primo film americano per Jacques Audiard, con un quartetto di attori straordinari (John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Riz Ahmed, Jake Gyllenhaal). i due fratelli Sisters sono persone di buon cuore, se non fosse che di mestiere fanno i killer per chi li paga meglio. non sono killer da un morto e via, fanno stragi, ed fa pensare e sorridere qìuando Eli, il fratello grande, piange per il cavallo morto. lo stile è un po' dark, un po' comico, un po' surreale, ci si diverte, anche. il film vale ampiamente il prezzo del biglietto, buona visione - Ismaele
I fratelli
Sisters di Jacques Audiard è stato una sorpresa.
Non che le aspettative fossero basse. Al contrario la filmografia del regista
francese è impressionante e I fratelli Sisters è
sicuramente all’altezza dei suoi film precedenti. Più o meno alla metà
dell’ottocento Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix) sono due
pistoleri in Oregon al servizio di uno spietato Commodoro (Rutger Hauer). Il
boss li incarica di trovare un cercatore d’oro, Herman Warm (Riz Ahmed), di cui
già segue gli spostamenti il detective John Morris (Jake Gyllenhaal), sempre al
servizio del Commodoro. Il compito dei fratelli è farsi dare una formula
chimica dal cercatore e poi ucciderlo…
…un western d'autore (è il primo film di
Audiard in lingua inglese) che gioca con le convenzioni del genere,
divertendosi a sovvertirle sia dal lato formale (la fotografia così vivida, la
musica dal timbro spiazzante, le sparatorie mostrate attraverso ellissi o fuori
campo) che da quello dei contenuti (vedi l'inatteso finale, con la mancata resa
dei conti col cattivo, ma anche la struttura a doppio buddy movie,
con le due coppie di inseguitori e di inseguiti). Il tutto, vivaddio, prendendo
sempre sul serio la materia trattata e senza mai eccedere sul piano post-moderno
o parodistico…
…Molto abile nel rendere il profilo psicologico proprio
del maggiore, ora cullato da sentimenti nostalgici verso una donna (e un
cavallo), ora animato da progetti di riscatto per il futuro, Audiard si mostra
però incapace di rendere adeguatamente quello di tutti gli altri personaggi, in
particolare del signor Morris. Schiacciato sotto la recitazione mono-tono di
Ahmed, il signor Morris rimane un personaggio piatto, ineffabile. Allo stesso
modo, anche il potenziale di Jake Gyllenhaal risulta molto sacrificato.
Peccato. Tuttavia, la complicità fra i due fratelli, l’umorismo da black
comedy, alcune simpatiche trovate in merito a uno scialle e uno
spazzolino son quanto basta a dare spirito e carattere all’azione,
cosicchè arriviamo ai titoli di coda divertiti, soddisfatti, con un mezzo
sorriso disegnato sulle labbra.
…Girato tra Spagna e Romania, questa
bellissima favola per duri è un racconto introspettivo ma anche ironico su due
uomini alle prese con il loro rapporto di fratellanza e col senso della vita.
Ma dentro c’è anche di più: c’è una transizione, quella da un mondo con poche e
discutibili regole verso una società che adotta una dimensione più civile; in
cui gli uomini sono chiamati a una scelta di campo, adattarsi alla convivenza
democratica o soccombere alla legge del più forte. Questo passaggio da
dimensione umana a riflessione generale è uno degli aspetti più poetici e
intimisti di questo western: un’opera inaspettata da un regista come Jacques Audiard…
anche l'adulterio è una cosa molto complicata, a Gerusalemme. Sarah e Saleem, già sposati ognuno per conto suo, si vedono, solo per fare sesso, diranno poi. le cose si complicano, e molto, quando si capisce che Sarah è la moglie di un militare israeliano, spesso in missione - Ismaele
…Il film sorprende
per eleganza e precisione: dopo un breve parabolico flash forward,
ci presenta la vicenda per ciò che è, nuda e cruda. Un
piccolo imprevisto mette in moto una serie di eventi che, stavolta sì,
dipingeranno gli incontri di Sarah e Saleem come frutto di intrighi politici e
spionaggio militare, da una parte e dall’altra. Ma il pubblico conosce la
verità: non c’è eroismo in questa storia e d’amore, forse, ne è
rimasto appena un briciolo.
Sono altre
emozioni, sfumate ai limiti dell’indistinguibile, a corredare la pellicola,
quasi del tutto priva di accompagnamento musicale: eccitazione, pietà, disgusto, vergogna e,
firma del regista, senso di colpa. È un peccato che,
all’ascesa di quest’ultimo, insieme al personaggio di Maysa
Abed-Alhadi (moglie incinta di Saleem), il ritmo
si sia inabissato troppo e non riesca a recuperare prima dei titoli di coda. Il
finale anticlimatico è comunque potente, ma avrebbe potuto raccogliere molto di
più, vista la semina più che abbondante.
Sarah &
Saleem è il secondo lungometraggio diretto dal palestinese
Muayad Alayan, classe 1985; il suo esordio del 2015, Amore,
furti e altri guai, trovò
anche una rapida distribuzione in Italia dopo essere stato presentato alla
Berlinale, grazie a Cineclub Internazionale. Per quanto siano diversi il budget
a disposizione e ancor più la maturità espressiva del regista, i due film hanno
in comune la volontà evidente di ragionare sul conflitto israelo-palestinese da
una prospettiva se non nuova almeno
non usurata. Nel suo esordio Alayad inscenava il tragico microcosmo
mediorientale attraverso suggestioni di genere, giocando col buddy movie e con
l’action, col thriller e con la commedia rocambolesca e al limitar del
picaresco. In Sarah & Saleem,
invece, il discorso si fa più sfumato, complesso, e meno ludico. Il giovane
regista palestinese parte dalla più canonica delle situazioni melodrammatiche:
un uomo e una donna, entrambi sposati (lei con una figlia, lui con la moglie in
piena gravidanza), sono impegnati in una relazione extraconiugale. Saleem, che
è palestinese, lavora come facchino e consegna le merci nel bar gestito da
Sarah, israeliana; i loro rendez-vous erotici si risolvono tutti nel furgoncino
con cui lavora l’uomo, in incontri serali abbastanza rapidi per quanto metodici
e strutturati. Ovviamente la differenza etnica, che è anche differenza di censo
e di possibilità, di per sé allarga la visuale a scenari
prossimi al mood shakespeariano. Ma Alayan ha l’intelligenza di rifuggire ben
presto le lusinghe classiche, e di evitare di trasportare la “bella Verona”
dalle parti di Gerusalemme. Non è in quella direzione che si articolerà il
discorso di Sarah & Saleem, perché non
è d’amore che si sta discettando…
…Muayad
Alayan dipinge i protagonisti con un carico di tensione
altissimo: nessuno di loro vive tranquillamente, ogni personaggio cammina
sull’orlo di un precipizio, si barcamena tra un lato e l’altro della città,
cercando una propria dimensione in un limbo senza confini. Il
regista caratterizza i suoi personaggi usando l’alternanza tra il giorno e la
notte: la luce del sole illumina la moglie di Saleem, incinta e devota
allo studio per garantire alla propria famiglia un futuro migliore; la notte
invece, con le sue luci come stelle nel buio, promette la serenità e la pace
per i due amanti, ma gli fa incontrare il pericolo che condannerà per sempre i
loro atti. Gerusalemme viene dipinta come una città realmente
spezzata, lacerata da una divisione netta, da un vuoto incolmabile che
non permette alcuna speranza o via d’uscita. La figura femminile è l’unica
reale possibilità per la Città Santa: l’amore di una madre è senza confini e
senza paure.
Sarah
e Saleem è la prova che il Cinema offre la possibilità di raccontare
una realtà difficile e lontana, di portare alla luce la condizione umana nelle
sue più ampie sfaccettature; insieme ai recenti titoli Libere,
disobbedienti, innamorate della regista palestinese Hamoud
Maysaloun e Wajib – Invito al matrimonio della
connazionale Annemarie Jacir, la pellicola di Alayan
offre un ulteriore spunto di riflessione e permette al pubblico occidentale di
conoscere e capire meglio la città di Gerusalemme e il suo popolo.
…Due mondi che si scontrano, che si sfiorano e si
allontano, ma che alla fine si incontrano a metà strada. Il mondo degli
israeliti e dei palestinesi, il mondo da cui provengono Sarah (Sivane
Kretchner) e Saleem (Adeeb Safadi), quello da cui
entrambi tentano in qualche modo di fuggire, anche se solo per un paio d’ore
una volta a settimana. Ma soprattutto il mondo di Sarah e il mondo di Bisan (Maysa
Abed-Alhadi), la giovane moglie in attesa del primo figlio di Saleem,
donne diametralmente opposte ma profondamente simili che finiscono per trovare un
punto d’incontro, facendo tremare le rispettive radici d’appartenenza, pur di
non diventare complici di una nefanda ingiustizia. Donne eroine, seppur ferite,
che prendono il coraggio a quattro mani, in un universo dove gli uomini
continuano a farsi una guerra irrazionale e immotivata…
Tom Hardy è bravissimo, e anche Gary Oldman. siamo in Russia, morire è semplice, ma Leo Demidov non riesce a rassegnarsi al serial killer dei bambini. il film è la ricerca di quell'assassino da parte di Leo Demidov. nel film ci sono forse troppe cose, bisogna essere concentrati, se no uno si perde. film da vedere - Ismaele
ps:mi è tornato in mente un film passato nell'altro secolo su Fuoriorario di Ghezzi, un film bello e terribile, eccolo (con sottotitoli in inglese: The Chekist (Чекист) è un film del 1991 diretto da Aleksandr Rogozhkin
…Duro e realistico, Child 44 fiuta le tracce, esplora le correlazioni, 'unisce i
puntini' e frequenta i bassi fondi del regime totalitario sovietico, impegnato
in superficie a dare una bella immagine di sé, un'immagine rassicurante.
Interdetto sugli schermi russi per "alterazione dei fatti storici", Child 44 condivide con
lo spettatore il terrore di un popolo governato da un sistema retto sulla
menzogna e sulla mistificazione ideologica. Delazione, arresti arbitrari,
torture, esecuzioni sommarie, propaganda antioccidentale, spionaggio, non manca
davvero nulla nel film di Daniel Espinosa, che elegge a protagonista un
ufficiale compromesso con la dittatura stalinista per risolvere un intrigo che
è insieme criminale e politico. A ragione di questo il film non apre sul
rinvenimento di un corpo o su uno degli elementi dell'inchiesta ma ripercorre
la scalata al potere di Leo Demidov, personaggio cruciale che lega differenti
archi narrativi: il contesto socio-politico, l'investigazione poliziesca e la
biografia dell'eroe. Il film è svolto lungo un percorso lineare, ma mai
prevedibile, che mescola e converge nell'epilogo 'infangato' i tre soggetti…
…Schiacciato dal suo peso storico Child 44 è un polpettone
che riprende alcuni elementi di forza da altre produzioni (Gary Oldman ricalca il
suo burocrate invisibile e impassibile di La talpa, abile a nascondere se stesso nelle
maglie del sistema, e Charles
Dance è un austero detentore del potere, impermeabile a
qualsiasi sentimentalismo come in Il trono di spade) ma non riesce mai a farli
davvero propri, non riesce ad essere davvero autonomo.
A fronte di un mondo impermeabile a qualsiasi
tipo di umanità che è indubbiamente ben creato, gli eventi che lo animano non
sono alla sua altezza nè hanno la piacevole scorrevolezza del cinema di genere.
Nemmeno il fisico perfetto per la parte di Tom Hardy trova mai lo sfogo che merita non
fosse per quella che è l’unica scena davvero riuscita del film, l’incredibile
sequenza dell’attentato nel vagone del treno, in cui i due protagonisti lottano
insieme per la propria vita con la foga della disperazione uscendone per la
prima volta davvero uniti dal sangue.
…Buone sono le intenzioni interpretative dei due attori protagonisti,
probabilmente mal supportati da una sceneggiatura un po' fiacca e tirata un
filo per le lunghe.
A mio parere era evitabile la declinazione
russa dei dialoghi originali inglesi, tanto stanno parlando in inglese; a meno
che la cosa non venga replicata nel doppiato saranno in pochi quelli a dover
sentire Tom Hardy parlare come
un qualunque signor Dmitrij appena sbarcato a New York.
La pellicola è in ogni caso valida, non annoia
e rende partecipe lo spettatore, tutto ciò ovviamente nel calderone dei film
classificabili nel genere guerra-comunismo/nazismo-thriller-poliziesco.
Ryszard Kapuscinski, unico reporter polacco in Africa della Tv di stato polacca, va in Angola per capire cosa stava succedendo. i portoghesi erano andati via, loro facevano la rivoluzione dei garofani. In Angola il Mpla, che era destinato a succedere ai portoghesi, si era trovato contro un esercito di mercenari, sostenuto dal Sudafrica (che poi invaderà l'Angola), a sua volta sostenuto dagli Usa (un famoso e potente stato canaglia, alleato, e sostenitore politico ed economico, degli stati canaglia che praticano l'apartheid, allora il Sudafrica, adesso Israele). meno male che i cubani contribuirono alla lotta del Mpla. il film racconta la storia di Ryszard Kapuscinski, delle sue amicizie, del suo coraggio, delle sue domande, di Carlota, di Farrusco. è un film bellissimo, cercalo, non te ne pentirai mai - Ismaele
Kapuscinski, uno dei più grandi reporter di tutti i tempi, quello che
meglio ha saputo descrivere il processo di decolonizzazione dell'Africa, è il
protagonista di questa storia, ispirata al suo libro uscito postumo 'Ancora un
giorno'.
1975: la storia
dell'indipendenza Angolera, passata attraverso una brutale guerra civile
supportata da USA e URSS, è stata uno dei tanti teatri di quella guerra fredda
che aveva trovato il suo apice in Vietnam. Come in tante guerre civili la
'confusao', il caos, la fanno da padrone. Kapuscinski non ha timore di
immergervisi capo e collo, per provare a raccontare al mondo ciò che va
succedendo nel cuore dell'Africa. Ed è un viaggio prima di tutto emotivo,
raccontato attraverso straordinarie sequenze oniriche che ricordano la poesia
che trasudava un altro film d'animazione di scottante attualità, 'Valzer con
Bashir'.
Intervallate a immagini di
repertorio e interviste d'oggi, in un continuo gioco tra passato e presente,
tra realtà e possibilità, tra imparzialità del cronista e sua responsabilità
nei confronti della storia che sta raccontando, tra caos e controllo.
Un film davvero ben diretto,
dai temi alti, sperimentale nell'approccio narrativo e trascinante dall'inizio
alla fine.
…Ancora un
giorno è un film su come l’etica umana debba per forza scontrarsi
coi limiiti del giornalismo imparziale. E soprattutto su come un processo di decolonizzazionepossabrutalmente
trasformarsi in una guerra civile. Un moto di liberazione in una
generale confuçao.
È in questo clima di disintegrazione che la stessa realtà pare
trasformarsi in un incubo lucido. Carrarmati e proiettili si sfibrano come
molecole di tempera sotto effetto dell’adrenalina e della paura. Vecchi banchi
universitari diventano schegge di memoria tra cui fluttuano vittime,
superstiti, protagonisti di una vita passata…
In appena 85
minuti un team di 200 esperti è riuscito a restituirci tutto ciò
con estrema e rarissima potenza narrativa. Ancora
un giorno ci si offre come una vigorosa istantanea a colori
sui modi di una guerra fratricida, sporca, e sui valori etici (quasi
autodistruttivi) di reporter d’eccezione. Il risultato è un documentario epico, spiazzante, unico nel suo
genere. Capace di mantenersi fedele a uno dei suoi assunti principali: «La povertà non può parlare quindi ha bisogno di
qualcuno che parli per lei». E di ridare dignitosamente voce a una
determinante ma impolverata pagina di storia mondiale.
…Uno dei
temi dominanti della poetica del Kapuściński narratore era la memoria. La sua penna e la sua
macchina fotografica potevano consegnare tracce di attimi che altrimenti si
sarebbero perse nel tempo.
Il momento chiave nel film su
questa tematica è l’incontro con Carlota,
affascinante guerrigliera del Mpla che deve portare il reporter
da Farrusco. È la migliore di tutto il contingente: ha una sua guerra privata per migliorare
l’educazione dei ragazzi angolani.
Sognava di fare l’infermiera per aiutare la gente. Chiede al reporter di fotografarla, per
trasmettere ai posteri il suo volto e quale fosse il suo posto nel mondo.
Durante la missione, la donna
capisce che il suo convoglio rischia di subire un’imboscata e ordina al
reporter di tornare indietro. Lei
non sopravviverà. Il senso di colpa e il senso di vuoto provocato
da questa perdita umanizzano ancora
una volta il reporter, rendendolo partecipe degli eventi, più che
semplice osservatore…
… La pellicola è il primo tentativo,
assolutamente riuscito, di traslare dalla prosa al grande schermo uno dei
capolavori del giornalista polacco. Stile encomiabile che con assoluta armonia
mescola graphic novel, interviste, riprese documentarie e immagini di
repertorio. Ma l’unicità del lavoro sta nel fatto che oltre ad essere un
preziosa testimonianza storica e un progetto energico, nuovo, e di ottimo
livello, è anche un manifesto professionale come pochi se ne sono visti negli
ultimi anni.
Attraverso il racconto dell’esperienza di
Kapuscinski, le sue riflessioni, i suoi pensieri, le sue domande senza
risposte, le sue frustrazioni, le sue volontà personali sospese tra l’etica ,
la dedizione professionale e le richieste del momento storico; viene descritto,
con una comprensibilità cristallina, una delicatezza a tratti liturgica e una
sensibilità umana rara, quello che è lo scopo di un reportage e il fine di
spingersi là dove non va nessuno: la volontà di conoscere, di ricercare l’uomo,
chiunque esso sia, e di immortalarlo sempre e per sempre.
Grandi nomi, numeri, vicende collettive, è
questo che tramanda la storia, sono invece i singoli, gli uomini e le donne di
ogni giorno, coloro verso i quali deve riporre la sua attenzione il cronista.
Senza pregiudiziali e catalogazioni ma con la volontà continua di stupirsi
altrimenti, nel momento in cui lo stupore viene meno, come riflette lo stesso
Kapuscinski nel film: ”Qualcosa, forse la parte più preziosa, è morta per
sempre in un uomo”…
…Jan Assmann, nel
suo libro La memoria culturale.
Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche (1992),
distingue una memoria “comunicativa” – quella derivata dall’interazione
personale con un soggetto narrante che garantisce l’esperienza raccontata,
dunque una dimensione organica della
memoria – e una memoria “culturale” – quella affidata a processi di
estrinsecazione e oggettivazione del passato (all’interno di simboli, riti
sociali, istituzioni), dunque una dimensione medialedella mnemotecnica.
Documentare (in senso filmico) un’esperienza vuol dire
necessariamente proiettare uno dei due livelli sull’altro, far aderire il
soggettivo all’oggettivo, o viceversa. Il documentario classico sceglie
normalmente di partire dal primo tipo di memoria, il racconto personale,
trasformando quest’ultimo in un racconto “universale”, a più mani e a più
direzioni, oggettivandolo attraverso una tecnica che lo fissi in uno schema
narrativo esposto al suo “intorno”. Una tendenza strettamente contemporanea
sembrerebbe affidarsi, invece, ad un percorso inverso: quello cioè che parte da
una memoria già culturalmente oggettivata, un’immagine d’archivio ad esempio,
riadattandola ad un racconto ad essa estraneo, spesso di carattere intimo. In
entrambi i casi – e forse il secondo si sta dimostrando vincente – ciò che si cerca di fuggire è
la messa in scena della propria storia da parte di un soggetto chiuso entro i
limiti del suo punto di vista sugli eventi narrati…
…Ibridando il genere del reportage “puro” e quello
della narrazione, lo stile di Kapuscinski ha fatto sì che il suo nome rimanesse
nella storia del giornalismo mondiale (tanto da essere spesso inserito nelle
liste dei possibili premi Nobel). Se infatti Ancora un Giornotiene incollati allo schermo mentre racconta i fatti della guerra, è
nel segmento finale che raggiunge il suo climax, quando Kapuscinski si trova a
fare i conti con l’etica professionale. Egli possiede delle informazioni che
potrebbero cambiare il senso del conflitto e si chiede dove finiscano i doveri
del giornalista e dove inizino quelli dell’essere umano. Quella ‘cosa’ la sa
solo lui, in tutto il mondo. Ha nelle mani lo scoop che ha inseguito per tutta
la carriera ed è conscio che potrebbe costare la vita a centinaia di persone.
Ripensa allora alle lezioni universitarie, nelle quali uno studente insinuava
che senza i giornalisti le guerre sarebbero diverse. Non vi spoileriamo nulla,
ovviamente. Vi diciamo solo che quel minuto di scena giustifica da solo il
proverbiale “prezzo del biglietto”.
alla moglie di un galeotto restituiscono un pacco che aveva mandato al marito, senza nessuna spiegazione. allora parte per cercarlo, in quel mondo che si fa fatica a credere reale, se non lo vivi. una stupida burocrazia non le dà le risposte che cerca, e lei entra in vari gironi danteschi, al bordo dell'abisso. e poi c'è un sogno... straordinaria l'interpretazione dolente di Vasilina Makovtseva. un film da non perdere, promesso - Ismaele
…A Gentle Creatureè
un’opera forse troppo complessa per essere digerita alla fine
di un concorso festivaliero, intenso come quello cannense. Programmaticamente
estenuante come il viaggio che racconta. Una lenta discesa verso l’inferno.
Tragica. Impietosa. E quel nero, così inaspettatamente lynchiano,
disperatamente ciclico. Orribile. Magnifico.
… Il film di Sergei Loznitsa, nonostante un’innegabile
abilità tecnica ed originalità della costruzione narrativa, appare estraniante
per un pubblico non completamene immerso nella realtà descritta, rivelandosi
una sorta di raffinata simbologia di fatti che non si conoscono abbastanza a
fondo da poterne cogliere ogni sfumatura. Un’opera che alterna il piano del
reale con l’astrazione, sfociando in un’interminabile sequenza che anticipa un
finale che è il caso di dirlo – dopo tutta la strada percorsa – non risulta
accettabile.
Una buona prova di stile, condotta da un’attrice molto
brava nell’esprimere lo smarrimento del suo personaggio, ma decisamente troppo
personale per poter essere condivisa con il pubblico di un Festival
Internazionale, o tantomeno trovare senso in una distribuzione cinematografica
al di fuori del Paese di produzione.
…The pure hell of
her situation is provided by the other people the woman has to encounter on her
journey and at her’s journey’s end. The calvary consists in just listening to
them, as they are squashed uncomfortably together in buses, trains, railway
station waiting rooms and chaotic boarding houses where drink is the only
anaesthetic against misery. The gargoyle faces that Loznitsa conjures are
extraordinary, people laughing, singing, arguing, crying, leering – while the
woman’s own face stays empty and still. She has to listen to their unbearably
crass conversation, which is sometimes horrible, sometimes appallingly sad,
sometimes very funny. There is an extraordinary guy presiding over a grotesque
booze-up in their rooming house who claims once to have held a job as a
newspaper crime correspondent and a children’s poet. Whatever the truth, he is
now just another drunken lost soul in this Inferno.
And all the
time there is a nightmarish tic or quirk in which we start to notice things
repeating themselves – a woman who claims to be the sister of the identical
woman we had seen earlier, recurring gossip about a woman called Zinka, stomach
turning rumours about a body chopped up and left in a wood. The closer this
woman gets to the impenetrable heart of the mystery, the more insistent this
ominous patterning becomes.
A Gentle
Creature has a gaunt sense of its own Russianness, and it has also a kind
of Ancient Mariner address to the
audience: it is gripping and absorbing in its way, although perhaps too
conscious of its own metaphorical properties and opinion may divide as to
whether its expressionist element works. Yet there is no doubt as to its power,
and its severity.
…Cos'è molto belle nel film di Loznitsa: innanzi tutto una
ambientazione accuratissima di dettagli, ma magicamente pressoché indefinita
nel tempo e nello spazio: inizialmente troviamo una donna che raggiunge la
propria umile casa accolta da un cane: potremmo trovarci nel 1770 come pure ad
inizi '900; poi scorgiamo vecchi autobus che ci spostano verso i '50, poi altri
dettagli di oggetti, vetture e circostanze che ci rivelano che, nonostante il
macchinoso ingranaggio burocratico d'altri tempi, potremmo tranquillamente
trovarci ai giorni nostri.
Altro elemento fantastico: la protagonista assoluta
del film, Vasilina Makovtseva, sguardo perennemente atono di chi è consapevole
di combattere una battaglia persa da principio, ma che non riesce ad arrendersi
e a non continuare a tentare di venirne fuori: quella dell' attrice, risulta
una prova tutt'altro che priva di spessore ed il suo il volto dolente, e'
probabilmente il più emblematico e significativo di tutto il festival, al punto
da non parermi uno sproposito pensare di poter premiare l'attrice come la
migliore del Concorso…
…la « femme
douce » se précipite inéluctablement vers sa propre perte avec un
paradoxal immobilisme qui nous agace rageusement. Elle devient métaphore à
mesure qu’elle s’enlise dans le labyrinthe d’une société malade, aveugle à sa
réalité comme à son destin, caricaturée à outrance. Une représentation que
Sergei Loznitsa nous crache au visage tout en nous étouffant en son sein.
Retrouvant
Oleg Mutu à la photographie, le cinéaste parvient à impressionner la réalité
dans laquelle il ancre sa fiction en une premier mouvement avant de nous
emporter dans une univers de plus en plus baroque et surréaliste (le théâtre de
la représentation). Optant le plus souvent pour une séquentialité des scènes,
il oscille entre fixité et fluidité dans une logique radicalement frontale où
la « femme douce » nous fait face (ou est-ce l’inverse). L’espace
semble-t-il sauvage qu’au coeur de celui-ci chaque lieu clos, chaque intérieur,
est investi d’une masse de gens, d’une foule qui atteste de déraisons tant des
ces personnes que du système. La « femme douce », toujours, y est
isolée, comme détachée du monde par le simple fait d’en questionner la logique.
Un véritable cauchemar éveillé.
… Le inquadrature sono riempite di oggetti, dettagli
apparentemente insignificanti come lo possono sembrare le migliaia di parole
che scorrono nella diegesi del film; è un lavoro dallo spettro cromatico (reale
e figurato) quasi infinito, un ventaglio di umanità stretta in un alone di
surrealtà che nel finale diventa onirismo felliniano allo stato puro.
C’è da dire che fino alle due ore si sfiora la perfezione e che la successiva
sequenza onirica può risultare un po’ fuori luogo: del resto è in quei venti
minuti finali che si incarna uno spiegazionismo di cui non si sentiva
onestamente il bisogno, ma di contro vi sono elementi stilistici ed espedienti
narrativi che sono delle vere e proprie chicche: una carrozza, un bosco dentro
cui inoltrarsi (così simile al sottobosco umano in cui s’è inoltrata fino a
quel momento la protagonista), una casa che sembra uscita da Cappuccetto
rosso, un novello Rasputin a introdurre la malcapitata in un consesso che
riunisce una società deformata, una fiera della vanità al contrario dove la
nostra “gentle creature” è ancora una volta lasciata ai margini, vestita di un
bianco virgineo che risalta ed evidenzia ancora più spaventosamente la violenza
a cui la donna è soggetta (anche nel sogno).
Quello di Loznitsa è un cinema dove l’individuo è al centro di un’umanità
che regredisce progressivamente, dove il protagonista è totalmente privato di
quelle caratteristiche capaci di determinare l’andamento della narrazione. È un
cinema ellittico, senza scampo, che non si pone nemmeno il problema di dover
creare illusioni ma che mette in scena tutto il fatalismo contemporaneo
mascherandolo d’assurdo.
E con questo meraviglioso lavoro il regista ucraino ci riesce perfettamente. •
Jacek è un ragazzo come tanti al suo paese, operaio, fidanzato, amico di tutti. poi, per un colpo di sfiga, un incidente sul lavoro gravissimo lo sfigura. viso e voce sono da elephant man, uno che nessuno vuole più come amico, e Dagmara (la fidanzata) gli sfugge per sempre. in quel paese si costruisce una statua monstre di Gesù, che ormai è diventata una tradizione, morto per sempre, buono per le offerte. la gente si comporta poco cristianamente con Jacek, è facile amare gli storpi se sono lontani, o meglio morti. la chiesa ne esce malissimo, domande ai peccatori fatte in modo schifoso, da persone malate. un film da non perdere - Ismaele
…Questo gran bel film
polacco comincia con un prologo bellissimo, apparentemente scollegato dal resto
del film ma, invece, assolutamente coerente.
Iniziano i saldi natalizi, una moltitudine di persone si apposta fuori dal
negozio.
Già la cosa è deprimente di suo ma lo diventa ancora di più perchè questo
saldo ha una regola, ovvero entrare nel negozio in intimo, quasi nudi.
Vedi questi uomini in mutande e queste donne in mutande e reggiseno lottare
per dei televisori al Led.
La scena è grottesca, girata benissimo.
Poi vediamo il nostro protagonista, col suo bel televisore, tornarsene a
casa, prima con l'automobile, poi con il traghetto.
Per buona metà del film ti ricordi questo prologo e non capisci cosa voglia
dire.
Poi, man mano che il film prosegue, ti accorgi che più che la storia intima
di Jacek questo film racconta un paese, la Polonia, e lo fa in un modo
spietatissimo.
Questa corsa umiliante, nudi per un televisore, questa corsa alla futilità,
sarà solo la prima pennellata della regista ad un quadro fosco, foschissimo, di
un popolo senza umanità…
… Sur un ton de comédie dramatique, le film
épingle ainsi l'hypocrisie d'un peuple basant toutes ses valeurs sur des
préceptes religieux, mais qui finit par n'en appliquer quasiment aucun. L’image
finale (attention spoiler) du Jésus regardant finalement ailleurs, et
détournant ainsi le regard de ce qu’il se passe en Pologne, est à la fois
hautement symbolique et constitue un message d’actualité. Une véritable
réussite, mélangeant avec habilité tendresse et drame.
…Le deformità (o le difformità) degli esseri umani sono un
tema piuttosto ricorrente al cinema. Da The Elephant Man (1980) di
David Lynch, storia di Joseph Carey Merrick che – reso visivamente mostruoso
dalla sindrome di Proteo – divenne, in epoca vittoriana, un personaggio quasi
mondano, a Dietro la maschera (1985) di Peter Bogdanovich, struggente quanto breve iter
esistenziale di Roy Lee Dennis, ragazzo colpito da displasia cranio-diafisaria
(malattia ossea più nota come leontiasi) che visse neppure 17 anni a Glendora,
California. Solo per citare i due film più noti (Nocturno dedicò al tema, anni
fa, un intero dossier). Il polacco Un’altra vita – Mug (che
significa “muso”), già premiato a Berlino 2018 dove vinse l’Orso
d’argento, ma uscito in Italia solo il 24 aprile scorso, si riallaccia al tema
della deformità facciale, quella che rende “altro”, che annulla l’interiorità a
beneficio (o a maleficio) dell’esteriorità, che crea il “mostro” ambulante.
Tanto più se chi ne è colpito, come il protagonista del film di Małgorzata
Szumowska (autrice e regista quarantaseienne di una quindicina di opere in
patria, ma da noi più o meno misconosciuta), era, prima dell’incidente che gli
ha devastato il viso, un bellissimo ragazzo di nome Jarek, folta chioma,
passione per la musica heavy metal che ascolta a tutto volume correndo sulla
sua Fiat 126 rossa, prossimo al matrimonio con la biondina Dagmara nonché operaio
nel villaggio di Swiebodzin, intento a lavorare alla mastodontica statua del
Cristo redentore (realizzata davvero in quel villaggio, dal 2005 al 2010),
alta, col basamento, oltre 52 metri.