Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
martedì 17 febbraio 2015
lunedì 16 febbraio 2015
At the End of the Day - Un giorno senza fine - Cosimo Alemà
ne avevo sentito parlare tre anni fa, è uscito in sala il 22 luglio del 2011, eppure è un film che merita.
fosse stato un film targato Usa sarebbe stato visto di più, di sicuro.
mi ha ricordato, per certi versi un film italiano del 1997, "Il carniere", di Maurizio Zaccaro, del 1997, con Antonio Catania, Leo Gullotta e Massimo Ghini, una gita spensierata , una battuta di caccia, e poi si cade nell'incubo (mi era piaciuto molto, forse solo a me, si può vedere qui).
anche nel film di Cosimo Alemà si parte per divertirsi, e poi arriva il dramma, si lotta per la vita, alla fine cadranno tutti meno uno.
immagino questi ragazzi che partono da Trieste e arrivano in una zona vicina di ex guerra, ognuno indovini quale, dove dei combattenti, a metà fra 'ultimi giapponesi" (qui) e malati di violenza e di guerra, presidiano il territorio.
inizia una carneficina, molto concreta e realistica, ma senza esagerazioni né compiacimenti.
l'orrore della guerra concentrato fa male.
è un film dove si soffre, ma non inutilmente.
a me è piaciuto molto, se non si era capito, cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele
fosse stato un film targato Usa sarebbe stato visto di più, di sicuro.
mi ha ricordato, per certi versi un film italiano del 1997, "Il carniere", di Maurizio Zaccaro, del 1997, con Antonio Catania, Leo Gullotta e Massimo Ghini, una gita spensierata , una battuta di caccia, e poi si cade nell'incubo (mi era piaciuto molto, forse solo a me, si può vedere qui).
anche nel film di Cosimo Alemà si parte per divertirsi, e poi arriva il dramma, si lotta per la vita, alla fine cadranno tutti meno uno.
immagino questi ragazzi che partono da Trieste e arrivano in una zona vicina di ex guerra, ognuno indovini quale, dove dei combattenti, a metà fra 'ultimi giapponesi" (qui) e malati di violenza e di guerra, presidiano il territorio.
inizia una carneficina, molto concreta e realistica, ma senza esagerazioni né compiacimenti.
l'orrore della guerra concentrato fa male.
è un film dove si soffre, ma non inutilmente.
a me è piaciuto molto, se non si era capito, cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele
…“At the End of the Day” è un film sulla guerra, sull’assurdità e l’irreversibilità della guerra. Perché, come hanno anche specificato gli sceneggiatori durante la conferenza stampa del film, una guerra quando viene innescata è impossibile da controllare e le ferite che causa rimangono sanguinanti anche una volta conclusasi. Cosimo Alemà riesce a sviluppare questo concetto in modo semplice ed efficace: i protagonisti partecipano a una guerra assurda e insensata che comincia come un gioco, dal quale nessuno uscirà come vi è entrato. Le conseguenze sono imprevedibili come il campo minato su cui si trovano a passeggiare i personaggi, un grande recinto di fenicotteri in cui chiunque alla fine avrà perso qualche cosa. Basta un passo, un click e ogni certezza va a frasi fottere.
L’inspiegabile e inspiegata guerra a cui giocano i villains di questo film rappresenta la Guerra con la lettera maiuscola, che è sempre inspiegabile in quanto lontana dalla logica conservativa della razza umana. I soldati-torturatori sembrano voler difendere qualche cosa, un luogo, forse un avamposto in cui in un passato (recente?) l’uomo era trattato alla stregua di un animale; allo stesso tempo i soldati-torturatori cercano qualche cosa da cacciare, una preda con cui divertirsi. E se i cani colpiti a morte e maciullati che si decompongono nelle capanne non sono più una preda “divertente” da cacciare, cosa meglio dell’uomo può sostituirli?...
da qui
…Grazie a una colonna sonora fantastica riesce
nell'impresa di regalar sì tensione, ma anche umanità,
romanticismo all'opera, sfiorando il capolavoro nella scena della ragazza
nascosta sott'acqua. Forse passa un pò troppo tempo prima che il film decolli,
forse ci sono cali di ritmo, forse in 2,3 passaggi c'è un montaggio
troppo brusco, forse la vicenda dei tre militari-cacciatori può apparire un
tantino forzata, forse il titolo inglese è poco sensato mentre il sottotitolo
italiano, leggermente modificato, sarebbe stato più appropriato, ma qui siamo
comunque davanti a un piccolo miracolo. C'è sobrietà in Alemà (nemici
conosciuti sin da subito; nessun colpo di scena devastante; uccisioni quasi
normali, molto reali; la stessa scelta degli attori, belli ma non modelli
prestati al cinema; la storia all'interno del film, quella delle due sorelle,
molto dolce e importante ma non enfatizzata). In tutto c'è un senso
della misura invidiabile e io questo in un'opera prima lo trovo sorprendente.
Non c'è la voglia di sembrar bravo con il "tanto", ma quella di
far poco sperando di esser bravo. E non manca persino una scelta quasi
unica per la storia del genere, quella di aver addirittura 10 personaggi e,
beh, vedete l'ultimissima scena.
Sarò stato troppo entusiasta ma, sinceramente, non me ne frega nulla.
Sarò stato troppo entusiasta ma, sinceramente, non me ne frega nulla.
Stiamo arrivando. Stiamo arrivando anche noi.
…questo comunque è un film che qualche momento di suspense lo regala. La cornice estetica non è male e
visti i mezzi e gli intenti, molto più di volontà e passione che non di novità,
non possiamo definirlo decisamente becero ma minimamente dignitoso. Se volete
qualcosa di veramente coinvolgente rivolgetevi altrove (o meglio al passato in
home video), ma se in questa calura estiva siete stanchi delle solite
horror-manfrine e degli sconclusionati thriller americani affidatevi a questo,
che se non altro il sangue e il dolore li mostra senza addolcirli con zuccheri
di infima connessione.
…War Games is truly bleak horror. There's no redemption, there's no
justice, and with a memorably cruel finale, there's no mercy. Cosimo Alemà's
direction keeps to the genre's traditions, but manages to add one or two
previously un-thought of horrors. The cast of relative unknowns all deliver
believable performances, and while War Games may
be nothing new, it's still a disturbingly enjoyable watch.
da qui
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venerdì 13 febbraio 2015
Timbuktu - Abderrahmane Sissako
una
storia di ordinaria violenza e ordinaria sopraffazione.
il nemico
per i jahidisti è la libertà, e la donna è un nemico, irriducibile alle loro
logiche liberticide, in nome del loro dio, che l'imam smaschera senza dubbi.
la
fotografia è perfetta e l'assurdità di quella gentaglia è ancora più evidente.
due scene
bellissime, la gazzella in fuga, e noi siamo con lei, e la partita di calcio,
degna di Tati.
non
aspettatevi proclami o grandi scene madri, Abderrahmane Sissako non fa un
cinema urlato, ma si fa sentire (e vedere) benissimo.
ci sono
pochissime copie in giro, sarà un miracolo vederlo al cinema, ma non
scoraggiatevi - Ismaele
…Invece
di analizzare politicamente o rappresentare spettacolarmente l’ascesa del
jihadismo nel cuore del deserto africano, il regista mauritano sceglie la
favola, la poesia. Il vento, il sussurrato, l’equilibrio pastorale, l’amore
libero, che non può essere sconfitto, di due tuareg, lì tra le dune appartate,
sotto tende colorate, dove si canta ancora e si trasmettono saperi e
conoscenza, cantando poemi. Sissako sconfigge la barbarie con il
linguaggio delle immagini. Di una potenza magnifica. Geniale anche l’immobile
partita di calcio con un pallone invisibile (perché vietato), che dice della possibile
resistenza e della ridicola stupidità dell’oscurantismo (di qualsiasi
monoteismo fanatico).
È una
meraviglia. Niente didattismo. Questo capolavoro, candidato all’Oscar come
miglior film straniero, intuisce e avverte però che ciò di cui il fanatismo
islamista ha più terrore è (sempre) la donna; e il rapporto uomo-donna
creativo. Con questa visionaria opera, il poeta regista svela che quello che il
nuovo fascismo jihadista vuole sradicare, soffocare e azzerare, è proprio la
fantasia.
Merci
Sissako.
…Ritmo excelente, hermosa fotografía, inteligente uso de la
música, escenas tan bellas como la del partido de fútbol imaginario. Y momentos
duros, no aptos para todos los estómagos. Las interpretaciones de los actores
son tremendamente naturales, lo que reviste de enorme dignidad a hombres y
mujeres corrientes y coherentes, y hace comprensible lo incomprensible,
comportamientos radicales donde resulta imposible la coherencia, al final existe
bastante hipocresía y mucha injusticia. Se logra sobradamente el objetivo de
mostrar que fe y razón deben conciliarse; esto no es garantía de que uno haga
siempre lo correcto, bien lo sabe el protagonista, pero sí de que existe la
capacidad de recapacitar, arrepentirse, rectificar.
…S’en dégage un profond malaise qui laisse la porte ouverte à toutes les dérives. La pression monte et la quiétude de la cité est mise à mal par la peur constante de risquer sa vie. Une atmosphère ambiguë parfaitement mise en lumière par Abderrahmane Sissako, qui au-delà de son discours sous-jacent, révèle de magnifiques scènes de vie (l’extraordinaire partie de football imaginaire) mais aussi de drame, tel ce plan large d’une rive à l’autre de la rivière, qui retranscrit simultanément la souffrance de la victime, mais aussi celle de son assassin…
…la historia coral que nos narra incluye
entre otros el protagonismo de un ganadero, Kidane, que vive apaciblemente con
su mujer y su hija en medio del desierto, cerca de la ciudad malí de Timbuctú.
Con la llegada de emisarios de la yihad y la huida de muchos de sus vecinos, su
esposa le pregunta un día por qué no se trasladan ellos a su vez. Pero el
marido responde que no tendrían adonde ir y que prefiere quedarse en un lugar
que les asegura comida y hogar, esperando que pronto vuelva también la
seguridad. No estamos por tanto ante el retrato del emigrante desesperado, sino
del ciudadano que, ante los horrores que progresivamente se van acumulando a su
alrededor, contempla con la serenidad que le proporciona una religión bien
entendida el paisaje del que por naturaleza no puede desprenderse. No es tan
descabellado este estoicismo teniendo en cuenta la belleza de la localización,
un desierto, sí, pero no exento de ríos y verdura. La fotografía de Sofiane El
Fani, más conocido por su trabajo a las órdenes de Abdellatif Kechiche, capta
este ambiente exótico con una luminosidad que en ocasiones roza la saturación,
acentuando el efecto vidrioso de la luz refractada en el aire caliente en unos
planos realmente mágicos. Un admirable ejemplo es un sostenido plano general
del río en que se enfrentan Kidane y un pescador, colocando la belleza
literalmente en medio de la violencia, el oasis entre la sangre. Y el espejismo
resultante tiene, además de un sentido visual, uno narrativo, ya que
efectivamente los ciudadanos de este paraje tienen que colocar una lente ante
sus ojos para no caer en la provocación y aguantar el tipo ante el acoso de sus
ocupantes…
…Timbuktu si offre come una meditazione lirica
sulla ferocia di un potere che sussurra i propri divieti, senza bisogno di
gridarli. Mentre dall’altra parte non ci sono vittime ma donne e uomini che
resistono con la forza stessa della loro presenza, e affrontano il proprio
destino sussurrando, come Kidane, «quello che non ti ho detto, tu lo sai già».
…Abderrahmane Sissako lascia troppe cose in sospeso, e
altre non convincono totalmente.
I rappresentanti della polizia islamica, che
professano la jihad convinti ovviamente di essere nel giusto, nonostante
l'imam del paese tenti di far capir loro che sbagliano, vengono ritratti come
un branco di uomini semplicemente un po' coglioni, la "pazza" del paese,
o la "strega", non si capisce, è libera di andarsene in giro a capo
scoperto facendo un po' quello che le pare, da farti pensare che se sei pazzo
vale tutto, una ragazza viene data in sposa contro la volontà della madre ma
anche lì sembra finire tutto a tarallucci e vino, della donna che protesta
perché non può vendere il pesce con i guanti non si sa più niente e tu non puoi
far altro che osservare, pensando che questo era un film dal potenziale enorme,
ma che, invece di farti bruciare di rabbia, ti intiepidisce appena.
Peccato.
… Es por ello que Timbuktu no merece
más la pena que un anuncio de Intermon Oxfam, pues ambos denuncian una
situación y tienen cierto valor social, pero artísticamente dejan mucho que
desear. Y si, al menos, se hubiera jugado mejor con ese humor irónico de la
situación absurda a la que se somete al pueblo, podríamos decir que aporta un
matiz interesante y novedoso, pero este humor es tan blando y poco preciso que
ni araña la superficie. Una película que nace humillada por la sombra de lo que
intenta transmitir y nunca llega a ello, resultando obvio su recorrido desde
los primeros compases.
da qui
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giovedì 12 febbraio 2015
mercoledì 11 febbraio 2015
martedì 10 febbraio 2015
Birdman - Alejandro González Iñárritu
film osannato e pronto all'Oscar, difficile trovare qualcuno che ne parla
meno che bene.
e però.
grande musica, grande fotografia, attori non male, Michael Keaton senza rivali, Edward Norton anche fastidioso per quanto interpreti Edward Norton, e quando è apparsa Emma Stone mi è sembrata presa di peso da uno dei quadri di "Big eyes", l'ultimo film di Tim Burton.
Iñárritu è un virtuoso della macchina da presa e il fatto di girare il film come se fosse un unico piano sequenza lo conferma.
la storia ha quel lieto fine che non dispiace agli Oscar.
e però.
leggo di paragoni improponibili, come quello con "Sinecdoche, New York" (nel film di Kaufman si respirava molta meno finzione che qui), o con "Venere in pelliccia", di Polanski (dove la con-fusione fra vita e teatro è su un altro e diverso livello).
e la storia delle visualizzazioni del video su youtube mi sembrata un po' così, e quella del critico prevenuto, Tabitha, per mostrare la bravura di Michael Keaton.
tuttavia, dopo queste piccole insoddisfazioni, alla fine mi è rimasta l'impressione di un grande film, più tecnica che cuore, magari, e però occhi e orecchie godranno nella visione del film - Ismaele
…Vedendo Birdman la prima cosa che viene in mente è che a livello di casting Inarritu è stato un gran furbone.
e però.
grande musica, grande fotografia, attori non male, Michael Keaton senza rivali, Edward Norton anche fastidioso per quanto interpreti Edward Norton, e quando è apparsa Emma Stone mi è sembrata presa di peso da uno dei quadri di "Big eyes", l'ultimo film di Tim Burton.
Iñárritu è un virtuoso della macchina da presa e il fatto di girare il film come se fosse un unico piano sequenza lo conferma.
la storia ha quel lieto fine che non dispiace agli Oscar.
e però.
leggo di paragoni improponibili, come quello con "Sinecdoche, New York" (nel film di Kaufman si respirava molta meno finzione che qui), o con "Venere in pelliccia", di Polanski (dove la con-fusione fra vita e teatro è su un altro e diverso livello).
e la storia delle visualizzazioni del video su youtube mi sembrata un po' così, e quella del critico prevenuto, Tabitha, per mostrare la bravura di Michael Keaton.
tuttavia, dopo queste piccole insoddisfazioni, alla fine mi è rimasta l'impressione di un grande film, più tecnica che cuore, magari, e però occhi e orecchie godranno nella visione del film - Ismaele
…Vedendo Birdman la prima cosa che viene in mente è che a livello di casting Inarritu è stato un gran furbone.
E' semplice, troppo semplice, forse addirittura banale ( in realtà non c'è
nulla di banale in questo film) leggere la storia del vero Michael Keaton nelle
pieghe della sceneggiatura e della storia dell'uomo pennuto.
Attore che più di venti anni fa ha conosciuto la fama vera e i soldi grazie a un supereroe e ultimamente un po' in disarmo, o meglio un po' in disparte rispetto al cinema di prima fila.
Colpo di genio o ruffianata megagalattica?
Mmm non so, però si nota anche che il resto del cast che sale su quel palco interpreta più o meno se stesso, in special modo uno come Edward Norton, anche lui un passato come supereroe e un presente piuttosto nebuloso a livello attoriale visto il suo talento immenso utilizzato non propriamente al meglio, che recita semplicemente se stesso e tutto il suo armamentario di bizze che lo contraddistinguono.
Naomi Watts nella parte della gatta morta ci sta benissimo e anche Emma Stone nei panni della ex tossica.
Ma Birdman non è solo cast: è uno di quei film in cui Hollywood parla di se stessa e si diverte a idolatrare Broadway, palestra di vita e di recitazione di molte delle star che arrivano a incassare milioni e milioni grazie ai blockbuster.
Attore che più di venti anni fa ha conosciuto la fama vera e i soldi grazie a un supereroe e ultimamente un po' in disarmo, o meglio un po' in disparte rispetto al cinema di prima fila.
Colpo di genio o ruffianata megagalattica?
Mmm non so, però si nota anche che il resto del cast che sale su quel palco interpreta più o meno se stesso, in special modo uno come Edward Norton, anche lui un passato come supereroe e un presente piuttosto nebuloso a livello attoriale visto il suo talento immenso utilizzato non propriamente al meglio, che recita semplicemente se stesso e tutto il suo armamentario di bizze che lo contraddistinguono.
Naomi Watts nella parte della gatta morta ci sta benissimo e anche Emma Stone nei panni della ex tossica.
Ma Birdman non è solo cast: è uno di quei film in cui Hollywood parla di se stessa e si diverte a idolatrare Broadway, palestra di vita e di recitazione di molte delle star che arrivano a incassare milioni e milioni grazie ai blockbuster.
Insomma quel metacinema che piace ai critici esplorato a più livelli e
anche una visione abbastanza denigratoria sul cinema che oggi incassa, quello
dei supereroi, vera e propria monnezza multimiliardaria.
Accanto a tutto questo la riflessione sull'artista e sul ruolo che recita, sul legame che si stabilisce tra l'attore e il successo visto come una droga a cui non si può rinunciare, che crea una dipendenza fisica oltre che intellettiva.
Il successo come il denaro sta in brutti posti: puoi recitare Carver come nessuno ha mai fatto prima e non ti si cagherà nessuno, passeggi in mutande per Broadway e grazie alla YouTube generation e ai suoi milioni di visualizzazioni diventerai una celebrità…
Accanto a tutto questo la riflessione sull'artista e sul ruolo che recita, sul legame che si stabilisce tra l'attore e il successo visto come una droga a cui non si può rinunciare, che crea una dipendenza fisica oltre che intellettiva.
Il successo come il denaro sta in brutti posti: puoi recitare Carver come nessuno ha mai fatto prima e non ti si cagherà nessuno, passeggi in mutande per Broadway e grazie alla YouTube generation e ai suoi milioni di visualizzazioni diventerai una celebrità…
… Birdman racconta di un uomo che vuole
dimostrare a tutti (ma anche a sè stesso) di valere di più del successo,
fragoroso, che ha avuto in passato.
Quel successo raggiunto interpretando, come assoluto protagonista, 3 episodi di un blockbuster supereroistico, Birdman.
Ma quel personaggio, quel Birdman, non l'abbandona, neanche dopo tutti questi anni.
E Inarritu racconta del conflitto interiore (esplicitato da "dialoghi" tra Keaton e la voice off di Birdman) che può colpire un artista che cerca disperatamente di dimostrarsi (e riconoscersi) vero attore, scrittore e regista teatrale resistendo alla tentazione di non ricercare soldi facili con un nuovo episodio della saga, qualitativamente pari a zero, che gli diede tutto il successo.
Un uomo profondamente insicuro, pessimo marito e pessimo padre, un uomo sull'orlo dell'abisso. E quell'abisso è nascosto dentro le quinte teatrali di un allestimento che gli darà tutto o niente. Riggan ha ancora tanto di Birdman dentro, e non lo testimonia soltanto la presenza costante e inquietante della voce del personaggio che lo tormenta, ma anche l'immaginarsi di possedere poteri speciali veri e propri. Riggan ha bisogno di questo spettacolo, e di avere successo, per affrancarsi definitivamente di Birdman, per ucciderlo…
Quel successo raggiunto interpretando, come assoluto protagonista, 3 episodi di un blockbuster supereroistico, Birdman.
Ma quel personaggio, quel Birdman, non l'abbandona, neanche dopo tutti questi anni.
E Inarritu racconta del conflitto interiore (esplicitato da "dialoghi" tra Keaton e la voice off di Birdman) che può colpire un artista che cerca disperatamente di dimostrarsi (e riconoscersi) vero attore, scrittore e regista teatrale resistendo alla tentazione di non ricercare soldi facili con un nuovo episodio della saga, qualitativamente pari a zero, che gli diede tutto il successo.
Un uomo profondamente insicuro, pessimo marito e pessimo padre, un uomo sull'orlo dell'abisso. E quell'abisso è nascosto dentro le quinte teatrali di un allestimento che gli darà tutto o niente. Riggan ha ancora tanto di Birdman dentro, e non lo testimonia soltanto la presenza costante e inquietante della voce del personaggio che lo tormenta, ma anche l'immaginarsi di possedere poteri speciali veri e propri. Riggan ha bisogno di questo spettacolo, e di avere successo, per affrancarsi definitivamente di Birdman, per ucciderlo…
… Dal lato tecnico, l'ambizioso
Iñárritu dimostra come al solito grande talento: quasi l'intera pellicola è
girata in piano sequenza (i vari raccordi sono digitali), con la macchina da
presa che segue i personaggi fra i corridoi del teatro, i camerini, il palcoscenico,
sui tetti o in strada (memorabile la scena in cui Riggan attraversa Times
Square in mutande). Ma la trovata sembra motivata più dal desiderio di
sfoggiare la propria abilità artistica (il che, per certi versi, accomuna il
regista con il suo personaggio) che non da reali esigenze narrative…
… Sería ilógico no aceptar que la trama desfallece
en algunos estereotipos del paradigma yanqui —la hija despechada, la ex mujer
comprensiva, el mejor amigo como productor— y que, sospechosamente, recién
estrenada ha sido demasiado ruidosa, sonada, mediatizada… No es de extrañar que
Hollywood, como cualquier empresa o partido político —que a veces son la misma
cosa—, trate de vendernos en la gala de este año su sentido de la autocrítica,
del ridículo y su consciencia del corrosivo absurdo del famoseo. Una mirada
ácida hacia las nuevas tendencias del cine-espectáculo que ellos mismos
fomentan, pero también hacia la capacidad que tienen las redes sociales para
hacer levitar o sepultar una obra. No quedamos exentos los bloggers, los críticos
o analistas “con o sin papeles”, que empleamos las etiquetas de turno y las
palabras que nos separan del arte; una lengua que no necesita tanto del
vocabulario ni del raciocinio como de la emoción…
…Birdman snocciola tutta la grandeur autoriale di Iñárritu,
saltabeccando da Raymond Carver all’onnipresente e invasivo jazz, dal declino
fisico dell’ex-divo sessantenne alla critica di grido cinica e cattiva,
aggrappandosi alle performance sopra le righe di Keaton, Norton e Stone – ad
Andrea Riseborough e Naomi Watts poche briciole e una sequenza saffica che, per
coerenza con l’abuso di luoghi comuni, non poteva mancare. Il confronto a breve
distanza con il delizioso, leggiadro e raffinato She’s Funny That Way di Peter
Bogdanovich chiarisce ancor più l’inutilità delle sovrastrutture
autorial-spettacolari del cineasta messicano. Una distanza siderale.
…Il timore iniziale scaturito dall’esibizione di talento si è liquefatto in
un istante. Quei movimenti di camera non sono opera di un tronfio gradasso; è
semplicemente Alejandro Gonzalez che apre la porta di casa con un sorriso e
dice: “benvenuti, questo è il mio film”. E da quel momento il piano sequenza
diventa utopia, smaterializzazione fittizia delle macchine necessarie a
filmare, resa possibile proprio da quelle macchine: il digitale trasforma una
serie di lunghe e rischiose riprese in una ripresa unica e impossibile, un
piano sequenza infinito che non mostra più pause, e, cosa ancora più
importante, smette di essere evidente. Svanisce nella testa di Riggan Thomson,
dove il panico cresce inesorabilmente proprio come cresceva nelle falcate
nervose del protagonista di Punchdrunk Love, e non si ferma mai. La regia si
nasconde sotto la campana di vetro, trascinandovi anche gli spettatori, e la
tensione causata dalla consapevolezza che da un momento all’altro il vetro
potrebbe incrinarsi...
… Birdman è tutto questo: una beffa
atroce, un’opera nichilista, reazionaria, velleitaria, derivata da un frammento
derivato di un’idea già mille volte spremuta da tipi loschi alla Bret Easton
Ellis. C’è odio, disprezzo per la grande illusione, disprezzo per la quarta
parete continuamente violata e penetrata in un gioco fittizio di piani
sequenza, ascendenti e discendenti. Un film pieno di fantasmi dell’opera, tante
maschere ectoplasmatiche che vorrebbero sovvertire il sistema dei blockbuster,
perché i supereoi per Inarritu sono i nuovi mostri, e i cancelli dell’inferno
furono aperti dal Batman del 1989. Ma se blockbuster è Male, anche i
colossal è male, tutto il cinema è Male, e Robert Downey Jr.è un laido
gigolò non più di di Kirk Douglas, o di Yul Brynner, o di Charlton Heston.
Inarritu questo vagheggia, un vortice che inghiotta la Settima
Arte, ma il suo buco nero e un buco nell’acqua, Birdman, Icaro che si
brucia le ali, non è un’altra stupida commedia americana, ma poco ci manca.
Eppure.
Eppure.
Birdman è anche grandioso, un’opera
straordinaria, la migliore regia del 2014 forse, pulsante di vita, vibrante di
empatia. Si può odiarlo per tutto quello che rappresenta, si è costretti ad
amarlo per quello che è, un film poderoso, che esce dai suoi confini e schizza
sangue vero sugli spettatori, girato da un regista capace audace e disperato
come un rabdomante, che ci chiede cos’è la morte, dov’è la vita, cos’è l’amore.
Ma questa è un’altra storia, e fatevela raccontare da qualcun altro.
…Michael Keaton se donne corps et âme au
réalisateur au point de sembler se mettre à nu d’un bout à l’autre du film. Il voyage d’un état émotif à l’autre de manière
bluffante sans jamais avoir peur de paraître ridicule – alors que son
personnage est en bien des points pathétique. Iñarritu dirige avec
brio un casting époustouflant parmi lequel Emma Stone dans le rôle de la fille
de Riggan Thomson qui, délaissée par son père, sort d’une énième cure de
désintoxication.
Fantasque et fantastique, BIRDMAN, qui
s’ouvre sur une scène improbable de lévitation, n’en est pas moins
impressionnant de réalisme. Afin de faire une critique acerbe du monde
impitoyable qui résulte de la médiatisation et de la starification à outrance,
Iñarritu ancre son film au coeur de la logique de ceux qu’il moque – à l’instar
des films de super héros – tout exacerbant l’effet illusoire d’une caméra
stylo. Déjouant sans cesse les contraintes qu’il s’impose, sa
démarche apparaît platement esthétique. Ce qui ne l’empêche pas de signer un
film vertigineux… toutefois nauséeux.
Le soin accordé à la photographie – tant
la lumière que les angles de prise de vue ou l’étude des mouvement – est
bluffant. La tonalité de l’approche esthétique ne cesse d’évoluer au fil du
développement narratif, des rebondissements mais aussi et surtout de
l’évolution et des questionnements des protagonistes. Iñarritu parvient ainsi à
transcender la schizophrénie non plus d’un homme mais d’un microcosme qui fait
écho à la société occidentale contemporaine.
da quilunedì 9 febbraio 2015
È difficile essere un Dio - Aleksej German
se il film di Peter Fleischmann (qui), del 1989, era un onesto e bel film di fantascienza, con tanto di disco volante che controllava la situazione, un film classico, e in questo prevedibile, ambientato in un ambiente desertico, a colori, nei canoni della rappresentazione di quella storia (tratta da un gran libro, qui, dei fratelli Strugatzki), Aleksej German fa tutta un'altra cosa.
tra l'altro del film di Fleischmann i fratelli Strugatzki non parlarono mai, avrebbero voluto che il film fosse diretto da un russo (qui)
Aleksej German gira un film di tre ore, in bianco e nero, in un ambiente incessantemente piovoso, un girone infernale dantesco non potrebbe essere rappresentato in modo più duro e crudo.
la storia è questa: gli umani hanno scoperto un pianeta a un livello di civiltà immobilizzata al più buio medioevo, mandano una missione per riuscire a spingere quella civiltà verso un Rinascimento; ma la storia non si ripete, può peggiorare, altro che il progresso.
il film ti immerge in un mondo di merda, puzza, schifo, violenza, sopraffazione (quello da cui noi pensiamo di essere destinati a non ripetere, anche se oggi in molte parti del mondo la vita si avvicina a quel medioevo del film, dove non ci sono monasteri di monaci che conservano e trasmettono la cultura, i libri, gli intellettuali fanno una fine terribile).
alla fine è impossibile essere un dio, non riesci a intervenire e a cambiare quel mondo, anzi ne sei risucchiato.
lasciate ogni speranza, voi che guarderete questo capolavoro.
ps: per chi non lo conosce, Aleksey German ha fatto solo sei film (qui), solo in bianco e nero, per scelta estetica non contrattabile, ed è stato un gigante del cinema.
tra l'altro del film di Fleischmann i fratelli Strugatzki non parlarono mai, avrebbero voluto che il film fosse diretto da un russo (qui)
Aleksej German gira un film di tre ore, in bianco e nero, in un ambiente incessantemente piovoso, un girone infernale dantesco non potrebbe essere rappresentato in modo più duro e crudo.
la storia è questa: gli umani hanno scoperto un pianeta a un livello di civiltà immobilizzata al più buio medioevo, mandano una missione per riuscire a spingere quella civiltà verso un Rinascimento; ma la storia non si ripete, può peggiorare, altro che il progresso.
il film ti immerge in un mondo di merda, puzza, schifo, violenza, sopraffazione (quello da cui noi pensiamo di essere destinati a non ripetere, anche se oggi in molte parti del mondo la vita si avvicina a quel medioevo del film, dove non ci sono monasteri di monaci che conservano e trasmettono la cultura, i libri, gli intellettuali fanno una fine terribile).
alla fine è impossibile essere un dio, non riesci a intervenire e a cambiare quel mondo, anzi ne sei risucchiato.
lasciate ogni speranza, voi che guarderete questo capolavoro.
ps: per chi non lo conosce, Aleksey German ha fatto solo sei film (qui), solo in bianco e nero, per scelta estetica non contrattabile, ed è stato un gigante del cinema.
…Hard
to Be a God come radicale,
personalissima deviazione, oggetto caotico fra Sokurov e Tarkovskij (magari non
tanto quello sci-fi, più quello dell’Andrej Rublëv del 1966), ma soprattutto visione
impossibile, eccessiva, che si frantuma in una efflorescenza di altre visioni e
dunque di livelli e letture fragili, cangianti, di occlusioni che si scoprono
aperture. German filma il disfacimento, filma la fine dentro l’assurdo, la
tragedia come inafferrabile rivelazione permanente, filma il ribrezzo, la
merda, sputi, ani e interiora, vomito e orina, la repellente coreografia di
corpi e liquidi, la puzza, l’orrore, ma riesce a donare la meraviglia del
cinema. Hard to Be a God come
indomita tensione a farsi rigorosa e al contempo folle geografia di
immagini, la ricerca di un gesto conoscitivo, di una eventuale rappresentazione
più che di una narrazione, a racchiudere tutto e poi a esondare,
esplorazione di spazi, di confini, di inquadrature, del set, del cinema non
come macchina ma come imperscrutabile desiderio. Fissa il tempo e lo interroga,
lo percorre e forse, segretamente, lo apprende, disperde il senso, ogni senso,
nella diramazione, nei dettagli, negli istanti, obbliga continuamente al
deragliamento ipnotico mutevole, quando si vorrebbe solo la parzialità dello
scrutare da un buio profondo…
…Es difícil ser un dios todo es llevado al extremo: los personajes
escupen y moquean todo el tiempo, hacen morisquetas, la suciedad es
omnipresente, también el hacinamiento, la mierda de las letrinas cuando no
directamente en los culos, el barro, la lluvia y la niebla pringosas, los
ahorcados cubiertos de brea o melaza, las pijas, la orina, la sangre, las
tripas que caen, un corazón que late en un pecho abierto. Lo abyecto y lo
pornográfico, eso sí, alejados del sentido repleto de moralina de los
intelectuales franceses —y afrancesados—. Como un cuadro de Bruegel el Viejo,
como El jardín
de las delicias en su
mayor oscuridad, combinados con el humor físico de Los Tres Chiflados y con un toque de Beckett. El
resultado podría haber integrado la fallida Trilogía de la Muerte de Pier Paolo
Pasolini…
…Il concetto dietro Hard To Be a God è
contorto : German immagina che alcuni scienziati vengono mandati sul pianeta
Arkanar per aiutarne la civilizzazione. L’impresa non è semplice in quanto
questa civiltà si trova nella sua fase medievale dove la violenza è all’ordine
del giorno in particolare nei confronti degli intellettuali e letterati, ma
questi scienziati non possono in nessun caso rispondere alle provocazioni
violente con la violenza. Ma per Rumata (Leonid Yarmolnik) , uno degli scienziati, la
situazione è troppo grave e si ritrova a voler salvare dalla gogna gli
intellettuali cercando di intervenire. La domanda che aleggia per tutto il film
è : Cosa faresti se fossi Dio?...
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