martedì 12 ottobre 2021

Hope - Lee Joon-Ik

il calvario di Hope, e anche dei suoi genitori, o le preoccupazioni dei compagni di Hope non si possono raccontare.

una bambina che si affaccia alla vita viene rovinata da uno stupratore di merda e la sua vita diventa un'altra.

la bambina, i genitori, tutti sono bravissimi e questo film non potrà lasciare indifferente nessuno (fra i vivi, intendo).

un piccolo gioiellino da non perdere, promesso.

buona (sofferta) visione - Ismaele


 

 

 

In un giorno piovoso, la piccola Hope, 9 anni, di ritorno da scuola, viene trascinata via da un uomo sconosciuto e ubriaco, dal quale subisce violenza, precipitando in una tragedia atroce, intollerabile. Hope è sottoposta a un gravoso intervento chirurgico, e finisce per riportare ferite che non potranno mai rimarginarsi. La famiglia di Hope, distrutta, sfregiata sia fisicamente che emotivamente, piomba nella disperazione. In seguito al trauma, Hope rifiuta perfino la presenza di suo padre, Dong-hoon, il quale, non potendo più stare vicino alla figlia, si nasconde dietro il costume del personaggio dei cartoni animati preferito da Hope, e diventa così il suo angelo custode. Grazie all'amore di coloro che la circondano e del suo angelo custode, Hope gradualmente riacquista luce. Vedendo come Hope ritrovi a poco a poco stabilità e gioia, anche la famiglia della bambina comincia a cambiare e a cercare la speranza nel fondo del dolore.

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L'abisso del degrado umano, ma anche la possibilità di una speranza che si accende come una flebile luce. Questo l'insegnamento di un bellissimo e importante film coreano che strazia il cuore per realismo e capacità del regista di creare un'empatia tra lo spettatore e i suoi personaggi. Sequenze che restano nella memoria, come la corsa smarrita della bimba con un ombrello giallo. Sceneggiatura acuta ma sobria e grande interpretazione degli interpreti, a partire dalla piccola Hope. Capolavoro.

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“Hope” è un lungometraggio che sceglie l’unica strada possibile, quella della sobrietà: un prodotto capace di oscillare in maniera equilibrata tra disperazione e cauto ottimismo, esplorando il disagio di una famiglia come tante costretta suo malgrado a dover ripartire da zero, da una figlia devastata che inizia ad aver paura di tutti gli uomini, persino del padre. L’interpretazione di questa ragazzina è incredibile, ma ogni pedina principale del cast merita un elogio. Non trova invece molto spazio la figura del balordo pedofilo, personaggio che ha un’importanza relativa per l’economia dell’opera (ecco perché possiamo parlare di cinema drammatico nell’accezione più pura del termine, senza dover scomodare le dinamiche da thriller viste in molte pellicole coreane incentrate su maniaci e serial killer vari).
Ci troviamo davanti a un film estremo nel suo involucro ma commovente nella sua anima, un approccio che per fortuna aggira ogni tipo di sentimentalismo da quattro soldi lasciando spazio a una realtà dei fatti che bisogna accettare fino all’ultimo boccone. “Hope” va affrontato con una certa consapevolezza e con la giusta preparazione, poiché si tratta di un lavoro di due ore all’interno del quale le tante emozioni contrastanti possono davvero far male. Anche se, come diceva un vecchio saggio, la speranza è più della vita.

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La brutalità (di uno stupro) e la disperazione (di tutte le radiali conseguenze) quale concime di una riscossa tutta delicatezza. Senza sguazzare nel compiacimento per il dolore seminato (che comunque raggela e atterrisce) ma scansando fermamente anche le lusinghe della mellifluità, Lee Joon-Ik dimostra con questo contraltare di Silenced che a un male estremo rispondono i rimedi uguali e contrari di un amore estremo che tutto risana, anche la cataratta di un’ottusa giurisdizione. Impossibile non uscirne scossi e spogliati, anche solo dalla grazia attoriale di cui si fa carico la protagonista.

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Film basato su una straziante storia vera, "Hope" di Lee Joon-ik ci rappresenta una storia terribile. Una bambina di otto anni venne brutalmente percossa e violentata da un mezzo barbone alcolizzato. I danni fisici e mentali ai genitori e alla bambina furono tali da devastare una famiglia, ma il colpevole ebbe una pena di soli 12 anni (che sta ancora scontando).
Il film ha un inizio conciliante (specie per me che non avevo idea di cosa parlasse), in cui i problemi della vita sono davvero le cose più stupide e in cui si vede come delle volte ci si dimentichi di cosa sia importante e si dia tutto per scontato.
Quello che succede dopo una mezz'oretta manda in shock lo spettatore, lo agita. Personalmente ci ho messo un pò a fare pace con lo stupore che mi pervadeva le viscere.
Lee è bravissimo a non cadere nel facile drammatico a cui siamo abituati, pur restituendo la tragedia della vicenda.
La crescita della figura del padre insieme al ristabilire la quotidianità della piccola sono il cuore del film, un film in cui appunto regna la parola "hope", speranza. C'è una famiglia riunita, ci sono delle persone che ti vogliono bene, la seconda parte del film è pervasa dalla speranza.
La critica al sistema giudiziario ( ma inizialmente anche a chi conduce le indagini) è fortissima.
Ottimo il sonoro e la fotografia che ben si sposano con una sceneggiatura molto intima e trattata con i guanti.
Bravissimi gli attori, di un'umanità incredibile e capaci di restituire ogni emozione in gioco.
Si può andare avanti.

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lunedì 11 ottobre 2021

Il buco - Michelangelo Frammartino

lasciate ogni speranza di vedere lotte, inseguimenti, amplessi.

in questo film, ambientato nel 1961, ci sono tanti silenzi (se qualcuno non riesce a sopportarli stia a casa) e le spiegazioni, o meglio, le intuizioni dei problemi della nostra civiltà ed economia.

l'aspetto economico e antropologico è evidente, ci sono quelli che nei grattacieli rincorrono la crescita, senza porsi limiti (il dramma dei nostri tempi), quelli che con la natura, gli speleologi, hanno un rapporto di rispetto, conservazione, senso del limite, e i pastori calabresi che sono gli stessi del tempo della Magna Grecia, senza troppe e inutili parole, in un rapporto di convivenza con la natura.

si nasce e si muore in modo naturale, oggi quel pastore l'avrebbero attaccato alle macchine per anni, in un'interminabile premorte.

il paese è lontano dalle grotte e dai pascoli, e gli abitanti, tutti insieme, al bar, iniziano a vedere la tv, un rito obbligato di modernità, che coincide con la morte di molti di quei paesi. 

è uno di quei film che resteranno fra 100 anni, adesso è al cinema solo in 10 sale in tutta Italia, non perdetevelo.

buona (imperdibile) visione - Ismaele  

 

 

 

 

 

 

Ma dov’è la trama? Protesta ingenuo qualche spettatore pigro o miope. La trama questa volta – ed è una delle cose che rendono questo film unico e imperdibile – non è nel racconto ma nella “tessitura” di contrasti che coinvolge tanto il visivo quanto il sonoro: silenzi e bisbigli, campi lunghissimi e (pochi) primissimi piani, vedute dall’alto e sbirciate dal basso. E poi quei fogli di giornali d’epoca incendiati e lasciati cadere nell’abisso per illuminare quel fuoricampo assoluto che sta giù giù dove nessuno prima è mai arrivato. Quel volto omerico dell’anziano contadino calabro che dialoga con gli animali mimando i loro versi. Quelle riunioni davanti al televisore acceso di sera come davanti al fuoco di un bivacco.

Il buco non è un film come gli altri. Chi cerca un film come gli altri è bene si astenga, troverebbe la visione sfiancante. Nella sua ambizione di mettere in forma l’informe, Il buco – meritatamente onorato alla Mostra del cinema di Venezia con il Premio speciale della Giuria – non è solo un film da vedere: è un’esperienza percettiva da fare. Un sentimento del tempo da sperimentare. Una polifonia di suoni – il vento, l’acqua, i sassi, le bestie – da ascoltare.

La speleologia – è bene ricordarlo – nasce più o meno negli stessi anni della psicanalisi e del cinema (1895, l’anno della prima proiezione pubblica dei fratelli Lumière). Cos’hanno in comune cineasti, psicanalisti e speleologi? Il desiderio di rendere visibile ciò che prima non lo era (il movimento, l’inconscio, il buio). Di sondare il fuoricampo assoluto. Poco importa se in una grotta, su uno schermo o nell’anima.

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Il film dura 93 minuti e presenta pochissimi dialoghi. Per più del 90% regnano il silenzio e i rumori della natura spezzati solo dalle voci fuori campo della vita di un piccolo borgo. Vengono quindi presentate anche scene di vita quotidiana come il lavoro nei campi, il controllo medico di alcuni bambini.

In questo contesto naturale che vede protagonista la natura e il vivere della popolazione si innesta arrivando con furgoni militari la vicenda degli speleologi che devono perlustrare il famoso buco fin nella profondità.

“Il buco” si esprime per immagini e non presenta nessuna spiegazione da parte degli attori che vediamo in scena. Quasi nessuno parla e si ha sempre l’impressione di essere spettatori che non vengono calcolati nella scena. Lo spettatore non ha nessuna informazione scritta o parlata di quanto sta accadendo. Il tutto viene ricostruito dall’azione sullo schermo…

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Frammartino restituisce tridimensionalità allo schermo scavandolo con la luce, lascia che sia la natura stessa a rivelarsi secondo i suoi ritmi, e che siano i suoi suoni e non i dialoghi a parlare. La "civiltà" ha il volto di un giornalista che si inerpica lungo il Pirellone, o di Kennedy e la Loren che sorridono dalle pagine dei rotocalchi, destinate a bruciare per rendere visibile l'invisibile, o evidenziare il rimosso: che è ciò che fa il cinema, nella sua accezione migliore. Infine Frammartino ci lascia con un quadro bianco, e il mondo termina inghiottito dalla nebbia, prima che dalle luci della sala.

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…E nell’abisso è tutto un gioco di luce e oscurità, di acqua che scava e risale dal fondo. Anche la visione collettiva della TV assomiglia a un rito, una riunione intorno al fuoco, al punto focale di un dispositivo destinato a diventare il nuovo centro mitopoietico. Sì, la questione è in questa doppia traiettoria della verticalità e dell’estensione, la modernità e le origini, la razionalità della costruzione e la contemplazione estatica. Per Herzog, magari, la discesa nella grotta sarebbe stata l’ennesima straordinaria avventura che testimonia del lato meraviglioso e terribile della natura. Per Frammartino, il dramma non c’è. Il tempo si è fermato. Persino la morte non è una tragedia. Fa parte delle cose.

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Il quadro che dipinge Frammartino è ancora avvolto dal dominio del creato, che abbraccia e ingloba tutte le scene, quasi come se fosse un’entità che impera dall’alto, e gestisce governando ciò che è concesso da ciò che non lo è. È dell’incontaminazione che vuole parlare, di com’era un tempo, lasciando una testimonianza che fa da monito su come sarebbe davvero il luogo che abitiamo, dentro al quale siamo solo ospiti, e che possiede una potenza che sa essere anche distruttiva.

Attraverso delle immagini che spesso sono statiche, inamovibili come montagne, a volte estenuanti per la lentezza, e che fanno sobbalzare dai rumori tuonanti e inaspettati, Il Buco fa esattamente ciò che promette: trascina in un terreno ostile, a cui è l’uomo a doversi adattare, senza possibilità di contrattazione di sorta, pena: la morte, oppure – e probabilmente, forse, è peggio – l’estraniazione in grandi città che fanno dimenticare le radici alle quali apparteniamo.

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…Non gioca sui simboli, Frammartino, ma lo stesso si finisce per chiedersi il perché di questa impresa filmica così rigorosa, il perché di questa rievocazione oggi e proprio oggi, di fronte a una nuova coscienza ecologica e a una nuova attenzione, che in parte ne consegue, per il mistero della natura e della vita; e per il loro destino. L’impressione è che egli sia stato affascinato da questa impresa senza saper molto bene dove indirizzarla, e abbia preferito, scelto, di “semplicemente” e rigorosamente ricostruirla e raccontarla e mostrarcela nella convinzione che il suo racconto potesse essere di per sé eloquente, e che ciascuno potesse trovarvi del suo, affascinato e stimolato da quel che si mostra e non da quel che si dice (in un film che è tra i più laconici che si conoscano…).

Ci si interroga sui suoi perché, su perché ha voluto farlo e l’ha fatto, e ognuno è libero di rispondere in modo diverso, personale. Ma pur sempre stupito e ammirato da un’impresa invero unica, a nostra conoscenza, nella storia del cinema, e in particolare del nostro.

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A Chiara - Jonas Carpignano

la protagonista del film è Chiara, una ragazzina che non capisce, o meglio capisce e non ce la fa a stare zitta.

è una ragazza intelligente e testarda e quello che vede non le piace, deve capire.

e prima di andare via ha bisogno di parlare col padre, latitante, mica facile, ma lei ce la fa.

crescere in una famiglia al di fuori della legalità non è facile, quasi tutti si tappano il naso.

portare via i bambini dalle famiglie è un tema affrontato dai filosofi dai tempi di Platone, adesso, come per i collaboratori di giustizia, i bambini (salvati) cambiano città, famiglia, vita, una parte di loro è amputata, a volte è necessario.

e il terzo film ambientato sempre lì, in quel territorio ai margini.

un gran bel film, al cinema, in una trentina di sale - Ismaele

 

 

QUI un'intervista al regista 

 

Chiara non rispetta le regole, nemmeno quelle della società civile, non crede al sistema ereditario 'ndranghetista e ad un destino già segnato. E tuttavia smarcarsi comporta strazio e rimorso. Come Carpignano, Chiara è condannata a vedere le cose come sono, non come vorremmo che fossero: una chiamata etica ed estetica che è impossibile ignorare. A Chiara comincia e finisce con una celebrazione, ma c'è poco da festeggiare, e la malinconia ci accompagna all'uscita.

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L’invito di A Chiara è semplice e disturbante: venite nella quotidianità di un concetto e sperimentatelo senza filtri imposti. Si avverte una sensazione di claustrofobia, si racconta da dentro, non da sopra e si intercetta una gamma di sentimenti molto più variegata.
Paga in questo senso la scelta di proseguire con attori presi in prestito dalla vita di tutti i giorni e con cui il regista ha condiviso una parte della sua vita. Swamy Rotolo – una grandissima scoperta – e la sua famiglia riportano nella finzione orchestrata dal film la stessa spontaneità che la famiglia Amato con Pio aveva trasmesso nella comunità Rom della Ciambra…

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La storia, scritta dal regista (notevoli le musiche di Benh Zeitlin con Dan Romer), messa in scena dalla spontanea intensità della giovane Swamy Rotolo (Chiara), seguita con premura e verità dalla macchina a mano di Carpignano, ha tutta la potenza di una ribellione adolescenziale e racchiude la commozione straziante di una adolescente che riesce a emanciparsi da una criminalità sentimentale e ricattatoria (accetta il protocollo ”Liberi di scegliere” applicato dalla magistratura per creare un futuro non criminale ai minorenni provenienti da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata o che siano vittime della violenza mafiosa).

A Chiara con lo stile documentaristico è un dramma autentico, da vedere assolutamente.

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A Chiara, ispirato a tante storie vere,  è una racconto di formazione, di ricerca della verità, di sopravvivenza e di possibilità di scelta. Lo stile di Jonas Carpignano è travolgente, una grammatica di immagine sempre più personale e reale. E la sua visione di racconto non è da minimizzare con “un’immagine di una Calabria mafiosa o di grandi contraddizioni”: si tratta infatti di una piccola grande storia universale. La storia di una ragazza in cerca del suo futuro, un futuro che può essere del tutto differente da come sembrerebbe deciso per lei. In A Chiara il cuore del film è la festa-famiglia, la dimensione di una comunità solidale, unita, una rete di affetti che va ben oltre il giusto e lo sbagliato, il bianco e il nero. Chiara è una ragazzina che non sta alle regole, quelle imposte dalla famiglia e in particolare dagli adulti intorno a lei. La sua sete di verità è troppo forte, troppo grande, da andare oltre tutto, anche i legami di sangue. Il film termina con un messaggio di liberazione, di speranza, sul brano Voce di Madame mentre a firmare il commento musicale, oltre a Dan Romer, c’è Benh Zeitlin, il regista di Re della terra selvaggia…

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domenica 10 ottobre 2021

ricordo di Melvin Van Peebles


con sottotitoli in inglese

scritto da Melvin Van Peebles, una storia degli stereotipi razziali degli afroamericani al cinema.





documentario di Arte, in francese, su Melvin Van Peebles


qui la recensione del primo film girato da Melvin Van Peebles 

sabato 9 ottobre 2021

Titane - Julia Ducournau

in fondo, a suo modo, è un drammatico, estremo, diverso, film d'amore, scrivo a Giuseppe e lui mi risponde: quasi tutti i grandi film, in qualche modo, sono film sull'amore.

è un film d'amore (senza aggettivi), Alexia non lo sapeva, avrebbe sempre voluto un padre, Vincent non lo sapeva, voleva un figlio, chiunque fosse.

e si trovano, all'inizio era lui ad avere necessità di un figlio, dopo è lei a capire di avere bisogno di un padre.

è un film violento, duro, estremo, è la vita di Alexia che è così.

Vincent vive in una casa-caserma di pompieri, accoglie lì Alexia, che riesce a farsi accettare da tutti.

alla fine nasce un bambino, e quando Vincent lo tiene in braccio la prima volta come fai a non commuoverti?

solo in una trentina di sale, così va il mondo, ma cercatelo, dopo saprete cosa avete rischiato di perdere - Ismaele


ps1: Vincent Lindon e Agathe Rousselle sono perfetti


ps2: a me ha ricordato un po' Cars, della Pixar, il rapporto amoroso di Alexia con la Cadillac sembra uscito da lì, la Cadillac arriva da Cars.


 


dice Nanni Moretti: "Invecchiare di colpo. Succede. Soprattutto se un tuo film partecipa a un festival. E non vince. E invece vince un altro film, in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac. Invecchi di colpo. Sicuro"

dice Julia Ducournau: "Titane non è nato per scandalizzare. È un film d’amore. Il mio amore per il cinema: David Cronenberg e Alfred Hitchcock su tutti. E l’amore di un padre che ha perso il figlio e una figlia che cerca quel padre che non ha mai avuto. L’amore, meglio il bisogno e la mancanza d’amore, fanno fare strane cose. In realtà è un film sulla paternità esattamente come Tre piani di Nanni Moretti che ho amato tantissimo. solo che qui i padri sono due. Alexis, la protogonista, si “divide” tra quello “adottivo” interpretato da Lindon e quello biologico (ndr interpretato da un altro regista che Julia ama tantissimo: Bertrand Bonello). Sono due padri in contrasto. Quello di Lindon cerca di riempire il vuoto dell’altro. Lui vuole costruire quel legame che l’altro ha negato da subito." (qui)

 

 

  

Titane es radical, arrolladora, violenta, ruidosa, perturbadora, y visualmente poderosa. Pero también delicada, sugerente, emotiva y sensible.

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un bimbo nascerà.

Ed è giusto che lei non ce la faccia perchè è maledettamente coerente col film, perchè tutto deve essere portato alle estreme conseguenze, perchè non c'è dolore se non c'è dolore massimo e non c'è rischio di morire se non c'è morte.

Ma il bambino nasce.

E non si sa come sia possibile ma quando quell'uomo cinge a sè quel corpicino, quel corpicino da "molecole d'acciaio", noi abbiamo una sensazione.

Che quel bimbo sia un atto d'amore.

Che in quella stanza si sia compiuto un miracolo.

Che quella madre abbia affrontato tutti i dolori dell'umanità per regalare quella nuova vita.

E che ci sia qualcuno pronto a proteggerla.

E' questo il miracolo di questo film a suo modo indimenticabile.

Che noi, malgrado tutto quello che abbiamo visto prima, in quella scena crediamo.

E' tutto sbagliato, è tutto fastidioso, è tutto apparentemente disumano.

Eppure, forse anche perdendo una lacrima, noi ci crediamo.

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Titane es una de las películas más revolucionarias y transgresoras que jamás se hayan hecho. Una película adelantada a su tiempo, la que nos obsequia la audaz realizadora parisina Julia Ducournau. Su historia y personaje principal, rompe con todos los arquetipos y construcciones sociales relacionados con la identidad de género, haciendo que la trama vaya atrapando más y más al espectador.

Por otro lado, cuenta con un tándem protagonista casi insuperable, que consiguen sumergirnos en una mezcolanza de emociones encontradas. Queer y feminista a más no poder, Titane va a ser una de esas películas que recordaremos con el paso del tiempo. La revolución cinematográfica está aquí y tiene nombre y apellido: Julia Ducournau.

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Titane, dunque, è innanzitutto un film sulla consapevolezza e l’accettazione di sé, sulla scoperta del proprio corpo e sull’importanza dei legami famigliari (tematiche, queste, che già facevano da colonne portanti in Raw). Il tutto, ovviamente, condito da una gradita componente horror/splatter (come possiamo notare già da una delle prime scene, in cui alla giovane Alexia viene impiantata la placca di titanio in sala operatoria) e da un’ambientazione cyberpunk che ben si addice alla sua giovane protagonista. Una giovane protagonista magnetica, perfettamente rappresentata dalla Rousselle e il cui corpo viene plasmato, modificato, sfigurato fino all’estremo dalla macchina da presa della regista…

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…Indubbiamente, Titane è un film estremo ed eccessivo in molti sensi, ma è nel suo complesso una produzione che funziona nel trattamento metaforico di tutte le tematiche che coinvolge. L’universo fluido di “mostri” creato da Julia Ducournau non fa solo una rivisitazione moderna del body horror, ma scommette su un cinema più libero a livello espressivo e, perciò, a un cinema futurista (ri)pensato come forma d’arte.

Il film non ha la pretesa di piacere a tutti, come neanche Ducournau, nonostante hanno entrambi delle qualità che li rendono meritevoli di riconoscimento per fare cinema in tutto il senso della parola. Titane è una poesia contemporanea sul potere dell’amore, la solitudine e la diversità, che risalta proprio per non seguire degli schemi e stereotipi ordinari, che spiazza e abbaglia allo stesso tempo e che, nell’esperienza viscerale che offre, nasconde un cuore tenero che, alla fine, non lascia indifferente a nessuno.

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venerdì 8 ottobre 2021

Crimen - Mario Camerini

mettete insieme un gruppo di attori formidabili (Bernard Blier, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Franca Valeri, Silvana Mangano, può bastare?), in una storia scritta da Rodolfo Sonego, non potrà che uscire un film di serie A.

a Montecarlo, mito della ricchezza e della fortuna incrociano i loro destini tre coppie, affamate di soldi, e una riccona, e un commissario francese che deve risolvere un caso d'omicidio.

sceneggiatura a orologeria, colpi di scena continui, tutti vogliono fare fortuna, ma sarà una lotta difficile.

si ride e si ride, un piccolo gioiellino da non perdere.

buona visione (con cagnolino) - Ismaele


 

 

 

 

 

Sei personaggi non in cerca d’autore ma in fuga da un omicidio.
L’elenco fa davvero impressione ma accade che Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Franca Valeri, Silvana Mangano e  Dorian Gray,  per motivi diversi si ritrovino a Montecarlo e per motivi ancora piu’ diversi, restino coinvolti nell’uccisione di una ricca nobildonna.
Ne usciranno come si puo’ prevedere, alla maniera gagliarda e caciarona che cotanti rappresentanti dello spirito italiano che fu, sapevano dimostrare.
Ora, che in un film ci siano tre quarti dei colonnelli del cinema nostrano e’ gia’ un motivo per sedersi in poltrona e mettersi comodi, che poi si torni al 1960 quindi nel momento di piu’ fulgido e alto del nostro cinema e con buona approssimazione la piena parabola ascendente nella carriera dei nostri, la dice lunga sulla qualita’ della pellicola alla quale bella o brutta che sia, bastano i protagonisti per definirne l’importanza.
Li ritroviamo infatti in ruoli che in fondo li rappresentano attraverso le loro caratterizzazioni piu’ celebri, perciò il film diviene un campionario attoriale quasi a catalogo o mostra delle doti di ognuno.
Sordi è il conte Max della situazione, l’italiano trasformista a cui piace indossare panni piu’ grandi di lui e vantarsene. Gassman e’ l’uomo dalla gamba lunga ma non abbastanza per il passo che vuole compiere e Manfredi il borgataro arruffone sempre pronto a mordere ogni occasione gli si presenti. Stereotipi in fondo ma ancora in via di completa definizione, quindi rappresentativi e non imitativi. Analogo il discorso per le signore, con la Valeri in costante ricerca di una nobilta’ immaginata sulle pagine dei rotocalchi, la Mangano e’ la donna che sopporta la vita col minimo indispensabile e Dorian Gray, bionda di nome e di fatto.
Canovaccio minimo ma con cotante spalle a reggere l’impianto, si poteva lasciare carta bianca che ne veniva fuori comunque un capolavoro e poi tanto banale di certo non lo e’ stato se ha avuto ben due tentativi di imitazione, uno dieci anni dopo sempre con la regia di Camerini e una trasposizione statunitense degli anni novanta che mi riprometto di vedere. Assolutamente imperdibile, unico effetto collaterale l’accentuarsi dell’amarezza su cosa eravamo e come ci siamo ridotti.

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Classico congegno irresistibile del miglior Sonego, Crimen contiene uno dei tanti teoremi dello sceneggiatore, tra i più intelligente nell’interpretare tematiche come la lotta di classe e gli ascensori sociali dentro dispositivi che sembrano parlar d’altro. Anche se, in realtà, il film non nega mai di voler essere quel giallo hitchcockiano che effettivamente si rivela: uomini e donne al posto sbagliato nel momento sbagliato, costretti a crearsi alibi per poter evitare l’accusa… e finiti in una spirale di menzogne e reticenze, meschinerie e paure, da pura commedia alla maniera italiana.

Pensato anche in funzione di un mercato internazionale, in una confezione sontuosa messa in scena dal maestro Camerini, con le tante facce degli italiani da esportare per trasmettere l’idea di un Paese avvinto dal miracolo economico ma in fin dei conti sempre cialtroneCrimen è un tipo di commedia all’italiana rimasto un caso un po’ isolato: eleganza hollywoodiana, umorismo che bilancia la pochade e la commedia dell’arte, spazi e tempi in equilibrio tra le sei star (anzi sette: c’è anche il commissario del supremo Bernard Blier). Certo, Sordi è straripante in un ruolo perfetto per il suo perturbante istrionismo

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giovedì 7 ottobre 2021

Fino all'ultimo respiro (À bout de souffle) - Jean-Luc Godard

un delinquente ammazza un poliziotto e spera di cavarsela, in pochi giorni fugge e fugge e riesce a innamorarsi di una ragazza americana, ma il suo destino è segnato.

oppure, un delinquentello col cervello da ragazzino fa l'errore della sua vita, pensa di cavarsela, in attesa di un gruzzoletto per la fuga, braccato dalla polizia, si innamora di una ragazza e vuole portarla con sé.

lui sembra uscito da uno di quei film di gangster hollywoodiani, ma senza i complessi di colpa, l'ansia, la pistola sempre in mano, Michel (Belmondo), con la sigaretta sempre fra le labbra, si ispira a loro, ma in un modo più "leggero", sarà che si crede il più furbo del mondo, sarà che si innamora, alla fine ti accorgi che ti sta simpatico, lui è un bandito ragazzino.

e se non fosse stato per Godard che, da buon cittadino, lo segnala alla polizia, forse Michel (insieme a Patricia) sarebbe ancora in giro.

un film (sempreverde) da non perdere, in qualche cinema - Ismaele

 
 
 
 
Se nel memorabile controcampo fra la locandina di Bogart e il primo piano su Belmondo, le due dimensioni restano inesorabilmente separate, queste si uniscono magicamente nel finale, quando i due amanti si baciano intensamente, come i due giovani protagonisti della “Donna del Bandito” di Nick Ray, illuminati dalla luce di un film proiettato in un cinema. Da questo confronto, scaturisce anche una profonda riflessione sul concetto di morte (delle persone “reali”), contrapposto a quello di immortalità (dei miti, delle icone). Un altro contrasto presente nel film, forse il più significativo, è quello fra sofferenza ed apatia, ossia fra dolore e nichilismo, ispirato dalla bellissima frase da Faulkner, a mio avviso una possibile chiave per leggere l’opera: si apprende come il fatalista Michel prediliga il “nulla”, laddove la tormentata Patrizia preferisca “soffrire”. E questa divaricazione di fondo fra Michel e Patrizia conduce ad un articolato discorso su argomenti destinati a dominare il cinema degli anni 60 e 70: l’incomunicabilità fra uomo e donna, alimentata dalle reciproche differenze attitudinali ed intellettuali (Michel rinfaccia più volte a Patrizia la sua vigliaccheria, la sua indecisione, le sue mezze misure) e dalla faticosa ricerca di un senso alla loro relazione (i lunghi, immobili, piani-sequenza della parte centrale, anticipano tutto il cinema dell’Antonioni della Trilogia): in alcuni frangenti, si arriva addirittura a precorrere il femminismo. Non manca, infine, una dimensione filosofica, basata sul conflitto fra volontà e necessità (“Non so se sono infelice perché non sono libera o viceversa” si chiede Patrizia; “Il delatore denuncia, come l’assassino uccide” declama Michel). Infine, al di là dell’apparente amoralità e della forma eversiva, il film di Godard non cade mai nell’intellettualismo e propone personaggi romantici, che si sobbarcano una sofferta e dignitosa dimensione tragica.
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Il cinema di Godard è un cinema di flusso, un cinema di libertà. L’analogia che si crea tra la libertà delle tecniche cinematografiche e quella dei caratteri dei due protagonisti fa emergere un nuovo modello di opera cinematografica, rendendo Fino all’ultimo respiro il film per eccellenza del nuovo cinema, in cui esistenza e forma artistica raggiungono una fusione mai raggiunta prima.

Un film rivoluzionario, da vedere e rivedere; per i due attori protagonisti superbi nella loro recitazione a tratti improvvisata e a tratti esibita e per la continua trasgressione delle convenzioni cinematografiche classiche; Fino all’ultimo respiro è senza dubbio un’opera che cambiò la storia del cinema e diventò una vera e propria lezione di stile per tutto il cinema moderno successivo…

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Due anni prima del "Sorpasso" di Dino Risi, in una Parigi turbolenta e intellettuale Michel si ritrova braccato dalla polizia e braccante una giovane americana. Godard flirta col cinema d'oltreoceano, con un Belmondo che mutua esplicitamente le movenze di Bogart e corteggia "fino all'ultimo respiro" la bella Patrizia dall'accento yankee. Memorabile il lungo assedio nella camera d'albergo, il mondo chiuso fuori dalla finestra e una sceneggiatura che intreccia due spezzettatissimi monologhi, che si incontrano raramente eppure parlano della stessa cosa: dell'amore, cui "proprio in quest'epoca moderna bisogna credere".
Incalzante la colonna sonora, qualche difficoltà iniziale con l'approccio al montaggio, volutamente brutale e d'impatto.

.. vennero in sella due gendarmi, vennero in sella con le armi e chiesero al vecchio se li vicino fosse passato un assassino.

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Come scrivere una manifesto della Novelle vague:la sinergia tra Truffaut in sede di sceneggiatura e Godard alla regia in questo caso ha dato un frutto apprezzabile anche se non lo ritengo un capolavoro imprescindibile e magari mi attirerò pure qualche critica.La verità è che io normalmente detesto Godard,non amo la sua idea di cinema,lo trovo un autore pretestuosamente elitario,un intellettuale a tutto tondo che per puro caso magari(non conosco la storia della sua vita ,la mia è solo un illazione)si è trovato a fare del cinema la sua missione.Qui invece il suo elitarismo non mi disturba più di tanto anzi apprezzo l'indubbia novità del linguaggio cinematografico.La macchina a spalla,il montaggio frammentario,le scene girate in mezzo a strade affollatissime che fanno da contrappunto alle scene in interni in cui si parla ,si parla,si parla ...Un film che dura solo 85 minuti che può essere visto come pietra di paragone per tanto cinema successivo. E ha il merito di aver creato un divo. Secondo me quello che traspare è l'amore per certo cinema americano che all'epoca per i suoi connotati stilistici poteva apparire quasi sacrilego in Europa, la figura di Belmondo è ricalcata sugli eroi negativi americani, un po'Bogart e un po'Lancaster, sempre con gli occhiali da sole alla moda, cappello e con la sigaretta a lato della bocca, un ladruncolo che l'ha combinata grossa e che vive solo di espedienti. Anzi secondo me si cerca anche di superare quella figura dell'antieroe americano per dare luogo a qualcosa di nuovo…
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The movie had a sensational reception; it is safe to say the cinema was permanently changed. Young directors saw it and had abandoned their notions of the traditional studio film before they left the theater. Crowther of the Times, who was later to notoriously despise its descendant "Bonnie and Clyde," said of "Breathless" that "sordid is really a mild word for its pile-up of gross indecencies." The jump cuts to him were "pictorial cacophony."

Yet Crowther conceded, "It is no cliche," and the film's bold originality in style, characters and tone made a certain kind of genteel Hollywood movie quickly obsolete. Godard went on to become the most famous innovator of the 1960s, although he lost the way later, with increasingly mannered experiments. Here in one quick, sure move, knowing somehow just what he wanted and how to obtain it, he achieved a turning point in the cinema just as surely as Griffith did with "The Birth of a Nation" and Welles with "Citizen Kane."

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