sabato 7 dicembre 2013

Red Riding: In the Year of Our Lord 1983 - Anand Tucker

terzo episodio di una trilogia, con registi diversi, tratto da storie scritte da David Peace.
una storia avvincente, con radici nel passato, e uno sviluppo verso la soluzione, con un ritardo di anni.
bambini violentati e sottomessi senza arrivare al colpevole, per trascuratezze nelle indagini che erano anche protezione di qualcuno.
bravi attori (il protagonista ha una somiglianza molto grande con Greg, di Lillo e Greg), ritmo che ti cattura, una sceneggiatura implacabile, dello stesso scrittore ne fanno un film che non dalude.
da non perdere - Ismaele




All this time a mentally challenged suspect has been held as the alleged Ripper. He has even confessed, which after police interrogation in Yorkshire is a foregone conclusion. His guilt is convincingly challenged, which leads to a reopening of the case, as well it might, because the murders didn't stop with his imprisonment.
One wants to believe no police department in North America has even been as corrupt as this one from Yorkshire. That may not be true, but the chances of a television trilogy about it are slim. "Red Riding Trilogy" hammers at the dark souls of its villains until they crack open, and it is a fascinating sight. We're in so deep by the final third that there can hardly be a character whose hidden evil comes as a surprise: Can innocence exist in this environment?...

Anand Tucker, autore dell’ultimo episodio, scrive il senso della trilogia Red Riding. 1983 ci conferma alcuni dati come tratti distintivi dell’operazione, vedi le situazioni sentimentali che si sviluppano sempre, inevitabilmente durante l’indagine: approccio che vuole suggerire un parallelismo ideale tra morte e sentimento (diversi personaggi, stessi scenari), sulla scia di un mistero che impedisce di amare, finché non sarà sciolto non consentirà la realizzazione di coloro che lo indagano…

… Anand Tucker lavora di fino nonostante il suo sia il film meno indipendente della saga, un "Amabili resti" proletario e senza paranormale, disgustoso ma puro di cuore proprio come alcuni dei suoi personaggi. La giusta conclusione di una saga pessimista e disturbante in cui ognuno, a suo modo, è carnefice di qualcun'altro. Fatta eccezione per i bambini, loro sono l'unica metafora d'innocenza presente nell'intera opera, un lieve raggio di luce in un buio indistricabile fatto di violenza e corruzione. Discreto lo sviluppo narrativo, sufficientemente chiaro ed efficace nel tirare le fila di una vicenda corale che coinvolge un intero stato. Buono il livello di tensione e la prova del cast in cui si aggiunge Mark Addy. Fotografia e musiche rimangono su un livello d'eccellenza e l'operazione "Red riding" si archivia come una delle più interessanti e riuscite produzioni televisive viste di recente. Come scritto all'inizio del viaggio: cinema per il piccolo schermo.
da qui

venerdì 6 dicembre 2013

Sanatorium pod klepsydra - Wojciech Has

un film tratto da una storia di Bruno Schulz, dentro ci sono la vita e la morte, i sogni, gli ebrei, l'amore, la comunità, la persecuzione, il padre, e la madre, e molto altro.
c'è un mondo dentro il film, che Wojciech Has dirige da fuoriclasse, e lo è senza dubbio.
uno di quei film difficili da raccontare, da vedere più di una volta per iniziare a capire qualcosa, ma lo sforzo sarà pienamente ricompensato.
certo che capire di sogni e psicoanalisi aiuta non poco, e comunque è una festa per gli occhi e per la mente.
da cercare, trovare e non perdere più, siamo ai piani alti del Cinema - Ismaele


QUI il film completo con sottotitoli in spagnolo

Un joyau qui s’inscrit dans l’unicité. Placé sous le signe du morbide, le film de Wojciech Has nous renvoie à notre mortalité avec une mélancolie douloureuse et absolument bouleversante, soulignée par une musique somptueuse, malheureusement indisponible en CD. Les affiches cinéma polonaise et française, signées par l’un des maîtres de l’illustration polonaise, Starowieyski, donnent un bel aperçu de ce que ce long métrage peut offrir aux spectateurs qui ne redoutent pas l’hermétisme. Les adeptes de Béla Tarr ou d’Andrei Tarkovski apprécieront. On retrouve chez ces trois auteurs des réflexions métaphysiques servies par des réalisations virtuoses où les décors et l’esthétisme participent à la même émotion intellectuelle. Si Tarkovski est toujours à la mode et le talent de Béla Tarr enfin reconnu, il est désolant de constater que Wojcieh Has, qui fut peu actif après La clespydre, jusqu’à sa mort à la fin des années 90, soit aussi méconnu du public contemporain français pourtant généreux et curieux…

…In the sanitarium, Joseph finds that Dr. Gotard is maintaining his father's life signs by slowing down time. In fact, here time has come to a full stop and has started to travel backward. Thus, Joseph is able to revisit his youth in a Hasidic village. Not only are his old friends and family there, but so are the Three Wise Men with advice on buying on credit, as well as some samba-dancing, saber-wielding Haitian soldiers from his boyhood fantasies.
Eventually, Joseph returns through the corridors of time to the pedestrian present and crawls into bed with his ailing father, who complains that his son has not visited him sooner. Childhood memories fade as Joseph tumbles back through the Slavic looking glass to take back the responsibility of middle age.
An exploration of immortality, memory and the functions of psychoanalysis, "The Sandglass" pours out its grains of wisdom in a deluge of ambiguity. Not for clock-watchers or fans of quick pace or plot.

Our protagonist is on a train to go visit his sick father. Apart from that very little of the plot can be known for certain. Time is treated in a wild manner, where the past is visited and jumped through with little more than a masked scene transition. We are inside our protagonist’s memories, as people, moments, and historical events from his life return to entice and haunt him. The subtext points towards the Holocaust, but there seems to be more than that going on in this often traumatic, personal, surreal adventure. Sexualised, voluptuous females bare their flesh with abundant and bountiful cleavage. Nature intrudes into the buildings as vines wrap around the walls and water drips continuously in the background. The cinematography is atmospheric with its soft, dreamlike tracking shots and layered framing. The soundtrack beats and shrieks, adding to the disorientation and uneasiness of the fragmented narrative. It is almost Felliniesque in the way that characters come and go and dreams and reality mix together whimsically.
The greatest glory of The Hour-Glass Sanatorium is the set design and use of locations. The sets are complex, beautifully constructed and endlessly detailed. They create an expansive, distinctive world that is rich with both the beautiful and the decrepit. Subtle use of unnatural colour lavishes each wonderful location. Characters have self-reflexive discussions about the nature of time and memory, and the film has a strange obsession with birds. We are asked to ponder just what is real and what is fake, and if it really matters in the context of past events. There are mystical, playful scenes, such as a mannequin tea-party, although that quickly turns eerie and frightening. There is a strange sense of humour throughout the film, even as the tone shifts more towards horror as danger sets in around our protagonist and his paranoia grows. Everything is highly poetic, metaphoric and decorative. It is easy to get lost in such an imaginative, surreal, deeply textured film, with an exceptionally powerful, visually epic ending.
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mercoledì 4 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate – Pierfrancesco Diliberto (Pif)

questo film è un oggetto strano, la storia di Arturo dentro una Storia più grande, che ci riguarda tutti. 
le due storie insieme funzionano abbastanza bene e l'Arturo bambino è davvero bravo e spesso fa ridere, come fanno ridere i bambini quando vedono le cose con i loro occhi, non coi nostri. 
il film è insieme un po' cinema civile, un po' di testimonianza (didascalica), un po' comico (amaro), non tutte le parti si fondono bene fra loro, e però il film ha una sua personalità e si vede bene.
è anche un'opera prima, non bisogna essere troppo ingenerosi, il tempo ci dirà se Pif ha stoffa davvero, o resterà un'opera unica.
è comunque un film che merita la visione, al cinema - Ismaele.




…Perché quegli anni a Palermo in cui era quasi normalità un morto al giorno, anche quasi sotto casa (Chinnici di fronte casa di mia nonna, Giuliano di fronte casa della mia amica S., per non parlare del covo di Riina a 200 metri dalla mia), quegli anni in cui a scuola, nei momenti di noia, contavamo le sirene della polizia, per non parlare di quel '92 in cui scavalcammo i muri della cattedrale per assistere a un funerale inutilmente blindato, li ho vissuti in pieno anch'io. E la cifra di Pif, la sua scelta di una commedia surreale che si mescola e si trasforma continuamente in un reportage fedele di quel periodo, mi ha conquistato. Andate a vederlo, cazzo.

…Il film di Diliberto è un continuo crescendo di spessore e di emozioni: comincia come una commedia sarcastica e surreale, finisce con la macchina da presa che indugia sulle targhe che ricordano le vittime della mafia. Non vi diciamo come mai, ma sappiate che difficilmente riuscirete a trattenere le lacrime. Una volta si diceva che questi film erano necessari, parola impegnativa che non abbiamo mai amato. Così come non ci sono mai piaciuti gli insegnanti che fanno vedere i film nelle scuole (perché la cultura non va imposta, semmai incoraggiata). Ma se per qualche titolo è doveroso fare un'eccezione, questo è davvero uno di quelli giusti.

Mai fidarsi di quanto si dice e scrive di un film prima che venga proiettato. Sarà un film da ridere sulla mafia, perché anche di mafia si può ridere, che poi una risata li seppellirà tutti (i mafiosi). Questo più o meno quanto si leggeva un po’ di qua e un po’ di là di La mafia uccide solo d’estate, cine-esordio registico di Piefrancesco Diliberto in arte Pif (che si tiene per sé anche il ruolo d’attore principale). Ridere e far ridere della mafia? Però, mica robetta. Impresa che avrebbe fatto tremare anche titani come Billy Wilder e Ernst Lubitsch. Poi, una volta visto, ti rendi conto che quello di Pif non è il grottesco mafia-movie che ci si aspettava, o si temeva, ma una cosina gentile e garbata, fin quasi all'evanescenza, che ha come primo obiettivo quello di ricordare al mondo e agli spettatori, con intento didascalico-didattico da cinema civile di una volta…
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martedì 3 dicembre 2013

Red Dust – Tom Hooper

opera prima di Tom Hooper, che ambienta il film in Sudafrica, nel pieno dei lavori della Truth and Reconciliation Commission. 
torture, violenze, omicidi erano all'ordine del giorno nel tempo dell'apartheid, qui si racconta una storia dentro la Storia, con bravissimi e convincenti attori, inizia con la richiesta di clemenza di un aguzzino, le cose non vanno come previsto, si scoperchia un abisso e si fa verità e riconciliazione, ma sopratutto giustizia.
non mancano i colpi di scena, il film non annoia mai - Ismaele





A 14 anni dagli eventi che sconvolsero per sempre la vita di Alex Mpondo (C. Ejiofor), anche le sue ferite bruciano ancora e gli cagionano un dolore che difficilmente potrà mai davvero essere lenito del tutto (men che meno con le ricorrenti - quasi terapeutiche forse - nuotate nell’acqua ristoratrice di una piscina). Ma dalle latebre di una prigione riaffiora un pallido “spettro” pronto a mettere in discussione le fragili, dolorose, certezze della sua ex vittima.
Red dust si rivela un gran bel film perché, pur senza rinunciare a fare uso della struttura narrativa (forse ostile ai più) tipica del genere “legal” (con annesso ligio rispetto dei suoi tempi e delle sue procedure) non mortifica mai il pathos evocato dalle storie narrate, ma ne esalta, anzi, i profili di convergenza verso sentimenti ben più nobili di quelli che per troppi anni sono esalati dalla rossa polvere sudafricana.
C’è sempre bisogno di film come questo; film che non cercano una plateale spettacolarizzazione della tragedia che esaminano, bensì la rielaborazione del dramma vissuto da un intero popolo, in funzione catartica; in funzione riconciliativa.

Come impianto è abbastanza classico,si sottolineano con enfasi le torture e i personaggi sono abbastanza convenzionali. D'altra parte è vibrante,indignato a volte sbanda per generosità .E'un film importante,più che bello necessario(io ignoravo questa atroce commissione per evitare la guerra civile)…

Denso e commovente dramma giudiziario sul sud Africa post-apartheid.
La storia è abbastanza simile al recente "In My Country" di John Boorman, ma è indubbiamente molto più riuscito. L'esordiente Hooper evita i momenti intimi tra i due protagonisti e una inutile storia d'amore e non scade nel sentimentalismo banale del film di Boorman.
In Più questo film ha dalla sua anche gli attori. Della brava Swank poteva essere approfondito meglio il suo passato e la sua storia.
Straordinario invece il protagonista, l'attore italo nigeriano che si era visto in "Piccoli affari sporchi" di Stephen Frears.

Chiwetel Ejiofor's remarkable acting talents, not to mention his super-sexiness, are on full display in this compelling film about a former anti-apartheid activist and African National Congressman undergoing a Truth and Reconciliation trial in South Africa. Ever-amazing Hilary Swank plays his attorney, and we're told that her formative years in the grotesquely divided nation resulted in emotional scars. But (after the undeniably powerful denouement) I found myself wishing that director Tom Hooper had shown us whether they were anywhere near as profound as the physical marks Ejiofor had been forced to endure.
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venerdì 29 novembre 2013

L’arpa birmana - Kon Ichikawa

un classico dei film di guerra contro la guerra, contro la crudeltà, l'inutilità, l'inumanità, la stupidità della guerra.
Mizushima sceglie una forma di diserzione e di disobbedienza, quella di un Antigone che sceglie di stare vicino ai compagni morti, di dargli una sepoltura, i compagni vivi e prigionieri, confusi e affettuosi, capiscono qualcosa, poi tutto. Alla fine il viaggio in nave per tornare a casa, tutto il contrario del mito di Ulisse, Mizushima, l'eroe, non torna, resta in un esilio non dorato, ma volontario, per portare avanti un compito al quale la sua umanità lo destina.
un film di resistenza, cercatelo e guardatelo tutti, è un film diverso da quelli che vediamo di solito, e questo fa solo bene - Ismaele



Voto 10 a un film che oltre a essere un capolavoro riconosciuto della storia del cinema, "l'Orizzonti di Gloria" giapponese, mi ha incantato per un umanesimo così profondo e convinto che non ho trovato nemmeno nelle pietre miliari antimilitariste della cinematografia occidentale. Sarà il fascino esotico della terra di Birmania, o la musica struggente che accompagna le dolorose vicende del reparto giapponese e le scelte di vita di Mizushima, o forse la semplice originalità della vicenda narrata e il modo in cui è narrata (montaggio innovativo nella gestione della scansione temporale degli eventi) che lascia allo stesso tempo una sensazione di commozione e di pace nel cuore di chi lo guarda, al punto che si finisce per scordarsi della guerra, del Giappone, della Birmania e ci si ritrova a pensare a sé stessi come appartenenti a un' unica fragilissima famiglia: il genere umano.

E con la musica come mezzo d'amore e pace per far comprendere l'errore della guerra, un militare giapponese, Mizushima, in fase di mea culpa, torna sui suoi passi, cambia idea su se stesso, si fa bonzo, e decide di dedicarsi alla vita piuttosto che dedicarsi ad una causa che porta solo alla morte. Capolavoro.

…La lettera dice: “ caro comandante e cari amici, io non posso dirvi quanto senta la vostra mancanza, né posso dirvi quanto mi piacerebbe tornare insieme con voi, lavorare con voi, chiacchierare con voi e suonare e cantare di nuovo. Quanto mi piacerebbe tornare in Giappone, quanto vorrei ripercorrere il mio paese distrutto, rivedere i miei parenti, mi mancano le parole per dirvelo meglio tutto questo; ma non posso tornare a casa. Non tornerò a casa, finché in Birmania resteranno insepolti i corpi dei nostri soldati. Perciò rimango qui, per rifare la strada della guerra. Ricordate quando ci incontrammo sul ponte? Avrei voluto fermarmi e dirvi ciò che volevo fare, ma non potei nemmeno parlare, non ne ebbi la forza, volevo fare ciò che pensavo fino in fondo …” “No! Non posso più tornare a casa” , dice intanto il pappagallo di Mizushima. “ Ho superato – prosegue – i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un modo insano. Ho visto l’erba bruciata, i campi riarsi, perché tanta distruzione caduta sul mondo? E la luce m’illuminò i pensieri. Nessun pensiero umano può dare una risposta ad un interrogativo inumano. Io non potevo che portare un poco di pietà dove non era esistita che crudeltà. Quanti dovrebbero avere questa pietà? Allora non importerebbe la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine. Per questo, ho chiesto al bonzo che mi salvò dalla morte sul colle del triangolo di affidarmi la cura dei morti insepolti. Il capitano diceva di tornare in Giappone per collaborare alla ricostruzione del paese distrutto dalla guerra. Ricordo molto bene queste sue parole, ma quando vidi i morti giacere insepolti, preda degli avvoltoi, della dimenticanza e dell’indifferenza decisi di rimanere perché le migliaia e le migliaia di anime sapessero che una memoria d’amore le ricordava tutte ad una ad una. Passeranno gli anni, tanti anni prima che io finisca e , allora, se mi sarà concesso tornerò in patria, forse non tornerò più, la terra non basta a ricoprire i morti. Miei cari amici, io so che voi siete in grado di comprendermi e ve ne sono riconoscente. Vi scrivo dal monastero durante la notte e il pappagallo dice: Mizushima ritorna in giappone con noi. Io lo ascolto e vi giuro vorrei tanto tornare. Oggi il desiderio era forte e non resistendo suonai la mia arpa: la canzone dell’addio per voi. Addio amici che tornate in patria, vi confesso che non finirei mai di poter dire addio. Grazie per avermi tanto cercato, amici. Io vi ringrazio con tutto il mio cuore commosso. Io sarò qui in Birmania quando nevicherà e i monti nasconderanno la croce del sud e quando avrò sete di ricordi, quando avrò nostalgia di voi suonerò di nuovo la mia arpa. Per tanto tempo siete stati miei amici, vi ricorderò tutti, questo voglio dirvi.

mercoledì 27 novembre 2013

La gabbia dorata (La jaula de oro) – Diego Quemada-Diez

il film racconta una fuga, fra le tante, verso il Nord ricco e pieno di opportunità, per gli occhi dei poveri ragazzi centroamericani.
pochi arrivano e inizieranno (e quasi tutti continueranno e finiranno) a fare lavori da schiavi.
qui partono in tre, uno ha paura, una è una ragazza che viene rapita da ladroni, un altro muore per strada, uno solo arriverà alla meta.
trafficanti, ladri, poliziotti sembrano tutti della stessa squadra (non posso non pensare a questo articolo, del 1996, di Mario Vargas Llosa, che condivido del tutto).
gli attori sono bravissimi, come anche il regista, che è stato aiuto di grandi registi, e si vede che ha imparato molte cose buone, mancano effetti speciali e sentimentalismi, per fortuna.
un avvertimento: c'è il rischio di affezionarti a quei ragazzini, e di soffrire con loro.
e però, nei nostri cinema comodi e nelle nostre case riscaldate, come faremo a capire qualcosa di cosa si prova davvero?
un film da non perdere, se qualche cinema in più lo facesse vedere - Ismaele






La situazione sociale dell’America Latina necessita di un cinema che sia profondamente impegnato nella realtà del mondo. A me interessa fare film radicati nella società contemporanea. L’autentico realismo ha tutto: fantasia e razionalità, sofferenza e utopia, la felicità e il dolore delle nostre esistenze. Voglio dare voce agli emigranti: esseri umani che sfidano un sistema retto dalle indifferenti autorità nazionali e internazionali, attraversando illegalmente le frontiere, rischiando le loro vite nella speranza di superare la povertà estrema. - Diego Quemada-Díez

…Già dalla scelta di girare in Super 16, risulta chiara la volontà di avvicinarsi a una vibrazione dell'immagine d'impianto documentario oppure, ancor meglio, a una ricostruzione affidabile di una storia che ne racchiude mille altre simili, tutte autentiche. Dentro a una rigorosa organizzazione degli spazi, restituita da una direzione artistica secca e severa, si muovono tre attori adolescenti coi quali lo spettatore instaura subito una forte empatia: anche le evoluzioni dei loro rapporti, dall'iniziale avversità che il risoluto Juan prova verso Chauk fino al totale ribaltamento, stanno a sottolineare l'importanza della condivisione, della solidarietà, il falso mito dell'individualismo. Esordio riuscito e maturo, forse un po' troppo compiuto e definito nella sua misura di vero e falso, è il lavoro di un regista che sa benissimo come muoversi all'interno di un idea di cinema molto precisa. Non per niente, Diego Quemada-Díez ha maturato un'esperienza ventennale accanto a nomi come Ken Loach, Oliver Stone, Alejandro González Iñárritu Fernando Meirelles.

…There is something very moving about the desperate courage shown by Juan, Sara and Chauk as they battle northwards. Sara has prudently decided to disguise herself as a boy called "Oswaldo" by cutting her hair, wearing a cap and taping up her chest under her shapeless T-shirt. It creates a poignant romantic tension and there is even a tender sort of Jules et Jim frisson between the three of them. But to those hoping for a relaxing or romantic outcome, La Jaula de Oro has nothing to offer but grim reality. It is a very substantial movie, with great compassion and urgency.

…Certo, a conti fatti infatti La gabbia dorata funziona, e funziona prima di tutto come fiction, come pellicola fruibile e apprezzabile da chiunque (non come Post tenebras lux, per intenderci) abbia un cuore, e per questo lascia parecchio a desiderare il fatto che in Italia soffra di una distribuzione così monca, limitata e limitante (ma evidentemente bisogna lasciar spazio a film che trattano lo stesso tema in tutt'altro modo, come Machete kills), e anzi dispiace se si considera l'estrema riflessione lanciata da Quemada-Diez già dal titolo, La gabbia dorata. Qual è questa gabbia? Sono il Messico, il Guatemala - territori sprofondati nella luce che abbaglia i colori caldi di quelle terre, dorandoli. Di certo la gabbia non sono gli States, identificati nella chiosa finale col mattatoio dove il guatemalteco trova lavoro come un ambiente asettico, murtuario, dai colori freddi che congelano le speranze e, senza troppi forse, anche la vita.
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martedì 26 novembre 2013

Drogowka - Wojciech Smarzowski

Wojciech Smarzowski è uno bravo, anche qui convince molto.
il film inizia come un documentario, pensi di aver sbagliato film, in realtà è il tessuto su cui è costruita una seconda parte senza respiro, a ritmo elevatissimo.
quando Król capisce, dopo una vita passata a pensare e fare il proprio squallido tornaconto, che qualcuno più sopra fa un gioco durissimo, di cui lui è la pedina sacrificale, allora cerca la verità, che non si può né cercare né dire.
il prezzo sarà altissimo, ed è quello che dappertutto un sistema mafioso, tutto il mondo è paese, fa pagare a chi alza la testa.
il film è politicamente scorretto, qui non esistono buoni, non esiste chi può dirsi non coinvolto.
un film da non perdere, nessuno si aspetti una fine felice - Ismaele 





Ma a tenere in piedi il comunque solido progetto di fondo è la tendenza ad un mockumentary (così detto tecnicamente) serio ma non serioso, dal montaggio serrato ma fine (con qualche insospettabile jump cut stile Godard), e improntato dal regista-sceneggiatore ad un giusto e cauto débrayage, pratica filmica che volutamente distanzia l’istanza enunciatrice da una qualsivoglia emissione di giudizi di valori…

…L’estetica di questo film è simile al furioso rollio di una nave che affonda: un’oscillazione bagnata nel torbidume dell’abisso, che produce una vertigine priva di ebbrezza, e carica dell’affanno di una concitata agonia. La trama è una matassa che si dipana vorticosamente per poi subito riavvolgersi: il mostro indistruttibile, ferito ma non vinto, si morde la coda e la spirale di morte si chiude.  La Polonia occupa una della prime posizioni nella classifica mondiale dei paesi più corrotti: la superano solo nazioni come la Bielorussia o il Botswana. Un avvilente dato statistico che questo film traduce in una tenebrosa ballata da capogiro, una danza che si agita all’eccesso e perde rovinosamente l’equilibrio; intanto, in sottofondo, il ritmo è battuto dal cupo ticchettio di una fine che si avvicina sempre più.

Protagonist Król (Bartlomiel Topa) is perhaps one of the least corrupt regarding abuse of his police power, but is still the sort of man prone to violent rage and death threats towards a colleague conducting an affair with his wife, despite the fact that he himself is cheating on her with fellow officer Madecka (Julia Kijowska). After one particularly eventful group night out, Król awakens in a parked car by a river. A body is later fished out of that river, not far from where Król was parked, that of the colleague that was sleeping with his wife. Understandably the number one suspect, and without an alibi due to little recollection of much of the prior night’s events, Król must go on the run and attempt to uncover a potential conspiracy that has led to him being set up. It’s a particularly difficult task considering there are very few trustworthy sources he can turn to for help…

…I think that Smarzowski, in his urge to denounce this dark side of his own country, took some scenes to extreme levels, especially those depicting the police officers partying. In the other hand, its sarcastic and sturdy vision on the matter has the goal to open the people’s eyes for a problem with great impact in society. The structure is not always clear in its orientation, and sometimes we need to make an extra-effort to understand all the connections. The hasty and abrupt editing is another factor that may not be for everyone’s taste. Even somewhat faulty in its very own poignant and gloomy way, “Traffic Department” uses a strong determination to make us aware of a brutal reality.
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