giovedì 8 ottobre 2020

Themroc (Il Mangiaguardie) - Claude Faraldo

in una fabbrica di quelle con il padrone senza pietà, Michel Piccoli decide di abbandonare il lavoro e le scelte successive saranno davvero radicali.

nel film non si parla, come se fosse un film muto, e si capisce tutto benissimo.

si crea una microcomunità dove esistono amore e libertà e si combatte l'autorità, per mangiare ci si arrangia in qualche modo, non vegetariano.

un piccolo gioiellino da (ri)scoprire - Ismaele



 

 

 

QUI il film completo, in francese

 

 

...Volete la rivolta, l'animale affamato di caos...quello che sovverte?..Questo è il film. Film senza dialoghi, solo grugniti, (e intendo senza una parola in nessuna lingua, un muto rumoroso) come i primati in Odissea 2001..Scene, personaggi ed eccessi fiondano lo spettatore in un mondo anarchico e diverso. Un muro non è più confine sicuro ma un ostacolo da abbattere platealmente..Le auto inutili orpelli..L'autorità un bersaglio da lunapark, gli uomini in divisa una cena (da qui il titolo)...Themroc, una medicina contro l'inevitabile reflusso biliare che il momento che viviamo ci procura. M. Piccoli è (come sempre) già da solo un motivo per amare il cinema.

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Commedia grottesca in cui non v'è sorta di dialogo, sostituiti con grugniti ed urla. Un operaio si ribella alla società, torna a casa e la distrugge trasformandola in una specie di caverna troglodita; si dà all'incesto e al cannibalismo, coinvolge il vicinato nella sua regressione e sberleffa la polizia. Senza mai prendersi troppo sul serio è un curioso film che vive di contestazione, liberalismo e anarchia (temi cari ad un certo cinema post '68) anche se non ha la forza critica di Ferreri.

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I primi venti minuti di film sono qualcosa di alienante. Il semplice recarsi al lavoro, cosa naturale per moltissime persone, sono una vera odissea proprio per la sua tragica normalità di pendolare. Il luogo di lavoro non è altrettanto rose e fiori ed è plausibile che il protagonista, dopo l'ennesimo rimprovero ingiusto, sente che la misura è colma.
E' un film inconsueto dove la ribellione abbatte letteralmente ogni cosa: casa, famiglia ed istituzioni, insieme all'abbattimento di tanti tabù malvisti nella moderna società occidentale come incesto e cannibalismo. E'un film forse un po' velleitario, ma in fondo la provocazione coglie alcuni obiettivi. Indovinata l'idea di un film senza praticamente dialoghi, ridotti ad un linguaggio intellegibile, per passare letteralmente a urla di rabbia o ululati di piacere. In questa ribellione che si allarga a macchia d'olio si regredisce ad uno stato primitivo con case ridotte a delle grotte al cui interno non si deve rendere conto di nulla. Film a suo modo coraggioso nella forma con un ottimo Michel Piccoli. Da fucilare seduta stante colui che ha ideato il titolo in italiano.

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Dopo l'ennesimo sopruso sul lavoro, il muratore Themroc torna la casa, la distrugge trasformandola in un antro ed inizia a vivere come un cavernicolo, coinvolgendo famiglia e vicini in questo ritorno allo stato selvaggio, tanto che i poliziotti intervenuti a riportare l'ordine rischiano di finire cotti allo spiedo... Apologo post sessantottino reso ancora più bizzarro dall'assenza di dialoghi, sostituiti da grugniti, colpi di tosse, parlottii incomprensibili. Un esempio di cinema anarchico che può non piacere per eccesso di grottesco ma colpisce per la sua originalità.

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…II film di Faraldo rappresenta uno dei casi più anarchici e originali di rivolta contro le istituzioni politiche imposte; sfonda con la devastante forza di un macigno la cupola della società capitalista/perbenista e ne abbatte le regole; la morale; il linguaggio. Themroc è "la morte del linguaggio": civile; cinematografico. La primaria originalità del film, sta infatti nel suo inscenarsi mediante una decostruzione linguistica dove la parola è soppiantata da borbottii sordi e incomprensibili, vocaboli soffocati da un gutturalismo primigenio (per tutto il film, non esiste un dialogo di senso compiuto). L'opprimente autorità costituzionale mostra i suoi primi segni di cedimento al passaggio di una metropolitana; l'insofferenza del protagonista (un inarrestabile e virulento Michel Piccoli, asfissiato dalla sua soporifera esistenza da operaio in una fabbrica di vernici) verso una società tentacolare scaturisce nel sottosuolo e deflagra, all'esterno, sprigionandosi in urla belliche che anticipano l'inizio dell'insurrezione. L'uomo, dopo essersi barricato nel suo appartamento, sfonda la parete rivolta sul cortile della residenza popolare e concupisce la giovane sorella attirando l'attenzione, non solo dei condomini, ma in particolar modo di un'ardente Francesca Colussi, che non esita un istante a mollare l'imbelle marito per trasferirsi nell'inconsueta ed invitante alcova. L'intervento della polizia ovviamente non risolverà nulla (un gendarme verrà addirittura cucinato allo spiedo), ma alimenterà solamente gli istinti primordiali che riemergono fremebondi. Le mura domestiche, diventano così l'antro fumogeno di una volontaria regressione paleolitica; l'homo-erectus si libera e rilascia, tra riesumi di pratiche antropofaghe e orge collettive incitanti il sesso libero, pandemie ideologiche che si diffondono provocando un contagio che travalica i confini residenziali e si estende oltre, portando al progressivo crollo di tutte le strutture organiche. Gli echi sonanti del nuovo linguaggio libertario abbracciano una realtà totalizzante e cosmopolica e le nuove regole, sono presto indette: re(pro)gredire alla più totale indipendenza, liberarsi da un potere coattivo e sovvertirne le regole limitanti dei diritti o dell'espressione personale... Un capolavoro: Scomodo? Anticonformista? Estremamente datato? Sicuramente, ma meritevole di maggior visibilità oggi, più che allora, in quanto visione indiscutibilmente necessaria per scuotere dal torpore, tutte quelle coscienze quotidianamente imbonite dal lesivo tam-tam politico/mediatico.

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…Il film ha una particolarità che lo rende unico nel suo genere: è completamente muto, o meglio, è parlato in uno stranissimo birignao fatto di suoni beceri, parole masticate o inventate al momento, versacci trogloditi come i suoi sgangherati protagonisti, gesti inequivocabili, altrettanto inequivocabili alzate di spalle, sopraccigli inarcati, singulti, boccacce, richiami e smorfie e rumorose pernacchie. Tutti urlano contro tutti, berciano, blaterano, mangiano, uccidono, si scaccolano, si accoppiano e ancora ricominciano tutto daccapo, fino a quando la pellicola, in bilico tra il grottesco e lo humour involontario, non diviene un'assurda, scanzonatissima riflessione sulla retorica classista del tempo: in un momento in cui l'operaio è lasciato completamente solo, schiacciato nella duplice morsa dell'oratoria sindacale e della tracotanza padronale, l'unica soluzione possibile è negare tutte le strutture economiche, fiscali e sociali che hanno condotto all'alienazione contemporanea. Non può esserci mediazione alcuna tra le parti in causa perché la società, ci dice il regista, è talmente malata che le ideologie ad essa sottese e in essa maturate non sono altro che specchietti per le allodole grazie alle quali le istituzioni manovrano i cittadini. Themroc estremizza il nichilismo dottrinale tornando al grado zero della civiltà, ovvero abiurando l'umanesimo e la centralità dell'individuo nello spazio collettivo e divenendo ancora, insieme ai consimili, un selvaggio dedito all'antropofagia più bestiale e incontrollabile. Il film di Faraldo è fondamentale per capire il presente, e anzi, con il suo eccesso visivo, colorato e cattivissimo, risulta ancor più tangibile e giustificabile oggi che nel suo contesto di riferimento…

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lunedì 5 ottobre 2020

Miss Marx - Susanna Nicchiarelli

tutti conoscono Karl Marx (almeno di nome), ma della sua famiglia pochi sanno qualcosa.

Susanna Nicchiarelli ci presenta Tussy (Eleanor Marx), interpretata da una bravissima Romola Garai.

vive una vita felice, in una bella famiglia, anche se con grandi difficoltà economiche, e dopo la morte del padre continua le sue battaglie.

purtroppo, siccome l'amore è cieco, Tussy si innamora di uno stronzo, che le rende la vita amara.

il film non è una biografia fedele, meno male, e gli inserti musicali, così fuori tempo, stanno benissimo, come pure la fotografie, a volte quasi quadri viventi.

il film non sarà un capolavoro, ma si vede benissimo.

buona visione - Ismaele


 

 

…Il rischio dell’operazione, come sempre nei biopic, era quello di una ricostruzione fedele ma pedante, di minuzioso descrittività paratelevisiva e di piattezza formale altrettanto paratelevisiva (mi riferisco alla tv prima della serialità attuale). Nicchiarelli aggira bene l’ostacolo con una scrittura nitida, di una complessità leggera che sa restituire i personaggi e l’aria del tempo. Soprattutto, in modi per niente convenzionali, procede per ellissi, concentrandosi sulle tappe fondamentali nella traiettoria di Eleanor/Tussy e omettendo giunzioni e suture non necessarie. Imprimendo al film un ritmo discontinuo, a contrasto con la perfezione visuale da tableaux vivants della messinscena. E del suo Nico, 1988 conserva un’impronta genuinamente rock, per via delle musiche e per una scena in cui scatena nella danza Eleanor (bravissima Romola Garai) neanche fosse in un club berlinese del periodo Bowie/Heroes. Scelta richiosa che incredibilmente funziona. Non ci si annoia mai a seguire le trame e sottotrame di famiglia, i segreti, le contraddizionidi Karl Mark, rispettato da Nicchiarelli ma non trasformato in totem intoccabile. E si segue il folle e disperatissimo amore di Tussy per un uomo che non la merita e da cui non si saprà sottrarre né salvare (relazione tossica!, si direbbe oggi). Ma il film è anche riscoperta di una donna che, pure schiacciata da una vita infelice e da un padre troppo ingombrante, sa essere militante, organizzatrice politica, anticipatrice delle battaglie femminil-femministe (il suo discorso sulle donne oppresse anche all’interno del movimento operaio è di una lucidità impressionante)…

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COMMENTO DELLA REGISTA

La storia di Eleanor mi ha dato l’opportunità di esplorare temi incredibilmente contemporanei in un contesto d’epoca, ma ho ritenuto necessario capovolgere i clichés del dramma in costume. Ho cercato di sovvertire l’immagine dell’eroina vittoriana e sostituirla con quella emblematica e moderna di una donna che combatte sul fronte personale e pubblico. Credo che la storia di Eleanor richieda di essere raccontata con delicata ironia: la sua vita sentimentale fu assurda e tragica, i suoi guai condivisibili anche per le donne di oggi. Ma questa storia richiede anche un profondo rispetto: le battaglie di Eleanor e dei suoi compagni risultano più che mai attuali e urgenti, oggi come ieri.

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…Miss Marx è innanzitutto un dramma in costume con tematiche tutt’oggi attuali, la Nicchiarello ci mostra quanto Tussy (così veniva chiamata dal padre) combatta le oppressioni e lo sfruttamento degli operai, e quanto sia importante lottare per l’affermazione individuale con la speranza e l’obiettivo di un domani migliore. La sfida maggiore di Miss Marx è di mantenere alta l’attenzione dello spettatore e di non annoiarlo con digressioni storiche o ideologiche, anzi, la regista attua lo sguardo in camera di Romola Garai (Eleonor Marx) che cattura così l’attenzione ed evidenzia con consapevolezza e autorevolezza le sue battaglie personali (e non).

Il suo attivismo si intreccia nel 1883 con il suo legame amoroso con lo scrittore Edward Aveling (Patrick Kennedy) che, la trascina in un vortice emotivo da cui non riesce a salvarsi e per cui sceglie una fine tragica ed estrema.

Miss Marx é un film che ci convince sotto diversi aspetti e di questo ne dobbiamo dare merito alla regista Susanna Nicchiarelli, abile maestra nel saper guidare gli attori e sapiente narratrice. Romola Garai si dimostra intensa, toccante, in grado di saper trasmettere il fuoco degli ideali di Eleonor Marx, ma allo stesso modo di esprimere le sue insofferenze e la sua determinazione nel voler rompere la convenzionalità sociale di quegli anni…

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…La frontalità fissa del primo piano è un espediente cui la regista qui ricorre spesso (tipo: un quarto di tutto il film), all’evidente ricerca di effetti pittorici, qualche volta singolarmente notevoli, ma che contribuiscono alla rigidità complessiva e di rado sono resi vibranti dal parlato, e due sole volte da una rivelazione proveniente dal fuori campo. A un certo punto – ed è una bella trovata, se non si tratta di un riflesso inconsapevole – in una fase in cui imperano sfumazzate d’oppio ed Eleanor fatica a celare la devastazione interiore, le sembianze della donna vengono quasi a coincidere con quelle della prostituta bevitrice d’assenzio ritratta da Degas. È ipnotica una scena-flashback in cui la piccola Eleanor svolge una sorta di test linguistico-moralmente attitudinale alle sorelle, a Marx ed Engels mentre vi si sottopone lei stessa; incantevole, eppur sobria, la scenografia; deliziose cinque o sei riprese dall’alto degli interni; corretta la ricostruzione storica filtrata anche attraverso le lettere familiari. Ma il film è roso (e corroso) dall’ossessione di mostrarci come tutta questa vicenda sia terribilmente contemporanea, troppo ripiegato sulla ricerca del collegamento e dunque di un idealtipo per soffermarsi oltre un certo limite sulle interazioni tra i personaggi, che sono più usati che amati. Per rinforzare l’effetto macchina del tempo spara anche il punk di sottofondo – Gatto Ciliegia e Downtown Boys – molto bello, ma che non regge tanto il peso estetico della disarmonia, e più che contemporaneo fa tanto estemporaneo.

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sabato 3 ottobre 2020

Ricomincia da oggi (Ça commence aujourd'hui) - Bertrand Tavernier

se uno non sapesse che il film è di Bertrand Tavernier (purtroppo poco conosciuto) subito penserebbe a Ken Loach.

in una città depressa, dove le miniere sono chiuse, la povertà è molto diffusa, come tutti i problemi dei poveri.

Daniel, maestro d'asilo, dirige una scuola d'infanzia, e cerca di far crescere i bambini e le bambine nuovi, che guardino con fiducia al futuro, mentre il presente è spesso triste e lontano dai sogni.

ottima musica di Louis Sclavis, un film da non perdere, promesso - Ismaele

  

 

se anche fosse fatto male, il film meriterebbe tutto il rispetto e l'attenzione dovuti a un'opera di documentazione di una realtà drammatica pressoché sconosciuta (in questo caso la depressione economica di una zona del nord-est della Francia, afflitta da un altissimo tasso di disoccupazione; situazione vista attraverso la vita di una scuola materna). Aggiungiamo che Tavernier ha realizzato un'opera colma di poesia, sempre coinvolgente e spesso commovente, ed ecco che abbiamo un film bellissimo, che avrebbe meritato una ben maggiore diffusione. Grazie al dvd, non è mai troppo tardi. I francesi hanno sempre assegnato grande importanza all'educazione - non necessariamente i politici francesi, ma certamente la coscienza del popolo - e quindi l'idea di illustrare una scena collettiva attraverso la piccola realtà di una scuola materna non è certo da considerarsi un'eccentricità. Molto bravi i due attori principali (la Pitarresi, che assomiglia a Monica Bellucci, ha evidenti origini italiane), cui fa da contorno, mischiata ad attori veri, la gente del posto, compresi ovviamente i bambini. Assai interessante la musica di Louis Sclavis, e bellissima fotografia.

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…Hoy empieza todo es una acertada radiografía de la Francia más empobrecida de finales de los años noventa, pero sus temas y sus conclusiones son perfectamente trasladables a esta España sumida en la crisis actual. Han pasado 13 años desde que se estrenó esta pequeña maravila y hoy sigue tan vigente como entonces. Hoy más que nunca necesitamos a profesores motivados con su trabajo y que no se limiten a cumplir el expediente. De los políticos y los burócratas ya sabemos que podemos esperar mucho, pero somos los ciudadanos los que debemos exigirles que cumplan con sus obligaciones y compromisos. En un país como el nuestro en el que la crisis está sirviendo de escusa para desmantelar el estado de bienestar (empezando por la educación y la sanidad) los ciudadanos no debemos quedarnos de brazos cruzados. Por eso Daniel Lefebre es un héroe, porque no se rinde (aunque tenga sus dudas). No se limita a hacer su trabajo e irse a casa olvidando los problemas que ve a diario. Daniel opina que la educación recibida durante la infancia es fundamental para el posterior desarrollo de las personas. Él lo sabe bien…

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…To produce a poetic and emotionally engaging film about these issues without preaching, moral posturing or making any concessions to the powers-that-be, is a difficult task. At this stage few aspire to this challenge. Tavernier's determination to produce such a film is an act of courage, humanity and a testimony to his considerable artistic skills…

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Il magistrale, densissimo ed appassionato docudramma alla Ken Loach firmato da un Tavernier in stato di grazia non è un pamphlet enfatico, didascalico, sentenzioso e schierato. E' un resoconto lucidissimo, illuminante, oggettivo, incisivo, carico di amarezza e di rabbia sul drammatico stato delle cose: ad un certo punto la puericultrice sbotta con il furente Daniel: "Non è legale, solo che tutti se ne fregano!" Sarebbe troppo facile, approssimativo e presuntuoso liquidare il film come il ritratto di una realtà lontana, che - ancora - non ci appartiene. Ed è troppo semplicistico risolvere il problema come suggerisce il collega di Daniel, per il quale, rifacendosi alla curva di Gauss, non è opportuno occuparsi della fascia dei più disagiati, per cui non c'è più niente da fare, ma della fascia nel mezzo: "loro puoi ancora salvarli". Sarebbe come nascondere la polvere sotto al tappeto ed infatti Daniel afferma risentito: "Sì certo la metà la buttiamo nel cesso e con il resto cerchiamo di capire cosa fare. Solo che il cesso ci esploderà in faccia perché non ce la fa a contenerli tutti!" Tavernier mostra e non dimostra, evita giudizi affrettati e unilaterali, ben consapevole che i mali di una società non sono riconducibili a pochi colpevoli. Osserva con sguardo attento, sobrio, acuto ed onesto, preoccupato, anche scandalizzato ma non demoralizzato o passivo, con spirito polemico e combattivo certo, ma non militante o livoroso. Senza lamentosi e rassegnati piagnistei, ricattatori e retorici sentimentalismi o spicciole indignazioni, anzi condendo il tutto con il sorriso, con una sottile ma salutare ironia. La mobile e vivida cinepresa a mano del regista, anche sceneggiatore con la figlia Tiffany ed il genero Dominique Sampiero, scrittore ed insegnante, nella scuola materna di Derrière les Haies a Anzin, dove sono state effettuate le riprese, entra nella scuola, ne coglie la felice quotidianità (le lezioni in classe tra canti, giochi, i primi apprendimenti, la gioiosa ricreazione in cortile, i collegi docenti, la lezione sul funzionamento del camion tenuta dal papà di Laetitia di fronte ai bimbi curiosi, partecipi ed entusiasti, l'arrivo dei genitori e/o dei nonni a prendere i loro piccoli) non ne nasconde però l'enorme complessità (i colloqui privati, spesso critici e delicati, con mamma e papà, i problemi burocratici, la crisi economica che si ripercuote sulla gestione scolastica). Tavernier non fa sconti per nessuno (insegnanti, politici, genitori, assistenti sociali, ispettori ed anche l'eroico protagonista, "un Don Chisciotte, solo più consapevole dei limiti del proprio idealismo" - Enrico Danesi - cui uno straordinario Phillipe Torreton conferisce una vibrante autenticità ed una coinvolgente passione, ha i suoi bei problemi familiari - dal rapporto irrisolto con il padre all'estrema fatica nel relazionarsi con l'ostinato ed irrequieto Remi e non riesce ad evitare la tragedia della famiglia Henry), si affida con fiducia, forse anche con ingenuità, all'innocenza, all'entusiasmo ed alla trasparenza dei bambini, perché "loro non ti chiedono di occuparti del sociale, ti chiedono di ascoltarli, di guardarli." (splendida in questo senso l'ultima immagine in soggettiva con il primo piano di diversi bimbi che salutano affettuosamente il protagonista). La speranza per il futuro si ripone tutta in loro: questo è probabilmente il significato della grande e, senza dubbio, fin troppo zuccherosa festa, con tanto di banda che suona, organizzata dalla scuola con la loro indispensabile e gioiosa collaborazione. Un ottimismo dai più criticato e sbertucciato, ma in realtà doveroso: attraverso il coinvolgimento diretto, i bambini possono iniziare a capire cosa sia un mestiere e si può forse in questo modo anche ridurre il rischio che si trovino, come i loro genitori, paralizzati davanti alla tv finendo per chiamare magari i propri figli Starsky e Hutch. Dai bambini si deve allora necessariamente ripartire per sollevare quel mucchio di pietre accumulate ad una ad una, per evitare che le parole servano loro solo "per dire ho fame, ho sete, ho freddo. Per sopravvivere.". "Ça commence aujourd'hui" (letteralmente "ciò comincia oggi") recita, non a caso, il titolo originale di un'opera commovente, dal valore morale altissimo (ben più pregnante del successivo, fortunato, "Essere e avere" di Nicolas Philibert), nel cui incipit è già magnificamente sintetizzato il forte, toccante e condivisibile monito. Così infatti all'inizio parla Daniel: "La durata di un racconto è come la durata di un sogno. Non si decide né il momento in cui ci si addormenta né quello in cui ci si sveglia. Eppure si va avanti. Si prosegue. Si vorrebbe fare un gesto, toccare il personaggio, avere delle attenzioni per lui, prenderlo per mano, ad esempio. E invece si sta lì, senza fare niente. La vita sarà passata e noi non avremo fatto niente." Evitiamo che la vita passi senza avere fatto niente: sarebbe imperdonabile. I bimbi sono il futuro della società, ma hanno bisogno dell'aiuto, dell'insegnamento, dell'appoggio, delle attenzioni e dell'amore degli adulti. Nel nostro piccolo, senza dover essere né "un sovversivo né un vescovo anglicano" dobbiamo almeno questo ai nostri figli: "per restare in piedi. Per inventarsi delle montagne e giocare con la slitta. E credere di avere raggiunto le stelle." Uno di quei rarissimi film di oggi da far obbligatoriamente vedere non solo nelle scuole ma soprattutto nei ministeri dell'Istruzione. François Truffaut, cineasta dell'infanzia per antonomasia, ne sarebbe stato oltremodo orgoglioso. In Concorso al Festival di Berlino del 1999, dove Tavernier aveva già vinto l'Orso d'oro nel 1995 con "L'esca", ha ottenuto il premio della Giuria Ecumenica, il premio Fipresci e una menzione speciale per il regista. Premiato al Festival di San Sebastian. Nomination ai César e agli European Awards per il magistrale Torreton, capace di farti credere sullo schermo di avere fatto il maestro per tutta la vita. Prodotto da Alain Sarde, tra i cui successi spiccano "Il pianista", "Il segreto di Vera Drake" e "Mulholland drive". Quasi 1 milione di spettatori in Francia. In Italia, come è ovvio, praticamente invisibile.

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Il livello di civiltà di una società è misurato dallo spazio e importanza dati ai bambini. Devo amaramente constatare che tutte le nostre modernissime e civilissime società sono ancora troppo lontane dalla meta: troppi bambini maltrattati, sfruttati o semplicemente ignorati anche tra le nostre accoglienti mura domestiche, nelle nostre belle città… Lo spazio e la qualità delle scuole e dei servizi per l’infanzia ne è un tangibile segno. E a questo non sfugge neanche l’organizzata Francia.
I bambini al cinema non sono certo un tema nuovo: come dimenticare il dramma esistenziale di Antoine Doinel de I quttrocento colpi in scontro con famiglia e scuola, indesiderato e incompreso da tutto il mondo degli adulti o Julien de L’argent de poche… Truffaut è certo un poeta dell’infanzia-adolescenza di cui sa cogliere sfumature, drammi, profondità con leggerezza ed espressività uniche. Il regista sottolinea la lotta per la sopravvivenza dei più piccoli a cui dimostra sempre fiducia e affetto.
A ventitré anni di distanza dal film di Truffaut, è un altro regista francese, molto diverso dal primo, a tessere un canto d’amore per i più piccoli: Bertrand Tavernier nel suo ultimo film si cala nella realtà di una scuola materna di un piccolo centro depresso. Cambia il punto di vista rispetto ai film di Truffaut: non è più quello dei bambini-ragazzi, ma quello di un adulto, il maestro - direttore della scuola. Daniel è testardo, coraggioso ed idealista: si scontra quasi quotidianamente da una parte con situazioni familiari difficili a volte veramente drammatiche ed estreme e dall’altra con l’indifferenza delle istituzioni. Ma Daniel non molla mai, lotta con tutta la passione, il senso civile e gli ideali da cui è dominato e alla fine, a seguito della tragedia che colpisce una famiglia della cittadina, la comunità finalmente reagisce e si stringe attorno a lui e alla scuola. I bambini, la vere vittime, con il loro entusiasmo, il loro affetto e forza sostengono gli adulti dando la possibilità di ricominciare a vivere e lottare. Nel racconto di Tavernier non c’è retorica o ingenuo ottimismo perché tutto è reale e vero, i personaggi, il villaggio grigio e deprimente, la situazioni familiari…
Il racconto, che procede compatto e lineare, orchestra perfettamente i momenti drammatici con quelli lirici e con quelli divertenti. Alla desolazione e ai luoghi chiusi e tristi della città si contrappone la campagna, in cui vive Daniel, con le sue esplosioni di luce, le bellissime aurore, gli orizzonti vertiginosi. La narrazione evolve secondo i ritmi delle stagioni: è nella natura e nella carne che s’imprimono i segni di sentimenti ed esperienze; e sasso dopo sasso si sedimenta la storia di un luogo e di una persona.

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giovedì 1 ottobre 2020

Accion Mutante – Alex De La Iglesia

il primo Alex De La Iglesia non si scorda facilmente.

una storia ricca di colpi di scena, con personaggi folli al punto giusto.

da (ri)vedere - Ismaele

 

 

 

Nel futuro l'essere umano punterà tutto sulla bellezza, generazione ricercatrice del perfezionismo estetico. A contrastare questa linea di pensiero esiste il gruppo di Azione Mutante, una congrega di esseri deformi ed infermi che combattono questi nuovi e falsi ideali con azione terroristiche. Durante una loro azione intenta a sequestrare la figlia di un potente magnate, il capo li tradirà uccidendoli e fuggendo con l'ostaggio nello spazio. Dopo un'emergenza i due dovranno sbarcare su di un pianeta popolato da soli essere maschi. Cosi' la giovane ragazza diventerà l'oggetto del desiderio di tutti i poveri repressi planetari. Opera prima in chiave fanta-horror futuristica dello spagnoloDe La Iglesia, solida conferma registica in un film decisamente ben fatto e divertente. Pieno di stupidi personaggi grotteschi che non si fermano di fronte a nulla, ricco di sofferenti scene sanguinolente e con parti umoristiche contrapposte alle tragiche vite di questi mutanti emarginati dalla società. La pellicola si lascia vedere in modo molto divertente e bisogna soffermarsi sul pensiero di fondo del film cioè la visione di un futuro in cui l'uomo perde tutti i suoi ideali e vive solo per andare in palestra e a fare sedute dall'estetista, dove la televisione e i mass-media in genere spopolano dominando la vita privata degli individui. Non so voi, ma io sto dalla parte dei mutanti.

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…La tonalità rosso acceso la danno gli schizzi e le lacerazioni multiple sulle mappe anatomiche dei corpi straziati, emulando in qualche modo gli iniziali (sanguinolenti) fasti di Peter Jackson con Fuori di testa, film low cost e altrettanto sui generis. Disprezzato fino al feroce vilipendio o osannato come cult-patchwork di genere, il film critica aspramente la società dei consumi e il terrorismo come inutile lotta fisica e psicologica.

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