martedì 22 maggio 2018

Kader (Destino) - Zeki Demirkubuz

Bekir, un tipo senza qualità, sposato, con una figlia piccola, passa il tempo fra un lavoretto e il bar, con degli amici brutta gente.
capita che sia stregato da Ugur, e poi non capisce più niente, la vuole, ma lei non è disponibile, e inizia uno stalking, che la metà basterebbe per una dura condanna in tribunale.
amore, se è amore, ma forse è solo voglia di possesso, amore maledetto e impossibile, Bekir è proprio da ricoverare.
il tutto accade in una Turchia fredda, invernale, senza speranze, neanche un pezzettino.
un film dove non c'è niente da ridere, interessante - Ismaele







Prequel di Masumiyet, un film sulla solitudine dei due protagonisti Bekir e Ugur. I sentimenti piacevoli sono sepolti da tempo: per Ugur un legame ritenuto “indissolubile” per uno di quei criminali autentici, che ha una facilità nel dare la morte ad altri al pari di altre azioni “ordinarie”, mentre per Bekir un'anaffettività che ha radici lontane, sconosciute. Per entrambi un equilibrio irrealizzabile a priori, sono servi del “loro” destino, una riformulazione del concetto, in verità, un inferno non solo a cui arrendersi, ma da alimentare con sofferenza, frustrazione, pane quotidiano della Turchia che Demirkubuz descrive, un paese senza pace.
E' proprio Bekir a definirlo “kader”, destino, questo legame con la distruzione che si dipana come filo conduttore del contatto tra i personaggi. Una strana accezione che sintetizza l'onnipotenza e la vulnerabilità all'unisono: l'uomo ma sarebbe più appropriato "il maschio" diviso tra una profonda incapacità comunicativa e un'oppressione di affermarsi, che è più “facile” attraverso la distruzione, l'ossessione, guidate a loro volta dalla concezione che una donna deve essere posseduta. C'è un macigno che grava su queste esistenze e ne determina le coordinate, e alla rivendicazione della libertà di Ugur la risposta sarà sempre “sei una puttana”, sullo stesso piano di “sei l'amore della mia vita”. L'amore è stato sostituito già da tempo, nell'universo soffocante delle metropoli dei film di Demirkubuz (qui Istanbul, in Masumiyet Ankara) e quando Bekir mangia l'asfalto con la sua auto per raggiungere ovunque Ugur, ci viene restituito il vero corso di questa parabola discendente, in un tempo che non importa affrontare, perché in questa narrazione è sostituito dai cambiamenti del personaggio protagonista: la barba cresce, poi viene tagliata, le cicatrici non visibili, il racconto di un amico ad altri ragazzi, la parlata più sciolta e volgare…

 Bekir (Ufuk Bayraktar) is an apparently ordinary bloke in his early twenties, working in a city-centre carpet emporium. One day a flirtatious, slightly younger woman wanders in – she's Ugur (Vildan Atasever), and Bekir rapidly falls head-over-heels in love with her. Indeed, he struggles to contain the extent of his passion – with disastrous, violent, and wildly melodramatic consequences for both…
   Destiny is constructed as a series of brief-ish, discrete episodes, set around several different locations around Turkey, and which propel us forward through the chronology of Bekir and Ugur's on-off relationship at a disorienting speed. There's never any attempt to identify exactly when the various events are taking place, but the changes to the main characters' appearances indicate that considerable periods of time are elapsing between the segments. By the end, the hapless protagonists have both suffered at the hands of their unfortunate fate – or is it merely the flaws in their characters that have brought them so much misery?
   Ambitious stuff, but unfortunately neither multi-hyphenate Demirkubuz (who produces, directs, writes, edits and also pops up in a minor supporting role) nor his two main actors are quite up to the task of carrying it off. There's certainly no shortage of incident (much of it bloodily violent), and the picture is given a certain meaty, doom-laden intensity by the extremity of the inarticulate Bekir's dire (and largely self-inflicted travails). But in the end Destiny – a suitably portentous title, by the way – feels like a rather flimsily-constructed idea for a narrative, a gimmicky structure which buckles under the burden of Demirkubuz's fondness for weighty philosophical and psychological themes.

lunedì 21 maggio 2018

Martin Scorsese su “Banditi a Orgosolo”

Qui il film completo

(testo scritto appositamente per la Cineteca del Comune di Bologna in occasione della presentazione alla Mostra d'arte cinematografica di Venezia 2005 di “Banditi a Orgosolo”, versione restaurata dalla Cineteca di Bologna-Laboratorio L’Immagine Ritrovata)

Due anni fa i miei produttori italiani di “Il mio viaggio in Italia” (il mio documentario sul cinema italiano) mi fecero un regalo inaspettato, alcune copie in 35mm di documentari diretti da Vittorio De Seta tra il 1954 e il 1958. Sette film in tutto, della durata di circa dieci minuti l’uno, sei dei quali girati in Cinemascope. Titoli incantevoli, come “Lu tempu di li pisci spata, Isole di fuoco, Pasqua in Sicilia, Contadini del mare, Parabola d’oro”…
Avevo sentito parlare dei documentari di De Seta come accade per i luoghi leggendari: qualcuno doveva averli visti in un modo o nell’altro, ma nessuno si ricordava chi, dove o quando.
De Seta stesso era una figura leggendaria e misteriosa. Aveva realizzato solo tre film negli anni Sessanta (il primo dei quali, “Banditi a Orgosolo”, un capolavoro indiscusso) per poi scivolare, insieme ai suoi film, in una sorta di oblio.
Ricordo distintamente di aver assistito alla proiezione di “Banditi” al New York Film Festival all’inizio degli anni Sessanta. Uno dei film più insoliti e straordinari che avessi mai visto.
La storia è semplice: un pastore, ingiustamente accusato di un crimine che non ha commesso è braccato in un paesaggio arido e silenzioso. Il suo gregge muore di fame e lui, ormai ridotto alla miseria, è costretto a diventare un bandito. Ma il film è anche la storia di un’isola e della sua gente.
Ambientato sulle montagne della Barbagia, in Sardegna, il film rivela un mondo arcaico, incontaminato, dove la gente si esprime in un dialetto antico e vive secondo le regole di una volta, considerando il mondo moderno estraneo e ostile. In loro, De Seta riscopre le vestigia di una società antica attraverso la quale risplende una nobiltà perduta.
Lo stile del film mi colpì profondamente. Il neorealismo era stato condotto su un altro livello, in cui il regista partecipava completamente alla narrazione, in cui la linea di demarcazione tra forma e contenuto era stata annullata e in cui erano gli eventi a dettare la forma. Il senso del ritmo di De Seta, il suo uso della macchina da presa, la sua straordinaria abilità nel fondere i personaggi con l’ambiente circostante, furono per me una completa rivelazione. De Seta era un antropologo che si esprimeva con la voce di un poeta.
Da dove veniva questa voce? Quarant’anni dopo essermi posto questa domanda ho capito che forse i suoi documentari potevano darmi una risposta. Alla fine li ho proiettati, e sono rimasto stupefatto.
L’inquietudine, il senso di spiazzamento, mi hanno accolto dalle prime immagini, mi sentivo impreparato di fronte a ciò che stavo vedendo.
Sono stato sopraffatto da un’emozione intensa, come se avessi oltrepassato lo schermo e mi fossi ritrovato in un mondo che non avevo mai conosciuto, ma che improvvisamente riconoscevo.
Un mondo crepuscolare. Quella che stavo guardando era la mia cultura ancestrale che volgeva alla sua fine, a un passo dal suo ingresso nella sfera del mito. Mi venne in mente una scena del film “Roma” di Fellini in cui un affresco scompare al contatto con la luce durante la costruzione di una linea della metropolitana – frammenti di una civiltà antica che hanno raggiunto l’epoca moderna risuonando della loro epicità.
Ma non mi ero limitato ad oltrepassare lo schermo, adesso stavo entrando nell’occhio del regista, come se nell’atto di rimpossessarmi delle nostre radici comuni avessi visto il mondo di De Seta. Stavo condividendo la
sua curiosità e il suo stupore e realizzando con tristezza, come doveva aver fatto anche lui, che quella era l’ultima volta che la vitalità di una cultura incontaminata veniva filmata.
Era la Sicilia sullo schermo, una Sicilia che nella mia famiglia i miei nonni furono gli ultimi a conoscere, la Sicilia dimenticata. Un luogo in cui la luce del giorno era preziosa e le notti completamente buie e misteriose.
Un luogo rimasto inalterato per secoli, in cui lo stile di vita era sempre lo stesso, dove le calamità naturali facevano parte dell’esistenza, minacciando ogni momento morte e distruzione. Un luogo in cui la religione rivestiva un’importanza primaria, dove le sofferenze della vita venivano rivolte alle stazioni della Via Crucis. In fondo questa gente si identificava con la liturgia della crocifissione.
Erano i figli di Sisifo, che aveva imprigionato Thanatos per evitare il decesso dei mortali, i figli di Prometeo, che aveva rubato il fuoco agli dei per donarlo ai mortali, e per questo erano stati puniti per l’eternità. Gente che cercava la redenzione attraverso il lavoro manuale: nelle viscere della terra (Surfarara), in mare aperto (Contadini del mare), sulle colline (Parabola d’oro) – tirando le reti, tagliando il grano, estraendo lo zolfo. Gente che sembrava pregare attraverso la fatica delle mani.
Di cosa era composta questa alchimia? Era il cinema nella sua essenza, in cui il regista non registra la realtà, ma la vive in prima persona.
In questi documentari ritrovai la stessa umile empatia di De Seta che avevo conosciuto quarant’anni prima in “Banditi a Orgosolo”.
Non era solo il mondo dei miei antenati che mi era apparso davanti agli occhi, ma anche un cinema che non esisteva più. Un cinema che aveva il potere dell’evocazione religiosa.
La proiezione era durata meno di un’ora ma il tempo era passato lentamente, come se avessi abitato ogni suo singolo fotogramma. Era il cinema nella sua espressione migliore, capace di trasformare, che mi aveva permesso di capire cose mai capite prima d’ora e di vivere emozioni a me sconosciute. Mi sembrava di aver fatto un viaggio in un paradiso perduto.

Sono qui - Iacopo Zanon

sabato 19 maggio 2018

Dogman – Matteo Garrone

film scuro, anche quando è giorno, in un pezzo di terra colonizzato dagli umani, per vincere l'oscar della grande bruttezza.
per fortuna il film è davvero bello.
e per fortuna Garrone evita la violenza senza limiti insita nella storia, violenza che in quel quartiere si vede e si respira, anche senza volerlo, la lascia immaginare, ognuno veda la dose che può sopportare.
Marcello sembra uno uomo buono, senza troppe qualità, in realtà è un prodotto di quel luogo, di quelle situazioni, anche lui è coinvolto.
vuole essere amato, amico di tutti, ma certe volte bisogna scegliere da che parte stare, arriva quel giorno che bisogna fare qualcosa, e non si fa la cosa giusta (e nemmeno la meno sbagliata), e tutto il sorriso e l'ottimismo della volontà di Marcello si incrina, e va in pezzi.
resta poi la vendetta, per chiudere i conti, senza pietà, quando il tappo salta succede tutto, e anche di più.
Marcello è stato sposato, il tempo di avere una bambina, la luce dei suoi occhi, la ama ed è riamato, unici momenti di grande bellezza.
il film è pieno di individui brutti sporchi e cattivi, ci sono dei momenti in cui sembra essere un film di Claudio Caligari (è un complimento, s'intende),
Marcello ama i cani, i migliori amici dell'uomo, il contrario non è sempre vero, nessuna violenza sui cani è presente nel film, si tranquillizzino gli animalisti.
Marcello potrà finalmente farsi un negozio nuovo, dopo la vittoria al festival di Cannes, i cani saranno contenti.
è un gran film da non perdere, adesso al cinema.




qui Marcello Fonte si racconta, prima di vincere la Palma d’oro a Cannes

qui parla con la Palma d’oro in mano


come quasi sempre nel cinema di Garrone, il livello recitativo è straordinario. E pochi come questo regista sanno prendere ragazzi e uomini di strada (penso a Fonte -quasi al debutto- al protagonista di Reality o ai ragazzi di Gomorra) e farli diventare animali da cinema impressionanti.
Sono almeno altri due i punti di forza di questo film.
Il primo è la straordinaria scelta e relativo uso delle location, con questo spettrale "stabilimento" balneare, la piazzetta grigia e informe e la serie di negozi vecchi e laidi.
E' molto particolare la scelta di Garrone di darci questa immagine molto settantina ma ambientare poi il film sicuramente negli anni 2000 (vedi gli euro o internet) anche se espropriati di alcune sue caratteristiche quasi inscindibili come i telefonini.
L'altro punto di forza è in una fotografia magnifica, tutta sulla scala dei grigi e dei colori spenti, una specie di grana post-apocalittica in cui non troviamo mai, in nessun colore, in nessun cielo, in nessun luogo una possibile stilla di vita o vitalità…

Quella di Marcello è un'implosione che non pareggia i conti ma nutre la piramide di soprusi che si erge invisibile all'interno di un quartiere piallato dall'imbarbarimento: perché in questo universo orizzontale ad elevarsi sono solo le palazzine abusive, mai le persone. Il modo in cui i personaggi attraversano questi spazi immondi, come le vele di Scampia in Gomorra o l'ecomostro litoraneo de L'imbalsamatore, è l'essenza del cinema di Garrone, che relaziona l'uomo con un ambiente non più pensato per gli esseri umani, ma diventato labirinto per osservazioni entomologiche. 
Altrettanto importante è l'attenzione allo sguardo, tanto quello mite e dolente di Marcello quanto quello, ottuso e pieno di paura, di Simone. Come irreprensibilmente luminosa è l'interpretazione di Marcello Fonte nei panni del canaro - dimensioni da fantino e leggerezza da acrobata circense - è opaca e devastante quella di un irriconoscibile e gigantesco Edoardo Pesce nei panni di Simone: un pitbull che è l'esatto prodotto del suo addestramento e ha la gravitas dei sogni andati a male. 
Garrone riesce nel miracolo di costruire una narrazione disperante disintossicandola dalla volgarità dei talk show, e restituendo dignità ferita a tutti personaggi

da qui

…Mezz’ora di cinema della crudeltà e della minaccia, cinema etologico più che antropologico, dove a surriscaldare la temperatura emotiva e il grado di abiezione arriva Simoncino detto Simone, corpo e faccia pestata da pugile che non ce l’ha fatta, e adesso svoltato in piccolo criminale di zona, in sistematico sopraffatore dei deboli, in ottusa macchina produttrice seriale di violenze e soprusi. E la sua vittima preferita è il mite ma non innocente dogman Marcello, che gli procura la coca di cui è dipendente senza peraltro essere da lui pagato. Rapporto asimmetrico che è anche confronto-scontro di due virilità opposte, quella fragile di Marcello e quella prevaricatrice di Simoncino. Per una buona mezz’ora il film promette grandi cose, e già si immagina quanto di esplosivo uscirà da quella relazione tra incube e succube, tra carnefice e vittima (non priva di analogie con un’altra coppia maschile garroniana, quella del capolavorissimo L’imbalsamatore)…


Who's Hungry? - David Ochs

venerdì 18 maggio 2018

Il dubbio - Un caso di coscienza - Vahid Jalilvand

colpa, responsabilità, rimorso, dubbio.
per tutto il film il dubbio è sulle cause della morte di un bambino.
intanto si vede che anche in Iran le classi esistono, e i poveri sono davvero brutti, sporchi e cattivi.
Kaveh provoca un piccolo incidente, che gli cambia la vita, Moosa, disperato, vuole vendicare il figlio e rischia di passare la vita in galera.
un film che non ti molla mai, non ti puoi distrarre, e anche a te, forse, resterà un dubbio.
un film che merita molto, buona visione - Ismaele


qui il primo film di Vahid Jalilvand






Jalilvand è particolarmente attento ad evitare il manicheismo e i dilemmi esistenziali si dipanano in un labirinto che non prevede vere dispute nelle quali inchiodare buoni e cattivi. Le condizioni umane vengono tracciate con pochi tocchi e, come ovvio che sia, partendo da sfere culturali e pratiche la posizione di un rispettabile medico prevede al cospetto della società dominante rispetti e credibilità non equiparabili a quella di un invisibile padre di famiglia devastato da problematiche irrisolvibili.
Nel rilanciare il gioco dell'indagine psicologica Kaveh sembre avere come unico confronto diretto quello con la moglie, che provvede ad amplificare l'insolubilità del dubbio, mentre la già fragile ragione di Moosa si imbatte con il venditore del cibo avariato che sarebbe stato fatale per la dipartita del figlio. E, dunque,  la miseria umana di un nucleo si scontra con esistenze non molto più agiate, causando collisioni materiali che appiattiscono e annullano ancor di più classe sociali già marginali.
Le scelte del medico non si ergono a bilance della giustizia nazionale, ma partono piuttosto da una coscienza che fino ad allora, presumibilmente, aveva trovato risposte senza prima porsi domande.
Il regista fa avanzare la storia mettendosi al servizio del suo script, con una pulizia che permette di introdursi negli ambienti della Teheran di oggi, nonché nella testa delle persone che ci vivono e che vediamo protagoniste del film. Un risultato encomiabile e che sa appassionare e al quale è possibile muovere però un'obiezione: la coda che si sofferma sul post-riesumazione della salma è di troppo. Jalilivand vuole provare a superare la sospensione finale tipica di alcuni film di Farhadi, non rinunciando però a tenere seminascosta la certezza che ha dato scaturito il dramma, rivendicando rispetto all'illustre collega un approdo più frontale alla psicologia del suo protagonista. Ma la diretta essenzialità galleggia in una involontaria sottolineatura. Che non preclude però un altro prezioso ritaglio della bandiera di una nazione che è fondamentale mantener  viva nella cinematografia contemporanea.

Il dubbio – Un caso di coscienza ci parla di responsabilità e di ripercussioni – anche terribili e involontarie – che ogni nostro comportamento può avere sugli altri.

Ci racconta il dolore che prova un padre che sente di aver provocato la morte del proprio figlio, la crisi di una coppia (improvvisamente distante ma allo stesso tempo vicina) che ha perso quello che aveva di più caro, i sensi di colpa e le paure che affliggono il medico diviso tra il coprire il fatto e il coraggio di affrontare la situazione con il rischio di perdere il lavoro e la reputazione.
Lo fa attraverso i gesti, gli sguardi, i silenzi e le grida. Potrebbe servire ad alleviare il dolore riesumare il corpo e fare un’altra autopsia volta ad accertare un’altra verità o aggiungerebbe solo sofferenza a sofferenza?
Difficile dirlo. Perché questo film ci sottolinea che la verità è relativa: tutto dipende da quello a cui vuoi o scegli di credere. Questa storia dura ci porta così a riflettere non solo sul mistero della morte, ma anche sulle grandi questioni esistenziali che accompagnano l’uomo. D’altronde come diceva Oscar Wilde: “Credere è profondamente noioso. Dubitare è profondamente avvincente”.

L’autore iraniano compassa lentamente gli spazi vuoti che offrono un asilo claustrofobico ai personaggi con movimenti di macchina misurati che dilatano all’inverosimile io tempo degli impasse che spadroneggiano i tempi narrativi dell’opera. Quella di Jalilvand è una sorta di elegia alle scelte sbagliate, delle elucubrazioni sulle conseguenze che potrebbe aver avuto il risolvere un dilemma nella maniera opposta a quanto fatto in passato. Forse qui un po’ scade, non valutando il flusso degli eventi come sottoposto alla Grazia, rintanandosi leggermente in un antropocentrismo più borghese di quanto il film non voglia essere; anche se, fatta eccezione per qualche sbandata naïf, il discorso sull’uomo come e e l’uomo come si sognava rimane, al netto di tutto, abbastanza interessante e portata avanti con decisione.
No date, no signature riesce a mantenere in equilibrio tutti i discorsi che porta avanti, dalla disamina psicologica del suo protagonista fino alla parte più thriller, il tutto danzando sull’orlo dello smielato ma senza caderci e soprattutto con l’abilità ditrasmettere la forza emotriva dietro di sé con semplicità. Sebbene la sua filmografia conti appena un paio di film e null’altro, chi scrive è sicuro che Jalilvand possa già considerarsi un autore in piena regola, al cui futuro andrebbe prestata molta attenzione nei prossimi anni.

giovedì 17 maggio 2018

Vivere (Ikiru) – Akira Kurosawa

come allora, ai tempi del film, la burocrazia comanda, ciascuno è un ingranaggio di una macchina impersonale, e nessuna si chiede più cosa può fare, si accontenta di essere una rotella dell'ingranaggio, non si fa più domande, non sa più sognare la possibilità di un'alternativa.
Vivere è un film senza scadenza, e tutti lo possono capire.
e se al soggetto si aggiunge una sceneggiatura perfetta e una regia di un autore che sta nell'Olimpo dei registi, ecco perché non si può non vedere questo film.
ma se sei contento con i film a colori e solo quelli, se hai voglia di ridere, quando guardi un film, di rilassarti, di ingannare il tempo, il consiglio è di lasciar perdere Vivere.
per i pochi altri, buona visione - Ismaele

QUI il film completo in italiano








I saw "Ikiru" first in 1960 or 1961. I went to the movie because it was playing in a campus film series and only cost a quarter. I sat enveloped in the story of Watanabe for 2 1/2 hours, and wrote about it in a class where the essay topic was Socrates' statement, "the unexamined life is not worth living."' Over the years I have seen "Ikiru" every five years or so, and each time it has moved me, and made me think. And the older I get, the less Watanabe seems like a pathetic old man, and the more he seems like every one of us.

Vivere è un amarissimo ritratto di umanità realizzato da Akira Kurosawa. Il film è l’ immagine delle nostra piccolezza nel mondo, nello scorrere inesorabile ed indifferente delle nostre vite. Lo stupendo Watanabe prova a ritagliarsi un pezzo di immortalità, facendo per la prima volta nella sua vita qualcosa di significativo. È un eroe moderno, il personaggio interpretato da Takashi Shimura che usa come armi i sorrisi e la buona educazione con la disperazione di chi oramai non ha più nulla. Watanabe sa già che presto perderà la sua vita e vuole provare a darle il senso estremo. Ha provato riempire gli ultimi istanti con uno sfrenato edonismo ma non ha provato piacere e ha compreso come il trascorrere un’ esistenza sopra le righe cavalcando un’ illusoria felicità non sia in realtà un modo di vivere meno grigio rispetto al suo. Nella sua semplicità Watanabe vuole regalare agli altri piccoli istanti di felicità, che per lui si rappresenta perfettamente nell’ immagine di un parco, con tanti bambini che giocano. Cinque mesi dopo il protagonista muore e tutti si sono dimenticati di lui. Se il presente è destinato a personaggi più importanti, anche l’ eternità non è destinata agli uomini come Watanabe. Ma lui, andandosene su un’ altalena, in pace con tutto.. lui forse è uno dei pochi uomini a sapere quale sia il sapore della felicità. Que viva Watanabe.

Secondo molti Ikiru è il capolavoro di Akira Kurosawa. Indiscutibilmente è anche e soprattutto il capolavoro di Takashi Shimura, protagonista, co-protagonista o caratterista in tutte le opere del maestro.
Nato col nome di Koji Shimura da famiglia samurai legata al clan dei Tosa, disse di lui lo stesso Kurosawa: "era un leader anche se non sembrava, e questa era la sua forza". A suo agio indifferentemente nei panni di un carismatico samurai o di un medico ubriacone, di un saggio consigliere o dell'abate di un monastero, Takashi Shimura ha percorso assieme ad Akira Kurosawa una traiettoria che va dagli anni 40 agli 80: nato nel 1905, scomparve nel 1982 poco dopo la sua ultima apparizione in Kagemusha.
A cavallo degli anni quaranta e cinquanta le sue interpretazioni più memorabili, tra le quali Ikiru rimane indimenticabile. Meticoloso ed attento ad ogni particolare, Shimura era reduce da una appendicite che gli aveva dato un aspetto emaciato, che Kurosawa volle mantenere, e somatizzò talmente il suo personaggio da terminare le riprese con un'ulcera allo stomaco. Studiò attentamente la postura assunta nel tempo dai malati terminali di cancro intestinale, e ne riproduce nel film anche il caratteristico tono di voce in falsetto: era solito dire che la voce è uno dei componenti più importanti nella costruzione di un personaggio, e per ogni circostanza adottava un tono diverso. Segnaliamo che nella versione italiana Shimura è doppiato, e benissimo, da Mimmo Palmara, in un certo senso un samurai anche lui: raggiunse la notorietà nel periodo dei film "peplum", che narravano le avventure di eroi mitologici come Ercole o di pura fantasia come Maciste, interpretando nerboruti antagonisti, poi intraprese una brillante carriera di doppiatore.
Kurosawa spesso nei suoi film d'epoca mostra come il samurai sia pronto a morire in ogni momento, vivendo ogni attimo come se potesse essere l'ultimo della sua vita. In questo che è il più osannato ma forse tra i meno visti dei suoi film di ambientazione moderna mostra invece come l'uomo contemporaneo sia impreparato non solo a morire, ma anche a vivere. Solo un immenso Takashi Shimura, con una recitazione sommessa quanto forte - non per niente era anche lui un samurai - poteva permettere al Maestro di portare credibilmente sullo schermo la sua storia…

Soffermiamoci brevemente su quella che a mio parere è la caratteristica più rivoluzionaria di Vivere: la gestione del tempo. Stiamo entrando in un campo minato, in quanto per spiegare a fondo il meccanismo utilizzato dal regista per giocare col tempo cinematografico dovrei fare spoiler, ma vi GARANTISCO che nulla di ciò accadrà. Nella gestione dei tempi narrativi esistono due tecniche che permettono all’autore di scollarsi dal presente e modificare il tempo della narrazione. Queste tecniche permettono di narrare avvenimenti precedenti o successivi al tempo presente. Nella pratica queste sono costituite rispettivamente dall’analessi e dalla prolessi, meglio conosciute col nome di flashback flashforward. Ma questo lo sappiamo tutti. La peculiarità rivoluzionaria di Vivere nasce invece dal genio di Kurosawa. Egli mescola flashback e flashforward unendoli poi al tempo presente ed ottenendo una narrazione che risulta essere scollegata da qualsiasi quadro temporale. Semplicemente ad un certo punto il regista decide di far trascendere la propria opera da ogni dimensione temporale; ed è questo che rende Vivere un’allegoria cinematografica. Se non vi sono chiari il funzionamento e la portata di tale rivoluzione non ho altre spiegazioni per voi, affrettatevi a vedere il film e capirete di cosa sto parlando. Un’ultima cosa: il film è del 1952…

lunedì 14 maggio 2018

Latcho Drom - Tony Gatlif

se non conoscete Tony Gatlif, se non avete mai visto niente di suo, se non sapete da cosa iniziare, ecco Latcho Drom, un film unico di cui diventerete spettatori che non potranno trattenersi dal farlo conoscere a tutti, siatene certi.
godetene tutti - Ismaele





Latcho Drom è il capolavoro assoluto di Tony Gatlif, un film da vedere mille volte con occhi sempre diversi, con sentimenti ogni volta nuovi. Ripercorre, in modo ideale, il tragitto che i Romani (il nome completo dei Rom) compirono dall’India fino alla meta, anch’essa ideale, che è la Spagna. E’ un viaggio magnifico e pieno di colori, di immagini meravigliose che rischiano di rimanere per sempre nella mente del rapito spettatore. E’ un viaggio pieno di danze e di musica che mutano ogni qualvolta si attraversa un nuovo paese, una nuova città (anche Auschwitz) e che esplodono di gioia e contemporaneamente di delusione quando infine giunge la Spagna e tutto diventa flamenco, un flamenco che amaramente converge, e chiude il viaggio, verso il “lamento della gitana”. C’è tutto: l’India, l’Egitto, la Romania e non c’è neppure una parola, non c’è nulla di inutile o noioso. Ci sono solo la musica e le immagini, insieme, a declamare una poesia cinematografica di inaudita bellezza…

Poeticamente interessante è la scelta di recuperare la leggenda inventata dal popolo nomade per spiegarsi la propria dispersione: un carretto traballante appare nel deserto proveniente dall'India e nei sobbalzi lascia cadere masserizie e ragazzini, che sparpagliati ai bordi della strada inaugurano nuove comunità; allo stesso modo in questo musical, che non è documentario né racconta una fiction, si ripercorrono i luoghi toccati dagli zingari nei loro vagabondaggi non usando altro che i loro volti, i corpi perennemente agitati dal ritmo della danza e soprattutto la musica struggente ("Brucio il mio oroscopo che mi ha esiliato lontano da chi amo" è tra le prime strofe della canzone tradizionale che inaugura questo lavoro di fine antropologia), passionale, frenetica, dolcemente sofferente. Tramite questa si filtrano tutti gli umori e si setacciano le tracce che le terre attraversate hanno depositato nell'animo delle comunità erranti: ipnotico è l'inizio in Oriente, dove già si denota l'impianto del film che propone sempre un motivo filologico connotato dalla quotidianità dei lavori artigianali e dei rumori che diventano muzijka e gradualmente si confondono con l'esecuzione del brano, illustrato spesso da feste in cui risulta sempre chiaramente riconoscibile la zona del mondo che in quel frangente assiste al transito della carovana degli uomini liberi; l'uso del dettaglio per evidenziare la semplicità di vita simboleggiandola con oggetti, materiali e attrezzi primari trova un simmetrico dosaggio nelle inquadrature che isolano acqua, pane, fuoco per battere il ferro, per scaldarsi e per accendere tabacco da un lato e dall'altro fuggevoli insistenze sugli strumenti tradizionali, preparando le melodie che si scatenano dal connubio tra questi due elementi … e dal sapiente uso dei cromatismi che trascolorano dal giallo intenso del deserto del Gobi agli infuocati arancioni che incoronano la sinuosa ragazza orientale, adornata di mille collane e pendagli come l'albero attorno al quale si svolge la festa rituale, al rosso delle corna di un bue, fino ai blu in cui si immerge l'incontro annuale a Saint Marie de la Mer, in Provenza introdotto da un pezzo di splendido jazz alla Django Reinhardt, passando dal marrone cupo del Bosforo, rivitalizzato dal giallo ocra delle strade (e dei fiori) di Istanbul o al freddo grigio danubiano e al ghiaccio plumbeo di Auschwitz, che si contrappone alla solarità del flamenco andaluso con il richiamo alla lunga convivenza di cultura iberica e tradizione nomade conclusa dalla persecuzione di Isabella, evocata nel film. Mai comunque il film scivola nell'amarezza auto-compiaciuta: sempre pronto a ripartire verso una nuova avventura etno-musicale…


domenica 13 maggio 2018

Uno sguardo alla terra - Peter Marcias

a partire da un film di Fiorenzo Serra, del 1965, Peter Marcias racconta di allora e di oggi, fa raccontare alcuni grandi registi di documentari a cosa servono i documentari, come si devono fare, cosa si vuole raggiungere.
nessuno pensa più che un film possa cambiare il mondo, e però può far pensare, e magari solo cambiare le idee, l'approccio, i comportamenti, i pensieri di qualcuno, magari solo del regista.
si parte da un gran film, di un grande documentarista, che parla della Sardegna, e si scopre che dappertutto ci si pongono le stesse domande.
un film che merita - Ismaele


Qui qualche documentario di Fiorenzo Serra




Partendo da una delle terre più amate del Mediterraneo, la Sardegna, entriamo nel mondo del cinema. Il cinema del reale di una volta, il “padre” di questo nuovo cinema mondiale. 
Vincenzo Marra, Jose Luis Guerin, Claire Simon, Tomer Heymann, Sahraa Karimi, Mehrdad Oskouei, Brillante Mendoza, Wang Bing: grandi registi documentaristi discutono sullo stato di salute della Terra partendo dalle immagini del documentario L’Ultimo pugno di terra di Fiorenzo Serra del 1965. Un complesso work in progress polifonico nel quale la prospettiva di Fiorenzo Serra si fa innesco di una riflessione filmica ambiziosa, ben più critica e intrigante sulla scrittura dell’intimo e del sociale, sul confine labile tra illusione di neutralità e sguardo soggettivo.

…L’ultimo progetto di Peter Marcias è un documentario sui documentari. Il regista sardo parte da uno dei più importanti lavori del cinema del reale: L’ultimo pugno di terra di Fiorenzo Serra (1965).
Documentario che vide la supervisione di Cesare Zavattini e che nacque su promozione della regione Sardegna con l’intento di promuovere e celebrare i progressi del progetto di rinascita, che al contrario Serra presentò in chiave dubbiosa e poco ottimista.
Marcias opera una riflessione che si apre con la versione restaurata presso il laboratorio “L’immagine ritrovata” di Bologna del 2008 del film di Serra e mostra poi molti protagonisti della scena documentaria di oggi come Vincenzo Marra, Wang Bing, Brillante Mendoza, José Luis Guerìn e Claire Simon. Ma anche la giornalista Piera Detassis e lo storico Manlio Brigaglia.
Attraverso le loro testimonianze nella lingua d’origine in italiano, tagalog, spagnolo, francese, ebraico e così via emergono una serie di voci diverse che si esprimono attraverso le immagini…

Il risultato è un film che dell’opera (non più) censurata mostra il meno possibile, perché quello che davvero conta è il suo senso, il suo significante oltre il significato, il suo effetto in chi la guarda, la sua nuova e costante ricontestualizzazione. Partendo dalla Sardegna e dal film che l’ha portata sullo schermo in tutta la sua più bruciante intimità, Marcias si interroga nel corso delle sue interviste sul ruolo e sulla funzione del cinema documentario, sull’importanza dello sguardo e dell’umanità di chi tiene in mano la macchina da presa, sulle motivazioni che portano ad accendere una videocamera per catturare la realtà dando voce a chi in genere non ne ha, e non certo in ultimo sui corsi e ricorsi storici della “modernizzazione” che ribalta l’arretratezza, per i quali la Sardegna di sessant’anni fa è così simile all’Afghanistan di oggi, e per i quali, forse, anche la Sardegna di oggi non è poi così dissimile da quella sospesa fra tradizione e urbanizzazione, ma anche fra ancestrale appartenenza e triste necessità di emigrare, rimasta fissata sui rulli di pellicola di Fiorenzo Serra fra il ’60 e il ’64. Come suggerito già dal titolo, Uno sguardo alla terra è prima di tutto un invito alla visione, nel quale chi in genere produce immagini è ora chiamato a guardarne, e nel quale le immagini portano a un discorso più ampio e universale dove le tematiche e la poetica di un film orgogliosamente amatoriale scritto con Zavattini oltre mezzo secolo fa diventano l’occasione per confrontarsi sul senso stesso di continuare a filmare il vero…



venerdì 11 maggio 2018

Loro (seconda parte) - Paolo Sorrentino



se la prima parte (se fosse stato un film erotico soft, come quelli che si giravano in Italia negli anni ’70) poteva avere come sottotitolo Tira più un pelo di f… che un carro di buoi, la seconda parte potrebbe avere come sottotitolo I dolori e i turbamenti dell’anziano delinquente.
Toni Servillo è straordinario, come sa esserlo un attore come lui, e riesce anche a moltiplicarsi, e potresti commuoverti per quel ricchissimo e incompreso genio (secondo lui, S.) della finanza e della politica, tra le altre cose.
niente di serio esiste per lui, al di fuori dei suoi interessi, e non riesce a trattenersi quando può (e deve) essere amato, un gioiello o una barzelletta, o una battuta per lui pari sono, vuole solo essere amato e riverito.
un tempo si diceva che il personale è politico, nel film si vede che è tutto il contrario (S. docet, e gli allievi non mancano).
tutti vogliono usarlo, quasi sempre non ci riescono, e il tradimento, nell’amore per lui, sarà vendicato.
se un poco quel vecchio con un alito da nonno ti ha intenerito, ritorna in te, guarda e ascolta qui
Sorrentino e Servillo sono una bella coppia, al cinema fanno sempre una bella figura (la seconda parte è meglio della prima, ça va sans dire).
buona visione - Ismaele



Questo potente potentissimo che non accetta il declino, e proprio per questa ragione si perde (paradossalmente tornando però ai vertici), che non chiama Mike Bongiorno, l’amico di una vita, perché Mike ha solo ricordi dietro di sé e lui vuole invece avere un futuro davanti a sé, è un piccolo mostro dentro il quale Sorrentino e Contarello entrano come in Manhunter, con una totale immedesimazione con l’oggetto della caccia. I due capiscono così tanto Berlusconi da essere partecipi del suo desiderio di non morire dentro, di non essere vecchio, di continuare a piacere, continuare a essere il proprio mito, di esagerare con donne e feste per scacciare il declino. Nel loro Berlusconi c’è una pulsione così forte verso la vitalità che è impossibile non condividerla, la lotta umanissima per non tramontare personalmente in un uomo che identifica il personale con il pubblico. Questa lotta egoista distrugge senza remore e senza empatia tutto quello che è intorno a lui: Veronica, Mike, gli amici, i politici e tutta la corte di miracoli che con le feste sperava di svoltare nella vita.
E proprio qui c’è l’ultimo grande tentativo, quello più fallimentare, di un film che alterna (come troppo spesso capita a Sorrentino) il sublime con il raccogliticcio, l’elevato e riuscito con il posticcio e il puerile. Come già in Il DivoSorrentino ha l’ambizione di demistificare una figura gigante su cui esiste già una chiara mitologia. Di Andreotti voleva cancellare l’idea di uomo intelligentissimo e al suo posto fondare una mitologia vampiresca e ombrosa. Con Berlusconi vuole cancellare la sua narrazione, quella del grande imprenditore vincente, e creare quella del gaudente e vitale, del venditore ovvero “l’uomo più solo del mondo perché parla sempre, senza ascoltare” (come gli dice Ennio Doris, interpretato sempre da Servillo in un’idea geniale di moltiplicazione di Berlusconi nei suoi collaboratori) infelice anche se finalmente al governo.
Lo si capirà nello showdown finale con Veronica, il momento culminante del film che tuttavia è anche il più diretto e sfacciato di un’opera che invece in più punti sa essere sottile e realmente umana.

Loro altro non è che uno stralcio iper-realistico dell’ultimo quarto di secolo della storia d’Italia, tratteggiato dal regista napoletano con la consueta cifra stilistica felliniano-grottesca. Magistralmente. Come magistralmente Berlusconi ha saputo incantare buona parte del Paese. Vendendo sogni impossibili. «Un torero», come lo ha definito Sorrentino parafrasando Hemingway. Un torero che, ancora oggi, ottantaduenne, si agita nell’arena.

…La visione d’insieme di Loro è deficitaria proprio perché la scrittura sembra perdersi nell’universo di un uomo (e suoi derivati) che è un calderone ribollente, una megalomane controversia così costante da diventare coerente.
Da qualche parte di questa galassia, anche le certezze di Sorrentino si smarriscono e chiedono informazioni ai passanti; persino le sue metafore, i suoi simboli e le sue esagerazioni divengono improvvisamente di imbarazzante innocuità.
Nel declino dell’iniziale vigore c’è spazio anche per una superflua parentesi sul terremoto a L’Aquila, pane raffermo e compassato per denti retorici, talmente poco sorrentiniano che sembra imposto.
Ripercorrendo a ritroso l’intero tragitto di Loro, la sensazione è quella di un viaggio suggestivo ma incompleto, più improvvisato che studiato, a cui sfugge la sintesi di tutte le sue riflessioni, conducendo ad un capolinea di gran lunga più estetico ed autocontemplativo che utile o analitico.

Se hai messo in piedi un film di oltre tre ore sulle avventure di Tarantini e le sue 28 mignotte a Villa Certosa, in qualche modo devi portare a termine quel film che hai iniziato, non puoi partire da altre parti. O forse lo puoi fare, ma devi portarmi qualcosa di altrettanto forte. Invece Sorrentino liquida banalmente, con una battuta, la coppia Scamarcio-Axen, come due parvenu che sono stati giocati dai professionisti, e parte per un altro film, tutto fatto di dialoghetti, mostrandoci Veronica che vuole il divorzio perché ha letto troppi articoli di Travaglio, e non perché l’ha visto far lo scemo ai Telegatti, come nella celebre lettera a “Repubblica”.

LORO SORRENTINO BERLUSCONI SERVILLO VERONICA LARIO ELENA SOFIA RICCI
O mostrandoci il ritorno alla Presidenza e subito dopo il terremoto de l’Aquila. Tutte cose che ben conosciamo, è vero, ma che non servono a chiudere il film, perché il film è già chiuso da tempo. La commedia alla Dino Risi, diciamo, era quella che vedeva la scalata della coppia di parvenu a corte, ma i due personaggi vengono quasi dimenticati nella seconda parte.

LORO IL BUNGA BUNGA BY PAOLO SORRENTINO
Se Loro 1 poteva imbarazzarci per una prima ora troppo molestatrice, e sembrava irrisolta perché aspettavamo la seconda, la seconda, a sua volta, è irrisolta perché non rispetta nessuna costruzione narrativa e si sfalda in qua e là. Peccato.

LORO BERLUSCONI BY PAOLO SORRENTINO
Perché Loro 2 ha almeno tre scene magistrali, e offre a Toni Servillo grandi momenti. E abbiamo capito che più Sorrentino si allontana dalla realtà, dalla cronaca da docufiction, da quello che i lettori del Fatto e di Repubblica pensano sia la realtà, più il suo sguardo pop grottesco funziona. Detto questo, anche se non è un film compatto, rimane un grosso tentativo di capire quello che abbiamo in Italia in questi ultimi vent’anni. E in una stagione così disastrata, non è poco. Certo, contro Thanos e gli Avengers può fare poco.

Vien quasi il dubbio che Sorrentino abbia come smarrito la via maestra che si era prefisso e abbia finito per essere sovrastato da una materia strabordante, che non riesce più a governare nemmeno in un film doppio. Se è giusto che certi personaggi restino senza spiegazione (il misterioso «dio» della prima parte o il valletto-segretario biancovestito con la calvizie di Dario Cantarelli), si fatica a capire l’uscita di scena sottotono della coppia Scamarcio/Axen, il frettoloso accenno al consumarsi della storia tra il ministro Recchia e la bella Tamara, lo spegnersi della luce di Kira (una Smutniak che in nome del suo ruolo da «ape regina» finisce per scavalcare con eccessiva facilità i limiti del buon gusto). E quando invece il film sembra trovare un respiro più disteso, ecco che torna a far capolino un moralismo ai limiti del didascalico, come nell’insistito dialogo tra Berlusconi e una Veronica decisa a divorziare. O in quello altrettanto superficiale con una ventenne, che sembra costruito solo per permettere una battuta a scoppio ritardato (quella sull’odore del detergente per dentiere). Per non parlare dell’insistita volgarità con cui sono riprese le «olgettine» mentre cantano «meno male che Silvio c’è».
È proprio l’effetto d’insieme che lascia insoddisfatti, il disequilibrio tra le scene, l’ambizione di voler dire tutto – privato, pubblico, politica, amicizie, ambizioni, fallimenti – senza cercare di trovare un filo che quel tutto lo leghi e lo interpreti. E che un finale con troppe ambizioni metaforiche – la statua di un Cristo dolente che viene salvata dalle macerie del terremoto dell’Aquila, tra la folla muta che osserva – finisce quasi per ricondurre a scherzo blasfemo. Non si capisce se monito a un mondo che sembrava insensibile alla sofferenza o sguaiato paragone alle macerie in cui si ritrova chi si credeva indistruttibile.

martedì 8 maggio 2018

Anche le tartarughe volano – Bahman Ghobadi

una storia di bambini, che sopravvivono nello schifoso mondo dei grandi e dei masters of war.

un villaggio curdo di sfollati, in Iraq, poco prima dell'invasione di guerra e della caduta di Saddam.

Satellite è un ragazzino intraprendente, che gestisce lo sminamento, certi bambini perdono qualche arto, sono sempre sorridenti e fiduciosi in Satellite, uno di loro.
poi appare una ragazzina, con un bambino cieco e un ragazzino senza braccia.
Satellite si innamora, e niente sarà come prima.
questo è un film straordinario, che non ti dimenticherai più.
vuoiti bene, cercatelo e soffrite,  - Ismaele






QUI il film completo con sottotitoli in inglese



Al di sotto dell’orrore il regista ci mostra la natura innocente. 
La tecnica di Ghobadi è sopraffina. Sul piano formale il film è ineccepibile. 
Il suo Cinema è intriso di violenza e sopraffazione ma non pessimista. Come scritto in apertura, attraverso queste immagini egli si scarica di parte di un peso. E noi che siamo pronti ad accoglierlo, nella nostra cecità, scarsa informazione, sprovvedutezza, veniamo a conoscenza di qualcosa che ci arricchisce e ci interroga. 
In Italia è passato solo in qualche rassegna; è un film da recuperare assolutamente per il tema che tratta e perché dinanzi a Ghobadi abbiamo a che fare con un Cinema di altissimo livello.

I wish everyone who has an opinion on the war in Iraq could see "Turtles Can Fly". That would mean everyone in the White House and in Congress, and the newspaper writers, and the TV pundits, and the radio talkers, and you -- especially you, because you are reading this and they are not.
You assume the movie is a liberal attack on George W. Bush's policies. Not at all. The action takes place just before the American invasion begins, and the characters in it look forward to the invasion and the fall of Saddam Hussein. Nor does the movie later betray an opinion one way or the other about the war. It is about the actual lives of refugees, who lack the luxury of opinions because they are preoccupied with staying alive in a world that has no place for them…
Last week I was on a panel at the University of Colorado where an audience member criticized movies for reducing the enormity of the Holocaust to smaller stories. But there is no way to tell a story big enough to contain all of the victims of the Holocaust, or all of the lives affected for good and ill in the Middle East. Our minds cannot process that many stories. What we can understand is The Boy With No Arms, making a living by disarming land mines like the one that blew away his arms. And Satellite, who tells the man in the city he will trade him 15 radios and some cash for a satellite dish. Where did Satellite get 15 radios? Why? You need some radios?