la macchina da presa segue tra ragazze, Anne, Marie e Floriane, i ragazzi quasi non esistono.
Marie è innamorata della bella Floriane, sogno inarrivabile di tutti i ragazzi, la segue come un cagnolino, pende dalle sue labbra e dai suoi sguardi.
opera prima di Céline Sciamma, il film parte lento, e cresce in maniera irresistibile.
amore, desiderio, devozione, occasioni mancate, c'è tutto questo e altro ancora.
un film che non delude, promesso.
buona (femminile) visione - Ismaele
Come in Tomboy, anche
in questo suo esordio cinematografico Celine Sciamma si interessa ai corpi. Corpi in graduale mutazione, ancora acerbi come
quello di Marie che quasi per contrappasso risulta la più consapevole della
propria sessualità, sgraziati come quello di Anne o già lascivamente femminili
come quello della bellissima Floriane. Naissance des pieuvres è giocato tutto sui paradossi che vivono sulla
propria pelle le tre protagoniste femminili, adolescenti inquiete alla ricerca
della propria essenza soprattutto nella sfera affettiva e sessuale. La Sciamma è brava nel catturare
fotograficamente l'istante in cui queste ragazzine escono definitivamente dai
loro giochi di bimba per diventare donne. E'un film di scoperte inaspettate, di
balbettamenti sentimentali, di decisioni improvvise, di prove e controprove per
riuscire a stabilire ciò che veramente si vuole. Non è sempre semplice muoversi nel mondo
selvatico dell'adolescenza in cui viene rivelata tutta la natura dell'homohomini lupus. Gli adolescenti sanno essere molto cattivi, sanno
colpire dove fa più male e provocare ferite difficili da rimarginare. Le tre protagoniste di questo film affrontano la
propria crescita (da intendersi in senso lato) in modo diverso, antitetico. Marie è la più consapevole della propria
crescita , la più riconciliata con la propria sessualità ma si lascia
trasportare spesso dall'emozione( ormonale) del momento, accettando di fare la
lacchè di Floriane solo per starle vicino in quanto infatuata da lei(il
classico colpo di fulmine,avvenuto a bordo vasca). Floriane,a prima vista assai disinibita è la
classica ragazza che è ciò che non appare. In realtà per lei l'approccio al
sesso è qualcosa più simile a un gioco infantile, non si cura delle conseguenze
del suo atteggiamento mutevole e ambiguo. Probabilmente è quella che conosce meno le
potenzialità del proprio corpo,sembra che abbia molti ragazzi a sua
disposizione ma in realtà non ne ha nessuno. Quello che scopre su di sè lo scopre con Marie. E poi c'è Anne, sgraziata ragazzona che ha un
rapporto con Marie che va oltre la semplice amicizia. C'è qualcosa di più
profondo ma lei cerca quasi compulsivamente ragazzi per fare sesso forse
proprio per testare la propria omosessualità. Usa il corpo dei maschi per sapere che lei vuole
solo Marie. Naissance des pieuvres narra una storia in divenire che il cui inizio e
il cui termine non sono necessariamente i titoli di testa e di coda del film. Narra di tre spiriti liberi che neanche il nuoto
sincronizzato (simbolo di armonia) riesce a far convivere. Le apparenze ingannano, la metà maschile
dell'universo brilla per inutilità in un mondo in cui gli adulti non hanno
cittadinanza. I rapporti tra Marie, Anne e Floriane sono
regolati da geometrie variabili e da fili invisibili che forse non si
spezzeranno mai. Naissance des pieuvres più che un percorso di
formazione è la presa di coscienza della propria sessualità che prepotentemente
si sta affacciando. E' un film sulla gioia nascosta in un età
difficile.
Gia' dai primissimi fotogrammi il film sembra dirti: guarda
che le prossime due ore non saranno piacevoli e ti procurerai una ferita
non rimarginabile, mai. Infatti sulle immagini di ragazzine che si stanno
preparando ad una esibizione di nuoto sincronizzato aleggia un atmosfera di
tensione sottolineata dall' inquietante musica da brivido scritta apposta per
il film dal gruppo techno dei Para One. Ma veniamo al film: innanzitutto e'
impossibile non accorgersi della bellezza della fotografia e di alcune sequenze
o singoli fotogrammi, ricordano i quadri sospesi nel tempo di Balthus e come i
quadri di Balthus il film e' intriso di erotismo e provocazione. Il gusto per
le modelle adolescenti, leggermente equivoche e cariche di mistero di Balthus
e' tutto in Marie ( Pauline Aquart ) che e' la quasi muta protagonista del
film. L' altra protagonista, Floriane ( Adele Haenel ) e' di una bellezza sconvolgente,
come il film stesso. Marie e' una quindicenne lesbica del tipo BUTCH che si
prende una cotta per Floriane. Purtroppo il suo carattere le impedisce di
lasciarsi andare e rischiare....il bacio, sgianda, reclamato alla fine del film
a Floriane e' fuori tempo massimo. Floriane sembra giocare per tutto il film
con Marie cotta di lei come un pesce lesso ma in realta' non aspetta altro che
un abbraccio, una dichiarazione d' amore, un bacio improvviso che la fifona
Marie non riuscira' mai a disbrigare. Di cio' se ne accorge Marie e questo
dubbio ( e se ci avessi provato...? ) e' stupendamente rappresentato nella
bellissima scena finale dove Marie e la sua amica Anne, entrate di nascosto in
piscina di notte, si tuffano dentro vestite e abbozzano una figura di synchro,
guancia contro guancia con gli occhi chiusi a ripensare ai primi approcci col
sesso avvenuti quell'estate. Di colpo Marie stacca la guancia e apre gli occhi
fissando la telecamera che le riprende dall' alto. Come eravamo stati avvertiti
all' inizio del film, Marie, guardandoci sembra volerci dire:.... eravate stati
avvisati.......VOTO 10.
…In generale, la regista
adotta nei confronti delle tre protagoniste (che nel proseguo delle vicende
risulteranno ben più complesse di quanto poteva sembrare all’inizio) un
approccio intimo e sensibile, ma sempre pudico e rispettoso. La
rappresentazione dell’atto sessuale è sempre disincantata, mero modo di
conformarsi a quello che le amiche si aspettano da loro: i toccanti primi piani
ci trasmettono il tormento e la fatica, piuttosto che il piacere. L’opera va ben
al di là dall’essere una programmatica lesbo love story: la
complessa relazione tra Marie e Floriane è giocata interamente sul non detto,
sull’ellissi, sul confine tra amicizia/amore, attrazione/repulsione. Il finale
è aperto, riflettendone la psicologia: fluida e incasellabile, che forse solo
col sopraggiungere dell’età adulta raggiungerà una stabilità.
…L’adulto scompare, non
può comunicare con questo mondo piccolo eppure immenso, perché spenta è la sua
fiamma primigenia, lo spirito innocente di quel fanciullino “che ha paura al
buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o
sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie,
agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle” (Pascoli). Si scorgono così
rimandi al cinema di Truffaut, a quel tredicenne imprigionato in una giostra
che gira e gira ed è piena di occhi, di sagome, di regole e costrizioni
asfissianti nei Quattrocento colpi. In ogni caso l’adolescente
non si accetta e non si sente accettato, è vittima di un mondo che non può
essere modellato a proprio piacimento (semplicemente utilizzando una plastilina
colorata) ma deve imparare a saper gestire quella giostra centrifuga, tuffarsi
per la prima volta, respirare il fondo e poi risalire abbracciando il pelo
dell’acqua, guardando in alto “l’ultima cosa che si vede” prima che il tempo
torni a invadere tutto, ogni cosa.
un film sorprendente, la storia di quattro ragazze che vogliono sopravvivere e vivere, nella banlieu dove sono nate. e sopra tutte è la storia di Marieme, quel quartiere è una prigione, troppe costrizioni, troppa violenza, anche in famiglia, la mamma è assente, fa le pulizie negli hotel, due sorelle più piccole le vogliono un bene dell'anima, il fratello maggiore la picchia, vuole evadere, a qualsiasi costo. e va via, in solitudine. e però certi costi sono troppo alti. un film bellissimo, cercatelo - Ismaele
Ce l’ho con
te, creativo padano o capitolino di prima seconda o terza generazione, tu sei
la prova che l’Italia è un paese con la p minuscola, tu hai infangato
quest’opera, o concorso ad infangarla, chiamandola Diamante Nero perché si
parla di una protagonista nera e si fa riferimento alla quasi omonima canzone
di Rihanna; tu, creativo padano o capitolino, educato da più lustri a blandire
il ventre molle di questa comunità occlusa, hai pensato di unire utile e
dilettevole, magari nel primo brainstorming avevi anche provato a proporre un
titolo eponimo con il nome della protagonista, Marieme, poi, siccome gli ultimi
focus group ti hanno confermato che qui l’aria è amara per tutto ciò che puzza
di umanità, hai svoltato su una titolazione degna del nuovo partito della
nazione, fascialittoria come Faccetta Nera, magari adesso ancora ti crogioli
nella pozzanghera del tuo acume da trilobita. Fottiti, creativo padano o
capitolino, questo film non si chiama Diamante Nero, si chiama Bande des
Filles, alla regia c’è Celine Sciamma.
L’onestà
non ci fa difetto, quindi ci prendiamo briga di attaccare anche la Sciamma,
perché nel suo titolo evoca un plurale che non c’è, o c’è solo in parte. Questa
infatti non è un’opera sul generico disagio giovanile, non è uno sguardo su una
pink gang di periferia, nemmeno su una generazione di adolescenti difficili, è
un singolarissimo individuale coming of age, una ragazza sola osservata nelle
anse di una formazione, sessuale e individuale, aleatoria e contingente, che
per contingenza e aleatorietà condivide parte del suo percorso con altre come
lei, donde anche il titolo inglese, Girlhood cioè Sorellanza, è solo
parzialmente giustificato. Sciamma è una brava, sin dal primo film ha mostrato
di avere l’occhio della cantastorie dei minori di anni 18, sovversivamente
rappresentati nella furia delle tempeste ormonali più che nella mangrovia
delle relazioni familiari, e qui incomincia alla grande, anzi, alla
grandissima, con 10 minuti di cinema assoluto, un gruppo di ragazze sulla via
del ritorno a casa dopo una partita di football americano (!), chiacchiere e
scherzi e allegria e socialità camminando sotto i portici o nei vicoli o
nelle piazze, e d’un tratto, lì in lontananza ecco i nemici, i maschi del
branco, famelici come lupi, inquietanti come orchi, ripresi come ombre, e
subito il silenzio che scende, la minaccia incombente della prevaricazione,
dell’abuso, della violenza. Straordinario…
…Dans la France de 2014, les pièges, les dangers, les
loups-garous sont nombreux pour une jeune-fille-noire-prolétaire-solitaire-sans
diplôme. Le diamant dans le ciel retombe sur terre, parfois sous terre, ramené
à l’état
de caillasse toc par la loi sociale, toujours masculine et brutale – dealers,
proxos parsèment son chemin, de la cité à la ville. Et à chaque séquence du
trajet cahoteux vers son destin de femme, Vic change de costume, d’apparence :
haut de jogging “caillera” qui efface le genre, minijupe et perruque blonde
pour souligner une féminité artificiellement sophistiquée, le parcours
existentiel est aussi une affaire de transformations visibles, comme dans les
contes.
Si le portrait de Vic est complexe, si le tableau des
mécanismes sociaux qui agissent sur elle est subtil, Céline Sciamma reste
néanmoins une cinéaste “ligne claire”, limpide dans son récit et ses options de
mise en scène. Comme dans Naissance des pieuvres ou Tomboy,
elle montre une véritable aisance pour rendre la complexité parfaitement
lisible. Ici, elle est bien aidée par un quatuor de comédiennes effectivement
pur diamant : Karidja Touré, Assa Sylla, Lindsay Karamoh et Mariétou Touré sont
aussi craquantes, marrantes, poignantes que leurs doubles de fiction. Quand on
voit tant de beauté, de talent, de vivacité, d’intelligence et de sensibilité à
l’œuvre, on se demande mais comment, comment, comment peut-on être
zemmourien ?!
Car Bande de filles est aussi politique
que Tomboy, non parce qu’il déploie un message programmatique
mais parce qu’il se place pile-poil au cœur des prurits qui démangent une
partie de la société française. Ce titre, Bande defilles,
désigne aussi bien le groupe qu’une insulte réappropriée. Etre traitée de
“fille” (ou de “pédé”, de “goudou”, de “youpin”, de “négro”…), c’est toujours
un honneur parce que ça vient toujours d’une bande de cons.
… En Bande de filles podemos
encontrar así, revueltos, diseminados y personificados en la ambivalente
Marieme, los clásicos conflictos adolescentes que siguen persiguiendo a los
miembros de cada nueva generación, y que aquí se focalizan en especial en la
obsesión por la aceptación, por ser a la vez cool, fuerte, independiente,
bonita, deseada, admirada, y también temida. Sin llegar ni por asomo a la
sensibilidad radiante ni la profundidad psicológica abrumadora de su anterior
trabajo, aquella elocuente y delicada Tomboy que exploraba los
arquetipos de género desde la óptica conmovedora de la mente infantil, Bande
de filles perpetúa el lenguaje sensorial y vitalista de la filmografía
de Sciamma, y su curiosidad insaciable por radiografiar el alma humana, por
captar esos momentos de felicidad efímera tan anclados al recuerdo de
cualquiera. La memorable secuencia de las chicas cantando y bailando Diamonds,
de Rihanna, entre las cuatro paredes de una anodina habitación de hotel es la
mejor muestra de la euforia compartida de una adolescencia febril que se escapa
entre los dedos.
… Personnellement, ce film me semble faire
le même effet que « Into the wild » de Sean Penn. Adoré des uns,
détesté des autres. « Bande de filles » est un film dans lequel il
est difficile de ne pas porter de jugement sur les actes des personnages,
qu’ils soient enfantins, immatures, irrespectueux, nécessaires, ou
libérateurs... Quelle que soit notre position, on ne peut qu’admettre que Céline
Sciamma est une grande réalisatrice, qui filme les femmes comme personne, et
qui a eu le courage qu’aucun réalisateur français n’a encore eu : faire un
film uniquement avec des actrices noires. Quatre diamants bruts à l’état pur,
qui ne laisseront aucun spectateur indifférent.
… Sciamma en Girlhood nunca juzga sus acciones, alguna de
ellas reprobables, pero perfectamente comprendidas en un entorno viciado de
violencia. Es destacable, especialmente, aquella violencia que ejerce el sector
masculino sobre ellas, por ejemplo, el hermano de Marianne que actúa como
autoridad patriarcal. Es, por tanto, una violencia que ellas ya han interiorizado,
dado que también actúan con agresividad frente a otros grupos de chicas,
siempre entendidas como rivales. En esa línea se entiende la elección cromática
dominante: la tonalidad azul con su carga ambivalente. Por un lado, es un color
luminoso y claro, es el despertar y su belleza. Por el otro, dicho color no
deja de ser frío, en analogía al duro entorno en el que viven.
Si hemos hablado de capítulos, donde el encuentro de
Marianne con Lady y las otras chicas es el más importante, Sciamma atiende siempre
a la evolución de Marianne. No es casual que cuando pierde el contacto con
ellas, vuelva a su primigenio aspecto andrógino, a las trenzas. El siguiente
será el encuentro con el sexo y el primer amor. Y la película que podría haber
finalizado con el momento final en el que ya no volverá a encontrarlas,
dejándonos con el corazón en un puño, sin embargo al centrarse en Marianne y su
crecimiento capta perfectamente esa sensación de lo efímero, muy apegada a esta
edad intersticial. Es muy probable que en la adolescencia es cuando tomamos
conciencia por primera vez conforme todo es provisional, que los momentos de
felicidad no van a durar para siempre. Sabemos perfectamente la vida que no
querremos tener en el futuro, pero no sabemos cuál es el rumbo que seguiremos.
En la adolescencia aprenderemos que todo termina y que todo cambia. Pero
recordaremos a nuestros amigos, tan bellos y tan perfectos. Y recuperaremos la
felicidad.
…Girlhood se erige como la película
en la que Sciamma parece más comprometida socialmente. La protagonista es una
muchacha de los suburbios de París que pretende salir por todos los medios de
un lugar donde con toda probabilidad logrará trabajos precarios y un embarazo
no deseado. No obstante, las circunstancias no van a ser las más propicias. El
centro educativo donde estudia le obligará a escoger la formación profesional
en detrimento del bachillerato del instituto de secundaria, la opción que ella
realmente desea. Visiblemente enfadada, se unirá a un grupo de chicas que se
dedica a perder el tiempo y pelearse. Sciamma acierta al imprimir autenticidad
a las conductas y los diálogos de las componentes de la pandilla. También atina
al escoger actrices no profesionales para dar vida a personajes que se
encuentran muy cerca de su propia realidad.
La realizadora muestra, además, un cariño por la
protagonista y sus colegas, unas jovencitas que juegan a ser dueñas de su
destino, aunque tengan claro que su porvenir no es precisamente el más
halagüeño. Incluso les reserva un pequeño oasis con forma de habitación de
hotel, donde las cuatro juegan a ser mayores y elegantes mientras bailan al
ritmo de Diamonds, la canción de Rihanna que habla sobre alcanzar
el éxtasis y brillar en la oscuridad como diamantes.
Hay
sensibilidad en la manera en la que Sciamma refleja la dura vida de una chica
de barrio pobre que tiene que renunciar muy pronto a sus sueños por culpa de
las circunstancias. No hay en la película de la francesa ningún tipo de
discurso que subraye las intenciones críticas, aunque sí la plasmación en
imágenes de un lugar terrible, donde gran parte de sus habitantes parece
predestinado a perpetuar la marginación y exclusión…
…Sul piano della narrazione, Bande des femmes si
presenta con una struttura rapsodica assai singolare. Il punto di vista
pressoché unico è quello di Marieme/Vic ma, pur procedendo secondo una
progressione monopuntuale e lineare, il racconto si dirama ben presto in
diverse direttrici nelle quali viene articolato il rapporto tra la protagonista
e il fratello o le sorelle, la madre, le ragazze del gruppo, Bébé, e via
dicendo. Inoltre, le varie tappe del percorso di crescita personale della
protagonista, spesso ma non sempre collegate ad eventi che vedono coinvolte
altre ragazze della banda, come l’umiliazione subita da Lily e la rivincita che
Marieme stessa si prende sulla leader rivale, sono seguiti da momenti di nero e
ripartenze improvvise e imprevedibili.
Sul piano della scrittura filmica, Sciamma compie delle
scelte controcorrente. Laddove ci si aspetterebbe un naturalismo esasperato,
con macchina a mano, luce naturale e riprese dal vero, la regista si muove
secondo logiche sue proprie, che mescolano verismo e formalismo, calco
documentario e reinvenzione. Le giovanissime interpreti vengono tutte dalla
strada e sono alla loro prima esperienza sul grande schermo, ma per riprenderle
Sciamma sceglie stavolta soluzioni “pesanti” come il travelling ripetuto, la
ripresa in continuità, il cinemascope e la ricostruzione integrale degli
interni in studio, senza peraltro che questo partito preso prenda il
sopravvento sulla drammaturgia o sulla direzione attoriale. Molto libera e
felice l’articolazione del montaggio e l’utilizzo della colonna sonora: al tema
elettronico pulsante di Para One, la regista mescola la ripresa di pezzi di
volta in volta hip hop o pop. Tra i momenti di maggiore impatto liberatorio, le
due sequenze in cui le ragazze si lasciano andare alla musica, nel primo caso
ballando e cantando Diamond sulle note di Rihanna, all’interno
della stanza d’albergo che hanno preso per una festa notturna a quattro; nel
secondo improvvisando assoli hip hop all’aperto, a pochi passi dall’arco della
Défense.
In altri momenti, nei quali invece si fa strada la
violenza che è legge nella banlieue, si ha l’impressione che Sciamma metta
volutamente tra parentesi il proprio punto di vista, ma la forza del film sta
proprio in questo suo sguardo complice ma non ricattatorio, coinvolto senza
essere populista, antimoralista ma lontano da immedesimazioni ambigue, con cui,
grazie anche alla straordinaria prova d’insieme delle interpreti e in
particolare al profilo mutevole e impenetrabile della protagonista, la regista
incornicia le sue ragazze, ciascuna delle quali vive di una mirabile luce
propria, irriducibile a compiti narrativi o pseudosociologici. Da questo punto
di vista, Bande de filles declina insieme questioni di genere,
classe, “razza”, e arricchisce costantemente la fenomenologia della “seconda
generazione” con intelligenza, proprio col suo tenere dritta la barra
sull’individualità. Perché se ciascuno e ciascuna a suo modo fa i conti con la
condizione adulta, o si ridefinisce sul piano di genere, lo stesso può dirsi
per tutti gli altri ambiti che chiamano in causa la linea del colore e le
eredità del colonialismo, e Bande de filles ce lo ricorda,
anche questo senza volere.
…L’ouverture du
film tient du sublime : au-delà de la découverte de filles en train de jouer au
rugby (une prime réappropriation d’un univers réservé d’ordinaire aux hommes),
Céline Sciamma révèle avec une force rare la réalité qui régit l’espace public
où les filles (femmes) deviennent les attributs des hommes, baissent la tête et
avancent en silence. Ainsi lorsque les jeunes filles, encore excitées par leur
entrainement, pénètrent la cité, elles plongent soudainement dans un mutisme
saisissant. Les silhouettes masculines les entourent, comme menaçantes – une
impression renforcée et confirmée alors qu’elles se séparent peu à peu. Du
groupe se détache une figure, celle de Marieme, dont le récit et les lignes de
vie ne sont dès lors qu’un point de vue sur une réalité commune. Trop commune.
La construction
scénaristique est habile et parfaitement maîtrisée. Plus encore que son
caractère universel, Céline Sciamma parvient ainsi à donner à sa BANDE DE
FILLES plusieurs degrés de lecture : chaque geste, chaque mot trouvant un
écho bien au-delà de la ligne narrative qui aborde brillamment les relations
familiales, amoureuses, amicales et « sociales ».
Superbe et
« esthétique », la réalisation n’est jamais esthétisante, Sciamma
créant une syntaxe pleine de sens en jonglant à dessein avec les effets de mise
en scène et de montage, le réalisme et les artifices, bref avec l’ensemble des
possibilités que lui offre le médium cinématographique. Une grammaire
pleinement expressive et quelque fois, lorsqu’elle exacerbe l’énergie des
protagonistes, jouissive. Enfin comment ne pas être sous le charme face à
l’ensemble des interprètes (Karadja Touré en tête) qui sont d’une justesse
admirable – ce qui confirme par ailleurs l’acuité de la réalisatrice à diriger
ses comédiens.
quando non c'erano le macchine fotografiche chi poteva pagava un dipinto. Marianne, giovane pittrice, si reca in una casa, forse di nobili, in un angolo sperduto e ventoso di Bretagna, per fare il ritratto di Héloïse, uscita dal convento per essere "ceduta" (oggi diremmo venduta), al posto della sorella morta, a un nobile di Milano. in quell'angolo di mondo Héloïse è triste e insopportabile, forse per la sorte che l'attende, ma la missione impossile di Marianne riesce, alla fine ci sarà un quadro bellissimo, ma non è quello che vediamo all'inizio del film. le due ragazze, giorno per giorno, si conquistano, e la loro vita cambierà per sempre, quei giorni saranno incancellabili, per sempre. e il numero 28 sarà molto importante. un film d'amore, di pittura, di musica, di paesaggi e di bellezza vi aspetta, non abbiate paura della bellezza, sarete ricompensati - Ismaele
…Portrait
of a Lady on Fire (nel significato doppio di ritratto di una
donna in fiamme), un’opera attraversata da una delicatezza rara (la
mano lieve ma sempre rigorosa alla regia della Sciamma) che affronta il tema
della scoperta del sé, della propria sessualità, attraverso l’incanto
artistico, ruotando attorno al doppio binario del fascino della pittura e della
bellezza del rivelarsi poco a poco di due ragazze ritrovatesi a vivere un
momento cocente di passione, di una prossimità fisica bollente come il fuoco
del titolo e del dipinto.
Céline Sciamma segue con
occhio sempre presente e partecipe, con indulgenza e tenerezza il
conflitto interiore vissuto dalle due bellissime e bravissime protagoniste,
e ne scioglie lentamente e carezzevolmente i nodi emotivi e comportamentali,
trasferendo fuori dallo schermo la percezione realistica di un sentimento prima
imploso, poi per un attimo esploso e poi infine confinato e affidato alla
custodia della memoria. Perché proprio come nel bellissimo mito di Euridice e
Orfeo in cui il film si definisce e si “specchia”, creando il parallelismo di
senso nell’amore che svanisce di fronte ai propri occhi per il troppo
desiderio, Portrait of a Lady on Fire getta un ponte di raccordo
con quelle ragioni della proiezione e della memoria che spesso brillano più
della realtà, e indica come – di fatto - il poeta (o l’artista) sia più
propenso a coltivare l’idea che la verità…
…Ritratto della giovane in
fiamme non si limita quindi
al racconto della scoperta di un amore, ma più in generale traccia una possibile via
all’emancipazione, sessuale e quindi politica. Sciamma utilizza
le sue attrici (Noémi Merlant e Adèle Haenel) con grazia
sempre più scoperta; mette in scena un mondo in cui la presenza maschile è un
semplice vettore (i rematori della barca che portano Marianne all’isola, il
fattorino incaricato di consegnare il quadro al futuro marito di Héloïse a
Milano) o una indefinita serie di volti nella folla, una realtà marginale che
irrompe nelle uniche scene mondane del film (galleria d’arte o teatro);
utilizza la concretezza materica dei colori e l’impulso erotico della musica (dal
sabba in odore di stregoneria buona di un falò notturno in cui si canta polifonicamente
“non si può fuggire” – da sé, dai propri sentimenti – all’Estate vivaldiana del
finale) come puntelli emotivi; ragiona sulla sottile differenza tra rimpianto e
ricordo (Héloïse che a letto sussurra: «ho imparato un nuovo
sentimento»); usa il mito – quello ricorrente di Orfeo e Euridice,
evocato e dibattuto nella scena che è al cuore del film – in maniera
concretissima, arrivando a fissare sulle pagine delle Metamorfosi ovidiane l’unica
memoria che a Héloïse resterà di Marianne, un autoritratto disegnato copiandosi
in uno specchio incastonato tra le gambe dell’amata; mescola elementi pittorici
del canone romantico (la scogliera, il mare in tempesta)
con reminiscenze minimali, quasi gozzaniane, degli interni che i personaggi
abitano.
Sciamma tratteggia il suo discorso culturale e
politico nascondendolo dietro un’anima mélo; punta il suo sguardo di donna (e
questo è un film di occhi e di ciglia, di increspature di pelle, di sussurri e
di sospiri) su un amore impossibile che cerca e trova spazio, contro ogni
rispettabilità imposta dall’alto, rivendicando la possibilità di un modo
diverso di stare al mondo e in noi stessi (in loro stesse!), fieri e
consapevoli.
Ritratto della giovane in
fiamme fonde
magistralmente forma e contenuto, teoria e racconto, cultura di genere e diritto alla
passione, concedendosi qualche languore ma con gli occhi lucidi
e ben puntati sul nocciolo, ancora ben vivo, della questione.
…Una delle ragioni di maggiore entusiasmo è la densità
di significati che Céline Sciamma ha saputo inserire nel film, senza però
appesantirlo minimamente: la narrazione scorre veloce e coinvolgente, pur
fornendo spunti di riflessione sul femminismo, sul rapporto fra artista e musa,
sulla pittura (e il cinema) come sguardo che restituisce sostanza ai soggetti
immortalati, sul mito di Orfeo ed Euridice. Il fatto che Sciamma abbia saputo realizzare un film
compatto, nonostante la quantità di elementi narrativi messi in campo, è
ragione d'elogio di per sé. Che l'abbia fatto mettendo in scena una vicenda
struggente ed emozionante è la cifra di un cinema di enorme livello.
…Céline Sciamma si prende tutto il tempo per descrivere
con piccole pennellate narrative la nascita di un amore che – scopriremo nelle
due straordinarie, delicate eppur potenti scene finali del film – durerà per
sempre, senza mai svanire, anche quando la vita separa i destini delle due
donne. Il rapporto tra Marianne ed Héloïse nasce sulle scogliere battute
dal vento e dalle onde dell’Oceano Atlantico, o nella cucina scarna e disadorna
del castello disabitato e non restaurato usato come set e congelato dal tempo –
ambienti e paesaggi mirabilmente fotografati da Claire Mathon. L’amicizia e poi
una sorta di reciproco abbandono ai propri sentimenti diventa amore sotto lo
sguardo della giovane cameriera Sophie (Luàna Bajrami), che ne diventa
anch’essa quasi complice, dopo che le due ragazze l’aiutano ad abortire.
…Il significato di
queste amitiés, così come le loro implicazioni più o meno
sovversive, varia in base al periodo storico di appartenenza, ma c’è un
dettaglio che le identifica tutte: il loro esistere al di fuori delle
imposizioni sociali, familiari ed economiche rappresentate dall’istituzione
matrimoniale che imbriglia invece i rapporti uomo-donna. «Perhaps what writers
liked about this kind of bond was that it seemed so unlike the one between men and women as codified in
marriage. They imagined it as pure emotion, soaring above the wordly
concerns of law, economics, and reproduction», scrive Emma Donoghue.
A Céline Sciamma,
che è una cineasta del 21esimo secolo, non interessa però una visione
esclusivamente emozionale e romantica dei personaggi femminili, e cala Marianne
e Héloïse in un contesto molto concreto: l’amore che nasce tra loro non è una
fuga dalla realtà, ma uno strumento per vivere nella realtà, e nel futuro che le attende,
in maniera più piena, consapevole e indipendente, se non sul piano materiale
almeno su quello intellettuale…