martedì 17 dicembre 2013

Still life – Uberto Pasolini

all'inizio John May sembra una specie di Mr. Bean, solo più triste e più solo, senza neanche Teddy.
fa un lavoro che più triste non si può e prova a dare un ordine, a lasciare in ordine le cose.
mai si riesce a chiudere le pratiche, che vengono archiviate, con dispiacere e non senza partecipazione, però senza una soluzione del caso.
ma alla fine un caso riesce ad avere una fine positiva, e forse John May potrebbe smettere i panni soliti per qualcosa di diverso, visto che intanto gli hanno tolto il lavoro.
ma il Caso decide altrimenti.
John May è un po' perechiano (nel senso di Perec), un po' travet, un po' investigatore, un po' gogoliano (nel  senso di Gogol), alla fine siamo tutti con lui.
la fine è un coup de theatre, come un omaggio del regista all'impiegato, una piccola grande consolazione proprio alla fine, anzi dopo.
è in pochissime sale, cercatelo, non vi deluderà - Ismaele





…La bellezza di Still Life sta tutta nel messaggio positivo che porta, malgrado il film sia di una tristezza indicibile. John May è una specie di angelo senza volto che ha fatto del suo lavoro una missione, quella di restituire dignità ai morti. In un certo senso assomiglia molto a Departures, la pellicola giapponese vincitrice qualche anno fa dell'oscar per il miglior film straniero. Diciamo che Still Life è meno poetico e più 'neorealista', ma alla fine la morale di fondo è la stessa: se facciamo del bene agli altri, anche a loro insaputa, alla fine ci sentiamo più sereni e meno soli, e meglio disposti verso noi stessi. Un concetto semplice, universale, che fa della pellicola di Pasolini, scarna e delicata, lontana da ogni melensaggine, un film che tutti dovrebbero vedere. Non fosse altro che per il finale, uno dei più commoventi degli ultimi anni.

…Uberto Pasolini, regista di Machan - La vera storia di una falsa squadra (2008), sintetizza così le motivazioni che, con i film di Ozu quali riferimenti visivi, lo hanno portato alla realizzazione del suo secondo lungometraggio, storia di solitudine non priva di ironia e caratterizzata da tragici risvolti.
Un’operazione gradevole che, non distante nel look generale da determinate produzioni televisive teutoniche, si regge in maniera quasi esclusiva sull'ottima prova del protagonista Marsan, riuscendo sia a strappare qualche risata che a lasciar emergere spruzzate di poesia.

"Still life" è costruito fondamentalmente su questo personaggio con cui è facile avere una forte empatia grazie alla straordinaria interpretazione di Eddie Marsan, ottimo caratterista del cinema inglese, dal viso riconoscibilissimo e particolare, che ha avuto, insieme allo stesso Pasolini alla proiezione in Sala Grande circa dieci minuti di standing ovation, a dimostrazione dell'ottimo lavoro effettuato e dall'emozioni che ha saputo suscitare questo singolare personaggio…

Il ritmo di "Still Life" è soffice, pacato, ma perfetto per l'andamento dell'intero film, che ci regala un ritratto di un mondo freddo, triste, rispecchiato da una fotografia di Stefano Falivene, e musiche del premio Oscar Richard Portman altrettanto gelide e funzionali. Il finale, senza svelarvi niente, è una delle parti più commoventi dell'intera pellicola che tocca il cuore e che riesce a farsi strada nelle nostre emozioni, lentamente, ma lasciando un qualcosa di sospeso dentro di noi.

Pasolini impagina con grande rigore, memore della lezione dei classici orientali, Ozu in testa, e con qualcosa del suo gran connazionale Terence Davies, e con poco invece del decorativismo britannico e nemmeno del cinema social-realista di Ken Loach e Mike Leigh. L’impressione a momenti è che il compito sia svolta con un eccesso di diligenza, con un certo accademismo ecco. Quell’insistenza sulla sobrietà della casa di John, quelle nature morte (still lives!) che sono i suoi poveri pranzi solitari, una scatoletta, una mela, un bicchiere. Si sente troppo forte, troppo pressante l’ambizione all’autorialità, il che conferisce al film un che di programmatico, artefatto, pretenzioso…

Un film delicato e gradevole, in grado di lasciare un segno, o almeno un cenno di emozione nell'animo dello spettatore che ha voglia di minimalismo e sentimenti trattenuti, ma anche di perdersi in una storia senza eccessi e senza clamori; una vicenda di un piccolo uomo mite, di un timido e sensibile traghettatore di anime dimenticate verso l'eternità.
da qui


6 commenti:

  1. Orpo, impressioni diametralmente diverse. Il finale, poi... "un coup de theatre, come un omaggio del regista all'impiegato, una piccola grande consolazione proprio alla fine, anzi dopo", non ce l'ho proprio visto, ma mi sa che sono ottuso: secondo me era un filino troppo piacione

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  2. senza quella fine diventava un film nerissimo, e ci stava, ma John May e la livella di Totò, tutti sono uguali, e qualcuno lo ringrazia a suo modo, un (ir)realismo magico.
    a me non dispiace.

    per un attimo ho avuto paura che mi dicessi che è (o no) un film sperimentale, l'ho scampata bella:)

    scrive Calvino, nelle "Lezioni americane", dell'importanza della leggerezza, che è una cosa seria e importante, e non è il contrario della forza..
    Mohammed Alì era così, penso.

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  3. "per un attimo ho avuto paura che mi dicessi che è (o no) un film sperimentale, l'ho scampata bella:)"

    -.-

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  4. Ti confesso che non mi ha proprio colpito, forse non l'ho capito ma mi è sembrato un bel gioco di stile, con il regista che si compiaceva un po' troppo... nello sviluppo della storia soprattutto, e il finale è un po' prevedibile, sempre a mio modesto parere

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    1. il film è molto "geometrico", si arriva lì, alla fine, ho poi cercato altro di Eddie Marsan e ho trovato "Southcliffe", la prima serie che vedo (solo tre ore in tutto)

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