lunedì 29 maggio 2017

Tutto quello che vuoi - Francesco Bruni

un film che non ti aspetti, un viaggio nella conoscenza di due persone che sembrano lontanissime, Giorgio, che ha l'Alzheimer, vuole stare con Alessandro, e Alessandro piano piano vuole bene al vecchietto.
nel film c'è spazio anche per un mistero, il poeta l'ha scritto come sa fare lui, i ragazzi si buttano in una caccia al tesoro.
niente sembra fuori posto, ogni follia ha una sua logica, nascosta.
Giuliano Montaldo sembra che abbia fatto sempre l'attore, ha imparato molto dai grandi che ha diretto da regista, riesce a essere un personaggio divertente e triste nello stesso tempo. 
una commedia che fa ridere, emozionare, coinvolgere.
da non perdere - Ismaele





...A una società affetta da un Alzheimer collettivo la cui forma patologica sembra escludere pervicacemente qualsiasi riferimento al passato recente e, ancor più, remoto Bruni ricorda che è grazie alla presa di coscienza della nostra storia, che passa attraverso quella di chi ci ha preceduto, che si può camminare verso il futuro. Lo fa sapendo suscitare quelle forme di sorriso e di riso che nascono da una riflessione profonda e da uno sguardo sensibile ed acuto capace di graffiare il muro di ogni possibile indifferenza.

Quello di Francesco Bruni è un film che ce l'ha fatta. Un po' sentimentale, un po' comico, un po' avventuroso: quando sembra aver detto già tanto (anche troppo, in termini di minutaggio dedicato al dialogo), Tutto quello che vuoi si trasforma in un improbabile road movie e ogni personaggio si trasforma in qualcosa di diverso. Di storie di incontri fra anziani e giovani il cinema è pieno, ma l'alchimia della coppia di protagonisti è travolgente: una nota di merito in questo va - non ce ne vorrà l'immenso Giuliano Montaldo - al più giovane dei due attori, Andrea Carpenzano, che accanto a un mostro del cinema sembra perfettamente a suo agio.
Tutto quello che vuoi si muove certamente lungo una traccia di pericoli e di conoscenza. Sembrerebbe una evoluzione narrativa stimolante, orientata positivamente verso il cambiamento e la crescita. Il ‘sapere’ del vecchio si espande nella poesia e arriva in modo impercettibile al giovane. Bello, encomiabile, auspicabile. Sembra però che la brusca marcia indietro di Alessandro (la ‘pace’ con  il padre) percorra un sentiero alquanto brusco e non del tutto credibile, abitato da improvvisi trasalimenti e pacificazioni. Si, è vero che i giovani non conoscono né storia né geografia, non rispettano età e buone maniere, ma appunto vanno affrontati secondo una certa logica dei caratteri…

…Quanto alla poesia, questa non è certo una cosa facile da raccontare sul grande schermo, per cui nel corso del film fanno capolino sentenze difficili da digerire del calibro di “le poesie si scrivono quando non si sa dove mettere l’amore”, oppure “le cose belle sono inutili, come la poesia”. Per fortuna poi, a fare da contraltare, ci pensa una bella declamazione a voce alta di un articolo del Corriere dello Sport. Interessante è poi l’utilizzo che Bruni fa dei videogame, quali insospettabili strumenti di comunicazione tra giovani e anziani, dal momento che consentono di reinscenare ora una partita del Grande Torino, ora una battaglia della Seconda Guerra Mondiale.
Non tutte le trovate sfoderate da Bruni dunque funzionano, a tratti si ha l’impressione di osservare il nudo meccanismo da manuale di sceneggiatura, uscendo dunque dalla finzione per apprezzare il lavoro che ci sta dietro, tutto volto a rivitalizzare per l’ennesima volta un copione già di suo usurato.
Ma è innegabile che Tutto quello che vuoi con il suo zigzagare nel tempo e nello spazio, un po’ colto e un po’ cialtrone, spesso riesca a cogliere nel segno e a strappare sapide risate, raggiungendo una non trascurabile autenticità soprattutto nella resa dei suoi personaggi, che aprono la strada a un sentimentalismo accorato e schietto, a cui lo spettatore non può fare a meno di aderire. Ed è difficile dargli torto.

La genuinità spigolosa di Andrea Carpenzano (in una prova che ricorda incredibilmente il Mastandrea degli esordi) e l’incredibile umanità di Montaldo (che raggiunge l’autenticità dei non professionisti) si sposano perfette e trascinano il pubblico in una storia che, pur personale (dei personaggi e del suo regista), si conferma, scena dopo scena, universale. L’allegra sofferenza e lo strazio lieve dell’avventura affettuosa di un “nonno” e un “nipote”, di un grande uomo senza memoria e del suo giovane compagno senza prospettive, sono sentimenti immediati, irresistibili. Come il Moretti di Mia Madre o il Virzì de La prima cosa bella, Bruni usa il proprio dolore per realizzare del Cinema che diventa subito Condivisione.  Il crescendo emotivo di Tutto quello che vuoi, arricchito da intuizioni visive fortissime (i ricordi confusi di Giorgio che si materializzano, lo studio con le poesie incise nei muri, come nelle celle del carcere di Via Tasso), non può che concludersi in un piccolo finale ideale, dove ancora una volta parole come Memoria e Poesia (bellissimi i versi scritti per il film da Simone Lenzi dei Virginiana Miller) si confermano temi decisivi, senza mai il bisogno di sottolinearli ossessivamente.

Pur nella semplicità del suo racconto (che comunque è decisamente difficile ottenere in forme così limpide), il film di Francesco Bruni è la dimostrazione che si possono continuare a realizzare delle commedie (all’italiana o meno) ma che al fondo ci deve essere sempre un tentativo di dialogo con il mondo. La sola cosa che può renderle necessarie. 
Tutto quello che vuoi ha il merito di essere una commedia che funziona riattivando un dialogo non derivativo con una stagione mai dimenticata del nostro cinema. 

La sceneggiatura non si fa mancare alcune sonore cadute di stile (come l'innesto di sequenze oniriche fuori contesto con il registro a cui sopra abbiamo fatto riferimento), la regia si mantiene sempre piuttosto scolastica e accademica e si segnala, più che altro, qualche buona soluzione di montaggio; nelle interpretazioni abbiamo invece forse le maggiori soddisfazioni: se Montaldo - regista, prima che attore (suo era il "Sacco e Vanzetti" del 1971, con Gian Maria Volonté e l'indimenticabile colonna sonora di Ennio Morricone) - convince relativamente nella parte dell'anziano malato, Carpenzano (che, siamo pronti a scommetterci, rivedremo ancora) si rivela un'autentica sorpresa nella gestione dello spontaneo e superficiale Alessandro.
"Tutto quello che vuoi" scorre allora velocemente, contraddittorio come la realtà che intende raccontare, tra la brillantezza delle battute e la prevedibilità dell'intreccio, tra la potenza di alcune soluzioni narrative (la stanza come pagina di poesia) e la convenzionalità di altre (la malattia, la letteratura e la seconda guerra mondiale come rimandi al tema della memoria), fino a uno dei finali più genuinamente belli ci sia capitato di vedere al cinema in questi ultimi tempi. Lo stacco che cala il sipario sul filmato e introduce lo schermo nero, prima dei relativi titoli di coda, arriva con una dolcezza disarmante e con un tempismo veramente sorprendente, tanto da far rivalutare quasi per intero i più di cento minuti precedenti. Testimonianza delle indubbie capacità di Bruni e, tuttavia, della difficoltà che ancora manifesta nel realizzare un'opera veramente convincente in tutta la sua durata.

Lo sguardo di Bruni è quello di un regista attento ai giovani e ai loro bisogni e il risultato è un film dalla scrittura puntuale e scorrevole. L’evoluzione di Alessandro è tangibile e costellata da ostacoli (le problematiche con il padre, un nuovo “possibile” amore, lo scontro con un amico di vecchia data), ma gli permette di conoscere un nuovo lato di sé: la preoccupazione per il prossimo.
Tutto quello che vuoi è un prodotto che mette di buonumore, che fa riemergere il ricordo che “graffia” letteralmente i muri di una stanza dopo un avvenimento straziante, che scava nella giovinezza di un amore e nella fugace amicizia durante un periodo doloroso. Inoltre il film di Bruni fa riscoprire il garbo giovanile, che sa affidarsi alla saggezza e al fascino di una mente inceppata (che finisce per ritrovarsi) per poi prendersene cura.
Tutto quello che vuoi coinvolge con la sua leggerezza e con la sua capacità di farsi ascoltare e farsi tramite di un messaggio importante: la memoria è un tesoro che va custodito per non perdersi definitivamente ed essere incapaci di camminare verso il futuro.
da qui

…Francesco, com’è stato scrivere e dirigere un film che prende le mosse da una vicenda che ti tocca da vicino, la malattia di tuo padre, affetto da Alzheimer?
Per certi versi è stato liberatorio. Man mano che procedevo nella scrittura e nella realizzazione del film la vera vicenda si faceva molto drammatica, quindi per me era in qualche modo un alleggerimento della pena che stavamo provando in quei giorni, e che si è conclusa da poco tempo. È stato una maniera, per me, per ricordare mio padre in quei momenti in cui ancora si poteva ridere insieme a lui. È stato delicato, ma liberatorio.

Tutto quello che vuoi è un film che parla della memoria. Vediamo oggetti, e scritti, che custodiscono i ricordi di Giorgio, che rimarrebbero però del tutto inerti se non ci fosse un ragazzo, Alessandro, che a un certo punto decide di decifrarli. È un film che parla della trasmissione del ricordo e del dialogo fra generazioni diverse, un tema che ricorre nella tua filmografia.
Devo dire che è curioso, in effetti c’è come una coazione a ripetere da parte mia. L’unica spiegazione che ti so dare è che il teatro familiare, o comunque le relazioni parentali, sono una fonte inesauribile dal punto di vista drammaturgico, ti danno infinite possibilità.
Sono cose che conosco molto bene, come tutti noi del resto, è un terreno comune, attraverso cui penso di poter coinvolgere il pubblico: chiunque abbia una famiglia o delle relazioni complesse, al di là dell’immagine che se ne vuole dare all’esterno. Forse è questo il motivo per cui mi piace raccontare questo tipo di storie. Per quanto riguarda la memoria, invece, è interessante quello che dici: in questo film l’apprendimento, anche della storia e della letteratura, passa attraverso la motivazione, che è quella che manca a scuola fondamentalmente: una spinta molto forte, altruistica nel caso del protagonista, opportunistica nel caso degli altri ragazzi, che sono capaci di andare a spulciare i libri quando è il caso!...


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