sabato 21 marzo 2020

The Whisperers - Bryan Forbes

la signora Ross (Edith Evans) vive sola, aiutata dai servizi sociali.
è una solitudine pesante la sua, parla con qualcuno che non c'è, riceve la visita, dopo molto tempo, di un figlio che ha bisogno in un nascondiglio per i suoi soldi (sporchi?), fa credere di essere una donna importante, viene a casa il marito, dopo anni (è un sogno?), litiga con la vicina, che la minaccia, insomma non è una bella vita.
il film, in bianco e nero, è ambientato nella periferia di Manchester, dove i btutti sporchi e cattivi abbondano.
se vuoi ridere, questo non è un film per te, ma se vuoi conoscere una grande attrice il film (un gioiellino sconosciuto ai più) ti aspetta.
buona visione - Ismaele








…La réussite de “The Whisperers” doit beaucoup à l’incroyable prestation d’Edith Evans, impressionnante et touchante dans le rôle de cette vieille femme qui se créé un monde rien qu’à elle pour échapper à une dure réalité. Sa prestation lui a d’ailleurs valu un Bafta, un golden globe, un ours d’argent à Berlin, et sa troisième nomination aux Oscars (pour la première fois pour un rôle principal).
La banlieue de Manchester des années 60, vérolée de terrains vagues est un cadre parfait pour ce drame. La très belle photo de Gerry Turpin et la superbe musique de John Barry font le reste. “The Whisperers” dégage une véritable ambiance.

…For years we have been brainwashed into expecting "significance" and "a story" every time we go to the movies. Only occasionally does a director reject conventional plots and melodramatic adventures in order to give us all of the depth of common human life. Satyajit Ray's splendid "The Big City," which closed at the Hyde Park after only a week's run, was such a film. "The Whisperers" could have been another.
Still, it is well worth seeing exactly as it is because of the superb performance by Dame Edith. She is a beautiful woman and a great actress. Eric Portman plays her husband, reunited with her after a long separation, and brings a delicate mixture of pride, anger and diffidence to their marriage relationship.
I wish Forbes had been content simply to work out the conflicts between those two people and the daily threats of poverty and old age. Instead, he inserted some cops and robbers. They serve the purpose of bringing the old lady briefly into the outside world. But at the end of the film, abandoned once again by her husband, she is still peeking into corners and whispering, "Are you there?" And those private fears are really what the film is about.

… What distinguishes The Whisperers from many archetypal cinematic representations of ageing is the utter refusal of an emotional outlet for the character’s central predicament and consequently, for the audience. The story features no companionship as in Harold and Maude (Hal Ashby, 1971) and The Sunshine Boys (Herbert Ross, 1975); no heroism such as in Ikuru (Akira Kurosawa, 1952) or Gran Torino (Clint Eastwood, 2008); and no discernible emotional or physical journey such as in Wild Strawberries (Ingmar Bergman, 1957) or The Straight Story (David Lynch, 1999). Even in a punishingly melancholy film like Amour (Michael Haneke, 2012) which depicts two birds in a cage growing old, while outside the cage is a wasteland, at least the birds have each other. In The Whisperers, when the government blackmails Mrs Ross’s husband into moving back in with her, he accepts purely on financial grounds, using her meagre funds to sleep with prostitutes. Their marital interaction, beyond one or two banalities about money, is completely void. On one occasion he climbs into bed with her, saying, icily: “are you awake?….never mind, you’ve got nothing I want”…

giovedì 19 marzo 2020

La habitación del niño - Álex de la Iglesia

una casa stregato, una coppia con un bambino, e un fantasma.
non c'è niente da ridere.
e trovare il bandolo della matassa non è facile.
ma Álex de la Iglesia ci riesce, per nostra fortuna.
buona visione - Ismaele


mercoledì 18 marzo 2020

Chere inconnue - Moshe Mizrahi

film poco conosciuto, con un trio di attori di serie A.
i due fratelli convivono da sempre, lei gli fa da mamma e badante, in una villa isolata di fronte al mare bretone. 
i cari sconosciuti sono quelli che si scrivono lettere d'amicizia e di sostegno e di affetto, ma non sappiate di più, cercate il film e poi giudicherete voi, per me un piccolo grande film da non perdere - Ismaele




Louise, dévouée à son frère paraplégique, souffre cependant de sa solitude affective. Elle passe une petite annonce dans un journal local, mais c'est son frère qui, sans le savoir, lui répond.
Simone Signoret est formidable et les autres acteurs aussi.
EXCELLENT !!!

Chère inconnue est un film plutôt singulier. L'action est presque uniquement centrée au sein d'une maison qui a presque les pieds dans l'eau. Pourtant on ressent un profond enfermement plutôt qu'une ouverture vers la nature. Les 2 occupants, frère (handicapé) et sœur, y vivent d'ailleurs un peu reclus. Un peu déprimés tous les 2, vieux garçon et vieille fille, ils n'aspirent qu'à trouver l'amour et à partir. Par un hasard, ils vont tous les 2 échanger une correspondance amoureuse. L'un manipulant l'autre, mais c'est ce second qui va s'en tirer le mieux. On retrouve une Signoret égale à elle même, sans surprise presque et un Rochefort, plein de fougue et de verve malgré son handicap. Le film est un peu lent, mais finalement ça va, une fois que l'intrigue s'est mise en place.
da qui

Comme je ne connaissais pas du tout ce film, ni entendu parler, j'avoue que j'ai été surpris de voir autant d'émotions, dans le genre des sentiments rentrés, d'un homme qui croit ne pas pouvoir tomber amoureux à cause de son handicap et d'une femme qui tend à maintenir l'illusion de l'amour pour que son frère puisse s'enflammer, et par la même occasion de se dévoiler elle aussi dans ces lettres.
Les deux acteurs principaux, Jean Rochefort et Simone Signoret, sont magnifiques, jamais dans l'outrance ou le cabotinage, et gardent ces réflexes de vieux (garçon et fille), et découvrent en quelque sorte l'amour dans ces conversations à sens unique. Nul inceste là-dessous, mais le maintien d'une flamme passionnelle, de l'ardent désir…

martedì 17 marzo 2020

Volevo nascondermi – Giorgio Diritti

chi ha visto a suo tempo lo sceneggiato tv con Flavio Bucci faccia finta di non averlo mai visto.
per me è l'ultimo film prima della chiusura, eravamo pochi e distanti.
Elio Germano fa un lavoro straordinario (come qualche mese fa aveva fatto Favino) e lui è Ligabue, non solo interpreta, è entrato nei suoi panni.
e vedere quell'uomo escluso, maltrattato, emarginato, per tutta la vita, fino a quando diventa famoso (e una fonte di reddito per un po') di gente fa sempre male.
non vi dico di andare in sala, ma come e quando capiterà non trascuratelo, merita - Ismaele







…Il film ripercorre con dolente affetto le principali tappe della biografia dell’artista: l’abbandono, le umiliazioni, le ingiustizie, la solitudine, lo sradicamento, una vita da nomade e selvatico. Il suo ritardo mentale forse era irrimediabile, ma ci viene indotto il dubbio che fosse una conseguenza nefasta delle continue violenze e vessazioni su un carattere già insolitamente schivo e meditativo. Nutrì per lunghi anni nel silenzio un disperato amore per la madre, fino a scoprire dai giornali della sua morte per avvelenamento, pare causato dal marito. Quando infine nella rigorosa Svizzera dove era nato non ci fu più posto per un soggetto così disturbante e con troppi eccessi, venne dichiarato italiano e rispedito in una patria straniera della quale non conosceva nemmeno una parola…

…Con una figura mitica come quella di Antonio Ligabue il rapporto sembra ribaltarsi. Fin dalla prima scena, quasi un calco da “Elephant Man”, con l’occhio del futuro artista che (ci) guarda nascosto dentro un sacco, al centro c’è il diverso, l’elemento di disturbo. Ma la dimensione comunitaria resta decisiva per questo allievo di Olmi che sa resuscitare come nessun altro mondi scomparsi o semplicemente invisibili.

Articolato in blocchi narrativi indipendenti, il film ripercorre l’intera parabola del grande pittore mostrando tutto l’essenziale senza spiegare nulla. Ma cosa significa “essenziale”? Qui Diritti impone il suo metodo e il suo stile. Dalla terribile infanzia in Svizzera all’arrivo in Italia, appena 19enne e già respinto da tutti, o quasi tutti; dalla vita selvatica sugli argini del Po, come un Gollum della Bassa, alla consacrazione artistica; dai ricoveri in manicomio alla furia quasi sciamanica con cui Ligabue si immedesima negli amati animali dipinti, sullo schermo sfilano le stazioni di una vita diversa da tutte che tutte le comprende, malgrado traumi e privazioni.

Per questo, con la prova semplicemente sovrumana di Elio Germano giustamente premiato a Berlino, è così importante il piccolo mondo che gli ruota intorno. L’amico scalpellino che lo protegge e quasi lo adotta; l’artista Mazzacurati che lo scopre e lo porta a Roma; il regista Raffaele Andreassi che gli dedica documentari decisivi. Per non parlare delle donne, che Ligabue brama ma non avrà mai, anche quando ormai è ricco e famoso. Tanto da iniziare a vestire lui stesso abiti femminili, per appropriarsi magicamente di ciò che gli è negato.

Alla fine, grazie anche a un’ambientazione miracolosa per grazia e esattezza, non sappiamo più se è quel mondo a rivelarsi in Ligabue o viceversa. E questo, in un paese - un cinema - che della distruzione della memoria sembra aver fatto un dovere, è davvero un regalo.

…Il regista inoltre trova in un attore sensibile e epidermico, nervoso e riottoso quanto basta come Elio Germano, il più azzeccato interprete in grado, se non proprio di far dimenticare (sarebbe impossibile, oltre che immotivato), almeno di mettere da parte per tutta la durata del film la già epica e magistrale interpretazione che ne fece il grande e recentemente compianto Flavio Bucci nella altrettanto riuscita ed indimenticata versione televisiva a puntate del 1977 a cura di Salvatore Nocita.   
Splendida l'umanità che il sensibile attore romano - truccato per l'occasione in modo realistico ma perfetto in modo tale da immergersi anche esteriormente nei panni dell'artista - fa percepire in modo palpabile nel rappresentare un reietto ruvido e riottoso, ma anche insicuro e complessato (soprattutto nei confronti delle donne, che ama e teme con la stessa incongrua e contraria forza d'impeto), costretto a vivere nell'isolamento e in condizioni di vita materialmente sin estreme, quando comprende che la pittura riesce, più di ogni altra forma di comunicazione, più che di arte vera e propria, a creare in lui una connessione ideale utile a renderlo finalmente partecipe, rivalutato e finalmente riverito, nei riguardi di un mondo insensibile e crudele che, fino a poco prima, non ha saputo fare di meglio che rifiutarlo, deriderlo, umiliarlo.

…A sfuggire però tra le dita è il senso del dover raccontare Antonio Ligabue, proprio per la natura così peculiare e unica dell’artista. Diritti, impossibilitato a venir meno alla rappresentazione della follia, dell’anarchismo, della brutalità anche del personaggio si limita alla metafora animale, perdendosi dietro qualche cielo di troppo alla ricerca di una natura che dovrebbe rappresentare l’antitesi della società. Ma dell’intimità di Ligabue vien fuori un groviglio di pensieri senza una reale forza, se non quella di rinverdire le sue ossessioni (le motociclette e le automobili): tutto rischia di perdersi dunque dietro l’ennesimo racconto di un geniale disperato che vorrebbe ritrovare la carezza perduta della madre. Un po’ poco, ma soprattutto un po’ stucchevole. A salvare parzialmente il tutto è l’interpretazione di Elio Germano, che pur costretto a muoversi gobbo, a farfugliare, a nascondersi, riesce a restituire una (dis)armonia non priva di dolcezze, e ad apparire credibile e umano anche nelle sequenze che lo spingono con più forza verso la macchietta – che è però sempre in grado in maniera quasi miracolosa di evitare.

La biografia dannata dell’artista declinata nell’ottica della diversità, del dialogo tra emarginazione e integrazione: sin dal titolo e dall’incipit occluso nel buio della coperta sotto la quale Antonio Ligabue si sottrae allo sguardo del medico italiano che lo sta prendendo in cura, Volevo nascondermi (in Concorso a Berlino 70 e in sala dalla prossima settimana) si propone come un testo in prima persona, prevalentemente concluso nella sensibilità differente di un uomo dalla biografia sfortunata e dal talento connaturato. Giorgio Diritti cerca la chiave d’accesso al personaggio seguendo il suo instinto d’autore, portato a raccontare sentimenti di estraneità, punti di vista radicali sul mondo, transizioni difficili tra stati di confusione, stratificazioni di solitudini e tentativi di dialogo col mondo. Non un biopic, insomma, tanto più che sorge irrefrenabile la tentazione del confronto con lo storico sceneggiato di Salvatore Nocita del 1977, vero e proprio testo divulgativo a livello nazionale del personaggio e dell’arte di Ligabue realizzato ad appena una dozzina d’anni dalla sua scomparsa. Volevo nascondermi cerca piuttosto la strada del ritratto introspettivo, affidandosi molto alla fotografia pulsionale dell’ottimo Matteo Cocco per scardinare il rischio della semplice agiografia in damnatio artis. La narrazione è tutta puntata sulla performance assolutistica di Elio Germano, che incorpora l’intinto quasi ferino del Ligabue nella sua foga fisica, gestuale, aiutato non poco dal makeup e dalla capacità di tenere insieme un universo rievocativo della Bassa padana e una percezione soggettiva della realtà naturale in cui si muoveva…