domenica 23 ottobre 2022

Azor - Andreas Fontane

siamo nel 1976, nell'Argentina dei generali, un banchiere svizzero è sparito, viene sostituito da un altro, che da Ginevra arriva a Buenos Aires con la moglie.

come nella storia di Pollicino, ripercorre le poche tracce e incontra le persone che conoscevano il suo collega, che forse si trova nel buco nero dei lager dei militari.

incontra tanta gentaglia, imprenditori, militari, prelati, brutta gente davvero.

ogni tanto a qualcuno scappa una mezza verità, ma se ne pentono subito.

il lavoro per il banchiere c'è, contratti favorevoli pure, ma né più né meno delle banche che trattavano i beni rubati agli ebrei, negli anni '30 e '40, nella civile Europa.

business as usual, come sempre.

un thriller a bassa intensità, con un finale amarissimo e terribile.

buona (bancaria) visione - Ismaele


 

 

…In Azor, il clima di terrore portato dal “Processo di riorganizzazione nazionale” nell’Argentina di inizio anni ’80 diviene la cornice di riferimento imprescindibile per comprendere i comportamenti diffidenti, le azioni circospette e i gesti cauti dei personaggi, nonostante nel film il “contesto politico” non venga mai esplicitamente citato, né tanto meno rappresentato. Fontana qui agisce per sottrazione, delineando un’atmosfera di paura e tensione senza che l’origine del terrore sia figurativamente presente, in un modus operandi simile a quello adottato da John Le Carrè, i cui personaggi agiscono all’ombra di pericolosi rivolgimenti politici che mai emergono a livello di superficie. E nel direzionare il percorso del protagonista in questo senso, il regista articola un rapporto “da remoto” tra De Wiel e il suo omologo Keys, la cui repentina scomparsa getta un alone di tensione sul banchiere, terrorizzato di incorrere nel medesimo, tragico destino del misterioso collega…

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Azor, nella sua forma così nitida e algida, nel parlottare enigmatico e allusivo dei potenti, nell'astrazione da ogni dettaglio della realtà e nella concentrazione totale nel mondo ipotetico di chi vive al di sopra degli eventi, è un film che sembra voler confondere lo spettatore tanto più è preciso e perfettamente controllato nel suo racconto. La tensione che si viene a creare in questo modo è perturbante e via via più opprimente, ed è quasi con sorpresa e con un senso di fastidioso sollievo che si assiste a una risoluzione degli eventi che stava lì, davanti ai nostri occhi, fin dal primo minuto.
Fontana - che nella strutturazione del percorso di Yvan si è fatto assistere, in sceneggiatura, dal geniale Mariano Llinás di Historias extraordinarias e La flor -  mostra un cosa e parla di un'altra. O meglio, parla dell'orrore della dittatura argentina mostrando coloro che l'hanno silenziosamente approvata, e del ruolo della finanza europea codarda, complice, ignava e opportunista.
Lo fa senza proclami né banali esplicitazioni: solo con l'uso di un cinema di grande immaginazione e affabulazione, che elabora il thriller secondo coordinate anomale e rimane sempre affilato come una lama di coltello…

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Scegliere di tenere fuori campo qualsiasi elemento narrativo e formale che richiami il cinema politico per restare prepotentemente radicato nel genere è infatti una scelta che si rivela estremamente potente; cosi come il lavoro sul décor, sui costumi e sulla direzione degli attori, talmente misurato e preciso da dare vita a un’eleganza disturbante che diventa la cifra stilistica di tutto film. Proprio attraverso l’atmosfera che Fontana crea con la sua messa in scena affiora infatti tutto il portato delle questioni che solleva a cominciare dal ruolo di sostegno e di appoggio economico fornito dalla banche svizzere alle dittature di tutto il mondo che proprio per questo, sono raccontate - attraverso i loro rappresentanti - come moderni conquistadores, responsabili al pari dei dittatori stessi, dei loro generali, dei loro torturatori, e di tutti i conniventi (a cominciare dal clero) delle violenze, delle privazioni, delle sparizioni, della negazione dei diritti civili e politici che il popolo argentino ha subito per questi un decennio.

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Azor vive di contrasti, di crimini efferati nascosti dietro un’apparenza seducente, dello spazio impalpabile nascosto tra la parola detta e quella occultata. Un’immersione nel buio dei rapporti corrotti tra vita, morte e potere. Elegante e controllato, il film ha una buona idea, mescolare ai due protagonisti un cast di non professionisti. Un accostamento di stili, spontaneità e approccio al mestiere che aggiunge conflitto su conflitto, e costruisce emozione.

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Las actuaciones de Rongione, Cléau y Pablo Torre Nilson como el nefasto clérigo son muy buenas aunque el resto de los intérpretes deja bastante que desear dentro del típico marco preciosista pero castrado de sexo y sangre del cine ultra baladí contemporáneo, como si la fotografía elegante de Gabriel Sandru y la atractiva y estridente música de Paul Courlet compensasen la falta de ideas de la propuesta y sus latiguillos quemados o trasnochados símil cruza entre la Nouvelle Vague más seca, el suspenso de acumulación dramática que nunca explota y la decadencia altisonante del poder antropófago y demencial a lo La Caída de los Dioses (La Caduta degli Dei, 1969), de Luchino Visconti, aunque desde ya sin el desparpajo, la efervescencia y la vocación hiper rupturista del clásico italiano. Fontana, en cambio, aburre con la alegoría bien vulgar del título acerca del silencio cómplice, muchos tiempos muertos de cadencia arty hueca, el machismo marca registrada omnipresente de aquella etapa, el desprecio cruzado dentro del mismo régimen y sus recovecos mafiosos, los recursos teatrales minimalistas, mucha cámara estática festivalera de otro tiempo y sobre todo esta semblanza faustiana de fondo que ya se vio mil veces, hoy con Iván reemplazando en el desenlace a Keys al aceptar licuar las propiedades de los asesinados de una forma que definitivamente su predecesor no había consentido, ambos muy amigos de los genocidas…

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venerdì 21 ottobre 2022

Fando y Lis (Il paese incantato) - Alejandro Jodorowsky

ad Acapulco alla prima del film ci fu qualche tumulto, era capitato anche per i primi film di Buñuel, capita.

fra i produttori del film c'è Juan Lopez Moctezuma (il regista di Alucarda)fra gli attori appare il grande scrittore messicano Juan José Arreola.

si legge da qualche parte che si tratta di un film surrealista, secondo me è più un film felliniano.

impossibile raccontare la storia, due amici-amanti, Fando e Lis, intraprendono un viaggio verso la mitica città di Tar (se esiste), e nel viaggio incontrano tante persone, hanno dei ricordi, o incubi, si mollano e si riprendono, il viaggio è un'avventura.

ma guardatelo, è proprio un gran film, nel Messico del 1968.

buona (strepitosa) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, in spagnolo

 

 

Esordio nel lungometraggio dell'apolide ebreo-cileno d'origine russa A. Jodorowsky (dopo il mediometraggio La cravate), Fando y Lis è una commistione di simbolismi e metafore, un viaggio iniziatico (c'è una sorta di ricordo di Alice nel paese delle meraviglie, con una bambina che scavalca un muro metaforico, aiutata dallo stesso regista-burattinaio) alla ricerca del paese della felicità e dell'infanzia, ormai corrotta dal mondo degli adulti, dai mostri del meccanismo sociale borghese. Il voluto carattere disturbante delle immagini e dello stile si fonda su una narrazione frammentaria, episodica, come un grande affresco medievale, virato in un bianco e nero aggressivo e sporco. La visionarietà è la cifra principale di questa via crucis storpiata, dove la coppia è costantemente messa alla prova, continuamente oppressa internamente da momenti di tenerezza e altri di crudeltà (soprattutto da parte di Fando, il più volubile e debole, attaccato, come ha affermato lo stesso regista, al suo tamburo che lo lega al ricordo di una infanzia che sarà perduto nel momento in cui lo strumento sarà sfasciato).

Una carrellata visionaria, assurda, grottesca, violenta, sensuale, dispersiva, tanto surreale quanto realistico a causa di persone che rimangono se stesse anche nella finzione, un film che fu osteggiato fin dalla prima proiezione ad Acapulco, dove il regista fu persino inseguito. Può risultare un po' pesante nel complesso, ma ha sicuramente materia d'analisi abbondante cui non è certo possibile rendere giustizia in poche righe.

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"Può essere l'Inferno di Dante e l'Odissea,
Può essere l'Apocalisse e una favola,
Può essere la storia di un crimine e un'analisi dell'inconscio,
Può essere un film di avventure,
Una critica ai vizi della nostra società,
Una visione del mondo dopo la guerra atomica,
Un trattato di alchimia,
Oppure un lungo sogno…"

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Jodorowsky's first is also his most relatively accessible movie from that period, albeit a very surreal movie based on his work with Arrabal, with graspable allegories and symbols as well as his usual impenetrable mysticism. Fando & Lis is a black and white, surreal, Freudian story about an innocent young couple in search of a fantastical, Eden-like place called Tar. Along the way they lose their innocence and Fando trips over his ego, parents, homosexual tendencies and other psychological barriers, growing more abusive and desperate as his dreams are shattered, witnessing the exploitation of the poor, blind men drinking blood, and a living-dead society, often with religious overtones. This is all portrayed symbolically and provocatively of course, but the heavy-handed psychology and pretentious symbolism become tedious and aimless after a while. Evidently, the provocation and content in this movie were enough to cause a riot in Mexico.

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… Las reacciones no se hicieron esperar tras la proyección de la película en Acapulco. El público, indignado, comenzó a gritar insultos a la pantalla y poco a poco fue abandonando el recinto hasta quedar sólo una quinta parte al final de la proyección. Una nota publicada en Excélsior acusaba al realizador de haber encauzado la cinta con el fin de provocar escándalo, “(…)acumulando porquería y ofensas a la dignidad del propio público, que no tenía otra cosa que protestar violentamente (…)una película negativa desde que empieza hasta que termina, porque tal fue el propósito de un hombre que no puede conformarse con lo natural, con la normalidad de las cosas…”.

Los directores Servando González y Raúl de Anda pidieron se aplicara el Artículo 33 al chileno por considerarle “indeseable, extranjero y pornógrafo”. El Indio Fernández fue más allá, declaró que en cuanto lo viera lo iba a matar. Jodorowsky cuenta que ese mismo día tras salir escoltado del lugar en donde se presentó la película, se fue a su hotel, lugar el que se llevaba a cabo una habitual celebración nocturna. Al ver al Indio, le envió dos botellas de whisky y fue invitado a beberlas con el laureado director. Ya borracho, Fernández declaró a los diarios que en la próxima realización de Jodorowsky, él fungiría como asistente de director.

Fando y Lis pudo ser exhibida comercialmente hasta cinco años después de su realización en el cine Roble, durando en cartelera sólo cuatro semanas. El escándalo provocado en la Reseña de Acapulco ya se había olvidado y el filme pasó sin pena ni gloria por la pantalla de dicho cine.

Alejandro no fue expulsado del país, al contrario, filmaría aquí otras tres películas: El Topo (1969), La Montaña Sagrada (1974) y Santa Sangre (1989) y dos más en el extranjero: Tusk (1978) y The Rainbow Thief (1990). Entre sus proyectos frustrados se encuentran la adaptación de Dunas, realización que quedaría en manos de David Lynch, así como la de El Almuerzo Desnudo, de William S. Burroughs, con quien Jodorowsky incluso había comenzado a buscar locaciones; la novela fue finalmente llevada al cine por David Cronenberg….

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El hombre y la mujer en una misión suicida

alcanzar el primario edén es lo que les motiva.

La mujer y el hombre rezumando emociones.

pues viajan rodeados de chamanísticas actuaciones.

El hombre y la mujer caminando por el barro,

carga el hombre a la mujer en un carro.

La mujer al hombre le resulta carga

pero con amor su atención embarga.

El hombre a la mujer tratando con violencia

pues es un niño grande que ríe con inocencia.

La mujer y el hombre en un mundo de sexo hediondo

donde vivir, comer y follar son acciones de trasfondo.

El hombre y la mujer con canciones repetitivas,

tonadillas recurrentes que amenizan sus vidas.

Hombres y mujeres y un surrealismo locuaz

con el que Jodorowsky muestra de qué es capaz.

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…El film combina de manera magistral anticlericalismo, Complejo de Edipo, artillería política de izquierda, imaginería onírica avant-garde, chispazos de pederastia, dardos al mundo del espectáculo, prisiones carnales/ psicológicas superpuestas, fetichismo y una obsesión gloriosa con destruir cuanto tabú haya dando vueltas en el terreno de lo reprimido social.

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giovedì 20 ottobre 2022

I misteri di Lisbona (Mistérios de Lisboa) - Raúl Ruiz

un'opera fatta di incastri e storie che sono un'unica storia.

quando sembra finire il film riparte, con un nuovo mistero che nasce e poi verrà svelato, e ogni mistero è legato agli altri.

una sceneggiatura ottima, una regia eccelsa, che gestisce gli attori al meglio, un film perfetto.

cercatelo e godetene tutti (esiste anche una mini serie, che dura poco più del film).

buona (misteriosa) visione - Ismaele

 

 

 

 

…L’opera di Ruiz è una recherche commossa e sommessa, silenziosa e rarefatta. Proverò a districarmi all’interno della fitta rete di rimandi del film di Ruiz attraverso tre fasi.


1- Il Mistero dell’inquadratura: il cinema di Ruiz consta di atti scenici distinti e solenni, in cui l’azione del dramma sentimentale viene modellata sugli attori come se un pittore avesse espanso la partitura dei colori su un paesaggio umano in costante evoluzione. Quello che ne conseguenze è un denso rivaleggiare tra linee morbide e sature, in cui il Tempo della Storia si fa redenzione dello sguardo.

Misterios de Lisboa attua un vortice metonimico che rende impossibile decifrare distintamente il percorso narrativo che sarà associato ad ogni personaggio: il destino dello spettatore è quello di perdersi all’interno della matassa composta da Ruiz.
All’interno dei misteri di Lisbona la corrente misterica serpeggia fantasmatica, annullando la visione e rendendo il desiderio dello sguardo una prospettiva negata. Quello di Ruiz è un cinema in costume d’altri tempi, che sfrutta la capacita della visione di proliferare vie ignote allo spettatore, introdotto al fascino, mai abbastanza appagato, del quadro messo in scena.

 

2- L’immagine del/nel quadro: il modo di inquadrare di Ruiz mette in prospettiva il desiderio, annienta il fuori campo, rende vitreo lo sguardo, che penetra come una lama nei volti assoluti degli attori.
Il mélo si dipana nella lentezza liturgica della devozione alla conquista del Tempo, nel rivolgersi mai acclarato allo spettatore, ma sempre rispettoso del respiro della congiura narrativa che viene portata avanti dal regista.

Ruiz assume il punto di vista dell’incontro con il ricordo, rivaleggia con una memoria che tende a spegnersi, di conseguenza filma con radicale urgenza, voltando ogni pagina del romanzo usando carrelli ed ellissi che programmano l’emozione, la traducono in immagini pure e irreali.
Questo significa filmare il Tempo e raffigurarne la morte: all’interno cioè di un concetto mai espresso come punto definitivo di una congiura che è prima di tutto estetica.

 

3- L’eccezionalità congiunturale del progetto: non tutti i Ruiz sono grandi film: il regista di origini cilene ha girato molto, a volte troppo, come il suo collega Godard o De Oliveira. Quando si girano tanti film si ha una probabilità molto maggiore di incontrare problemi, di sbagliare, di innamorarsi di idee che non forniranno poi una degna ricerca di sguardo e di visione. Inoltre non sempre Ruiz ha avuto a disposizione un cast di alta classe come questo.
Con Misterios de Lisboa ha probabilmente avuto la sua maggior fortuna di sempre, cosa che non gli era successa nemmeno ai tempi de Il Tempo ritrovato (1999), una recherche troppo letteraria, condensata sulle celebrità che si mangiavano il film e facevano scattare la sospensione dell’incredulità, una recherche che era, inoltre, attraversata da carrelli che non accompagnavano degnamente il dipanarsi dell’intreccio: si era dalle parti di un romanticismo francesizzante declinato alla maniera, seppur bella. Con questo Misterios de Lisboa Ruiz tocca i vertici della rappresentazione scenica dell’abbandono, della morte, della memoria e della Storia, arrivando a costruire un’opera che si lascia ammirare con soggezione, lentamente, assorbendone l’intramontabile, latente grandezza.

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è il testamento artistico di un grandissimo regista, uno degli ultimi surrealisti puri che ha scritto un proprio linguaggio cinematografico scardinando la trama e creando mondi onirici senza bisogno di linearità narrative ma a volte affidandosi solo alla forza dell'inconscio o, appunto, del puro surrealismo. Ora ci rimane solo Lynch con la dipartita del maestro cileno.
"I misteri di Lisbona" resta comunque un film accessibile a tutti, sceneggiato in modo chiaro nei dialoghi ma comunque intricatissimo (e questo immagino sia dovuto soprattutto al romanzo d'appendice da cui è tratto). I tocchi surreali di Ruiz si notano nello stile barocco, delicato anche se visivamente magmatico e irrequieto, con lampi di bizzarria tipicamente grottesca. Invece anche la trama principale si snoda in continuazione diramandosi in un'intricata ma comprensibile matassa. Ruiz è stato esaltato come uno dei pochi e forse ad oggi l'unico ad aver portato al cinema il senso della Recherche proustiana, non solo con "Il tempo ritrovato" ma in generale pare essere nelle sue corde. Guardando con occhio attento al suo cinema è proprio cosi: come delle matrioske, Ruiz gioca ad inglobare storie e storie svicolando da quella principale ma poi tornandoci prepotentemente in una struttura circolare perfettamente riuscita. E il suo sguardo non basta: il reparto tecnico è grandioso a partire dalla fotografia suadente, la ricostruzione storica perfetta e mai troppo tronfia ma sempre credibile, i riti della borghesia nobile cosi documentati (appunto, alla Proust), le ambientazioni splendide. Senza esagerare rivaleggia con Barry Lyndon, con le dovute differenze…

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Di concerto con l'attenta sceneggiatura di Carlos Saboga, il maestro cileno orchestra dunque una sinfonia di situazioni che si dipartono dalla traccia principale, intrecciando flashback dove i vari personaggi raccontano la loro storia e svelano i rispettivi segreti. Si crea in questo modo una struttura a vasi comunicanti dove un'unica storia è paradigma di molte altre, le genera e ne è a sua volta influenzata, in una inesauribile proliferazione di nuove possibilità. L'espediente amplifica dunque la sensazione di un lavoro sulla forma del racconto e genera, oltre a una continua variazione ritmica, una perenne e sapiente capacità di valorizzare un espediente tipico del racconto seriale (narrativo e cinematografico), quello della rivelazione: il film mantiene sino all'ultimo la sua freschezza, oltre che per la straordinaria forza visiva impressa dalla regia, anche perché riesce a rigenerarsi continuamente attraverso le inedite prospettive fornite dalle rivelazioni dosate con estrema cura. E la moltiplicazione dei luoghi e delle identità (alcuni personaggi chiave cambiano nome e a volte aspetto) si allinea a questa volontà di continua scomposizione e ricomposizione, compiuta non per mero esibizionismo teorico, ma per chiarire la natura estremamente inafferrabile della vita e della felicità, dove ogni storia resta come emblema di una condizione di perenne vagare fra stati d'animo sempre provvisori.

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Misterios de Lisboa es la historia de Pedro, y así lo postulamos por la unión del principio y el final de las apasionantes cuatro horas y media de la versión cinematográfica (hay otra de seis horas para televisión). Pero también es la historia de la madre de Pedro, y del abuelo, y de unos bandidos, y de un cura y otro religioso, y de nobles y amores y fantasmas y tragedias alrededor. Las historias se despliegan, se contagian una a otra, se prestan sus senderos que se bifurcan y se vuelven a unir, y los personajes cambian y se transforman. En Misterios de Lisboa el fin del siglo XVIII y el principio del XIX en Portugal, Francia y también en Italia cobran vida pero no como en una película "de época" que "se ambienta" de manera puntillosa, cuidadosa, inmóvil. Aquí hay diálogos lacerantes, hirientes, elegantes, nobles, sagaces, dichos con la confianza actoral de intérpretes manejados por un director único, que, al ubicarlos en espacios que controla con mano maestra -esos travellings a través de las paredes, esos recortes de foco, esos espejos fundamentales-, los hace dar lo mejor de sí, los inunda de confianza, les insufla movimiento, alma, los inserta en una puesta en escena de agilidad memorable, para ver a repetición. Los planos secuencia -como ése del joven Pedro en el paseo con el padre Dinis-, las revelaciones, los cambios de punto de vista y de voz narrativa, el despliegue de pasiones desencontradas, el dolor y el humor, siempre el humor zumbón de Ruiz que surge en los momentos más inesperados, construyen una película que puede cambiar nuestro modo de ver el cine y, por lo tanto, la vida. Esto es cine imprescindible, cine inolvidable, cine para agradecer.

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martedì 18 ottobre 2022

Le buone stelle – Broker - Hirokazu Koreeda

Hirokazu Koreeda dopo Parigi gira un film in Corea.

il film è una storia che sembra un thriller con dei delinquenti che commerciano bambini.

la realtà è un'altra, ai confini della legalità, magari oltre, e quelli che sembravano guardie e ladri sembrano più vicini di quanto si potesse credere all'inizio.

mutatis mutandis sembra un film neorealista scritto da Zavattini.

il film riesce a non annoiare mai, con dei colpi di scena ben assestati, e attori bravissimi, naturalmente, in mano a un signor regista.

e però, sarò incontentabile, i registi in trasferta spesso perdono qualcosa rispetto a quando girano in casa, tuttavia il film merita molto.

buona (nippo-coreana) visione - Ismaele

 

 

Con Broker racconta invece una storia coreana (che lo vede lavorare con star locali come il Song Kang-ho di Parasite) che inizia a Busan e diventa poi un road movie itinerante, pur rimanendo molto vicina ai temi tradizionali del suo cinema.

Innanzitutto la famiglia, organismo primario che va oltre anche i legami di sangue. Per il regista nipponico famiglia vuol dire pathos, impegno e responsabilità: è un modo di resistere al sistema e alle sue storture sociali, questa volta con particolare enfasi sulle leggi per l'adozione e sulle politiche di welfare infantile. Broker si chiede e fa chiedere ai suoi personaggi cosa sia più giusto, esaminando un caleidoscopio di casi da diverse prospettive durante il viaggio sgangherato di questa famiglia improvvisata.

Ci sono madri bisognose, coppie che hanno provato di tutto, ospedali che si prendono cura dei neonati abbandonati, gestori di orfanotrofi, e la polizia che deve applicare leggi a volte troppo severe. L'immagine della "baby box", un buco nel muro illuminato e con ninna nanna incorporata dove poter lasciare alle cure dello stato un bambino a cui non si può dare un futuro, è quella che apre il film e rimane sempre centrale nel suo sviluppo. Ma è davvero un aiuto oppure incentiva le giovani madri all'abbandono?

Dilemmi sui quali Kore'eda si schiera sempre dalla parte dell'empatia e dei buoni sentimenti, in quello che è un inno alla vita gentile e perfino un po' ingenuo. Qualunque gruppo di persone può imparare a diventare famiglia nell'universo del regista, che però è diverso dal mondo reale. Il sentimentalismo che lo ha spesso aiutato a illuminare con dignità il genere del dramma sociale stavolta lo fa apparire poco incisivo, benché il film si mantenga piacevole grazie a un variegato cast di personaggi decisi a fare - più o meno - sempre la cosa giusta

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Nel momento in cui i loro cuori iniziano a schiudersi, ciò accade anche al film, il quale svela il proprio ai suoi spettatori. Più i personaggi si raccontano, si smontano di ogni preconcetto e si privano di ogni segreto, più il ritmo rallenta, concentrandosi quella dimensione intima ed esistenzialista che Kore’eda è un maestro nel mettere in scena. È in questa seconda metà del film che fuori escono tutte le riflessioni sul significato di famiglia, di genitorialità e, in particolare, sul conflitto tra il voler essere dei genitori e l’incapacità di esserlo davvero. Un’incapacità che è però anche in questo caso la conseguenza di un contesto sociale sempre più individualista, che non protegge i propri membri.

Tale dinamica è in particolare esplicitata dalla presenza delle due detective intente ad osservare i movimenti del gruppo per coglierli in flagrante e arrestarli. Si tratta di due personaggi che incarnano quella legge cieca a determinate dinamiche e unicamente motivata a punire ogni infrazione, senza valutare gli elementi di contorno. Quella legge che, come avvenuto anche in Un affare di famiglia, riporta il racconto ad una dimensione particolarmente cupa e soffocante. L’elemento crime è in effetti particolarmente presente all’interno di Le buone stelle – Broker, con una serie di indagini portate avanti dalla polizia e che contribuiranno a far emergere ulteriori scheletri nell’armadio dei protagonisti.

La sceneggiatura di Kore’eda si configura dunque come un continuo susseguirsi di elementi e generi diversi tra loro, che si incastrano a meraviglia grazie alla delicatezza con cui il tutto è narrato. Un lavoro di scrittura a dir poco brillante il suo, che traspare anche grazie al controllo con cui egli regola i toni del film, capace di passare dalla commedia spensierata al dramma più puro. Con un impostazione di regia come suo solito invisibile, discreta, che lascia parlare le immagini, Kore’eda si divincola dal solito rischio di ripetersi per regalarci un’opera che ancora una volta aggiunge qualcosa di nuovo alla poetica, ribadendo però la bellezza delle tante sfumature che una famiglia può possedere.

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 Le buone stelle. Broker sembra aver smarrito la purezza, per svilupparsi in una serie di superfetazioni, deviazioni, sovrastrutture. In una dinamica che potrebbe sembrare più “accattivante”. Ma che lascia emergere anche la dimensione più ombrosa e problematica della visione di Kore-eda. Una sorta di pessimismo di fondo, a cui si tenta di trovare un antidoto nel cuore segreto delle relazioni. Un nuovo equilibrio. Nelle possibilità di una famiglia allargata, lontana da quella tradizionale, fondata più sulle ragioni profonde delle sensibilità che sul sangue, più sul desiderio e il bisogno di trovare una comunione alternativa che sulle differenze generazionali. E, qui, in questa dimensione Kore-eda riesce sempre quei momenti inarrivabili, struggenti, in cui l’emozione sorge spontanea dalle immagini. Senza forzature, senza retorica. Come la straordinaria scena sulla ruota panoramica. Sono quei momenti che solo i giganti sanno toccare con tanta semplicità. E in cui, una volta di più, avverti tutta la tua impotenza, l’inutilità di ogni discorso critico, l’impossibilità della parola a restituire solo una minima scintilla dell’energia che smuove l’anima. In cui l’immagine ti parla con la stessa evidenza della vita.

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lunedì 17 ottobre 2022

Siccità - Paolo Virzì

siamo in una città, che è Roma capitale, con l'acqua agli sgoccioli (Capitale corrotta - nazione infetta, scrivevano nel 1955).

tante storie scorrono e si intersecano, l'acqua è una scusa (o un'aggravante) per raccontare e mostrare un mondo alla deriva, in grande crisi, dove nessuno è contento, tutti hanno dei problemi e provano a risolverli come possono.

Virzì riunisce tanti attori importanti, che a volte fanno quasi una comparsata, visto che le battute per ciascuno non sono moltissime, come sa bene Tommaso Ragno.

alcuni personaggi colpiscono più di altri, Max Tortora, Silvio Orlando e Valerio Mastrandrea, ma tutti sono bravissimi, merito del regista, naturalmente.

si avvisa che il film non è adatto per chi ha paura delle blatte, ma basta chiudere un po' gli occhi.

buona (assetata) visione - Ismaele



 

La forza del grande cinema italiano che ha fatto scuola nel mondo stava tutta nello sguardo autoriale lucido, sincero e spesso amaro sul reale. Con Siccità Paolo Virzì fa sua la lezione dei maestri di ieri e realizza un film graffiante e colmo di umanità che avrebbe potuto firmare Ettore Scola. Drammatico ma non lacrimevole, umoristico ma non farsesco, apocalittico ma non retorico, Siccità è scritto a otto mani dallo stesso Virzì con Francesca Archibugi, Paolo Giordano e Francesco Piccolo. Racconta solo superficialmente la siccità che asfissia Roma, con il suo Tevere prosciugato e le blatte pestilenziali in ogni dove, di fatto approfondisce l’aridità dilagante che ha contagiato un’umanità sempre più disincantata, abituata a resistere all’assurdo quotidiano come può, giorno dopo giorno…

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Siccità parte lento, si carica di tanti personaggi e di altrettante tematiche – l’ambiente, l’epidemia, il confronto generazionale –  e avanza a fatica. Sicuramente, il film è un riflesso della società odierna, dell’Italia mal governata, impari, perennemente in crisi. Tuttavia, mescolare così tanto materiale, avendo a disposizione così poca acqua è alquanto impegnativo. Siccità presenta diversi livelli di lettura. Da un lato, osa toccando una serie di questioni moderne e difficili, dall’altro tutta questa densità ostacola quella sensazione di leggerezza realistica e palpabile che tipicamente lascia un film di Virzì.

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La volontà di voler apparentare metaforicamente la penuria d’acqua a quella spirituale dei romani che, unici nel Belpaese, subiscono questa perdurante siccità si smarrisce nella coralità delle storie rappresentate, ancora una volta scelte pigramente dal bestiario del cinema capitolino degli ultimi ottant’anni. Lo sguardo di Virzì mostra che la catastrofe ecologica è prima di tutto morale: dall’attore sessantenne che ha smesso di lavorare in teatro perché passato alla droga di like e share alla madre Terminator, anaffettiva nel privato poiché concentrata sul lavoro di medico ospedaliero, il caleidoscopio corale ombreggia spesso tinte fosche lasciando gli unici abbagli di luce ai giovani che dai genitori hanno ereditato solo un pianeta in enorme sofferenza. Così, in questo “conte moral” la catastrofe ecologica regredisce a sfondo non trovando quasi mai un’adeguata rappresentazione visiva/concettuale. L’immagine spot del Tevere disseccato, landa desolata percorsa da un padre ed una figlia a dorso di mulo, sembra il classico report UE che ai suoi Paesi membri presenta una fotografia drammatica del disastro salvo poi classificare gas e nucleare come fonti sostenibili.

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Siccità vuole dunque essere una palla di vetro che ci mostra quel domani devastato e privo di speranza verso il quale ci stiamo dirigendo a ritmo sostenuto. Virzì, da sempre attento alle dinamiche sociali che ha mostrato attraverso gli occhi dei personaggi che hanno popolato i suoi film, porta sullo schermo un disaster-movie che a una lettura ai raggi x vuole mettere a nudo un’umanità spaventata, affannata, afflitta dall’aridità delle relazioni, malata di vanità, mitomania e rabbia non più repressa. Attraverso la galleria di personaggi che si affacciano di volta in volta nel quadro, passandosi reciprocamente il testimone, il cineasta livornese vuole impersonificare tutto questo. Ciascuno di loro, innocente o colpevole, vittima o carnefice che sia, è lo specchio che li riflette e li rappresenta. L’habitat urbano e casalingo che li accoglie e che fa da cornice a questa vicenda corale è la tela sulla quale l’autore disegna con pennellate di giallo acceso e di rosso ardente un racconto a mosaico di tasselli singoli che man mano scopriamo essere legati l’uno all’altro in un intreccio più grande. Un intreccio che si rivelerà purtroppo una ragnatela ingarbugliata di tanti buoni propositi rimasti incastrati a causa dell’incapacità di una scrittura di tenerli insieme e farli coesistere in maniera equilibrata…

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domenica 16 ottobre 2022

La próxima estación - Fernando Solanas

a un certo punto si sente dire che le privatizzazioni sono un furto.

sapendo questo, avendolo visto e verificato dappertutto ai sappia che chi le propone è un delinquente e un ladro, complice dei ladri.

il film racconta, mostra e dimostra che uno dei paesi con le ferrovie fra le migliori del mondo, ai tempi di Perón, viene spolpato, impoverito, massacrato salle privatizzazioni nelle ferrovie statali.

un gran film, da imparare a memeoria per chi pensa di essere a favore dei beni comuni.

buona (ferroviaria) visione - Ismaele 

 

QUI  la prima parte, in spagnolo

QUI  la seconda parte, in spagnolo

 

 

El viaje que propone Solanas es apasionante y aterrador al mismo tiempo. Por supuesto, hay una nostálgica exaltación de lo que alguna vez fue la orgullosa industria ferroviaria nacional, pero el cineasta tampoco se queda en el lamento (aunque hay aquí mucho de indignación) para proponer un regreso a un medio de transporte que sigue siendo el menos contaminante, el más barato, el más eficaz y el que mayor función social cumple.

Solanas contrapone los monólogos de Bernardo Neustadt avalando en pleno menemismo el cierre de ramales de un sistema que perdía un millón de dólares por día a un ferrocarril que hoy, vía subsidios, pierde tres veces más, pero con el ¡80 por ciento menos! de servicios. Un despojo que, además, terminó con 60.000 inmuebles, 220.000 empleados, 3.000 locomotoras y 60.000 vagones.

No hace falta compartir todos y cada uno de los postulados políticos de Solanas para comprender en su justo término la dimensión de su retrato. Si bien en su segunda mitad el retrato se vuelve un poco más obvio y tendencioso (con lo habituales cartelones sesentistas del agit-prop), el director parece haber ganado mucho a la hora de describir un caso más acotado que en sus films anteriores. Que su objetivo, esta vez, haya sido más acotado no quiere decir que sea menor. El tren, el servicio público de transporte en su conjunto, no son cuestiones menores. Si no, que lo digan los cientos de miles de argentinos que viajan todos los días como sardinas enlatadas por culpa de la ignorancia, el desprecio, la inacción y/o la mala fe de tantos gobiernos que nos dejaron en la vía.

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…Em La Próxima Estación, com a sala vazia de espectadores muito mais interessados em tirar fotos com os glamurosos astros da Malhação e d’Os Mutantes, vemos o sucateamento sucessivo da rede férrea argentina. Uma colagem de fatos nos mostra toda a história do meio de transportes sobre trilhos ali e mostra como ficou a vida daqueles que dependiam dos trens para viver ou se conectar com o resto do país.

O jeito de contar a história é o tradicional. A narração intercala as imagens e a história é divida em capítulos, como se cada um fosse uma estação. A estrutura, porém, pode ficar cansativa para alguns e aborrecer.

Mas os personagens escolhidos são tão cativantes e sinceros que fazem a diferença. Impossível ficar alheio aos guardas do trem que entendem porque são maltratados, os moradores da cidadezinha com apenas 600 habitantes que resolveram revitalizar a sua estação e montaram uma peça, o emocionado ex-funcionário que dizia aos amigos para não devolverem seus instrumentos de trabalho aos antigos empregadores e por aí vai.

Some-se a isso a trilha sonora original de Gerardo Gandini e a sempre linda fotografia de Solanas.
Um daqueles filmes que valem a pena ver.

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es el cuarto documental de una serie de cinco, que Solanas comenzó a concebir tras la crisis de 2001 y cerrará con La tierra sublevada. Viaje por el país profundo, valioso como el que hizo Bialet Massé un siglo antes; testimonio reflexivo influido por las miradas de Raúl Scalabrini Ortiz y Arturo Jauretche (dos referentes de Solanas); documento sobre las consecuencias de los años de esplendor neoliberal, cuyas bases, según el director, se mantienen intactas.El tono de la película, que tiene excelente música original de Gerardo Gandini y toma una decisión ética en cada plano, se sitúa en un punto intermedio entre la desolación de Memoria del saqueo y La dignidad de los nadies, y el optimismo de Argentina latente. La próxima... combina la épica fundacional con la caída de los sueños. Pero Solanas se muestra confiado en un retorno a tiempos mejores. Muchas veces, a través de la palabra de los trabajadores: individuos que formaron parte de una construcción colectiva y que están convencidos de que se puede volver a ella.A diferencia de un historiador, que tomaría más distancia temporal, Solanas recorre temas actuales, como el tren bala o Aerolíneas. Y otros: el robo millonario de viejos materiales ferroviarios (alguien habla de ferricidio) y el estado lamentable de los servicios. Tras mostrar imágenes de violencia contra las máquinas, Pino opina que la furia debería tener otro destino. "Pero nadie puede defender lo que no sabe que le pertenece", reflexiona. En otros tramos, encara a funcionarios del sistema judicial y los deja mal parados, a lo Michael Moore, con menos narcisismo. Los documentales de Solanas nos invitan a informarnos, debatir y mirarnos en un espejo no del todo grato. No parece poco, en tiempos vacíos: se tenga la ideología que se tenga.

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