venerdì 23 gennaio 2026

Harry Brown – Daniel Barber

a Londra le gang comandano e tutti devono subire, il vecchio Harry Brown non fa eccezione.

ma quando ammazzano brutalmente il suo unico amico, Harry (interpretato da Michael Caine) scende in campo, vendicatore dei buoni.

quando i bastardi cominciano a morire la polizia non ci capisce niente, chi può pensare che Harry possa essere il killer.

anche se non ti piacciono i vendicatori solitari, come non fare il tifo per Harry Brown?

buona (drammatica) visione - Ismaele


 

 

QUI si può vedere il film

 

 

Pellicola molto discutibile eticamente , ma d'effetto .

La drammatica vita nelle periferie britanniche sprofondate ormai nel dominio incontrastato di malavita e drogati , mentre la polizia pensa alla politica . Il vecchio ex soldato reagisce a questa situazione dapprima involontariamente e poi consapevolmente , eliminando arbitrariamente un po' della feccia in questione . Pellicola eticamente mooolto discutibile , anche se è difficile non simpatizzare per il protagonista . Buona la regia dell' esordiente Daniel Barber , efficace la plumbea fotografia di Ruhe ed ottima come sempre l' interpretazione del grande Michael Caine . Eccellente Sean Harris nella parte del lercissimo drogato . Piuttosto carino il colpo di scena finale . Per me è da 7 .

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Michael Caine è assolutamente straordinario nel mettere in scena una determinata ferocia resa instabile dall’inadeguatezza del suo vecchio corpo, incertezza costante che comunica un dolore senza fine, la forma più estrema di resistenza alla morte. Harry Brown è uno scandaglio spietato di certo immaginario cinematografico; un arco teso, funzionale, dal meccanismo squadrato che mostra ferite profondissime nei corpi dei clienti di un pub, nel volto di un pusher scavato dalla morte, nell’incedere disperato di Michael Caine contro un inferno globale.

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Nella sua lunga, ricca, premiata, sessantennale carriera di attore costellata da un numero infinito di successi, mai Michael Caine era stato chiamato a vestire i panni di un personaggio come quello di Harry Brown. È stato soldato, gangster, donnaiolo, perfetto maggiordomo e soprattutto spia, calma e imprevedibile, di Sua Maestà, ruolo che gli ha regalato notorietà negli anni ’60. E invece un regista esordiente pensa (bene) di chiamarlo per un vigilante thriller e per un ruolo che rispecchia sì alcuni aspetti di personaggi già interpretati, ma mai in questa maniera. Perfettamente calato nei panni e con la sua tipica camminata da ginocchio valgo, Caine è un vecchio pensionato che vive stancamente in un sobborgo cittadino dominato dalla piccola delinquenza locale. La moglie è malata terminale e il suo unico passatempo è giocare a scacchi con il suo affezionato amico nel bar del quartiere e dalla finestra del piccolo appartamento in cui abita osserva spesso quello che succede intorno: spaccio, prepotenze, violenze. Il viso stanco e l’espressione incredula per tanta brutalità rivelano rassegnazione: cosa può fare lui così anziano? Ma succede qualcosa di grave e insopportabile che lo scuote e nel vecchio Harry si risveglia il giovane marine efficiente e letale che era stato in guerra e lo spinge a farsi giustizia da solo, dato che la polizia ha i suoi tempi e le sue modalità. Ogni uomo ha il suo punto di rottura, ogni uomo deve prendere una posizione e se la legge ha i suoi limiti, lui non se li dà.

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martedì 20 gennaio 2026

L’appuntamento – Teona Strugar Mitevska

un incontro frapersone sole, in un albergo di Sarajevo, a cura di un'organizzazione abbastanza squallida.

i partecipanti soffrono di solitudine, qualcuno pensa a un matrimonio di convenienza, come capita.

Asja e Zoran sono una coppia in questo appuntamento collettivo, il problema è che hanno qualcosa in comune, che risale a quel merdoso assedio di Sarajevo. Zoran lo capisce subito, Asja dopo un po', Zoran ha sofferto, Asja pure.

il resto lo scoprirete vedendo questo piccolo grande film, dell'ottima regista Teona Strugar Mitevska.

un film da non perdere, promesso.

buona (dolorosa) visione - Ismaele





L’appuntamento, conferma la grande capacità di scrittura di Teona Strugar Mitevska, dopo il sorprendete Dio è donna e si chiama Petrunya, in quanto autrice cinematografica dalla ricerca narrativa sempre incisiva, acuta, nerissima e incredibilmente interessante, focalizzata in questo caso sul significato profondo del termine conflitto e sull’incontro dialogico e ideologico tra la volontà di morte e quella di rivalsa, perciò di riscatto e desiderio istintivo di vita e ricerca dell’amore. Un film che gode di ottime interpretazioni e che poggia su strutture teatrali audaci e in costante incontro e scontro con quelle che sono proprie invece del cinema, dando vita ad una visione registica assolutamente personale, riconoscibile, perciò degna di nota.

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La sceneggiatura, scritta con Elma Tataragic´, ci immerge da subito in uno dei due livelli della narrazione. Siamo in un edificio moderno attrezzato per ospitare degli incontri finalizzati a creare delle coppie sulla base di una serie di stimoli proposti da chi conduce. A questo piano collettivo verremo continuamente rinviati per tutta la prima parte del film anche quando i due protagonisti avranno iniziato il loro doloroso percorso di conoscenza reciproca. Asja non si fa proporre un partner qualsiasi. Lo ha già contattato online pensando di avere scelto e non sapendo di essere stata invece scelta. Come quella sera di tanti anni prima in cui era entrata nella traiettoria della pallottola che proprio chi si va a sedere dinanzi a lei ha sparato.
Con l'incontro/scontro tra queste due persone Mitevska ci ricorda che al di là del confine ad Est del nostro Paese c'è un mondo non ancora realmente pacificato. Le cronache recenti hanno riferito della crescente tensione tra Serbia e Kosovo ma la forza di un cinema come quello della regista, che è nata a Skopje nel 1974 e che quindi ha vissuto direttamente tutto quel periodo, è capace di offrirne una lettura tanto profonda quanto emotivamente forte. I quesiti che ci pone sono al contempo universali e localizzati…

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…La regista non rinuncia al suo tocco pungente, paradossale e perfino un po’ onirico, che si traduce soprattutto nella rappresentazione del concorso per anime gemelle e nella descrizione dei partecipanti, ma anche della stessa vetusta struttura demodé e ampiamente kitsch che accoglie tutti i partecipanti a quel gioco delirante in cui tuttavia tutti i concorrenti un po’ credono per davvero.

Ecco allora che il bisogno d’amore e di una coerente vita affettiva si alternano al tentativo, tardivo ma cocciuto, del timido partner della donna, di svelare al più presto le sue carte per liberarsi da un rimorso del carnefice che, alla fine, non risulta meno devastante di quello che divora le vittime.

Argomenti scottanti e sempre vivi nella mente e tra l’opinione pubblica, e il desiderio di reagire con sferzate di ironia che funzionano e si rivelano sempre sagaci, permette al film della Strugar Mitevska di considerarsi riuscito e un nuovo capitolo fondamentale di un percorso artistico che si rivela sempre più stimolante.

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Asja e Zoran si guardano negli occhi per raccogliere i cocci delle rispettive identità, per farne cosa nuova. Aprendosi, o almeno provandoci, se non al perdono perché è difficile, almeno a un buon nuovo inizio. L’appuntamento funziona soprattutto nella prima parte. La regia di Teona Strugar Mitevska mescola lo stupore, l’imbarazzo e il mistero dello speed dating, i buffi rituali del corteggiamento che contribuiscono a svelare l’intimità dei personaggi, per distoglierci dalla pista originale, la commedia sentimentale sui generis, e condurci altrove. Lo fa affidandosi alla verve di due eccellenti protagonisti.

Si intrecciano bene, la tensione nervosa di Adnan Omerovic e le mille giravolte emotive di Jelena Kordic Kuret, prima complice, poi pazza di dolore, quindi commossa, infine chissà. Il film sa valorizzare l’unità di luogo e i tempi ristretti, circonda i protagonisti di una platea di personaggi minori cui trova il tempo di definire psicologie, nevrosi e brandelli d’identità. Fa una scommessa sul finale, inseguendo contemporaneamente precisione e ambiguità. A differenza del precedente, stavolta il film cerca di equilibrare i punti di vista e le ragioni maschili e femminili. Un cinema sempre in prima persona femminile. Dio è donna e si chiama Petrunya era la fotografia di un’autrice che misura possibilità, punti di forza e debolezze di uno stile, riflettendo su limiti e portata del suo discorso cinematografico. L’appuntamento arriva che la gran parte di questi dilemmi sono stati superati. Acquisita la padronanza del mezzo, è ora di guardare avanti.

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Mi viene però da riflettere su cosa significhi sopravvivere ad una guerra o ad un conflitto fratricida come quello vissuto allora nelle strade e tra le case di Sarajevo, come pure – in un altro contesto ma con molte analogie – al genocidio ruandese. Mi viene da pensare a cosa succederà quando saranno finiti i combattimenti tra russi e ucraini: se ci sarà ancora coabitazione tra due popoli così prossimi e come chi è sopravvissuto riprenderà più o meno a vivere, cominciando però ad incrociare con sospetto lo sguardo di chi incontra, inquietato dall’odio e dalle concrete possibilità che il vicino di oggi sia magari il nemico combattente di ieri. Grazie a Teona Strugar Mitevska, ai suoi collaboratori ed agli eccellenti interpreti del film per averci condotto – con quest’opera così emozionante – a riflettere sulla devastazione della guerra, tra le pieghe profonde dell’animo umano, sui sentieri impervi della coabitazione possibile.

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L’appuntamento al buio, dunque, raccoglie ciò che semina; attraverso la nobile, quanto naturale, causa dell’amore libero e democratico, giunge al presente prossimo, mette le basi per l’autodistruzione del popolo stesso. In sé, sebbene le cicatrici nella Sarajevo riprese nel prologo si intravedano ancora sui muri delle case, la guerra de L’appuntamento sembra dopotutto una realtà lontana e ormai oggetto di una memorialistica a tratti posticcia. Tuttavia, è proprio quel vedo-non-vedo che destabilizza un ambiente in equilibrio precario: Asja, Zoran, e tutto il gruppo dell’appuntamento al buio rischiano continuamente di cadere nello stesso identico precipizio di trent’anni prima; è questione di attimi, forse anche secondi, per risprofondare in quelle solite premesse belliche, che macchinosamente avevano deciso di lasciarsi alle spalle…

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domenica 18 gennaio 2026

La Grazia – Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino torna ai film migliori, grazie anche, come sempre, a Toni Servillo.

il presidente della repubblica, a fine corsa, nel semestre bianco, deve decidere su una grande questione, il fine vita, e su due piccole, le grazie.

arriva, come pure la figlia, in una prigione, per parlare con i detenuti per una possibile grazia (e sembrano la prigione di Elisa, per chi l'ha visto).

il presidente ricorda il suo passato e il poco tempo che gli manca lo rende fragile e determinato insieme.

solo la figlia lo sopporta e lo supporta, anche se lui è sempre solo a decidere.

il presidente è naturalmente un personaggio di fantasia, a differenza de Il Divo, e Toni Servillo è semplicemente perfetto.

tutti i dettagli del film li apprezzerà chi andrà al cinema, e uscirà contento.

buona (nel dubbio) visione - Ismaele


 

 

 

 

Sotto il profilo interpretativo, il legame tra Sorrentino e Servillo si sublima in quest’opera raggiungendo un’autorevolezza composta e dolente. Ne emerge un uomo scisso: diviso tra il rigore inappellabile del giurista e la vulnerabilità di un vedovo segnato da silenzi e rimpianti. La ricerca della verità si configura, in tale contesto, come una sorta di “tossicodipendenza” affettiva: imprescindibile e vitale, ma al contempo potenzialmente devastante. Rispetto al passato, il confronto con Coco segna una rottura: l’arguzia non riesce più a contenere il vissuto. Quando il linguaggio perde la sua armatura, la parola cede il passo a una verità interiore a lungo ibernata, che riaffiora in tutta la sua nudità. Non è più il linguaggio a dominare il sentimento; è il sentimento, nella sua prepotenza, a svuotare il linguaggio medesimo. Sorrentino rivendica, inoltre, una decisa autonomia rispetto alla critica e al giudizio immediato: una volta affidato al pubblico, il film diviene un oggetto autonomo, “gettato a mare” e sottoposto alle correnti interpretative. La grazia si delinea pertanto come il lento e paziente pedinamento di un uomo alla ricerca della propria grande bellezza, non più nell’estasi estetica o artistica, bensì in una clemenza autentica rivolta innanzitutto verso sé stesso. Al cuore dell’opera resta l’interrogativo devastante che muove l’intera pellicola: «Di chi sono i nostri giorni?», un’indagine profonda sull’autodeterminazione, intralciata da obblighi morali e vincoli familiari. In questo contesto, il vagabondare del Presidente nel Quirinale diventa il simbolo perfetto del cinema di Sorrentino: un’estetica che, pur accettando la sofferenza, riesce sempre a isolare un gesto di autonomia e amore.

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…Un qualcosa che vive, sottovoce, nelle immagini crude e ruvide avvolte di quella coltre onirica morbida tipica della cifra stilistica che ha reso grande Sorrentino, e che nel caso de La grazia dà forma a un'opera elegante di grande sensibilità, percorsa di umorismo e dolcezza essenziali, eppure manifestazione di una profonda crisi esistenziale: quella del Presidente Mariano di un Servillo carismatico ma fragile, affettuosamente soprannominato Cemento armato dai vicini, perché granitico e incapace di prendere posizione.

L'unica a spronarlo è la figlia Dorotea, interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti, che se ne prende cura come fosse il suo angelo custode quando in fondo vorrebbe soltanto riavere il proprio padre, vero e vitale. Ed ecco, quindi, il suo pulsante cuore emotivo: La grazia è un film sull'immobilismo – d'azioni e di sentimenti – generato dal sentirsi rotti dentro. Quel tipo di rottura che genera distanza, dissipa ogni emozione e fa spegnere gli occhi; riflesso condizionato di quando l'amore è assente e vive soltanto nella memoria di ricordi malinconici…

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In "La grazia" si squadernano le ossessioni tematiche formulate da Sorrentino nel corso della sua carriera, ossia la senilità, l'attesa dell'epifania decisiva, il potere e il suo fine/la sua fine, la contrapposizione tra levità e gravità, calate all'interno di una forma estetica altamente codificata in venticinque anni di pratica con la macchina da presa ma che qui aderisce al grigiore di De Santis. È dunque sì un film che ha come prologo una sequenza iperbolica commentata dalla musica elettronica, una teoria di dolly che staccano all'improvviso sulla figura di De Santis che, osservando il volo delle frecce tricolori dall'alto del Campidoglio, compie l'umano rituale di fumarsi l'unica sigaretta del giorno. Eppure, i movimenti della macchina da presa di Daria D'Antonio, in particolare le abituali carrellate, appaiono meno roboanti: Sorrentino lavora su uno spartito in minore e, ricorrendo a soluzioni di messa in scena più intime, indugia sulle vulnerabilità e le ferite di chi è soverchiato dagli oneri del potere…

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…La trama de La grazia ricalca, almeno in apparenza, la parabola tipica di un film di Sorrentino, in cui il protagonista è costretto da un evento esterno a fare i conti con il proprio passato e a modificare la propria postura rispetto al presente. Un percorso che lo mette in relazione con la sua sfera emotiva, piano in cui si celano i misteri che regolano il nostro modo di rapportarci con il tempo e con lo spazio. Stavolta, però, la direzione è ribaltata.

La figura di Mariano è infatti messa fin da subito e costantemente in crisi, preda di una spinta alla destrutturazione che si era già avvertita, per esempio, in Parthenope, pellicola in cui cominciava a emergere una certa autoironia, connaturata al desiderio di smentire le formule codificate della poetica del regista napoletano. Una tensione qui portata maggiormente a fuoco, soprattutto nella svolta profondamente umana che investe il protagonista, rappresentante simbolico – come accennato in apertura – del “Sorrentino pensiero”…

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giovedì 15 gennaio 2026

Harold e Maude - Hal Ashby

chi non ha mai visto il film ha la fortuna di vedere un film unico ed eccezionale, chi l'ha già visto lo sa bene.

un ragazzo ricco e nullafacente conosce una vecchietta piena di vita e d'entusiasmo, e lui cambia, conoscendo quello che non aveva mai conosciuto.

Harold e Maude sono indimenticabili, come lo sono le canzoni di Cat Stevens.

un film da non perdere, vedrete.

buona (strepitosa) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film

 

QUI il film in “Hollywood Party - Il cinema alla radio”

 

 

…Maude rappresenta tutto ciò che la società americana dei primi anni Settanta rifiutava: è anziana in un mondo che celebra la giovinezza, è anticonformista in un’epoca di rigide convenzioni, è libera in una società che cerca di controllare ogni aspetto dell’esistenza individuale. La sua filosofia di vita, fatta di piccoli furti poetici, di gesti spontanei e di un’ironia costante nei confronti dell’autorità – e in una scena a farne le spese è un giovane Tom Skerritt -, diventa per Harold una vera e propria scuola di liberazione.

La regia di Ashby è magistrale nella sua apparente semplicità. Il regista costruisce un ritmo narrativo che segue i tempi dell’innamoramento graduale, permettendo ai personaggi di svilupparsi naturalmente e senza forzature. La sua macchina da presa osserva i protagonisti con discrezione, catturando i piccoli gesti e gli sguardi che costruiscono la loro intimità crescente.

Particolarmente efficace è l’uso degli spazi: la villa di Harold, fredda e museale, si contrappone al mondo colorato e vitale di Maude, sempre in movimento, sempre pronta a scoprire qualcosa di nuovo. Quando i due sono insieme, lo spazio stesso sembra trasformarsi, acquisendo una dimensione poetica che riflette la loro connessione spirituale…

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Harold impara così che l’amore è un fatto della vita e come tale non dovrebbe tendere alla simbiosi ma semmai alla crescita. L’amore non è un contratto basato su rispecchiamenti narcisistici (come quello che gli dava sua madre o come quello che sogna Mary) ma è più che altro una sorta di benedizione; è il fatto che qualcuno voglia per te ogni bene, che ti insegni che puoi stare nel mondo perché è bello un mondo in cui ci sei anche tu.

Proprio quando ogni lezione è imparata e il cuore di Harold è libero, Maude cambia tutto di nuovo e ci lascia tutti a bocca aperta! In fondo, come dicevo, nei grandi amori non si riesce mai a prevedere davvero cosa sta per dire l’altro.

E mentre ogni mistero si compie, Cat Stevens canta che qualsiasi sia la montagna che nella vita ci tocca scalare, l’importante è darsi tempo per farlo e pensare a qualcuno di caro. E io penso che anche questo pensiero è una benedizione d’amore.

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el atribulado joven está en verdad obsesionado con la muerte porque la considera una válvula de escape con respecto a una vida que estima empardada con la existencia inerte e hipócrita de su madre, a quien además fantasea asesinar, y de las chicas burguesas que ésta eligió para él; no obstante cuando llega a conocer a Maude la vida se transforma en algo más, en una amplitud que pide con fervor ser descubierta, en una posibilidad hermanada a la libertad real, no a ese conglomerado de comportamientos sociales estancos insignificantes de nuestros días y su ilusión de libre albedrío sino a una suerte de militancia mundana antiinstitucional, enajenada, algo freak y contracultural que enarbola al arte, la fertilidad, el delirio, la frescura y la desobediencia más jocosa y osada como banderas fundamentales del fluir cotidiano. La película edifica un alegato humanista de autoafirmación que apuesta a la anarquía en la praxis y niega toda legitimación a los esquemas estatales de tiranía/ opresión y su constante vigilancia pública homogeneizadora, dando a entender que el amor puede transformarse en un puente inmejorable al momento de derribar todo recelo o apariencia de distancia para alcanzar una cultura compartida basada en la franqueza y la autodeterminación espiritual aguerrida…

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In un'ideale classifica sulle amicizie/amori sul grande schermo, "Harold & Maude" occuperebbe sicuramente un posto tra i primi dieci.
Mitica commedia figlia di un epoca ma universale per i valori che vuole trasmettere, riesce ancora a mostrare un sense of humour straordinario e una potenza anticonformista a suo modo struggente.
Come dice l'arzilla Maude, bisogna giocare la partita con vigore per poi poterne parlare negli spogliatoi, senza preoccuparci troppo di ciò che è o non è normale e allineato alla regola.
Esilaranti i tentativi di suicidio del depresso Harold, carezzevole la regia del grande Ashby e splendidi i due interpreti, coem le musiche di Cat Stevens.
Un cult movie che andrebbe rispolverato.

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mercoledì 14 gennaio 2026

Sirat – Oliver Laxe

lasciate ogni speranza, voi che vedete questo film.

quando una ragazza sparisce da cinque mesi, il padre e suo figlio vanno a cercarla, fra il Marocco e la Mauritania, seguendo la traccia dei rave.

chi partecipa ai rave sono giovani, e non solo, che passano il tempo a ballare, senza fare del male a nessuno se non a loro stessi (non diteglielo ai governanti italiani, che li sanzionano pesantemente, mentre fascisti, nazisti e Trump sono dei benemeriti signori, per loro).

intanto il mondo va a puttane, la guerra è dappertutto, e quei e quelle giovani scelgono di non farsi ammazzare, ballano e basta.

padre e figlio, con la cagnolina Pipa, si uniscono a un gruppo di ravers, e noi pure.

Sirat non lascia tranquilli, per le favole si cerchino altri film.

il film è pieno di citazioni, si vede che Oliver Laxe ha visto un bel po' di buone pellicole.

un film da non perdere, promesso.

buona (avventurosa) visione - Ismaele


 

 

 

Un’esperienza visiva e sensoriale probante. Un padre cerca la figlia scomparsa nel mondo dei rave sparsi nel Sahara marocchino. Una ricerca che presto si fa viaggio spirituale tra dune e strapiombi, con un senso di tragedia incombente che soffoca in modo inversamente proporzionale all’ampiezza dello spazio in cui è ambientata. Il ritmo dei subwoofer detta il flusso delle inquadrature e sviluppa il piano stesso del racconto, che da contemplativo si fa drammatico. È come se fosse Mad Max: Fury Road visto attraverso le stesse bad vibes che hanno dato vita a Vite vendute di Clouzot: è un’apocalisse nel deserto sprofondata in una natura totalmente indifferente che precipita l’uomo nel confronto con se stesso e con i propri limiti. Stordisce ma tonifica. Sfibra ma è una prova di forza. Cinema che schiaffeggia e fa male.

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…Un típico producto del indie lamentable del Siglo XXI es Sirât (2025), bodrio del cineasta francés/ español Oliver Laxe que propone un subtítulo tan redundante como la película en su conjunto, Trance en el Desierto, que está financiado por una catarata de compañías privadas y entidades públicas, precariedad del segmento productivo indie de por medio, y que gira alrededor de Luis (Sergi López), ciudadano español que junto a su hijo pequeño, Esteban (Bruno Núñez Arjona), y la mascota de la parentela, la perra Pipa, viaja a una zona desértica de Marruecos para asistir a una rave porque le han dicho que podría encontrar allí a su hija desaparecida, Mar, de la que la familia nada sabe desde hace cinco meses. El telón de fondo es un conflicto bélico distópico que se parece a la Tercera Guerra Mundial y que se desencadena por escaramuzas previas semejantes a cualquier guerra bipolar del nuevo milenio, por ello de repente llega el ejército para evacuar/ rescatar a la lacra europea y de la caravana de camionetas se fugan dos más el vehículo de Luis y los suyos, lo que nos deja con un grupito adicional de cinco ravers caucásicos que se dirigen hacia otra fiesta cerca de Mauritania, Jade (Jade Oukid), Stef (Stefania Gadda) y Josh (Joshua Liam Henderson) más un par de tullidos, Tonin (Tonin Janvier), sin parte de su pierna izquierda, y Bigui (Richard Bellamy), sin su mano derecha. El film no se decide entre lo experimental de vieja escuela, muy cercano al acervo contemplativo, y este indie estándar actual homologado al cine de género con alguna pretensión reflexiva o de ribetes alegóricos, sumamente light por cierto…

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Luis s’aggrega a Tonin e compagni, iniziando così un viaggio infinito nel deserto mentre intorno si manifestano i segni di una guerra imminente. Laxe utilizza nel senso più forte la historia (la ricerca), concedendosi il lusso di richiamare sia Sentieri selvaggi di John Ford sia l’immaginario di George Miller. Sirât, la cui lavorazione si è svolta in Spagna, a Teruel, provincia di Aragona, nel territorio della Rambla de Barrachina, nei pressi di Saragozza e in Marocco fra Erfoud e al-Rashidiyya, si configura come una topografia astratta, allucinata, un luogo-narrazione cervello oltre che come il sistema nervoso centrale esteso del cinema di Laxe: l’altro lato dello specchio dell’Occidente, dove la storia giunge (letteralmente) al punto d’implosione. E, nonostante l’implicazione mistica del titolo, non vi è alcuna tentazione teleologica nel movimento del film di Laxe: il suo sguardo materialistico e spirituale giunge solo alla fine dei corpi. Non oltre. Il dolore, l’anima triste fino alla morte, resta saldamente nella storia perché il cammino non è stato percorso sino in fondo. E il sirât attende. Ancora. Sempre.

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Quello che a prima vista potrebbe sembrare un racconto on the road con all’orizzonte una speranza di reunion familiare si trasforma presto in un’odissea tragica. In tal senso, Sirât si presenta soprattutto come un’esperienza sensoriale, a tratti liminale. Più che focalizzarsi sulla ricerca in sé e sulle possibili motivazioni dietro alla scomparsa della figlia di Luis, il film si manifesta man mano come un trip percettivo che rende la sua cornice desertica un luogo stratificato, a modo suo energetico, dove a incontrarsi – e a scontrarsi – sono sensazioni contrastanti, pensieri e direzioni diverse, shock e urti (letterali e metaforici). C’è spazio anche per la dimensione politica, con un conflitto globale che imperversa al di fuori della messa in scena e che i protagonisti del film, così come lo spettatore, sono comunque chiamati a tenere conto…

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Sirat è ambientato nel corso di una fantomatica – ma quanto mai prossima e credibile – terza guerra mondiale, non si sa bene scatenata da chi, non si sa bene contro chi altro; un dettaglio che sarebbe del tutto inessenziale, perché la verità è che la guerra è cominciata da anni, senza che vi fossero proclami, e non ha alcuna intenzione di rallentare la sua ferocia, di venir meno alla sua sete di sangue. Non c’è nulla all’orizzonte di ciò che questi disperati vanno ricercando: non si vede mai nulla in fondo alla via, non si vede in fin dei conti neanche la via stessa. Il terreno già povero di suo è anche portatore di mille e più ostacoli, geografici, culturali, dinamitardi. Si deve proseguire, sembrano dirsi in silenzio gli uni con gli altri, perché forse anche nella vita ciò che conta è ballare, non ascoltare. E allora si spegne la radio quando riporta notizie ferali ma non si può schivare questo conflitto che è ontologico prima ancora che guerresco. Il conflitto con il vivere, il conflitto con la norma, il conflitto con ciò che è stato preordinato. Mentre dimostra grandi doti d’intrattenimento, tenendo con sadica sapienza sulla corda il proprio uditorio (e una sequenza, che qui non si cita nel dettaglio solo per non incorrere nell’ira funesta degli strenui oppositori del cosiddetto “spoiler”, è tra le più angoscianti e mirabili viste negli ultimi anni in giro per il mondo), Laxe intesse una riflessione politica tutt’altro che disadorna o velleitaria, tracciando le coordinate per una speculazione su un mondo diseguale, in cui anche il più innocuo degli europei è giustamente colpevole di connivenza, e l’Odissea verso il nulla è ciò che si garantisce a migliaia e migliaia di derelitti che affollano i necrologi nel tentativo disperato di una traversata. Alla ricerca di un Bengodi che non esiste, come forse non esiste Mar (mare? Marocco?), illusione di un mondo che ancora può spostarsi di rave in rave solo per ballare, e non per esplodere. Nel mondo musulmano la locuzione aṣ-Ṣirāṭ al-mustaqīm sta a indicare la retta via, il percorso che porta alla salvazione. Ma è davvero possibile oramai percorrerlo?

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…Sirât è una variante originale delle classiche pellicole on the road capace di lasciare a bocca aperta almeno in un paio di momenti e che nel complesso ha la capacità di rimanerti sottopelle. Così come nelle orecchie ti rimane la sua colonna sonora techno unz unz unz unz, che all'inizio ti può rimbecillire un po', ma quando ci hai fatto l'abitudine ti affezioni.

Senza stare a menarsela troppo con intellettualismi di sorta, Sirât possiede una sua notevole profondità e per certi versi può avere anche una lettura politica. Così come i suoi personaggi sono più profondi di quanto potrebbe sembrare a un rapido sguardo. Si può accusare chi partecipa ai rave di superficialità, di starsene a ballare spensierati mentre là fuori, in Marocco e non solo in Marocco, c'è la guerra. Di starsene a ballare delle musichette mentre fuori c'è la morte. Però, alla fine dei conti, chi è degno di maggiore rispetto? Loro che ballano, non fanno del male a nessuno e, anzi, se c'è da aiutare una persona in difficoltà la aiutano, o quelli che giocano a fare la guerra?

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lunedì 12 gennaio 2026

La villa portoghese - Avelina Prat

un geografo perde l'orientamento e, dopo varie vicissitudini, trova una nuova vita, in una villa nella campagna portoghese.

lì ritrova se stesso, con i piedi ben piantati in terra e le mani che lavorano con le piante, in una sconosciuta e nuova vita.

perdersi e ritrovarsi, essere qualcosa o essere altro, origini e nostalgie, identità che non sono stabili, i più coraggiosi o disperati scelgono le identità meno legate al passato, tutto questo, tra le altre cose, si trova ne La villa portoghese.

un piccolo film, al cinema in meno di venti sale, una bellissima sorpresa, con ottimi attori.

buona (campagnola) visione - Ismaele

 

 

 

 

Per la moglie di Fernando, così come per il vero Manuel, un posto vale un altro: lo sradicamento è diventato un modo di vivere, dettato da un trauma o percepito come sinonimo di libertà. Non è così per Fernando, magnificamente interpretato da Manolo Solo, il quale dovrà fare, però, un lungo giro per arrivare alla meta, e accettare che il proprio posto possa trovarsi molto lontano rispetto a quanto ha sempre creduto. Quando spiega alla sua classe, all'inizio del film, che il modo migliore per conoscere il mondo è disegnarlo (di nuovo, riga, matita e squadre: gli strumenti dell'architettura) e una studentessa gli chiede se non sia meglio invece percorrerlo realmente, viaggiando fisicamente attraverso le terra che sta illustrando sulla cartina, lui non le dà ascolto, ma è esattamente ciò che gli capiterà di esperire da lì a poco e che gli insegnerà la frequentazione dell'enigmatica Amalia interpretata da Maria de Medeiros.
Prat non teme di puntellare questo racconto realistico di colpi di scena incredibili, che servono il tema della morte apparente e della rinascita, così come fa il lavoro di giardinaggio che Manuel/Fernando impara a svolgere; ma gli avvenimenti inverosimili servono anche l'idea che la vita possa sorprendere continuamente, alternando dramma e commedia sentimentale, e rivelandosi così più cinematografica che mai.
Un cinema umano e umanista, dunque, quello di Prat, che ragiona attorno al concetto di famiglia acquisita in termini non stereotipati e invita a pensare l'esistenza come passibile di una continua riscrittura.

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Una quinta portuguesa es, sobre todo, una película sobre identidades, esas máscaras que nos ponemos para parecer que somos lo que no somos, probablemente porque ni siquiera nosotros sabemos qué somos. Así, este Fernando, probo profesor de Geografía, que habla de mapamundis y fronteras, al ser abandonado (sin motivo ni razón, más allá de que ella, la esposa serbia, se sentía desplazada en España y buscó sus raíces con el anhelo de reencontrarse a sí misma), se irá de su casa, de su tierra, sin objetivo aparente. El destino, esa veleta, le hará encontrar por casualidad a un hombre que, como el del cuento que no tenía camisa, es feliz con poca cosa: sus trabajos aquí y allá, por media Portugal, como jardinero o lo que se tercie, y la muerte inesperada de este le abrirá a Fernando la posibilidad de ser otro, de ponerse él esa (metafóricamente inexistente) camisa feliz para ser Manuel, aunque no sepa distinguir una rosa de un clavel, pero agarrándose a ese clavo ardiendo que se le ha presentado inesperadamente…

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Avelina Prat lavora su un paradosso semplice e feroce: un professore di geografia, abituato a leggere le mappe, perde improvvisamente ogni orientamento proprio quando la sua vita si svuota. Da qui La villa portoghese innesca un racconto che potrebbe scivolare nel meccanismo dell’impostura, ma che sceglie invece una strada più sottile: non l’enigma, bensì la deriva; non la suspense, ma il tempo. L’identità – qui – non è un rebus da sciogliere: è una materia fragile, un nome e un ruolo che s’indossano “in prestito” per necessità, finché quell’abito comincia a dire qualcosa di vero su chi lo porta. La regia di Prat ha una qualità raramente ostentata: pesa le distanze, ascolta i passaggi, lascia che siano corridoi, giardini, soglie a decidere la temperatura dei rapporti. La villa non è cornice, è metodo: distribuisce possibilità, impone tempi, trasforma l’ospitalità in una pratica quotidiana più che in un’idea. Anche per questo il film respira in un ritmo placido, quasi poetico, che non chiede scuse: i silenzi cambiano qualità, le conversazioni ridisegnano gerarchie, i gesti minimi (lavoro, cura, attesa) diventano un apprendistato dell’attesa. Prat filma l’aria e il fuori campo come se l’essenziale fosse sempre di lato, e in quella distanza tra ciò che si mostra e ciò che resta taciuto lascia sedimentare il senso. Il risultato è un cinema che non moralizza né consola: registra. E, in questa postura, suggerisce che “casa” non coincide con le radici, ma con la possibilità – fragile e ostinata – di smettere di scappare…

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domenica 11 gennaio 2026

Ultimo schiaffo - Matteo Oleotto

Petra e Jure cercano di sopravvivere in un postaccio con un freddo senza fine, nel gelo delle anime.

Petra vuole fuggire, ma senza soldi non si può, e poi Jure non vuole lasciare la mamma ormai rincoglionita nell'ospizio del paese.

e poi c'è l'occasione del ritrovamento di Marlowe, ma mica va bene, tutte le ipotesi di successo sfociano drammaticamente nel fallimento.

il grande pregio del film è che riesce a essere commedia e tragedia contemporaneamente, in modo convincente.

dice il regista che Fargo dei fratelli Coen lo ha ispirato, e si vede.

un piccolo film da non perdere, addirittura in una trentina di sale.

cercatelo e godetene tutti, nessuno se ne pentirà.

buona (gelida) visione - Ismaele


 

 

Petra e Jure sono l'altra faccia della festa. Nessuno li accoglie, e qualcuno li sfrutta come il dipendente della casa di riposo che chiede alla ragazza di andare a scommettere nei combattimenti di "Power Slap", una disciplina che consiste nel dare e ricevere schiaffi a mano aperta sul volto. Qui entra in gioco la dimensione surreale del film, quella che trasforma i personaggi, soprattutto nella parte finale in marionette tragiche ma anche magiche.
Sta anche qui lo strano potere di un film che può essere insieme straniante ed evocativo, che racconta le difficoltà del presente (la crisi economica), accenna alle notizie da cui si è spesso bombardati (il podcast true crime). Ma lo fa sempre seguendo il punto di vista dei due protagonisti, nomadi nella loro stessa terra, forse variazioni degli outsider del cinema di Kaurismäki dove anche Oleotto combina tristezza e ironia. Contemporaneamente, il regista disegna precise traiettorie geografiche dove il paesaggio non è solo lo sfondo ma parte integrante del racconto

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Nonostante l’ambientazione natalizia Ultimo schiaffo è un’opera che progressivamente abbandona il campo della commedia per scivolare nei territori del noir, sprofondando nell’ombra oscura che tutto attanaglia, a partire da personaggi già sconfitti dalla vita che cercando disperatamente, con le unghie e con i denti, una redenzione o una riscossa che non è detto però possa esser loro concessa. È questa amarezza il punto di forza di una scrittura che ogni tanto sul crinale della commedia si affida alla battuta più facile ma che trova riscatto proprio nella convinzione che l’umanità sia da ricercare anche e soprattutto là dove il sole non riscalda con i suoi raggi, come avrebbe cantato Fabrizio De André. Ne viene fuori un lavoro anche livido, ma che ha nella scrittura dei personaggi la chiave di volta per tentare un’ultima risalita, un ultimo schiaffo in faccia a una vita insolente, barbarica, in fin dei conti profondamente ingiusta. Il cuore pulsante della vicenda sono ovviamente Petra e Jure, e le interpretazioni sorprendenti di Adalgisa Manfrida e Massimiliano Motta

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Rimane sempre un’ironia che gioca con con la precisione assoluta dei personaggi secondari (capitanati da Giuseppe Battiston), con i riferimenti dell’immaginario (a cominciare dal cane Marlowe, “che cazzo di nome è?”), con le tracce di un cinema anni ’90, con certe ossessioni del presente (come la passione true crime di Giovanni Ludeno). Un’ironia che, soprattutto, non diventa mai cattiva, sprezzante, nichilista. Dopo tutto, verso l’orizzonte c’è ancora speranza.

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venerdì 9 gennaio 2026

Cover-up – Laura Poitras e Mark Obenhaus

Seymour Hersh avrebbe potuto subire l'esilio e la prigione come Julian Assange, ma per fortuna sua e nostra è andata bene.

il film documentario ricorda, a chi non lo sa ancora, la grandezza di quel giornalista senza paura.

un film che merita.

buona (Hersh) visione - Ismaele


 

 

Cover-Up è un film sull’impunità sistematica che ci ha portato dove siamo oggi e sul ruolo essenziale di una stampa libera e critica. Ho contattato Sy per fare un film per la prima volta nel 2005. Ero appena tornata da un viaggio per documentare la catastrofica guerra americana in Iraq e volevo fare un film sul fallimento della stampa statunitense dopo l’11 settembre. I suoi reportage critici sulla guerra, in particolare sulle torture ad Abu Ghraib, erano una rara voce di dissenso nei media. Sy mi ha gentilmente invitato nel suo ufficio in Connecticut Avenue, dove sono entrata in una macchina del tempo con blocchi di appunti che sfidavano la gravità impilati su ogni superficie. Nella mia mente c’era già un film. Sy ha detto di no. Doveva andare fino in Europa per incontrare fonti che vivevano a due passi da casa sua a Washington e filmare era troppo rischioso. Ho continuato a chiederglielo finché non ha accettato." (Laura Poitras)

"Il giornalista Seymour Hersh ha la reputazione di essere un lupo solitario. Eppure in un modo o nell’altro siamo amici e collaboratori occasionali da oltre trent’anni. E da anni avevo il desiderio di fare un film su di lui. Un desiderio diventato sempre più urgente con l’aumentare delle forze schierate contro il giornalismo investigativo a livello globale. Sy, a mio avviso, è un esempio del ruolo del giornalismo investigativo nell’interrogare i potenti e nel plasmare la storia. Cover-up è un ritratto di questo reporter iconoclasta e del suo posto unico nel pantheon del giornalismo americano." (Mark Obenhaus)

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…Il pregio maggiore del film sta nel suo valore contemporaneo. Non è un documentario storico, ma un intervento politico sul presente. In un’epoca in cui, ad esempio, la richiesta di trasparenza sul caso Epstein si riduce allo slogan “Release the files!”, Hersh ci ricorda che i file non verranno mai pubblicati spontaneamente: serve un giornalismo che scovi ciò che il potere non vuole rendere pubblico.

Dopo il Leone d’Oro del 2022, Laura Poitras conferma la sua capacità di intrecciare la memoria del passato con le urgenze del presente. In Cover-Up, insieme a Mark Obenhaus, costruisce un ritratto che è insieme biografia, lezione di giornalismo e invito all’azione.

La riflessione finale di Cover-Up è amara ma necessaria: l’insabbiamento non è un’eccezione, è la regola. La democrazia ha bisogno di reporter che rompano questa regola. In assenza di un Hersh, di un Woodward o di una Poitras, la verità rischia di restare invisibile.

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Poche ore prima della stesura di questa recensione il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato, dopo aver rapito il Presidente del Venezuela, che d'ora in poi saranno gli Stati Uniti ad amministrare il Venezuela, in primis grazie alle compagnie petrolifere statunitensi che si occuperanno del petrolio venezuelano. Pare quindi un momento quanto mai opportuno per guardare "Cover-Up", l'ultimo documentario della sempre efficace Laura Poitras (in collaborazione questa volta con Mark Obernhaus).

Il film si occupa infatti della singolare figura di Seymour Hersh, forse il giornalista investigativo più famoso degli Stati Uniti, che dal 1967 si occupa di rivelare il modus operandi del governo statunitense (e in particolare del suo esercito). Il rilievo di Seymour Hersh è infatti tale che ripercorrendo i suoi reportage si assiste a una sorta di controstoria degli Stati Uniti, utile a inquadrare il presente. Appena trentenne racconta degli esperimenti sulle armi chimiche e batteriologiche, e sulla popolazione civile statunitense involontariamente coinvolta; il momento che ne definisce la statura arriva due anni dopo, quando porta alla luce il massacro di My Lai, in cui l'intera popolazione di un villaggio vietnamita, abitato – come capita in tempo di guerra - esclusivamente da anziani donne e bambini, viene brutalmente sterminata da soldati statunitensi…

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Il massacro di Mỹ Lai, il sostegno al golpe cileno, le torture di Abu Ghraib e persino le clamorose sbandate su JFK: la carriera di Hersh viene scomposta per buona parte in ordine cronologico, senza lesinare sui biografismi che tentano di tratteggiare, banalmente, l’uomo dietro il professionista. Per circa metà della durata la ricostruzione effettuata dall’inedita coppia di registi è compatta, con micro e macronarrazione che aderiscono l’una all’altra complementarmente, rette dalla foga del protagonista – e vero narratore di ogni traccia storico-tematica – che tiene un ritmo nervoso e preciso nel ripresentare per l’ennesima volta daccapo i casi che hanno scandito la sua parabola giornalistica. O meglio, stavolta Hersh non è chiamato a illustrare il lavoro di ricerca quanto il dietro le quinte dello stesso, a chiarire cioè il mestiere, la tecnica artigianale dietro l’anatomia delle verità scomode. E non serve certo l’intuito dell’investigatore per comprendere la scelta del titolo: “cover-up” significa insabbiare, insabbiamento; Laura Poitras tenta di edificare un grande ritratto delle strategie del potere per nascondere i suoi stessi misfatti, della sua innata tensione alla trasgressione, senza tuttavia mai nemmeno intaccare la profondità dell’intuizione pasoliniana dell’anarchia del potere, tanto per calibrare l’opera in questione con un riferimento più fecondo…

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mercoledì 7 gennaio 2026

Una donna promettente - Emerald Fennell

Cassie (interpretata da Carey Mulligan) è una donna che doveva diventare medico, ma quando i colleghi studenti violentano Nina, la sua migliore amica, che poi muore, si arrende, e si lascia andare, per anni.

trova un senso nell'umiliare i potenziali violentatori, e quando scopre un terribile video della violenza a Nina decide di vendicarsi.

la sceneggiatura a orologeria non lascia scampo, e Carey Mulligan è un attrice straordinaria.

voleva che qualcuno chiedesse perdono, solo un avvocato lo fa.

un gran film, che non si dimentica.

buona (Carey Mulligan) visione - Ismaele

 

 

 

 

…La Fennell si tiene lontana da atmosfere dark e al contrario predilige uno stile ultrapop e tinte accese e pastello, a partire dagli abiti da Cassie che sottolineano il suo blocco psicologico: da giovane donna promettente che sembrava aspirare a un brillante futuro da medico, è rimasta cristallizzata agli anni post adolescenziali del college, incapace di crescere e vivere perché dedita solo al suo bizzarro ruolo di giustiziera.

È interessante vedere una protagonista così fuori dagli schemi, una (anti)eroina chiaramente squilibrata che contrasta non solo il maschilismo ma anche l’ipocrisia della società che non crede o non dà peso alle vittime. Pur ricco di momenti davvero notevoli, il film della regista è però spesso manicheo, con un universo maschile ridicolizzato sino all’eccesso. Non tutto funziona alla perfezione, insomma, ma questo film per certi acerbo e per altri lucido e vibrante lascia intendere che la vera “donna promettente” sia Emerald Fennell, autrice che se prosegue la strada della regia (è anche attrice) potrebbe regalare cose davvero interessanti.

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…Il film allora ci pone una domanda scomoda, profondamente spirituale: come si guarisce da un torto che nessuno ripara? È possibile ritrovare pace senza vendetta? Fennell non offre risposte facili, ma ci costringe a guardare la verità con occhi limpidi. Forse la vera forza non è nel colpire, ma nel non lasciarsi corrompere dal male che si combatte.

Cassandra diventa così un simbolo della tensione tra giustizia e misericordia, tra dolore e amore. Il suo sacrificio finale, doloroso e quasi redentivo, parla di una giustizia che non si misura con la violenza, ma con la fedeltà alla verità. È come se la sua vita diventasse un’offerta: non una vittoria, ma un dono che smaschera l’ipocrisia e restituisce dignità a chi è stato dimenticato.

Alla fine, il film ci lascia turbati ma anche purificati. Ci ricorda che la luce non entra nelle nostre vite se non attraverso le ferite e che la memoria delle vittime è un luogo sacro dove Dio stesso continua a parlare, chiedendoci di scegliere da che parte stare. Cassandra sembra scegliere una forma di riscatto che ha il sapore del sacrificio. Non si limita a vendicare, ma a testimoniare. È come se dicesse: la giustizia può anche tardare, ma la verità non muore. E in questa offerta estrema si intravede una luce di redenzione.

“Una donna promettente” non è solo una denuncia sociale, ma una meditazione sul mistero del male e sulla possibilità del bene. È un film che inquieta perché mostra quanto sia difficile perdonare, ma anche quanto sia necessario, per non restare prigionieri dell’odio.

Come tutte le grandi storie, ci lascia con una domanda più grande di noi: chi sarei, io, se il dolore bussasse alla mia porta?

In fondo, Cassandra ci ricorda che la memoria delle vittime è sacra, e che ogni ferita non riconosciuta continua a gridare. Ma ci ricorda anche che solo la grazia può trasformare quel grido in speranza.

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Bel film, spietato e crudele. Non capisco chi lo critica. La regista avrebbe potuto spingere di più sul tasto della crudeltà (nei confronti di Madison e della rettrice). Il film si ammorbidisce un po' troppo nella parte centrale (e non mi è andata giù la morte della protagonista), ma si riprende alla grande nel finale a sorpresa in cui i cattivi vengono assicurati alla giustizia. La "promettente giovane donna" del titolo non è Cassandra, ma Nina, l'amica morta (la vera protagonista del film). Clamorosa prova attoriale di Carey Mulligan.

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