mercoledì 6 ottobre 2021

La zona - Rodrigo Plà

Se pensate che questo sia il migliore dei mondi possibili state lontano da questo film, potrebbe farvi male.

In un territorio i ricchi si chiudono in una cittadella fortificata, protetta da muri e guardie, come se nel modo esistessero cose del genere, che fantasia il regista e la sceneggiatrice Laura Santullo, nel 2007.

In realtà il mondo è così, e chi sta solo da una delle due parti non sa bene cosa c’è dall’altra parte, ma se ha occhi e orecchie aperte lo capisce bene.

Un po’ thriller, e molto politico.

Il film l’ho visto a suo tempo al cinema, Nanni Moretti aveva comprato i diritti e nel 2007 è apparso in qualche piccolo cinema.

Uno dei film più importanti e inquietanti, senza bisogno di nessun effetto speciale, degli ultimi vent’anni, secondo me.

Cercatelo e cercatelo ancora, per un periodo è stato su Raiplay, adesso non più, ma cercando bene si trova, il dvd esiste ancora.

Buona (imperdibile) visione - Ismaele

 

 

 

Qui siamo in un’abnorme città del Messico, dove viene eretta, ai confini con una favela, un’isola «d’oro» per ricchi borghesi, controllata da video camere, muri recintati e guardie armate. La sicurezza vacilla quando in una notte di tregenda un’affissione pubblicitaria crolla sul muro cli cinta, sberciandolo e permettendo a tre ragazzini di entrare dentro il villaggio. Due vengono seccati (dopo aver ucciso alloro volta una vecchietta) e un altro si rifugia. Inizia la caccia al ladro violenta e sanguinaria, operata dai condomini come atto di giustizia privata per evitare di perdere i «diritti» speciali del loro piccolo mondo.
Ora, chi ha buona frequentazione della letteratura di fantascienza sociale, avrà sicuramente riconosciuto l’immaginario di James Ballard.

Dario Zonta, 'L'Unità', 4 aprile 2008


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Grande trama, avvincente, ma questo è solo un aspetto. La bellezza del film, oltre a una sceneggiatura perfetta in cui ogni piccolo elemento - una scarpa, una telecamerina, un numero di telefono in un braccio - da insignificante diventa decisivo, e ad una recitazione più che all'altezza, sta nell'atmosfera, nel messaggio, nel significato.

Chi sono le vittime? Chi sono i colpevoli? E' "giusto" avere il diritto di vivere in una casta scelta?
A mio parere La Zona ci dà l'impressione di essere quasi una miniatura di un regima dittatoriale, dove ogni diverso non viene accettato, dove ci sono regole ferree, ruoli e organizzazione perfetta, e dove ogni errore o crimine di guerra va occultato agli occhi del resto del mondo. I residenti non solo buttano nella spazzatura i corpi dei 2 delinquenti uccisi per evitare le indagini della polizia ufficiale, ma anche quelli dell'anziana e della guardia, due loro "amici" e simili, per poter affermare che non è successo assolutamente NIENTE.
Intanto però cercano il rifugiato per una giustizia sommaria...Solo Alejandro sembra capire che quel ragazzo non ha fatto niente, che è entrato quasi per sbaglio, che è, semplicemente, nè più nè meno che come lui, un ragazzino che, però, a differenza sua, non possiede niente. Proprio per questo scarnificando fino all'osso le due sceneggiature La Zona mi sembra paragonabile al Bambino col pigiama a righe. L'amicizia di due coetanei in un luogo, La Zona o il Lager, dove questa non è permessa. Ragazzi o bambini uguali in tutto e per tutto, divisi contronatura dalle leggi dell' Uomo. Grande opera, grande film, lezione di cinema, lezione di vita.

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Uno spicchio di paradiso in mezzo all'inferno di smog a Città del Messico.Vialetti ben curati,scuole private,prati con erba tagliata di fresco,case arredate lussuosamente, strade libere dal traffico ben al di fuori del caos cittadino,del traffico,delle case fatiscenti che sembrano crollare sulle strade.Due mondi completamente agli antipodi che distano pochissimo:la distanza di un muro o delle reti metalliche che avvolgono la Zona.Così la chiamano,un nome che è quasi una propaggine di quella teorizzata in Stalker di Tarkovskij.Nella Zona tutti i sogni sono possibili perchè c'è vita agiata,c'è un sistema di controllo capillare che impedisce intrusioni dall'esterno,c'è una sorta di ordine precostituito autonomo che può permettersi di bypassare la legge…

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La Zona è il paradigma della parte ricca dell'"azienda mondo", quella che ha anestetizzato le sue ossessioni per la sicurezza barattando la perdita dei valori solidaristici con un po’ di effimera tranquillità, quella che ha sbattuto la porta in faccia alle miserie del mondo per rintanarsi nelle sue alcove dorate e non si rende affatto conto che, alle condizioni date dall'attuale modello economico, la sua pacificazione sociale non è più sostenibile. La Zona è la spia rossa di un processo di fascistizzazione della società sempre in atto. Un pugno nello stomaco per chi si volta sempre dall'altra parte. Un grande film.

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Per la serie “meglio dirlo subito”: questo film è un vero e proprio pugno nello stomaco. Dimentichiamoci qualsiasi attitudine consolatoria o rassicurante, non ci troveremo di fronte a una semplice commedia rosa: e lo capiamo da subito. Siamo in Messico, ma se fossimo in Brasile saremmo dalle parti della Ciudad De Dios, per citare il noto film di Mereilles (non dissimile per denuncia sociale, civile, morale). Una città dannata che però tra macerie, miseria, criminalità e corruzione è riuscita a ritagliarsi un piccolo angolo plastificato di paradiso: “La Zona”, per l'appunto, un quartiere residenziale per famiglie agiate, dove ci si reclude dal resto del mondo, lo si controlla di continuo tramite telecamere e circuiti di sorveglianza, e si vive autosufficientemente lontani da qualsiasi pericolo e bruttura. Neanche la polizia, se non priva di un mandato speciale, può entrare…

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La zona è un film sbagliato (non il film di Plà ma il quartiere perbenista e infestante) che purtroppo reagisce all’azione “destrutturante” del taglio, al dolore provocato dal tentativo di montare un altro film. La mente cerca invano di capacitarsi, di resistere all’azione corrosiva del materiale ridondante che si accumula nelle immagini, che penetra negli interstizi squassando le comode consapevolezze, abilitando il germe infestante dello sguardo allungato sul multiverso. Non un universo quindi, ma un agglomerato casuale di universi. Il cinema può solo assemblare, coagulare, mostrare la sua stessa incapacità di formare la differenza, evidenziare l’innocenza di un’immagine ripresa da una telecamera di sorveglianza, una innocenza che però trova la sua eterna dannazione nella rielaborazione ecfrastica del Condominio. L’odio per la differenza porta a idealizzare un’armonia anomala di forme precostituite che il filmico non può sostenere (certo cinema purtroppo sì), porta ad avere paura e la paura è la strada maestra che trascina nel gorgo atrofizzante della superficie

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lunedì 4 ottobre 2021

Sulla infinitezza - Roy Andersson

un film (Leone d'Argento al festival di Venezia nel 2019) che ha saltato la sala e subito è apparso su Raiplay. 

una serie di piccolissimi film, a volte legati fra di loro, ciascuno accompagnata da una minipresentazione con una voce femminile.

a volte gli sketches sono comici, esplosivi, di sicuro spiazzanti.

l'idea che uno si fa con questo film è che questa Svezia non sia un posto allegro, molto diverso dal nostro, ma non sappiamo cosa è meglio, al cinema non si fanno classifiche.

rari sono i bambini, adulti e vecchi appaiono irrimediabilmente tristi e goffi, annoiati e invidiosi, gente che si fa i fatti propri.

a scanso di equivoci il film è molto bello e Roy Andersson è bravissimo.

buona (televisiva) visione - Ismaele

 

QUI il film completo, su Raiplay

 


 

una obra aún más depurada si cabe que las anteriores, en las que deja de lado, aunque no del todo, su vena más mordaz, ácida y humorística, dando paso a una mezcla de regusto agridulce en el que se dan la mano el patetismo sin coartada ridícula, la alegría de vivir que emana del baile de tres chicas o lo fascinante que resulta la vida, así, en general.

Roy Andersson es ese abuelo que, en lugar de pasarte dinero como si fuese droga, te pregunta cómo te ha ido el día y luego hace una película con tu respuesta. Sería harto extenso ponerse a enumerar la brillante puesta en escena, la complejidad de sus colores pastel, el maquillaje fantasmagórico de sus ‘muñecos’ parlantes. Lo mejor para descubrir a Andersson es asistir impávido, como muchos de los hombres y mujeres que aparecen en sus viñetas cotidianas, y dejarse empapar por su manera de ver la vida. Un nuevo escalón al cielo de Andersson y merecedor de todos los halagos.

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Desde las pequeñas derrotas cotidianas y diarias (un hombre que envidia a su antiguo compañero de colegio, el citado cura que ha perdido la fe, un dentista cansado de su trabajo que se refugia en el alcohol, alguien que no encuentra a quién esperaba en una cita a ciegas, …) hasta la derrota en términos absolutos y abstractos (Hitler y sus patéticos lugartenientes en el búnker de Berlín mientras la ciudad es bombardeada o esa escena en la que cientos de soldados alemanes marchan presos por la helada estepa rusa camino de Siberia).

Una derrota de la humanidad (y lo humano) en la que el pesimista Roy Andersson encuentra, en pequeños gestos, conversaciones y situaciones, un pequeño aliento de esperanza que tiene su colofón en esa hermosa (y terrible) imagen de dos amantes sobrevolando la devastada ciudad de Colonia tras los bombardeos en la Segunda Guerra Mundial (que remite al cuadro de Marc ChagallSobrevolando la ciudad), representación del triunfo del amor sobre la barbarie y la estupidez humana.

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…Una sovrapposizione poetica di quadri che catturano momenti di vita. Alcuni dei personaggi ritratti sono Adolf Hitler, una direttrice marketing, una donna che ama lo champagne e un prete. La narrazione è guidata dalla voce calda di una donna, una sorta di Scheherazade (delle Mille e una notte) che racconta la storia dell’umanità e invita gli spettatori a riflettere sulla preziosità e la bellezza della nostra esistenza.

Roy Andersson incarna l’essenza dell’ odi et amo cinematografico (altro che Tarantino).

Camera statica e movimenti ridotti all’osso sono i pennelli che il regista usa per dipingere ciò che per lui è la vita quotidiana. I colori da lui scelti sono semplici, sono racconti circa la banalità del giorno. Il suo scopo è mostrare debolezze e virtù della gente comune, dimostrando che tutto ciò che non sembra avere senso è comunque fantastico, mentre tutto ciò che nella vita ci appare fantastico, non ha comunque senso. Chiaro, no?...

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Esas viñetas componen un mosaico existencialista a base de humor negro y situaciones absurdas que nos habla sobre las miserias cotidianas, sobre el sentido de la vida, sobre la muerte y el silencio de Dios, el amor, la soledad y la tristeza, sobre el poder y la humillación, sobre la juventud y la vejez, sobre las relaciones humanas o sobre el deterioro del cuerpo y el alma. Andersson trabaja con un trasfondo filosófico (rama existencialista-pesimista) pero partiendo siempre de acciones cotidianas y prosaicas (un buen ejemplo sería esa divertida escena del film donde un cura con un angustiante problema de perdida de fe es expulsado casi a la fuerza de la consulta del psiquiatra porque este no quiere perder el autobús que lo lleva a casa

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Roy Andersson ha girato anche molte pubblicità, piccoli cortometraggi, in tutto e per tutto:

domenica 3 ottobre 2021

Padadaya - Linton Semage

un film molto diverso da quelli che guardiamo di solito, le vite e i bisogni di quel villaggio di contadini sono semplici, si cerca di mangiare tutti i giorni, i bambini devono andare a scuola, l'acqua per i campi deve essere ripartita secondo alcune regole, uno di loro, a turno, ha le chiavi dell'acqua (come in  A river called Titas, mutatis mutandis).

ma non tutto va per il verso giusto, quando l'amore complica le cose.

i contadini di Ermanno Olmi capiscono meglio di noi film così, noi tiriamo a indovinare, come dice Charles Bukowski.

buona visione - Ismaele


sabato 2 ottobre 2021

The Disciple - Chaitanya Tamhane

un giovane, Sharad, vuole diventare un cantante di raga indiani e dedica tutto se stesso per riuscirci,

è discepolo di un maestro, si trattano come padre e figlio. 

serve una grande disciplina, interiore e non solo, e un amore delle radici, senza compromessi con la modernità.

Sharad trova una maestra in una cantante che non ha mai cantato, ma le cui parole sono state registrate dal padre del giovane, e in bellissime immagini al rallentatore, quando è sulla moto, i messaggi incisi in quelle registrazioni lo posseggono, e lo fanno crescere.

forse non diventerà un grande musicista di raga, chissà, ma Sharad ha una sua coerenza e gioia in quello che fa.

cercatelo e guardatelo, bel film (non adatto a chi ama solo le americanate o le serie) - Ismaele 

 

 

The Disciple è la storia di un giovane cantante idealista che studia per favorire la scoperta di sé, che affronta le frustrazioni per i suoi limiti e le sue pecche artistiche. Ciò che Tamhane offre è uno studio del personaggio, il racconto di un giovane che vuole dedicarsi con costanza, studio, impegno, dedizione alla sua passione più grande. The Disciple non è puramente un musical, ma gran parte del suo minutaggio è dedicato a spettacoli o sessioni di canto in cui tutto ciò che si sente è musica tradizionale indostana.

Questo può essere un motivo di grande frustrazione per lo spettatore considerato che, essendo il racconto incentrato in modo particolare su un certo tipo di musica classica indiana, non si limita a mostrare e far ascoltare un tipo di musica molto particolare, è soprattutto studio sulla voce, sul tono, sul suono, sulla ricerca di un equilibrio vocale, e potrebbe rivelarsi pesante per chi non ha familiarità con questo tipo di cultura musicale. 

 

Lo spazio è protagonista delle scene

In seconda analisi si può notare come The Disciple sia girato in widescreen dal direttore della fotografia Michal Sobociński: questo ci porta a decretare come il concetto di spazialità in un film come The Disciple sia fondamentale. Il nuovo lavoro di Chaitanya Tamhane è a tutti gli effetti composto da tanti luoghi e spazi diversi: dalle piccole sale da concerto, all’apertura notturna della città e ai vari quartieri che vanno da quelli della classe media ai quartieri più spartani. Il senso del luogo è percepibile, è parte della struttura drammatica.

Come lo spazio diventa protagonista delle scene, anche i colori sono fondativi della tensione drammaturgica delle scene: i colori cambiano a seconda dei luoghi e del momento della vita del protagonista; all’inizio sono vividi, saturi, e diventano sempre più desaturati e monocromatici man mano che procediamo verso la fine. Anche i costumi diventano motivo e strumento per rappresentare un paesaggio che cambia, sia internamente che esternamente. Questo ci porta a decretare come The Disciple possegga un certo quid dal punto di vista estetico, pur rimanendo dal punto di vista narrativo e retorico un’opera dimenticabile, le cui continue sessioni musicali a lungo andare risultano ridonanti, onerose e incapaci di permanere piacevolmente nella mente dello spettatore. 

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The Disciple è una storia di disciplina, di passione, ma anche un esempio di tenacia e perseveranza. Sharad è determinato a diventare un professionista e ci prova con tutto se stesso. Il film è diviso in due parti: la prima sul “discepolo” giovane e servizievole, la seconda sul “discepolo” adulto che insegna a sua volta in una scuola, ma è ancora alla ricerca di una perfezione che forse non gli è mai appartenuta.

Tutta quella fatica e della dedizione sono servite a qualcosa o lo hanno solo reso solo come il suo maestro? Solo nel finale il personaggio si risveglia come da un incantesimo e decide di voltare pagina per iniziare un nuovo capitolo della sua vita, in cui c’è posto finalmente per una famiglia.

La regia è abbastanza canonica, ma ogni tanto regala soluzioni interessanti, come le pause slow motion in cui Sharad viaggia in moto mentre fuori campo ascolta gli insegnamenti per affrontare la musica classica indiana nel modo giusto.

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Va a ser difícil que El discípulo (The Disciple) llegue a todo tipo de público. Tanto sus temas principales como su guion técnico son poco convencionales. Abundan planos generales, que se alargan demasiado en determinados momentos, especialmente en las primeras escenas. Se evitan los cambios de plano hasta el punto de que, con el formato de encuadre que se utiliza, el espectador puede tener sensación de monotonía.

Además, el desarrollo de los acontecimientos puede ser un poco lento para aquel que no disfrute demasiado de las melodías típicas de la India. Pese a todo, la originalidad de esta película lleva a que, quien decida sumergirse en ella, pueda reflexionar sobre cuestiones como el futuro de culturas antiquísimas.

La tradición y la vanguardia, la esencia y la artificialidad, el pasado y el presente, y en especial, el camino fácil y el correcto se distinguen con sensibilidad en esta obra, que expone sutilmente una crítica hacia la sustitución de antiguas costumbres por el sometimiento cultural al que muchos países se han enfrentado durante siglos.

Sharad Nerulkar representa a ese sector de la sociedad que no está dispuesto a ceder ante ninguna cultura dominante. El que mantiene su admiración y respeto hacia el lugar de donde proviene, aunque eso suponga ser un eterno incomprendido.

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venerdì 1 ottobre 2021

Tre piani - Nanni Moretti

un film di Nanni Moretti diverso dai precedenti, non c'è niente da ridere, e neanche da sorridere. 

a partire da un romanzo si racconta di alcuni nuclei familiari "malati" (direbbe Francesca, la bambina che viene lasciata spesso dai vicini), all'interno dei quali l'infelicità, i rimpianti, l'insoddisfazione regnano incontrastati.

è un film abbastanza pessimista, con poche vie d'uscita, da coltivare con attenzione e partecipazione.

i bambini sono la speranza, il problema è quello che possono diventare, non possono ripetere gli stessi sbagli e avere le stesse debolezze, sulle loro spalle c'è una grossa responsabilità, il futuro è in mano loro.

il film è stato spesso demolito dai critici, almeno in parte, in realtà è un riuscito sguardo (a volte autopsia) su un mondo (malato) che muore.

buona visione, la sala vi aspetta - Ismaele



 Moretti è stato molto coraggioso: ha rinunciato al birignao, francamente insopportabile in molti casi, e ha confessato candidamente di essere un adulto, di provare sofferenza, sgomento, terrore. Lo stesso che gli faceva dire: «con queste facce non vinceremo mai», di fronte a sedicenti uomini di sinistra. Lo stesso che gli faceva gridare «le parole sono importanti!» di fronte al vaniloquio e alla fiera delle vanità di un Paese devastato dai dibbbbattiti pieni di vuoto.

Sì, Nanni, hai fatto bene a rischiare: ad andartene da solo, verso il deserto, come l’eremita che sei sempre stato, mormorando: «Fuggiamo da questa prigione… Udremo le novelle del mondo dalla bocca di poveri vagabondi: e anche noi converseremo con loro, di chi perde e di chi vince, di chi è dentro e di chi resta fuori, e ci dedicheremo al mistero delle cose, come se fossimo le spie di Dio. E così, tra le mura di questa prigione, cancelleremo dalla memoria ogni cosa» (William Shakespeare, «Re Lear», V, II). Però non sei solo, Nanni, come sembra. Intorno a te ci sono attori magnifici, che buttano a mare la reputazione e ti seguono nel deserto: Margherita Buy che ha rinunciato alla sua recitazione tradizionale per divenire uno strumento fra le tue mani; Alba Rorwacher che si piega come un giunco, flessibile solo per te; e tutti gli altri, bravissimi – inutile nominarli uno per uno – che ti seguono con l’inconscienza ardente con cui Frate Ginepro seguiva san Francesco. E ti seguiamo noi, «della razza di chi rimane a terra» come direbbe Montale. Noi fragili e smarriti per la desolazione che ci circonda; noi che riusciamo ancora a conservare un filo di speranza, se qualcuno ha il coraggio di dire che il re è nudo, anzi che siamo tutti nudi, che tremiamo e non per il freddo, ma non ce n’eravamo accorti.

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Tre piani è un film lucido, estremamente angosciante e, come già detto, piuttosto destabilizzante. Duro con i suoi personaggi e duro anche con lo spettatore. Nanni Moretti non lascia possibilità di entrare veramente in contatto coi protagonisti, tutti prevalentemente freddi, per lo più impenetrabili e ritratti quasi come automi. Una scelta ostica, perché toni così asciutti e prove attoriali impostate su queste corde non facilitano certo la partecipazione e il coinvolgimento di chi guarda.

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Per tanto tempo, mettere in scena per Nanni Moretti è stato mettersi in scena. Pioniere negli anni Settanta dell'autofiction cinematografica, dopo aver fatto un passo di lato e disegnato un alter ego femminile, un'autrice in preda alle crisi e al dubbio durante le riprese di un film politico, muore nei panni di un giudice intransigente e rigido quanto Michele Apicella. Lo vediamo il tempo di un baleno (e di una scena) tornare alla sorgente del suo cinema e poi sparire. Il fantasma esce di scena. A restare è Margherita Buy, mai così bella e radiosa dentro un abito a fiori che Nanni non avrebbe di sicuro approvato, perché "si è vestito tutta la vita con gli stessi colori". Ma lei adesso è libera di essere, di voltarsi verso gli altri. Chiude la comunicazione, archivia la segreteria telefonica e parte sorridendo di quell'ultimo tango illegal. Alla musica, ancora una volta, Moretti affida il compito di realizzare la comunione e di rimettere al mondo. Di rimettersi al mondo 'cambiando indirizzo'.

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potremmo trovare di nuovo alcuni dei topoi classici del suo cinema come altri elementi psicanalitici, piuttosto cari al regista, il quale in questo film stabilisce una evidente corrispondenza dei piani fisici e dei personaggi centrali delle tre storie con la tripartizione freudiana di Es, Io e Super-io. A conferma che anche in un film tanto criticato come quest’ultimo, continuano a essere molti gli spunti a disposizione degli spettatori meno superficiali, che non si fermeranno alla visione di figli manipolatori, uomini egoisti e donne in grado tanto di mettere da parte il proprio bene in nome di altre priorità quanto di riprendere in mano la propria vita e scegliere una nuova strada, anche dolorosa. Un modo per superare le ossessioni che ci affossano quotidianamente o di cedere loro definitivamente?

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Nell’imperfezione del suo sguardo tripartito, sbilanciato di volta in volta sul primo o sull’ultimo dei tre versanti proposti (la storia con protagonista Alba Rohrwacher – pur ottima quanto a recitazione – finisce per avere un peso specifico minore e restare irrisolta), Tre piani riesce comunque ad affascinare. Il nuovo lavoro di Moretti, pomposamente esaltato dagli applausi di Cannes e, in modo speculare, sbrigativamente liquidato da una parte della critica, rappresenta probabilmente un’opera di passaggio per il regista romano; un esperimento, il tentativo di raccontare lo sguardo altrui (e di empatizzare con esso) dopo aver privilegiato per una vita il proprio. Per un artista spesso definito, non senza qualche ragione, un narcisista fuori e dentro lo schermo, la novità resta notevole. Qui, il Moretti attore mette inoltre da parte (definitivamente?) l’istrionismo dei suoi personaggi, riservando a se stesso il ruolo di uno sgradevole giudice, che del giudice ha la forma mentis, specie nei riguardi di suo figlio. Se vogliamo, a livello metacinematografico, possiamo dire che Moretti giudica anche se stesso portando sullo schermo un personaggio del genere, con un filo di amarezza e una sentenza non proprio benevola. La soluzione a tutti i problemi che vengono posti, banale quanto difficile da contestare, sembra essere ancora una volta l’atto comunicativo, quello che si pone al di là dei vuoti rituali sociali, qui spogliati di senso: chi resta chiuso nel solipsismo, come la Monica interpretata dalla Rohrwacher, rischia di deragliare o impazzire. Va bene anche comunicare con una semplice, vecchia segreteria telefonica, che tiene in vita il ricordo della persona (nonostante tutto) amata: l’atto stesso, per il personaggio, si rivela poi propedeutico alla (ri)apertura di un altro canale comunicativo, ben più utile e concreto. Lasciare la finta comfort zone di quei tre piani e ristabilire, ognuno a modo proprio, un contatto significativo con l’esterno: è, tutto sommato, quello che ha fatto il cinema di Nanni Moretti, con un’operazione come questa. Coraggio e voglia di osare, in fondo, non gli vanno disconosciuti.

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Tre piani è un brutto film dalla forma davvero poco riuscita. Il dettaglio desolante è che non spiccherebbe nemmeno come particolarmente brutto nel panorama di un certo cinema italiano. Agghiacciante invece è constatare ciò che Nanni Moretti sembra volerci suggerire sui rapporti personali e sulla contemporaneità, qualcosa che da lui davvero non ci si aspettava mai di sentire. La maturità gioca brutti scherzi, nella speranza che sia solo questo: uno scherzo non riuscitissimo, a cui rimediare presto.

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Blind - Sang-hoon Ahn

una storia già raccontata, si dirà.

ma che importa, l'importante è che non ti alzi dalla poltrona fino alla fine, preso dal racconto e dalla tensione senza pause.

un altro bel film coreano che merita molto.

buona visione - Ismaele


 

 

 

es una película muy visual, muy atractiva y muy sentida, trabajada desde la más profunda de las superaciones de una persona incapacitada para ver. Sin duda alguna una historia muy currada, que sabe llegar a las personas y que en todo momento está bien dirigida. Entrañable como ella sola, intensa cuando debe serlo y con un ritmo fantástico. Recomendada sin dudas, uno de esos buenos thrillers surcoreanos a los que estamos acostumbrados.

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La cecitàhandicap cinematografico per eccellenza che pone lo spettatore a un grado di conoscenza maggiore rispetto al personaggio, rendendolo ancora più partecipe della sua angoscia perché testimone inerte dell'azione in corso (Gli occhi della notteWait Until Dark, Terence Young, 1967), si fa qui leit-motiv narrativo con alcune varianti. Non solo la reale menomazione della protagonista, ma anche quella metaforica della polizia, che brancola nel buio in cerca di una pista da seguire. E non è allora casuale che l'assassino – spietato vilain la cui cieca violenza lo avvicina ai corrispettivi statunitensi Max Cady (Cape Fear – Il promontorio della paura, Jack Lee Thompson, 1962 e Martin Scorsese, 1991) o Frank Booth (Velluto bluBlue Velvet, David Lynch, 1986) – accerti la morte delle sue vittime sbarrando loro gli occhi.

Paradossalmente opposto all'atto proprio del cinema, il non vedere diventa qui fulcro centrale di una ricerca di verità altrimenti irraggiungibile, in un gioco di sensi dal risultato tutt'altro che scontato.

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…Il tema della donna cieca messa di fronte a una minaccia che non può vedere è stato utilizzato miriadi di volte al cinema, dal passato di Gli occhi della notte/Wait Until Dark (Terence Young, 1967) e Terrore cieco/Blind Terror (Richard Fleischer, 1971) ai più recenti Gli occhi del delitto/Jennifer Eight (Bruce Robinson, 1992) e Occhi nelle tenebre/Blink (Michael Apted, 1994), fino a The Village (M. Night Shyamalan, 2004), in una accentuazione di quella fragilità della "donna in pericolo" che evidentemente intriga un certo sguardo maschile, prestandosi al contempo a variazioni teoriche sulla valenza dello sguardo e di ciò che è visto/viene mostrato. Ahn Sang-hoon non ha però pretese metacinematografiche, quel che gli interessa è approntare un meccanismo della suspence in grado di coinvolgere gli spettatori. Per buona parte del film il gioco di rivisitazione funziona, grazie anche a una fotografia virata su colori scuri e spenti e al coinvolgimento degli attori, dalla trattenuta Kim Ha-neul (specializzata in commedie come My Tutor Friend o mélo come Ditto Almost Love) all'imbronciato e riottoso Yoo Seung-ho (il bambino di The Way Home, ormai cresciuto). Con il riordino degli indizi e l'individuazione del colpevole Blind scivola però nei cliché più deleteri del genere, con uno showdown finale protratto, poco credibile e sopra le righe, in contrasto con quanto mostrato in precedenza, per quanto girato con perizia e attenzione al montaggio, sempre calibrato. Un buon film di genere che sembra aver paura di svicolare dalla formula standardizzata su cui si basa il soggetto.

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