giovedì 24 maggio 2012

Au hazard Balthazar – Robert Bresson


Un film nel quale pensiamo di guardare Balthazar, ma credo sia lui a guardarci ( meno male per noi che non può parlare).
Qui non è la natura matrigna di Leopardi ma la cattiveria umana a segnare la vita e qualcuno, ho letto da qualche parte, associa il cavallo di Bela Tarr all'asino di Bresson come simboli universali della condizione umana. (da qui)



Marie mi sembra di (ri) conoscerla, breve ricerca e trovo che è Odetta in “Teorema” di Pasolini.


Alla fine del film mi ritorna im mente una poesia bellissima di Francis Jammes, intitolata
 “Preghiera per andare in Paradiso con gli asini”:

Quando dovrò venire a voi, mio Dio, fate che sia un giorno in cui la campagna in festa sarà piena di polvere.
Desidero, come feci quaggiù, scegliere un sentiero per andare, come a me piacerà, in Paradiso, dove ci sono le stelle in pieno giorno.
Prenderò il mio bastone e sulla grande strada andrò e dirò agli asini, miei amici: -Io sono Francis Jammes e vado in Paradiso, perché non c’è l’inferno nel paese del buon Dio.
Dirò loro: Venite, dolci amici del cielo blu, povere care bestie che, con brusco muovere d’orecchio, cacciate le vili mosche, le botte e le api.
Che io vi appaia in mezzo a queste bestie che amo tanto perché abbassano la testa dolcemente, e si fermano giungendo i loro piccoli piedi in modo cosi dolce e che ispira pietà.
Arriverò seguito dalle loro migliaia d’orecchie, seguito da quelli che portano al fianco delle ceste, da quelli che tirano carrozzoni di saltimbanchi o carri di latte e spolverini, da quelli che portano in groppa bidoni ammaccati, dalle asine piene come otri, dai passi rotti, da quelli a cui mettono piccoli pantaloni a causa delle piaghe blu e trasudanti che fanno le mosche ostinate che vi si ammassano intorno.
Mio Dio, fate ch’io venga a voi con questi asini.
Fate che in pace, degli angeli ci conducano verso ruscelli frondosi dove tremano ciliegie lisce come la pelle ridente delle ragazze, e fate che, chino su questo soggiorno d’anime, sulle vostre divine acque, io sia uguale agli asini che specchiano la loro umile e dolce povertà nella limpidezza dell’amore eterno.

Il film è un capolavoro, vi aspetta e non vi deluderà - Ismaele



… Soltanto Balthasar, il meraviglioso Balthasar che passa da una mano all’altra, da brevi condizioni di tranquillità alle violenze più dolorose e umilianti, risalta la purezza di un essere indenne dal maleficio umano. Egli percorre la strada del suo calvario registrando atti e eventi nella loro forma fenomenica, incapace di elaborarli e quindi di fornire loro una qualsiasi struttura di senso che non sia di pura reazione quando il legno si abbatte sulle sue carni. Mentre i personaggi con cui condivide la scena si evolvono mostrando un’ineliminabile inclinazione verso il degrado umano, egli viene ripreso nella sua stabilità assoluta dalla macchina quale estrema espressione di bellezza interiore e candore, impossibilitato a subire quei processi che segnano in modo indelebile la "migliore" creatura del cosmo.
Film di tristezza profonda e universale, Au Hazard Balthazar è costruito, secondo il più caratteristico stile bressoniano, sulla base di una assenza totale di drammaticità: la cifra stilistica del grande regista è una congegnata assenza di espressività dei personaggi che, guidati in modo magistrale, sembrano privi del mestiere della recitazione. Anche l’asse temporale del film si sviluppa secondo l’assoluta mancanza di sussulti che suggerisce la continuità di una esperienza eterna raccontata ben oltre i limiti della pellicola. La vita di Balthazar è fatta di frammenti che non arrivano mai al dunque e si consumano nel procedere sempre uniforme della sua vita. Anche le sue ribellioni alla insensata violenza dell’uomo sono solo sussulti decretati a ridimensionarsi nella predestinata sottomissione…
da qui


La radiolina, accesa in aperta campagna, rompe un incanto che durava da sempre. E' la fine di un'epoca: anche l'asino protagonista del film (l'asino Balthazar) viene ripetutamente dichiarato vecchio, inutile, sorpassato, ridicolo: fino alla sua morte, nel finale. L'asino di Bresson è l'ultimo testimone di un'epoca, e il nuovo che avanza è comodo e bello, ma è anche invadente, volgare, stupido, inutilmente rumoroso. Con lui, muore anche l'onesto maestro di scuola con i suoi princìpi all'antica e vincono il rumore, la volgarità, la violenza. Da noi, negli stessi anni, è Pierpaolo Pasolini ad accorgersi del cambiamento e a denunciarlo sui giornali e in tv: si tratta di piccoli avvenimenti, quasi banali, che portano qualche miglioramento nelle condizioni di vita ma che sono anche l’inizio di un cambiamento epocale che porterà alla scomparsa di una cultura millenaria.
Come Pasolini, col suo discorso sull'omologazione e la sua paura della tv, anche Bresson era in anticipo di quarant’anni e ha fotografato benissimo, da così lontano, i tempi che stiamo vivendo e dei quali la radiolina a transistor, che rompeva l'incanto del bosco e della campagna, era solo l'inizio, la prima crepa della frana che poi è smottata su di noi -la pubblicità, la volgarità, la stupidità dilagante. Sembra un paradosso, ma con internet e con l’elettronica oggi abbiamo molta più informazione di prima, e molto più accessibile, ma siamo sempre più ignoranti. Abbiamo buttato via una cultura vecchia come l'umanità, e tutti gli archetipi ad essa associati, per avere in cambio una radiolina qualsiasi, che trasmette soltanto dediche, canzoncine e (soprattutto) pubblicità. Ci siamo venduti l'anima: non per denaro o per conquistare il mondo, ma per una radiolina portatile…


If seen from an animalcentric point of view, both of these films give us an unrelenting portrait of the suffering we inflict upon the often invisible victims of our cruelty. Of course, as we watch these movies, or any movies that use animals, we can never forget that the animals who portray She and Balthazar are actors, but not by their free will. Their true stories will remain untold. This adds yet another level of depth to the understanding of the invisibility of animal suffering and exploitation that these films bring us.
But this is also another way in which these films remind us that invisibility is not inevitable. It is a pact between the exploiter and those who refuse to see, a pact which we are not obligated to enter into. When confronted with real footage of animal suffering, some of us refuse to watch. Some say that watching does not help. Some even say that it hurts, by making us feel so powerless. However, those individuals whose lives or deaths are being documented, the few among the innumerable who suffer in perpetuity, provide us with a glimpse into a reality that we have no right to decline to see. In the end I think that we owe them, at the very least, the very small gesture of bearing witness to their suffering…


Given this philosophy, a donkey becomes the perfect Bresson character. Balthazar makes no attempt to communicate its emotions to us, and it comunicates its physical feelings only in universal terms: Covered ith snow, it is cold. Its tail set afire, it is frightened. Eating its dinner, it is content. Overworked, it is exhausted. Returning home, it is relieved to find a familiar place. Although some humans are kind to it and others are cruel, the motives of humans are beyond its understanding, and it accepts what they do because it must.
Now here is the essential part. Bresson suggests that we are all Balthazars. Despite our dreams, hopes and best plans, the world will eventually do with us whatever it does. Because we can think and reason, we believe we can figure a way out, find a solution, get the answer. But intelligence gives us the ability to comprehend our fate without the power to control it. Still, Bresson does not leave us empty-handed. He offers us the suggestion of empathy. If we will extend ourselves to sympathize with how others feel, we can find the consolation of sharing human experience, instead of the loneliness of enduring it alone...



14 commenti:

  1. ci sarò ancora qualcuno che guarda i film di Bresson? Eppure, una volta al cinema ci andavano tutti, questi film giravano tutti nelle sale, non erano mica film per i festival e il termine "di nicchia" non lo avevano ancora inventato. Non solo Bresson, anche Bergman ha fatto incassi consistenti (vedi Scene da un matrimonio, Il settimo sigillo") ed è stato visto molto, Fellini e Antonioni sono ancora oggi citatissimi in tutto il mondo...

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. ovviamente, "ci sarà ancora qualcuno che guarda i film di Bresson?"
    :-)
    (sono due tasti vicini vicini)

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    1. Io l'ho visto quando avevo 11 o 12 anni,(insieme a Mouchette, tutta la vita in una notte) allora la Tv era anche questo, e non l'ho mai dimenticato. Non un film, un'opera d'arte tout court, assoluta. Si, ci sono ancora persone che amano Bresson, Bergman, Carl Dreyer: Ordet, Gertrud, come amano anche Georges Brassens e Georges Chelon. Per il resto, sono cresciuta una epoca felice quando alla radio sentivi tanto la tromba di Nini Rosso che i Beatles o Miryam Makeba...

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    2. ciao Lunapinot, a volte capita di vedere cose che non ti dimentichi, anche a me è capitato di vedere cose che avrei capito meglio dopo, intanto sapevo che meritavano

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  3. proprio oggi un'amica mi ha detto che i film in bianco e nero non li guarda, non avevo parole, solo parolacce.

    per me i due unici generi di film sono: belli o brutti.

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  4. purtroppo ci dobbiamo rassegnare che i numeri al cinema oggi li fanno gli altri...figurati oltre a gente che non guarda film in bianco e nero io conosco gente che mi guarda come un marziano quando dico che quando possibile guardo i film in originale con i sottotitoli! E mi rispondono sempre che per leggere i sottotitoli si perderebbero il film...

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  5. è vero, ci sono anche quelli che i sottotitoli mi distraggono, non seguo il film,
    magari guidano la macchina con la radio accesa, parlando al telefonino, con qualcuno affianco, col traffico intorno, ma non c'è problema, ma i sottotitoli no!

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  6. una cosa tristissima: Kubrick sull'ipad... Odissea nello spazio, ma lo spazio è tutto nel palmo di una mano.
    siamo ormai come al finale di Fahrenheit 451, non più solo per i libri ma anche per i film.

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  7. molti mangiano pizze surgelate anziché quelle napoletane, sono tempi che il progresso tecnico e tecnologico ci da molto, ma ci toglie di più:(

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  8. Un blog, non me lo apre. Comunque sia, d'accordo su tutto, anche sul parallelo con Béla Tarr, che però vedrei bene approfondito. Un capolavoro, ma non basta: uno di quei film che è giusto rivedere, che ti fanno riscoprire umano.

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    1. e sopratutto di quei film che bisogna cercare e diffondere:)

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    2. Mi accorgo solo ora che nell'avatar che contrassegna questo post c'è - mi pare - la sequenza iniziale del cavallo di Torino. Meraviglioso!

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    3. dentro il post ci sono i primi otto minuto de "Il cavallo di Torino":)

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