tratto da un bel romanzo di Shirley Jackson, Lizzie è un film che merita molto.
qualche piccola variazione rispetto al libro (solo chi ha letto il libro lo saprà) ci sta bene, è funzionale all'econoia fel film.
una ragazza orfana, che vive con la zia, ha qualche problema nella sua testa, dovuti a traumi dell'infanzia, un bravo medico riesce a capire tutto.
buona (ipnotica) visione - Ismaele
Stroncato all'epoca ma oggi
rivalutabile come b-movie sincero, uno psycho-noir asciutto sorretto dalla
brava Parker e dalla magnetica Blondell. La rappresentazione del disturbo
dissociativo è semplificata secondo i canoni del "cinema psichiatrico"
anni Cinquanta. Tra thriller e melodramma senza mai osare davvero troppo,
restando, comunque, un prodotto gradevole.
Risposta
della MGM a la Donna dai tre volti (1957)
realizzato dalla 20th Century Fox, uscito quattro mesi prima e vincitore di un
Oscar, anche quello a raccontarci di una giovane donna dissociata e del medico
che l’aiuta con l'ipnosi. Un’operazione sulla cresta dell’onda dell’interesse
dei tempi per la psicanalisi e per fenomenologie della psiche sempre un po’
arcane e misticheggianti (la personalità multipla, l’ipnosi) che, tuttavia, né
piacque alla scrittrice Shirley Jackson dal cui romanzo “Lizzie” (the Bird’s
nest) il film venne tratto, né entusiasmò la critica: lo spietato Bosley
Crowther del New York Times, nell'aprile ’67, liquidò il film come
"sciocco e generalmente noioso", giudizio severo ma comprensibile nel
contesto di un'epoca che preferiva il realismo sociale alle derive
exploitation. Oggi, liberato sia dal confronto con la Donna dai tre volti, sia da peculiari correnti
critiche, Lizzie emerge come un b-movie sincero e artigianalmente solido,
sorretto da performance femminili di buono spessore e da una regia consapevole
dei propri mezzi espressivi. Haas, regista boemo, operando con risorse
limitate, costruisce un psycho-noir asciutto e nervoso attorno alla figura di
Elizabeth, ben resa dalla Parker che evita le trappole del manierato e ci
documenta, con la sua personalità "cattiva", seduttiva, moralmente
ambigua, gli stereotipi sulla sessualità femminile degli anni Cinquanta. Le
sequenze più memorabili - la scena dei tre specchi che moltiplicano il volto
della protagonista, le lettere minatorie che Elizabeth scrive inconsapevolmente
a se stessa, la ricostruzione della festa di compleanno che diventa teatro
terapeutico - rivelano una sensibilità registica e narrativa non così
dozzinale. Plus, la presenza di Joan Blondell che offre una valida presenza
scenica nel ruolo della zia Morgan, alcolizzata perenne in vestaglia che abita
gli spazi più sensibili del racconto. Il personaggio rimane enigmatico, forse
poco sviluppato, ma Blondell impregna ogni battuta di una ironia malinconica e
ricorda quel tipico modello della diva in disarmo (Bette Davis, Gloria Swanson,
...). Richard Boone, invece, interpreta lo psichiatra Neal Wright secondo i
canoni dell'epoca: figura paternalistica che penetra - verbo non a caso - i
misteri della psiche femminile attraverso l'ipnosi, sorta di soggetto umano a
metà fra l’affidabilità scientifica positivista e il prete secolarizzato che ha
a che fare con la psiche-anima. È, però, sul piano scientifico che il soggetto
regge poco. La rappresentazione del disturbo dissociativo (già di suo tema
sensibile in ambito clinico, si leggi nei trivia) rimane assai semplificata. La
risoluzione terapeutica segue una logica narrativa rassicurante ma
psicologicamente ingenua (scoprire il trauma basta per eliminare il sintomo)
che però piaceva molto al “cinema psichiatrico” dell'epoca che trasformava la
complessità della mente in percorsi lineari di causa-effetto, trauma e catarsi
(cfr. Hitchcock di Io ti salverò,
1945; Marnie, 1964). Il vero limite, ad ogni modo, non è
quello scientifico ma quello narrativo: il film manca di pepe, non accade mai
nulla di davvero pericoloso, non si consuma violenza autentica o pericolosità;
l'ombra del suicidio e dell'omicidio viene evocata ma mai materializzata.
Questa castrazione drammatica indebolisce l'impatto complessivo,
confinando Lizzie in un limbo tra
thriller psicologico e melodramma sentimentale. Resta un film dei suoi anni non
privo di grazia e intelligenza artigianale.
…Per finire - mentre il cambiamento più marcato dal romanzo al film
si può senz'altro individuare (ovviamente dal PdV del mero plot)
nell'inserimento del vicino di casa della zia, un personaggio (interpretato dal
regista Hugo Haas) creato e inventato da zero per normalizzare e rendere più
comoda, elementare ed agevole l'implementazione di alcune svolte narrative, ma
che non stona affatto nell'insieme – ecco ancor'altre più o meno importanti e
significative divergenze: oltre alla statua d'ebano nigeriana, presenza
fisico-fantasmatica nelle pagine scritte d'altrettanto nero inchiostro e solo
suppellettile di contorno sulla superficie al nitrato d'argento della
pellicola, e alla figura del custode-tuttofare messicano/italiano del museo
dove è impiegata Elizabeth che prende il posto del giovane, gentile dottore
incontrato da Beth/Bess a New York, ecco, in penultimo non ultimo: il fango,
che dal frigorifero passa al vestito; e il ritorno più
espressivo/espressionista dell'edificio museale: nel finale del romanzo il
calpestare ancora quelle stanze e quelle aule, quei saloni e quei corridoi (che
nelle prime pagine invece assurgono a vero e proprio personaggio, con una forza
icastica e un'incisività pittorica indimenticabili) è reso più come una -
comunque sottilmente disturbante - visita di cortesia, mentre nella pellicola
quelle scenografie vengono ri-utilizzate come substrato, contesto ed
argomentazione del dare alla memoria, dopo la suppurazione e l'epurazione del
trauma, un proprio luogo in cui ricongiungersi con sé stessa, ristabilirsi e
ristabilire un ordine condiviso tra le parti, confluent'in fine le une nelle
altre a dare somma uno: Set This House in Order! L'eterno splendore della mente
riasse-s/t-tata.
Ottimi tutti gli interpreti…
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