lunedì 8 maggio 2017

Sole cuore amore - Daniele Vicari

tutti sono precari, se lavori non sai quanto durerà, e i diritti dei lavoratori sono questioni di archeologia, al massimo sono una gentile e personale concessione del padrone.
interpretato da una Isabella Ragonese straordinaria, il film dura 112 minuti senza respiro, davvero intensi, come guardarsi allo specchio sull'orlo di un abisso.
Daniele Vicari mostra il mondo com'è, non come ci piacerebbe che fosse, e sopravvivere è una certezza e un'incognita.

coincidenza, come la bambina di Schindler's list anche Eli indossa un cappotto rosso.
è meglio che quelli che pensano che il cinema sia un'evasione dalla realtà di questo film neanche sappiano l'esistenza.
se invece vuoi vedere le catene della realtà allora sarà una dura e buona visione - Ismaele






il grande merito del film: mostrarci la drammaticità del precariato senza (s)cadere nemmeno una volta nel pietismo. In certi punti sembra davvero un film di Ken Loach o dei Dardenne, come in molti hanno scritto, ma senza la pesantezza e la didascalicità delle situazioni. Ha ragione Alberto Crespi, critico di Hollywood Party e de L'Unità: sembra davvero un film neorealista, oltre che di un'umanità sconcertante. Non si ha mai, dico mai, la sensazione che i personaggi recitino una parte: non dimentichiamoci che Vicari è anche un ottimo documentarista, e perciò a suo agio nel metterci di fronte alla realtà.
E' la realtà è quella dell'Italia di oggi, un paese egoista, razzista e ripiegato su se stesso, dove la precarietà è all'ordine del giorno e finisce con l'incattivire le persone, mettendole l'una contro l'altra, in un'insensata guerra tra poveri, dove il Lavoro, quello con la "L" maiuscola, ormai non è più un diritto ma una formidabile arma di ricatto: quello che persone miserevoli e meschine, del tutto insignificanti, perpetrano a danno dei più deboli, uno sfruttamento ormai talmente accettato e diffuso da essere perfino (o quasi) giustificato...
Film imprescindibile, commovente, perfino necessario (detto da me, che ho sempre odiato questo termine). Non solo per il messaggio che porta ma anche per come lo rappresenta: da apprezzare le musiche di Stefano Di Battista, la fotografia di Gherardo Gossi (che illumina una Roma tetra e quasi "luciferina") per non parlare, ovviamente, della sua splendida protagonista: che Isabella Ragonese fosse assai brava già lo sapevamo, ma in questo ruolo è praticamente impossibile non innamorarsi di lei.

Peccato dunque che, nella scelta esplicita di una narrazione orizzontale priva di veri picchi emotivi, Vicari si perda nella sottolineatura simbolica e finisca per dare più spazio di quel che sarebbe stato necessario alla vicenda dell’amica Vale, alle sue turbe erotiche e al suo rapporto irrisolto con la madre. Vale appare inoltre di estrazione alto-borghese, visto che la sua vita di borgata se l’è scelta in opposizione alla madre, e dunque la specularità con la vicenda di Eli/Ragonese finisce per essere un po’ tronca e ancora meno giustificata nel continuo rimando tra l’una e l’altra.
Fosse stato ancora più semplice, ancora più evenemenziale, ancora più ‘dardenniano’, allora forse Sole cuore amore – che è esplicito riferimento al successo di Valeria Rossi di un po’ di anni fa – avrebbe potuto evitare le sovrastrutture che continuano a incatenare il cinema di Vicari. Sempre ricordando però che il cinema ‘civile’ è una categoria – purtroppo – morta e sepolta nel nostro cinema e il fatto che ci sia qualcuno come l’autore di Diaz che ancora prova a farlo non può che farci piacere e ci spinge comunque a difenderne le istanze di fondo.

La parabola di Eli avrebbe retto bene da sola: una via crucis la cui protagonista rifiuta di viversi come vittima sacrificale, e inserisce umorismo, sensualità e mestiere in un'esistenza lottizzata al millimetro, gran parte della quale spesa a bordo dei mezzi pubblici (come ben sa ogni pendolare in balia della rete di trasporti regionale). Inevitabile l'arrivo al punto di rottura, quello cui tutti noi, nel presente italico, prima o poi arriviamo, chiedendoci come ci siamo arrivati. La vera piccola storia ignobile però appartiene al proprietario del bar interpretato da Francesco Acquaroli con infinite sfaccettature, sempre riconoscibile, impossibile da odiare eppure spregevole nella sua infingardaggine. Sono quelli come lui, e sono tanti, a perpetuare l'infamia quotidiana dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, e ancora di più sulla donna.

Quanto costa la fatica di vivere? Spesso un prezzo troppo alto e, talvolta, quello che nessuno mai dovrebbe pagare. Eppure nella contemporaneità divorata dalla crisi quel disperato (e disperante) dichiararsi “disposti a tutto” si trasforma in una gogna dalla quale sembra sempre più difficile liberarsi.
Vicari affronta un tema tragicamente attuale, quello della mancanza di una stabilità lavorativa, e mette in campo tutto il dolore, la frustrazione e l’umiliazione di chi, giocoforza, deve assoggettarsi al peggio per tirare a campare. Sullo sfondo di una metropoli fredda e indifferente (qui è Roma ma potrebbe essere una città come tante) si muovono personaggi la cui vita, che immaginavano certamente diversa, ruota principalmente intorno ad uno stipendio (basso), guadagnato quasi sempre in nero…

 Ironicamente, anche Vicari nel seguire l’ammirevole obiettivo di raccontare una piccola storia d’orrore quotidiano (lasciando fuori, finalmente, cocaina e pistole nel suo ritratto della periferia) si scontra con un’altra impossibilità: quella di rappresentare credibilmente la nostra realtà sociale. Il film, sia chiaro, funziona a più livelli, soprattutto grazie all’ottima prova di pura passione fornita da Isabella Ragonese. L’attrice siciliana si prende sulle spalle questa triste vicenda con grande dedizione, confermandosi, insieme a Germano, il volto “proletario” più efficace tra quelli scelti dal cinema italiano mainstream. Il limite di Sole Cuore Amore, e di tutto il genere “periferico”, è però proprio nel tentativo di diventare empaticamente vero agli occhi dello spettatore. La realtà che si cerca di incanalare nei freddi e statici argini di una narrazione cinematografica tradizionale, è talmente dolorosa e attuale da impedire lo scatto tra finzione e verosimile. Il tentativo narrativo di Vicari è ammirevole ma, così, la scelta del mezzo del racconto, per quanto buono, lo costringe a vedere allontanare il proprio obiettivo.

Daniele Vicari scrive e dirige un film semplice nella sua essenzialità. Sole Cuore Amore arriva diritto all’anima delle persone grazie alla sua grande capacità nel parlare della precarietà del quotidiano di milioni di persone, che non ricevono sicurezze e non trovano un posto o sono dimenticati dalla società. Eli e Vale amano, giocano, lavorano, ballano, scherzano, si supportano l’una con l’altra nonostante le difficoltà del vivere. Eli si immola ogni giorno con il sorriso per far condurre una vita dignitosa alla sua famiglia, costi quel che costi.
Vale non è riuscita a omologarsi al sistema è ha trovato rifugio e salvezza nella bellezza dell’arte, accontentandosi, ma senza arrendersi. Il marito di Eli è uomo innamorato e un padre attento, ma è annichilito di fronte a una serie di lavori saltuari. Vicari traccia le nuove forme di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, che altro non sono che una guerra tra poveri.
Perfino il datore di lavoro di Eli, nella sua ignoranza e incapacità di cogliere le potenzialità delle persone, è vittima di sé stesso e di un sistema che pretende di aggredire il mercato sette giorni su sette, senza fermarsi.
Un film da vedere assolutamente, reso ancora più incisivo dalla bravura ineguagliabile di Isabella Ragonese.

Ottimo regista, Daniele Vicari, ancorché molto indulgente nei confronti del proprio super-io ideologico: lo conferma “Sole cuore amore”, un esile ma sentito poemetto sulla fatica di vivere delle classi proletarizzate e penalizzate dalle ricorrenti crisi economiche. Più omaggio neorealista che replica del cine-militantismo alla Loach, il film è in gran parte supportato dall’interpretazione della Ragonese che v’interpreta il ruolo di una trentenne della periferia romana con quattro figli e un marito disoccupato a carico vittima designata dell’ingiustizia sociale (anche se lo è ancora di più delle sue scelte sbagliate)…

…Le note jazz, un ballo, colori che si destrutturano in una inquadratura che tiene insieme corpo, spirito e sguardo. Te ne accorgi subito che Sole cuore amore – la canzone di Valeria Rossi è in una scena illuminante nel suo stridere, così come fanno titolo e film – è un’opera diversa, spiazzante, altra.
Un lungometraggio che ti trasmette l’inquietudine quotidiana degli eroi silenziosi che non vorrebbero esserlo, dei martiri che non conoscono il loro destino e gli vanno incontro convinti di sfidarlo. Dalle prime scene senti la paura indefinita che ti attraversa, insieme alla voglia di vivere. E succede, in ogni momento del film, che è una sinfonia nella sua impietosa lucidità.
Daniele Vicari ha sempre avuto un approccio etico ed estetico diverso dai suoi colleghi: il suo è un cinema che affonda nella realtà, senza scorciatoie. Non la giudica, ma non l’asseconda neanche, la scava, la indaga, la scarnifica. Ha il coraggio di mostrarci il nostro mondo, senza smettere di fare cinema, anche con una storia vera.
Lo senti nell’interpretazione quasi insopportabile nella sua perfezione di Isabella Ragonese, che presta i suoi lineamenti raffinati a un volto proletario, accetta di invecchiarsi e “stancarsi” per diventare Eli. Moglie innamorata, madre instancabile, lavoratrice indefessa…

Sole Cuore Amore di Daniele Vicari, lungi dall'essere un film militante come qualcuno potrebbe pensare, è il più classico concentrato di cliché che nasce dalla insistita e ormai anacronistica visione da intellettuale che si cala nel sociale dipingendo un mondo e situazioni che assurgono ad archetipo stilistico e concettuale.
Inutile cercare di imporre personaggi che non funzionano solo perchè ammantati di questa aura di fragilità sociale: come si può, ad esempio, provare simpatia per una coppia che sforna quattro figli senza avere nessuno dei due un minimo di stabilità lavorativa?
O si ha il coraggio di fare un film scomodo veramente, sporco, autenticamente alternativo , anche nella forma e  nello stile oppure meglio lasciare perdere queste incursioni stilistiche edulcorate nelle quali l'unico scopo sembra quello di far dire a chi guarda ( con poca attenzione) : " che bella storia di cinema basato sulla realtà"…

La curiosità maggiore, e anche la sorpresa, è scoprire un lato inedito del regista, alle prese con una materia non sua – ovvero la solidarietà e l’amicizia femminile ambientate ai giorni nostri – e rendersi conto della capacità di maneggiare il tutto con grande sensibilità e onestà, riuscendo così a mantenere un equilibrio notevole tra intenzioni e risultati. Il racconto, pur con qualche problema di sceneggiatura e qualche momento morto, procede spedito e diretto verso la conclusione, grazie anche al supporto di estremo valore del cast: se Isabella Ragonese e Francesco Montanari sono attori giovani ma comunque solidi e intensi, risultano sorprendenti le performance di Eva Grieco e della giovanissima Giulia Anchisi, che regalano al film un leggero tocco di grazia e di umana commozione.

5 commenti:

  1. Non sono d'accordo con chi dice che bastava sviluppare una storia: le vicende di Eli e Vale sono complementari: una è sfruttata come dipendente, l'altra viene vessata dagli impresari pur lavorando in proprio. Sono due spaccati verosimili e inscindibili di un paese dove il precariato è ormai consolidato. Gran film, secondo me.

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    1. i film del tipo "come eravamo" e "come saremo" fanno meno male, spesso innocui, quelli del tipo "come siamo" sono più difficili e dolorosi.
      chissà se il passasse in 500 sale e non solo 50 quanti potrebbero pensarci su.

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  2. sinceramente ne ho sentito parlare poco, ma in termini entusiastici... quindi, sotto un certo punto di vista, ne sono parecchio curiosa... sebbene, solitamente il cinema COSI impegnato, non mi attragga pazzamente

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    1. non aspettarti una cosa tipo "La la Land", qua si soffre per i protagonisti, ma anche per se stessi,
      necessario, direi, poi mi dirai se ti è piaciuto...

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  3. Lo vorrei vedere, ma ho un po' paura, in effetti...

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