Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
sabato 22 agosto 2026
venerdì 21 agosto 2026
Betrayed (Tradita) - Costa-Gavras
gli Usa sono il paese più terrorista del mondo, nel film c'è il caso del terrorismo interno, quello che scatenerà la prossima guerra civile.
ammazzano un conduttore radiofonico, l'FBI indaga fra i nazisti interni, un'agente sotto copertura (Debra Winger) entra in quella comunità terroristica, purtroppo sarà emotivamente coinvolta.
un film solido, appassionante e appassionato, da non perdere.
buona (Debra Winger) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo
…Lo si può definire uno dei film più complessi e meno immediati di Costa‑Gavras,
capace di fondere thriller, dramma sentimentale e indagine politica senza mai
scivolare nel didascalico. La forza del film sta nella sua capacità di mostrare
il razzismo non come un fenomeno marginale, ma come una cultura che può
attecchire nella normalità: famiglie affettuose, comunità solidali,
rituali condivisi. Il regista osserva con lucidità come l’odio possa
convivere con la tenerezza, e come la violenza ideologica possa essere
tramandata con la stessa naturalezza di un valore familiare.
Debra Winger offre una prova intensa, costruita su
esitazioni, conflitti interiori e una vulnerabilità che diventa parte
integrante della tensione narrativa. Tom Berenger, nel suo periodo
migliore, con il suo carisma ambiguo, incarna perfettamente la doppiezza del
personaggio: padre amorevole e, allo stesso tempo, uomo capace di abbracciare
ideologie estreme.
Il film
non cerca il colpo di scena facile, ma lavora sulla progressiva immersione in
un ambiente che seduce e inquieta. Ne emerge un racconto duro, che interroga lo
spettatore e lo costringe a guardare da vicino ciò che spesso si preferisce
ignorare: la banalità del male quando si annida nella quotidianità.
Era
ancora l’88 ma oggi la Storia pare ripetersi in maniera inquietante.
…Tom Berenger eccede in un'interpretazione poco
equilibrata e misurata facendo in modo che il suo personaggio risulti poco
credibile, a volte ai limiti della macchietta, mentre spicca la prova
convincente e preziosa di una Debra Winger intensa, determinata ma fragile,
dubbiosa ed impaurita, sconvolta ma decisa, materna e dolce, delusa e
tradita/betrayed dall'Fbi, per lei la sola famiglia, tanto più che il suo capo
è anche il suo ex compagno, pronto però solo a sfruttarla pur di raggiungere il
suo obiettivo e catturare il maggior numero possibile di esponenti di quel
movimento fascista e violento che mina dalle fondamenta l'America ed i suoi
valori ed ideali democratici ed è ramificato nella società in maniera
impressionante. E interessante è la descrizione di un FBI che usa gli stessi
metodi di chi cerca di arrestare per raggiungere il proprio scopo, uccidendo,
se necessario, senza scrupoli morali come se fosse normale routine:
"Uccidere è come togliersi la merda dalle scarpe". Strepitosa infine
la battuta che pronuncia il dj nello scatenato incipit del film, nello stile di
"Talk Radio" di Stone, di cui "Betrayed" potrebbe essere un
ideale seguito (in fondo comincia là dove il film di Stone finisce):
"Siamo in America: abbiamo sempre bisogno di un nemico per costruire altre
armi". Ancora oggi verità sacrosanta ed indiscutibile!!!
Un j'accuse nei confronti dell'odio razziale fatto da un
regista scomodo, che qui ha il pregio di essere roccioso, determinato e
introspettivo allo stesso tempo, senza perdersi in spiegazioni didascaliche. I
personaggi sono ben costruiti e sfaccettati: se Debra Winger è un'interprete
eccezionale e profonda, non le è da meno Tom Berenger, a cui è affidata la
parte più difficile. Il suo ruolo doppio, di mezzadro onesto e aitante che
nasconde un rancore radicato per i neri e facile preda degli altri soci del Ku
Klux Clan è una scoperta. Molto bravo. Il film è notevole e sorprendente.
giovedì 20 agosto 2026
Mere rosii (Mele Rosse) – Alexandru Tatos
nel 1976, nella Romania di Ceausescu, un piccolo dottore lotta per poter fare il medico, in un mondo corrotto, Ippocrate sarebbe orgoglioso di lui.
un gioiellino da non perdere, se lo trovate.
buona (ippocratica) visione- Ismaele
QUI il film completo, in romeno
a film who reflects his need to escape
from the rules web of political command. a surprising film in the context of
period. a splendid role by Mircea Diaconu. and a courageous pledge for the
honesty and passion as the best manner to define yourself and to change the
reality. a pamphlet, it is precise analysis of the social sins. the arguments
of young doctor. the cold suspicion, selfish protective circles of the hospital
director. the love stories. and the atmosphere who impress for a film from
"70's. because it is more than social criticism. it represents a precise
portrait of a sick system, not very different by the Romanian medical system
from 2016. the importance of film - expose the credo of the director. in direct
manner. reflecting the crisis of a cruel perception about the weakness who
defines a community.
courageous, honest, good acting, clever
solutions against political command, direct irony against the social sins. and
one of beautiful roles of Mircea Diaconu, a lovely performance by Carmen Galin.
more than story, clear definition of Alexandru Tatos credo. a film about the
duty and the moral victory, about the sacrifice and life as more than
convention chain or show. the sensitivity, the touching pieces who defines the
lead character are the pillars of it. and the delicate air of freedom. a
courageous film for Romania of yesterday and tomorrow. because it remember, in
a Balcanica society who believes all has its price than the real values are,
always, the axis for define you and the other.
mercoledì 19 agosto 2026
Nacktschnecken - Michael Glawogger
un gruppetto di ragazze e ragazzi, a corto di soldi, aderiscono alla proposta di girare un film porno in pochi giorni.
il film è divertente, non resterà nella storia del cinema, se lo trovi non ti deluderà.
buona (dildo) visione - Ismaele
martedì 18 agosto 2026
Komisario Palmun erehdys (Inspector Palmu's Mistake) - Matti Kassila
un film alla Agata Christie, meno serioso e molto più divertente.
un paio d'ore ben spese, umorismo finlandese, ecco da chi ha preso Kaurismaki:)
buona (sorprendente) visione - Ismaele
QUI si può trovare il film
Il migliore tra i film che hanno per
protagonista il commissario Palmu, serie amatissima negli anni Sessanta.
Classico delitto nella camera chiusa: un produttore cinematografico viene
trovato morto nella vasca da bagno. «Un genere nuovo di detective-film ironico,
dove la combinazione di scatenata parodia e vere indagini produce un effetto
irresistibile - non ultimo per via dei brillanti attori» (von Bagh). Di grande
atmosfera una Helsinki in bianco e nero, percorsa da brividi di musica jazz:
una visione di città che Kaurismäki cita tra le proprie fonti.
lunedì 17 agosto 2026
Lizzie (La donna delle tenebre) – Hugo Haas
tratto da un bel romanzo di Shirley Jackson, Lizzie è un film che merita molto.
qualche piccola variazione rispetto al libro (solo chi ha letto il libro lo saprà) ci sta bene, è funzionale all'econoia fel film.
una ragazza orfana, che vive con la zia, ha qualche problema nella sua testa, dovuti a traumi dell'infanzia, un bravo medico riesce a capire tutto.
buona (ipnotica) visione - Ismaele
Stroncato all'epoca ma oggi
rivalutabile come b-movie sincero, uno psycho-noir asciutto sorretto dalla
brava Parker e dalla magnetica Blondell. La rappresentazione del disturbo
dissociativo è semplificata secondo i canoni del "cinema psichiatrico"
anni Cinquanta. Tra thriller e melodramma senza mai osare davvero troppo,
restando, comunque, un prodotto gradevole.
Risposta
della MGM a la Donna dai tre volti (1957)
realizzato dalla 20th Century Fox, uscito quattro mesi prima e vincitore di un
Oscar, anche quello a raccontarci di una giovane donna dissociata e del medico
che l’aiuta con l'ipnosi. Un’operazione sulla cresta dell’onda dell’interesse
dei tempi per la psicanalisi e per fenomenologie della psiche sempre un po’
arcane e misticheggianti (la personalità multipla, l’ipnosi) che, tuttavia, né
piacque alla scrittrice Shirley Jackson dal cui romanzo “Lizzie” (the Bird’s
nest) il film venne tratto, né entusiasmò la critica: lo spietato Bosley
Crowther del New York Times, nell'aprile ’67, liquidò il film come
"sciocco e generalmente noioso", giudizio severo ma comprensibile nel
contesto di un'epoca che preferiva il realismo sociale alle derive
exploitation. Oggi, liberato sia dal confronto con la Donna dai tre volti, sia da peculiari correnti
critiche, Lizzie emerge come un b-movie sincero e artigianalmente solido,
sorretto da performance femminili di buono spessore e da una regia consapevole
dei propri mezzi espressivi. Haas, regista boemo, operando con risorse
limitate, costruisce un psycho-noir asciutto e nervoso attorno alla figura di
Elizabeth, ben resa dalla Parker che evita le trappole del manierato e ci
documenta, con la sua personalità "cattiva", seduttiva, moralmente
ambigua, gli stereotipi sulla sessualità femminile degli anni Cinquanta. Le
sequenze più memorabili - la scena dei tre specchi che moltiplicano il volto
della protagonista, le lettere minatorie che Elizabeth scrive inconsapevolmente
a se stessa, la ricostruzione della festa di compleanno che diventa teatro
terapeutico - rivelano una sensibilità registica e narrativa non così
dozzinale. Plus, la presenza di Joan Blondell che offre una valida presenza
scenica nel ruolo della zia Morgan, alcolizzata perenne in vestaglia che abita
gli spazi più sensibili del racconto. Il personaggio rimane enigmatico, forse
poco sviluppato, ma Blondell impregna ogni battuta di una ironia malinconica e
ricorda quel tipico modello della diva in disarmo (Bette Davis, Gloria Swanson,
...). Richard Boone, invece, interpreta lo psichiatra Neal Wright secondo i
canoni dell'epoca: figura paternalistica che penetra - verbo non a caso - i
misteri della psiche femminile attraverso l'ipnosi, sorta di soggetto umano a
metà fra l’affidabilità scientifica positivista e il prete secolarizzato che ha
a che fare con la psiche-anima. È, però, sul piano scientifico che il soggetto
regge poco. La rappresentazione del disturbo dissociativo (già di suo tema
sensibile in ambito clinico, si leggi nei trivia) rimane assai semplificata. La
risoluzione terapeutica segue una logica narrativa rassicurante ma
psicologicamente ingenua (scoprire il trauma basta per eliminare il sintomo)
che però piaceva molto al “cinema psichiatrico” dell'epoca che trasformava la
complessità della mente in percorsi lineari di causa-effetto, trauma e catarsi
(cfr. Hitchcock di Io ti salverò,
1945; Marnie, 1964). Il vero limite, ad ogni modo, non è
quello scientifico ma quello narrativo: il film manca di pepe, non accade mai
nulla di davvero pericoloso, non si consuma violenza autentica o pericolosità;
l'ombra del suicidio e dell'omicidio viene evocata ma mai materializzata.
Questa castrazione drammatica indebolisce l'impatto complessivo,
confinando Lizzie in un limbo tra
thriller psicologico e melodramma sentimentale. Resta un film dei suoi anni non
privo di grazia e intelligenza artigianale.
…Per finire - mentre il cambiamento più marcato dal romanzo al film
si può senz'altro individuare (ovviamente dal PdV del mero plot)
nell'inserimento del vicino di casa della zia, un personaggio (interpretato dal
regista Hugo Haas) creato e inventato da zero per normalizzare e rendere più
comoda, elementare ed agevole l'implementazione di alcune svolte narrative, ma
che non stona affatto nell'insieme – ecco ancor'altre più o meno importanti e
significative divergenze: oltre alla statua d'ebano nigeriana, presenza
fisico-fantasmatica nelle pagine scritte d'altrettanto nero inchiostro e solo
suppellettile di contorno sulla superficie al nitrato d'argento della
pellicola, e alla figura del custode-tuttofare messicano/italiano del museo
dove è impiegata Elizabeth che prende il posto del giovane, gentile dottore
incontrato da Beth/Bess a New York, ecco, in penultimo non ultimo: il fango,
che dal frigorifero passa al vestito; e il ritorno più
espressivo/espressionista dell'edificio museale: nel finale del romanzo il
calpestare ancora quelle stanze e quelle aule, quei saloni e quei corridoi (che
nelle prime pagine invece assurgono a vero e proprio personaggio, con una forza
icastica e un'incisività pittorica indimenticabili) è reso più come una -
comunque sottilmente disturbante - visita di cortesia, mentre nella pellicola
quelle scenografie vengono ri-utilizzate come substrato, contesto ed
argomentazione del dare alla memoria, dopo la suppurazione e l'epurazione del
trauma, un proprio luogo in cui ricongiungersi con sé stessa, ristabilirsi e
ristabilire un ordine condiviso tra le parti, confluent'in fine le une nelle
altre a dare somma uno: Set This House in Order! L'eterno splendore della mente
riasse-s/t-tata.
Ottimi tutti gli interpreti…
domenica 16 agosto 2026
Deváté srdce (Il nono cuore) - Juraj Herz
una fiaba più da fratelli Grimm che da Andersen.
una principessa prigioniera, uomini che vogliono salvarla, senza riuscirci, un amore proletario che poi trionfa.
un film che merita, promesso.
buona (di corsa) visione - Ismaele
QUI e QUI si può vedere il film con sottotitoli in inglese
Un gruppo di girovaghi
narra una storia rappresentandola sulle piazze dei villaggi. La storia si
riferisce ad un avvenimento che accade nel Regno di Napoli dove vive una
giovane principessa, Adriana, vittima di un sortilegio. Ogni notte, costei
scompare misteriosamente dalla reggia e si ritrova a ballare interminabili
danze in un Regno Sotteraneo dove impera il genio malefico del conte
Aldobrandini. Costui, quando era astronomo di corte, per impadronirsi del Regno
di Napoli, essendo Adriana l'unica erede al trono, la chiese in sposa. Ma la
principessa rifiutò le nozze e da allora il conte la tiene prigioniera dei suoi
incantesimi finché non si deciderà a sposarlo. I giovani del reame di Napoli si
sono offerti generosamente per salvare la principessa, promessa in sposa a chi
di loro fosse riuscito a salvarla, ma di essi nessuno è più tornato dal Regno
Sotterraneo. L'ultimo giovane che si offre è Martin, uno studente squattrinato,
che, attratto dalla bellezza di Touka, una ragazza girovaga, invita a pranzo tutta
la compagnia e, non avendo denaro per pagare, per sfuggire alla giustizia, si
offre di salvare la principessa. Martin, aiutato dal buffone di corte, si
inoltra nel Regno Sotterraneo. Qui scopre che gli otto giovani che l'hanno
preceduto sono stati assassinati e il loro cuore è servito a preparare un
filtro prodigioso che tiene in vita il malvagio Aldobrandini, altrimenti
appartenente a secoli passati. Dopo una serie di peripezie, il buffone di corte
viene catturato per sbaglio al posto di Martin e il suo cuore va a completare
la serie di filtri. Martin, però, non si dà per vinto e scopre il segreto
meccanismo dei filtri, riuscendo così a richiamare in vita i nove sventurati.
Con essi e la principessa, cerca di uscire dal labirinto dove l'incantesimo del
conte li tiene prigionieri. Il conte, ormai privo dei suoi filtri magici,
ritorna nel regno dei morti. Ma il gruppo dei giovani gira inutilmente nella
reggia incantata, finché il richiamo di un amore lontano, Touka, indica a
Martin la via d'uscita.
…Questo lavoro di Herz è un saggio di favolistica, in
cui emerge lo sfarzo dell'immaginario e il fascino degli antichi miti tramandati
dalla cultura di tutta Europa, India, Egitto, America e Africa. Il film può
favorire una lettura emblematica del mondo dei simboli, riferendosi ad
altrettante realtà: il bene e il male, il tempo e l'eternità, la cattiveria e
la bontà, la povertà e la ricchezza. Motivi spesso fortemente legati a desideri
e aspirazioni profondamente radicati nell'uomo, come l'immortalità, una vita
felice, la possibilità di dominare gli elementi della natura. Tutto un mondo di
tradizioni vissute da generazioni lontane nel tempo, ma tuttora riscontrabili
nei desideri più o meno palesi e più o meno inconsci di ogni uomo. Una
splendida fotografia e una scenografia originale aumentano la suggestività
delle immagini che fanno di questo film uno spettacolo interessante per molti
aspetti.
sabato 15 agosto 2026
Classifica 2025-2026
anche quest'anno (settembre 2025 - agosto 2026) faccio una specie di classifica dei film visti al cinema (83), e qualcosa di ottimo e buono c'è (cliccando su ogni titolo c'è il link alla piccola recensione che avevo scritto a suo tempo), gli altri, comunque buoni, si trovano nel blog - Ismaele
venerdì 14 agosto 2026
Anche i boia muoiono – Fritz Lang
a Praga, nel 1942 ammazzano Reinhard Heydrich, un boia nazista.
il film racconta la caccia all'assassino e l'eroismo dei cittadini di Praga che non fanno i delatori, nonostante tutti i prevedibili tipi di minacce.
alla sceneggiatura anche un certo Bertholt Brecht.
un gioiellino da non perdere, promesso.
buona (antinazista) visione - Ismaele
QUI il film completo con sottotitoli in inglese
QUI il film completo con sottotitoli in
spagnolo
C’è lo spirito di Bertholt Brecht dietro questo poco
conosciuto gioiello del cinema degli anni Quaranta, anche se il drammaturgo
viennese litigò con Lang e ritirò la firma. Ma c’è anche tanto dell’animo dello
stesso Lang, che da sempre ha avuto cari i temi della solidarietà umana che si
traduce in una solidità indistruttibile da alcuna repressione, minaccia o
violenza. “Anche i boia muoiono” è una straordinaria riflessione sulla forza
della comunità contrapposta alla debolezza e alla meschinità del singolo,
spesso arroccato su interessi e privilegi, e temibile traditore di se stesso.
Costruendo la vicenda come un poliziesco classico, in cui sino alla fine si
segue l’investigazione dei nazisti per vedere se questi scopriranno il
colpevole, da subito noto allo spettatore, Lang realizza un film pregevole e
coinvolgente, sull’autoritarismo, sulla guerra e sulle pulsioni dell’uomo,
animale sociale e solidale e, al tempo, lupo per gli altri uomini; tracciando,
con illuminante lucidità, un percorso verso la fraternità e il reciproco
supporto come unica via per superare la barbarie. È solo in una condizione di
cooperazione attiva e privazione del singolo che l’essere umano potrà divenire
“superuomo”, elevandosi a specie migliore ed emancipandosi dai suoi orrori.
Notazione speciale per il modo in cui il regista tedesco adopera luci e,
soprattutto, ombre: più di un’inquadratura (specialmente degli interrogatori) è
da brividi sulla schiena per intensità e forza morale.
Robusto, e foschissimo, film del Fritz Lang americano. Che
nell’anno 1943, mentre il paese in cui abita e lavora è in guerra contro il suo
paese d’origine (lasciato dieci anni prima), realizza questo Anche i boia muoiono che può essere visto come
un’opera di propaganda assai tipica del periodo. Propaganda antitedesca, of
course. Ma Lang piega il genere alle sue ossessioni per mettere in scena come
sempre, e anche di più, il suo teatro del male pieno di ombre, e di crimini e
misfatti. Il boia del titolo è il davvero terribile Reinhard Heydrich, uno dei
gerarchi nazisti più spietati, sempre che si possa stabilire in quel contesto
una scala di ferocia. Fu lui a dirigere la conferenza di Wansee del 1942 in cui
si pianificò con teutonica precisione lo sterminio degli Ebrei d’Europa,
l’organizzazione dei campi e dei trasporti ferroviari. Come s’è visto nel
film Conspiracy del 2001, dove a interpretarlo era un
eccellente Kenneth Branagh. Dopo quel famigerato vertice Heydrich diventa
governatore del protettorato di Boemia e Moravia, dove mostra subito la sua
inflessibilità. Verrà ucciso pochi mesi dopo, nel giugno 1942, in un attentato
dei resistenti cecoslovacchi. Uno dei casi più clamorosi della guerra
clandestina contro il nazismo. Il film di Fritz Lang ricostruisce, romanzando e
avventurando abbastanza, l’uccisione di Heydrich, ed è l’occasione per il gran
regista di confrontarsi con i demoni del suo paese, con i propri fantasmi di
esule e la propria identità ebraica. Angosciosissimo, già anticipando quei film
resistenziali e anche postespressionisti del cinema polacco e centroeuropeo
anni Cinquanta-Sessanta (Cenere e diamanti, I dannati di Varsavia ecc.). A rendere ancora più
irrinunciabile Anche i buoia muoiono è la
collaborazione allo script di Bertolt Brecht, pure lui a quel tempo rifugiato
in America, e le musiche sono del brechtiano Hans Eisler. Il film di culto è
pronto. Con Brian Donlevy e Walter Brennan.
Godetevi la cura meticolosa per ogni minimo dettaglio, il
perfezionismo estetico di Lang, la sua tecnica superlativa. Fin dalle prime
battute è chiaro dove si schieri il regista austriaco: l'effemminato gerarca
nazista, il gioco di sguardi, movimenti, fluttuazioni che Lang disegna sullo
schermo a beneficio dello spettatore, mostrano un universo inevitabilmente
polarizzato, coi nazisti oscenamente sadici e stupidi e i cechi animati da un
forte spirito patriottico e di sacrificio. È probabilmente anche l'unico
difetto di questa pellicola, l'unico aspetto prevedibile, per il resto lo
sviluppo lascia spazio a più alternative, la tensione psicologica è sempre
alta, la tecnica e la fotografia ottime, gli attori ben calati nella parte.
Lang, al riparo in terra americana, tira una stilettata al cuore del nazismo,
senza sconti. Gran film.
giovedì 13 agosto 2026
Maigret tend un piège (Il commissario Maigret) - Jean Delannoy
Jean Gabin, Annie Girardot e Jean Desailly sono gli ottimi protagonisti di questa storia di Maigret, ottimi dialoghi di Michael Audiard, appare in un piccolo ruolo anche Lino Ventura.
niente è fuori posto, tutto torna, Jean Delannoy è bravissimo a dirigere il film.
un piccolo gioiellino da non perdere, promesso.
buona (simenoniana) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film in francese
QUI si può vedere il film in francese con sottotitoli in inglese
La prima volta sul grande schermo del Maigret forse più
famoso,quello impersonato dal mai dimenticato Jean Gabin.Scelta approvata dallo
stesso Simenon che vedeva in Gabin la perfetta visualizzazione dell'ostentata
normalità dell'uomo Maigret. Gabin aderisce anima e corpo al personaggio di un
commissario abituato ad usare il buon senso, con uno spiccato senso
dell'umanità ma assolutamente ligio e rigoroso nell'applicazione della legge Preferisce
il ragionamento all'azione, risolve il caso con la sua intelligenza e non con
un azione di forza (che anzi fallisce).Maigret è il figlio un po'pigro di una
Parigi buia qui inquadrata dalla sua prospettiva peggiore, quella delle strade
malfamate e malfrequentate. Il caso del serial killer di prostitute viene
risolto grazie alla capacità deduttiva del commissario e al suo spirito
d'osservazione oltre che da errori sesquipedali da parte dei sospettati. Con un
confronto finale tra nuora e suocera di rara intensità drammatica....
A Parigi, nel quartiere del Marais, qualcuno si è
messo a uccidere donne sole al calar della notte. Il commissario Maigret pensa
che l’assassino stia cercando di provocarlo. Decide quindi di tendere una
trappola al suo sanguinario avversario, ma gli darà del filo da torcere.
Jean Gabin è il settimo commissario Maigret della
storia dopo Abel Tarride in Le Chien jaune diretto dal figlio di Tarride, Jean; Pierre Renoir
in La Nuit du carrefour diretto dal fratello minore Jean Renoir; Harry
Baur in Il delitto della villa di Julien Duvivier; Albert Préjean in tre
film girati sotto l’occupazione; Picpus e Les Caves du Majestic di Richard Pottier; Cécile est morte di Maurice Tourneur… Prima di lui c’erano
stati anche Charles Laughton in L’uomo della Torre Eiffel di Burgess Meredith e infine Michel Simon
nell’episodio Les Témoignages d’un enfant de cœur in Brelan d’as di Henri Verneuil.
Tra tutti i Maigret del grande schermo Gabin fu
però il più popolare. Più familiare di Harry Baur o Pierre Renoir, più uomo
comune di Michel Simon, più autorevole di Albert Préjean… Girò del resto altri
due Maigret, uno nel 1959 nuovamente con Delannoy, Maigret e il caso Saint-Fiacre (buono quasi quanto Maigret tend un piège) e l’ultimo nel 1963 con Gilles Grangier, Maigret e i gangsters.
La sceneggiatura di Maigret tend un piège è scritta a più mani da Delannoy, Michel
Audiard, dialoghista molto celebre e molto apprezzato da Gabin, e
Rodolphe-Maurice Arlaud, critico e giornalista ginevrino che collaborò più
volte con Delannoy e Granier-Deferre.
Annie Girardot è eccellente in uno dei suoi primi
grandi ruoli; due anni dopo lavorerà con Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli, in seguito con Mario Monicelli in I compagni, poi con Marco Ferreri in La donna scimmia, ecc. Nel ruolo di un ispettore incrociamo anche
Lino Ventura, amico di Gabin dai tempi di Grisbì.
…il film non brilla per originalità registica e gli
esterni girati in studio appaiono assai datati. In compenso, la sceneggiatura è
quasi ovviamente di ferro, Jean Gabin ci mette la griffe da par suo e i
dialoghi di Michel Audiard rendono cinematograficamente impeccabile un testo
letterario, quindi diverso dal linguaggio della Settima Arte e bisognoso di una
vera e propria “traduzione”. All’ottima trasformazione del romanzo
contribuiscono attori di gran classe come Jean Desailly, Annie Girardot e,
nell’indovinato ruolo di poliziotto della squadra Maigret, un giovane ma già
imponente Lino Ventura, che recita al fianco di un idolo della sua adolescenza.
Chi si fa notare maggiormente, comunque, è Jean Desailly, assassino psicopatico
morbosamente attaccato all’altrettanto schiodata madre. La sua tirata finale,
quando crolla inchiodato dalla ricostruzione del commissario Maigret, è un
pezzo di bravura, che non può non rimandare ad un certo Norman Bates...
"Cinéma de papa" quanto si vuole, ma il talento di Jean Desailly non
sfuggì a François Truffaut, che lo volle nel suo splendido "La peau
douce" nel 1964…
mercoledì 12 agosto 2026
Anima persa – Dino Risi
un film con un immenso Vittorio Gassman, e una bravissima Catherine Deneuve.
raccontarlo è un crimine, guardatelo e godetene tutti.
buona (inattesa) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film su Raiplay
QUI si può vedere il film online
…Il film segue l’arrivo del diciannovenne Tino (Danilo Mattei) a Venezia, ospitato nel palazzo nobiliare ormai decadente
degli zii, Fabio e Elisa Stolz, con lo scopo di seguire gli studi d’arte. Fabio Stolz (interpretato da Vittorio Gassman) si presenta come un personaggio ossessivo e dalla grande
morale, mentre la zia Elisa Stolz (interpretata da Catherine Deneuve) che vive nell’ombra del marito, è legata da un segreto
indicibile. I misteri ruotano attorno a rumori e risate infantili che il
giovane ospite sente provenire dalla soffitta del palazzo residente. Una volta
che lo zio Fabio confessa al nipote che vi abita il suo stesso fratello ormai
infermo di mente, la storia sembra prendere una piega strana e si rivela più
inquietante e stratificata di quanto appaia in superficie…
…Per scrivere la sceneggiatura
viene chiamato stavolta Bernardino Zapponi, altro professionista di chiara fama
noto per i lavori con Mauro Bolognini, Federico Fellini e lo stesso Risi, ma
mai abbastanza ricordato per il fondamentale contributo offerto all’innovativo
“congegno” col quale Dario Argento un paio di anni prima aveva “scardinato” le
regole del thriller (stiamo parlando naturalmente di Profondo Rosso); ed è una
“ventata” che Zapponi porta anche in questo copione, rimodellando all’uopo la
materia arpiniana.
Tanto per cominciare, come teatro dei fatti viene scelta, in luogo di
Torino, una Venezia più lugubre che mai, la “vecchia dall’alito cattivo” che
non ha nulla da invidiare, quanto a putridume, a quelle filmate da Aldo Lado in
Chi L’Ha Vista Morire o da Nicolas Roeg in Don’t Look Now; in secondo luogo,
Zapponi modifica sensibilmente i caratteri dei personaggi principali:
l’ingegnere (ribattezzato Fabio Stolz) perde la mitezza della pagina letteraria
per trasformarsi in un uomo coltissimo, austero, sottilmente dispotico, di una
pedanteria a tratti ossessiva ed attraversato da un malessere interiore
indecifrabile, un prussiano dai modi e dalle concezioni di vita d’altri tempi
(la cui figura sembra vagamente ispirata a quella del grande poeta romantico
Friedrich Hölderlin) che tiene sostanzialmente reclusa la più giovane moglie
Elisa, sottomessa e cagionevole di salute (la Galla di Arpino era invece una
donna di carattere più fermo), con la quale intrattiene una sorta di sadico
gioco psicologico al gatto col topo (valore aggiunto sono i magnifici dialoghi,
in bilico tra amaro esistenzialismo, tagliente sarcasmo e nonsense);
l’introduzione poi del personaggio di Beba, fantomatica figlia di primo letto
di quest’ultima morta appena decenne in circostanze non chiare, assente nel
romanzo e vero e proprio altro “elefante nella stanza” alla pari del misterioso
gemello, contribuisce ad alzare ulteriormente il livello di morbosità
dell’insieme, conducendo lo spaesato Tino, e insieme a lui noi spettatori,
attraverso un viaggio nelle tenebre di due menti malate che si concluderà, con
un finale ad effetto, addirittura evocando echi di pedofilia…
…In questo spazio ci soffermeremo su Giovanni Arpino, autore nel 1966 del romanzo Un’anima persa. Dino Risi e lo sceneggiatore Bernardino Zapponi utilizzeranno questo soggetto di Arpino (autore che Risi già utilizzò per Profumo di donna) ma ambienteranno la vicenda a Venezia anziché a Torino. Risi affermò infatti la modifica del testo originale: “il romanzo lo abbiamo modificato e dilatato…Neppure Arpino è stato informato di questa aggiunta, ma dopo Profumo di donna credo si fidi di me”. La scelta della città veneta è riconducibile al tono enigmatico che si è voluto imprimere alla vicenda: non esiste altra città al mondo (città labirinto fu ribattezzata dal regista in un’intervista coeva all’uscita del film) in cui la natura umana può essere mascherata in modo migliore che non a Venezia.
L’anima – o meglio le anime – sono quelle di Fabio Stolz (Vittorio Gassman) ed Elisa (Catherine Deneuve), zii di Tino (Danilo Tommasi), ospite in laguna per cominciare i suoi studi in pittura. Con il passare dei giorni il giovane si accorgerà che nella dimora veneziana degli Stolz si nascondono le tracce di un passato che non andrebbe riportato a galla…
…Una delle più grandi interpretazioni di un Gassman a due facce
assolutamente inquietante nel ruolo del pazzo recluso che sa però nascondere
bene il fuoco sotto la cenere dello zio Fabio per poi sprigionarlo con il
giusto dosaggio nel progredire del racconto fino al bellissimo monologo finale
ma è chiaro che anche i meno scaltri all'urlo della parola "Eufrasio"
e osservando bene la sequenza della notte brava in locali e casinò di Tino e
zio Fabio potranno captare l'inghippo.
Il colpo di scena finale è tutto sommato imprevedibile ma
neanche troppo digeribile tanto che se non sbaglio non proviene dal romanzo ma
è una trovata di sceneggiatura.
Algida e passiva la Deneuve fa bene il suo personaggio senza
strafare, adeguato al ruolo Danilo Mattei ma si poteva trovare di meglio mentre
è un piacere rivedere Anice Alvina nel ruolo di Lucia la modella pittorica che
scatena le prime pulsioni in Tino e l'amarezza dei ricordi in zio Fabio: ha
come sempre un sex appeal transalpino tutto suo che favorisce fortemente la sua
caratterizzazione che si impenna appena entrata in scena con un nudo integrale
disinvolto e stuzzicante per poi stemperarsi al saluto finale in cima al ponte.
Musica di Francis Lai.
…Il tono gotico, malsano ed ambiguo della pellicola si sposa alla
perfezione con l'atmosfera putrida e decadente della città lagunare (“Venezia
è una vecchia signora dall'alito cattivo”), ripresa da Tonino Delli Colli con una fotografia livida e funerea . Molto suggestiva la scelta delle ambientazioni, tra le calli ed i
canali meno turistici, l'isola-cimitero quella manicomio e la dimora aristocratica degli zii,
splendida ma in gran parte fatiscente, fantasma di uno passato splendore.
Anima Persa è quindi un film sulla decadenza inarrestabile di
un'umanità dall'apparenza falsamente rispettabile, sulla perversione e la
follia, segregate in soffitta per metterle al riparo da occhi indiscreti, e
spiate al massimo attraverso uno spioncino, ma che finiscono per avviluppare
un'intera famiglia con le loro malsane spire. Un film amaro sul male di vivere,
sull'angoscia e l'inquietudine esistenziale che possono spalancare l'abisso della pazzia…