lunedì 25 marzo 2024

Inshallah a Boy - Amjad Al Rasheed

Nawal, la sua bambina Nora e i parenti serpenti.

Nawal deve difendersi dagli avidi parenti, ha un lavoro come badante per dei ricchi di Amman, peccato che la figlia della padrona le chieda aiuto e lei glielo dia, Nawal ha anche uno spasimante, un brutto anatroccolo innamorato, ma lei vuole solo la libertà per lei e Nora.

un film politico e femminista, dalla Giordania, dove la vita non è facile, non è un paese per donne.

Nawal (l'attrice Mouna Hawa) regge tutto il film sulle sue spalle, la macchina da presa la segue senza sosta, è lei il centro di gravità della storia.

un film da non perdere, in meno di venti sale, purtroppo.

buona visione - Ismaele

 

 

 

 

Al Rasheed colloca l'azione ad Amman e in tal modo ci fa conoscere un'altra faccia dell'imposizione alle donne di codici di comportamento che alcune giocoforza interiorizzano accettandoli ed altre no. Perché grazie al lavoro di badante di un'anziana signora immobilizzata su una sedia a rotelle a cui Nawal attende quotidianamente (rientrando a casa tardi e questo viene usato contro di lei) ci viene aperto un altro microcosmo. Quello cioè di una famiglia benestante cristiano maronita dove però i rigidi codici di sottomissione al maschio, non importa se totalmente privo di scrupoli, imperano.

Ci viene quindi ricordato che non si tratta solo, come semplicisticamente si potrebbe pensare, di una tradizione religiosa contro un'altra ma piuttosto di humus culturale diffuso contro cui è difficile combattere. Nawal lo fa senza proclami ma con l'amore che ha per la figlia e cercando di sfruttare tutte le scarse vie legali che i maschi lasciano alle donne per esercitare dei diritti che non dovrebbero neppure essere enunciati tanto sono, si potrebbe dire, naturali.

Al Rasheed è molto abile nel leggere anche le minime sfumature nelle espressioni dei suoi protagonisti ed è anche capace, e non era facile, di tenersi lontano dal manicheismo. Si veda la figura del fratello di Nawal che vorrebbe in cuor suo esserle d'aiuto ma non riesce a sfuggire al retaggio culturale in cui è nato e cresciuto. Affrontando al contempo i temi qui solo apparentemente contrastanti del desiderio, che diviene necessitato, di una gravidanza e del divieto dell'aborto, il regista, essendosi fatto affiancare da due donne (Rula Nasser e Delphine Agut) nello stendere la sceneggiatura, ha saputo trovare la giusta misura nel trattare temi così delicati offrendo un quadro purtroppo realistico di un contesto in cui ogni cambiamento impone una sofferenza che solo alcune sanno sostenere.

da qui

 

La pellicola adotta un approccio nettamente centrato sul punto di vista femminile, in cui Amjad Al Rasheed, attingendo anche dalle sue esperienze personali e dalla propria infanzia, riesce a delineare con grande cura il mondo delle donne in Giordania, offrendoci uno sguardo autentico e realistico sulla condizione femminile nelle società arabe. Le donne si trovano costantemente soggette ad ingiurie e trattamenti crudeli da parte degli uomini, che le considerano più come strumenti per perpetuare la loro discendenza piuttosto che come individui con bisogni e desideri propri. Questa è la peculiarità principale di “Inshallah a Boy”: raccontare la femminilità in Giordania attraverso una narrazione priva di filtri e caratterizzata da una regia estremamente realistica. Amjad Al Rasheed adotta un approccio autoriale alla regia, ma opta saggiamente per una direzione invisibile che si concentra principalmente sulla storia e sul personaggio di Nawal, interpretato magistralmente da una straordinaria Mouna Hawa. La regia evita movimenti di macchina spettacolari, preferendo invece una presenza discreta della cinepresa che contribuisce ad approfondire la profondità della narrazione…

da qui

 

Inshallah a Boy sa scavare nel profondo dei personaggi e della loro esistenza, grazie alla regia sicura di Amjad Al Rasheed, sempre incollato ai volti dei suoi protagonisti, e alla sensazione di crescente angoscia per il destino di Nawal, legato a una gravidanza improbabile e dall’esito comunque tutt’altro che garantito (la nascita di un’altra figlia la riporterebbe sostanzialmente al punto di partenza). Una critica sociale aspra e ficcante, che non cede mai alla tentazione della retorica ma si concentra solo sul suo oggetto, lasciandoci con un epilogo in equilibrio fra timore e speranza, perfetta sintesi della vita di Nawal.

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3 commenti:

  1. film così meriterebbero ben più di venti sale, è sempre così con il cinema di un certo impegno purtroppo.

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    1. purtroppo i multisala sono in mano ai venditori di popcorn e merdacola :(

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