dai paesi del sud del mondo, sopratutto a partire dagli anni '50 e '60, ci fu un esodo di ragazze verso le città dei paesi ricchi, coloniali, Francia, per esempio, come nel film, ma anche dalla Sardegna e dal sud d'Italia verso Roma e Milano.
erano ragazze giovani, che emigravano per fare le domestiche, le serve, nelle case dei benestanti, averle era (anche) uno status symbol.
spesso erano ragazzine che non sapevano niente del mondo, partivano da comunità povere, ma comunità, e arrivavano in case nelle quali (quasi sempre) erano recluse, sole, schiavizzate, trattate come oggetti della casa, in cambio mandavano un po' di soldi a casa.
cosa succedeva nella testa di quelle ragazze il film lo fa capire benissimo, Diouanaè prigioniera, oppressa, piena di nostalgia e rimpianti, umiliata e offesa dalla padrona di casa.
il film è indimenticabile, alla fine il padrone di casa porta le poche cose di Diouanaa Dakar, dalla madre, che lo tratta con disprezzo.
e un bambino prende la maschera della ragazza, e segue quel francese, fino alla macchina, come se fosse il fantasma di Diouanaa vivere nel mito, nel simbolo, chissà.
un film da non perdere, nessuno se ne pentirà.
buona (mascherata) visione - Ismaele
QUI il film completo, su Raiplay
La Noire de… fu il primo film di Ousmane Sembène a
produrre un autentico impatto sul pubblico occidentale, e ricordo bene
l’effetto che ebbe quando fu proiettato per la prima volta a New York nel 1969,
tre anni dopo l’uscita in Senegal. Un film sorprendente, feroce, inquietante e
completamente diverso da qualsiasi cosa avessimo mai visto. Sono fierissimo di
presentare il nostro secondo restauro di un film di Sembène.
Martin Scorsese
Nel 1961, poco dopo la dichiarazione d’indipendenza del
Senegal dalla dominazione francese, Ousmane Sembène, portuale autodidatta, si
diede un compito impossibile: creare un vero cinema africano come ‘scuola
serale’ per il suo popolo. Il suo prorompente esordio – che è stato definito il
primo film africano (cosa vera in spirito, se non nei fatti) – ispirò in tutto
il mondo una forma di cinema coraggiosa, socialmente impegnata e intransigente.
La Noire de… segue le vicende della giovane Diouana, attirata in Francia da una
coppia borghese che la assume come cameriera e la tiene segregata nel proprio
appartamento. Le continue umiliazioni fanno sì che Diouana perda letteralmente
la voce. Sottolineandone il silenzio, comune a tutti gli oppressi del mondo,
Sembène rivela l’immensa dignità della ragazza e, nel finale, la sua forza. Se
dal punto di vista visivo il regista s’ispira alla Nouvelle Vague francese (in
un film sulle differenze etniche e sociali la fotografia in bianco e nero
assume una forza particolare) e da quello spirituale al neorealismo, l’anima
del film è profondamente africana. Sembène è il primo a usare la macchina da presa
– finora servita solo a svilire il popolo nero – per porre al centro dello
sguardo gli africani. Ma il film (girato prevalentemente a Dakar) è anche
un’opera cinematografica seminale, che si dispiega con una precisione e una
fermezza sorprendenti, fornendo un punto di vista rivelatore, indimenticabile e
decisamente metaforico su un’Africa mai vista prima. La Noire de… fece
sensazione ai festival, da Cartagine a Pyongyang, e Sembène fu il primo
non-francese a ricevere il Premio Jean Vigo, in precedenza conferito ad Alain
Resnais, Chris Marker, Claude Chabrol e Jean-Luc Godard. Nel momento culminante
del film, un ragazzino indossa una maschera e insegue l’uomo d’affari bianco
che ha tenuto prigioniera Diouana. Quando il bambino si toglie la maschera, ci chiediamo:
si ergerà una nuova Africa? A quasi cinquant’anni dalla sua uscita, il
visionario La Noire de… resta una storia africana magnifica, sconvolgente e
contemporanea.
Samba Gadjigo e Jason
Silverman
Il cinema africano è ancora sconosciuto,
difficilmente visibile nelle sale europee. Nel 1966 Ousmane Sembène
realizza La noire de… (La nera di…) considerato il primo vero film africano e
presentato al Festival di Cannes dello stesso anno. Vincitore del “Premio Jean
Vigo”, per la prima volta assegnato a un regista non francese, Sembène, riesce
a portare sullo schermo l’Africa, mettendo al centro della narrazione la
propria gente. La forte carica politica di questo film nasce con un intento di
denuncia verso la politica postcoloniale in Africa e, visto nel 2015, mostra
una storia senza tempo che racconta gli immigrati alla ricerca di fortuna, in
luoghi sognati e idealizzati, ma che tradiscono immediatamente le loro
aspettative.
Sembène scrive una storia semplice e
lineare, ma dai tratti universali molto forti. Il film nasce da una novella
contenuta nel libro Voltaïque, scritta
dallo stesso regista nel 1962. Diouana è la nera di Dakar.
Sogna la Francia, di diventare una di quelle donne delle riviste, dai vestiti
ricercati e le scarpe di classe. Per sfuggire alla povertà si fa assumere da
una donna francese come bambinaia, e così diventa la nera di proprietà di una coppia europea.
Infatti, una volta arrivata in Europa, si ritrova a lavorare come domestica in
una casa abitata da persone altezzose e crudeli, che la tengono letteralmente
segregata. Un lavoro che sembrava un sogno, diventa in realtà un susseguirsi di
umiliazioni, che culminano nella scena in cui un uomo la bacia per provare
l’ebrezza di una donna nera. Durante la sua vita francese si intristisce,
ripensa all’Africa e alla propria libertà, e cerca una via di fuga alle
continue vessazioni…
… Tutto nel film è ricco di simboli: la maschera, innanzi tutto. All’inizio, un oggetto
ludico per il bambino, un oggetto festivo per Diouana, insomma un oggetto
quotidiano; in seguito, quando l’eroina compra la maschera del bambino e la
offre ai suoi padroni, è un oggetto estetico, ma statico – un oggetto tra gli
altri nella collezione dei cooperanti francesi. Viene da pensare che, offrendo
la maschera ai suoi capi, Diouana abbia venduto se stessa, e più precisamente
la sua africanità. Riprendendo questo oggetto tradizionale africano, ricorda
una parte di sé che aveva perso e si ribella. Quando Diouana si suicida, la
maschera è accanto a lei, così come la sua valigia, come se la morte le
permettesse di tornare a casa. Infine, è la maschera a tornare in Senegal:
indossata dal bambino, diventa un oggetto vivo che rappresenta la
dignità africana.
È soprattutto alla fine del film che la dinamica della
maschera diventa evidente: dopo aver voluto fare ammenda con la madre di
Diouana, che rifiuta i soldi che le sono stati offerti, il bianco se ne va. Il
bambino, invece, prende la maschera e segue “Monsieur” sulla passerella fino
alla sua auto. Per creare l’effetto drammatico di un “inseguimento”, Sembène
utilizza in quest’ultima sequenza brevi inquadrature, accompagnate da musica
africana, alternando il bianco che si gira più volte e il ragazzino, con la
maschera sul volto, che lo insegue. Poi il ragazzino si gira e scappa. Nelle
inquadrature finali, si avvicina sempre di più alla macchina da presa per
fermarsi in un’inquadratura fissa: si toglie la maschera e guarda direttamente
l’obiettivo.
La noire de... è
quindi un film sullo sfruttamento, la sottomissione e la dipendenza di chi ha
meno soldi, meno possibilità. Terribile quel “de”: Diouana ha perso il suo
nome, è solo La noire de, perché appartiene, come un oggetto
ai suoi padroni.
La storia che ci racconta Sembène può essere una storia
d’oggi: che differenza c’è tra la ragazza senegalese e le donne che vengono a
lavorare da noi come donne delle pulizie, badanti o prostitute, lontane dalla
loro famiglia, per curare i nostri figli, i nostri anziani, spesso senza
conoscere la nostra lingua, afflitte da una profonda alienazione?
Per questo il film di Sembène è un capolavoro, sempre attuale.
…La storia è ambientata durante il
governo "illuminato" di Léopold Sédar Senghor, quando il Senegal già da tempo
aveva ottenuto l’indipendenza dalla Francia e iniziato a sperimentare un
autonomo percorso democratico. Ma la mentalità padronale è più dura a morire,
quella richiede uno sforzo culturale ulteriore, più difficile da raggiungere,
soprattutto quando le leggi non scritte del mercato mettono a disposizione dei
più ricchi un serbatoio di lavoro acquistabile a buon mercato. Per questo “La
noire de…,” è un film anticoloniale, perché denuncia tutto il malessere che il
potere di chi sta sopra produce su chi è sotto. Lo fa raccontando la storia di
Diouana, una donna che si fa specchio di quella condizione di subalternità che
scaturisce da pratiche padronali dure a morire. Già il titolo è tutto un
programma, col suo rimarcare con forza l’idea di possesso riferita a qualcosa
di indefinito, un qualcosa che può essere chiunque, indifferentemente, ma
sempre preso dalla schiera dei più forti, tra chi può far valere sul piatto
della bilancia un più consistente rapporto di forza. L'abilità di Ousmane
Sembene sta nel rendere manifesto la presa di coscienza acquisita da Diouana
senza dare concretezza alla natura del conflitto. Rimane qualcosa che cresce
dentro poco alla volta, a contatto diretto con un mondo che sta imparando a
conoscere vivendoci dentro. Quello dell’alta borghesia, che si limita al
rispetto dell’etichetta (come l’avere la propria domestica “esotica”)
dimenticandosi che esiste della sostanza umana oltre la forma, una storia
millenaria dietro ninnoli d’arredo esposti in ogni dove. Come dimostra
chiaramente la maschera tribale su cui spesso insiste la regia, simbolo della
cultura di un popolo riciclata a mero oggetto oleografico. Diouana impara a sue
spese che i “bianchi” possono mostrarsi buoni, gentili, magnanimi, solidali, ma
all’occorrenza possono usare queste modalità dell’agire umano in maniera
ricattatoria, sottoporre all’umoralità del momento quelle che alla fine si
scoprono essere solo delle gentili concessioni…
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