domenica 7 aprile 2024

Tatami - Zar Amir Ebrahimi, Guy Nattiv

Leila va a Tbilisi, in Georgia, per partecipare al campionato del mondo femminile di judo.

in un bianco e nero che toglie il respiro Leila combatte i suoi incontri, ma da un certo momento in poi sorge un grave problema.

il film diventa un thriller, una corsa contro il tempo, una sequenza di decisioni irrevocabili, per Laila e Maryam.

buona (judoka) visione - Ismaele

 

ps: qui un corto di Guy Nattiv; Zar Amir Ebrahimi, co-regista (che interpreta Maryam) è la protagonista di Holy spider, di Ali Abbasi

 

 

Nasce da un’idea del regista israeliano da diversi anni di stanza a Los Angeles Guy Nattiv, Tatami. Eppure, non appena conosciuta l’attrice, fotografa, regista e attivista iraniana Zar Amir Ebrahimi già premiata lo scorso anno a Cannes per l’interpretazione della giornalista in Holy Spider, dal 2008 in esilio a Parigi per non dover scontare la condanna in patria a sei anni di carcere e novantanove frustate per la diffusione di un sextape rubato dal suo appartamento e inizialmente scritturata solo per interpretare il ruolo dell’allenatrice della judoka co-protagonista, è parso evidente a entrambi come il film – già scritto contro ogni legge e minaccia del regime persiano insieme all’altra attrice iraniana a sua volta dal 2006 in Francia Elham Erfani, scelta poi per interpretare l’assistente della coach – non potesse che diventare anche la prima e storica co-regia di sempre fra autori dei due Paesi nemici…

da qui

 

…Una pellicola figlia di un incontro artistico e di costumi inedito. Tatami è, infatti, la prima volta nella storia del cinema che vede la co-direzione di un autore iraniano e uno israeliano. Qualcosa di importante e prezioso di cui sono consapevoli gli stessi Amir Ebrahimi e Nattiv: «Possa questa collaborazione cinematografica e artistica essere un tributo a quegli artisti e a quegli atleti e a tutte le persone che si battono per guardare al di là della frenesia dell’odio accecante e della reciproca distruzione e che, nonostante tutti gli ostacoli, costruiscono insieme un futuro. Riteniamo che l’arte sia la voce del discernimento che si fa strada in mezzo al chiasso». Perché in fondo è esattamente questo ciò che fa l’arte, scuote le coscienze, mette il punto, provoca un cambiamento…

da qui

 

Ben dialogando con il postmoderno, Tatami sa raccontare perfettamente la sua storia attraverso sforzi retorici particolarmente importanti e riusciti in maniera ottimale: a partire dal rimando all’estetica di Toro Scatenato e fino a giungere al più generale ricorso ad una fotografia in bianco e nero che ricorda lo stile dei film anni ’60 (utilizzo che è stato giustificato anche per ragioni ovviamente comunicative), Tatami si arricchisce di didascalie extradiegetiche che accompagnano ogni incontro della protagonista Leila, oltre che della musica rap – questa volta diegetica – che proviene direttamente dalle cuffie della judoka; in termini tecnici, in altre parole, il film è non soltanto meraviglioso per la sua idea di racconto, ma anche per la sua portata, in grado di presentarlo in quanto opera attuale, oltre che nei suoi temi, attraverso il linguaggio che ibrida le formule comunicative occidentali e mediorientali. Tuttavia, è nel senso del film che si avverte il vero e proprio capolavoro: a partire dal formato claustrofobico scelto, i due registi di Tatami riescono a raccontare una storia di complessa, ma necessaria, affermazione della propria libertà. Il film iraniano rappresenta un ennesimo grido in una contemporaneità che ha bisogno sempre più di firme di questo genere: Leila, che rinuncia a fingere un infortunio e a ritirarsi dalla competizione come le è stato chiesto dalla Federazione, non è soltanto l’atleta che mette in primo piano lo sport e l’affermazione individuale, bensì la voce di una cultura e di un popolo che richiedono la propria collocazione nel mondo. In tal senso, la scelta di affidare al judo la dinamica del film non è assolutamente casuale: oltre ad essere uno degli sport più antichi anche in termini di disciplina olimpica, si tratta di una vera e propria forma d’arte personale e collettiva, che sa unire paesi e comunicare – attraverso l’onore del tatami – il vero e proprio valore della fratellanza…

da qui

 

Il resto, lo fanno le due intense protagoniste, la judoka e l’allenatrice, e in generale le tante donne che circondano la stessa Leila, dalla sua ipotetica avversaria Shani (con la quale il rapporto umano sarebbe diverso se non fosse condizionato dalle politiche di nazioni che continuano guerre senza fine, a meno di non sterminare intere etnie) alle rappresentanti dell’istituzione sportiva (ma è facile vedere nella Federazione mondiale di Judo una ipotetica ONU), costrette a scontrarsi tra loro da un sistema che le priva della libertà e le sfrutta. L’impotenza, la paura e ancor più la rabbia che esprimono – anche fisicamente, con un linguaggio del corpo notevole o con alcuni gesti simbolici (come il rifiuto del velo) – e che emerge dall’evolversi degli eventi e della determinazione delle due donne, danno al film una forza allegorica e narrativa che raggiunge comunque lo spettatore con durezza. E alla quale la traduzione di “tools” con “marionette”, nel ridondante e un po’ retorico finale, toglie qualcosa, soprattutto considerata la difficoltà di molti a riconoscere come “strumento” in mano a interessi superiori tanto chi perpetra certi crimini, quanto chi continua a subirli come vittima innocente.

da qui 


 

sabato 6 aprile 2024

Bunny Lake è scomparsa – Otto Preminger

una bambina scompare, la mamma e lo zio la cercano, ma non possono provare senza alcun dubbio che la bambina esista.

un bravo commissario di polizia cerca di capire cosa succede, è pieno di dubbi, non ha capito niente.

clima claustrofobico, attori sorprendenti, mistero fino alla fine, e niente è come sembra.

un gioiellino che ti tiene attaccato alla poltrona, fino all'ultimo minuto.

buona (psicologica) visione - Ismaele

 

 

 

 

Bunny Lake ha Desaparecido tiene actuaciones soberbias por parte de un elenco espectacular, encabezado por Carol Lynley, Keir Dullea y Laurence Olivier, pero también cuenta con interpretaciones realmente extraordinarias de personajes secundarios como la composición de Noël Coward del casero de Ann Lake, un sadomasoquista locutor de la BBC que acosa a su inquilina en shock y hasta a los policías que buscan a Bunny en un film que sorprende en cada escena. Martita Hunt también compone a un personaje extravagante, una mujer mayor que vive en el ático de la escuela de la que es propietaria pero que ya no dirige, recluida en su investigación sobre los sueños infantiles mientras emite sus comentarios sobre la desaparición, relacionándola con otras situaciones similares ocurridas en el pasado.

 

Otto Preminger crea aquí un film que desorienta al espectador en una búsqueda de veinticuatro horas que recorre los sórdidos escondrijos de una ciudad en la que el conservadurismo se mezcla con la nueva cultura rock, los viejos verdes que pululan ebrios por toda la metrópoli acechando a mujeres solas y una policía perdida en una situación que parece de lo más peculiar, con personajes que aparecen y desaparecen como en una historia de terror gótico.

 

Tanto en su realización técnica, en sus posicionamientos de cámara y en sus créditos iniciales como en su exquisito guión y su impresionante manejo del suspenso, Bunny Lake ha Desaparecido es una extraordinaria realización que lleva muchos de los temas que trata a otro nivel. Esta intensidad transgresora del medio pelo cinematográfico de la época en muchos sentidos es producto de la valentía de Penelope Mortimer, que ya había traspasado esos límites en sus novelas autobiográficas Papa se ha ido de Caza (Daddy’s Gone A-Hunting, 1958) y El Devorador de Calabazas, obras que habían convertido a las problemáticas de la mujer y su voz en cuestiones centrales, alejándose del lugar de seducción y banalidad en el que era ubicada para presentar personajes femeninos inteligentes, capaces de resolver situaciones psicológicas complejas, encarar escapes de instituciones psiquiátricas y abrirse camino hacia la verdad a pesar de la incompetencia de la policía y de las autoridades educativas.

da qui

 

Originale questo film di misteri del grande Preminger, che ci avvolge con la sua atmosfera soffusa ma niente affatto esile o banale. Anzi, il regista sa creare in modo molto efficace una sensazione di mistero, di incognita, e di grande ambiguità. Alcuni personaggi non sono ambugui in sé, ma vengono presentati con tocchi tali da non far capire subito allo spettatore che tipo di persone siano. Questo vale per la protagonista, come per il fratello, che per l'anziana maestra che vive relegata in altana. Altri, invece, sono ambigui di per sé, falsi e sfuggenti, scaltri e opportunisti: pensiamo al poco rassicurante padrone di casa, alla viscida direttrice dell'asilo, o alla cuoca permalosa. Il rapporto tra fratello e sorella, invece, prende nel corso del film, lentamente ma inequivocabilmente, le pieghe dell'incesto, poco importa se non consumato fisicamente. E la relazione tra incesto, pazzia e perversione è sempre molto stretta.
Su una buona parte del film grava un'atmosfera quasi di irrealtà, come onirica e confusa, anche perché il regista inserisce un elemento non approfondito o sviluppato, e lo lascia aperto, come il padrone di casa che getta sul letto della donna, poco prima che comincino i guai, quella maschera africana, "trattata" con riti magici locali. Il tema dell'occultismo non è affatto nuovo ai film di Preminger, il quale lo fa vedere praticato da individui decisamente spregevoli (non è così anche nella realtà?).
La vicenda è poi narrata con tale accortezza di particolari rivelati e celati, che il finale coglie di sorpresa e non fa mancare la suspense. Poco conosciuto e da riscoprire.

da qui

 

Un lavoro quasi scabroso...la tensione erotica tra i due fratelli...la casa delle bambole e il finale folle.

Ann ( Lynley) porta al primo giorno la figlia a scuola,poi al momento dell'uscita la piccola sparisce in modo inverosimile,fino a pensare che la bimba non sia mai esistita e le indagini sembrano remare contro.Tutte le possibili prove spariscono,confermando pure una pazzia della donna,sostenuta dal fratello Steven ( Keir Dullea).I rapporti patologici tra i due fratelli sono alla base di questo giallo, fatto di tante ambiguita' che si impossessano a volte in ognuno di noi,qua portate fino alla tensione che si taglia con un coltello.Un ottimo thriller girato da un Otto Preminger in trasferta inglese,che trasmette una credibilta' che resta in gioco fino alla fine,lasciandoci nei dubbi per tutta la durata della pellicola.Grande sorpresa,raccomandata agli amanti del giallo stile Hitchcock e in piu' aggiungo un cast quasi perfetto.Un bianco e nero da sogno e dei titoli di testa tra i piu' belli che abbia mai visto....firmati Saul Bass.Non perdetelo...per nessuna ragione

da qui

 

 

venerdì 5 aprile 2024

Robot Dreams (Il mio amico Robot) - Pablo Berger

finalmente un film di animazione senza effetti speciali, e senza neanche bisogno di parole.

un film che arriva dagli anni anni ottanta del secolo scorso, la partita a ping pong al computer lo segnala subito.

Cane soffre di solitudine, così sono i tempi moderni, un annuncio alla tv lo convince a ordinare un robot, e da lì nasce tutto.

Robot, da oggetto tecnologico, diventa un amico di quelli veri, poi succede un incidente e una maledetta coincidenza di date, Cane deve aspettare l'estate successiva per salvarlo.

il tempo passa, nuove amicizie, rinascite miracolose, rispetto e ricordi, ritorna l'estate, ma Robot non è più in spiaggia, niente scompare, tutto si trasforma.

un film per tutti, ma i grandi lo capiscono meglio, forse.

film in tante sale, ma con poco pubblico, peccato, è un film che merita molto.

buona (amichevole) visione - Ismaele




 

 

 

…Tratto dall'omonimo fumetto di Sara Varon, il nuovo film di Pablo Berger, indimenticato regista spagnolo dello straordinario Blancanieves (2012) e di Abracadabra (2017) torna in regia in un film di animazione dai tratti semplici che delineano una società anni '80 popolata da specie animali antropomorfi, perfettamente integrate in un contesto euforico ed esaltato che descrive benissimo i sentimenti e gli umori di quei primi anni '80 negli States.

Ma il film è anche, anzi soprattutto, un inno all'amicizia che riesce a rivelarsi intimo e profondo pur apparentemente restando in superficie, forte soprattutto nel suo finale inconsueto e tutt'altro che consolatorio, utile a spiegare come, spesso nella vita, amicizie e conoscenze possano essere interrotte da eventi o situazioni che ci impediscono di portare avanti una relazione anche perfetta e dai connotati idilliaci.

Berger firma un nuovo piccolo gioiello in grado di provocare divertimento e insieme commozione, senza tuttavia mai risultare ruffiano o troppo melenso.

da qui

 

Con la purezza narrativa del cinema muto, Berger si avvicina all’animazione con la curiosità e la maestria di chi si sa cimentare con l’arte di raccontare interamente con le immagini, senza l’appiglio dei dialoghi, rendendo ancora più universale quello che già di suo è un soggetto abbastanza accessibile (a differenza di Blancanieves, che si rifaceva più filologicamente a quegli anni Venti tanto cari al regista, qui non ci sono nemmeno le didascalie). E lo fa con tocco vintage (l’ambientazione della storia stessa e lo stile del disegno) ma non nostalgico, servendosi di quella che effettivamente è la tecnica più efficace per trasmettere tutte le emozioni legate a questo improbabile ma inscalfibile legame tra due individui che riescono a dirsi tutto senza mai aprire bocca. Un legame che allude a universi più vasti (si intravedono elementi delle tre leggi della robotica di Isaac Asimov), ma che in fin dei conti rimane ancorato a quel microcosmo di sguardi e (pochi) suoni che fa della semplicità stratificata il suo pregio maggiore.

da qui

 

La narrazione de Il mio amico robot si apre come un libro di segni in cui gli occhi dello spettatore, anziché limitarsi alla contemplazione estatica, leggono la propria vita sullo schermo, costruendo con la loro esperienza, con le loro paure, con i loro amori dimenticati, con la loro malinconia e persino con i loro rimpianti, un autentico miracolo senza età. È un film per bambini per la scoperta di alcune perdite che verranno, ed è un film per adulti per la ricostruzione di uno spazio quasi sacro di riconoscimento, identificazione, pienezza e mistero. Non sono cani, non sono robot, siamo semplicemente noi.

da qui

 

...È una storia piccola quella che Berger ha deciso di portare al cinema.

Una storia di un'amicizia che è anche un amore, con un lieto fine dolceamaro impossibile da dimenticare, da non amare.
Come le più grandi storie d'amore, si cresce anche distanti, e distanti si cambia.
In un crescendo che è un po' sogno, un po' una fantasia, la ciliegina sulla torta di un film d'altri tempi.


Es un viaje que, como todo viaje, tiene un final. En este caso el final del viajes es toda una explosión de emociones, a veces confusas pero siempre reconocibles, tan maravilloso como real. Una muestra de madurez y empatía que, ojalá, enseñe algo a los más pequeños (y a algunos adultos). No es un final “Made In Hollywood” pero es, a su manera, feliz. Y honesto, muy honesto.

da qui

 

 

mercoledì 3 aprile 2024

César et Rosalie (È simpatico, ma gli romperei il muso) – Claude Sautet

Yves Montand, Romy Schneider e Sami Frey sono i protagonisti del film di Claude Sautet, una storia d'amicizia e d'amore, folle e disperato, divertente e pieno di speranze,un film che riparte sempre, quando sembra concluso.

cercatelo e godetene tutti.

buona (triangolare) visione - Ismaele



QUI il film completo, in francese



Lui, lui e (affettuosamente) l'altra.Un triangolo alla Jules and Jim sviluppato secondo la sensibilità e la capacità di osservare fin nei minimi pariticolari del suo autore,quel Claude Sautet sublime cantore di sentimenti e soffoca(n)ti.Qui Rosalie,divorziata e con una bambina piccola sta insieme a Cesar,nel ramo rottamazioni,benestante ma non esattamente un esteta o un fine conversatore.Ritorna David,disegnatore di fumetti,un tempo con lei e riesplode il vecchio sentimento.Con complicazioni inaspettate.Rosalie non sa decidere:la solidità e la consuetudine della routine quotidiana con Cesar oppure l'improvvisazione,la passione che travolge tutto,le incognite del rapporto con David.I due uomini si scontrano ferocemente ma divengono anche complici fino a diventare amici.E Rosalie si sente esclusa,fino,forse, a un ultimo ritorno.Nell'ultima parte del film una voce fuoricampo spiega quello che succede e si sovrappone al ritorno di Rosalie a casa dove trova David e Cesar a pranzare e a parlare amabilmente(una scena bellissima,la sorpresa di lei,i due amici e poi lo sguardo di David perso nel vuoto allorchè si accorge di Rosalie).E questa voce in modo apparentemente posticcio dice che Rosalie è tornata per Cesar.Forse è questo l'unico particolare che non mi convince anche se sono assalito dal dubbio che questo finale sia una perla delll'edizione italiana.Sautet dirige un film sorprendente per finezza d'analisi che trae forza da un trio d'attori straordinario nel tratteggiare dei personaggi assolutamente compatibili con la realtà.E'la storia di tre persone normali che si trovano a dover fare i conti con sentimenti tuttaltro che straordinari.E si trovano di fronte a tutte le proprie contraddizioni che deflagrano impetuosamente.Ma il cinema di Sautet non è un cinema urlato,è un cinema di mezzi toni,di sguardi,di piccoli gesti.Nessuna ridondanza di regia solo una messa in scena di grande efficacia e direzione degli attori di grande qualità.E poi lasciatemelo dire:ma quanto era bella Romy Schneider?Quanto era profondo il suo sguardo?Quanta quieta malinconia Sautet è riuscito a tirar fuori da quegli occhi?

da qui

 

Quello di Claude Sautet è un cinema di dialoghi e di recitazione che lascia poco spazio all’azione. I suoi luoghi prediletti per ambientare il racconto sono l’interno delle automobili, i bistrots e i ristoranti, pranzi e cene, interni di case o appartamenti. Situazioni assai comuni e, per un effetto quasi magico di questo tipo di cinema, lo spettatore si sente partecipe, integrato nella non-azione perché se ne sta seduto ad ascoltare, come gli attori che osserva. Viene in mente la filmografia di Eric Rohmer, altro gigante della stessa generazione, anche se in Claude Sautet l’approfondimento psicologico dei personaggi è forse più accurato e meticoloso.

L’ultima mia annotazione riguarda ovviamente la presenza, anche se in un ruolo di secondo piano, dell’allora diciannovenne Isabelle Huppert. Paffutella, come apparirà anche due anni dopo nel geniale “Les valseuses” (“I santissimi”) di Bertrand Blier, è in aperto conflitto con la silhouette che la caratterizzerà una volta lanciata nell’Olimpo del cinema. Fin dall’inizio, comunque, bucava lo schermo…

Insulso il titolo italiano!

da qui

 

Claude Sautet ci porta per mano lungo un tragitto fantasioso, ricco di dolci sensazioni, di lucide, ironiche, spesso sarcastiche visioni nella descrizione di un amore intenso che costantemente si ha paura di perdere. Lo fa ricorrendo alla definizione di César, uomo di mezza età, classico self made man, ricco, impulsivo, incolto, trash, talora rozzamente irascibile, ma sostanzialmente buono, consapevole dei suoi limiti e delle sue sfuriate, di cui si pente subito e pone con grossolanità rimedio, giovialone, generoso, felice di un amore che costantemente (conscio di non essere una persona perfetta, bella e giovane) è terrorizzato dalla possibilità che termini bruscamente e di Rosalie, divorziata con una figlia, colta, decisa, ma anche intimamente incerta ed insicura, dolce, di un fascino femminile, non sfacciatamente esposto, incredibile per il quale si può fare qualsiasi pazzia…

da qui

 

Ecco come, a volte, è necessario considerare 'anche' il triangolo. Sorprendentemente, Sautet mostra il percorso di accettazione fino alla serena vivibilità della situazione. Oggetto della contesa la radiosa, splendida Romy Schneider, i contendenti sono il fluente Sami Frey e il musone Montand.
Poteva essere la solita pochade alla francese e invece è una commedia squisita sull'instabilità dei sentimenti, sempre condotta con sensibilità e realismo e con una capacità di rivoltare le regole del conformismo con una leggerezza davvero rara. Forse (forse...) pecca un pò di frammentarietà ma resta comunque un film delizioso. Poetico il finale.
Applausi a scena aperta per i tre protagonisti, Montand è il perfetto uomo frustrato, Frey l'amante ideale e Romy semplicemente una delle più grandi (e più belle) attrici di sempre.

da qui

 

 

martedì 2 aprile 2024

Soulèvements de la Terre contra el avance del asfalto - Mar Sala y Alex Mèaude

 


...En 2023, el colectivo Les Soulèvements de la Terre (LSDT), formado por personas de diversos ámbitos de la sociedad civil, decide mover sus fuerzas al sur de Francia, concretamente entre Toulouse y Castres. Allí la población local lleva años peleando para evitar la construcción de la A69 —un proyecto de autopista privada que supondrá la destrucción de 400 hectáreas de tierra cultivable y que tendrá un alto impacto ecológico y social— por múltiples vías, desde la política y administrativa, hasta las manifestaciones y la organización social...

lunedì 1 aprile 2024

Un mondo a parte – Riccardo Milani

Riccardo Milani non sbaglia un colpo, dopo il film su Gigi Riva  arriva in sala un film sorprendente, che non tarderà a diventare un film campione d'incassi.

é un film che guarda in molte direzioni, non è perfetto, ma non delude, se uno non si aspetta un film come La scuola, di Daniele Luchetti, non è solo un film sulla scuola, che è comunque il motore del film. 

Virginia Raffaele e Antonio Albanese sono bravissimi, come sempre, e anche di più.

è un film sullo spopolamento, sul genocidio economico e culturale dei piccoli paesi italiani, è un film che tutti i presidenti delle regioni italiane dovrebbero vedere, e agire di conseguenza, per esempio non concedendo più licenze per i moderni paesi dei balocchi, i centri commerciali, fra i sicari del genocidio economico nel quale siamo tutti coinvolti.

il primo passo per la morte dei paesi italiani è la chiusura delle scuole, lo chiamano dimensionamento i killer delle scuole, e quando chiudono le scuole emigrano le famiglie, e tutto sparisce, il negozio, la farmacia, il medico evaporano.

i bravi bambini della pluriclasse ricordano quelli francesi di Essere e avere, il gran film di Nicolas Philibert, tutto il mondo è paese.

non perdetevi Un mondo a parte, cinema politico, popolare e di qualità.

buona (fresca e nevosa) visione - Ismaele


ps: il bidello, di poche parole, sembra il cugino abruzzese di Gavino Ledda

 

 

 

Un mondo a parte tocca le corde tipiche del cinema di Ken Loach e dei fratelli Dardenne, tratteggiando le storture di un sistema che è possibile correggere solo mettendo al primo posto l’umanità, anche a costo di aggirare la legge e con un pizzico di cinismo. Lo spettro della chiusura della scuola, alimentato da un comune vicino più grande per mere finalità economiche, porta Michele, Agnese e il resto del personale scolastico a partecipare a un vero e proprio mercato dei bambini, attingendo tanto ai profughi ucraini in fuga dalla guerra quanto agli immigrati marocchini, già di fatto integrati nel tessuto sociale di Rupe, al punto da comprendere e parlare il dialetto locale…

da qui

 

Il discorso di Milani si fa più volte didascalico ai limiti del patetismo, eppure Un mondo a parte non può non fare simpatia e a suo modo emozionare, per la bellezza dei territori che racconta e anche per l’universalità dei temi che tratta, seppure in maniera pedagogica. Non solo, il film è impreziosito da un cast di comprimari non professionisti che brillano nel portare se stessi, e forse le loro storie, davanti alla macchina da presa. E tutto il carrozzone è guidato da due fuoriclasse, Albanese e Raffaele, che hanno una grande alchimia e che non ci stupiremmo di vedere ancora insieme sullo schermo.

Un mondo a parte non si prende mai troppo sul serio, anche quando quello che racconta ha dei risvolti tragici, riesce a inquadrare con semplicità una condizione comune a tantissime realtà italiane, risultando non sempre brillante ma sicuramente diretto e onesto.

da qui

 

Cosa fare, dunque? Rassegnarsi all’ineluttabilità della chiusura della scuola e, con essa, alla certezza della scomparsa di quella Comunità che certamente ne seguirà, o reagire per cercare di contrastarla? E’ così che pian piano inizia a prendere forma nella mente della Maestra Agnese un piano impossibile che potrebbe scongiurare la chiusura della scuola, e con essa la scomparsa di quella Comunità, come, purtroppo, era avvenuto a Sperone, un paesino limitrofo, qualche anno addietro. Tutto ciò nella convinzione che la scuola costituisce l’elemento primario di aggregazione sociale dei suoi abitanti, in assenza della quale viene meno la stessa ragion d’essere della Comunità.

Ma per fortuna c’è chi resiste, la chiamano “restanza“, ed è quella di chi non abbandona la propria Comunità, il proprio paese, anche se lontano dai centri urbani, e nonostante la penuria di lavoro che a volte deve essere inventato.

Questo atteggiamento, questa “restanza”, coinvolgerà ben presto anche tutti gli abitanti di questo piccolo borgo dell’Alto Sangro e quello che sembrava essere un atteggiamento di arrendevolezza verso l’ineluttabilità degli eventi, si trasformerà ben presto in una voglia di riscatto che coinvolgerà tutta la Comunità.

Quella raccontata da Milani è una storia di coraggio, in cui è coinvolta un’intera Comunità che difende i propri luoghi, le proprie origini, i propri valori: luoghi incantevoli per i turisti del fine settimana e per i bambini nei periodi più miti, ma che nei mesi freddi ripiombano in una condizione climatica in cui anche le azioni più elementari, come ad esempio quella di spostarsi in auto, diventano, a volte, un’impresa, richiedendo ai suoi abitanti uno spirito di adattamento non comune…

da qui

 

 

Albanese è come al solito all'altezza del ruolo, ma sorprende per efficacia Virginia Raffaele sia per la capacità di calarsi a fondo, lei romana, nell'accento di sua madre, sia per quella di impersonare in modo riconoscibile una delle tante figure scolastiche che combattono una quotidiana battaglia per difendere il diritto all'apprendimento dei bambini, e aggiornarlo con corsi di storytelling, educazione digitale e sessuale che non sono solo goffi tentativi di seguire i trend del momento ma argini all'isolamento e all'oscurantismo: e anche su questo Milani evita di romanticizzare la realtà locale.

Un mondo a parte è una favola intenzionata a tradurre in forma di commedia popolare un depauperamento tangibile e lo spettro di una generale rassegnazione "a perdere una cosa dopo l'altra", riconducendoci ad un principio base di solidarietà umana. Nella sua semplicità ha molto cuore, e chiude su 
Ivan Graziani, abruzzese doc, che incarna nella sua musica la sincerità delle intenzioni artistiche. E siamo abbastanza certi che il tormentone "la montagna lo fa" diventerà...virale.

da qui

 

Riccardo Milani volge il suo sguardo cinematografico, sempre molto attento, verso quei paesi di cui non sappiamo cosa accade nella quotidianità, e che sono frequentati principalmente per turismo solo nei periodi di vacanza e nei weekend. “Ho maturato questo film in decenni passati nei piccoli centri montani d’Abruzzo, dopo aver visto queste comunità svuotarsi passando, nel tempo, da 3000 a 1000 a 300 abitanti, e le loro scuole chiudere”, racconta Riccardo Milani. “Un giorno d’inverno di due anni fa, sono entrato in una scuola chiusa da tempo. Banchi accatastati, computer vecchi, un gelo che arrivava allo stomaco e, nella persona che mi aveva aperto la porta e guidava nel giro, la totale e serena rassegnazione a un destino inevitabile. Conosco bene quella rassegnazione e come sia sempre stato complicato, qui, togliersela di dosso per provare a essere protagonisti del proprio destino: è stato in quel momento che è cominciato ‘Un mondo a parte’, e in quella scuola abbandonata abbiamo girato tutto il film facendole, per un paio di mesi, riprendere vita. E ho cominciato con la consapevolezza che in queste piccole comunità di tutto il nostro Paese (il famoso ‘Paese Reale’ di cui spesso parliamo ma che, ancora più spesso, non conosciamo), sta piano piano affacciandosi una consapevolezza di cambiamento. Sapevo”, continua il regista, “che in molti piccoli centri amministratori e cittadini, per tenere in piedi le scuole, hanno messo in atto da anni espedienti più o meno legali, ma di cui tutti sono a conoscenza; molte scuole, cioè l’asse portante della nostra società, si sono salvate così, in maniera arrangiata e autonoma, ma efficace”.

da qui