sabato 18 gennaio 2014

Goodbye, Dragon Inn - Tsai Ming-liang

l’ultima serata di un cinema, l’ultimo spettacolo è un vecchio film di arti marziali.
(quel cinema ricorda uno di quelli che anche da noi non esistono più, lasciati decadere, sempre più “sgarruppati”, adesso ci sono le multisale).
casualmente (?) “L’ultimo spettacolo” è anche il titolo di un grande film di Peter Bogdanovich (qui), anche lì una sala chiude, l’ultimo spettacolo è un film western.
il mondo cambia, sale così e film così, che sono state la vita, muoiono, non servono più.
la sala è popolata di fantasmi, forse, tra cui alcuni che lavoravano nel cinema, e resteranno vivi fino a che qualcuno li ricorderà, li vedrà nelle pellicole.
a parte le parole dell’ultimo spettacolo proiettato nel cinema, praticamente non si parla nel film, ma non te ne accorgi, sei catturato e non hai scampo, ti ricordi che il cinema è nato come immagini in movimento, le parole sono venute dopo.
è un film sulla morte di una sala, magari solo un film sulla morte, i movimenti dei due lavoratori del cinema, che non si incontrano mai, sono come quelli di due infermieri che curano e preparano un vecchio malato nell’ultimo viaggio.
un capolavoro sulla fine, da non perdere - Ismaele




Abissale. Goodbye, Dragon Inn è letteralmente l'abisso, che sprofonda e dal quale è impossibile emergere. È il cinema che muore, o forse è già morto e Goodbye, Dragon Inn ne è il requiem, un feretro che Tsai, qui più asciutto che mai, trasporta senza cerimonie di sorta né rimpianti e malinconia, perché la malinconia si genera nella memoria, alla quale si direbbe che il taiwanese avesse già rinunciato ai tempi di Dong, e, soprattutto, la malinconia si genera da una strana forma di consapevolezza per cui ciò che avrebbe potuto essere non sia stato o sia stato altrimenti, ed è sempre uno stato che trascina il malinconico nel passato, la malinconia, ma in Goodbye, Dragon Inntutto è presente e il solo passato, quello del film in proiezione, è un passato falso, di un temporalità differente rispetto a quella vissuta dai personaggi che brancolano nel cinema; è, Goodbye, Dragon Inn, un funerale dal punto di vista del morto, il quale piange la propria condizione presente, a differenza degli astanti che lo piangono a causa di una riflessione del passato nel presente, di ciò che hanno condiviso con lui e non potranno ora più condividere…

…La lentezza, forse, è quella della vita stessa che si ostina a non correre appresso a tanta robaccia per poter rimanere sicura delle proprie radici. Una lentezza che crea nel film quasi dei quadri (che assomigliano a delle nature morte ma non lo sono). Se il cinema è per sua stessa natura, "movimento", allora questo film è vita. Ma allo stesso tempo è anche cinema: in fondo c'è uno schermo, anzi due.
D'altra parte anche la sensazione che il film lascia ("il dopo"), cresce molto lentamente. Già dopo mezz'ora il film sembra irritante per quanto è statico. Dopo però, quando si esce dal cinema, è come se avessimo vissuto un'esperienza diversa.
Il fatto è che il film conserva i ritmi già lenti (almeno per noi occidentali) di molto cinema orientale, rallentandoli ulteriormente. E tutto questo è raccontato, non in maniera spocchiosa o fredda, anzi c'è un'esplicita sensazione di commozione e ironia, elementi che, anche loro, hanno contribuito a far sì che il sogno del cinema nascesse.
Ed è per questo che lo sentiamo così vicino alla nostra vita.

…Con un senso di pathos ed ironia quasi palpabili, ma accompagnati dalla squisita capacità di riuscire a non sfociare mai apertamente nel dramma o nel comico si libra con inafferrabile potenza la poetica cinematografica di Tsai tra le geniali intuizioni che il regista riesce a riversare sulla pellicola. Partendo da una riflessione sulla dimensione spaziotemporale del cinema Tsai orchestra con i lenti, quasi impercettibili, movimenti della sua cinepresa una strutturata e indimenticabile metafora della condizione dell'essere umano regalandoci un cinema fantasmatico ed irripetibile. Una visione che è pura estasi.
da qui

venerdì 17 gennaio 2014

18 Gennaio 1892: nasce Oliver Hardy

difficile per noi distinguere Oliver Hardy da Stan Laurel, per quelli che sono cresciuti con loro erano come due indivisibili, “StanlioeOllio”.
se esistesse un club chiamato Paradiso le prime due tessere dovrebbero essere a nome Stanlio e Ollio (o per “El gordo y el flaco”, come li chiamano in spagnolo; in “Triste, solitario y final”, di Osvaldo Soriano, i due sono i misteriosi protagonisti).
pochi hanno fatto del bene come loro all’umanità, loro sono un Patrimonio dell’Umanità.
qui guardano gli asini che volano nel cielo:




qui pochi mesi prima che Ollio morisse (Stanlio morirà qualche anno dopo):



Sulla lapide della sua tomba, nel 1977 i massoni “shriners” dell’Antico Ordine Arabo dei Nobili del Santuario Mistico vollero collocare una targa commemorativa con inciso: “Oliver Hardy 1892-1957, un genio della comicità — il suo talento portò gioia e risate in tutto il mondo“.
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mercoledì 15 gennaio 2014

Le orme - Luigi Bazzoni

Lascia ogni certezza prima di guardare questo film, ci sono troppe cose strane, che non tornano, dei sogni che si ripetono, giorni d’assenza, un lavoro che vacilla, una cittadina lontana che Florinda Bolkan raggiunge partendo da Roma.

In questa cittadina, che pare di villeggiatura, una bambina, un uomo, alcune donne le riconoscono anche se lei non era mai stata lì, forse.

C’era stata una uguale a lei, pochi giorni prima, e alla fine i ricordi, le coincidenze, gli indizi si accumulano, e gli astronauti del sogno riappaiono alla fine sulla spiaggia.

Alla fine si capisce tutto, forse.

Luigi Bazzoni ha girato pochi film, memorabili.

“Le orme” (poco conosciuto in Italia, ma conosciuto e apprezzato fuori) è un film affascinante e misterioso, la musica di Nicola Piovani e la fotografia di Vittorio Storaro contribuiscono a questo piccolo capolavoro che ti cattura senza pietà.

Come privarsene? - Ismaele

 

 

 

QUI il film (in inglese)

 

…Allo score musicale Nicola Piovani, mentre per la fotografia Bazzoni sceglie ancora Storaro ed è una grande decisione dal momento che il lavoro di Storaro dona al film un allure particolarissimo ed una cura della messa in scena di grande finezza (notate già nelle immagini da me inserite il gusto per il controluce): di certo lo stile del film supera di gran lunga il suo contenuto, comunque non trascurabile. A differenza di molti film di genere italiani di quegli anni, manca del tutto il glam ed il colore, le scenografie sono geometriche e il colore bianco è dominante, esasperando i giochi di chiaro scuro. Come molti gialli e thriller, la psicologia, o meglio la psicopatologia, ha un ruolo centrale ma questa volta la dimensione patologica trova una dimensione del tutto differente dal consueto e quindi non si assiste a nessun omicidio a mani guantate di pelle nera e neppure, come nel caso dei tipici thriller all'italiana, nessun intrigo di uomini e donne che mirano a qualche eredità balorda. Si tratta piuttosto della inevitabilità della patologia (e anche del destino di una persona, estendendo il concetto) che arriva ad un suo compimento nonostante la persona abbia agito per allontanarsi da essa. Le Orme è un film che si presta a diverse riflessioni, ed anche il finale potrebbe suscitare dei dubbi…


…Molto interessante ed originale l’espediente narrativo di far vivere alla protagonista schizofrenica la sua vita nascosta a Garma, una località balneare turca inesistente sulle carte geografiche. Le splendide riprese di questo paese barocco in cui si respira una rarefatta atmosfera di immobilità ed eternità vennero girate a Phaselis, località turca nota per la bizzarra commistione tra le monumentali rovine elleniche e le architetture bizantine. Grazie a questa location il film guadagna quell’atmosfera occulta su cui Bazzoni desiderava fondare l’angoscia del personaggio principale, estendendola attraverso grandangoli imperiosi e lunghi silenzi anche allo spettatore stesso. Anche per merito di tali luoghi spettrali, le musiche di Nicola Piovani calzano perfettamente l’atmosfera del film…
…Il lavoro svolto da Vittorio Storaro alla fotografia è immenso. Oltre ad alternare -secondo la migliore tradizione italiana – primissimi piani a grandangoli, Storaro ha il merito di ricercare pressoché per ogni sequenza del film le inquadrature più artistiche, più surrealiste, più sperimentali. Se, terminata la visione, la pellicola esercita quel senso di vuoto e di indeterminatezza nell’animo dello spettatore il merito è indubbiamente anche di Storaro. Dominano soprattutto i toni chiari, bianchi e tonalità di grigio e di beige, ma è da segnalare la scelta di un bianco e nero seppiato molto contrastato per i flashback (o meglio, per le scene del film che ossessiona Alice) e soprattutto un’avanguardistica resa simile all’effetto “fotocamera termica” (tonalità vicina al blu elettrico, contrasto al massimo) per la delirante scena conclusiva.
In definitiva, Le Orme di Luigi Bazzoni (sebbene probabilmente inferiore al suoLa Donna del Lago – anche se più originale e tecnicamente più valido di quest’ultimo) è un ottimo film riconducibile al filone del thriller psicologico italiano, del quale è uno dei titoli più significativi. Viene da alcuni erroneamente considerato un film di fantascienza: a trarre in inganno sono alcune sequenze di derivazione sci-fi quali l’incipit che mostra il sogno dell’astronauta morente, i successivi flashback del film “Orme sulla Luna” e lo spezzone conclusivo, che riesce nella sua bizzarria a trarre in inganno lo spettatore fino all’ultimo (ovvero fino alla didascalia finale). Da prelevare dalla sua nicchia, spolverare e riscoprire. Che si astengano i mainstreamers, che lo potrebbero trovare noioso.


martedì 14 gennaio 2014

Il capitale umano – Paolo Virzì

il film inizia con l’investimento e l’omicidio di un ciclista, come nel film “Muerte de un ciclista” (in italiano “Gli egoisti”), di Juan Antonio Bardem, del 1955, premio della critica a Cannes (qui).
in entrambi i film l’omicidio del ciclista è il detonatore per mostrare un mondo di rapporti sociali e familiari basati sulla falsità e sulla sopraffazione.
chi pensa a una commedia simpatica e divertente di Virzì è meglio che stia a casa, questo è un film che fa male, in certi momenti un film che fa paura.
bella la struttura a incastri, solo alla fine lo spettatore sa tutto, e quello che saprà, e magari non si ricorda spesso, è che ci sono ancora le classi, e che per i soldi molti sono corruttibili, e disposti a tutto, dipende dal prezzo.
è un film cupo, con pochi sprazzi di luce e di sincerità, come nel sorriso fra Serena e Luca, nell’ultima scena.
non sarà un film perfetto, ma da vedere certamente - Ismaele




…Paolo Virzì fa un salto in avanti nel personale viaggio politico nell'Italia del suo presente, puntando finalmente la bussola verso il nord del Paese, trovando un cuore nero che non fa ridere proprio per niente. La goliardia toscana, il cinismo burlone romano (modi e luoghi che hanno caratterizzato la sua commedia) sono lontani, lontanissimi, senza quasi più alcun eco in queste lande brianzole, disegnate come fossero terre straniere abitate da genti aliene che comunicano in un linguaggio misterioso e duro. Virzì si fa suggestionare dal suo limite, un misto di gap culturale e sociale (un livornese in Brianza), che presto trasforma nella sua arma migliore, abbandonando il facile gigioneggiare nelle disgrazie del malcostume centroitaliano per addentrarsi nei meandri di un apologo potente e inaspettato…

…questo è un film oscuro, cupo e potente. Il miglior film di Virzì. Nonostante il solito problema che sono gli attori italiani. Fatta eccezione per Fabrizio Gifuni, passabile incarnazione dello squalo finanziario senza sentimenti e dubbi, tutti gli altri sono la solita carrellata di mediocrità televisiva nazionale (degno di assoluto rispetto è comunque il fascino acerbo di Matilde Gioli)…

…Quello che più colpisce è il cinismo all'interno delle famiglie al centro della storia: la figlia di Ossola è la leva per entrare nel mondo dei ricchi adoperata da un padre che non si fa scrupolo di venderne i sentimenti, la moglie di lui, incinta di due gemelli, sembra volutamente ignorarne il carattere e i maneggi, il ragazzino outsider viene sfruttato dallo zio, il figlio di papà viene schiacciato dalle ambizioni del genitore. Si tratta di persone che si amano, almeno nominalmente, e che non si rendono conto della condizione umana di chi hanno accanto.
Forse, al di là dell'avvincente costruzione e del perfetto gioco di squadra, non c'è molto di nuovo in quello che ci raccontano gli autori del Capitale umano, ma a loro va il merito di essere riusciti a farlo senza cadere in dinamiche da soap opera e in un facile moralismo, mantenendo tra le righe un umorismo amaro e sottile…

…Apprezzabilmente piacevole il lavoro del cast, risulta un po’ troppo invadente e poco riuscito il tentativo thriller, vera pecca di un lavoro che ritrae i suoi protagonisti, come ogni essere umano, sull’orlo della disperazione, pronti a tutto pur di non sprofondare nel baratro. Non mancano gli spunti, quello che è veramente mancato è il coraggio.

…I tre segmenti sono davvero benissimo scritti, con dettagli che si incastrano alla perfezione, e con scene riviste e rifatte senza una sbavatura dai diversi punti di osservazione, e non so se questa struttura ardita sia del romanzo originale, che non ho letto, o sia tutta merito degli sceneggiatori del film (qualcuno mi illumini, grazie; non fatemi leggere il libro che non è in cima al momento alla mia list). Un’operazione narrativamente sofisticata e insolita per il nostro cinema audience-oriented. Molte sequenze sono notevoli, come quelle della festa a scuola, un istituto privato che un po’ ricorda ai milanesi come il qui scrivente il Leone o il San Carlo. Il materiale umano non funziona quando ritrae vizi e vezzi della borghesia, ma questa è un’incapacità antica del nostro cinema, da sempre più a suo agio con il piccolo borghese e il popolare, se non addirittura il plebeo…
da qui

sabato 11 gennaio 2014

Jesus Camp - Heidi Ewing, Rachel Grady

qui si descrive, senza commenti che non siano quelli del conduttore radiofonico, un lavaggio del cervello di bambini, che un giorno diventeranno crociati, contro qualsiasi nemico, esterno, interno, liberi pensatori, tutti, al di fuori di quelle comunità, sono nemici.
circonvenzione d'incapace è la giusta definizione, e così succede in tante parti del mondo, più o meno scientificamente.
ci vuole relativamente poco a fare il lavaggio del cervello, non si sa quanto ci vorrà, e se sarà possibile, ripulire i cervelli di milioni di persone, e tanti, troppi, bambini, dalla pazzia che li nutre e li ha nutriti.
molti film dell'orrore spaventano meno, e però è un film da guardare, per capire qualcosa di più del mondo, degli abissi dell'anima umana e  dei danni della religione - Ismaele






…Jesus Camp è un film tanto illuminante quanto inquietante su come l'indottrinamento fervente su dei ragazzini sia un fenomeno che possa configurarsi come abuso. Il campo estivo in questione si trova presso il Devils Lake (North Dakota), viene gestito dall'inquietante Becky Fisher e raccoglie bambini e genitori di solida fede cristiana evangelica*. In tale luogo i partecipanti presenziano ad infiammati sermoni che rinvigoriscono la loro fede cieca in Dio e anche un po' in George Bush come portatore dei loro valori nell'ambiente politico. Non mancano in violente invettive contro la scienza, l'aborto ed il povero Harry Potter, che in quanto "stregone" meriterebbe di morire. Va precisato che il lavoro dei due registi non è parziale né anti-cristiano; Ewing e Grady si pongono come silenti spettatori della fede di queste persone senza nessuna volontà di contraddirli. La tecnica del "punta, riprendi e fai parlare" riesce comunque ad ottenere il risultato di dare sufficiente corda a coloro che vengono ripresi tale che ci si impicchino da soli! Ragazzi ed adulti si lasciano infatti andare a riflessioni che non fanno che rimarcare in maniera stucchevole la loro fede pervasiva, risultando quanto meno bizzarri se non potenzialmente pericolosi…

…Spaventoso, pazzesco, sconcertante: inutile recitare la parte degli irremovibili metropolitani. Fare lo scandalizzato a proposito di un fenomeno qualsiasi della società americana è uno sport nazionale spesso intriso di qualunquismo e luoghi comuni. Ma quello che si vede in Jesus Camp è oltre qualsiasi aspettativa, non importa quanto fosca e paranoica. I bambini vengono da famiglie che in genere hanno scelto l’home schooling, cioè l’educazione a casa…


giovedì 9 gennaio 2014

L’ultimo spettacolo – Peter Bogdanovich

un film di gente che fugge e gente che muore, muore anche l'unica sala cinematografica, vinta dalla tv, in una cittadina flagellata dal vento.
tante scene sono memorabili, ne cito una, verso la fine, quando Billy, viene investito, da un camionista che trasporta animali che vanno al macello. 
e che dire dell'affetto di Sonny per Billy (che nella vita vera sono fratelli)?
e del monologo di Sam?
si aggiunga, tra l'altro, che Sonny, il protagonista, è anche il protagonista, lo stesso anno, di “E Johnny prese il fucile” e che Orson Welles ha suggerito che il film fosse girato in bianco e nero.
ci sono poi altre decine di motivi per non perdere questo grandissimo film, non ve ne pentirete mai - Ismaele




…The Last Picture Show", opera nata quasi per caso, finisce per diventare una delle pellicole più appassionate e significative degli anni settanta: "segna il passaggio dall'adolescenza all'età matura e la stretta correlazione tra il cinema e la vita appartiene anche all'itinerario del suo autore verso una progressiva maturità [...] Bogdanovich si ritrova ad aver spazzato via tragicamente, come il vento il quale nulla poteva l'ingenua ostinazione di Billy, quello che apparteneva alla sua gioventù, ai suoi sogni più cari, per approdare ad una più severa riflessione sulla fine di un mondo, di un'età e di un cinema". Bogdanovich si mette in gioco in questa pellicola, che darà il via ad una lunga carriera cinematografica (a dire il vero, abbastanza sfortunata) contrassegnata costantemente da una riflessione sul cinema, sul ricordo di esso, e sulla vita. 

…L'affresco generazionale che viene fornito allo spettatore è però ben poco rassicurante: da chi cerca il matrimonio solo come status symbol per non essere bollata come è successo alla madre (e in mezzo a questo uno squallido incontro di sesso con il suo amante ), a chi trova rifugio nelle braccia dell'ex moglie del coach che sta cercando solo di sentirsi viva in qualche maniera, per non parlare di tutti i giovani che sono fuggiti da Anarene , il quadro è a tinte fosche.
L'America anni '50 è un campo di battaglia metaforico e reale, una nazione che sta cercando il progresso rinnegando troppo presto il passato e sacrificando  troppe giovani vite in una guerra lontana  varie migliaia di miglia.
La quotidianità di Anarene è portata su schermo in modo estremamente limpido ma anche con quell'aria di casualità che la rende più reale del vero, ma è un qualcosa che ferisce e fa riflettere.
Impossibile avere nostalgia di una nazione che sembra voglia sentirsi viva solo impegnandosi in guerre non volute( quella di  Corea ma si può leggere tranquillamente Vietnam tra quelle righe, il film è del 1971) mentre è possibile sentire la mancanza dei miti cinematografici che hanno "guidato" le adolescenze di molti diventati adulti negli anni '70.
A suo modo L'ultimo spettacolo è il film che apre all'inquietudine che caratterizzerà molto cinema a venire di quel decennio…

… Siamo di fronte ad uno dei capolavori assoluti del cinema, un film di straordinaria bellezza, che unisce il lirismo delle immagini ad una visione nostalgica, commossa ma anche irriverente e critica di un mondo dissolto, quello della frontiera americana, vista nelle vite comuni di un gruppo di persone che abitano una cittadina del Texas.

The best scene in "The Last Picture Show" takes place outside town at the "tank," an unlovely pond that briefly breaks the monotony of the flat Texas prairie. Sam the Lion has taken Sonny and the retarded boy Billy fishing there, even though, as Sonny observes, there ain't nothing in the tank but turtles. That's all right with Sam: He doesn't like fish, doesn't like to clean them, doesn't like to smell them. He goes fishing for the scenery.
"Try one?" he says, offering Sonny the makings of a hand-rolled cigarette. And then he begins an wistful monologue, about a time 20 years ago when he brought a girl out to the tank and they swam in it and rode their horses across it and were in love on its banks. The girl had life and fire, but she was already married, and Sam even then was no longer young. As he tells the story, we realize we are listening to the sustaining myth of Sam's life, the vision of beauty that keeps him going in the dying town of Anarene, Texas…

…Una película pues que no tan solo ha soportado el paso del tiempo perfectamente sino que, además, ha mejorado ostensiblemente, pues su propuesta arriesgada en la forma no ha perdido valor y su contenido, tomado el foco en un microcosmos tan lejano, permanece inalterado en el fondo: imperdible para el cinéfilo que no la haya degustado y para quien la vio hace tiempo, ocasión perfecta para refrescarla y paladearla como si de una buena copa de vino añejo se tratara: con calma y fruición.
da qui