In tempi di
isolamento si è inclini a compilare bilanci, stendere ragionamenti e
contabilizzare vittorie e sconfitte. È questa una delle operazioni che Giandomenico
Curi sembra avere compiuto con il breve documentario Working Class
Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio, visibile online
e gratuitamente su arcoiris.tv. Il lavoro di Curi è nato anche
grazie alla essenziale collaborazione dell’AAMOD (Archivio Audiovisivo del
Movimento Operaio e Democratico), che, ancora una volta, si conferma come
archivio prezioso e insostituibile di immagini per gli storici, i ricercatori e
gli appassionati in genere. Un archivio, peraltro, che, proprio in questa
prospettiva, supera ogni appartenenza politica, per diventare esclusivamente
depositario di una memoria sociale, del lavoro e quindi patrimonio culturale
universale. Proprio in questo senso è doveroso difenderlo poiché rappresenta un
pezzo di valore della nostra cultura e che si trova, come altre istituzioni in
verità, in perenne difficoltà a causa di norme sempre più riduttive dei
finanziamenti che servono a farlo vivere. Leggi che da qualunque schieramento
appaiono sempre del tutto incongrue rispetto alla univoca declamazione
dell’utilità della cultura e delle radici culturali del nostro Paese. Ma quasi
sempre alle enunciazioni ad effetto seguono atti del tutto dissonanti con
quelle parole.
Ma nonostante
tutto questo, l’AAMOD continua a conservare immagini e memorie e la loro
diffusione, comunque, diventa sempre un’emozione poiché è un modo per sfogliare
la storia e sentire il fremere di quel passato nel nostro presente. L’occasione
ultima è proprio questo breve film di Giandomenico Curi Working Class
Heroes – Camminando e cantando la canzone del primo maggio,che
diventa una bella riflessione sul lavoro e sul ruolo degli operai tra cinema,
musica e testi letterari. Il film parte chiedendosi che fine abbiano fatto gli
operai nel cinema, proprio quello stesso cinema che con i fratelli Lumière ha
mosso i suoi primi passi trasformando i dipendenti delle proprie officine in
attori e attrici, prima e dopo in spettatori. Ecco, gli operai che sono stati
protagonisti alla nascita del cinema e per altre successive stagioni, ora
attendono – risponde Curi- che i film si occupino di nuovo di loro, ora che le
nostre società sono strette dalla crisi e le questioni del lavoro sono tornate
prepotentemente al centro del dibattito.
Working
Class Heroes, appartiene
a quel cinema militante, ma ragionato, che sa distinguere e riflettere e che,
al contempo, sa anche farsi catalogo, altrettanto ragionato, di una stagione in
cui le lotte operaie e la musica hanno saputo camminare l’uno accanto all’altra
riportando le istanze degli operai e degli studenti, di due categorie sociali
che a partire dal primissimo secondo dopoguerra e fino agli anni ’90 hanno
spesso incrociato esperienze e metodi di lotta politica, trovandosi a volte
sullo stesso fronte, ma in alcuni con posizioni diverse. In mezzo ci stanno la
musica e il cinema che hanno accompagnato con le note e le immagini le
battaglie di strada del ’68 o gli autunni caldi italiani o in altri luoghi del
pianeta. Quella musica e quel cinema che hanno saputo farsi, senza perdere il
valore artistico intrinseco, strumento di contestazione e con i musicisti, i
registi e gli scrittori, pratiche di opposizione e antagonismo, riuscendo a
fare diventare mitico il legame tra quelle espressioni d’arte e il lavoro,
liberando i desideri e restituendo spazio ai diritti dei lavoratori. È quello
che è stato veicolato dalla musica nella stagione di Woodstock, ad esempio, o
per le strade con le immagini degli autori che hanno raccontato la rivolta e le
sue ragioni. Al centro di questa congerie di fatti ed elementi che hanno
accompagnato il progredire delle condizioni sociali, ci stava e ancora oggi
c’è, il lavoro. Quello stesso lavoro che diventa il protagonista del film
accompagnato dall’agile montaggio delle immagini e dai testi che ci fanno
attraversare quasi cinquant’anni di storia, anche del cinema. Quel lavoro che
oggi è così difficile perfino da praticare per chi ce l’ha, figuriamoci per chi
non ce l’ha. Ecco perché all’inizio di questa breve riflessione si è parlato di
consuntivi e di catalogazione, perché è questo che fa Curi che seppure con il
difetto di una sintesi fin troppo stringata dei fatti e delle emozioni che
hanno caratterizzato quelle storie – perché anche di questo si tratta – ha sicuramente
il pregio indubbio di costituire un ottimo punto di partenza per lavorare in
profondità sui legami solidi tra queste espressioni artistiche e il mondo del
lavoro, nel rispetto delle complessità che spesso proprio in quelle mediazioni
trovano perfetta sintesi. Ben venga quindi una riflessione su lavoro e
cinema e musica, da Loach a Littin, da Petri a Gregoretti e da John Lennon a
Enzo Jannacci, ma chi avrà pazienza di leggere i titoli di coda avrà di che
gioire per i nomi di chi ha contribuito con la propria arte a restituire
dignità al lavoro e alla sua festa del 1° maggio.
come un gioco, due ex sessantottini, a Parigi, credono che un polacco si voglia suicidare perché non riesce ad avere successo, a pubblicare i suoi libri.
il polacco sfigato è Jirí Menzel, morto qualche giorno fa.
si affidano a un "mago" degli eventi culturali e architettano un piano folle, ma di sicuro successo, nella società dello spettacolo.
divertente e triste insieme - Ismaele
Alla festa data da Barbara e Henri si ritrovano gli amici
della coppia, gli ex-compagni firmatari di petizioni, il più intimo dei quali è
Jacques, detto Jack, allora uno dei più impegnati, oggi senza dubbio il meno
guarito e il più nostalgico. Un vassoio alla mano, l'aria neutra e intenta,
circola Stan, primo marito di Barbara, come lei polacco emigrato. Jacques
insegue Stan per i corridoi dell'appartamento, avido di conoscere i suoi
sentimenti sullo stato del mondo, smanioso di essere nuovamente
"motivato", ma Stan non vuole parlare di poiitica, la cosa lo annoia
e lo affatica; allora se ne sale sulla soffitta scalcinata dei suo ospiti, dove
si ammucchiano i suoi quaderni di scrittore portati dalla Polonia. Ma l'unica
lampadina sfrigola, volendola sostituire con abilità da pagliaccio, Stan
scatena un vero cataclisma, provocando un incendio e precipitando dalla sua
impalcatura di fortuna. Henri e Jacques, messi in allarme dal fumo e dal
fracasso, trovano Stan per terra, una parte del soffitto sulla testa, i fili
elettrici attorcigliati intorno al collo. da qui nasce l'equivoco e si impianta
la farsa: Stan è disperato! Si è voluto impiccare! Ridisceso al piano nobile,
vezzeggiato e strettamente sorvegliato, Stan sopporta con filosofia lo
scatenarsi di compassione che consuma Jacques (che non sopporta di stare senza
una causa da difendere), sconvolge Barbara e finisce addirittura per vincere
Henri, probabilmente per altre ragioni.
un film raccontato dalla fine, e che finisce con la fine della storia, se una fine, e quale, esiste.
il protagonista è Gavino Ledda (perfetto), il vecchio pastore coinvolto in un (doppio) gioco che non capisce troppo.
il figlio che torna, e la bella moglie tedesca, lo mettono in crisi, e non poco.
un agriturismo dove si deve fingere di essere quello che forse non si è mai stati, e che comunque non si è più, è un salto troppo grande per Sebastiano, che solo vuole un nipotino, e per questo lascia passare troppe cose.
la società dell'apparire, la società dello spettacolo, per chi passa dal medioevo alla globalizzazione contemporanea in una sola vita, sono impossibili da gestire, e il cervello va in pezzi.
i film sardi, non pochi, e certi altri meridionali, Vittorio de Seta in primis, sono esotici per chi li vede (come se fossero film mongoli o indiani o subsahariani degli anni '60, e non solo), c'è molto, troppo, che non è riducibile al già visto, già conosciuto, sono affascinanti e poco comprensibili, anche perché il nocciolo non si può aprire con i soliti schiaccianoci buoni per tutti gli usi.
c'è una parte che puoi capire se sei antropologo (infatti il libro, qui la recensione da cui è tratto il film, è dell'antropologo-romanziere Giulio Angioni) o magari puoi intuire più o meno bene se quell'aria e quei personaggi, i loro pensieri, li hai conosciuti.
l'animo umano è un mistero, Sebastiano non capisce bene, noi ci illudiamo di sì (illusi).
film da non perdere, se riuscite a trovarlo - Ismaele
…Salvatore Mereu la mette in scena in
progressivi disvelamenti nel grigiore oscuro dei contrasti notturni e nella
luce abbacinante delle giornate di sole, lavorando sulle lingue (l’italiano e
il sardo, ma anche l’inglese e il tedesco che penetrano fra le mura di Assandira)
e rimanendo stretto intorno ai suoi protagonisti, ai loro angusti spazi, alla
cultura millenaria del popolo isolano. Dirige, proprio come la “farsa”
dell’agriturismo che vuole far provare l’essere sardo a chi sardo non lo è, il
cliché dell’anziano silenzioso e in attesa con la doppietta, mentre mostra il
suo lavoro quotidiano con gli animali e la sua intima appartenenza ai luoghi
dove è nato e cresciuto, ma anche il suo essere progressivamente disposto a
cantare ai turisti un’epopea falsificata, fatta di inesistenti banditi e di
improbabili aneddoti, fatta di aperte menzogne e di giochi con la verità.
Ragiona sul concetto di finzione, sulla famiglia, sui significati più profondi
della Sardegna, fra la teoria cinematografica e la tradizione. Il risultato è un
film potente, stratificato, di gran lunga fra le più appaganti visioni di
Venezia77, nel quale poco importa che l’orgia nel prefinale, quasi una risposta
alla zoofilia di Padre Padrone, sia l’unico momento non del tutto
convincente. Rimane un gran lavoro di non-attori, di cultura locale, di
solitudini e di sfumature (im)percettibili che non potranno che condurre alla
tragedia. E no, il vero mistero non è se Costantino abbia effettivamente
appiccato le fiamme. Il vero mistero è una considerazione ben più politica che
cinematografica. Perché Assandira non era in concorso? Forse
perché non ci si poteva permettere che un film cosi indipendente e personale,
orgogliosamente fuori dai radar dell’industria e delle grandi produzioni,
rischiasse di vincerlo?
Forse, e questo vale
per la Sardegna come per il Sud Italia, la vera esperienza non è mai in ciò che
si vede, nella dimensione puramente estetica. Né nel richiamo dell’esotico. Ma
semmai nell’altra faccia nascosta e misteriosa, esoterica, nel segreto di una
tradizione e di una credenza, nei silenzi che custodiscono il senso di certi
rapporti, di generazione in generazione, nella crudezza delle pratiche. Sì, c’è
molta antropologia in Assandira, a partire
dal romanzo omonimo di Giulio Angioni, lo studioso scomparso nel 2017. Ma è
un’antropologia oscura, spiazzante, assolutamente indecifrabile con la lente
del nostro sguardo 2.0, ormai assuefatto a un livellamento di prospettive, alla
confusione tra virtuale e reale, alle finzioni dell’immersione garantita e
ipercontrollata. E il cortocircuito si innesca con la
presenza enorme, assoluta di Gavino Ledda, che dopo aver subito il padre padrone, sembra dover affrontare qui la nuova
tirannia dei figli, delle emancipazioni apparenti, dello sviluppo di ritorno,
delle lusinghe del denaro. Una presenza testimoniale che rimette in gioco le
memorie di una vita e di un’opera, i ricordi di una lingua e di una cultura che
rischiano di smarrirsi…
…Ma al di là delle
traiettorie del dramma, la verità è che Mereu affonda ancora una volta lo
sguardo nelle viscere della terra e con lucidità estrema, con una potenza
disarmante, squarcia i miraggi di tutto un colonialismo turistico che viaggia
tra nature mozzafiato, la perversa fascinazione dell’arcaico, la necessità di
un divertimento impunito. E fa a pezzi qualsiasi estetica da cartolina, quella
imperante di un cinema che si piega a logiche da film commission. Non c’è mai
un vero campo lungo, un’immagine che si perda nelle lusinghe del paesaggio o
che ammicchi al perbenismo animalista. L’inquadratura, al contrario, è sempre
piena, densa, asfissiante, ammassa uomini e bestie, si apre a invasioni di
campo, a irruzioni inquiete, si illumina e si oscura a intermittenza. La
superficie che vorrebbe essere scintillante, si fa cupa, sporca, fangosa. Sì, è
innanzitutto una fatica la vita tra i campi e i pascoli, “o sciamarro è ‘no
brutto attrezzo” come mi diceva qualcuno… E perciò Assandira è un film di fatica, in cui le uniche
vibrazioni di dolorosa tenerezza si aprono nelle parole fuoricampo di Costantino Saru/Gavino Ledda, un
uomo che è stato abituato a non abbandonarsi agli incantesimi del desiderio e
che però, perciò, riconosce ancora il senso delle cose.
…Come accadeva nei romanzi deleddiani, in cui aleggiano misteriose forze motrici che spingono i personaggi a compiere il male, e anche il bene, Assandira è abitato da personaggi erranti e da individui che vogliono permanere, come se il continente e l’isola si specchiassero per un momento ma solo in una teologia dell’immagine ancorata all’autoesotizzazione profana della rappresentazione sarda. Il locus amoenus si fa carne e spirito; la relazione tra gli uomini e l’aspra terra sarda diventa la pantomima di una visione e di una versione ludica della propria storia, in funzione di un sardismo ad usum delphini, stretto tra tradizione e modernità, passato e presente.
I personaggi di Assandira sono granitici, stoici, quasi omeriani, verghiani, ma il punto di vista principale, quello attraverso cui noi guardiamo la storia, e la ascoltiamo grazie ad una continua e persistente voce fuori campo, è quello di Costantino, interpretato da Gavino Ledda. Costantino ci racconta una storia, una storia profetica, drammatica, incastrata tra acqua e fuoco, ed è grazie a lui che iniziamo a capire come sono andate le cose. Ma il dubbio che racconti qualcosa di non veritiero è tale che, mentre fa una ricostruzione dei fatti accaduti, sembra che la stia forgiando in quel momento, a suo modo, a suo piacimento, come nel modello plurale e relativista di Rashomon di Akira Kurosawa. Non c’è nessuno che dica la verità. Non abbiamo il coraggio di dire le cose neanche a noi stessi.
…L’interpretazione migliore è sicuramente quella di AnnaKönig, attrice tedesca vista nella serie di Netflix, Dark. Certamente va elogiato l’impegno e la personalità di GavinoLedda, che si è prestato ad interpretare Costantino, recitando per la maggior parte del film in lingua sarda. La König si è cimentata con l’italiano ma soprattutto con il personaggio di Grete, che è anche ben scritto. Una donna ambigua, difficile da comprendere che sconvolge la vita di un’intera comunità ma alla fine ne rimane vittima. Nel complesso il film di SalvatoreMereu convince a metà, un vero peccato.
…Stabilendo fin da subito un clima ostile
che esclude dall’inizio lo spettatore dal circolo ristretto e famigliare che
viene accolto nelle mura di Assandira, è la scrittura minimale dei
personaggi e, ancora più, l’errata direzione degli attori che genera una
soluzione respingente verso cui l’attenzione del pubblico ha davvero ben poco a
cui aggrapparsi, vedendo un circolo chiuso rimanere ancora più accartocciato su
se stesso, incapace di esprimersi se non malamente o attraverso un lessico
inutilmente codificato. L’ambiguità che Mereu tenta di fornire e che Assandira non
riesce a sua volta a gestire, sfugge totalmente al controllo del
proprio autore che, con una storia che viene condizionata anche
dall’interpretazione dei suoi attori, allontana il desiderio di far parte noi
stessi degli ospiti di un luogo in cui assaporare ancora costumi e usi, e ancor
più di domandarsi la causa per cui quel fuoco è arso…
…La struttura noir è la cosa migliore del film,
scura, piovosa, disperata, come la voce narrante di Ledda stupefatta e
rassegnata. Lo svelamento della trama gialla, con i continui flashback generati
a partire dalla scena del delitto e dalle domande di un magistrato, cede però a
troppi inciampi di sceneggiatura, a una rappresentazione gratuita della
simbologia dell’incesto e soprattutto a uno stile piattamente realistico, con
la dittatura della camera a mano come unica scelta stilistica. Distaccato e al
tempo stesso coinvolto, Mereu racconta con pietà e rabbia; non riesce però ad
andare oltre la semplice impaginazione di un’umanità miserevole, con i
personaggi ridotti a pedine di una trama mai credibile.
…si muovono i tre protagonisti, ciascuno con le sue colpe, i suoi
silenzi o le sue troppe parole. E tra i tre man mano si sviluppa un gioco al
massacro, in cui nessuno è innocente e tutti si solleticano per una qualche
idea: il padre Costantino si lascia sedurre dalla fisicità della nuora Greta,
il figlio Mario si isola nelle sue ottusità e nei suoi segreti, Greta stessa –
apparentemente la malefica ideatrice di questa giostra degli orrori – è in fin
dei conti vittima del comportamento oscillante e incerto dei due maschi.
Questo, finché Costantino resta solo, a piangere tra le macerie, a rodersi per
la vergogna e a pentirsi amaramente per aver rinnegato se stesso e le sue
origini. E il volto dolente, immoto, segnato dalla terra e dalla vita, di
Gavino Ledda, e quel suo sguardo fisso, vacuo, vitreo, restano il dono più
prezioso di Assandira.
la swinging London degli anni '60, quando ancora gli omosessuali finivano in galera.
Diana è una (bellissima) donna libera, che non sa bene il suo posto nel mondo (o forse sì), indecisa spesso, una farfalla in un'eterna primavera, che crede che tutto le sia dovuto.
nel film soffia lo spirito dei tempi, vince tanti premi, anche se non è il miglior Schlesinger.
buona visione, comunque la pensiate - Ismaele
La solitudine e l'insoddisfazione emergono anche da Darling (1965), con Julie
Christie borghese irrequieta e amorale, e sex symbol della swinging London. Il
film, raccontato come un flashback ottenuto attraverso l'espediente di un
documentario sulla vita della modella, sembra, in effetti, un documentario
dell'epoca.
…«Darling» scruta nell’ambizione e
nell’insoddisfazione, nelle apparenze e nel vuoto interiore. Per «Blow Up»,
Antonioni deve averlo studiato a memoria. Diana Scott emerge con la forza del
caso e della necessità: di irresistibile fotogenia, viene scoperta nel corso di
un’intervista fatta sulla strada. Diventa modella, poi attrice, diva,
principessa, e a ogni gradino lascia qualche vittima. Sono anni cruciali per
l’emancipazione della donna, Diana non ha problemi a usare il proprio corpo, la
liberazione sessuale può avvenire anche strumentalizzando varie forme del
potere maschile. C’è pure la scelta dell’aborto, con le lacrime di circostanza.
Amo il Free
Cinema inglese per tanti motivi. Su tutti, le facce degli attori e il
particolare uso del bianco e nero: è un’estetica che sembra sottolineare la
natura fittizia della rappresentazione, nel quadro di un crudo realismo. Spesso
Julie Christie appare spettinata, Diana non è molto istruita, ma possiede il
fiuto “pop” per sfruttare ogni meccanismo di ascesa sociale.
Nessuna
ribellione, anzi. Andare in sposa al vecchio erede di una vecchissima casata –
dopo essersi concessa un’ultima notte con un giovane marinaio – è quanto di più
conformista si possa immaginare: consapevole di essere una bambola da esporre,
Diana si gode il primo piano che campeggia su enormi manifesti, ispirando
invidia in chissà quante donne.
…Diana
has lived an empty dream. She has been selected the "Happiness Girl",
and subsequently has married an Italian prince, and she is the stepmother of
seven children. But at the end of the film, she is totally alone. It is not
clear how we are to take her; the film's ironies are both too neat and too
uncertain. But at least the ending does not play upon sentimentality. Instead
of an emotional parting between Robert and Diana, the film focuses on an old
woman, with a half-belligerent, half-vacant stare, singing "Santa
Lucia" in Piccadilly Circus. It is typical of Schlesinger's fondness for
the social cameo; it has a detached, brittle effect, rather than a maudlin one,
and it is effective.
There are many good things in Darling,
even some brilliant moments. The scene where Diana is sunbathing with several
men, and the timer buzzes, and they all turn over leaving her alone on her
back, is a comment on several levels. Also, the stop-action modeling sequence
is a stunning one.
But although it is cleverly
conceived, the danger of Schlesinger's approach is that everything is so
contrived that the film becomes essentially a tour de force. The characters
become types. Everyone in the party scenes and street scenes is bizarre; and it
all becomes incredible. The viewer begins to stop caring. There is witty line
after witty line, clever shift after clever shift. Every bitter line draws a
guffaw; yet the laughter is unwholesome, because it is excessive. Such
wit, Darling proves, can become tiresome.
…Por
su brillante actuación, que va más allá de la superficie de un personaje por
naturaleza superficial y banal, la magnífica Julie ganó el Oscar de 1965 a la
mejor actriz y demostró, con creces, que era mucho más que una cara celestial.
Pronto seguirían algunas cintas que la coronaron como uno de los íconos más
importantes de la cinematografía de los 60 y 70.
No se dejen engañar por el título. Esta no es una historia de amor y está claro
desde las primeras escenas. Más bien se trata de un estudio frío y brutal, de
la "gente bonita", la que se esfuerza por que todo sea perfecto y de
buen gusto, pero que está atascada en la mengambrea de la hipocrecía y su
propia vanidad. El que la heroína sea una mujer fatua, manipuladora y
finalmente patética, da un cariz totalmente distinto a lo que uno esperaría
fuera una película ordinaria de su momento histórico.
Nathalie Léger racconta Barbara Loden e la sua Wanda - Federica Guglietta
Non metterci
troppo sentimento. Questa
raccomandazione deve essere stata ripetuta al telefono almeno mille volte
a Nathalie Léger dal suo editore, mentre lei iniziava a
studiare il materiale per mettersi al lavoro su una nota biografica dedicata
a Barbara Loden. È una fortuna che poi sia andata a finire
diversamente. Il risultato di tutto quello studio e di altrettanto amore si
chiama Suite per Barbara Loden ed
è recentemente arrivato in Italia per la casa editrice indipendente La
nuova frontiera, nella traduzione dal francese a cura di Tiziana Lo Porto.
Avevo
l’impressione di gestire un cantiere enorme da cui avrei estratto una miniatura
della modernità ridotta alla sua più semplice complessità: una donna racconta
la propria storia attraverso quella di un’altra.
Non tutti
conoscono la storia di Barbara Loden e proprio Suite per Barbara
Loden, quella che in origine doveva essere una nota biografica
stringata, essenziale per un dizionario di cinema, è sicuramente un buon punto
da cui partire per avvicinarsi alla sua vita e al suo lavoro.
Classe 1932,
Barbara Loden è nata sei anni dopo Marilyn Monroe, lo stesso anno di Elizabeth
Taylor, Delphine Seyrig e Sylvia Plath. A Marilyn, poi, somiglia tanto anche
fisicamente e capita spesso che le carriere delle due si incrocino, come quella
volta in cui Barbara ebbe la parte di Maggie in Dopo la caduta di
Arthur Miller, personaggio chiaramente ispirato a Marilyn Monroe da cui il
regista aveva divorziato nel 1961. Barbara o Candy Loden, come la chiamavano
agli inizi, quando faceva la pin-up. Due matrimoni, il secondo con Elia Kazan,
regista, produttore, uomo dello spettacolo. Per tutta la sua vita attrice, poi
anche regista. Nel 1970, infatti, a trentotto anni dirige il suo primo e unico
film, Wanda. Un film indipendente, a bassissimo budget,
destinato a rimanere di nicchia per molto tempo.
“Wanda l’ho
fatto per questo. È un modo per confermare che esisto.”
Wanda, il
personaggio che Barbara Loden ha pensato per raccontare in qualche modo la sua
vita. Wanda, che un po’ è Barbara. Wanda che è sicuramente anche Alma, Alma
Malone, la donna sua coetanea a cui Barbara si ispirata per scrivere la
sceneggiatura del suo film. Legge il giornale, si trova davanti un fatto di
cronaca, l’ennesima rapina. Eppure c’era quella donna, complice, quella che si
è trovata coinvolta forse per caso. Una donna che, ad un certo punto, sceglie
di lasciarsi tutto alle spalle e lo fa davvero. Incontra un Mr. Fox che
dev’essere proprio come il Mr. Dennis del film. I patti sono chiari: se il
colpo alla banca fosse fallito, Mr. Fox prima avrebbe ucciso Alma e poi si
sarebbe sparato un colpo in testa. Le cose vanno diversamente, Alma finisce in
prigione, ma non muore.
Dal
finestrino posteriore la strada scorre all’indietro. Wanda guarda il posto da
dove viene e da cui si allontana senza riuscire a dare un nome a ciò che
lascia.
Alma come
Wanda, Wanda come Barbara, che si racconta, rappresentando così la sua vita
sullo schermo. Da subito si vede Wanda che lascia la casa, lascia la famiglia e
due bambini, un marito che si lamenta del fatto che lei non riesce a stare
dietro ai bambini e alla casa, lascia una vita apatica in cui non si trova più.
Scappa da tutto quello che le sembra troppo per lei, non ce la fa, ormai è
rassegnata, vuole andarsene. Il marito la porta persino in tribunale, lei si
presenta in ritardo e, sempre con rassegnazione, dice al giudice che se suo
marito vuole il divorzio lei non ha problemi a concederglielo.
È solo per
questo che Barbara fa film, Placare. Riparare dolori, curare l’umiliazione,
curare la paura.
Wanda è il
dolore, l’inadeguatezza. Wanda è la paura. Cercare riparo tra le braccia
altrui, non trovarlo mai. Troppo apatica, troppo lenta al lavoro, non viene
assunta per questo motivo. Non è nemmeno una buona madre, è scappata, sta
ancora scappando. Si addormenta in un cinema. Le frugano nella borsa, le rubano
il portafoglio. Si infila in un bar, deve andare in bagno. Qualcuno, un uomo,
cerca di bloccarla, è chiuso, è chiuso. Lei si fa avanti lo stesso,
chiede di andare in bagno. L’uomo è nervoso, conta i secondi che Wanda passa
alla toilette, le urla contro. Quell’uomo è Mr. Dennis, sorpreso nel bel mezzo
di uno dei suoi colpi. Wanda non può immaginarselo. Esce dal bagno, si siede al
bancone, pilucca due patatine, non sai quello che mi è successo,
dice. Cerca comprensione nelle persone che incontra per caso, Wanda. Cerca un
po’ di affetto, facce amiche, amore forse. Non le troverà qui, non in Mr.
Dennis. Non sa ancora quello che le succederà.
Cerco il suo
volto smarrito nello sguardo triste di Wanda, dietro a quel modo esitante e
disperato che ha di stare davanti agli altri, cerco tutto ciò che appartiene
anche a Barbara.
Finisce con
quest’uomo sempre sulla difensiva che le urla contro. Per lui, lei è arrivata
al momento giusto. La sceglie come complice per un colpo grosso, quando anche
gli altri uomini si tirano indietro. Wanda ha paura, ripassa la sua parte a
memoria, ma si vede che è terrorizzata. Il giorno della rapina ripete non
posso, non posso, non posso farlo. Inizia a stare male fisicamente, vomita.
Mr. Dennis è terrorizzato all’idea di mandare tutto all’aria. La chiama per la
prima volta per nome, più volte. Alla fine la convince. Il colpo si fa. Da qui
in poi, il film e il fatto di cronaca a cui è ispirato diventano speculari.
Barbara
Loden pensa alla sua Wanda come un modo in cui
esprimere quello che si porta dentro, e ci riesce. Dal canto suo, Nathalie
Léger si lascia prendere. Suite per Barbara Loden non è
solo una nota biografica per un dizionario di cinema. È uno studio, è una
ricostruzione in cui fatti, storia del cinema, aneddoti e testimonianze si
intrecciano con le parole di Nathalie Léger in un racconto-fiume accuratissimo
che restituisce finalmente un po’ di luce alla carriera di un’artista piena di
luci e ombre: quelle della ribalta e quelle della sua vita privata e del suo
mondo interiore.
Oltre
all’immenso lavoro di ricerca compiuto da Nathalie Léger dal punto di vista più
letterario, da quello cinematografico la riscoperta di Wanda si
deve al restauro compiuto dall’UCLA Film and Television
Archive per Criterion Collection.
C’è un’America triste e smarrita
dietro le immagini scintillanti di New York o di Las Vegas, come dietro la
grande vetrina di Hollywood. Se volessimo darle un volto femminile, potrebbe
essere una donna di mezza età con i bigodini in testa e il rossetto sbavato, o
un’adolescente cresciuta in campagna ai bordi della ferrovia, che non sa nulla
del mondo se non ciò che ha appreso osservando la vita di una sorella un po’
civetta ormai morta di tubercolosi, come nella breve pièce Proibito di
Tennessee Williams, scritta nell’immediato dopoguerra.
Quando negli anni ’70 vidi per la
prima volta Wanda, l’unico film di Barbara Loden, ispirato da un
fatto di cronaca e interpretato da lei stessa, pensai che gli umori di
quell’America minore (ma incredibilmente vasta come territorio), che tuttavia
avevano dato vita a gran parte della letteratura americana, erano confluiti in
modo del tutto particolare nella vicenda e nel personaggio di Wanda, che aveva
anche molte caratteristiche della stessa Barbara Loden, oltre che attrice e
regista, seconda e ultima moglie di Elia Kazan, che un po’ l’aveva aiutata
nella realizzazione del film. Difficile infatti stare contemporaneamente di
fronte e dietro la macchina da presa, soprattutto in un film fondato
essenzialmente su un personaggio quasi sempre al centro della scena.
Ma cos’ha di così particolare Wanda, un’emarginata costretta da un uomo a
collaborare a una rapina cui cerca fino all’ultimo di sottrarsi, con un’autrice
che arriva a dire di essere come lei?
Credo che proprio in questa identità
femminile ribelle e smarrita prima del femminismo – e purtroppo fallimentare –
stia la chiave dell’identità Barbara-Wanda, in cui si specchia anche quella
della più grande diva americana: Marilyn Monroe. Forse non è casuale, infatti,
che Barbara Loden come attrice, prima di diventare regista, abbia interpretato
a teatro a New York, ottenendo un grande successo, il ruolo femminile della
protagonista di Dopo la caduta, la pièce di Arthur Miller ispirata
alla sua storia con Marilyn, per la regia di Elia Kazan.
Dall’insieme di questi personaggi viene fuori «come in uno specchio»
l’identità, mite e ferrea insieme, in qualche modo disorientata e smarrita, di
Barbara Loden, creatura cinematografica sempre in bilico tra successo e
fallimento non solo nel cinema ma anche nel suo rapporto coniugale con Kazan.
In Wanda Barbara
appare, all’inizio del film, con un abitino chiaro e la testa gonfia di
bigodini, sullo sfondo scuro e sporco dei materiali di risulta di una miniera
di carbone. La sua figurina spicca contro il verde/nero del contesto. Poi Wanda
appare con un uomo che lei chiama Mr. Dennis a Waterbury, in uno spiazzo
all’ingresso della Holy Land, una sorta di percorso nella miniera in disuso tra
episodi ricostruiti delle Sacre Scritture, creato un po’ sullo schema di
Disneyland, ma in abbandono. Mr Dennis è là per chiedere a suo padre, un
vecchio che si prende cura del luogo, di essere aiutato a fare il colpo della
vita: assalire una banca per poter vivere dei proventi per il resto dei suoi
giorni.
Ma il vecchio, già incerto sulle
gambe, si rifiuta di aiutarlo. È qui che Mr. Dennis decide di coinvolgere
Wanda, anche lei recalcitrante ma poco convinta complice di un uomo con il
quale non vuole litigare, perché si trova bene con lui. La vedremo in seguito in
un’auto con un’acconciatura di fiori bianchi che fa pensare a una sposa. Ma la
rapina, che Mr. Dennis ha organizzato scrivendo le tappe dell’azione su un
foglietto, fallisce perché tra le azioni da compiere ce n’è una che non è stata
prevista e che Wanda non compie. Lei arriva sulla scena del crimine, davanti
alla banca, quando Mr. Dennis giace riverso a terra già ucciso dalla polizia.
Verrà presa, processata e condannata a vent’anni di carcere. E nell’aula del
tribunale inaspettatamente ringrazierà i giudici per la pena assegnatale.
Questo perché durante tutto il corso
del film Wanda non fa che eseguire senza una precisa volontà le azioni che la
vita le pone di fronte, senza porsi interogativi, senza opposizioni decise, in
una sorta di acquiescenza passiva che tuttavia la conduce sempre sulla strada
«sbagliata», in un mondo che Wanda attraversa sempre in opposizione
all’opinione comune e soprattutto fuori da qualsiasi comportamento che rispetti
le regole convenzionali del vivere.
Benché premiato al Festival di
Venezia, in America il film non piacque alle prime esponenti del femminismo che
stava sorgendo, perché l’acquiescenza , la «passività» recalcitrante di Wanda
non erano certo i segni della Wonder Woman potente, rivendicatrice e vincente
voluta dalle protagoniste più accese del Movimento delle Donne. C’era però
qualcosa in questo personaggio, in questo film e nella regista/attrice che
l’aveva realizzato, che andava oltre l’attualità e faceva emergere in modo
eloquente il disagio femminile in una società inadeguata, per cui Wanda
diventava la rappresentazione di un altro volto dell’America, del suo
smarrimento e della sua opacità sotto il cielo lattiginoso dei molti Stati di
cui si parla poco e che costituiscono però il tessuto reale più vasto del
paese.
Solo dopo dieci anni, e dopo la
morte di Barbara Loden a 48 anni per un tumore, il film approdò in Francia
suscitando l’interesse di Marguerite Duras, che ne parla entusiasticamente con
Elia Kazan in un’intervista pubblicata dai «Cahiers du Cinéma», proponendogli
addirittura di distribuirlo lei stessa in Francia assieme ai suoi film. Il film
è indubbiamente una sorta di «autobiografia emotiva» di Barbara, che resta una
di quelle autrici in grado di fare grandi film ma che non ne hanno avuto
occasione.
Nella scia dell’apprezzamento che la
sua opera ha progressivamente acquisito anche in sua assenza, si colloca
l’uscita in questi giorni di un libro straordinario di Nathalie Léger, Suite
per Barbara Loden, appena tradotto in Italia da Tiziana Lo Porto per i tipi
de La Nuova Frontiera. È un libro che sfida coraggiosamente ogni tipo di
analisi cinematografica collocandosi tra Cinema e Letteratura, riportando in
vita tutta la complessità e la carica umana del personaggio con una libertà e
una creatività di linguaggio che in alcuni tratti sconfina nella poesia e
rievoca Duras, rendendo per la prima volta appetibile un genere come la critica
cinematografica che in certi casi rischia di annoiare.
un film nel film nel film, come un nastro di Moebius, che s'incrocia, ma in un modo che non t'immagini.
Realitè è una bambina oggetto del film, poi diventa protagonista, in un salto mortale della narrazione.
e il regista, uno o due?
impossibile raccontare la storia, ognuno se la veda e resti stupito del gioco di prestigio.
buona visione - Ismaele
…Il risultato è un'opera che cattura
perché folle, che si conficca come una scheggia impazzita nella mente dello
spettatore donandogli scene che ondeggiano tra il pulp più spicciolo al
grottesco più esilarante. Il pubblico ne esce confuso, perché colmo di dubbi
riguardo ciò a cui ha appena assistito, ma anche divertito, perché la stranezza
appena vista tocca le corde più umoristiche e ironiche dentro ognuno di noi. E
le fa vibrare con brio e puro godimento.
…Quello di Dupieux è un esperimento in cui tutti gli aspetti già di per
sé assurdi vengono deformati ed esagerati fino a comporre una pellicola che è
tanto una riflessione sul rapporto tra realtà e finzione quanto una
dichiarazione d’amore e un omaggio al cinema stesso. Quest’amore per il cinema
poi traspare soprattutto dal modo del tutto personale in cui il regista si
riferisce all’industria cinematografica: quello che il protagonista Jason vuole
girare non è un colossal hollywoodiano, ma piuttosto un b-movie degli anni
settanta, l’ultimo splatter di chi sa quale regista indipendente, e come anche
lo stesso Dupieux ha rivelato in diverse interviste è il cinema che lui stesso
ha sempre guardato e seguito non tanto come regista ma come semplice
spettatore.
Certo, Reality non sarà definibile come “capolavoro”,
anzi invita quasi a non essere preso sul serio, elaborando in modo tanto
leggero quanto brillante il tema del rapporto tra spettatore e finzione. In
conclusione, Reality è un prodotto piacevole e scorrevole
sotto tutti i punti di vista, sia che si voglia seguire l’intricato
intrecciarsi dei livelli narrativi, sia che ci si voglia semplicemente godere
l’umorismo e l’estetica bizzarra di un autore che, piaccia o meno, è riuscito a
far affermare il proprio nome nel mondo del cinema indipendente.
…Siamo in California, patria della “fabbrica dei sogni”
di Hollywood, luogo che vive di non realtà come il cinema di Dupieux. Un
cameraman sogna di fare un film horror in cui le televisioni emanano delle onde
talmente potenti che fanno sanguinare le persone, le quali, una volta
assimilate le onde, le trasmettono a loro volta e ne muoiono, fino alla
scomparsa della specie umana e una fine “senza speranza”. Questo contatto
pericoloso tra uomo e artificio, tra realtà e finzione (e immaginazione), è il nodo filmico
di Réalité, che soffoca lo spettatore in un inconscio che si fa
racconto, fabula corale…
…Caleidoscopio di personaggi bizzarri in situazioni ancor più
surreali, Reality, vede tra i suoi
protagonisti principali un aspirante regista (Alain Chabat) alle prese con una
missione difficile: deve trovare il gemito di dolore perfetto se vuole che un
arrogante e nevrotico produttore finanzi il suo primo lungometraggio. La trama
del suo progetto suona assai allettante: in un futuro distopico le persone
muoiono per via delle onde radio emesse dai televisori, che provocano
l’esplosione delle loro teste. Già ma quale tipo di gemito emetteranno tali
persone prima di passare a miglior vita? Reality mira a rispondere a questo e ad altri interrogativi oziosi,
ammantandoli della nobiltà che si attribuisce di solito alle riflessioni
filosofiche. Ecco allora che cose “impossibili” sono però “visibili”, un
presentatore televisivo vestito da pupazzo di peluche si gratta continuamente
perché affetto da un eczema immaginario, il preside di una scuola che ama
indossare il tailleur, almeno nei suoi sogni, una bambina di nome Reality
recita in un brutto thriller d’autore e nella “realtà” ha visto fuoriuscire dal
ventre di un cinghiale una VHS blu e ora è pronta a tutto pur di visionarla. E’
tutto molto divertente ma anche autocompiaciuto e stancamente reiterato
in Reality, dai personaggi, curiosi, sopra le righe,
che tornano più volte e intrecciano le loro mini-storie, alle situazioni,
altrettanto bizzarre, la cui struttura paratattica non mira a condurre da
nessuna parte, ma solo a produrre qualche crassa risata. C’è quasi un accordo misterioso e non scritto
tra l’autore e quello che lui identifica come il suo spettatore, uno spettatore
“iniziato” e dunque pronto a sganasciarsi di fronte a ogni sua nuova, grottesca
invenzione e al suo eterno ritorno in altra forma. Ma Reality non funziona con tutti ed è facile
che a lungo andare la noia avvolga chi guarda, che magari di questo suo
sentirsi escluso può andare fieramente a testa alta…
…Quentin Dupieux ci ha ormai abituati ad attenderci
dai suoi film ogni volta un campionario di stranezze. Che si tratti dello
pneumatico attore protagonista di Rubber o
dei politically really uncorrected di Wrong Cops il
bisogno di stupire lo pervade fino nel midollo del suo fare cinema. In questa
occasione, optando esplicitamente per la piattezza visiva più accentuata, punta
le sue fiches a livello di sceneggiatura avviando un gioco di scatole cinesi di
cui pare non avere il totale controllo logico. La cosa non sembra però
preoccuparlo minimamente perché ciò che più lo interessa è il gioco dei rimandi
interni che contribuiscono a fare dello script una sorta di manifesto
escheriano in tono minore. Una vicenda si inserisce nell'altra per ritrovarsi a
sua volta riproiettata all'interno di una dimensione imprevista così come
accade nei più volte citati sogni o incubi. Che la bambina sia in realtà non
tanto colei che guarda ma oggetto di visione (è lei che si chiama Reality) e
che a sua volta sia spettatrice di situazioni che consideravamo del tutto
aliene dalla sua vicenda poco importa.
Alla fine della visione ci si accorge di essere stati a nostra volta spettatori
di un piccolo pamphlet sul mondo dei media che ci ha guidati per mano per
strade obbligate impedendoci qualsiasi intervento di carattere individuale. Un
gioco piacevole ma anche un po' sterile.
…Le
scénario est hypnotisant. Dupieux nous embarque aux confins de l’onirisme
au-delà de toute logique temporelle. Les personnages se croisent comme les
réalités. Ils se rencontrent aussi. Tout est logique sans le paraître, ou
inversement. Peu importe. Le voyage est entier. Mais la magie du film est
d’être empli de sarcasme. Trouvant dans le personnage de Jason Tantra un double
de lui-même, le réalisateur propose une caricature jouissive de plusieurs pans
du cinéma : la production d’une part avec le fantasque Bob Marshall
(interprété avec brio par Jonathan Lambert), la création de l’autre en
proposant un grand écart entre le cinéma de série B (voire Z) et un film
d’auteur qui tient de l’expérimentation. Ce dernier est aussi l’occasion de
faire la satire de l’exploitation médiatique des enfants et de la manipulation
du réel livré comme tel à ceux prêts à le gober.
Le
réalisateur virevolte entre les genres, toujours avec humour. Il offre à
REALITY un climat singulier en en soignant la photographie tout en travaillant
le son qui électrise nos sens. Plus encore il lui confère une réelle coloration
– musicale et visuelle – qui se retrouve d’ailleurs proprement à l’écran, les
décors et les costumes se fondant en un superbe camaïeux camel ou se dissipent
quelques touches gris perle ou bleues. Ce soin du détail se retrouve en chaque élément
(du nom des personnages au moindre accessoire) et participe à la
dé-temporalisation de l’ensemble. Les époques se mélangent asseyant peu à peu
une seule réalité, celle qui veut qu’aucune n’a effectivement sens.
Si
Alain Chabat excelle dans son interprétation de Jason Tantra – Dupieux
n’hésitant pas à exploiter les gimmicks du comédien –, Elodie Bouchez dans le
rôle de son épouse est éblouissante. Notons encore que le film se redécouvre –
et se savoure – de vision en vision, les détails se révélant alors peu à peu