martedì 28 gennaio 2025

Ça ira, il fiume della rivolta - Tinto Brass

Tinto Brass, quando non filmava solo culi e tette, girava film memorabili.

Ça ira, il fiume della rivolta è uno dei primi film, con filmati di repertorio, montati dal bravissimo Franco (Kim) Arcalli, già montatore di alcune grandi pellicole italiane.

Ça ira è il titolo di una bellissima canzone di Edith Piaf, che accompagna tutto il film.

è un film ottimistico, quando si pensava in un futuro roseo, dopo la sconfitta dei nazisti da parte dell'Unione Sovietica (e qualcun altro) e la impetuosa decolonizzazione.

il ritmo è coinvolgente e sicuramente è un film che continua a dire molto.

buona visione - Ismaele

 

 

 

Tinto Brass nella sua fase di sperimentatore si dimostra un piccolo mago del montaggio di repertorio (complice nientemeno che Kim Arcalli) e dirige un film che mostra l'ottimismo con il quale si vedeva il futuro negli anni del terzomondismo e della decolonizzazione. Un documento prezioso su come le guerre di liberazione avrebbero potuto cambiare il mondo. Purtroppo non è andata così.

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Le vicende che nel corso del Novecento hanno condotto il Mondo sul fronte della Guerra: La Rivoluzione Russa, la Rivoluzione Messicana, la 1° Guerra Mondiale, il Nazismo, il Fascismo, la 2° Guerra Mondiale, i nuovi conflitti e le divisioni del Dopoguerra, etc...Tinto Brass segue la moda del momento e si getta in un Mondo Movies che vuole riflettere sulle rivolte mondiali e la cattiveria umana. Anche se si tratta di scene d'archivio (per lo più di cinegiornali) l'autore le monta in una maniera che vuole indurre al pacifismo sorretto da retorica. Uno dei momenti più belli è appunto fornito dalle immagini di un convegno dove ci sono molti capi di stato alla fine della 2° Guerra Mondiale che ridono e discutono inframmezzate a quelle di cadaveri, bombardamenti, etc... il tutto commentato da una bellissima canzone in lingua francese (ma sottotitolata) che parla di una lettera spedita ad essi dove gli si chiede di non fare più guerre e, se proprio le dovranno fare, che vadano loro a combattere. Davvero commovente. E tutto il film è montato così. Basta già questo a definirlo un "quasi" capolavoro!!!

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domenica 26 gennaio 2025

Il mio giardino persiano - Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha

due solitudini s'incontrano, bastano poche ore, Mahin e Faramarz sono contenti come adolescenti innamorati.

Mahin è un'infermiera in pensione, Faramarz a settant'anni deve ancora lavorare come tassista per sopravvivere.

che un regime oppressivo delle libertà di ascoltare musica, e che ci sia un polizia "morale" per controllare come le donne indossano  l'hijab in modo "corretto" sono condizioni di vita che tolgono il respiro, ma i due innamorandi vivono le loro ore felici.

è un film di gioia e bellezza contro tutto e tutti, nella prima parte, poi succede qualcosa di inatteso, ma sarebbe pura cattiveria anticiparlo qui.

un film da non perdere, promesso, purtroppo è solo in 37 sale in tutta Italia.

buona visione - Ismaele

 

 

...Al secondo lungometraggio dopo Ballad of a White Cow (presentato anche quello in concorso alla Berlinale nel 2021), i due cineasti iraniani costruiscono un altro dolente e intenso ritratto al femminile dopo quello di Mina del film precedente. C’è solo la differenza che Mahin sembra una donna più libera e battagliera e si vede nella scena con cui difende una ragazza dagli agenti nel parco e le impedisce di essere arrestata. Il tono sembra apparentemente più leggero, soprattutto in quell’incontro di notte tra i due protagonisti in una improvvisa notte di sognatori. Così l’efficace della rappresentazione della solitudine (la scena della telefonata di Mahin con la figlia continuamente interrotta e poi improvvisamente troncata) lascia poi spazio in quel gioco seduttivo culminata nella scena in cui i due si fanno la doccia vestiti, probabilmente ennesima beffa nei confronti del proprio paese. Tutto però accade dentro quella casa e si avverte la presenza delle ombre ammonitrici degli interni del cinema di Panahi, come nel taxi di Taxi Teheran e la villa sul mare di Closed Curtain che vedeva tra gli attori anche Maryam Moghaddam. Come in quel film, non ci devono essere rumori sospetti e tutto deve avvenire nell’oscurità, finale compreso. Proprio per questo, proprio alla luce della condizione dei due cineasti, Il mio giardino persiano diventa un gesto politico ribelle nascosto dietro l’amara ironia dei frequenti cambi di tono del film che sono gestiti con un grande equilibrio e con una solidità di scrittura dove il tono da favola è solo una fuggevole illusione.

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...Poco prima di metà film, Il mio giardino persiano si trasferisce completamente in un interno sera/notte – l’appartamento della protagonista – dove Mahin e Faramarz chiacchierano, bevono del proibitissimo vino da un bottiglione, mangiano frutta e dolci, siedono nel giardino tra menta, cedri e gelsomini, ascoltano musica e ballano come ragazzini in barba alla pericolosa vicina spiona…

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Mahin (Lily Farhadpour) è una donna, sola e di una certa età. Una combinazione di fattori che nella Repubblica Islamica dell’Iran difficilmente porta a qualcosa di buono. Mahin parla con la figlia all’estero solo su Face Time, perché non le è più concesso di espatriare, data l’età. Le amiche la vengono a trovare a Teheran di quando in quando e vorrebbero che si risposasse. L’assurdità della situazione, che Il mio giardino persiano cattura con sottile ironia e sentita partecipazione, è che superficialmente Mahin e il mondo di fuori concordano: è arrivato il momento che si trovi qualcuno. Ma se, nel soffocante dettato patriarcale della società iraniana, la solitudine della donna è una mortificazione della morale che solo il matrimonio può sanare – con una chiara definizione dei ruoli e delle gerarchie – Mahin immagina le cose in maniera diametralmente opposta. L’uomo è piacere, è una boccata d’ossigeno, è uno schiaffo agli anni che passano, è libertà.

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martedì 21 gennaio 2025

Il medico della mutua - Luigi Zampa

fino a pochi anni fa il film era di attualità, ora è pura fantascienza, i medici mancano, i medici di famiglia sopratutto.

Alberto Sordi è bravissimo a interpretare un medico avido (figlio di mamma, d'altronde).

la classe medica nel film fa una pessima figura, interessati ai soldi e marginalmente ai pazienti, se non come fonte di reddito.

un film da non perdere, promesso. 

buona (malata) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Una delle commedie all'italiana di maggior incasso, una riuscita satira non troppo corrosiva sulla sanita' statale e sul mondo dei medici (dipinti tutti come arrivisti senza scrupoli e assolutamente disinteressati ai pazienti visti solo come numeri in grado di muovere denaro).Il gruppo di attori è eccellente a partire da Sordi che stavolta è assai misurato(come non gli accade nei film in cui è protagonista)per non parlare della Valeri che dipinge un personaggio memorabile. Ottime le musiche, sempre molto presenti e un finale che puo' essere visto come un'azzeccata premonizione per il futuro.....

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… chi meglio del nostro Albertone nazionale poteva interpretare questo mostro partorito da una società improntata al consumismo?!? Una società in cui si lucra anche sulla salute dei cittadini.

Guido Tersilli rappresenta proprio l’italiano medio per antonomasia in quanto risulta essere mammone, donnaiolo, cinico e qualunquista. La grandezza di Alberto Sordi, che grazie a questo ruolo ottenne il David di Donatello e il Globo d’oro come miglior attore protagonista, stava nel riuscire a fare amare al pubblico personaggi che nel quotidiano avrebbe disprezzato.

Il medico della mutua, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe D’Agata (che curò anche il soggetto del film), possiamo tranquillamente definirla come una commedia satirica che, uscita nelle sale italiane nel 1968, sbancò letteralmente i botteghini italiani (il film è stato il secondo maggior incasso della stagione cinematografica italiana 1968-69 con £3.032.637.000), tanto che l’anno successivo il regista Luciano Salce realizzò il sequel dal titolo Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue.

Al grande successo di questa opera, sceneggiata da Luigi Zampa, dal talentuoso Sergio Amidei e dallo stesso Sordi, contribuì anche la colonna sonora di Piero Piccioni con l’indimenticabile Samba fortuna, rimasta nell’immaginario collettivo di milioni di spettatori.

Pertinente con il lungometraggio in questione risulta essere il seguente aforisma sarcastico dell’indimenticato artista Groucho Marx: “L’ultima volta che sono andato dal dottore mi ha dato tante medicine che, una volta guarito, sono stato male per un mese intero.”

In definitiva non si può proprio dire che il dott. Guido Tersilli abbia tenuto fede al giuramento di Ippocrate, possiamo invece affermare con convinzione che ha rispettato piuttosto lo spergiuramento di Ippocrate. Vi auguro buona visione constatando che bisogna essere prudenti nello scegliere il medico della mutua.

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Senza dubbio tra le migliori commedie italiane degli anni Sessanta, e tra i più memorabili personaggi di Sordi. Zampa gira con stile fluido e moderno (i titoli con la soggettiva dalla sirena dell'ambulanza sembrano anticipare uno stilema da poliziottesco), il cast folto e trans-generazionale infila personaggi (o mere comparsate) uno più cult dell'altro. Dalle visite a domicilio al grande ambulatorio, la sceneggiatura è un vortice senza buchi, nonostante la durata -specie per l'epoca- superiore alla media. Indimenticabile lo score di Piccioni.

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Commedie del genere hanno sempre un sapore dolceamaro perché, se da una parte riescono a intrattenere con brillantezza e senza particolari intoppi, dall’altra evidenziano il malcostume che si cela nei palazzi del sistema sanitario nazionale. Il carisma di Sordi maschera bene il cinismo del ruolo, rendendo un personaggio negativo quasi accettabile. Viene da chiedersi se sia cambiato qualcosa nel tempo o se sia rimasto tutto uguale. La forza dell’opera risiede anche nell’universalità dei temi affrontati.

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Ricordo quanto mi piacesse questo film da piccola. Quando ancora il cinema era un'incredibile scoperta capace di procurarmi stupore e meraviglia (ma ci riesce spesso anche oggi, vi assicuro) mi divertivo sempre a guardare Alberto Sordi nei panni del dottor Guido Tersilli, giovane medico rampante oppresso da una madre arpia ed arrivista, andare a caccia dei cosiddetti mutuati. Non sapevo neppure cosa fosse un mutuato ma capivo lo stesso che il cinismo col quale li sfruttava Sordi nel film non doveva essere né cosa buona né giusta. 
A rivedere adesso questo film di Zampa resto colpita dalla cura con cui al tempo si riusciva a far ridere e, nello stesso momento, si cercava di dire qualcosa, di lanciare un messaggio. Il cosiddetto cinema di evasione che conosciamo adesso (volgare, becero, insolente e grossolano) è ben diverso da quello che era allora. Allora si scrivevano sceneggiature, si sapeva dirigere e recitare adesso tutto questo non è più necessario.

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Uno dei più famosi film di Sordi ed uno dei più celebri film italiani di sempre. E' un bellissimo esempio di commedia all'italiana, perfettamente riuscita, che tratta di sanità, di mutua, ma in special modo dell'italiano di allora che, sopraffatto dal mito del benessere e della ricchezza, è disposto a tutto pur di portare a casa qualche lira in più, anche, come il medico di questa pellicola, a sedurre un'orrenda vedova per avere più mutuati, a lavorare giorno e notte fino ad avere un collasso, a perdere la fidanzata di una vita ed a fottere tutti i colleghi.

Tutto ciò ce lo spiega con raffinata e sottile intelligenza, utilizzando la chiave della comicità (poiché spesso è attraverso le gag che passano i messaggi più crudi) Luigi Zampa che, con una regia spiritosa e spietatamente cattiva e disillusa, realizza un film di culto ancora attualissimo (nonostante la mutua non esista più) e probabilmente immortale. Il suo protagonista è un Alberto Sordi in assoluto stato di grazia che rispolvera il suo repertorio comico degli esordi per strappare una risata che morda e faccia pensare.

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