il film di Antoni Cònzu è costituito "solo" da interviste, montate in modo efficace, per raccontare al mondo cosa succede in Sardegna con le pale eoliche.
chi lo vede capisce tutto, o quasi.
se posso, consiglierei di integrare con la lettura del libro di Maurizio Onnis, Il candidato, allora chiunque capirà tutto, di questa brutta storia di colonizzazione, economia tossica e distruzione ambientale irreversibile e saprà da che parte stare*.
il film è difficile da vedere, lo porta il regista (qui la sua pagina) dove lo si vuole vedere.
cercatelo e soffrite tutti.
buona (ventosa) visione - Ismaele
…L’opera di Conzu
è una sequenza di interviste intervallata da immagini e musica che dura quanto
un film: un’ora e venti minuti!
La cosa notevole è, però, che
il regista ha toccato TUTTI gli attacchi al territorio e all’identità che
stanno investendo la terra sarda. Non solo la speculazione energetica, dunque,
ma anche il colonialismo industriale e militare e la minaccia delle scorie
nucleari.
Come sapete, non sono nata in
Sardegna, ma sento di appartenere profondamente a questa terra nella quale
oramai sono radicata da anni e ritengo sia un DOVERE difenderla. Un DOVERE che
mi attraversa il cuore e mi sferza l’anima.
Consiglio a tutti la visione
del lavoro di Antoni Conzu per sviluppare una consapevolezza a tutto tondo di
ciò che sta accadendo in Sardegna e al popolo sardo…
una serie diversa dal solito, non un capolavoro, di sicuro di livello superiori a molte serie inutili.
l'origine delle storie (finora ne sono apparse tre, visibili su Netflix) si trova nei (bei) romanzi di Tony Hillerman.
le storie sono ambientate in una riserva indiana, dove vivono i pochi superstiti del genocidio contro gli indiani d'America.
protagonista è il tenente Joe Leaphorn,responsabile del posto di polizia (rurale) della riserva, e chi gli sta intorno.
ci sono i buoni e i cattivi, come sempre, bello che gli indiani parlino spesso nella loro lingua, e non nella lingua degli assassini del loro popolo.
cercatelo e godetene tutti.
buona (navajo) visione - Ismaele
…tutto sommato, anche
calcolando che cosa manca rispetto ai romanzi originali, che approfondivano sia
la dimensione culturale dei Navajo che lo squallore e la precarietà della vita
materiale, non mi sembravano giustificati gli entusiasmi di una serie di recensioni
che ho visto in giro e che gridavano alla rivelazione anticolonialista…
…siamo in una fase,
piuttosto sfaccettata, di riappriaizone culturale, o di allargamento degli
spazi della rappresentazione, da parte dei nativi, e che perciò sotto questo punto
di vista Dark Winds e tutti gli altri vadano soppesati non dal
punto di vista della novità ma da quello del maggiore o minore consolidamento
del fenomeno, maggiore o minore valore aggiunto al percorso. Non è che poi
questo esaurisca tutte le valutazioni possibili (per esempio, Leaphorn and
Chee, i due poliziotti Navajo, sono intepretati rispettivamente da un Hunkpapa
Lakota e da un Hualpai; a me non crea particolarmente problema, ma forse altrove
sì) ma almeno mi sembra un approccio più equilibrato di prendere ogni nuovo
prodotto culturale di questo tipo come il primo del suo genere.
Ambientata
negli anni Settanta, tra le distese aride del Sud-Ovest americano e le comunità
Navajo della Monument Valley, Dark Winds (2022–in corso),
distribuita da AMC e
disponibile in Italia su Netflix, segue il tenente Joe Leaphorn e l’agente Jim Chee, della
polizia indiana che opera nella riserva. I due uomini portano sulle spalle non
solo omicidi e rapine, ma un’intera geografia culturale, tenuta insieme
soprattutto dalle donne della tribù. È un poliziesco che attraversa rituali,
colpe antiche e tensioni identitarie di un’America che raramente sa guardare
oltre i propri confini, ma a volte sa guardarsi dentro. Qualcuno l’ha definita “la prima serie
decolonizzata”. Una chiave analitica molto in voga, ma che ormai dice poco.
Dark Winds ha dalla sua i romanzi di Tony Hillerman (1925-2008),
che per decenni hanno costruito un mondo solido, stratificato, mai
folkloristico. Un mondo che non “rappresenta” la cultura Navajo: la vive, la respira, la usa per
raccontare il conflitto tra legge, identità e destino. Ogni stagione si appoggia a un romanzo diverso:
la prima rielabora Listening Woman (“La
donna che ascolta”, Mondadori), la seconda si innerva su People of Darkness (“Gente di tenebra”,
Mondadori), la terza prende forma da Dance Hall of the Dead (“La
danza degli spiriti”, Mondadori). Tre architetture narrative robuste, capaci di
reggere senza sforzo il passaggio al piccolo schermo. Viviamo in un’epoca in cui un’intelligenza
artificiale può generare in pochi secondi la trama di un’intera stagione, ma non può creare personaggi
memorabili. Ecco dove Dark Winds vince: il suo “prompt” è Hillerman. Quando dietro c’è un
grande narratore, la struttura regge anche se il medium cambia. C’è poi una scelta tecnica che diventa poesia: i
dialoghi più importanti avvengono in lingua Navajo (Diné) e non vengono
tradotti. Nessun sottotitolo. È come se la trama aprisse una porta e la
lasciasse socchiusa su una seconda dimensione che non ci è accessibile, un
limite che non va violato. In un’epoca in cui ogni cosa viene spiegata e semplificata,
questa serie compie un gesto raro: accetta che esista un livello del racconto
che non è per chi guarda. Sembra straniante, ma è il colpo più elegante, un
cliffhanger stilistico, la promessa che dietro quella porta c’è un mondo che
possiamo solo intuire. Pur non sfuggendo del tutto alle logiche delle
piattaforme, Dark Winds riesce
comunque a respirare: nei silenzi, nei paesaggi, nei volti. Soprattutto nei
personaggi: Leaphorn, Chee, Manuelito.
Figure che non sembrano progettate per “funzionare”, ma per esistere. Ed è per questo che, nonostante la noia per i
format seriali e i cliffhanger industriali, si aspetta con ansia la quarta
stagione. Non per sapere “come va a finire”, ma per tornare in quel territorio
narrativo dove la porta resta socchiusa, e continua a chiamarci. Insomma, più che “decolonizzata”, Dark Winds ci
sembra ben raccontata. Anche perché, colpo di scena finale, Tony
Hillerman non era nativo, ma… un bianco.
il regista Barham e la produttrice Sadaf vogliono proiettare un film in Iran, ma si scontrano con mille difficoltà, le autorità, ma anche il fratello gemello del regista, che ha ceduto la sua libertà di pensiero, accettando i mille compromessi e diktat della censura.
Ali Asgari gira un film comico e tragico, satirico e drammatico, citando in primis i giri in Vespa di Nanni Moretti a Roma.
si ride apertamente e amaramente delle vicissitudini del film nel film.
un film che merita, purtroppo solo in una ventina di sale (a proposito di censura, ma di mercato).
buona (non censurata) visione - Ismaele
…I
riferimenti cinefili sono numerosi – da Godard a Matrix– così
come è evidente il debito nei confronti di Nanni
Moretti, soprattutto per le deambulazioni in scooter, il metacinema e
l’uso dell’ironia come strumento politico. Ma Divine
Comedy non è un mero esercizio citazionista: è un film che trova una
propria voce, capace di fondere leggerezza apparente e radicalità del gesto.
L’immagine finale, quella del cane che osserva immobile,
chiude il cerchio con una forza simbolica limpida: il cinema come atto di
testimonianza, come sguardo che resiste anche quando tutto intorno invita al
silenzio. Divine Comedy non è
soltanto una satira contro la censura iraniana, ma un film profondamente umano
sul bisogno di essere visti, ascoltati, riconosciuti. In un contesto in cui
“proiettare un film” diventa un atto di sopravvivenza, Asgari firma così una
delle opere più lucide e necessarie del suo percorso.
…Il protagonista passa da un girone all'altro con la stessa
aria attonita che Elia Souleyman offre ai suoi personaggi attorno ai quali si
muove un'umanità di varia estrazione che cerca di sopravvivere all'assurdità di
quanto la circonda. Bahram ostinatamente, anche se pacatamente, vorrebbe far
trionfare almeno un minimo di razionalità e di libertà di espressione avendo la
consapevolezza di aver realizzato un'opera che merita di essere magari
criticata ma vista Asgari e Khatami ci propongono un microcosmo che conoscono
bene e del quale sanno porre in evidenza i punti deboli, senza lanciare dei
j'accuse ma affondando il coltello nelle piaghe piccole e grandi che la società
iraniana non riesce a sanare. Oltre a Dante, di cui viene citato per intero un
passo della Commedia, viene in mente il motto latino "Castigat ridendo
mores". Ali e Alireza sanno come applicarlo nel loro fare cinema.
…L’atteggiamento
stralunato e stoicamente rassegnato di Barham Ark, la sicurezza spavalda di Sadaf Asgari e l’esuberanza del cast di contorno trovano
coerenza nello sguardo di un film (e di un cineasta) che mescola realismo e
drammatizzazione e prende il meglio da entrambi. Nulla lo dimostra meglio
dell’intelligente stile visivo. Il ricorso insistito a inquadrature fisse
inquadra l’assurda odissea professionale ed esistenziale di Barham e Sadaf e
offre molte possibilità: permette di analizzare la complessità del contesto
all’interno del quale si muovono i due sfortunati eroi del film, rende
tangibile la granitica stupidità dell’atto repressivo, suscita pathos e
tensione che non ostacolano, anzi rinvigoriscono l’umorismo. Più di tutto, il
senso del cinema di Ali Asgari, abbastanza in controtendenza con il modo
standard di fare commedia, in Iran come nel resto del mondo, è l’ulteriore
grido di libertà – di esprimersi, di fare cinema alle proprie condizioni – di
un film che sa essere estremamente coerente, nella sua voglia di indipendenza,
a ogni livello.
un padre prodigo torna a casa in occasione del funerale della moglie e ritrova le due figlie, che non vedeva da molti anni, Nora e Agnes, abbastanza rancorose verso il padre, Nora sopratutto.
il padre, regista in declino, vuole girare il suo ultimo film, vorrebbe che fosse Nora, attrice di teatro, la protagonista, ma lei neanche vuole sentirlo, lui sceglie Rachel, un'attrice d'oltreoceano, che sembra un po' svampita.
poi la misteriosa riconciliazione, grazie alla sceneggiatura del film, Rachel se ne va, capisce che quel film è un dramma familiare, un'elaborazione di traumi passati, e solo Nora può farlo.
la storia è abbastanza semplice, se vogliamo, niente di nuovo sotto il sole, la bravura di Joachim Teier, e dell'altro sceneggiatore Eskil Vogt, è quella di fare un film convincente e non urlato, senza le solite scene madri, con interpreti davvero in stato di grazia.
un piccolo film che merita molto, già vincitore del Gran premio della giuria a Cannes e degli European Film Awards.
buona (scandinava) visione - Ismaele
…Sentimental Value, per quanto mi sia
piaciuto abbastanza, per quanto sia gradevolmente molto
metacinematografico, per quanto giochi bene col suo mix di realtà e
finzione, per quanto sia parecchio bergmaniano, non mi coinvolto
emotivamente quanto speravo. Non che da un film nordico mi aspettassi di essere
travolto, però mi è sembrato un po' troppo freddo persino per gli standard del
paese e da un drammone familiare come questo era comunque lecito attendersi un
maggiore trasporto, grande assente per gran parte della visione e che arriva
soltanto nella parte finale…
…Con Sentimental Value il regista
norvegese porta in scena un dramma sobrio, elegante nella
forma e nella regia, dove le emozioni sono autentiche e mai esasperate. Il
tormento, il rancore, i rimpianti e le frustrazioni dei protagonisti emergono
più coi non detti che con le parole e la regia di Trier accompagna, e
spesso travolge, portando nel cuore e nella storia dei
personaggi con lucida immediatezza e un trasporto composto, esaltato dalle
ottime interpretazioni di Skarsgård, Reinsve e Ibsdotter Lilleaas.
Unica pecca qualche passaggio in cui la sceneggiatura,
firmata dallo stesso Trier insieme a Eskil Vogt, insiste un po’ troppo sui
medesimi concetti per sottolineare contrasti e tensioni che non avrebbero avuto
bisogno di essere spiegate a parole
…È
alto linguaggio cinematografico quello a cui Trier affida il sentimental
value del proprio cinema. Un valore condiviso con il teatro e l'arte
in generale, che attraverso la finzione riesce ad affrontare la realtà, e
attraverso la sublimazione a superare il trauma, in un moto sia mimetico che
terapeutico. Solo distaccandosi dai sentimenti si può dare loro un valore, come
Nora che risoltasi infine a interpretare Karyn riesce a esorcizzare i propri
fantasmi e quelli del padre, in una casa divenuta set oppure un set divenuto
casa, come a suggerire che solo abitando l'arte si possa imparare ad abitare la
vita.
… Ripetere non guasta: non c’è granché di
originale, o di spiazzante, nella (ri)costruzione a mezzo cinema del caos
famigliare di Sentimental Value. Ma è chiaro che
per Joachim Trier l’importante non è il cosa, ma il
come. Dei tanti livelli di lettura del film, non uno che si imponga a spese
della fluidità della narrazione o della potenza del sentimento. Il film è
accessibile nei significati, mai didascalico e non costruisce la sua
intelligenza soffocando l’emozione. Il nucleo tematico è la famiglia, la
necessità e il caos per niente organizzato dei suoi legami. A un livello più
sottile, segue la riflessione a doppio senso di marcia sul rapporto tra arte e
vita privata: il cinema crea un solco e allontana Nora e Gustav ma, alle giuste
condizioni, è l’unica via possibile per il ricongiungimento. Il tentativo, poi,
è di dare tangibilità e concretezza al tempo, e misurarne l’impatto sulla vita
emotiva delle persone. Infine, ultimo livello di lettura, il film è il racconto
del potenziale nascosto delle cose. Nel cast di prestigio di Sentimental
Value un posto d’onore Joachim Trier lo
riserva alla grande, austera, opulenta casa di famiglia dei Borg. Il film la
cattura dall’alto e in basso, piena di vita e deserta, ordinata o meno. Ne
ascolta il battito, ne raccoglie i segreti, le gioie e i rimpianti. Gli oggetti
spiegano la vita delle persone; è navigando in questo mare di cose, di luoghi,
di detto e non detto che Nora e Gustav possono (ri)trovarsi. Aiuta, a rendere
tutto più vero, che a interpretarli siano attori del calibro di Renate
Reinsve e Stellan Skarsgård…
Pellicola molto discutibile eticamente , ma d'effetto .
La drammatica vita nelle periferie britanniche sprofondate ormai
nel dominio incontrastato di malavita e drogati , mentre la polizia pensa alla
politica . Il vecchio ex soldato reagisce a questa situazione dapprima
involontariamente e poi consapevolmente , eliminando arbitrariamente un po'
della feccia in questione . Pellicola eticamente mooolto discutibile , anche se
è difficile non simpatizzare per il protagonista . Buona la regia dell'
esordiente Daniel Barber , efficace la plumbea fotografia di Ruhe ed ottima
come sempre l' interpretazione del grande Michael Caine . Eccellente Sean
Harris nella parte del lercissimo drogato . Piuttosto carino il colpo di scena
finale . Per me è da 7 .
…Michael Caine è
assolutamente straordinario nel mettere in scena una determinata ferocia resa
instabile dall’inadeguatezza del suo vecchio corpo, incertezza costante che
comunica un dolore senza fine, la forma più estrema di resistenza alla morte.
Harry Brown è uno scandaglio spietato di certo immaginario cinematografico; un
arco teso, funzionale, dal meccanismo squadrato che mostra ferite profondissime
nei corpi dei clienti di un pub, nel volto di un pusher scavato dalla morte,
nell’incedere disperato di Michael Caine contro un inferno globale.
…Nella sua lunga, ricca, premiata, sessantennale
carriera di attore costellata da un numero infinito di successi, mai Michael Caine era stato chiamato a vestire i panni di un personaggio
come quello di Harry Brown. È stato soldato, gangster, donnaiolo, perfetto
maggiordomo e soprattutto spia, calma e imprevedibile, di Sua Maestà, ruolo che
gli ha regalato notorietà negli anni ’60. E invece un regista esordiente pensa
(bene) di chiamarlo per un vigilante thriller e per un ruolo che rispecchia sì alcuni aspetti di
personaggi già interpretati, ma mai in questa maniera. Perfettamente calato nei
panni e con la sua tipica camminata da ginocchio valgo, Caine è un vecchio
pensionato che vive stancamente in un sobborgo cittadino dominato dalla piccola
delinquenza locale. La moglie è malata terminale e il suo unico passatempo è
giocare a scacchi con il suo affezionato amico nel bar del quartiere e dalla
finestra del piccolo appartamento in cui abita osserva spesso quello che
succede intorno: spaccio, prepotenze, violenze. Il viso stanco e l’espressione
incredula per tanta brutalità rivelano rassegnazione: cosa può fare lui così
anziano? Ma succede qualcosa di grave e insopportabile che lo scuote e nel
vecchio Harry si risveglia il giovane marine efficiente e letale che era stato
in guerra e lo spinge a farsi giustizia da solo, dato che la polizia ha i suoi
tempi e le sue modalità. Ogni uomo ha il suo punto di rottura, ogni uomo deve
prendere una posizione e se la legge ha i suoi limiti, lui non se li dà.
un incontro frapersone sole, in un albergo di Sarajevo, a cura di un'organizzazione abbastanza squallida.
i partecipanti soffrono di solitudine, qualcuno pensa a un matrimonio di convenienza, come capita.
Asja e Zoran sono una coppia in questo appuntamento collettivo, il problema è che hanno qualcosa in comune, che risale a quel merdoso assedio di Sarajevo. Zoran lo capisce subito, Asja dopo un po', Zoran ha sofferto, Asja pure.
il resto lo scoprirete vedendo questo piccolo grande film, dell'ottima regista Teona Strugar Mitevska.
un film da non perdere, promesso.
buona (dolorosa) visione - Ismaele
…L’appuntamento,
conferma la grande capacità di scrittura di Teona Strugar Mitevska, dopo il
sorprendete Dio è donna e si chiama Petrunya, in quanto autrice
cinematografica dalla ricerca narrativa sempre incisiva, acuta, nerissima e
incredibilmente interessante, focalizzata in questo caso sul significato
profondo del termine conflitto e sull’incontro dialogico e ideologico tra la
volontà di morte e quella di rivalsa, perciò di riscatto e desiderio istintivo
di vita e ricerca dell’amore. Un film che gode di ottime interpretazioni e che
poggia su strutture teatrali audaci e in costante incontro e scontro con quelle
che sono proprie invece del cinema, dando vita ad una visione registica
assolutamente personale, riconoscibile, perciò degna di nota.
…La sceneggiatura, scritta con Elma Tataragic´, ci immerge
da subito in uno dei due livelli della narrazione. Siamo in un edificio moderno
attrezzato per ospitare degli incontri finalizzati a creare delle coppie sulla
base di una serie di stimoli proposti da chi conduce. A questo piano
collettivo verremo continuamente rinviati per tutta la prima parte del film
anche quando i due protagonisti avranno iniziato il loro doloroso percorso di
conoscenza reciproca. Asja non si fa proporre un partner qualsiasi. Lo ha già
contattato online pensando di avere scelto e non sapendo di essere stata invece
scelta. Come quella sera di tanti anni prima in cui era entrata nella
traiettoria della pallottola che proprio chi si va a sedere dinanzi a lei ha
sparato.
Con l'incontro/scontro tra queste due persone Mitevska ci ricorda che al di là
del confine ad Est del nostro Paese c'è un mondo non ancora realmente
pacificato. Le cronache recenti hanno riferito della crescente tensione tra
Serbia e Kosovo ma la forza di un cinema come quello della regista, che è nata
a Skopje nel 1974 e che quindi ha vissuto direttamente tutto quel periodo, è
capace di offrirne una lettura tanto profonda quanto emotivamente forte. I
quesiti che ci pone sono al contempo universali e localizzati…
…La regista non rinuncia al suo tocco pungente, paradossale e perfino
un po’ onirico, che si traduce soprattutto nella rappresentazione del concorso
per anime gemelle e nella descrizione dei partecipanti, ma anche della stessa
vetusta struttura demodé e ampiamente kitsch che accoglie tutti i partecipanti
a quel gioco delirante in cui tuttavia tutti i concorrenti un po’ credono per
davvero.
Ecco allora che il bisogno d’amore e di una coerente vita affettiva
si alternano al tentativo, tardivo ma cocciuto, del timido partner della donna,
di svelare al più presto le sue carte per liberarsi da un rimorso del carnefice
che, alla fine, non risulta meno devastante di quello che divora le vittime.
Argomenti scottanti e sempre vivi nella mente e tra l’opinione
pubblica, e il desiderio di reagire con sferzate di ironia che funzionano e si
rivelano sempre sagaci, permette al film della Strugar Mitevska di
considerarsi riuscito e un nuovo capitolo fondamentale di un percorso artistico
che si rivela sempre più stimolante.
…Asja e Zoran si guardano negli occhi per raccogliere i
cocci delle rispettive identità, per farne cosa nuova. Aprendosi, o almeno
provandoci, se non al perdono perché è difficile, almeno a un buon nuovo
inizio. L’appuntamento funziona soprattutto nella
prima parte. La regia di Teona Strugar Mitevska mescola
lo stupore, l’imbarazzo e il mistero dello speed dating, i buffi rituali del
corteggiamento che contribuiscono a svelare l’intimità dei personaggi, per
distoglierci dalla pista originale, la commedia sentimentale sui generis, e
condurci altrove. Lo fa affidandosi alla verve di due eccellenti protagonisti.
Si intrecciano bene, la tensione nervosa di Adnan
Omerovic e le mille giravolte emotive di Jelena
Kordic Kuret, prima complice, poi pazza di dolore, quindi commossa,
infine chissà. Il film sa valorizzare l’unità di luogo e i tempi ristretti,
circonda i protagonisti di una platea di personaggi minori cui trova il tempo
di definire psicologie, nevrosi e brandelli d’identità. Fa una scommessa sul
finale, inseguendo contemporaneamente precisione e ambiguità. A differenza del
precedente, stavolta il film cerca di equilibrare i punti di vista e le ragioni
maschili e femminili. Un cinema sempre in prima persona femminile. Dio
è donna e si chiama Petrunya era la fotografia di un’autrice che
misura possibilità, punti di forza e debolezze di uno stile, riflettendo su
limiti e portata del suo discorso cinematografico. L’appuntamento arriva
che la gran parte di questi dilemmi sono stati superati. Acquisita la
padronanza del mezzo, è ora di guardare avanti.
…Mi viene però da riflettere su cosa significhi
sopravvivere ad una guerra o ad un conflitto fratricida come quello vissuto
allora nelle strade e tra le case di Sarajevo, come pure – in un altro contesto
ma con molte analogie – al genocidio ruandese. Mi viene da pensare a cosa
succederà quando saranno finiti i combattimenti tra russi e ucraini: se ci sarà
ancora coabitazione tra due popoli così prossimi e come chi è sopravvissuto
riprenderà più o meno a vivere, cominciando però ad incrociare con sospetto lo
sguardo di chi incontra, inquietato dall’odio e dalle concrete possibilità che
il vicino di oggi sia magari il nemico combattente di ieri. Grazie a Teona
Strugar Mitevska, ai suoi collaboratori ed agli eccellenti interpreti del film
per averci condotto – con quest’opera così emozionante – a riflettere sulla
devastazione della guerra, tra le pieghe profonde dell’animo umano, sui
sentieri impervi della coabitazione possibile.
…L’appuntamento al buio, dunque, raccoglie ciò che
semina; attraverso la nobile, quanto naturale, causa dell’amore libero e
democratico, giunge al presente prossimo, mette le basi per l’autodistruzione
del popolo stesso. In sé, sebbene le cicatrici nella Sarajevo riprese nel
prologo si intravedano ancora sui muri delle case, la guerra de L’appuntamento sembra
dopotutto una realtà lontana e ormai oggetto di una memorialistica
a tratti posticcia. Tuttavia, è proprio quel vedo-non-vedo che
destabilizza un ambiente in equilibrio precario: Asja, Zoran, e tutto il gruppo
dell’appuntamento al buio rischiano continuamente di cadere nello stesso
identico precipizio di trent’anni prima; è questione di attimi, forse anche
secondi, per risprofondare in quelle solite premesse belliche, che
macchinosamente avevano deciso di lasciarsi alle spalle…
Paolo Sorrentino torna ai film migliori, grazie anche, come sempre, a Toni Servillo.
il presidente della repubblica, a fine corsa, nel semestre bianco, deve decidere su una grande questione, il fine vita, e su due piccole, le grazie.
arriva, come pure la figlia, in una prigione, per parlare con i detenuti per una possibile grazia (e sembrano la prigione di Elisa, per chi l'ha visto).
il presidente ricorda il suo passato e il poco tempo che gli manca lo rende fragile e determinato insieme.
solo la figlia lo sopporta e lo supporta, anche se lui è sempre solo a decidere.
il presidente è naturalmente un personaggio di fantasia, a differenza de Il Divo, e Toni Servillo è semplicemente perfetto.
tutti i dettagli del film li apprezzerà chi andrà al cinema, e uscirà contento.
buona (nel dubbio) visione - Ismaele
…Sotto il profilo interpretativo,
il legame tra Sorrentino e Servillo si sublima in quest’opera raggiungendo
un’autorevolezza composta e dolente. Ne emerge un
uomo scisso: diviso tra il rigore inappellabile del giurista e la vulnerabilità di
un vedovo segnato da silenzi e
rimpianti. La ricerca della verità si configura, in
tale contesto, come una sorta di “tossicodipendenza” affettiva: imprescindibile
e vitale, ma al contempo potenzialmente devastante.
Rispetto al passato, il confronto con Coco segna una rottura: l’arguzia non
riesce più a contenere il vissuto. Quando il linguaggio
perde la sua armatura, la parola cede il passo a
una verità interiore a lungo ibernata, che riaffiora
in tutta la sua nudità. Non è più il linguaggio a
dominare il sentimento; è il sentimento, nella sua
prepotenza, a svuotare il linguaggio medesimo.
Sorrentino rivendica, inoltre, una decisa autonomia rispetto
alla critica e al giudizio immediato:
una volta affidato al pubblico, il film diviene un oggetto
autonomo, “gettato a mare” e sottoposto alle correnti interpretative.
La grazia si delinea pertanto come il lento e paziente pedinamento
di un uomo alla ricerca della propria grande bellezza, non più
nell’estasi estetica o artistica,
bensì in una clemenza autentica rivolta innanzitutto
verso sé stesso. Al cuore dell’opera resta l’interrogativo devastante che
muove l’intera pellicola: «Di chi sono i nostri giorni?»,
un’indagine profonda sull’autodeterminazione,
intralciata da obblighi morali e vincoli familiari.
In questo contesto, il vagabondare del Presidente nel Quirinale diventa il
simbolo perfetto del cinema di Sorrentino: un’estetica che, pur accettando
la sofferenza, riesce sempre a isolare un gesto di autonomia e
amore.
…Un qualcosa che
vive, sottovoce, nelle immagini crude e ruvide avvolte di quella coltre onirica
morbida tipica della cifra stilistica che ha reso grande Sorrentino, e che nel
caso de La grazia dà forma a un'opera elegante di grande
sensibilità, percorsa di umorismo e dolcezza essenziali, eppure manifestazione
di una profonda crisi esistenziale: quella del Presidente Mariano di un
Servillo carismatico ma fragile, affettuosamente soprannominato Cemento armato
dai vicini, perché granitico e incapace di prendere posizione.
L'unica
a spronarlo è la figlia Dorotea, interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti,
che se ne prende cura come fosse il suo angelo custode quando in fondo vorrebbe
soltanto riavere il proprio padre, vero e vitale. Ed ecco, quindi, il
suo pulsante cuore emotivo: La grazia è un film
sull'immobilismo – d'azioni e di sentimenti – generato dal sentirsi rotti
dentro. Quel tipo di rottura che genera distanza, dissipa ogni emozione e fa
spegnere gli occhi; riflesso condizionato di quando l'amore è assente e vive
soltanto nella memoria di ricordi malinconici…
…In "La grazia" si squadernano le
ossessioni tematiche formulate da Sorrentino nel corso della sua carriera,
ossia la senilità, l'attesa dell'epifania decisiva, il potere e il suo fine/la
sua fine, la contrapposizione tra levità e gravità, calate all'interno di una
forma estetica altamente codificata in venticinque anni di pratica con la
macchina da presa ma che qui aderisce al grigiore di De Santis. È dunque sì un
film che ha come prologo una sequenza iperbolica commentata dalla musica
elettronica, una teoria di dolly che staccano all'improvviso sulla figura di De
Santis che, osservando il volo delle frecce tricolori dall'alto del
Campidoglio, compie l'umano rituale di fumarsi l'unica sigaretta del giorno.
Eppure, i movimenti della macchina da presa di Daria D'Antonio, in particolare
le abituali carrellate, appaiono meno roboanti: Sorrentino lavora su uno spartito
in minore e, ricorrendo a soluzioni di messa in scena più intime, indugia sulle
vulnerabilità e le ferite di chi è soverchiato dagli oneri del potere…
…La trama de La
grazia ricalca, almeno in apparenza, la parabola tipica di un
film di Sorrentino, in cui il protagonista è costretto da un evento esterno a
fare i conti con il proprio passato e a modificare la propria postura rispetto
al presente. Un percorso che lo mette in relazione con la sua sfera emotiva,
piano in cui si celano i misteri che regolano il nostro modo di rapportarci con
il tempo e con lo spazio. Stavolta, però, la direzione è ribaltata.
La figura di
Mariano è infatti messa fin da subito e costantemente in crisi, preda di una
spinta alla destrutturazione che si era già avvertita, per esempio, in Parthenope,
pellicola in cui cominciava a emergere una certa autoironia, connaturata al
desiderio di smentire le formule codificate della poetica del regista
napoletano. Una tensione qui portata maggiormente a fuoco, soprattutto nella
svolta profondamente umana che investe il protagonista, rappresentante
simbolico – come accennato in apertura – del “Sorrentino pensiero”…
QUIil film in “Hollywood Party -
Il cinema alla radio”
…Maude rappresenta tutto ciò che la società americana dei primi anni
Settanta rifiutava: è anziana in un mondo che celebra la giovinezza, è
anticonformista in un’epoca di rigide convenzioni, è libera in una società che
cerca di controllare ogni aspetto dell’esistenza individuale. La sua filosofia
di vita, fatta di piccoli furti poetici, di gesti spontanei e di un’ironia
costante nei confronti dell’autorità – e in una scena a farne le spese è un
giovane Tom Skerritt -, diventa per Harold una vera e propria scuola di
liberazione.
La regia di Ashby è magistrale nella sua apparente semplicità. Il
regista costruisce un ritmo narrativo che segue i tempi dell’innamoramento
graduale, permettendo ai personaggi di svilupparsi naturalmente e senza
forzature. La sua macchina da presa osserva i protagonisti con discrezione,
catturando i piccoli gesti e gli sguardi che costruiscono la loro intimità
crescente.
Particolarmente efficace è l’uso degli spazi: la villa di Harold,
fredda e museale, si contrappone al mondo colorato e vitale di Maude, sempre in
movimento, sempre pronta a scoprire qualcosa di nuovo. Quando i due sono
insieme, lo spazio stesso sembra trasformarsi, acquisendo una dimensione
poetica che riflette la loro connessione spirituale…
…Harold impara così che l’amore è un fatto della
vita e come tale non dovrebbe tendere alla simbiosi ma semmai alla crescita.
L’amore non è un contratto basato su rispecchiamenti narcisistici (come quello
che gli dava sua madre o come quello che sogna Mary) ma è più che altro una
sorta di benedizione; è il fatto che qualcuno voglia per te ogni bene, che ti
insegni che puoi stare nel mondo perché è bello un mondo in cui ci sei anche
tu.
Proprio quando
ogni lezione è imparata e il cuore di Harold è libero, Maude cambia tutto di
nuovo e ci lascia tutti a bocca aperta! In fondo, come dicevo, nei grandi amori
non si riesce mai a prevedere davvero cosa sta per dire l’altro.
E mentre ogni
mistero si compie, Cat Stevens canta che qualsiasi sia la montagna che nella
vita ci tocca scalare, l’importante è darsi tempo per farlo e pensare a
qualcuno di caro. E io penso che anche questo pensiero è una benedizione d’amore.
…el atribulado joven está en verdad obsesionado con la
muerte porque la considera una válvula de escape con respecto a una vida que
estima empardada con la existencia inerte e hipócrita de su madre, a quien
además fantasea asesinar, y de las chicas burguesas que ésta eligió para él; no
obstante cuando llega a conocer a Maude la vida se transforma en algo más, en
una amplitud que pide con fervor ser descubierta, en una posibilidad hermanada
a la libertad real, no a ese conglomerado de comportamientos sociales estancos
insignificantes de nuestros días y su ilusión de libre albedrío sino a una
suerte de militancia mundana antiinstitucional, enajenada, algo freak y
contracultural que enarbola al arte, la fertilidad, el delirio, la frescura y
la desobediencia más jocosa y osada como banderas fundamentales del fluir
cotidiano. La película edifica un alegato humanista de autoafirmación que
apuesta a la anarquía en la praxis y niega toda legitimación a los esquemas
estatales de tiranía/ opresión y su constante vigilancia pública
homogeneizadora, dando a entender que el amor puede transformarse en un puente
inmejorable al momento de derribar todo recelo o apariencia de distancia para
alcanzar una cultura compartida basada en la franqueza y la autodeterminación
espiritual aguerrida…
In un'ideale classifica sulle amicizie/amori sul
grande schermo, "Harold & Maude" occuperebbe sicuramente un posto
tra i primi dieci. Mitica commedia figlia di un epoca ma universale
per i valori che vuole trasmettere, riesce ancora a mostrare un sense of humour
straordinario e una potenza anticonformista a suo modo struggente. Come dice l'arzilla Maude, bisogna giocare la
partita con vigore per poi poterne parlare negli spogliatoi, senza preoccuparci
troppo di ciò che è o non è normale e allineato alla regola. Esilaranti i tentativi di suicidio del depresso
Harold, carezzevole la regia del grande Ashby e splendidi i due interpreti,
coem le musiche di Cat Stevens. Un cult movie che andrebbe rispolverato.
lasciate ogni speranza, voi che vedete questo film.
quando una ragazza sparisce da cinque mesi, il padre e suo figlio vanno a cercarla, fra il Marocco e la Mauritania, seguendo la traccia dei rave.
chi partecipa ai rave sono giovani, e non solo, che passano il tempo a ballare, senza fare del male a nessuno se non a loro stessi (non diteglielo ai governanti italiani, che li sanzionano pesantemente, mentre fascisti, nazisti e Trump sono dei benemeriti signori, per loro).
intanto il mondo va a puttane, la guerra è dappertutto, e quei e quelle giovani scelgono di non farsi ammazzare, ballano e basta.
padre e figlio, con la cagnolina Pipa, si uniscono a un gruppo di ravers, e noi pure.
Sirat non lascia tranquilli, per le favole si cerchino altri film.
il film è pieno di citazioni, si vede che Oliver Laxe ha visto un bel po' di buone pellicole.
un film da non perdere, promesso.
buona (avventurosa) visione - Ismaele
Un’esperienza visiva e sensoriale probante. Un
padre cerca la figlia scomparsa nel mondo dei rave sparsi nel Sahara
marocchino. Una ricerca che presto si fa viaggio spirituale tra dune e
strapiombi, con un senso di tragedia incombente che soffoca in modo
inversamente proporzionale all’ampiezza dello spazio in cui è ambientata. Il
ritmo dei subwoofer detta il flusso delle inquadrature e sviluppa il piano
stesso del racconto, che da contemplativo si fa drammatico. È come se fosse Mad
Max: Fury Road visto attraverso le stesse bad vibes che
hanno dato vita a Vite vendute di Clouzot: è
un’apocalisse nel deserto sprofondata in una natura totalmente indifferente che
precipita l’uomo nel confronto con se stesso e con i propri limiti. Stordisce
ma tonifica. Sfibra ma è una prova di forza. Cinema che schiaffeggia e fa male.
…Un
típico producto del indie lamentable del Siglo XXI es Sirât (2025),
bodrio del cineasta francés/ español Oliver Laxe que propone un subtítulo tan
redundante como la película en su conjunto, Trance en el Desierto,
que está financiado por una catarata de compañías privadas y entidades públicas,
precariedad del segmento productivo indie de por medio, y que gira alrededor de
Luis (Sergi López), ciudadano español que junto a su hijo pequeño, Esteban
(Bruno Núñez Arjona), y la mascota de la parentela, la perra Pipa, viaja a una
zona desértica de Marruecos para asistir a una rave porque le han dicho que
podría encontrar allí a su hija desaparecida, Mar, de la que la familia nada
sabe desde hace cinco meses. El telón de fondo es un conflicto bélico distópico
que se parece a la Tercera Guerra Mundial y que se desencadena por escaramuzas
previas semejantes a cualquier guerra bipolar del nuevo milenio, por ello de
repente llega el ejército para evacuar/ rescatar a la lacra europea y de la
caravana de camionetas se fugan dos más el vehículo de Luis y los suyos, lo que
nos deja con un grupito adicional de cinco ravers caucásicos que se dirigen
hacia otra fiesta cerca de Mauritania, Jade (Jade Oukid), Stef (Stefania Gadda)
y Josh (Joshua Liam Henderson) más un par de tullidos, Tonin (Tonin Janvier), sin
parte de su pierna izquierda, y Bigui (Richard Bellamy), sin su mano derecha.
El film no se decide entre lo experimental de vieja escuela, muy cercano al
acervo contemplativo, y este indie estándar actual homologado al cine de género
con alguna pretensión reflexiva o de ribetes alegóricos, sumamente light por
cierto…
…Luis s’aggrega a Tonin e compagni,
iniziando così un viaggio infinito nel deserto mentre intorno si manifestano i
segni di una guerra imminente. Laxe utilizza nel senso più forte la historia (la ricerca), concedendosi il lusso di
richiamare sia Sentieri selvaggi di John
Ford sia l’immaginario di George Miller. Sirât, la cui
lavorazione si è svolta in Spagna, a Teruel, provincia di Aragona, nel
territorio della Rambla de Barrachina, nei pressi di Saragozza e in Marocco fra
Erfoud e al-Rashidiyya, si configura come una topografia astratta, allucinata,
un luogo-narrazione cervello oltre che come il sistema nervoso centrale esteso
del cinema di Laxe: l’altro lato dello specchio dell’Occidente, dove la storia
giunge (letteralmente) al punto d’implosione. E, nonostante l’implicazione mistica
del titolo, non vi è alcuna tentazione teleologica nel movimento del film di
Laxe: il suo sguardo materialistico e spirituale giunge solo alla fine dei
corpi. Non oltre. Il dolore, l’anima triste fino alla morte,
resta saldamente nella storia perché il cammino non è stato percorso sino in
fondo. E il sirât attende. Ancora.
Sempre.
…Quello che a prima vista potrebbe sembrare un
racconto on the road con all’orizzonte
una speranza di reunion familiare si
trasforma presto in un’odissea tragica. In tal senso, Sirât si presenta soprattutto come un’esperienza
sensoriale, a tratti liminale. Più che focalizzarsi sulla ricerca in sé e sulle
possibili motivazioni dietro alla scomparsa della figlia di Luis, il film si
manifesta man mano come un trip percettivo
che rende la sua cornice desertica un luogo stratificato, a modo suo energetico, dove a incontrarsi – e a scontrarsi – sono
sensazioni contrastanti, pensieri e direzioni diverse, shock e urti (letterali e metaforici). C’è spazio
anche per la dimensione politica, con un conflitto globale che imperversa al di
fuori della messa in scena e che i protagonisti del film, così come lo
spettatore, sono comunque chiamati a tenere conto…
…Sirat è ambientato nel corso di una fantomatica – ma quanto mai prossima
e credibile – terza guerra mondiale, non si sa bene scatenata da chi, non si sa
bene contro chi altro; un dettaglio che sarebbe del tutto inessenziale, perché
la verità è che la guerra è cominciata da anni, senza che vi fossero proclami,
e non ha alcuna intenzione di rallentare la sua ferocia, di venir meno alla sua
sete di sangue. Non c’è nulla all’orizzonte di ciò che questi disperati vanno
ricercando: non si vede mai nulla in fondo alla via, non si vede in fin dei
conti neanche la via stessa. Il terreno già povero di suo è anche portatore di
mille e più ostacoli, geografici, culturali, dinamitardi. Si
deve proseguire, sembrano dirsi in silenzio gli uni con gli altri, perché forse
anche nella vita ciò che conta è ballare, non ascoltare. E allora si spegne la
radio quando riporta notizie ferali ma non si può schivare questo conflitto che
è ontologico prima ancora che guerresco. Il conflitto con il vivere, il
conflitto con la norma, il conflitto con ciò che è stato preordinato. Mentre
dimostra grandi doti d’intrattenimento, tenendo con sadica sapienza sulla corda
il proprio uditorio (e una sequenza, che qui non si cita nel dettaglio solo per
non incorrere nell’ira funesta degli strenui oppositori del cosiddetto
“spoiler”, è tra le più angoscianti e mirabili viste negli ultimi anni in giro
per il mondo), Laxe intesse una riflessione politica tutt’altro che disadorna o
velleitaria, tracciando le coordinate per una speculazione su un mondo
diseguale, in cui anche il più innocuo degli europei è giustamente colpevole di connivenza, e l’Odissea
verso il nulla è ciò che si garantisce a migliaia e migliaia di derelitti che
affollano i necrologi nel tentativo disperato di una traversata. Alla ricerca
di un Bengodi che non esiste, come forse non esiste Mar (mare? Marocco?),
illusione di un mondo che ancora può spostarsi di rave in rave solo per
ballare, e non per esplodere. Nel mondo musulmano la locuzione aṣ-Ṣirāṭ al-mustaqīm sta a indicare la retta via,
il percorso che porta alla salvazione. Ma è davvero possibile oramai
percorrerlo?
…Sirât è una variante originale delle classiche pellicole on the road
capace di lasciare a bocca aperta almeno in un paio di momenti e che nel
complesso ha la capacità di rimanerti sottopelle. Così come nelle orecchie
ti rimane la sua colonna sonora techno unz unz unz unz, che all'inizio ti può
rimbecillire un po', ma quando ci hai fatto l'abitudine ti affezioni.
Senza stare a menarsela troppo con intellettualismi di sorta, Sirât
possiede una sua notevole profondità e per certi versi può avere anche una
lettura politica. Così come i suoi personaggi sono più profondi di quanto
potrebbe sembrare a un rapido sguardo. Si può accusare chi partecipa ai rave di
superficialità, di starsene a ballare spensierati mentre là fuori, in Marocco e
non solo in Marocco, c'è la guerra. Di starsene a ballare delle musichette
mentre fuori c'è la morte. Però, alla fine dei conti, chi è degno di maggiore
rispetto? Loro che ballano, non fanno del male a nessuno e, anzi, se c'è da
aiutare una persona in difficoltà la aiutano, o quelli che giocano a fare la
guerra?