martedì 5 febbraio 2013

Eroica - Andrzej Munk


autore di quel film unico e terribile che è Pasazerka (La-passeggera), qui Munk racconta due facce della Polonia di fine guerra, nel primo episodio i nazisti sono alla fine e si cercano armi per la liberazione definitiva, nel secondo i prigionieri polacchi di un campo di concentramento vivono nell’attesa di una liberazione che non arriva o di una fuga che mai si concretizza, o finisce nel dramma.
il primo segmento ha molto di scherzoso e leggero, pur nella tragicità di quei giorni, qualcuno anche ride, il secondo episodio è davvero tragico, senza speranza.
da vedere per ricordare e non dimenticare, Munk è un grande regista - Ismaele




…Munk understands the dark side of human nature and presents a sly satire on heroism. He debunks the standard image of the hero as an idealist and self-sacrificing man. Instead he reveals that in the struggle for freedom it takes all kinds to fight for nationalism and self-determination. It's the work of a deep thinker sardonically reflecting on the insanity of war and the human condition.

…The characters here are so brilliantly defined, so complicated and empathetic, that Ostinato lugubre's only real downfall is how little time we get to spend with them. Still, it's great while it lasts, as Munk expertly juggles the bleak realism of his scenario with a vein of pitch-black comedy, never better exemplified than in the bitterly ironic ending, a much gentler and affecting consideration of the 'heroism-is-futile' theme in Scherzo alla polacca. Honestly, it's very hard to review Eroica without the ability to properly contextualize its tales, and I'm sure some of Munk's broader political points would resonate more with a Polish audience. But those like myself, uneducated in the country's history, will still find a lot to love in this bold, consistently funny symphony. I just wish it was longer.

…In both segments of Eroica, the Polish attitude towards the inevitable Russian advance is cool, a bit of irony transposed from the Poland of 1944 to the Poland of 1957 (the year of the film’s release). The Red army may have “liberated” the country from the Nazis, but they would immediately impose their own totalitarian order on the besieged and dispirited country. The film is a powerful assertion of identity in the face of cruel happenstance. In a Communist state, controversial or subversive ideas must be masked when presented as art. Eroica presents a picture of a bifurcated country, ostensibly cowed and obeisant to the pressures of Soviet domination, but still seething with recrimination and indignation.

domenica 3 febbraio 2013

Flight - Robert Zemeckis

non eccezionale, ma funziona, c'è mestiere, spettacolo, attori, qualche bel colpo (non per niente il regista è Robert Zemeckis).
un'americanata ben fatta, la fine troppo buonista, ma poteva essere molto peggio.
Denzel è bravo, quel folle di John Goodman è bravissimo in proporzione al peso, Don Cheadle (visto recentemente qui) fa la sua figura, senza dimenticare Kelly Reilly.
non è il miglior film dell'anno, ma non si può vederne solo uno:) - Ismaele

PS: sconsigliato a chi soffre il mal d'aria già quando è in fila per l'imbarco




…One of the most gripping scenes takes place in a hotel room where Whittaker is being held essentially under guard for the week before his official hearing. At a crucial moment, his drug supplier Harling Mays (John Goodman) turns up, marching toward camera in one of a series of garish Hawaiian shirts, ready to battle a crisis. I don't have any idea if cocaine can snap you back from a killer hangover, but I wouldn't count on it. Denzel Washington is one of the most sympathetic and rock-solid of actors, and it's effective here how his performance never goes over the top but instead is grounded on obsessive control. There are many scenes inviting emotional displays. A lesser actor might have wanted to act them out. Washington depends on his eyes, his manner and a gift for projecting inner emotion. In the way it meets every requirement of a tricky plot, this is an ideal performance.
Among the supporting performances, 
Don Cheadle projects guarded motivations, Greenwood is a loyal friend, Goodman seems like a handy medic, and Brian Geraghty's panic in the co-pilot's seat underlines the horror…

…Flight donnerait presque l’illusion d’un film prêchi-prêcha tout en se moquant assez ouvertement des idéologies religieuses. Et si le dernier acte semble tout réfuter, dans un ton mélodramatique assez lourd créant une étrange rupture, il convient de s’y pencher sur le ton de l’ironie. Robert Zemeckis prend un gros risque en sortant cette carte en conclusion et en déjouant toutes les attentes. Et c’est sans doute là que se situe son plus beau pied de nez, en optant pour une sortie de piste complètement surréaliste tout en contentant l’amateur de happy end. Il ne faut pas oublier quel type de manipulateur est ce réalisateur et à quel point il est capable d’orienter le regard du spectateur pour lui faire accepter ou rejeter quelque chose. Il aurait pu être plus frontal, jouer la carte de l’insolence jusqu’au bout, mais il est bien plus malin que ça. Flight n’est peut-être pas un de ses plus grands films, mais probablement un de ses plus fins. Une performance à mettre autant au crédit d’une mise en scène intelligente que d’une équipe totalement dévouée, à commencer par ses acteurs bien sur, géniaux, mais également Don Burgess qui signe une lumière formidable et le fidèle Alan Silvestri dans une très grande forme. Nul doute qu’après un tel catharsis, Robert Zemeckis va pouvoir recommencer à faire avancer le cinéma de demain, car il est très au fait de celui d’aujourd’hui et du monde dans lequel il évolue.

…L'acclamato regista Robert Zemeckis torna alla regia con un action movie incentrato sul tema della redenzione, e per farlo sceglie un attore che mancava dall'olimpo di Hollywood da troppo tempo, Denzel Washinghton. Il film parte carico di pathos, la scena dell'incidente e tutta la manovra che ne consegue sono un vero e proprio incanto registico, la sceneggiatura curata da John Gatins, è una storia che pone interrogativi ben precisi, reali quesiti sulle dipendenze e gli effetti che queste hanno sulla vita di tutti i giorni. Intendiamoci Flight non è un kolossal, e forse non aveva la presunzione di esserlo, e per questo lo si apprezza ancora di più, ma alcune scene rimangono impresse nella testa e non vogliono proprio uscire, una di queste è un dialogo a tre fra Whitaker, Kelly Reilly e un malato terminale…

   
…El vuelo (Flight) es una gran película, con unas grandes interpretaciones y muy buena dirección, pero es demasiado poco para lo que podría haber dado un guion más redondo. Es una prueba de que Zemeckis es uno de esos directores capaces de manejar la cámara con personalidad y que no ha perdido para nada la forma en su parón. Esperamos ansiosos cual será el próximo proyecto.

…Flight riesce a tenerti incollato sulla tua poltroncina con la cintura bene allacciata dall’inizio alla fine, nonostante la durata oltre le due ore. Cosa che non è capiti con tutti i film. Io pensavo già di mettere in conto un po’ di noia, invece niente noia…

…Flight è un blockbuster adulto, non esente da difetti ma anche capace di impennate politicamente scorrette che non ti attenderesti dal solito film hollywoodiano ( come la droga pagata dall'avvocato a Whip per renderlo perlomeno presentabile all'udienza finale oppure quel frigobar che proprio alla vigilia del giorno più importante per lui si materializza come fosse apparizione mistica).
L'ultimo sberleffo è per il sistema giudiziario americano, a parole il più evoluto al mondo ma inadeguato  nel giudicare un caso come questo
L'unico in grado di giudicare Whip Whitaker è solo Whip Whitaker.
Ed è un finale affatto scontato in un film partorito da Hollywood, industria del lieto fine e del politicamente corretto…

giovedì 31 gennaio 2013

Holy Motors – Leos Carax

ci sono un sacco di motivi per vedere questo film, provo con due soltanto, per convincere qualche indeciso:
-Denis Lavant, protagonista e attore di quasi tutti i film di Leos Carax, è da premio Oscar per il miglior attore (tra l'altro si chiama Monsieur Oscar, nel film),
-"Holy Motors" è un enorme piacere, una festa, per gli occhi e il cervello.

il film è dedicato a Yekaterina Golubeva (qui), morta giovane, a 44 anni, era anche qui e qui, e interpretava anche nel film di Claire Denis un personaggio misterioso, è anche la madre della ragazzina che viene presa dalla festa dal padre.

alla fine sai solo una cosa, che lo vedrai altre volte, ha tanto da dire, o magari solo per stupirti ancora.

non verrà distribuito in Italia, a tutt'oggi, ma non perdertelo, è roba da piani altissimi del cinema, non te ne pentirai - Ismaele



…Holy Motors è un’opera unica, un film-monstre che inietta l’essenza della modernità nella settima arte rendendola un prisma rilucente; andiamo fieri d’essere testimoni di tale apparizione filmica, svegliamoci!, non è un miraggio, è una realtà da amare smisuratamente che può sintetizzarsi in una sola parola: è Carax. E basta.

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…Non più cinema-nel-cinema, ma cinema-nel-tutto. E ben venga allora la megalomania, ben venga questo allargamento filmico fino a comprendere la realtà stessa, ben venga il dialogo alla pari con i grandi e l’idea di un cinema più grande del cinema stesso. Le incomprensioni con i film di Carax derivano principalmente dal considerare negativamente, quasi come un atto di Hybris, questa tensione al confronto con l’idea stessa di cinema, un cinema che abbraccia tutto e tutti ma che continua a essere “sognato”. Ce ne fossero, invece, di registi che pensano così in grande, che riflettono con tale lucidità sul cinema totale, partendo dalle sue origini e proiettandosi nel futuro, che non si accontentano di film piccoli, ma osano quello che a molti parrebbe impossibile (e d’altronde se non fossero esistite menti pronte a sfidare titanicamente i limiti del cinema non avremmo avuto gli Stroheim, i Cimino, o gli Herzog, solo per fare alcuni nomi: registi che, come Carax, hanno fatto del superamento di questo limite lo scopo ultimo della loro poetica)…

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…Carax dimostra il suo essere al di fuori dello spazio e del tempo con il suo stile magnetico , unico e inimitabile.
Inafferrabile perchè ogni volta che ci si illude di essere sulla stessa lunghezza d'onda del film e del suo autore, le carte vengono di nuovo sparigliate in modo sorprendente.
Holy Motors non si guarda , si subisce come un naviglio nei flutti di un mare agitato subisce tutte le variazioni del moto ondoso.
E non è un esercizio intellettualistico sterile, è bello abbandonarsi , è dolce il naufragare in questo mare…

…Interpretare Holy Motors può essere esercizio frustrante perchè Leos Carax lo dissemina di simbologie criptiche ad alto rischio di incomprensibilità e si ha sempre l'impressione che sia il regista che conduca il gioco a suo piacimento.
Come ho detto prima è un film da subire, a cui abbandonarsi senza riserve.
Unico.
Uno dei pochi film in cui qualsiasi parola utilizzata per descriverlo appare fatalmente inadeguata.

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… Holy motors, film maestoso, geniale, ipnotico, splendido nella forma quanto profondo nella sostanza, coinvolgente quanto enigmatico, è una delle esperienze più incredibili che questo 2012 possa aver regalato ad uno spettatore.

Costruito sulle spalle della clamorosa interpretazione di Denis Lavant - che ruota attorno a ben undici characters, tutti con un'identità precisa e ben definita, dalla fisicità alla storia - e sulla splendida resa tecnica, questa pellicola rappresenta senza dubbio una sfida vinta dal suo eccentrico regista, che rischia grossissimo chiedendo al pubblico non soltanto di fidarsi del suo operato, ma di seguirlo come in un cammino alla cieca che resta in equilibrio tra realtà e sogno, e si fonde nella sua evoluzione con l'elemento all'interno del quale uno come lui pare essere nato per nuotare, respirare, esistere: la settima arte…

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…Film potente, film assurdo, film ricamato sulla pelle dell’istrionico protagonista Denis Lavant (alle prese con undici incarnazioni differenti) e sospinto sulle ali della fantasia visionaria del regista..

 

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…Ma “Holy Motors” supera il progetto autobiografico per essere innanzitutto un film universale sulla vita e sul cinema, sul tempo e l’immagine.
Vi si ritrova l’attaccamento di Carax al cinema delle origini (qui delle immagini di Etienne-Jules Marey), alle macchine (limousine e cineprese), in una celebrazione della meccanica contro il virtuale, sempre nella scia di Cocteau e Godard.
In “Holy Motors”, dalla magia truccata, consegna delle visioni splendide che non hanno bisogno di costosi artifici per disinnestare la siderazione. Il principale effetto speciale è il corpo umano, quello di Denis Lavant, doppio e invenzione di Carax, che qui si moltiplica in nove personaggi (prestazione geniale grazie alla quale l’attore si conferma erede di Lon Chaney e dei grandi del muto) senza dimenticare la presenza scultorea di Eva Mendes e la sconvolgente sequenza in cui Kylie Minogue canta la sua tristezza tra le rovine del grande magazzino La Samaritaine.

Non si ha che una voglia, quella di rivedere il film al più presto. Non è il migliore del festival, è IL film del festival.

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…This has been a year of leading roles for limousines. M. Oscar's car upstages the limousine in David Cronenberg's "Cosmopolis," and the journeys of both cars seem to be odysseys through their cities, for purposes not very clear to the audience. "Holy Motors" is the more entertaining and funny of the two, although some parts are not funny at all, and many laughs are of disbelief or incredulity. Both end with their limousines going home for the night, answering a question asked in "Cosmopolis," although when the limo in "Holy Motors" gets home, its day is far from over.

Here is a film that is exasperating, frustrating, anarchic and in a constant state of renewal. It's not tame. Some audience members are going to grow very restless. My notion is, few will be bored.

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…Oscar tiene el encargo, como se lo propone Carax, de desnudar las mentiras manchándolas de fango. En ese sentido, la estética del director sigue siendo incómoda y desagradable, con algo de aquellos amantes del Pont Neuf autodestruyéndose, pero igualmente bella y poderosa por su carácter enigmático. “Holy motors” podría proyectarse como complemento romántico a “Cosmópolis” (David Cronenberg, 2012), y no sólo por su escenario compartido. Al igual que aquélla, la película de Carax se abochorna ante su propio tiempo y aguarda, al final, un sentido común que en la realidad quizá nunca llegue. Tal vez cuando un diálogo entre limusinas durmientes dentro de un garaje se perciba como tristísima despedida de una realidad que ha dejado de necesitar tanto la fisicidad de las cosas como la fantasía.

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Hay películas que no son recomendables para todos los públicos, y no por las imágenes o temas que tratan, sino porque su narrativa y estética se alejan de lo convencional, esquivan toda lógica lineal y racional y en su ambigüedad y espíritu libertario escapan a cualquier norma o cliché preestablecido. “Holy motors”  es una de ellas, y aunque se trata de un trabajo valiente, original, y de indudable calidad y personalidad cinematográfica, no es de extrañar que más de un espectador salga de la sala frustrado y pensando que su director Leos Carax se ha excedido en lo visionario, lo extravagante y lo provocativo. No le faltaría algo de razón, pues asistimos a una especie de viaje fantasmal por las calles de París, subidos a una limusina con el Sr. Oscar para verle interpretar papeles que nos hablan de la vida como gran teatro de un mundo en el que reina la insatisfacción, del cine como lugar donde lo real se mezcla y confunde con la ficción, del individuo como ser permanentemente cercenado en sus ilusiones y proyectado en sus sueños…

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…Carax gives us cinephile allusions to Jean Cocteau, Jean-Luc Godard, Jacques Demy and Georges Franju in the course of the film; with a chilling mask, Scob reprises her own famous persona from Franju's 1960 film Eyes Without a Face. But more potent influences are perhaps JG Ballard, Lewis Carroll, Fritz Lang or David Lynch, whose Eraserhead andInland Empire hover over the weird introduction, in which the director himself awakens and wanders through a darkened cinema auditorium accompanied by the unsettling sound of seagulls. Perhaps Oscar's guises are an exhibition of grotesques, a satirical commentary on our yearning for logic and progress in our lives, a yearning for stability and identity, or the exact opposite, a yearning to escape the prison of identity. It could be punk Buddhism, a set of wacky reincarnations, or maybe the film is in fact a literary adaptation of two lines from TS Eliot's Prufrock: "There will be time/ To prepare a face to meet the faces that you meet."

Yet the absurdity and dream anti-logic give an unexpected force to the serious and passionate moments, which are the more moving and disturbing because they come out of nowhere and are so overwhelmingly real. At one moment, Oscar is a dying, wealthy old man making a tragic farewell to his devoted great-niece Léa (Elise Lhomeau), whom he has made rich, but in so doing evidently caused her to attract a man who has broken her heart. In another gripping scene, Oscar becomes a grumpy dad, picking up his unhappy teenage daughter from a party. His treatment of her is one of the scariest things I have seen at the cinema all year.

Holy Motors could be a multiple-personality disorder of the spirit, a tragicomic shattering of the self, caused by some catastrophe that has happened just out of sight, just beyond the reach of memory. But it's quite possible it's just bravura, imagination, fun. This is the theory I favour. It's pure pleasure.

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…Se nutre de un dadaísmo insoportable. No posee el ingrediente universal del cine de primer orden, no hace industria ni aporta novedades al lenguaje cinematográfico. Jamás se la recomendarías a una persona convencional, o sea al espectador medio que solía alimentar las salas. No trasciende en el imaginario colectivo, pues es decididamente cool, pretenciosa y lisérgica. Hará felices, en cambio, a los heterodoxos que reivindican lo raro a cualquier precio, a los que no detectan la pobreza estilística y formal del realizador de Mala sangre, que practica el vampirismo en un negocio demasiado indulgente con la estafa. Si esta película la hubiera firmado un español, los iconoclastas de Sitges habrían encajado la ocurrencia con más bostezos que aplausos. Y Holy Motors sería –omitiendo lecturas vacuas– una película donde los coches dialogan, los perros tienen el tamaño de tigres y el protagonista enseña su débil erección. Sólo eso. Arte y ensayo que gustaría de ser comercial. Ni revela, ni escuece. Tal vez ahí reside el sobrevalorado triunfo de Léos Carax: en su facilidad para generar ruido.

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…Multitude de rôles endossés par Denis Lavant, multitude d’émotions et d’atmosphères régnant dans le film, qui balaie avec brio tout ce que peut offrir le cinéma en moins de deux heures. Holy Motors revêt tour à tour les parures d’un drame, d’une comédie, d’un film érotique, d’une œuvre musicale, d’un thriller – tout cela en se dirigeant en douceur vers une profonde mélancolie, en exprimant des regrets sur le cinéma d’antan, quand le pixel n’existait pas encore et que le grain donnait du caractère à l’image, quand un tournage nécessitait une machinerie imposante et impressionnante. Alors qu’il nous alerte sur la disparition possible du « Silence, moteur, action » puisque les gens ne veulent plus de ce cinéma, Leos Carax nous redonne foi en la magie du 7ème art, sa capacité à témoigner de notre condition, à nous plonger dans une fantasmagorie exquise, à nous faire vivre et revivre. Une œuvre singulière et fascinante.

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The Los Angeles Film Critics Association awarded Holy Motors as the "Best Foreign Language Film". Leos Carax wasn't present but provided them with a speech. Listen here, or read below:

"Hello, I'm Leos Carax, director of foreign-language films. I've been making foreign-language films my whole life. Foreign-language films are made all over the world, of course, except in America. In America, they only make non-foreign-language films. Foreign-language films are very hard to make, obviously, because you have to invent a foreign language instead of using the usual language. But the truth is, cinema is a foreign language, a language created for those who need to travel to the other side of life. Good night."

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It was French director Claire Denis who suggested Leos Carax to cast Kylie Minogue for the film. 

 

Edith Scob, who plays chauffeur Céline, starred in the French horror classic Occhi senza volto, by director Georges Franju. Franju's cinema is the object of several homages throughout 'Holy motors'. The mask that Céline puts on by the end of the film is a direct reference to 'Les yeux sans visage'. 

 

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martedì 29 gennaio 2013

Tabu – Miguel Gomes

in tutte le storie il passato condiziona il presente.
Aurora sta per morire e scopriamo, dalle parole di Ventura, che "ela tihna uma fazenda em Africa", e il riparte, tornando indietro.
come in Chocolat, di Claire Denis, il passato coloniale è un macigno che è lì, francesi, belgi, portoghesi non possono fingere che non ci sia stato, non possono non farne i conti, sia a livello storico che personale.
è terribile il rapporto con gli indigeni, sembrano loro gli ospiti, sono i servi e gli schiavi.
e la vita in colonia, per i bianchi, era strana, un altro spazio tempo.
nel film si parla poco, ma si capisce tutto, certo, i simboli aggiungono molto, ma già a una prima visione è un film che merita, e molto.
provare per credere - Ismaele




…Come in Chocolat di Claire Denis, la colonia è più uno State of Mind che un luogo socialmente e culturalmente connotato. Uno spazio esotico in senso stretto, “estraneo” e irriducibile; uno sfondo vago e generico in cui gli occidentali deambulano come spettri, presenze transeunti come caduche sono le passioni che vivono, le sole, tuttavia, capaci di animarli. Altro che le presunte stregonerie voodoo della migrante africana Santa: i veri “demoni” sono i bianchi-morti:
Tra i volti africani di nero abbronzato, il colore bianco della pelle evoca davvero qualcosa di simile alla morte. Io stesso, nel 1891, quando dopo aver passato mesi e mesi assieme a gente di colore, scorsi di nuovo nei pressi della Bénoué i primi europei, trovai la pelle bianca antinaturale di fronte alla fragrante pienezza della nera. Possiamo davvero biasimare gli autoctoni perché considerano l’uomo bianco come una cosa contro natura, una creatura soprannaturale o demoniaca? (Curt von Morgen, À travers le Cameroun du sud au nord, citato da uno dei personaggi occidentali di Chocolat).
Il cinema è l’incubo che abbiamo sempre sognato di vivere. Ed è forse questo il vero tabù – nome del monte africano che fa da sfondo alla storia d’amore – che Gomes ha osato cristallizzare, con il pudore e la saggezza di chi ha già raggiunto la vetta.
“Capolavoro” e/o “film dell’anno”, tertium non datur. 

…Il regista non si è fermato però ad un’esposizione letterale dei fatti, in Paradiso il Racconto fa rima con Ricordo, e da qui si diffonde una bruma sottile che si infiltra nei tessuti descrittivi, li inzuppa rendendoli magici e li emancipa dalla pesantezza dialogica (il mutismo sporco dal quale affiorano rumori lontani è il corrispettivo della dimensione mnemonica); costantemente in equilibrio tra tumulti del cuore (consueti sì, di rara verità altrettanto) e folate oniriche indomabili (la surrealtà della band in cui suona Ventura; il mostro catturato da Mario; il cuoco-stregone; la presenza del coccodrillo, recipiente di simboli e di significati) Tabu trova totale sublimazione nell’atto di rievocare: la reminescenza, che possiede un piacevole sapore markeriano, È il film, cartina tornasole di una nostalgia che si rende capace di essere vissuta, sentita, e che si fa accompagnare nel tragitto (verso il nostro occhio) da una cornice visiva impeccabile, un flusso di immagini decorate da una voglia di ricerca tradotta in una quantità di dettagli mai pedanti e sempre appaganti...

…En síntesis, un filme excelente, un experimento que mezcla dos épocas del cine con destreza, un filme doloroso, triste, romántico, hermoso, una obra maestra imperdible…

…”Sabía que esta película, que se iba a llamar primero “Aurora” –cuenta el director- y luego Tabú, iba a tener que abordar esa idea de extinción. Había un personaje que deseaba morir, pero también se hablaba de una sociedad extinta, la sociedad colonial. Pero también deseaba dialogar con un cine extinto, el cine clásico, deseaba hablar sobre el mundo colonial, tanto el real como el creado por el cine. No quería filmar el África real actual, no tenía el derecho. Lo que deseaba era trabajar sobre esa mitología del África del tiempo colonial”…

…De la manipulation sonore à la lecture déchirante de ces lettres d’amour qui deviennent des lettres d’adieu, dans l’éclairage nouveau qu’apporte ce paradis sur cet autre paradis perdu, dans sa peinture cruelle et passionnée d’un amour destructeur et dont la portée va bien au-delà du simple couple à l’écran pour contaminer tout un univers, le film de Miguel Gomes représente autant une déclaration d’amour au cinéma (présent aussi bien dans la multiplication de références explicites ou pas que directement à l’écran, dans une salle) que la représentation idéale d’une passion prohibée. Et c’est magnifique.

...Não mais abandonaremos a narração do Sr. Ventura, ou só temporariamente, nos segmentos “epistolares” do filme, quando a voz da Aurora de Laura Soveral reaparece para dizer o texto das cartas (é por uma carta que o filme acaba, depois dela o silêncio, o fim de tudo: Murnau, com certeza, mas Tabu não exclui, et pour cause, um sombreado de Amor de Perdição, Oliveira e Camilo). E pela narração de Ventura, como num sonho a preto e branco de super 8, recria-se uma colónia portuguesa em África, no sopé do fictício Monte Tabu, no princípio dos anos 60, com os primeiros indícios da agitação independentista em fundo (paraíso/paraíso perdido: o filme inventará o seu próprio link com a guerra colonial)…


…Visuellement sublime, TABU tient de la fascination. Miguel Gomes, qui instruit une structure narrative singulière, use d’une approche esthétique sensationnelle qui ne peut qu’exciter l’attention du spectateur. Il fait de et avec son film un poème des impressions.