domenica 9 dicembre 2018

Santiago, Italia - Nanni Moretti

Nanni Moretti gira un documentario che parla di ieri, ma non solo.
quando cadde il governo cileno nel 1973 nessuno (se non i fascisti), da noi, sosteneva i militari.
e questo non è un film imparziale, grazie Nanni Moretti!
e per i numerosi esuli cileni, quelli sfuggiti ai torturatori e agli assassini, le porte erano aperte, in Europa, e sopratutto in Italia.
altri tempi, se oggi impunemente i fascisti possono assediare fisicamente l'ANPI (qui), e se il ministro dell'Interno è sempre su Facebook e Twitter, non per condannare e perseguire Forza Nuova, ma per prendersela col "regista radical-chic" (da qui).
ascoltare le interviste è un tuffo in un passato in cui la politica era una cosa nobile, la solidarietà e l'umanità erano ancora vive.il film è in una trentina di sale, solo, non perdetevelo - Ismaele








Santiago, Italia racconta della poco conosciuta comunità cilena rifugiata nel nostro paese a seguito del golpe militare contro il presidente socialista Salvador Allende del 1973. La dittatura militare che venne instaurata con il colpo di stato era insostenibile per gli abitanti cileni; i quali si vedevano strappati sotto gli occhi ogni forma di democrazia sostituita da un pesantissimo regime di terrore. Coprifuoco, manifestazioni di forza da parte dell’esercito, sospetti dissidenti fatti sparire e torturati dalle autorità; tutto sotto gli occhi indifferenti del mondo…

Facendo raccontare agli esuli il modo in cui l’Italia li accolse, non solo trovandogli un impiego (chi a Milano, chi nella rossa Emilia-Romagna, chi a Roma, chi altrove) ma integrandoli nella società. Facendogli sentire tutta la vicinanza umana, e non solo politica. Allora, nell’ultima parte di Santiago, Italia, si riesce a cogliere in profondità il senso dell’intera operazione portata a termine da Moretti. Com’eravamo? Come siamo diventati? Come è stato possibile? Nell’Italia che si oppone in modo becero, violento e disseminando paure alle migrazioni acquista un valore politico enorme ricordare che un’altra Italia è esistita. Un’Italia veramente popolare, memore della lotta partigiana che aveva riscattato il Paese dopo venti anni di mostruosità fascista. Un’Italia che era pronta a rispecchiarsi nell’altro, a trovare dei punti di connessione, a credere nel valore dell’umano esistere. A credere nella politica come luogo dell’incontro, della lotta comune, dello scambio di pensieri e opinioni. Quell’Italia, che pure era a rischio golpe a sua volta (il tentativo di rovesciare lo Stato da parte di Juno Valerio Borghese era del 1970) e che viveva nel cuore degli Anni di Piombo, aveva anche nelle fasce meno protette un popolo vivo, solidale, empatico. Ora gli esuli cileni che scelsero di rimanere in Italia, dove magari si erano ricostruiti una famiglia, sono ancora lì a ricordare tanto la loro amata patria socialista sotto Allende, tanto una penisola che li accolse e li rese parte di un processo sociale in divenire. Ma dov’è quel popolo? Che fine ha fatto? Dove si nasconde? Queste sono le vere domande che pone Santiago, Italia, e che chiudono un documentario aprendone di fatto un altro, che probabilmente non verrà mai girato. Queste sono le vere domande che sarebbe necessario porsi, perché come racconta uno degli intervistati nel 1973 l’Italia sembrava una nazione che aveva in qualche modo messo in atto le politiche che ad Allende erano state negate con la forza. Anche oggi l’Italia assomiglia al Cile, ma solo negli aspetti più deteriori di quella nazione

Parallelo al binario della memoria, infatti, scorre ed emerge nell’ultima sezione come vero cuore dell’operazione morettiana quello che attraverso il Cile guarda all’Italia di ieri e di oggi: come eravamo e come siamo diventati. Non solo a livello politico, ma a livello sociale, popolare, morale, umano.
Eravamo un’Italia post-bellica, socialdemocratica, antifascista e ancora ben salda nella sua memoria partigiana. Eravamo un’Italia accogliente e ospitale, che credeva nella reciproca collaborazione e nella dialettica, che credeva nei valori dell’umano, che sapeva “sentire” l’altro. Prima con i diplomatici in Cile che permettevano a tutti i comunisti e agli oppositori perseguitati da Pinochet di saltare il basso muro di cinta per entrare in ambasciata rinunciando di fatto al proprio Paese ma avendo salva la vita, e poi qui, nella rossa Emilia come nelle campagne, a Milano come a Roma, con la brava gente comune incredula e indignata di fronte alla barbarie del golpe e disposta a dare rifugio e lavoro agli esuli cileni, ben felice di integrare appieno e aiutare in qualsiasi modo chi era stato considerato un nemico e calpestato dal proprio stesso governo, rifiutato e represso dalla propria terra. Quarantacinque anni dopo siamo diventati un’Italia sempre più imbarbarita, chiusa, ignorante, xenofoba, inospitale, liberticida, egoista, sadica, fascistoide nell’indole. Un’Italia ormai soffocata nella sua umanità dalle gabbie del capitale, da chi realmente detiene il potere, da chi può sospendere – dalla scuola Diaz in poi, passando per i morti di Stato, per le ripetute aggressioni a chi ha la pelle più scura e per le navi di migranti respinte – la democrazia. E il ricordo del Cile acquisisce così, nella costruzione morettiana di un’Italia etica, politica e strabordante di valori umani e combattenti che non esiste più, il senso inedito e agghiacciante di monito, graffiante e sempre più urgente, per il nostro futuro…


...Mi sembra però che, dalle testimonianze che il film colleziona, emerga un'altra parola: “antifascismo”.
È una parola che, di questi tempi, in tanti non amano sentire («È una parola che non si porta...», mi dice G.), forse perché troppo connotata rispetto al più generico ed ecumenico “accoglienza”. Eppure, è in nome di una profonda convinzione antifascista che i rifugiati cileni trovarono ospitalità in Italia; è in nome della comune lotta antifascista che tutti i partiti dell’epoca (dai repubblicani ai democristiani ai comunisti, come ricorda uno dei testimoni) decisero di non riconoscere il governo dittatoriale di Pinochet; ed è stato (anche) grazie a una diffusa cultura antifascista che i rifugiati godettero del supporto e della vicinanza della popolazione comune – e non solo nelle regioni “rosse” – nonostante quegli anni fossero tutt’altro che facili, anche nel nostro Paese. Santiago, Italia non è tanto una “bella storia”, quanto la storia di un “tessuto umano” unito, compatto, solidale. Ciò che aveva reso “belli” gli anni della militanza socialista, ricorda uno dei testimoni, era stata la capacità di agire collettivamente per spendersi a favore degli altri. Con “parzialità”, naturalmente: perlomeno nella misura in cui si è deciso di compiere una precisa scelta politica. Forse è di questo, sembra suggerire il film di Moretti, che dovremmo avere una grande nostalgia, oggi.


…Tra i sorrisi e le lacrime si ripercorre una storia d’accoglienza e integrazione che ha dell’incredibile. E che solo apparentemente sembra riecheggiare la famosa formula del «ni perdón ni olvido». Perchè invece di perdono ce n’è eccome. C’è verso i delatori che hanno rivelato il nome di un compagno sotto tortura. E c’è, in fondo, anche per quella generazione di ex militari, ora incarcerati, che potrebbero essere i nostri nonni. Ma non c’è oblio, quello no. Santiago, Italia è un piccolo monumento della memoria. E come tale andrebbe visto e maneggiato.
Moretti con la sua prospettiva indiretta, avvolgente, forte di una ricca carica emotiva, dà origine a un film intelligente e sensibile. Classico nell’impostazione e tagliente nei contenuti. A completare il corredo qualche gemma di repertorio e un montaggio equilibrato delle interviste. Il risultato è la lucida fotografia di un’epoca che guarda al passato ma parla inevitabilmente (e drammaticamente) al presente – e lo fa con quattro semplici parole: «Io non sono imparziale». Per tutti coloro che già lo amavano dal cinema di fiction, ecce… documentario!

Non mancano comunque le evocazioni delle classiche alla Moretti, le nostalgiche madeleine sulle eccellenze sanitario-scolastico-lavorative dell’Emilia Rossa o una strana invasione di campo, anzi in campo, fisico-coroporea di Moretti, un intervento stilisticamente alla Michael Moore. Quando il regista romano “incastra” il vecchio torturatore incarcerato da tempo che svela di aver accettato l’intervista per l’imparzialità del documentario, eccolo comparire a favore di camera per dire: “Io non sono imparziale”. Figuriamoci, di fronte alla dittatura di Pinochet chi potrebbe non esserlo. Solo che questa tensione ieri-oggi, Cile-Italia, ci scusi il buon Nanni ma ci sembra un tantino autoreferenziale e tirata per i capelli o che, nella sua definitiva elaborazione cinematografica, non abbia quello smalto, quella grinta, quella contemporanea ragion d’essere.



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