lunedì 16 febbraio 2015

At the End of the Day - Un giorno senza fine - Cosimo Alemà

ne avevo sentito parlare tre anni fa, è uscito in sala il 22 luglio del 2011, eppure è un film che merita.
fosse stato un film targato Usa sarebbe stato visto di più, di sicuro.
mi ha ricordato, per certi versi un film italiano del 1997, "Il carniere", di Maurizio Zaccaro, del 1997, con Antonio Catania, Leo Gullotta e Massimo Ghini, una gita spensierata , una battuta di caccia, e poi si cade nell'incubo (mi era piaciuto molto, forse solo a me, si può vedere qui).
anche nel film di Cosimo Alemà si parte per divertirsi, e poi arriva il dramma, si lotta per la vita, alla fine cadranno tutti meno uno.
immagino questi ragazzi che partono da Trieste e arrivano in una zona vicina di ex guerra, ognuno indovini quale, dove dei combattenti, a metà fra 'ultimi giapponesi" (qui) e malati di violenza e di guerra, presidiano il territorio.
inizia una carneficina, molto concreta e realistica, ma senza esagerazioni né compiacimenti.
l'orrore della guerra concentrato fa male.
è un film dove si soffre, ma non inutilmente.
a me è piaciuto molto, se non si era capito, cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele





…“At the End of the Day” è un film sulla guerra, sull’assurdità e l’irreversibilità della guerra. Perché, come hanno anche specificato gli sceneggiatori durante la conferenza stampa del film, una guerra quando viene innescata è impossibile da controllare e le ferite che causa rimangono sanguinanti anche una volta conclusasi. Cosimo Alemà riesce a sviluppare questo concetto in modo semplice ed efficace: i protagonisti partecipano a una guerra assurda e insensata che comincia come un gioco, dal quale nessuno uscirà come vi è entrato. Le conseguenze sono imprevedibili come il campo minato su cui si trovano a passeggiare i personaggi, un grande recinto di fenicotteri in cui chiunque alla fine avrà perso qualche cosa. Basta un passo, un click e ogni certezza va a frasi fottere.
L’inspiegabile e inspiegata guerra a cui giocano i villains di questo film rappresenta la Guerra con la lettera maiuscola, che è sempre inspiegabile in quanto lontana dalla logica conservativa della razza umana. I soldati-torturatori sembrano voler difendere qualche cosa, un luogo, forse un avamposto in cui in un passato (recente?) l’uomo era trattato alla stregua di un animale; allo stesso tempo i soldati-torturatori cercano qualche cosa da cacciare, una preda con cui divertirsi. E se i cani colpiti a morte e maciullati che si decompongono nelle capanne non sono più una preda “divertente” da cacciare, cosa meglio dell’uomo può sostituirli?...
da qui


…Grazie a una colonna sonora fantastica riesce nell'impresa di regalar sì tensione, ma anche umanità, romanticismo all'opera, sfiorando il capolavoro nella scena della ragazza nascosta sott'acqua. Forse passa un pò troppo tempo prima che il film decolli, forse ci sono cali di ritmo, forse in 2,3 passaggi c'è un montaggio troppo brusco, forse la vicenda dei tre militari-cacciatori può apparire un tantino forzata, forse il titolo inglese è poco sensato mentre il sottotitolo italiano, leggermente modificato, sarebbe stato più appropriato, ma qui siamo comunque davanti a un piccolo miracolo. C'è sobrietà in Alemà (nemici conosciuti sin da subito; nessun colpo di scena devastante; uccisioni quasi normali, molto reali; la stessa scelta degli attori, belli ma non modelli prestati al cinema; la storia all'interno del film, quella delle due sorelle, molto dolce e importante ma non enfatizzata). In tutto c'è un senso della misura invidiabile e io questo in un'opera prima lo trovo sorprendente. Non c'è la voglia di sembrar bravo con il "tanto", ma quella di far poco sperando di esser bravo. E non manca persino una scelta quasi unica per la storia del genere, quella di aver addirittura 10 personaggi e, beh, vedete l'ultimissima scena.
Sarò stato troppo entusiasta ma, sinceramente, non me ne frega nulla.
Stiamo arrivando. Stiamo arrivando anche noi.


…questo comunque è un film che qualche momento di suspense lo regala. La cornice estetica non è male e visti i mezzi e gli intenti, molto più di volontà e passione che non di novità, non possiamo definirlo decisamente becero ma minimamente dignitoso. Se volete qualcosa di veramente coinvolgente rivolgetevi altrove (o meglio al passato in home video), ma se in questa calura estiva siete stanchi delle solite horror-manfrine e degli sconclusionati thriller americani affidatevi a questo, che se non altro il sangue e il dolore li mostra senza addolcirli con zuccheri di infima connessione.

…War Games is truly bleak horror. There's no redemption, there's no justice, and with a memorably cruel finale, there's no mercy. Cosimo Alemà's direction keeps to the genre's traditions, but manages to add one or two previously un-thought of horrors. The cast of relative unknowns all deliver believable performances, and while War Games may be nothing new, it's still a disturbingly enjoyable watch.
da qui

venerdì 13 febbraio 2015

Timbuktu - Abderrahmane Sissako

una storia di ordinaria violenza e ordinaria sopraffazione.
il nemico per i jahidisti è la libertà, e la donna è un nemico, irriducibile alle loro logiche liberticide, in nome del loro dio, che l'imam smaschera senza dubbi.
la fotografia è perfetta e l'assurdità di quella gentaglia è ancora più evidente.
due scene bellissime, la gazzella in fuga, e noi siamo con lei, e la partita di calcio, degna di Tati.
non aspettatevi proclami o grandi scene madri, Abderrahmane Sissako non fa un cinema urlato, ma si fa sentire (e vedere) benissimo.
ci sono pochissime copie in giro, sarà un miracolo vederlo al cinema, ma non scoraggiatevi - Ismaele




…Invece di analizzare politicamente o rappresentare spettacolarmente l’ascesa del jihadismo nel cuore del deserto africano, il regista mauritano sceglie la favola, la poesia. Il vento, il sussurrato, l’equilibrio pastorale, l’amore libero, che non può essere sconfitto, di due tuareg, lì tra le dune appartate, sotto tende colorate, dove si canta ancora e si trasmettono saperi e conoscenza, cantando poemi. Sissako sconfigge la barbarie con il linguaggio delle immagini. Di una potenza magnifica. Geniale anche l’immobile partita di calcio con un pallone invisibile (perché vietato), che dice della possibile resistenza e della ridicola stupidità dell’oscurantismo (di qualsiasi monoteismo fanatico).
È una meraviglia. Niente didattismo. Questo capolavoro, candidato all’Oscar come miglior film straniero, intuisce e avverte però che ciò di cui il fanatismo islamista ha più terrore è (sempre) la donna; e il rapporto uomo-donna creativo. Con questa visionaria opera, il poeta regista svela che quello che il nuovo fascismo jihadista vuole sradicare, soffocare e azzerare, è proprio la fantasia.
Merci Sissako.

…Ritmo excelente, hermosa fotografía, inteligente uso de la música, escenas tan bellas como la del partido de fútbol imaginario. Y momentos duros, no aptos para todos los estómagos. Las interpretaciones de los actores son tremendamente naturales, lo que reviste de enorme dignidad a hombres y mujeres corrientes y coherentes, y hace comprensible lo incomprensible, comportamientos radicales donde resulta imposible la coherencia, al final existe bastante hipocresía y mucha injusticia. Se logra sobradamente el objetivo de mostrar que fe y razón deben conciliarse; esto no es garantía de que uno haga siempre lo correcto, bien lo sabe el protagonista, pero sí de que existe la capacidad de recapacitar, arrepentirse, rectificar.

…S’en dégage un profond malaise qui laisse la porte ouverte à toutes les dérives. La pression monte et la quiétude de la cité est mise à mal par la peur constante de risquer sa vie. Une atmosphère ambiguë parfaitement mise en lumière par Abderrahmane Sissako, qui au-delà de son discours sous-jacent, révèle de magnifiques scènes de vie (l’extraordinaire partie de football imaginaire) mais aussi de drame, tel ce plan large d’une rive à l’autre de la rivière, qui retranscrit simultanément la souffrance de la victime, mais aussi celle de son assassin…

…la historia coral que nos narra incluye entre otros el protagonismo de un ganadero, Kidane, que vive apaciblemente con su mujer y su hija en medio del desierto, cerca de la ciudad malí de Timbuctú. Con la llegada de emisarios de la yihad y la huida de muchos de sus vecinos, su esposa le pregunta un día por qué no se trasladan ellos a su vez. Pero el marido responde que no tendrían adonde ir y que prefiere quedarse en un lugar que les asegura comida y hogar, esperando que pronto vuelva también la seguridad. No estamos por tanto ante el retrato del emigrante desesperado, sino del ciudadano que, ante los horrores que progresivamente se van acumulando a su alrededor, contempla con la serenidad que le proporciona una religión bien entendida el paisaje del que por naturaleza no puede desprenderse. No es tan descabellado este estoicismo teniendo en cuenta la belleza de la localización, un desierto, sí, pero no exento de ríos y verdura. La fotografía de Sofiane El Fani, más conocido por su trabajo a las órdenes de Abdellatif Kechiche, capta este ambiente exótico con una luminosidad que en ocasiones roza la saturación, acentuando el efecto vidrioso de la luz refractada en el aire caliente en unos planos realmente mágicos. Un admirable ejemplo es un sostenido plano general del río en que se enfrentan Kidane y un pescador, colocando la belleza literalmente en medio de la violencia, el oasis entre la sangre. Y el espejismo resultante tiene, además de un sentido visual, uno narrativo, ya que efectivamente los ciudadanos de este paraje tienen que colocar una lente ante sus ojos para no caer en la provocación y aguantar el tipo ante el acoso de sus ocupantes…

…Timbuktu si offre come una meditazione lirica sulla ferocia di un potere che sussurra i propri divieti, senza bisogno di gridarli. Mentre dall’altra parte non ci sono vittime ma donne e uomini che resistono con la forza stessa della loro presenza, e affrontano il proprio destino sussurrando, come Kidane, «quello che non ti ho detto, tu lo sai già».

…Abderrahmane Sissako lascia troppe cose in sospeso, e altre non convincono totalmente. 
I rappresentanti della polizia islamica, che professano la jihad convinti ovviamente di essere nel giusto, nonostante l'imam del paese tenti di far capir loro che sbagliano, vengono ritratti come un branco di uomini semplicemente un po' coglioni, la "pazza" del paese, o la "strega", non si capisce, è libera di andarsene in giro a capo scoperto facendo un po' quello che le pare, da farti pensare che se sei pazzo vale tutto, una ragazza viene data in sposa contro la volontà della madre ma anche lì sembra finire tutto a tarallucci e vino, della donna che protesta perché non può vendere il pesce con i guanti non si sa più niente e tu non puoi far altro che osservare, pensando che questo era un film dal potenziale enorme, ma che, invece di farti bruciare di rabbia, ti intiepidisce appena. 
Peccato.

… Es por ello que Timbuktu no merece más la pena que un anuncio de Intermon Oxfam, pues ambos denuncian una situación y tienen cierto valor social, pero artísticamente dejan mucho que desear. Y si, al menos, se hubiera jugado mejor con ese humor irónico de la situación absurda a la que se somete al pueblo, podríamos decir que aporta un matiz interesante y novedoso, pero este humor es tan blando y poco preciso que ni araña la superficie. Una película que nace humillada por la sombra de lo que intenta transmitir y nunca llega a ello, resultando obvio su recorrido desde los primeros compases.
da qui

martedì 10 febbraio 2015

Birdman - Alejandro González Iñárritu

film osannato e pronto all'Oscar, difficile trovare qualcuno che ne parla meno che bene.
e però.
grande musica, grande fotografia, attori non male, Michael Keaton senza rivali, Edward Norton anche fastidioso per quanto interpreti Edward Norton, e quando è apparsa Emma Stone mi è sembrata presa di peso da uno dei quadri di "Big eyes", l'ultimo film di Tim Burton.
Iñárritu è un virtuoso della macchina da presa e il fatto di girare il film come se fosse un unico piano sequenza lo conferma.
la storia ha quel lieto fine che non dispiace agli Oscar.
e però.
leggo di paragoni improponibili, come quello con "Sinecdoche, New York" (nel film di Kaufman si respirava molta meno finzione che qui), o con "Venere in pelliccia", di Polanski (dove la con-fusione fra vita e teatro è su un altro e diverso livello).
e la storia delle visualizzazioni del video su youtube mi sembrata un po' così, e quella del critico prevenuto, Tabitha, per mostrare la bravura di Michael Keaton.
tuttavia, dopo queste piccole insoddisfazioni, alla fine mi è rimasta l'impressione di un grande film, più tecnica che cuore, magari, e però occhi e orecchie godranno nella visione del film - Ismaele






…Vedendo Birdman la prima cosa che viene in mente è che a livello di casting Inarritu è stato un gran furbone.
E' semplice, troppo semplice, forse addirittura banale ( in realtà non c'è nulla di banale in questo film) leggere la storia del vero Michael Keaton nelle pieghe della sceneggiatura e della storia dell'uomo pennuto.
Attore che più di venti anni fa ha conosciuto la fama vera e i soldi grazie a un supereroe e ultimamente un po' in disarmo, o meglio un po' in disparte rispetto al cinema di prima fila.
Colpo di genio o ruffianata megagalattica?
Mmm non so, però si nota anche che il resto del cast che sale su quel palco interpreta più o meno se stesso, in special modo uno come Edward Norton, anche lui un passato come supereroe e un presente piuttosto nebuloso a livello attoriale visto il suo talento immenso utilizzato non propriamente al meglio, che recita semplicemente se stesso e tutto il suo armamentario di bizze che lo contraddistinguono.
Naomi Watts nella parte della gatta morta ci sta benissimo e anche Emma Stone nei panni della ex tossica.
Ma Birdman non è solo cast: è uno di quei film in cui Hollywood parla di se stessa e si diverte a idolatrare Broadway, palestra di vita e di recitazione di molte delle star che arrivano a incassare milioni e milioni grazie ai blockbuster.
Insomma quel metacinema che piace ai critici esplorato a più livelli e anche una visione abbastanza denigratoria sul cinema che oggi incassa, quello dei supereroi, vera e propria monnezza multimiliardaria.
Accanto a tutto questo la riflessione sull'artista e sul ruolo che recita, sul legame che si stabilisce tra l'attore e il successo visto come una droga a cui non si può rinunciare, che crea una dipendenza fisica oltre che intellettiva.
Il successo come il denaro sta in brutti posti: puoi recitare Carver come nessuno ha mai fatto prima e non ti si cagherà nessuno, passeggi in mutande per Broadway e grazie alla YouTube generation e ai suoi milioni di visualizzazioni diventerai una celebrità…

… Birdman racconta di un uomo che vuole dimostrare a tutti (ma anche a sè stesso) di valere di più del successo, fragoroso, che ha avuto in passato.
Quel successo raggiunto interpretando, come assoluto protagonista, 3 episodi di un blockbuster supereroistico, Birdman.
Ma quel personaggio, quel Birdman, non l'abbandona, neanche dopo tutti questi anni.
E Inarritu racconta del conflitto interiore (esplicitato da "dialoghi" tra Keaton e la voice off di Birdman) che può colpire un artista che cerca disperatamente di dimostrarsi (e riconoscersi) vero attore, scrittore e regista teatrale resistendo alla tentazione di non ricercare soldi facili con un nuovo episodio della saga, qualitativamente pari a zero, che gli diede tutto il successo.
Un uomo profondamente insicuro, pessimo marito e pessimo padre, un uomo sull'orlo dell'abisso. E quell'abisso è nascosto dentro le quinte teatrali di un allestimento che gli darà tutto o niente. Riggan ha ancora tanto di Birdman dentro, e non lo testimonia soltanto la presenza costante e inquietante della voce del personaggio che lo tormenta, ma anche l'immaginarsi di possedere poteri speciali veri e propri. Riggan ha bisogno di questo spettacolo, e di avere successo, per affrancarsi definitivamente di Birdman, per ucciderlo…

… Dal lato tecnico, l'ambizioso Iñárritu dimostra come al solito grande talento: quasi l'intera pellicola è girata in piano sequenza (i vari raccordi sono digitali), con la macchina da presa che segue i personaggi fra i corridoi del teatro, i camerini, il palcoscenico, sui tetti o in strada (memorabile la scena in cui Riggan attraversa Times Square in mutande). Ma la trovata sembra motivata più dal desiderio di sfoggiare la propria abilità artistica (il che, per certi versi, accomuna il regista con il suo personaggio) che non da reali esigenze narrative…

… Sería ilógico no aceptar que la trama desfallece en algunos estereotipos del paradigma yanqui —la hija despechada, la ex mujer comprensiva, el mejor amigo como productor— y que, sospechosamente, recién estrenada ha sido demasiado ruidosa, sonada, mediatizada… No es de extrañar que Hollywood, como cualquier empresa o partido político —que a veces son la misma cosa—, trate de vendernos en la gala de este año su sentido de la autocrítica, del ridículo y su consciencia del corrosivo absurdo del famoseo. Una mirada ácida hacia las nuevas tendencias del cine-espectáculo que ellos mismos fomentan, pero también hacia la capacidad que tienen las redes sociales para hacer levitar o sepultar una obra. No quedamos exentos los bloggers, los críticos o analistas “con o sin papeles”, que empleamos las etiquetas de turno y las palabras que nos separan del arte; una lengua que no necesita tanto del vocabulario ni del raciocinio como de la emoción…

…Birdman snocciola tutta la grandeur autoriale di Iñárritu, saltabeccando da Raymond Carver all’onnipresente e invasivo jazz, dal declino fisico dell’ex-divo sessantenne alla critica di grido cinica e cattiva, aggrappandosi alle performance sopra le righe di Keaton, Norton e Stone – ad Andrea Riseborough e Naomi Watts poche briciole e una sequenza saffica che, per coerenza con l’abuso di luoghi comuni, non poteva mancare. Il confronto a breve distanza con il delizioso, leggiadro e raffinato She’s Funny That Way di Peter Bogdanovich chiarisce ancor più l’inutilità delle sovrastrutture autorial-spettacolari del cineasta messicano. Una distanza siderale.

…Il timore iniziale scaturito dall’esibizione di talento si è liquefatto in un istante. Quei movimenti di camera non sono opera di un tronfio gradasso; è semplicemente Alejandro Gonzalez che apre la porta di casa con un sorriso e dice: “benvenuti, questo è il mio film”. E da quel momento il piano sequenza diventa utopia, smaterializzazione fittizia delle macchine necessarie a filmare, resa possibile proprio da quelle macchine: il digitale trasforma una serie di lunghe e rischiose riprese in una ripresa unica e impossibile, un piano sequenza infinito che non mostra più pause, e, cosa ancora più importante, smette di essere evidente. Svanisce nella testa di Riggan Thomson, dove il panico cresce inesorabilmente proprio come cresceva nelle falcate nervose del protagonista di Punchdrunk Love, e non si ferma mai. La regia si nasconde sotto la campana di vetro, trascinandovi anche gli spettatori, e la tensione causata dalla consapevolezza che da un momento all’altro il vetro potrebbe incrinarsi...

… Birdman è tutto questo: una beffa atroce, un’opera nichilista, reazionaria, velleitaria, derivata da un frammento derivato di un’idea già mille volte spremuta da tipi loschi alla Bret Easton Ellis. C’è odio, disprezzo per la grande illusione, disprezzo per la quarta parete continuamente violata e penetrata in un gioco fittizio di piani sequenza, ascendenti e discendenti. Un film pieno di fantasmi dell’opera, tante maschere ectoplasmatiche che vorrebbero sovvertire il sistema dei blockbuster, perché i supereoi per Inarritu sono i nuovi mostri, e i cancelli dell’inferno furono aperti dal Batman del 1989. Ma se blockbuster è Male, anche i colossal è male, tutto il cinema è Male, e Robert Downey Jr.è un laido gigolò non più di di Kirk Douglas, o di Yul Brynner, o di Charlton Heston. Inarritu questo vagheggia, un vortice che inghiotta la Settima Arte, ma il suo buco nero e un buco nell’acqua, Birdman, Icaro che si brucia le ali, non è un’altra stupida commedia americana, ma poco ci manca.
Eppure.
Eppure.
Birdman è anche grandioso, un’opera straordinaria, la migliore regia del 2014 forse, pulsante di vita, vibrante di empatia. Si può odiarlo per tutto quello che rappresenta, si è costretti ad amarlo per quello che è, un film poderoso, che esce dai suoi confini e schizza sangue vero sugli spettatori, girato da un regista capace audace e disperato come un rabdomante, che ci chiede cos’è la morte, dov’è la vita, cos’è l’amore. Ma questa è un’altra storia, e fatevela raccontare da qualcun altro.

…Michael Keaton se donne corps et âme au réalisateur au point de sembler se mettre à nu d’un bout à l’autre du film. Il voyage d’un état émotif à l’autre de manière bluffante sans jamais avoir peur de paraître ridicule – alors que son personnage est en bien des points pathétique. Iñarritu dirige avec brio un casting époustouflant parmi lequel Emma Stone dans le rôle de la fille de Riggan Thomson qui, délaissée par son père, sort d’une énième cure de désintoxication.
Fantasque et fantastique, BIRDMAN, qui s’ouvre sur une scène improbable de lévitation, n’en est pas moins impressionnant de réalisme. Afin de faire une critique acerbe du monde impitoyable qui résulte de la médiatisation et de la starification à outrance, Iñarritu ancre son film au coeur de la logique de ceux qu’il moque – à l’instar des films de super héros – tout exacerbant l’effet illusoire d’une caméra stylo. Déjouant sans cesse les contraintes qu’il s’impose, sa démarche apparaît platement esthétique. Ce qui ne l’empêche pas de signer un film vertigineux… toutefois nauséeux.
Le soin accordé à la photographie – tant la lumière que les angles de prise de vue ou l’étude des mouvement – est bluffant. La tonalité de l’approche esthétique ne cesse d’évoluer au fil du développement narratif, des rebondissements mais aussi et surtout de l’évolution et des questionnements des protagonistes. Iñarritu parvient ainsi à transcender la schizophrénie non plus d’un homme mais d’un microcosme qui fait écho à la société occidentale contemporaine.
da qui

lunedì 9 febbraio 2015

È difficile essere un Dio - Aleksej German

se il film di Peter Fleischmann (qui), del 1989, era un onesto e bel film di fantascienza, con tanto di disco volante che controllava la situazione, un film classico, e in questo prevedibile, ambientato in un ambiente desertico, a colori, nei canoni della rappresentazione di quella storia (tratta da un gran libro, qui, dei fratelli Strugatzki), Aleksej German fa tutta un'altra cosa.
tra l'altro del film di Fleischmann i fratelli Strugatzki non parlarono mai, avrebbero voluto che il film fosse diretto da un russo (qui)
Aleksej German gira un film di tre ore, in bianco e nero, in un ambiente incessantemente piovoso, un girone infernale dantesco non potrebbe essere rappresentato in modo più duro e crudo.
la storia è questa: gli umani hanno scoperto un pianeta a un livello di civiltà immobilizzata al più buio medioevo, mandano una missione per riuscire a spingere quella civiltà verso un Rinascimento; ma la storia non si ripete, può peggiorare, altro che il progresso.
il film ti immerge in un mondo di merda, puzza, schifo, violenza, sopraffazione (quello da cui noi pensiamo di essere destinati a non ripetere, anche se oggi in molte parti del mondo la vita si avvicina a quel medioevo del film, dove non ci sono monasteri  di monaci che conservano e trasmettono la cultura, i libri, gli intellettuali fanno una fine terribile).
alla fine è impossibile essere un dio, non riesci a intervenire e a cambiare quel mondo, anzi ne sei risucchiato.
lasciate ogni speranza, voi che guarderete questo capolavoro.

ps: per chi non lo conosce, Aleksey German ha fatto solo sei film (qui), solo in bianco e nero, per scelta estetica non contrattabile, ed è stato un gigante del cinema.






…Hard to Be a God come radicale, personalissima deviazione, oggetto caotico fra Sokurov e Tarkovskij (magari non tanto quello sci-fi, più quello dell’Andrej Rublëv del 1966), ma soprattutto visione impossibile, eccessiva, che si frantuma in una efflorescenza di altre visioni e dunque di livelli e letture fragili, cangianti, di occlusioni che si scoprono aperture. German filma il disfacimento, filma la fine dentro l’assurdo, la tragedia come inafferrabile rivelazione permanente, filma il ribrezzo, la merda, sputi, ani e interiora, vomito e orina, la repellente coreografia di corpi e liquidi, la puzza, l’orrore, ma riesce a donare la meraviglia del cinema. Hard to Be a God come indomita tensione a  farsi rigorosa e al contempo folle geografia di immagini, la ricerca di un gesto conoscitivo, di una eventuale rappresentazione più che di una narrazione, a racchiudere tutto e poi a esondare,  esplorazione di spazi, di confini, di inquadrature, del set, del cinema non come macchina ma come imperscrutabile desiderio. Fissa il tempo e lo interroga, lo percorre e forse, segretamente, lo apprende, disperde il senso, ogni senso, nella diramazione, nei dettagli, negli istanti, obbliga continuamente al deragliamento ipnotico mutevole, quando si vorrebbe solo la parzialità dello scrutare da un buio profondo…

…Es difícil ser un dios todo es llevado al extremo: los personajes escupen y moquean todo el tiempo, hacen morisquetas, la suciedad es omnipresente, también el hacinamiento, la mierda de las letrinas cuando no directamente en los culos, el barro, la lluvia y la niebla pringosas, los ahorcados cubiertos de brea o melaza, las pijas, la orina, la sangre, las tripas que caen, un corazón que late en un pecho abierto. Lo abyecto y lo pornográfico, eso sí, alejados del sentido repleto de moralina de los intelectuales franceses —y afrancesados—. Como un cuadro de Bruegel el Viejo, como El jardín de las delicias en su mayor oscuridad, combinados con el humor físico de Los Tres Chiflados y con un toque de Beckett. El resultado podría haber integrado la fallida Trilogía de la Muerte de Pier Paolo Pasolini…

…Il concetto dietro Hard To Be a God è contorto : German immagina che alcuni scienziati vengono mandati sul pianeta Arkanar per aiutarne la civilizzazione. L’impresa non è semplice in quanto questa civiltà si trova nella sua fase medievale dove la violenza è all’ordine del giorno in particolare nei confronti degli intellettuali e letterati, ma questi scienziati non possono in nessun caso rispondere alle provocazioni violente con la violenza. Ma per Rumata (Leonid Yarmolnik) , uno degli scienziati, la situazione è troppo grave e si ritrova a voler salvare dalla gogna gli intellettuali cercando di intervenire. La domanda che aleggia per tutto il film è : Cosa faresti se fossi Dio?...