinati, i campi lunghi sulla città), oppure al certosino montaggio di Patricia Nény – che si rivela decisivo nell’alternanza fra le situazioni e nella costruzione della suspense durante le due rapine. La fotografia di Walter Wottiz predilige i toni cupi, in sintonia col clima crepuscolare del film: il nero della notte (in contrasto con le luci dei locali notturni), il bluette e il grigio sempre presenti anche nelle scene diurne…
da qui

L’ultimo film di Melville – rivisto a sette anni di distanza – contiene due delle più belle rapine della storia del cinema.
La prima si svolge in un giorno di bufera a Saint-Jean-de-Monts, località balneare della Vandea a quasi 500 km da Parigi. Viene presa di mira una banca. La seconda rapina avviene di notte sul treno Parigi-Lisbona, poco dopo Bordeaux, ed è orchestrata da un elicottero.
In entrambi i casi, il paesaggio gioca un ruolo determinante. Sono due pezzi di bravura pressoché in tempo reale, quasi senza parole. Al confine della noia programmata, la scena della meticolosa svestizione nella toilette dell’autore della rapina al treno, che avrà una replica appena più veloce al momento in cui dovrà tornare agli stessi abiti...

lunedì 13 agosto 2018

Ti va di pagare? - Priceless - (Hors de prix) - Pierre Salvadori (2006)

due attori bravissimi sono i protagonisti di un piccolo film, che riesce a far sorridere quanto basta.
una commedia degli equivoci, lui il povero brutto anatroccolo, lei la povera puttana che si dà da fare, nei paradisi dei ricchi (aldilà di ogni immaginazione, per i poveri).
ma gli equivoci durano poco, tutto diventa chiaro, in un film che dà quanto promette.
buona visione - Ismaele



QUI si può vedere il film, in italiano


Classica commedia romantica in salsa francese, Ti va di pagare?propone uno script brillante e divertente e una serie di situazioni romantiche e buffe che vedono assoluta protagonista, l'atipica coppia composta da Audrey Tautou e Gad Elmaleh, entrambi impeccabili. La Tautou, la cui brillante carriera le ha oramai permesso di affrancarsi definitivamente dal fortunato ma scomodo personaggio/cliché che Ameliè le aveva appiccicato addosso, si mostra, radiosa e sexy, in tutto il suo splendore, mentre Elmaleh, oramai presenza fissa nelle commedie d'Oltralpe, mette la sua faccia stralunata al servizio di una sceneggiatura che, incredibile a dirsi, riesce a renderlo credibile anche come Dongiovanni. Non esilarante ma simpatico, non frenetico ma mai blando, Ti va di Pagare? rientra appieno nel novero delle pellicole senza troppe pretese ma capaci ugualmente di strappare un sorriso…

Con quell’abile fantasia birichina che il regista Pierre Salvadori saprà replicare (nonché notevolmente migliorare nello sviluppo degli intrecci) quattro anni dopo con “Beautiful Lies” (“De vrais mensonges” - 2010), la fortuna troverà il modo di aiutare l’audace giovanotto, nel frattempo scopertosi scaltro e furbo, nonché piacente e seduttivo, pronto a tuffarsi anche lui nel mare di soldi che bagna le coste francesi, questa volta (ma solo per amore, e solo per un attimo) non da misera sardina, ma da raro pesciolone pregiato, destinato a impreziosire qualche sontuosa ricetta di Haute Cuisine.
    Certo che con il faccino (ed il talento, ovviamente) di Audrey Tautou tutto viene facile per il regista francese: non per niente sceglierà di nuovo la stessa Tautou per la sua successiva commedia. Ma anche per la figura maschile Salvadori ha buon naso, andando a pescare nell’aria spaesata e ingenua di  Gad Elmaleh un ottimo controcanto per gli acuti ultrasonici della protagonista femminile…

Titolo italianizzato che banalizza un film tutto sommato valido. Per carità: niente di particolarmente originale ma il divertimento non manca, soprattutto nella prima parte del film, mentre la seconda sembra voler a tutti i costi ripercorrere con una certa ripetitività il solito leit motive finendo un pò per perdersi per strada. La Tatou è in forma smagliante ma sicuramente dal punto di vista recitativo la svagatezza irriverente di Elmaleh è la cosa migliore del film, soprattutto per la "faccia tosta" con cui riesce a immedesimarsi in un ruolo piombatogli addosso in modo del tutto casuale. Il classico film scacciapensieri per un'ora e mezza di gradevole svago.

domenica 12 agosto 2018

L'Aîné des Ferchaux (Lo sciacallo) - Jean-Pierre Melville

tratto da un romanzo di Georges Simenon è la storia di due avventurieri, uno in giacca e cravatta, l'altro no.
è la storia di una fuga da un continente all'altro, controllati dalla polizia.
entrambi si credono i più furbi del mondo, e riescono a convivere.
è un film di arroganti, di disperati, disperato, non ci sono buoni e cattivi, tutti sono abbastanza cattivi, ma non del tutto.
buona visione - Ismaele






“Strano film”, si è sentito più volte dire tra il pubblico all’uscita. Più che strano, ambiguo, di un’ambiguità fertile, lontana dal senso dell’onore e dallo sguardo tragico che spesso Melville ha riservato ai suoi personaggi. Qui siamo più dalle parti dello psicologismo simenoniano, sia pure lontani dall’analisi al microscopio delle miserie e dei limiti antropologici della società borghese.
La storia del ricco banchiere in fuga verso l’America, e del segretario-avventuriero (Belmondo) che lo accompagna annusando l’odore della scia di denaro , ricorda un po’ il gioco del gatto col topo. Charles Vanel interpreta un corrotto, ma dal passato avventuroso; un uomo ricco e potente, ma ridotto via via all’impotenza. Mentre l’ex pugile ed ex parà interpretato da Belmondo caricano l’attore di una controversa doppiezza che forse il suo sguardo, all’altezza dei primi anni Sessanta, non è del tutto in grado di reggere. Tuttavia, guardando proprio a “Be-bel”, Lo sciacallo conferma la corrispondenza d’amorosi sensi tra Melville e la nouvelle vague. I momenti di viaggio, i personaggi che vanno e vengono, i colori squillanti e pop, i momenti di stasi – più che veri e propri difetti (spesso imputati a questo film) – ricordano Godard e un Truffaut più tardo, quello di film “d’appendice”, con lo stesso attore. E c’è anche una curisoa Stefania Sandrelli, nei panni di una autostoppista col vizio del furto, che recita in inglese, con caschetto biondo, e si merita un bacio appassionato di Belmondo.

Un imprevedibile passo falso: definirei così, questo adattamento da un magnifico romanzo di Georges Simenon, con Belmondo, nei panni di Michel Maudet, e Charles Vanel, che incarna il ricco e corrotto Dieudonné Ferchaux. Giustamente, il regista apporta drastici tagli a una trama ricchissima di spunti, salvo aggiungervi un paio di situazioni inconsistenti (vi appare, con un improbabile caschetto biondo, anche una giovanissima Stefania Sandrelli) e un incomprensibile stravolgimento dei luoghi: New York e Louisiana, anziché Normandia e Tropici.
La voce off di Belmondo risulta didascalica, il road movie straniante, il finale debole e contraddittorio. Finisce per smarrirsi il formidabile vitalismo del primogenito dei Ferchaux, un self made man che si sente al di sopra della legge e nel romanzo è mostrato con un che di selvaggio, mentre nel film indossa giacca e cravatta e tiene testa a un consiglio di amministrazione…

Melville si concentra sul rapporto sempre più stretto e dipendente che si crea tra i due protagonisti (gran duello recitativo, il maggior punto di forza del film, tra uno sfacciato e giovanissimo Belmondo e un convincente e subdolo Vanel), analizzando la natura profondamente traditrice, avida e ingannevole dell'uomo, orientato esclusivamente al proprio tornaconto ed incapace di stabilire un legame sincero e disinteressato…

giovedì 9 agosto 2018

Down Terrace - Ben Wheatley

ci metti un po' a prendere le misure, poi il film ti conquista.
una commedia nerissima, si festeggia l'uscita di galera di un piccolo boss con il figlio, passano gli amici più vicini a felicitarsi, e appare anche la fidanzata del ragazzo in cinta di molti mesi, osteggiata dai genitori di lui.
e poi inizia la pulizia di chi non parlerà più.
un'opera prima davvero buona.
non perdertela, non sarai deluso - Ismaele





Realizzato nel 2009 con un budget di 6.000 sterline e tanto olio di gomito cinematografico, narra di una famiglia piuttosto bislacca di criminali. Appena usciti di galera, papà Bill e il figlio Karl  (gli attori Robert e Robin Hill sono padre e figlio anche nella realtà) tornano nella loro incasinatissima magione per rimettere in moto le loro attività di spaccio ed estorsione e cercare di scoprire chi tra i loro innumerevoli parenti-serpenti ha fatto la soffiata che ha portato al loro arresto.
Il ménage famigliare subisce un’ulteriore impennata quando Karl scopre che la sua fidanzata è incinta. Mentre loschi visitatori si ammassano fino all’inverosimile nel salotto di casa, Karl inizia a dare di matto. Quello che accade dopo è un susseguirsi di twist narrativi, battute al fulmicotone ed esplosioni di violenza da far sobbalzare sulla poltrona anche lo spettatore più smaliziato…
da qui

Caustico, imprevedibile, teso e violento, impressionante proprio perché l’esplosione di violenza sopraggiunge in un contesto di vita pressoché qualunque, il film d’esordio di Weathley è una bellissima commedia nera dissacrante e cattiva che preannuncia in modo consono tutta l’ironia nera e crudele che seguirà nelle notevoli e disturbanti opere successive e dove cominciano a caratterizzarsi quei personaggi così inquietanti proprio perché cosi qualunque. Come a testimoniare che si fa presto a sprofondare nella follia più profonda; che ci vuole un attimo per trovarsi tra le mani un martello insanguinato ed un corpo riverso in una pozza di sangue.

Down Terrace is an extremely black comedy with scenes of familial slaughter that are so inane that they are funny. Close-ups of the door knocker in the shape of a fox represent all the sly and cunning that lies behind it. As confusion and carnage spiral into chaos, the brutal truth hits Karl hard and he prepares to take the ultimate measure. "It's not the decisions Bill, it's the actions" Maggie says to her husband after the London crime boss sends them a message and the foreboding is laid on thick and heavy as the true informer is revealed. The Down in the title reflects the countryside of this simple town, the Terrace the house and between both locations death and betrayal comes in spades…

Down Terrace is certainly a film that proves that comedy is a matter of individual taste and sensibility, but there is certainly a growing audience for this type of thoughtful hybrid.  The communal libation is an Alkaseltzer tablet in water, a worthy image of all ulcer inducing bile sent forth in the name of getting along with one oneself and ones own.  Perhaps the greatest tragedy is that the small family considers itself "No better or worse than anybody else."  For all of Karl's exhaustion with his fathers bullshit and his mothers seeming indifference, he is clearly going to end up exactly like them both.  And there is a child on the way.  Now that is comedy.