venerdì 14 febbraio 2025

The Brutalist - Brady Corbet

la storia di László Toth è quella di tutti gli immigrati poveri negli Stati Uniti d'America (dove tutti sono migranti di prima, di seconda, di n-generazione, gli indigeni sono stati, quasi tutti, sterminati).

i (merdosi) riccastri degli Usa sono corrotti, antisemiti (solo con gli ebrei poveri), a volte sono come Henry Ford, massone di Rito Scozzese al massimo grado e sostenitore dei nazisti e di Hitler.

László (interpretato da Adrien Brody) arriva a Ellis Island e sarà ospitato dal cugino (interpretato da Alessandro Nivola, nipote di Costantino Nivola, muratore e architetto, fra le tante arti che ha esercitato, e Ruth Guggenheim, arrivati a New York dall'Italia nel 1939, per sfuggire alle leggi razziali), poi starà in un dormitorio e infine incrocia, in qualità di architetto, il riccastro Van Buren (interpretato da Guy Pearce), un tipo alla Trump, tutto si può vendere e comprare, e quello che non gli danno se lo prende con la forza. 

il sogno americano è un incubo per quasi tutti, per quelli che non comandano niente.

e poi succedono mille avvenimenti, e riesce ad arrivare, dopo anni, la moglie Erzsébet (interpretata da Felicity Jones).

intanto per una volta, nelle multisale, non ci sono dieci minuti di pausa con le immagini di bibite e popcorn gravemente dannosi per la salute, ma per un quarto d'ora d'intervallo, imposto dal regista, sullo schermo c'è l'immagine fissa della foto del giorno di matrimonio di László e Erzsébet, a Budapest, davanti alla sinagoga.

il film dura tre ore e mezzo, e ogni minuto è necessario, ed è cinema di altissimo livello (forse l'epilogo alla Biennale di Venezia è di troppo, questione di gusti).

ci sono tante idee, citazioni, suggestioni, da Paul Thomas Anderson a Orson Welles (per esempio la processione sul crinale della collina sembra, almeno per me, un omaggio a Welles, da Othello).

insomma, uno dei più bei film dell'anno, da non perdere, se vi volete bene.

buona (prolungata) visione - Ismaele



 

…Il progetto consentirà  a Toth di ricongiungersi finalmente con la moglie Erzsebet (Felicity Jones, nel miglior ruolo della sua carriera), inizialmente rimasta in Ungheria e costretta in sedia a rotelle a causa degli stenti patiti durante la guerra, e con la figlia autistica Zsofia (Raffey Cassidy, sempre più brava e inquietante), ma lo renderà anche completamente succube dei soldi e soprattutto dei capricci di Van Buren, le cui divergenze artistiche sulla costruzione dell'opera mineranno irreversibilmente il fisico e la psiche dell'architetto, spingendolo sull'orlo della pazzia e rendendolo sempre più schiavo dell'oppio e della droga. Il rapporto malato tra i due uomini ha ricordato a molti critici, con ragione, il cinema bigger than life di P.T. Anderson, sia ne Il Petroliere che soprattutto in The Master, prendendolo come pietra di paragone per mostrarci un'America violenta, prevaricatrice, razzista, che sfrutta gli stranieri e gli immigrati per tornaconto personale e li getta via come scarpe vecchie una volta che non gli servono più.

The Brutalist per almeno 3/4 della sua durata è un film strepitoso, ambizioso, perfino eccessivo, e proprio per questo ancora più coraggioso e meritorio. Solo nell'ultima parte si sfalda un po', prendendo (forse volutamente) una piega eccessivamente cupa e arrivando in qualche caso al limite del buon gusto (come nella scena in assoluto più drammatica e sopra le righe, quella girata nelle cave di marmo di Carrara - che non intendo svelarvi - in cui la relazione tossica tra i due protagonisti arriverà al punto di non ritorno) ma che non intacca minimamente l'epicità della storia nè la morale di fondo: di come, cioè, la ricerca di una nuova Patria possa spesso avvenire a scapito dell'esclusione e della sofferenza altrui. Perchè il fine giustifica i mezzi, nella società ultracapitalista. E perchè, come spiega il protagonista a un passo dalla morte, "nella vita conta la méta, non il viaggio".

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…In sintesi, "The Brutalist" è il più classico dei "vorrei ma non posso". Malgrado elementi di pregio e sequenze notevoli (le cave di Carrara su tutte), mantiene poco rispetto alle sue smisurate ambizioni. Se l'architettura è, come sosteneva Le Corbusier, "capacità di stabilire attraverso materie inanimate dei rapporti in movimento", Corbet qui fa esattamente il contrario, utilizza i rapporti in movimento tra immagini e suoni ma non riesce mai veramente ad animare i suoi personaggi e la sua storia, troppo impegnato ad aprire parentesi mai chiuse. A visione finita, la lotta immane di Toth per erigere un edificio che non si sa bene se sia una biblioteca, una chiesa o un centro congressi, ricorda anche troppo il rapporto di Corbet con il suo film, una figura immensa che sembra ancora in gran parte prigioniera del marmo. Chissà che la citazione di Goethe che apre il film, "nessuno è più schiavo di chi si crede libero", non si possa leggere anche come una sottile autocritica.

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…The Brutalist vuole ribaltare il mito del sogno americano: non c’è spazio per i momenti di gioia, niente scorre liscio, si entra continuamente in conflitto con la società e il sistema capitalistico per mantenere la propria identità, un puzzle che lentamente cade a pezzi e i tentativi per ricostruirlo non possono avere effetti.

Corbet maneggia la sceneggiatura per creare un’opera ineccepibile dal punto di vista audiovisivo, costruendo una messinscena che nei 215 minuti non risulta essere mai pesante, lasciando lo spettatore di fronte a un lungometraggio, sì, lento, ma martellante…

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…Corbet realizza un’opera torrenziale, un affresco, una parabola sui tormenti di un artista, divisa in ouverture, epilogo e intermission. Questo perché Corbet si prende il suo tempo per creare un dramma epico con protagonista uno straordinario Adrian Brody. The Brutalist è un film audace, ambizioso, un film che usa le forme, i colori e il suono per sottolineare l’oppressione a cui è sottoposto Lázsló e i muri in cui si imbatte. László è un uomo a pezzi, troppo generoso per riuscire a sopravvivere in una società capitalista, quella stessa società che, attraverso le mire megalomani ed espansionistiche di van Buren, finisce per risucchiarlo…

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…The Brutalist è un'opera straordinariamente ambiziosa che sfida lo spettatore con la sua densità tematica e la sua durata considerevole. 

Corbet costruisce un film che è al tempo stesso un dramma storico, un ritratto psicologico e una riflessione sul ruolo dell'arte nella società  che rendono questa pellicola un'esperienza cinematografica intensa e indimenticabile.

E’ durata circa dieci anni la gestazione di questo film, vuoi per i soliti problemi di finanziamento (enormi per un film indipendente) vuoi per la pandemia, sta di fatto che The Brutalist possiede le stigmate di quei film che passano alla storia, quelle opere monumentali che sono un palcoscenico maestoso su un racconto carico di emozione e di drammaticità; l’opera di Corbet, che ricordiamolo è il più europeo dei registi americani, possiede la grandezza del Cinema che sa trasportare, il cinema eroico, quello che ti tiene incollato sulla sedia e con gli occhi sullo schermo; non a caso il regista decide di utilizzare il sistema Vista Vision a 70 mm il cui ultimo utilizzo era stato negli anni 50, proprio per rendere il più reale e coinvolgente possibile l’esperienza visiva, alla quale concorre una fotografia ed un bianco e nero elegantissimi e glaciali nella loro bellezza  ed una colonna sonora di Daniel Blumberg sempre ben coerente con lo sviluppo narrativo.

Il cast è eccellente ma le prove di Adrien Brody e Guy Pearce , entrambi candidati all’Oscar, sono al limite della perfezione nella loro perfetta adesione ai rispettivi personaggi.

Ribadiamolo, non è un film per tutti: la sua narrazione frammentata, i suoi toni cupi e la sua lunghezza potrebbero scoraggiare alcuni spettatori. Tuttavia, per chi cerca un cinema che stimoli la riflessione e offra un'esperienza estetica e intellettuale di alto livello, The Brutalist rappresenta un capolavoro contemporaneo che lascia il segno, uno di quei film che entreranno di diritto tra quelli che fra 50 anni verranno ricordati; basterebbe un film come questo, ogni 2-3 anni ,a far sì che il Cinema abbia una ragione di esistere.

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martedì 11 febbraio 2025

The order - Justin Kurzel

Justin Kurzel si "specializza" nei film sui terroristi e lo fa davvero bene.

nella pancia degli Stati Uniti c'è un cancro, terroristi interni, suprematisti bianchi, disposti a tutto.

appare un libro, The Turner Diaries, la bibbia dei suprematisti bianchi; quel libro appare anche nell'attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021, il che rende il film quasi un documentario.

Jude Law è bravissimo, è un poliziotto non troppo amato dai superiori, ma sa fare il suo lavoro come pochi, testardo e coraggioso, paziente verso il suo giovane collaboratore inesperto.

un film da non perdere, promesso.

buona visione - Ismaele


  

 

…Il film si presenta, inoltre, quasi come lo studio antropologico di un’America profonda e dimenticata. Il ritratto di quelle comunità fatte di persone senza prospettiva, di ultimi, dove la retorica dell’odio è più facile che trovi terreno fertile e attecchisca. Uomini e donne cui viene offerto un bersaglio, anche in senso fisico, da prendere di mira sin da bambini. Un vero e proprio addestramento all’odio e al risentimento, alla ricerca di un capro espiatorio cui attribuire le colpe del proprio arretramento sociale, della propria marginalità. Una educazione all’odio che parte dalla manipolazione del reale e che è, di fatto, tutta maschile. Il ritorno agli antichi valori cui i protagonisti aspirano, quelli che a loro dire hanno ispirato la nascita di una nazione “fatta di bianchi”, passa evidentemente per una struttura eminentemente patriarcale dove la donna ha valore solamente nella sua funzione riproduttiva e di “angelo del focolare”.

Ma vi sono, importanti, anche i riverberi con la strettissima attualità, in un paese diviso come non mai e alle soglie di decisive elezioni presidenziali. Come infatti esplicitato in coda al film, all’indomani dell’assalto al campidoglio del 6 gennaio 2021, sono state rinvenute copie dei famosi Diari di Turner. Ritrovamento che rende ancor più sinistro l’evento eversivo che ha avuto luogo a Washington, dopo l’elezione a presidente di Joe Biden.

Come già notammo al tempo a proposito di Civil War (2023), diretto da Alex Garland, stupisce il fatto che a parlarne, sia pure in un contesto di fiction, sia un regista che statunitense non è. Che Hollywood stia forse dimostrando una sorta di timidezza e non voglia prendere posizione sui fatti di casa propria? Chissà?

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…Nel complesso, The Order non è qualcosa di particolarmente nuovo o originale, ma appare senza ombra di dubbio come un film brillante nel suo cercare di mettere in evidenza un certo tipo di tensione sociopolitica, di immaginario nazi-machista, ritualisticamente perverso nella simbologia e nelle pratiche. Il gruppo The Order, di fatto, ha tutti i connotati tipici di una setta, a partire da alcuni elementi che individuano Bob Mathews come una guida e un santone, nonché le pratiche d’iniziazione, le ossessioni sulla “razza”, le derive antisemitiche e discriminatorie. In tal senso, è sintomatico – e dovrebbe far riflettere a lungo – che un film del genere sia stato realizzato da un regista australiano, con una produzione canadese alle spalle.

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…The Order ci porta nelle due fazioni opposte, eppure legate da un fil rouge visivo che perdura per tutto il film, fino alla fine: da un lato la polizia, con le ricerche, le indagini, le perquisizioni e i dubbi sulla matrice delle rapine, dall’altro la cellula criminale che fa di tutto per compiersi, esercitare la propria visione già preconizzata nell’immaginaria insurrezione descritta nei The Turner Diaries, libro che ha ispirato generazioni di nazisti e suprematisti e che descrive momento per momento un ideale piano terroristico per coloro che decidono di muovere guerra al Governo. Libro che ha evidentemente ispirato anche Mathews, e che ha decisamente giocato un ruolo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, in cui sono stati appesi dei cappi a imitazione dell’immaginaria insurrezione descritta in The Turner Diaries.

The Order è una lotta intestina, violenta, impetuosa, rabbiosa, che osserva con grande intelligenza dove si radica l’odio, dove nasce l’insofferenza, e come si diffonde con facilità laddove c’è abbandono, dove lo Stato è assente. Un’opera che comincia nella natura, in una realtà di provincia, dove abitano operai, proletari, spesso disoccupati, persone che sentono di essere state tradite da chi si doveva occupare di loro. Ed è li che nasce la seduzione per quel terrificante Mein Kampf tutto americano, quel manuale di guerra civile che fornisce una nuova speranza, una nuova prospettiva di rivalsa per chi ha perso tutto, lavoro, dignità, futuro. Ancora una volta ad essere protagonista è il cinema di frontiera, dove c’è opposizione tra le parti, ma anche un certo legame, quasi una seduzione implicita, una caccia al nemico che non può che deflagrare e sublimarsi in un finale imperioso e spietato.

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…Como siempre en el cine de Kurzel sobre sucesos verídicos, la historia está manipulada sin miramientos para exacerbar determinadas facetas y cambiar un montón de detalles aunque en general se conserva todo el núcleo duro de la saga en cuestión, por ello aquí Mathews (Hoult), un polígamo con dos hijos, funda La Orden bajo la sombra de la Alianza Nacional y como un desprendimiento concreto de la Nación Aria de Butler (Victor Slezak), loquito que aboga por una interpretación antisemita y racista del protestantismo, conocida como Identidad Cristiana, y pronto despierta el hartazgo de un Mathews que pretende pasar de las ideas a los hechos, así pone bombas en sinagogas y cines pornográficos y roba bancos y camiones blindados en el Noroeste del Pacífico de Estados Unidos al punto de suscitar la investigación de un agente del FBI que perdió a su parentela por su sustrato workaholic, Terry Husk (Law, asimismo productor), quien de inmediato unifica fuerzas con una colega, Joanne Carney (Jurnee Smollett), y un policía de corta edad, Jamie Bowen (Tye Sheridan), que termina asesinado por estos neonazis al igual que Berg (Marc Maron) y un tal Walter West (Daniel Doheny), miembro de la Nación Aria que estando borracho habla de más con Bowen. La película trabaja muy bien desde el neo noir la profesionalización de La Orden mediante el financiamiento vía asaltos y falsificación de billetes y explora el carácter de “manual de acción” que ya en los años 80 había ganado Los Diarios de Turner, en la praxis cotidiana una invitación al reclutamiento, la recaudación de fondos, la revolución armada, el terrorismo doméstico, los homicidios selectivos y ese genocidio poco sutil contra toda alteridad denominado El Día de la Soga. Martínez en pantalla se llama Tony Torres (Matias Lucas) y es un mexicano que se hace pasar por español para conseguir un trabajo dentro de la organización, cayendo no por dólares truchos sino por ser el encargado de comprar armas para el grupo. Kurzel no sólo se luce señalando lo obvio, la cobardía de estos dementes que culpan a chivos expiatorios por unas miseria e ignorancia que son oligárquicas/ capitalistas, sino que además redondea grandes secuencias de acción, en línea con John Frankenheimer y Michael Mann, y mantiene alta la tensión símil Sidney Lumet combinando Mississippi en Llamas (Mississippi Burning, 1988), de Alan Parker, y Armado hasta los Dientes (Dead Bang, 1989), de Frankenheimer, otras epopeyas sobre milicias del supremacismo blanco.

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…The Order è la denuncia in formato filmico dell’australiano Kurzel verso i tempi bui che stiamo vivendo. Tempi fatti – ancora – di complottismi e fake news, di antisemitismo e ideologie fondamentaliste, di politica dell’odio e Potere Bianco. Movimenti sociali di differente etichetta, nome, titolo, ma dalle identiche sfumature problematiche su cui Kurzel punta il dito: «L’unica cosa che avete in comune è che siete troppo inadeguati per stare al mondo e la vostra unica risorsa è cercare di mortificare la gioia degli altri».

Una linea dialogica che parla da sola e che vale da sola la visione di The Order per cui: «L’America è un grande paese ma siamo ancora intrappolati nelle nostre menti». E non è solo la Nazione a stelle e strisce ad esserlo, ma fa certamente più rumore il film di Kurzel se andiamo a vedere chi risiede, oggi – di nuovo -, alla Casa Bianca. Al di là, comunque, di un discorso ideologico che finisce con il potenziarne gli effetti filmici, è di un grande pezzo di cinema che parliamo. Uno small-town-mistery denso dalle immagini evocative armonizzate da transizioni poetiche e dai colori sfumati come sono sfumati i contorni caratteriali chiaroscurali dei suoi agenti scenici, The Order, che regala ai posteri una bel testa a testa interpretativo tra due Law e Hoult allo stato dell’arte…

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lunedì 10 febbraio 2025

We Live in Time - Tutto il tempo che abbiamo - John Crowley

John Crowley e Andrew Garfield hanno un'alchimia speciale (vedi Boy A, ne avevo scritto qui), e in questo film c'è la conferma.

Tobias (Andrew Garfield) e Almut (Florence Pugh) si incontrano a causa di uno sfortunato incidente, e poi nasce l'amore.

Almut è una chef, Tobias lavora per un'industria che produce alimenti (più o meno sani).

il film si compone di tanti segmenti, come un flusso di ricordi, non sequenziali, ma appena lo capisci non c'è nessun problema a seguire la storia.

i due protagonisti sono davvero bravi, testardi, ingenui, innamorati.

poteva essere un film strappalacrime e basta, ma il regista e Almut e Tobias (e la figlia Ella) creano un equilibrio davvero difficile, ma ottimamente riuscito, che rende We Live in Time una pellicola indimenticabile.

da non perdere, cercatelo e godetene tutti.

buona (sorprendente) visione - Ismaele


 

 

 

 

 

We Live in Time cammina sospeso, potrebbe cadere da un momento all'altro, diventare troppo sentimentale oppure al contrario cercare un taglio più brillante. Trova invece un miracoloso equilibrio proprio perché riesce a intrecciare insieme due diagnosi di cancro, una storia d'amore, la nascita di una figlia nello stesso film.

Il cineasta si mette principalmente al servizio della storia e dei suoi attori ed è per questo che la sua regia è così trasparente a quella tradizionale di Brooklyn. In quel caso mostrava una faccia del 'sogno americano', qui invece le pagine della vita di una coppia. Come i protagonisti, We Live in Time coglie l'attimo. Ogni piano su di loro (insieme o da soli) cattura il momento di felicità o disperazione. Non c'è mai un esito scontato come nei drammi sulla malattia, anche quello bellissimo di James L. Brooks con Debra Winger e Shirley MacLaine. Il destino di Tobias e Almut può cambiare da un momento all'altro prima del finale. Il vissuto e la sua rappresentazione sono la stessa cosa. In We Live in Time, tra il cinema e la vita non c'è più nessuna distanza.

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…We Live in Time non perde mai davvero un colpo delle sue argomentazioni, coerente fino all’ultimo con i desideri della sua protagonista, ma forse al film di John Crowley manca un discorso davvero rinnovatore che interessi anche il corpo, il dolore, la perdita e che magari liberi le riflessioni su temi del genere da certa fastidiosa retorica o anche solo dell’approccio a volte morboso con cui vengono raccontati al cinema. Il film ne sfiora a tratti certi presupposti ma non sembra voler costruire su di essi argomentazioni davvero di rottura. La malattia rimane oggetto di conversazione, mai vero sconquasso emotivo, dettaglio che costringe i personaggi a venire a patti con loro stessi, salvo nei rari momenti in cui decide “in sicurezza” di esserlo, parentesi che però hanno il retrogusto di (belle) scene madri pensate per permettere a Garfield e Plugh di dare il meglio di loro…

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…Non è un caso che Garfield, meraviglioso nell’impaccio da fiero sad boy, sia un grafomane, tant’è che è una penna scarica a innescare l’incontro con Pugh: porta sempre con sé un taccuino su cui prende appunti su tutto ciò che non conosce nella speranza di poterlo dominare, pagine piene di dati e numeri che restituiscono il senso di una storia. E Pugh è clamorosa nel suo concedersi completamente al film, incinta o martoriata dalla chemio, competitiva o remissiva, orgogliosa o sarcastica, teorica della rottura delle uova e pattinatrice pronta a un’altra piroetta…

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…Spetta a Pugh rendere questa donna abbastanza complessa da resistere all’istinto di definirla semplicemente egoista (una sensazione fastidiosa che la sceneggiatura stessa sembra supportare, anche quando Almut afferma che lo sta facendo perché sua figlia sia orgogliosa di lei), oltre a comunicare i rimpianti e le paure, l’attaccamento all’ottimismo e la filosofia di scalare ogni montagna il prima possibile, che iniziano a sopraffarla dopo la diagnosi. Tocca a Garfield convincere che il suo percorso verso la vedovanza, per non parlare delle sue preoccupazioni su come la figlia gestisca la malattia e sul suo tentativo di tenere a bada il proprio dolore per non perdere la gioia del loro tempo insieme che sta diminuendo, sembri autentico e sofferto. E spetta a loro due, insieme, far credere che stiamo guardando una vera coppia innamorata e in crisi, e non solo una coppia sullo schermo che si limita a indossare abiti e a portarsi le mani alla testa.

Fortunatamente due talenti come questi sono preparatissimi ad affrontare il compito. Crowley ha lavorato con Garfield quando l’attore ha ottenuto il suo primo ruolo da protagonista in Boy A (2007), e si può percepire un interprete che si sta adattando a una parte che gli consente di addentrarsi in luoghi più profondi e forse più dolorosi, pur continuando a interpretare il ragazzo dei sogno, un po’ imbranato e tutto sospiri. Qui si ha la sensazione che stia maturando verso una nuova fase da protagonista, un po’ meno “adorabile”. Pugh continua a costruire su un talento di base che sembra sconfinato e, per tutti i lavori che l’hanno costretta a puntare su vittime dell’horror popolare, su mogli retrò gaslit, su decane dei film d’epoca e su supercriminali con accento russo, riesce a scavare in una donna “normale” che si ritrova ad affrontare la sua mortalità con tutto l’entusiasmo possibile. D’accordo, è anche una chef famosa ed è costretta a partorire in una stazione di servizio, in quella che in qualche modo è la sequenza più intensa e tenera stile Love Actually dell’intero film. Ma tant’è. Sappiamo di sembrare un disco rotto quando affermiamo ancora una volta che potrebbe essere la più grande attrice cinematografica della sua generazione, ma è difficile non pensarlo mentre la guardiamo riempire i vuoti di questo personaggio meno eccentrico e più concreto del solito (per lei) e nonostante questo continuare silenziosamente a stupirci.

Andrete al cinema per una sorta di Scene da un matrimonio pasticciato, senza un vero matrimonio per la maggior parte della narrazione. Rimarrete lì a guardare, perché questi due comunicano in modo così meraviglioso che i giochi mentali della narrazione quasi non vi infastidiranno. (Un consiglio da professionisti: se siete convinti che solo la scena finale si svolga ai giorni nostri e che il resto del film sia in realtà solo un flusso di ricordi che vi piombano addosso in modo casuale, come spesso accade, il concetto formale funziona 10 volte meglio.) We Live in Time è un film di attori per necessità, se non sempre per scelta. Saprete la destinazione prima ancora che il film inizi. Pugh e Garfield fanno sì che il finale valga il viaggio, indipendentemente da dove lo si collochi nel tempo…

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sabato 8 febbraio 2025

No Other Land - Rachel Szor, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Basel Adra

il film è stato in poche sale in tutta Italia, per pochi giorni.

ho avuto la fortuna di vedere il film, quella sera molti non hanno potuto entrare in sala.

il film mostra l'eroica e nonviolenta resistenza degli abitanti di Masafer Yatta, un territorio palestinese minacciato dal Moloch israeliano.

lo stato d'Israele, la cui nascita fu decisa dall'ONU nel 1948, in un territorio ben definito, abitato dai palestinesi (che furono espulsi con violenza dalle loro case, la Nakba), oggi occupa quasi tutto il territorio palestinese (ben definito dall'ONU).

la macchina da presa (o la telecamera del telefono cellulare) segue Basel Adra (giornalista e attivista palestinese di Masafer Yatta) e Yuval Abraham (giornalista e attivista israeliano) da vicino, come pure i cittadini, e anche le bambine e i bambini di quel luogo minacciato ogni minuto, mostrandoci i pochi momenti di gioia e i numerosi momenti di disperazione. 

la loro vita è come quella di Sisifo, ricostruiscono con molto sforzo le case e le scuole, e poi gli israeliani (governo, tribunali, soldati, demolitori) gliele distruggono in mezz'ora, e così via.

se qualcuno facesse lo stesso in qualche villaggio israeliano tutto l'occidente collettivo griderebbe all'antisemitismo e imporrebbero sanzioni su sanzioni, ma qui sono solo palestinesi, l'occidente collettivo non si commuove, anzi fornisce le armi, siano per sempre maledetti.

vedere il film fa male, vedere quello che succede è peggio di come si può immaginare.

buona (palestinese) visione - Ismaele



 

 

…Il racconto caratterizzato da uno stile molto essenziale e diretto procede lungo una linea temporale che parte dalla crescita di Basel a Masafer Yatta e mostra la sua rapida presa di coscienza del difficile stato delle cose con la conseguente ricerca instancabile dei metodi da utilizzare per cercare di poter determinare ad ogni costo il futuro della sua comunità minacciata dall’esproprio, aiutato nella complessa operazione dall’amico Yuval.

Il metodo è un mezzo, il mezzo è la videocamera, l’unica ‘arma’ che egli pone tra se e l’esercito israeliano nella speranza che quelle immagini così crude e taglienti possano arrivare dove la legge non può e assieme all’organizzazione di alcune manifestazioni sul territorio possano far vedere cosa succede a voler semplicemente restare dove si è nati, ad essere nati in quello che qualcun altro per te ha deciso che sia il ‘posto sbagliato al momento sbagliato’.

Ciò che salta agli occhi è la straordinaria resilienza di uomini, donne e bambini che vogliono solamente rimanere lì dove gli antenati prima di loro hanno costruito con difficoltà l’avvenire della propria comunità sin dai tempi del mandato britannico degli anni ‘20.

Nel luogo dove hanno assaporato il mormorio delle albe e la serenità dei tramonti, dove hanno mangiato, corso, gioito, amato, sofferto, li dove in poche parole hanno vissuto e hanno formato la loro identità…

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Ci sono, almeno, tre cose interessanti in No Other Land, pluripremiato e valente documentario realizzato dai giovani attivisti palestinesi e israeliani Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor.

La prima: l’assoluta non resistenza, la palese fragilità, financo la caducità delle case palestinesi abbattute dall’esercito israeliano, aizzato dai coloni.

 

La seconda: il simil-camuffamento dei coloni, che piombano sulla scena – del delitto, da loro impunemente perpetrato – con il volto coperto, persino da kefiah, e la fionda in mano.

La terza: l’incongruità, se non incredulità, del sodalizio tra il palestinese Basel, che per oltre un lustro film la distruzione della sua comunità di Masafer Yatta, e l’israeliano Yuval: com’è – vi chiederete di fronte alla devastazione inflitta a più riprese dagli israeliani – che siffatta amicizia possa preservarsi e alimentarsi, com’è possibile? C’è del dolo, un disegno infernale – occupare bonariamente e solidaristicamente il campo avverso, perché l’opposizione noi (israeliani) e loro (palestinesi) non sia esaustiva, e dunque più eticamente e politicamente sanzionabile? – nello stare dalla parte delle vittime dell’israeliano Yuval? Già, tocca sospendere l’incredulità…

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Masafer Yatta è una regione collinare semi-desertica a sud di Hebron, in Cisgiordania, costituita da una dozzina di villaggi abitati principalmente da contadini e pastori arabo-palestinesi sin dal XIX secolo. Tra di loro c'è anche Basel Adra, giovane avvocato e giornalista, che ha deciso di dedicare la propria vita a documentare la barbarie che lo circonda sin dall'infanzia. Infatti, dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, Masafer Yatta è divenuta oggetto dell'occupazione israeliana fino ad essere dichiarata, nei primi anni Ottanta, area di addestramento militare ‒ la cosiddetta Firing Zone 918 ‒ e fungere da terreno fertile per l'espansione coloniale dello Stato ebraico. Una graduale, subdola e deflagrante attività di espropriazione forzata, legittimata nel 2022 da una sentenza della Corte Suprema di Israele e messa in pratica sistematicamente da più di cinquant'anni, attraverso ordini di demolizione degli immobili e un asfissiante controllo militare della circolazione stradale…

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No Other Land è più di un documentario: è un manifesto, una lezione di resilienza e pacifismo. Racconta le evacuazioni forzate e le demolizioni delle case di un villaggio palestinese in Cisgiordania, Masafer Yatta, da parte delle forze di difesa israeliane – Idf, che intendono utilizzare l’area come zona d’addestramento militare. Ma racconta, soprattutto, la lotta nonviolenta delle famiglie che da secoli abitano queste terre e qui hanno costruito le loro case e le loro vite. 

Mostra la tenacia con cui uomini, donne e bambini – tante donne, tanti bambini – cercano di difendere ciò che è loro, armati solo della loro determinazione, del coraggio e dello sguardo che puntano negli occhi dei militari, della voce con cui chiedono loro di immedesimarsi, cercando di suscitare empatia, comprensione, partecipazione: «E se ci fossi tu al posto mio?», domanda una donna, mentre una bimba bionda si nasconde dietro le sue gambe…

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