lunedì 17 agosto 2026

Lizzie (La donna delle tenebre) – Hugo Haas

tratto da un bel romanzo di Shirley Jackson, Lizzie è un film che merita molto.

qualche piccola variazione rispetto al libro (solo chi ha letto il libro lo saprà) ci sta bene, è funzionale all'econoia fel film.

una ragazza orfana, che vive con la zia, ha qualche problema nella sua testa, dovuti a traumi dell'infanzia, un bravo medico riesce a capire tutto.

buona (ipnotica) visione - Ismaele

 


Stroncato all'epoca ma oggi rivalutabile come b-movie sincero, uno psycho-noir asciutto sorretto dalla brava Parker e dalla magnetica Blondell. La rappresentazione del disturbo dissociativo è semplificata secondo i canoni del "cinema psichiatrico" anni Cinquanta. Tra thriller e melodramma senza mai osare davvero troppo, restando, comunque, un prodotto gradevole.

Risposta della MGM a la Donna dai tre volti (1957) realizzato dalla 20th Century Fox, uscito quattro mesi prima e vincitore di un Oscar, anche quello a raccontarci di una giovane donna dissociata e del medico che l’aiuta con l'ipnosi. Un’operazione sulla cresta dell’onda dell’interesse dei tempi per la psicanalisi e per fenomenologie della psiche sempre un po’ arcane e misticheggianti (la personalità multipla, l’ipnosi) che, tuttavia, né piacque alla scrittrice Shirley Jackson dal cui romanzo “Lizzie” (the Bird’s nest) il film venne tratto, né entusiasmò la critica: lo spietato Bosley Crowther del New York Times, nell'aprile ’67, liquidò il film come "sciocco e generalmente noioso", giudizio severo ma comprensibile nel contesto di un'epoca che preferiva il realismo sociale alle derive exploitation. Oggi, liberato sia dal confronto con la Donna dai tre volti, sia da peculiari correnti critiche, Lizzie emerge come un b-movie sincero e artigianalmente solido, sorretto da performance femminili di buono spessore e da una regia consapevole dei propri mezzi espressivi. Haas, regista boemo, operando con risorse limitate, costruisce un psycho-noir asciutto e nervoso attorno alla figura di Elizabeth, ben resa dalla Parker che evita le trappole del manierato e ci documenta, con la sua personalità "cattiva", seduttiva, moralmente ambigua, gli stereotipi sulla sessualità femminile degli anni Cinquanta. Le sequenze più memorabili - la scena dei tre specchi che moltiplicano il volto della protagonista, le lettere minatorie che Elizabeth scrive inconsapevolmente a se stessa, la ricostruzione della festa di compleanno che diventa teatro terapeutico - rivelano una sensibilità registica e narrativa non così dozzinale. Plus, la presenza di Joan Blondell che offre una valida presenza scenica nel ruolo della zia Morgan, alcolizzata perenne in vestaglia che abita gli spazi più sensibili del racconto. Il personaggio rimane enigmatico, forse poco sviluppato, ma Blondell impregna ogni battuta di una ironia malinconica e ricorda quel tipico modello della diva in disarmo (Bette Davis, Gloria Swanson, ...). Richard Boone, invece, interpreta lo psichiatra Neal Wright secondo i canoni dell'epoca: figura paternalistica che penetra - verbo non a caso - i misteri della psiche femminile attraverso l'ipnosi, sorta di soggetto umano a metà fra l’affidabilità scientifica positivista e il prete secolarizzato che ha a che fare con la psiche-anima. È, però, sul piano scientifico che il soggetto regge poco. La rappresentazione del disturbo dissociativo (già di suo tema sensibile in ambito clinico, si leggi nei trivia) rimane assai semplificata. La risoluzione terapeutica segue una logica narrativa rassicurante ma psicologicamente ingenua (scoprire il trauma basta per eliminare il sintomo) che però piaceva molto al “cinema psichiatrico” dell'epoca che trasformava la complessità della mente in percorsi lineari di causa-effetto, trauma e catarsi (cfr. Hitchcock di Io ti salverò, 1945; Marnie, 1964). Il vero limite, ad ogni modo, non è quello scientifico ma quello narrativo: il film manca di pepe, non accade mai nulla di davvero pericoloso, non si consuma violenza autentica o pericolosità; l'ombra del suicidio e dell'omicidio viene evocata ma mai materializzata. Questa castrazione drammatica indebolisce l'impatto complessivo, confinando Lizzie in un limbo tra thriller psicologico e melodramma sentimentale. Resta un film dei suoi anni non privo di grazia e intelligenza artigianale.

da qui

 

…Per finire - mentre il cambiamento più marcato dal romanzo al film si può senz'altro individuare (ovviamente dal PdV del mero plot) nell'inserimento del vicino di casa della zia, un personaggio (interpretato dal regista Hugo Haas) creato e inventato da zero per normalizzare e rendere più comoda, elementare ed agevole l'implementazione di alcune svolte narrative, ma che non stona affatto nell'insieme – ecco ancor'altre più o meno importanti e significative divergenze: oltre alla statua d'ebano nigeriana, presenza fisico-fantasmatica nelle pagine scritte d'altrettanto nero inchiostro e solo suppellettile di contorno sulla superficie al nitrato d'argento della pellicola, e alla figura del custode-tuttofare messicano/italiano del museo dove è impiegata Elizabeth che prende il posto del giovane, gentile dottore incontrato da Beth/Bess a New York, ecco, in penultimo non ultimo: il fango, che dal frigorifero passa al vestito; e il ritorno più espressivo/espressionista dell'edificio museale: nel finale del romanzo il calpestare ancora quelle stanze e quelle aule, quei saloni e quei corridoi (che nelle prime pagine invece assurgono a vero e proprio personaggio, con una forza icastica e un'incisività pittorica indimenticabili) è reso più come una - comunque sottilmente disturbante - visita di cortesia, mentre nella pellicola quelle scenografie vengono ri-utilizzate come substrato, contesto ed argomentazione del dare alla memoria, dopo la suppurazione e l'epurazione del trauma, un proprio luogo in cui ricongiungersi con sé stessa, ristabilirsi e ristabilire un ordine condiviso tra le parti, confluent'in fine le une nelle altre a dare somma uno: Set This House in Order! L'eterno splendore della mente riasse-s/t-tata. 

Ottimi tutti gli interpreti…

da qui

 

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