Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
mercoledì 16 maggio 2018
lunedì 14 maggio 2018
Latcho Drom - Tony Gatlif
se non conoscete Tony Gatlif, se non avete mai visto niente di suo, se non sapete da cosa iniziare, ecco Latcho Drom, un film unico di cui diventerete spettatori che non potranno trattenersi dal farlo conoscere a tutti, siatene certi.
godetene tutti - Ismaele
…Latcho Drom è il capolavoro assoluto di Tony Gatlif,
un film da vedere mille volte con occhi sempre diversi, con sentimenti ogni
volta nuovi. Ripercorre, in modo ideale, il tragitto che i Romani (il nome
completo dei Rom) compirono dall’India fino alla meta, anch’essa ideale, che è
la Spagna. E’ un viaggio magnifico e pieno di colori, di immagini meravigliose
che rischiano di rimanere per sempre nella mente del rapito spettatore. E’ un
viaggio pieno di danze e di musica che mutano ogni qualvolta si attraversa un
nuovo paese, una nuova città (anche Auschwitz) e che esplodono di gioia e
contemporaneamente di delusione quando infine giunge la Spagna e tutto diventa
flamenco, un flamenco che amaramente converge, e chiude il viaggio, verso il
“lamento della gitana”. C’è tutto: l’India, l’Egitto, la Romania e non c’è
neppure una parola, non c’è nulla di inutile o noioso. Ci sono solo la musica e
le immagini, insieme, a declamare una poesia cinematografica di inaudita
bellezza…
Poeticamente
interessante è la scelta di recuperare la leggenda inventata dal popolo nomade
per spiegarsi la propria dispersione: un carretto traballante appare nel
deserto proveniente dall'India e nei sobbalzi lascia cadere masserizie e
ragazzini, che sparpagliati ai bordi della strada inaugurano nuove comunità;
allo stesso modo in questo musical, che non è documentario né racconta una
fiction, si ripercorrono i luoghi toccati dagli zingari nei loro vagabondaggi
non usando altro che i loro volti, i corpi perennemente agitati dal ritmo della
danza e soprattutto la musica struggente ("Brucio il mio oroscopo che mi ha esiliato lontano da chi amo" è tra le
prime strofe della canzone tradizionale che inaugura questo lavoro di fine
antropologia), passionale, frenetica, dolcemente sofferente. Tramite questa si
filtrano tutti gli umori e si setacciano le tracce che le terre attraversate
hanno depositato nell'animo delle comunità erranti: ipnotico è l'inizio in
Oriente, dove già si denota l'impianto del film che propone sempre un motivo
filologico connotato dalla quotidianità dei lavori artigianali e dei rumori che
diventano muzijka e gradualmente si confondono con l'esecuzione del brano,
illustrato spesso da feste in cui risulta sempre chiaramente riconoscibile la
zona del mondo che in quel frangente assiste al transito della carovana degli
uomini liberi; l'uso del dettaglio per evidenziare la semplicità di vita
simboleggiandola con oggetti, materiali e attrezzi primari trova un simmetrico
dosaggio nelle inquadrature che isolano acqua, pane, fuoco per battere il
ferro, per scaldarsi e per accendere tabacco da un lato e dall'altro fuggevoli
insistenze sugli strumenti tradizionali, preparando le melodie che si scatenano
dal connubio tra questi due elementi … e dal sapiente uso dei cromatismi che
trascolorano dal giallo intenso del deserto del Gobi agli infuocati arancioni
che incoronano la sinuosa ragazza orientale, adornata di mille collane e
pendagli come l'albero attorno al quale si svolge la festa rituale, al rosso
delle corna di un bue, fino ai blu in cui si immerge l'incontro annuale a Saint
Marie de la Mer, in Provenza introdotto da un pezzo di splendido jazz alla
Django Reinhardt, passando dal marrone cupo del Bosforo, rivitalizzato dal
giallo ocra delle strade (e dei fiori) di Istanbul o al freddo grigio danubiano
e al ghiaccio plumbeo di Auschwitz, che si contrappone alla solarità del
flamenco andaluso con il richiamo alla lunga convivenza di cultura iberica e
tradizione nomade conclusa dalla persecuzione di Isabella, evocata nel film.
Mai comunque il film scivola nell'amarezza auto-compiaciuta: sempre pronto a
ripartire verso una nuova avventura etno-musicale…
Etichette:
capolavoro,
cinema Rom,
online,
Tony Gatlif
domenica 13 maggio 2018
Uno sguardo alla terra - Peter Marcias
a partire da un film di Fiorenzo Serra, del 1965, Peter Marcias racconta di allora e di oggi, fa raccontare alcuni grandi registi di documentari a cosa servono i documentari, come si devono fare, cosa si vuole raggiungere.
nessuno pensa più che un film possa cambiare il mondo, e però può far pensare, e magari solo cambiare le idee, l'approccio, i comportamenti, i pensieri di qualcuno, magari solo del regista.
si parte da un gran film, di un grande documentarista, che parla della Sardegna, e si scopre che dappertutto ci si pongono le stesse domande.
un film che merita - Ismaele
Qui qualche documentario di Fiorenzo Serra
nessuno pensa più che un film possa cambiare il mondo, e però può far pensare, e magari solo cambiare le idee, l'approccio, i comportamenti, i pensieri di qualcuno, magari solo del regista.
si parte da un gran film, di un grande documentarista, che parla della Sardegna, e si scopre che dappertutto ci si pongono le stesse domande.
un film che merita - Ismaele
Qui qualche documentario di Fiorenzo Serra
Partendo da una delle terre più amate del
Mediterraneo, la Sardegna, entriamo nel mondo del cinema. Il cinema del reale
di una volta, il “padre” di questo nuovo cinema mondiale.
Vincenzo Marra, Jose Luis Guerin, Claire Simon, Tomer Heymann, Sahraa Karimi, Mehrdad Oskouei, Brillante Mendoza, Wang Bing: grandi registi documentaristi discutono sullo stato di salute della Terra partendo dalle immagini del documentario L’Ultimo pugno di terra di Fiorenzo Serra del 1965. Un complesso work in progress polifonico nel quale la prospettiva di Fiorenzo Serra si fa innesco di una riflessione filmica ambiziosa, ben più critica e intrigante sulla scrittura dell’intimo e del sociale, sul confine labile tra illusione di neutralità e sguardo soggettivo.
Vincenzo Marra, Jose Luis Guerin, Claire Simon, Tomer Heymann, Sahraa Karimi, Mehrdad Oskouei, Brillante Mendoza, Wang Bing: grandi registi documentaristi discutono sullo stato di salute della Terra partendo dalle immagini del documentario L’Ultimo pugno di terra di Fiorenzo Serra del 1965. Un complesso work in progress polifonico nel quale la prospettiva di Fiorenzo Serra si fa innesco di una riflessione filmica ambiziosa, ben più critica e intrigante sulla scrittura dell’intimo e del sociale, sul confine labile tra illusione di neutralità e sguardo soggettivo.
…L’ultimo progetto
di Peter Marcias è un documentario sui documentari. Il regista sardo parte da
uno dei più importanti lavori del cinema del reale: L’ultimo
pugno di terra di Fiorenzo Serra (1965).
Documentario che vide la
supervisione di Cesare Zavattini e che nacque su promozione della regione
Sardegna con l’intento di promuovere e celebrare i progressi del progetto di
rinascita, che al contrario Serra presentò in chiave dubbiosa e poco ottimista.
Marcias opera una riflessione
che si apre con la versione restaurata presso il laboratorio “L’immagine
ritrovata” di Bologna del 2008 del film di Serra e mostra poi molti
protagonisti della scena documentaria di oggi come Vincenzo Marra, Wang Bing,
Brillante Mendoza, José Luis Guerìn e Claire Simon. Ma anche la giornalista
Piera Detassis e lo storico Manlio Brigaglia.
Attraverso le loro
testimonianze nella lingua d’origine in italiano, tagalog, spagnolo, francese,
ebraico e così via emergono una serie di voci diverse che si esprimono
attraverso le immagini…
…Il risultato è un film che dell’opera (non più)
censurata mostra il meno possibile, perché quello che davvero conta è il suo
senso, il suo significante oltre il significato, il suo effetto in chi la
guarda, la sua nuova e costante ricontestualizzazione. Partendo dalla Sardegna
e dal film che l’ha portata sullo schermo in tutta la sua più bruciante
intimità, Marcias si interroga nel corso delle sue interviste sul ruolo e sulla
funzione del cinema documentario, sull’importanza dello sguardo e dell’umanità
di chi tiene in mano la macchina da presa, sulle motivazioni che portano ad
accendere una videocamera per catturare la realtà dando voce a chi in genere
non ne ha, e non certo in ultimo sui corsi e ricorsi storici della
“modernizzazione” che ribalta l’arretratezza, per i quali la Sardegna di
sessant’anni fa è così simile all’Afghanistan di oggi, e per i quali, forse,
anche la Sardegna di oggi non è poi così dissimile da quella sospesa fra
tradizione e urbanizzazione, ma anche fra ancestrale appartenenza e triste
necessità di emigrare, rimasta fissata sui rulli di pellicola di Fiorenzo Serra
fra il ’60 e il ’64. Come suggerito già dal titolo, Uno sguardo alla terra è prima di
tutto un invito alla visione, nel quale chi in genere produce immagini è ora
chiamato a guardarne, e nel quale le immagini portano a un discorso più ampio e
universale dove le tematiche e la poetica di un film orgogliosamente amatoriale
scritto con Zavattini oltre mezzo secolo fa diventano l’occasione per
confrontarsi sul senso stesso di continuare a filmare il vero…
Etichette:
al cinema 2017-2018,
Brillante Mendoza,
documentario,
Fiorenzo Serra,
José Luis Guerìn e Claire Simon,
Manlio Brigaglia,
Peter Marcias,
Piera Detassis,
Sardegna,
Vincenzo Marra,
Wang Bing
venerdì 11 maggio 2018
Loro (seconda parte) - Paolo Sorrentino
se la prima parte (se fosse stato un film erotico soft, come
quelli che si giravano in Italia negli anni ’70) poteva avere come sottotitolo Tira più un pelo di f… che un carro di buoi, la
seconda parte potrebbe avere come sottotitolo I dolori e i turbamenti dell’anziano delinquente.
Toni Servillo è straordinario, come sa esserlo un attore come
lui, e riesce anche a moltiplicarsi, e potresti commuoverti per quel ricchissimo
e incompreso genio (secondo lui, S.) della finanza e della politica, tra le
altre cose.
niente di serio esiste per lui, al di fuori dei suoi
interessi, e non riesce a trattenersi quando può (e deve) essere amato, un
gioiello o una barzelletta, o una battuta per lui pari sono, vuole solo essere
amato e riverito.
un tempo si diceva che il personale è politico, nel film si
vede che è tutto il contrario (S. docet, e gli allievi non mancano).
tutti vogliono usarlo, quasi sempre non ci riescono, e il
tradimento, nell’amore per lui, sarà vendicato.
se un poco quel vecchio con un alito da nonno ti ha intenerito,
ritorna in te, guarda e ascolta qui
Sorrentino e Servillo sono una bella coppia, al cinema fanno
sempre una bella figura (la seconda parte è meglio della prima, ça va sans dire).
buona visione - Ismaele
buona visione - Ismaele
…Questo potente potentissimo
che non accetta il declino, e proprio per questa ragione si perde
(paradossalmente tornando però ai vertici), che non chiama Mike Bongiorno,
l’amico di una vita, perché Mike ha solo ricordi dietro di sé e lui vuole
invece avere un futuro davanti a sé, è un piccolo mostro dentro il quale Sorrentino e Contarello entrano come in Manhunter, con una totale immedesimazione con
l’oggetto della caccia. I due capiscono così tanto Berlusconi da essere
partecipi del suo desiderio di non morire dentro, di non essere vecchio, di
continuare a piacere, continuare a essere il proprio mito, di esagerare con
donne e feste per scacciare il declino. Nel loro Berlusconi c’è una pulsione
così forte verso la vitalità che è impossibile non condividerla, la lotta
umanissima per non tramontare personalmente in un uomo che identifica il
personale con il pubblico. Questa lotta egoista distrugge senza remore e senza
empatia tutto quello che è intorno a lui: Veronica, Mike, gli amici, i politici
e tutta la corte di miracoli che con le feste sperava di svoltare nella vita.
E proprio qui c’è l’ultimo grande tentativo, quello più fallimentare,
di un film che alterna (come troppo spesso capita a Sorrentino) il sublime con il raccogliticcio,
l’elevato e riuscito con il posticcio e il puerile. Come già in Il Divo, Sorrentino ha
l’ambizione di demistificare una figura gigante su cui esiste già una chiara
mitologia. Di Andreotti voleva cancellare l’idea di uomo intelligentissimo e al
suo posto fondare una mitologia vampiresca e ombrosa. Con Berlusconi vuole
cancellare la sua narrazione, quella del grande imprenditore vincente, e creare
quella del gaudente e vitale, del venditore ovvero “l’uomo
più solo del mondo perché parla sempre, senza ascoltare” (come gli
dice Ennio Doris, interpretato sempre da Servillo in
un’idea geniale di moltiplicazione di Berlusconi nei suoi collaboratori)
infelice anche se finalmente al governo.
Lo si capirà nello showdown finale con Veronica, il momento
culminante del film che tuttavia è anche il più diretto e sfacciato di un’opera
che invece in più punti sa essere sottile e realmente umana.
…Loro altro
non è che uno stralcio iper-realistico dell’ultimo quarto di secolo della
storia d’Italia, tratteggiato dal regista napoletano con la consueta cifra
stilistica felliniano-grottesca. Magistralmente. Come magistralmente Berlusconi
ha saputo incantare buona parte del Paese. Vendendo sogni impossibili. «Un
torero», come lo ha definito Sorrentino parafrasando Hemingway. Un torero
che, ancora oggi, ottantaduenne, si agita nell’arena.
…La visione
d’insieme di Loro è deficitaria proprio perché la
scrittura sembra perdersi nell’universo di un uomo (e suoi derivati) che è un
calderone ribollente, una megalomane controversia così costante da diventare
coerente.
Da qualche parte di questa galassia, anche le certezze di Sorrentino si smarriscono e chiedono informazioni ai passanti; persino le sue metafore, i suoi simboli e le sue esagerazioni divengono improvvisamente di imbarazzante innocuità.
Nel declino dell’iniziale vigore c’è spazio anche per una superflua parentesi sul terremoto a L’Aquila, pane raffermo e compassato per denti retorici, talmente poco sorrentiniano che sembra imposto.
Da qualche parte di questa galassia, anche le certezze di Sorrentino si smarriscono e chiedono informazioni ai passanti; persino le sue metafore, i suoi simboli e le sue esagerazioni divengono improvvisamente di imbarazzante innocuità.
Nel declino dell’iniziale vigore c’è spazio anche per una superflua parentesi sul terremoto a L’Aquila, pane raffermo e compassato per denti retorici, talmente poco sorrentiniano che sembra imposto.
Ripercorrendo a
ritroso l’intero tragitto di Loro, la sensazione è quella
di un viaggio suggestivo ma incompleto, più improvvisato che studiato, a cui
sfugge la sintesi di tutte le sue riflessioni, conducendo ad un capolinea di gran
lunga più estetico ed autocontemplativo che utile o analitico.
…Se hai messo in piedi un film di
oltre tre ore sulle avventure di Tarantini e le sue 28 mignotte a Villa
Certosa, in qualche modo devi portare a termine quel film che hai iniziato, non
puoi partire da altre parti. O forse lo puoi fare, ma devi portarmi qualcosa di
altrettanto forte. Invece Sorrentino liquida banalmente, con una battuta, la
coppia Scamarcio-Axen, come due parvenu che sono stati giocati dai
professionisti, e parte per un altro film, tutto fatto di dialoghetti,
mostrandoci Veronica che vuole il divorzio perché ha letto troppi articoli di Travaglio,
e non perché l’ha visto far lo scemo ai Telegatti, come nella celebre lettera a
“Repubblica”.
LORO SORRENTINO
BERLUSCONI SERVILLO VERONICA LARIO ELENA SOFIA RICCI
O mostrandoci il ritorno alla Presidenza e
subito dopo il terremoto de l’Aquila. Tutte cose che ben conosciamo, è vero, ma
che non servono a chiudere il film, perché il film è già chiuso da tempo. La
commedia alla Dino Risi, diciamo, era quella che vedeva la scalata della coppia
di parvenu a corte, ma i due personaggi vengono quasi dimenticati nella seconda
parte.
LORO IL BUNGA
BUNGA BY PAOLO SORRENTINO
Se Loro 1 poteva
imbarazzarci per una prima ora troppo molestatrice, e sembrava irrisolta perché
aspettavamo la seconda, la seconda, a sua volta, è irrisolta perché non
rispetta nessuna costruzione narrativa e si sfalda in qua e là. Peccato.
LORO BERLUSCONI
BY PAOLO SORRENTINO
Perché Loro 2 ha almeno
tre scene magistrali, e offre a Toni Servillo grandi momenti. E abbiamo capito
che più Sorrentino si allontana dalla realtà, dalla cronaca da docufiction, da
quello che i lettori del Fatto e di Repubblica pensano sia la realtà, più il
suo sguardo pop grottesco funziona. Detto questo, anche se non è un film
compatto, rimane un grosso tentativo di capire quello che abbiamo in Italia in
questi ultimi vent’anni. E in una stagione così disastrata, non è poco. Certo,
contro Thanos e gli Avengers può fare poco.
…Vien
quasi il dubbio che Sorrentino abbia come smarrito la via maestra che si era
prefisso e abbia finito per essere sovrastato da una materia
strabordante, che non riesce più a governare nemmeno in un film doppio. Se è
giusto che certi personaggi restino senza spiegazione (il misterioso «dio»
della prima parte o il valletto-segretario biancovestito con la calvizie di
Dario Cantarelli), si fatica a capire l’uscita di scena sottotono della coppia
Scamarcio/Axen, il frettoloso accenno al consumarsi della storia tra il
ministro Recchia e la bella Tamara, lo spegnersi della luce di Kira (una
Smutniak che in nome del suo ruolo da «ape regina» finisce per scavalcare con
eccessiva facilità i limiti del buon gusto). E quando invece il film sembra
trovare un respiro più disteso, ecco che torna a far capolino un moralismo ai
limiti del didascalico, come nell’insistito dialogo tra Berlusconi e una
Veronica decisa a divorziare. O in quello altrettanto superficiale con una
ventenne, che sembra costruito solo per permettere una battuta a scoppio
ritardato (quella sull’odore del detergente per dentiere). Per non parlare
dell’insistita volgarità con cui sono riprese le «olgettine» mentre cantano
«meno male che Silvio c’è».
È
proprio l’effetto d’insieme che lascia insoddisfatti, il disequilibrio tra le
scene, l’ambizione di voler dire tutto – privato, pubblico,
politica, amicizie, ambizioni, fallimenti – senza cercare di trovare un filo
che quel tutto lo leghi e lo interpreti. E che un finale con troppe ambizioni
metaforiche – la statua di un Cristo dolente che viene salvata dalle macerie
del terremoto dell’Aquila, tra la folla muta che osserva – finisce quasi per
ricondurre a scherzo blasfemo. Non si capisce se monito a un mondo che sembrava
insensibile alla sofferenza o sguaiato paragone alle macerie in cui si ritrova
chi si credeva indistruttibile.
mercoledì 9 maggio 2018
martedì 8 maggio 2018
Anche le tartarughe volano – Bahman Ghobadi
una storia di bambini, che sopravvivono nello schifoso
mondo dei grandi e dei masters of war.
un villaggio curdo di sfollati, in Iraq, poco
prima dell'invasione di guerra e della caduta di Saddam.
Satellite è un ragazzino intraprendente, che gestisce lo
sminamento, certi bambini perdono qualche arto, sono sempre sorridenti e
fiduciosi in Satellite, uno di loro.
poi appare una ragazzina, con un bambino cieco e un ragazzino
senza braccia.
Satellite si innamora, e niente sarà come prima.
questo è un film straordinario, che non ti dimenticherai più.
vuoiti bene, cercatelo e soffrite, - Ismaele
…Al
di sotto dell’orrore il regista ci mostra la natura innocente.
La tecnica di Ghobadi è sopraffina. Sul piano formale il film è ineccepibile.
Il suo Cinema è intriso di violenza e sopraffazione ma non pessimista. Come scritto in apertura, attraverso queste immagini egli si scarica di parte di un peso. E noi che siamo pronti ad accoglierlo, nella nostra cecità, scarsa informazione, sprovvedutezza, veniamo a conoscenza di qualcosa che ci arricchisce e ci interroga.
In Italia è passato solo in qualche rassegna; è un film da recuperare assolutamente per il tema che tratta e perché dinanzi a Ghobadi abbiamo a che fare con un Cinema di altissimo livello.
La tecnica di Ghobadi è sopraffina. Sul piano formale il film è ineccepibile.
Il suo Cinema è intriso di violenza e sopraffazione ma non pessimista. Come scritto in apertura, attraverso queste immagini egli si scarica di parte di un peso. E noi che siamo pronti ad accoglierlo, nella nostra cecità, scarsa informazione, sprovvedutezza, veniamo a conoscenza di qualcosa che ci arricchisce e ci interroga.
In Italia è passato solo in qualche rassegna; è un film da recuperare assolutamente per il tema che tratta e perché dinanzi a Ghobadi abbiamo a che fare con un Cinema di altissimo livello.
I wish everyone who has an opinion on the
war in Iraq could see "Turtles Can Fly". That would mean everyone in
the White House and in Congress, and the newspaper writers, and the TV pundits,
and the radio talkers, and you -- especially you, because you are reading this
and they are not.
You assume the movie is a liberal attack on
George W. Bush's policies. Not at all. The action takes place just before the
American invasion begins, and the characters in it look forward to the invasion
and the fall of Saddam Hussein. Nor does the movie later betray an opinion one
way or the other about the war. It is about the actual lives of refugees, who
lack the luxury of opinions because they are preoccupied with staying alive in
a world that has no place for them…
…Last week I was on a panel at the
University of Colorado where an audience member criticized movies for reducing
the enormity of the Holocaust to smaller stories. But there is no way to tell a
story big enough to contain all of the victims of the Holocaust, or all of the
lives affected for good and ill in the Middle East. Our minds cannot process
that many stories. What we can understand is The Boy With No Arms, making a
living by disarming land mines like the one that blew away his arms. And
Satellite, who tells the man in the city he will trade him 15 radios and some
cash for a satellite dish. Where did Satellite get 15 radios? Why? You need
some radios?
lunedì 7 maggio 2018
La Casa Sul Mare - Robert Guédiguian
i
personaggi del film di Robert
Guédiguian invecchiano, qualcuno muore, non ci sono bambini e ragazzi a cui
lasciare il testimone, o anche solo un racconto.
a 50 anni dal maggio francese
quei giovani di allora sono diventati anziani, devono fare i conti, con se
stessi, fra loro, col mondo.
lo fanno con sincerità e con
affetto.
e come succede nella realtà
anche nei film arrivano i migranti, bambini che ci guardano, che ci
interrogano, le risposte sono aperte.
belle e importanti le parole
del film, colpiscono le parole del soldato nero, che protegge la Francia e i
francesi.
un film in fondo triste, senza
troppe speranze, un film che non delude - Ismaele
ps: peccato che Robert Guédiguian e Ariane Ascaride non sappiano dell'esistenza di una importante lotta di boicottaggio culturale contro Israele, per le politiche di apartheid (e non solo) verso i palestinesi (leggi qui)
Robert
Guédiguian è annoverabile tra quei registi che fanno quasi sempre lo stesso
film, affezionato in modo quasi ossessivo alla zona di Marsiglia, di cui è
originario, a un gruppo di attori che è quasi una famiglia (la moglie Ariane
Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan) e ad alcuni temi: il conflitto
di classe, la violenza del capitale, il ceto popolare, il confronto
generazionale, i rapporti d’amore complicati. La casa sul mare (la villa) rappresenta una summa di questi elementi
ricorrenti della sua filmografia e un sentito omaggio a un passato di speranze
e di utopie in cui si viveva inconsapevoli della propria felicità, come spesso
accade quando si è giovani…
…Con sobrietà pudica, senza retorica, senza insistere nel racconto
particolareggiato del dolore, senza prediche inutili, scorre davanti agli occhi
degli spettatori la grande tragedia dei nostri giorni, ben simboleggiata
dall’immagine straziante delle due manine intrecciate che non vogliono
separarsi, e che nessuno dovrà separare in futuro, se davvero si vuole la fine
dell’odio irrazionale e della paura insensata che sta avvelenando e distruggendo
il nostro vecchio continente.
Un film molto bello,
malinconico, ma non triste, aperto, con molte cautele, alla speranza, come non
sempre accade nei film di Guédiguian, interpretato dalla squadra dei suoi
meravigliosi attori fra i quali, come sempre, si distingue la grandissima
Arianne Ascaride.
…Affine per formazione politica e nostalgie
socialiste-operaiste a Ken Loach, Robert Guédiguian è uno di quegli autori che
o lo ami o lo odi. Quanto a me, sto dalla sua parte. Irrazionalmente, lo
ammetto. Perché, pur essendo scarsamente sensibile allo sventolio di bandiere,
ai racconti delle antiche epopee antipadronali, al ‘come eravamo quando c’era
la fabbrica’, io i suoi proletari investiti anzi travolti dal cambiamento della
Storia li ho sempre amati e continuerò ad amarli. E anche stavolta Guédiguian,
dopo La ville est tranquille (film che adoro) e Les neiges du Kilimandjaro fa crollare ogni mia resistenza. È che i suoi film sono
belli e onesti, senza la minima affettazione. Li guardi e hai l’impressione che
quella vecchia Marsiglia fatta di popoli mescolati e contigui e ammassati negli
stessi vicoli (ben altro dalle mitologie multiculturaliste che oggi ci ammorbano),
e fatta di fatiche e sudori, lui l’abbia conosciuta bene. Cosa che non mi
sentirei di dire di altri cineasti di lotta e di impegno. Un film, La casa sul mare, che immagino di
molti echi autobiografici, una specie di bilancio esistenziale stilato dal
regista in compagnia di una banda di attori fedelissimi che lo seguono da
decenni, in testa la moglie Ariane Ascaride e Jean-Pierre Darroussin…
…Il
sentimento più forte che pervade La casa sul mare è l'ineluttabilità
dei cambiamenti nella vita di ogni suo personaggio. Per quanto il
padre dei protagonisti e i suoi anziani vicini rimangano a presidio del paese
ormai spopolato, la casa sul mare rimane lo struggente racconto
intergenerazionale di una realtà francese che si spegne giorno dopo giorno. Non
serve poi molta immaginazione per riconoscere lo stesso processo nelle nostre
province e sulle nostre coste: i giovani scappano in città, gli
anziani poco a poco vengono a mancare e i borghi si fanno silenziosi. Il
turismo stesso di trasforma e diventa esperienziale e fugace, rendendo
pittoreschi luoghi una volta vissuti da villeggianti di lungo corso e abitanti.
La Casa sul
Mare si apre con il riavvicinamento di tre fratelli, ritrovatisi al capezzale
del padre
Il paesino a cui
tornano i tre figli del protagonista (interpretati solidamente da Ariane
Ascaride, Jean-Pierre Darroussin e Gérard Meylan) è un miscuglio amaro di
ricordi d'infanzia in cui le strade erano ricche d'incontri e di persone, che
si scontrano con il borgo silenzioso e malinconico di oggi. D'altronde anche il
riavvicinamento geografico tra i tre fratelli è solo il primo passo per un più
lento e doloroso avvicinarsi sentimentale. La vera forza di La casa sul mare -
oltre una sceneggiatura solidissima e attori capaci di rendere emozionante la
messa in scena - è proprio la capacità di far vivere su schermo le
tappe ineluttabili della vita di ciascuno di noi, quale che sia la
nostra età, senza però affogare nel rimpianto e nella malinconia…
Iscriviti a:
Post (Atom)