giovedì 10 agosto 2017

1981 - Indagine a New York (A most violent year) - J.C. Chandor

Abel Morales, un immigrato di Portorico, è riuscito a diventare un imprenditore, ma facendo il suo lavoro secondo le regole che le leggi impongono ha delle grandi difficoltà.
è il migliore nel suo campo, ma i concorrenti, che conosce bene, fanno di tutto per farlo cadere.
lui vuole giocare pulito fino all'ultimo, non sapremo se ci riuscirà.
ottima sceneggiatura, grandi interpreti, un gran bel film che non delude, anzi... - Ismaele





…Il nocciolo miracoloso dell’opera sarebbe questo, il dilemma tra fortuna e pervicacia, le conseguenze disastrose della sorte o del successo sull’animo umano. Non basta, il prodigio più grande è che il film non si ispira ma respira il cinema di quell’età di mezzo, c’è Friedkin, Cimino, De Palma, e poi Lumet, Mamet, Pollack, Jewison. Suoni, sonorità, sociologia, affreschi di interni, inseguimenti di macchine, corse a piedi verso il nulla, Brooklyn, la neve, l’immondizia, i mafiosi, le banche, i sindacati, i vestiti, i loft, la rabbia. Tutto, tutto, proprio tutto è dell’anno (non) di grazia 1981, pure la mancanza di pietà, da allora mai più pervenuta.
A 35 anni di distanza, A Most Violent Year è il viaggio definitivo al principio della notte, il ritorno a quel futuro senza distacco nè rimorsi né rimpianti, un buco nero che inghiotte, dissolvendola, la sterile nebulosa di questo eterno presente e riorigina dove i sogni di alcuni diventarono gli incubi di tutti. Sia lodato J.C. Chandor, sia lodato Oscar Isaac, sia lodata Jessica Chastain, sia lodato Elyes Gabel, sia lodato Alex Ebert.
Sia lodato il cinema.

Quella di Chandor è una New York viva, ma moribonda, preda di una decadenza morale a cui il suo protagonista cerca strenuamente di opporsi, ritrovandosi però costretto a scendere sempre più a patti con la realtà. Ne viene fuori un film strano, dal ritmo letargico ma bizzarramente ipnotico, una sorta di thriller placido che a tratti si risveglia con due o tre sequenze dalla potenza e dalla tensione fuori scala. E tutto ruota chiaramente attorno all'incredibile bravura di Oscar Isaac, che ancora una volta prende possesso di un film e lo domina dall'inizio alla fine, in ogni momento, in scene clou come quel fantastico monologo ai dipendenti ma anche in momenti più piccoli e apparentemente insignificanti. 1981: Indagine a New York è soprattutto suo, nonostante il resto del cast esprima comunque il magnetismo delle grandi occasioni, ed è anche e soprattutto per godersi un'altra notevole performance di uno fra i migliori attori sulla piazza che bisognerebbe gustarselo.

Ci sono alcune famose pagine in Pastorale Americana di Philip Roth, che ho sempre trovato formidabili a differenza di quasi tutti quelli con cui ne ho parlato (anche quelli che hanno amato quel romanzo), che le considerano invece la parte più insopportabile del libro. Mi riferisco a quando Roth si mette a spiegare il business dei guanti, come funziona la fabbrica dei guanti, come è fatto il prodotto, il disegno, le dita, i gusti dei consumatori – uomini e donne. Il lettore è costretto a calarsi in un groviglio di dettagli tecnici, tessili, industriali, economici – e restarci per un bel po’. Altri autori, forse, avrebbero mirato al nocciolo ideale della faccenda – gli affari, il commercio, l’ascesa di un imprenditore immigrato secondo il copione del Sogno Americano – senza perdersi nel nitty-gritty dei processi produttivi. Dopotutto, un’industria vale l’altra, no?, l’azienda dei Levov avrebbe potuto produrre anche bulloni industriali o costumi da bagno, e l’impronta morale del romanzo sarebbe rimasta la stessa.
C’è però una forza incredibile nelle storie che emergono dalle cose, piuttosto che venire imposte dall’alto dall’autore onnisciente. Il brulicare di dettagli tecnici può sembrare insignificante per chi vuole distillare un senso simbolico dai fatti; ma la realtà trabocca di minuzie e la cosa più difficile e potente del narrare è mostrare come da questi brandelli di vita emergano dei possibili (ambigui, tentativi, faticosi) disegni di senso.
C’è un tipo di narrazione densa ed elevata che abbraccia i fatti dall’alto per mostrare la portata delle idee che li vogliono spiegare. C’è invece quell’altro tipo di narrazione che nasce in basso tra le apparenti insignificanze della vita – i dettagli trascurabili e umili, irrilevanti per il disegno complessivo – per animare di vita vera e vibrante le storie che emergono nel complesso. Ci sono svariati modi in cui un autore può guardare ai dettagli – ma il modo in cui lo fa, quel movimento del racconto che piomba verso la concretezza singolare delle cose e si aggancia alla realtà e alla vita, è cruciale per il risultato alla fine ottenuto: se si tratta, cioè, di una parabola allegorica o di uno squarcio nella realtà delle cose…

la pacata compostezza dei gesti, a partire da quelli di un controllatissimo Oscar Isaac (l'attore più interessante della sua generazione, che qui - avendo palesemente per modello le prove più moderate di Al Pacino da giovane - regala probabilmente la sua miglior interpretazione grazie alla bravura di Chandor nel dirigere gli attori). E poi, la studiata pacatezza dei movimenti di macchina. La mdp - più spesso ferma che in movimento (ancora più che in Margin Call, dove tracciava spesso carrellate fra le geometrie degli ambienti) - scruta in realtà sovente la scena con dei leggerissimi, quasi impercettibili movimenti in avanti o indietro, che oltre a procurare una sensazione di intrappolamento, aumentano nello spettatore un'ansia sottile. Il ritmo è senz'altro lento, potremmo dire un "adagio": ma è una lentezza che vibra come una corda che pare immobile e che invece è tesa allo spasimo…

Forte di una fotografia meravigliosa che riesce a rendere grandiose le immagini pertinentemente vintage di una Grande Mela difficilmente resa così splendida e nostalgica prima, A most violent year si fa forte di una tensione di natura più psicologica che fisica, in grado di devastare interiormente la tenacia e la scaltrezza imprenditoriale di un uomo che lotta in modo impari contro una casta che cerca tendenziosamente e con l'inganno più subdolo di metterlo a tacere per sempre. Nel gran cast di nomi già citati, un Albert Brooks, trasformista, un pò laido un pò amicone, e perennemente con le mani nel sacco, completa un terzetto d'eccellenza che avrebbe meritato almeno la menzione all'Oscar.

una idea que funciona a la perfección: un hombre huyendo de una espiral de violencia, que sin darse cuenta le atrapa. Imagen que podemos capturar en una escena en la que Abel dice algo así como que pasó toda su vida evitando ser un gánster. Casi claudicando. Y el destino parece depararle otra cosa. Toda una declaración de intenciones. Afirmación que además supone un posicionamiento ideológico, pues se aleja de ese cine que enaltecía y todavía glorifica a la mafia, dotándola de un hálito glamuroso; a la altura de las propias estrellas de Hollywood. El personaje de Oscar Isaac, siguiendo con los antagonismos, podría ser el adverso del interpretado por Ray Liotta en Goodfellas(1990). Además reniega de la corrupción y del crimen como quien se repite una mentira una y otra vez para auto convencerse. Un mantra de fe. Se ratifica constantemente: impidiendo que su flota de camiones lleve armas, enfrentándose a su esposa que le reta por no saber proteger a los suyos, intentando demostrarle al fiscal que juega limpio. Pero en el fondo sabe que tendrá que sucumbir. Marcando sobre el tapete una última reflexión, esa que pone al éxito en el sistema capitalista en estrecha relación con la capacidad que uno tenga para infligir las normas. El precio moral de tener el skyline de Nueva York a tus pies.

mercoledì 9 agosto 2017

Il diavolo nel cervello - Sergio Sollima

peccato che Tino Buazzelli sia apparso così poco nei film italiani, qui è davvero bravo.
la sceneggiatura, oltre che di Sollima, è di Suso Cecchi D'Amico ed è davvero densa di colpi di scena, in un film che non si può rinchiudere in un genere (e meno male).
qualsiasi riassunto toglierebbe la sorpresa, guardate il film, è tempo ben speso, e poi ci risentiamo - Ismaele


QUI il film completo





Intrigante giallo psicologico che sfrutta al meglio una sceneggiatura molto ben scritta in cui i flashback non sono stati inseriti per ambizioni virtuosistiche da parte di Sollima ma sono funzionali allo sviluppo dell'intreccio giallo e la definizione del carattere dei personaggi che come ci vuole indicare la mano protesa nella locandina sono sei figure che girano intorno a degli interrogativi o per meglio dire sono loro stessi degli interrogativi…

Ottimo giallo. Ben scritta la sceneggiatura ricca di colpi di scena. Ottima la Sandrelli al tempo stesso bambina e donna sensuale (il suo nudo integrale), straordinaria la Presle suocera, monoespressione Dullea (ma ben doppiato) e "Nero Wolfe" Buazzelli insolito ma ottimo psicologo-detective; c'è pure la De Santis cameriera. La strana coppia detective piace, il finale ricco di tensione viene ben costruito a partire dalla scoperta dell'omicida. Un bel film, diverso dagli altri gialli dell'epoca.

…In this same way, Devil in the Brain deals with rationalization and denial. Sandra, in her infantilized state, denies anything is wrong, that she has any family aside from her mother, and that everything is just hunky dory. The Contessa denies that this situation is something she can’t handle. Further, she denies to herself that the killer could have been anyone other than little Ricky. She rationalizes that sending Ricky away is a great solution to this problem, as was covering up not one but two murders. Oscar (Keir Dullea) plays the old friend who returns from Venezuela to find the unrequited love of his life a devastated mess and his best friend dead. He rationalizes that developing a romantic relationship with Sandra at this moment in time is okay, because this is his big opportunity to start over with her (some would call this manipulation, but there you have it).
He also denies every explanation that his friend Dr. Emilio Buontempi (Tino Buazzelli) gives for what’s actually going on. This is despite the fact that Oscar called Emilio specifically to help him figure everything out. Oscar doesn’t actually want the truth. He wants this fantasy that he can control, even though, as he eventually finds out (and characters in situations like this always find out), the truth is something which can’t be contained. Emilio and Ricky are the only two characters in the film who are actively interested in the truth (of course, the film, as with all gialli, plays it a bit fast and loose with actual psychological theories), who don’t wear blinders like the others, although the two are also opposites in that Emilio is vocal about it and Ricky keeps it all locked up inside himself…
Sollima didn’t direct very many films. His career is split fairly evenly between theatrical and televised fare. Devil in the Brain is not what anyone would consider a technically outstanding movie, but it is solid in its craftsmanship. Where the film stands out is in its story, not its style. It’s difficult to even consider it a giallo, because it doesn’t wallow in the genre’s typical stocks in trade. There is no black-gloved killer careening through the cast of characters (in fact, there are only two murders in the film, only one of which the audience gets to see, and it isn’t gratuitously violent or stabby). There is no real sleaze to speak of. What nudity there is doesn’t feel immoderate. Instead, this is a well-written, well-thought-out story about repression and obsession and the consequences of both. It’s a film about characters and the self-destructive desires they have to cling to in order to give their lives meaning. Because without these things, ultimately, they have nothing (or, at least, they believe they have nothing).


lunedì 7 agosto 2017

Contratiempo – Paulo Oriol

quando leggo una recensione nella quale chi scrive dice che a un certo punto si capiva come sarebbe andata a finire, ecchepalle!
questi maestrini delle sceneggiature non sanno cosa è guardare un film, nella caverna di Platone, e lasciarsi prendere per mano dalla storia, farsi cullare da parole, immagini, emozioni, come facciamo noi bambini.
se non siete di quei maestrini il film di Paulo Oriol vi piacerà, quasi tutto non è quello che sembra, promesso (se così sarà cercate anche El cuerpo) - Ismaele






Ancora una volta Oriol Paulo parte da un cadavere per dipanare una sceneggiatura praticamente perfetta che porti poi a quelli che, a questo punto, possiamo quasi definire colpi di scena pauliani, tanto son clamorosi, tanto son belli, tanto son imprevedibili…

Giocando sul classico caso della stanza chiusa dall’intero, da Sherlock Holmes ad Agatha Christie, Oriol Paulo dimostra che i topoi non invecchiano mai, si rinnovano nella variazione sul tema, confermando quanto non si possano più escludere né i cultural studies, né gli studi comparatistici, né l’indagine tematica dall’orizzonte critico, in letteratura come al cinema; oltre a confermare l’ottimo stato di salute del cinema spagnolo.

 Nonostante la cura del comparto visivo, il film ruota tutto intorno alla sceneggiatura, che dovrebbe esserne il maggiore punto di forza. Abbiamo già detto che Paulo ha una lunga esperienza da sceneggiatore e si vede che in questo caso ce l’ha messa tutta per sorprendere lo spettatore.
Non aspettatevi la classica storia con il plot twist finale perché il regista si è preoccupato di tenere viva l’attenzione dello spettatore mettendo un colpo di scena ogni venti minuti circa.
Contratiempo è un continuo rimescolamento delle carte in tavola, un continuo ribaltamento di prospettiva, il che di per sé potrebbe anche essere interessante. Ma dopo l’ennesimo colpo di scena si inizia ad intuire dove andrà a parare il film e l’effetto sorpresa inizia a venire meno.
Ed è su questo versante, quello della sceneggiatura, che salta fuori il nome di Alfred Hitchcock…

 El resultado es un largometraje excesivo, neurótico y que coquetea constantemente con el absurdo, pero siempre atrapante, correctamente filmado y con un convencimiento absoluto de lo que cuenta. No será demasiado, pero sí suficiente como para convertirse en un más que digno entretenimiento veraniego.

Al igual que en su anterior trabajo-El Cuerpo- la nueva película de Oriol Paulo carece de un guion creíble, eso no es motivo para que el espectador pase algo mas de hora y media muy entretenido y según el grado de aceptación de las mentiras que Oriol nos ha contado salga mas o menos enfadado. Contratiempo juega todas su bazas en el poder de convicción y cuando descubres que el guion es puro artificio no es una sensación grata para el espectador saber que se han estado burlando a su costa…

 Oriol Paulo vuelve a demostrar que es un magnifico guionista, ya lo pudimos disfrutar en " Los ojos de Julia " y " Secuestro " y ahora aparte de guionista es el director de " Contratiempo ", que es su segunda película después de " El Cuerpo ". La película juega con el espectador y te mantiene en vilo hasta la escena final. A lo largo de la película hay unos giros de guión maravillosos. El montaje de la película es fundamental de lo bien que esta realizado. Los actores están todos bien pero destaco la actuación de Ana Wagener. 
Thriller actual de los buenos de los que te hacen pensar.

…En mi opinión “Contratiempo”, como buen thriller propone un juego en el que se debe voluntariamente entrar: con sus códigos, sus trampas, sus deslices, es decir, apoyándose en todos los recursos del género; y si, por el motivo que fuere, en vez de dejarte llevar por la historia el espectador se dedica a buscar y señalar errores, incoherencias o paradojas, el efecto encantador del filme desaparece por completo. Bien es cierto que hay infinidad de ejemplos en que estos errores son tan evidentes y manifiestos que uno puede llegar hasta sentirse ofendido pero creo honestamente que este no es el caso. No es perfecta pero ni “El sexto sentido” ni “Sospechosos Habituales” lo son. Y si lo hubieran sido entonces también serían películas menos sorprendentes y divertidas. Parte del espectáculo de un mago profesional también está en dejarse engañar.
Mi consejo es, siéntense y disfrútenla; el viaje sin duda merecerá la pena.


La dernière voix (The City Without Windows) - Julien Fonfrede, Karim Hussain



Les outrances visuelles de « Subconscious cruelty » auraient pu l'enfermer dans un monde essentiellement violent. C'était sans compter sur la particularité de Karim Hussain, qui possède un bagage cinématographique des plus intéressants.

Pour ce court-métrage, il décline de la science-fiction avec un partenaire derrière la caméra. Julien Fondrede est un ami commun de Mitch Davis, producteur attitré d'Hussain. Leur rencontre va donner lieu à un film très court – mois d'un quart d'heure pour de la SF c'est pas évident – sur lequel plane les manières du réalisateur.

On retrouve cette lenteur narrative propice à la réflexion. Mettant un point d'honneur à produire un texte propre, il parvient avec grâce et mélancolie à nous immerger dans cette cité. Sans jamais la dévoiler dans son ensemble il la dépeint parlant des altérations qu'ont subi les habitants. 
La portée sociale est de rigueur et le charme opère. Dans cet univers à l'environnement délétère, la communication a été brisée, les hommes ne peuvent plus se parler -maladie des cordes vocales -. La conséquence est une fracture raciale où certains font de leurs corps les ultimes messagers.
C'est ainsi l'alliance d'une forme poétique avec les impératifs des films futuristes.
La mise en scène prend évidemment tout son sens. Sous la noirceur, on retrouve encore des traces des artisans italiens des 60's– comme Bava – mais par bribes. Ce n'ets pas seulement un jeu de lumières, qui d'ailleurs est souvent dans des teintes jaunes déprimées. Mais le sang sur le derme pale, l'absence de visions lointaines donnent une impression étrange mais enivrante.
C'est beau tout en étant très intelligent, philosophant encore bien que les mauvaises langues pourront y voir une forme d'artificialité.
La voix évoquera la vérité, le rôle de la communication et expliquera simplement les quelques choix opérés au sein de la collectivité.

Si les deux compères n'ont pas le temps de développer toute une mythologie, ils usent d'un procédé simple et qui ne laisse qu'une parole, une seule voix, la narratrice. Ce son péniblement sorti associé une bande-son envahissant l'espace de manière sourde donne du corps à l'absence – communication, solitude, vivacité -.
C'est donc un petit bijou aux atours mélancoliques. Son ambiance parfaitement restituée est un tour de force que les deux cinéastes peuvent être fiers d'avoir accompli. La mise en scène est à nouveau pertinente.

giovedì 3 agosto 2017

Melancholia – Lars von Trier

sappiamo che la nostra vita finirà, è normale, pensiamo e lo è, ma non cambia praticamente niente nella vita di tutti i giorni.
quando sai che la data di scadenza, con grande precisione, è fra pochi giorni, allora cambia tutto.
non puoi più controllare niente, succederà quella cosa, finale.
i personaggi del film sono tutti lì, in attesa, girando la faccia, non ascoltando, sperando, poi non c'è niente da fare.
qualcuno non ce la fa, ad aspettare, per qualcuno sarà una liberazione dai tristi pensieri quotidiani, i bambini non capiscono bene, non hanno niente da perdere, tutti aspettano.
e quando tutto questo lo vedi in un'opera dove la profondità dei personaggi è davvero buona, lo spessore del ragionamento fatto sopra appare con una chiarezza e una terribile bellezza che hanno solo le grandi opere d'arte.
cercatelo e godete e soffritene tutti, è davvero uno di quei film che resisteranno al tempo, sicuro - Ismaele







…Rasentando le logiche dell'incubo in una stridente intensità che accorda lo stato d'animo dello spettatore a "l'epoca dei miracoli crudeli" di Von Trier - con l'accompagnamento di una fotografia sontuosa e del prologo al "Tristano e Isotta" di Wagner - è un'ouverture grandiosa e solenne che non lascia spazio a speranze alcune: piogge di uccelli morenti, piedi che affondano in un terreno marcio, Melancholia che infine distrugge la Terra.
Nella sua abbagliante bellezza questo prologo, composto da tableau vivant che decidono d'animarsi, offre uno dei momenti più estetizzanti del cinema degli ultimi anni. Con buona pace di trascurabili interpretazioni psicologistico-biografiche circa l'autore è importante invece restare aderenti al tessuto del filmato. Al cammino delle due sorelle, Justine (Kirsten Dunst) e Claire (Charlotte Gainsbourg), verso l'inevitabile morte….
 Il solco naturale della morte è l'orizzonte di "Melancholia", o meglio: lo scarto abissale tra la certezza della propria morte e la certezza nella data della propria morte. Nel primo caso l'uomo conduce la propria vita come fosse immortale, nel secondo è chiamato ad affrontare la sua più intima natura, quella dell'essere votato alla fine. Dell'essere un destino di morte. Se perciò il sentiero è già intrapreso è il cammino tutto ciò che conta….


Von Trier non ci parla della Fine ma dell' Attesa della Fine. Melancholia finisce dove di solito tutti gli altri film catastrofici iniziano.
Melancholia racconta l'apnea, non il momento in cui si affoga.
Perchè, e Von Trier lo sa, l' Uomo non ha tanto paura della morte quanto del saper di dover morire.
Si parte con un prologo in cui per la seconda volta (dopo Antichrist) il regista danese ha il coraggio di sfidare la perfezione, la maestria di regalare poesia alla morte, bellezza al terribile.
Ma è solo un momento, le immagini festose di un matrimonio da favola sostituiscono quelle terribilmente evocative del prologo.
Ma è solo un momento perchè in quel matrimonio festoso non c'è niente da festeggiare. Perchè è la Depressione l'invitata principale. Perchè come La Maschera Rossa di Edgar Allan Poe la Depressione alla fine entra nella festa ed è lei l'unica a ballare. Quella Depressione ha un nome, Justine, la sposa…

… Costantemente fuori misura, disinteressato alle strategie di immedesimazione classiche, noncurante di ipotesi realistiche, capace di passare dal calligrafismo videoartistico all'immersività della macchina a mano, punteggiato da un montaggio cubista che vive lo spazio prima di inventarlo, e dunque sorretto letteralmente dal sonoro, Melancholia è puro cinema della sublimazione, stilisticamente eclettico (l'immediatezza non conosce rigore), gonfio di toni eccessivi e contraddittori, generoso nello sciorinare referenti (il dialogo con Tarkovskij è incessante), nel donarsi alla semplicità dell'interpretazione. Dramma (anti)borghese, fa tabula rasa di ogni scena quotidiana, getta in abisso ogni rappresentazione, ma si risolve – comunque - in un atto di creazione: e mentre Justine realizza con il nipote la capanna da questi anelata, mentre si stringe al bimbo e a Claire intanto che Melancholia accende di fuoco e spegne  questa Terra senza dio, comprendiamo come questo rito non passivo, non subito, non cieco, gesto ultimo di delicata e sublime futilità confermi, a livello simbolico, l'essenza attuale del fare cinema per LVT: il suo essere pratica serenamente inutile, il suo essere vitale, taumaturgica necessità. Perché Melancholia, a anni luce da postmodernismi e chincaglieria di sorta, è cinema responsabile, che non irride la materia di cui diviene incandescente, che non prende distanze sardoniche, ma brucia. Vetta, insieme al gemello perturbante Antichrist, di una filmografia che lentamente rinuncia alla consapevolezza retorica esibita (così come Justine rinnega gli stratagemmi della retorica  pubblicitaria) per farsi lampante rigurgito espressionista. Perché Melancholia è cinema privo di filtri. Ed è un letterale atto di passione…

 Il primo capitolo di Melancholia è formidabile, niente da dire. Siamo da qualche parte del Nord Europa, forse in Danimarca, forse in Svezia o in quella parte di Scozia che, come in Le onde del destino, si affaccia sul gelido Mare del Nord. O forse siamo sul Baltico, chissà. La neosposa Justine e il marito si stanno dirigendo verso il castello dove li attendono gli invitati per il ricevimento di nozze. Solo che la limo nuziale si impantana, il sentiero è troppo stretto, gli sposi sono costretti a mollarla in mezzo al bosco e farsi l’ultimo pezzo di strada a piedi. Justine arriva in ritardo al party, e l’abito bianco è irrimediabilmente schizzato di fango. Dal prologo del film (immagini che sono debitrici, assicura la mia amica E., alla videoart di Bill Viola) avevamo già appreso che lassù il pianeta Melancholia è impazzito e rischia di schiantarsi prossimamente sulla terra, ma gli invitati e i festeggiati sembrano rimuovere la faccenda, si beve e canta e balla come sul Titanic dimenticando volutamente la possibile tragedia che incombe…
Justine sembra risalire lentamente dalla sua catatonia e arrivare quasi a una stoica, serena accettazione di quello che potrebbe succedere. La più turbata adesso è Claire, che osserva compulsivamente il cielo e segue sul web le ultime news, non c’è più traccia in lei della razionalità di cui aveva dato prova nella prima parte. Come se tra le due sorelle si fosse verificato un misterioso scambio di fluidi psichici. Compaiono dei barbiturici, e capiamo che qualcuno ne farà uso (è come con le pistole: insegnava Cecov che quando compaiono in un racconto o in una pièce prima o poi spareranno). Ma l’attenzione è tutta rivolta a Melancholia, che man mano si allarga all’orizzonte fino a inghiottirlo tutto e ad incombere sul gelido castello in Danimarca (Elsinore?) e i suoi residui ospiti. Von Trier prende molto sul serio la cosa fino a sfiorare qualche volta il ridicolo, però quelle immagini del gran pianeta ti si fissano dentro, e non te le scordi. Silenzio, ovviamente, sul finale.
In questa seconda parte del film non c’è una storia forte come nella prima, un asse narrativo vero, solo un mescolarsi di angosce o di opposte reazioni al disastro in arrivo che però non si struttura mai in racconto. Disturba ma anche avvince, di Melancholia, il pensiero magico che sembra dominarlo tutto, la regressione da parte del suo autore a una paura di fine del mondo e dell’apocalisse di stampo premoderno. Melancholia cancella ogni fiducia e ogni speranza nei lumi della ragione, ripiomba in una dimensione arcaica e mitica, ci riporta a un’oscurità altomedievale popolata di cosmologie e cosmogonie e corripondenze simboliche tra gli astri e le vite umane. Lars Von Trier è un alchimista, e firma il film più magico degli ultimi tempi. Peccato che sia molto difficile credergli.
P.S. Non ho accennato alle dichiarazioni sciaguratamente antisemite e filonaziste che Lars Von Trier fece a Cannes proprio durante la conferenza stampa per Melancholia, e che gli costarono l’ostracismo dal festival quale persona non grata. Penso che le idee, anche le più nefaste di un autore, non c’entrino con la sua opera e non debbano infuenzarne il giudizio.

…Il film è di una bellezza geniale.
L'emotività espressa, i silenzi ancora più che i dialoghi, convergono armonicamente verso l'obiettivo che il regista si è prefissato: la creazione di un film che è uno stato mentale.
L'uso dei tempi e degli spazi, l'atmosfera surreale, accompagnata a una colonna sonora vibrante, catturano lo spettatore e lo immergono all'interno del film senza chiedere il permesso.
Il film, a mio parere, è una delle esperienze che più si avvicina all'incarnazione della sofferenza psichica depressiva.

…It appears that the two sisters exchange personalities, but to no great effect. Maybe the approach of an overwhelming event has dissolved the membranes of personalities. Notice how Jack, the ad man, continues to place importance on his ad slogan. And how Gaby lashes out at the very notion of a wedding or a party. There is displacement here that is frightening.
In any film involving the destruction of the globe, we know that, if it is not to be saved, there must be a "money shot" depicting the actual cataclysm. I doubt any could do better than von Trier does here. There are no tidal waves. No animals fleeing through burning forests. No skyscrapers falling. None of that easy stuff. No, there is simply a character standing on a hill and staring straight at the impending doom, as von Trier shows it happening in what logically must be slow motion, with a fearsome preliminary merging of planetary atmospheres.
Violent death is often a shabby business in the movies. It happens in depressing bedrooms, bloody bathtubs, shattered cars, bleak alleys. Its victims are cast down empty of life. Here is a character who says, I see it coming, I will face it, I will not turn away, I will observe it as long as my eyes and my mind still function. Is it fair of me to speculate that von Trier himself regards death in that way? He tends to be grandiose, but if one cannot be grandiose in imagining one's own death, then when is grandiosity justified?

…el director danés juega una carta de predestinación que recuerda lo que se ha visto muchas veces en el género fantástico, desde “The Dead Zone” hasta “Final Destination”. Pero, en este caso, la treta le sirve también para realizar un profundo análisis psicológico de un personaje que, a fin de cuentas, tiene todo el derecho de sentirse como si el mundo se fuera acabar, porque proviene de una familia altamente disfuncional que no duda en manifestar sus conflictos internos (como se demuestra durante la escena de la comida, en la que sus padres hablan públicamente del desprecio mutuo que sienten, y que remite de inmediato a “The Celebration”, otra excelente obra del movimiento Dogma en el que Von Trier se inició).
Este exhaustivo cuidado por los personajes no es lo único que separa a “Melancholia” del típico producto hollywoodense. Lejos de presentar los sucesos desde una perspectiva masiva y predecible -es decir, con edificios que se derrumban y multitudes que corren en desesperación-, la cinta se aparta completamente de las ciudades y, en su última parte, se rodea únicamente de cuatro personajes para lograr con ello que el enfrentamiento a la situación resulte mucho más intenso e íntimo...


mercoledì 2 agosto 2017

Angèle e Tony - Alix Delaporte

Angèle è fuori dalla galera, seguita dai servizi sociali, per il reinserimanto, ha un figlio che vede poco e male, e Tony è un pescatore che vive ancora con la madre, in un paesetto della Normandia.
si incontrano e si scontrano, in un film ruvido, dove nessuno ti regala niente.
Angèle e Tony sono davvero bravi, Angèle arranca sulla bici, Tony c'è, aspetta.
un film che merita - Ismaele

si può vedere (o scaricare) QUI






…Una sceneggiatura capillare – abile nel modellare una scrittura tesa e asciutta nelle forme arrotondate della scoperta dell’amore – si dimostra ben capace di incasellare in questo contesto fortemente emotivo un sottile richiamo alle dinamiche politico-sociali: il timore per la perdita del proprio lavoro, il problematico rapportarsi con un mercato globalizzato sempre più intricato e allo stesso tempo monopolizzante che rischia di ridurre importanti poli produttivi a mere attività “periferiche” è quindi tratteggiato con estrema lucidità grazie a un abile utilizzo del sottotesto narrativo.
Angèle e Tony è un film compatto, che fa leva sulla ricerca di forza e di verità che sta alla base stessa del progetto: un contributo determinante ai fini della riuscita della pellicola proviene senz’altro da un eccellente prova del cast, capitanato in primis da Clotilde Hesme e Grégory Gadebois che prestano i loro volti ai due protagonisti. La regista ha confessato di aver ricercato proprio nella solidità delle interpretazioni degli attori la chiave di realizzazione della pellicola, che elude determinati cliché proprio concentrandosi sull’alchimia e la fiducia davanti alla mdp: se talora i cineasti scelgono di portare sullo schermo la veridicità avvalendosi di attori non professionisti (nel cinema d’oltralpe ne sono un esempio i fratelli Dardenne), la Delaporte punta i riflettori sulla preparazione minuziosa del cast, coinvolto a 360° nel contribuire nei dettagli alla costruzione dei personaggi.
Associato talora al cinema dei Dardenne per alcuni slanci di metaforica evocazione del realismo, il film descrive con naturalezza un incontro fra solitudini: lacerati e scalfiti da passati difficili, i due protagonisti troveranno il conforto del reciproco sostegno, assorbendo ognuno dalle esperienze dell’altro. Un’opera prima solida, commovente e non retorica che sa restituire il sapore di ricordi d’infanzia, filtrati attraverso un occhio allenato alla ricerca e con piglio emotivo soffuso e mai intrusivo: è questo Angèle e Tony, un percorso nell’umanità priva di sovrastrutture, fra sentimenti puri e spesso bistrattati, nel contesto quanto mai attuale di una comunità che non si abbatte malgrado la crisi economica.

Chissà perché, ma il debutto di Alix Delaporte rimanda al cinema di fratelli Dardenne. Sarà che la protagonista Angèle (l'incantevole Clotilde Hesme) ha i modi da fare e la capigliatura di una Lorna, e un suocero che fa il falegname e che ha perso il figlio, esattamente come Olivier Gourmet nel film omonimo, anche se l'origine ultima del personaggio risale evidentemente ai Vangeli, saranno più ragionevolmente le vicende di due disadattati, ognuno a modo suo, e un ambientazione in una grigia e fredda Normandia non così diversa dalla Vallonia, il Belgio francofono degli autori di "Rosetta", fatto sta che un film che ricerca uno stile elegiaco quasi antipodico alla frenesia della macchina da presa dardenniana trova molti punti di contatto con quel tipo di cinema, che ha generato innumerevoli proseliti da qualche anno a questa parte…

Si le scénario de Angèle e Tony est lumineux, les choix esthétiques opérés par Alix Delaporte sont intelligents. Elle témoigne d’un réel sens du cadre et opte pour une lumière qui semble naturelle si bien qu’émane du film un réalisme délicat. Les gestes et les regards des protagonistes, ainsi révélés, revêtent une importance capitale. Les silences sont ici bien plus importants que les mots et la réalisatrice les met en scène avec adresse. La force première du texte scénaristique s’impose alors sans que jamais l’écriture ne transparaisse à l’écran. Le développement narratif est sensible, il dépeint la singularité d’une rencontre, le trouble d’une jeune femme, l’éveil aux amours…

Delicato, potente e vero, Angèle et Tony è il film francese che non ti aspetti, una storia fatta di silenzi, giocata sulla sottrazione delle parole e sulla contraddizione dei sentimenti, un dramma sentimentale non usuale che abbraccia lo spettatore e lo conduce insieme ai protagonisti in un viaggio meraviglioso alla scoperta dell'amore. Una maturità spiazzante nella messa in scena, quella di Alix Delaporte, che non nasconde però le tipiche incertezze dell'opera prima, anzi ne fa il proprio punto di forza. Perchè Angèle e Tony fa letteralmente innamorare lo spettatore di tutti i personaggi, di quello splendido villaggio della costa e di quell'atmosfera serena e riconciliante che si respira tra le anime che lo popolano…

Ritratto minimale, che ambisce alla sfumatura sfiorandola soltanto, che gira attorno alla vicenda senza mai centrare pienamente il bersaglio, Angèle et Tony è il debutto al lungometraggio di Alix Delaporte, regista che aveva vinto il massimo riconoscimento veneziano per il suo corto Comment on freine dans una descente? (2006). Il film si snoda anonimo e innocuo senza mai acquisire un’identità o un carattere precisi, ambendo anche a restituire le caratteristiche di un ambiente e di una congiuntura (la crisi economica, le incognite del futuro, la disillusione di un’intera comunità) e incardinando, nella relativa riflessione, l’osservazione delle dinamiche relazionali dei personaggi, ma nonostante le buone intenzioni, la studiata scarnezza dei dialoghi e i volonterosi attori (ma Clotilde Hesme è fuori parte), rimane un esercizio piuttosto inerte.