domenica 29 luglio 2012

The hunted (La preda) - William Friedkin

uno di quei film che ti sembra di aver già visto, ma Tommy Lee Jones e Benicio Del Toro danno un'interpretazione sopra la media e William Friedkin ne sa.
non è un capolavoro, magari un'americanata, ma si vede bene - Ismaele



…Friedkin è innamorato della sua poetica che qui come altrove è sempre splendidamente semplice e coerente. The Hunted ha però il difetto di reggersi di più sulla poetica del regista che sulla forza della storia. E in definitiva, mentre a livello di temi e tecnica Friedkin non aggiunge nulla di nuovo rispetto al suo repertorio, e anzi sembra ripetere già tutto quello che aveva detto con Regole d’onore, la storia è tra le più trite (Rambo), e soprattutto è scritta male, non riuscendo mai a coniugare perfettamente le scene d’azione dei due protagonisti (ben dirette), con il contesto delle indagini e i personaggi secondari (male definiti). Rimane un film che ha qualcosa da dire, ma non riesce ad organizzarsi in discorso: questa volta Friedkin è troppo innamorato dei suoi temi per esprimerli con chiarezza.

"The Hunted" requires its skilled actors. Ordinary action stars would not do. The screenplay, by David Griffiths, Peter Griffiths and Art Monterastelli, has a kind of minimalist clarity, in which nobody talks too much and everything depends on tone. Notice scenes where Del Toro is interrogated by other law officials. He doesn't give us the usual hostile, aggressive cliches, but seems to be trying to explain himself from a place so deep he can't make it real to outsiders. This man doesn't kill out of rage but out of sorrow…

On retrouve aussi tout le savoir-faire de Friedkin dans une course-poursuite haletante, dans laquelle, Tommy Lee Jones suit Benicio Del Toro à la trace, tel un éclaireur indien dans les westerns d'antan. On est ici bien loin des insupportables histoires de profileur et de leurs sempiternelles théories sur les problèmes des tueurs psychopathes face à la sexualité et à la religion.
Autre aspect intéressant du film, Friedkin a évité tout discours moralisateur et est parvenu à rendre flou la frontière entre le bien et le mal grâce à des personnages attachant, éloignés des clichés habituels.
Ainsi, Benicio Del Toro qui interprète le tueur est finalement assez sympathique. L'acteur joue sobrement sans rouler des yeux ou piquer des crises de folies furieuses à tout propos…

Il est vrai alors que la violence de certain des combats du film peuvent heurter quelques-uns, mais il ne faut pas se leurrer, la volonté du réalisateur n'a pas été de faire dans la surenchère graphique mais bien de montrer tous le coté sauvage qui sommeille en chacun de nous, quelque chose qui nous pousse parfois à commettre l'irréparable si le monde extérieur nous y pousse. En résumé un bon film qui, malgré un scénario conventionnel et quelque peut évasif, parvient à distiller une tension permanente grâce à sa réalisation énergique et sèche. Les acteurs ne sont pas en reste et ajoute à cela un face à face terrifiant mais emprunt d'amertume.

Esta es una de esas peliculas con poca capacidad y ninguna pretensión de sorprender con su tématica. 
Basada en una fórmula tan usada como eficaz, su principal defecto radica en la poca habilidad que director y guionista han demostrado en exprimir dicha temática. 
La pelicula parte del manido conflicto moral del 'monstruo' que escandaliza por sus acciones a la sociedad que lo ha creado y que no se identifica con él…

La scuola è finita – Valeria Jalongo

un film dell'orrore, a tratti, e forse la realtà ci va vicino.
brava Valeria Golino, ma il film non mi ha conquistato.
se proprio uno lo vuole vedere...- Ismaele




…Dramma venato di commedia sotto l’egida di un insistito realismo, il film – scritto dal regista con Francesca Marciano, Alfredo Covelli e Daniele Luchetti (autore del molto migliore La scuola) – è il tentativo andato a vuoto di indagare sul serio lo squallore e il declino del sistema scolastico italiano. Quello che interessa a Jalongo, infatti, è raccontare in un contesto suburbano il potere salvifico della musica, la capacità che l’arte ha di redimere e raddrizzare vite bruciate e famiglie disfunzionali, dando per scontato il fallimento delle istituzioni sociali. Niente di male, se non fosse che Jalongo sembra sbagliare i mezzi, confondendo spesso la realtà col realismo e arrivando all’artificio al posto della più ostentata verità…

…Si sente pulsante la preoccupazione di Jalongo ma l'intensità si disperde in una disorientante divisione in capitoli, come didascalici libri di testo, e soprattutto in un campionario di gioventù bruciata già vista. Il già visto fagocita e fa implodere la piega più interessante del racconto: La scuola è finita poteva essere uno dei pochi film che si spostano sul punto di vista dei professori e non solo degli alunni figli e vittime del degrado periferico. Poteva essere un racconto sull' umanità di un ruolo così difficile ma fondamentale come l'insegnante, dove è facile sbagliare e esser subito condannati se si va al di la del consiglio dei docenti, delle ore pagate e degli scrutini affrettati in aule fatiscenti. Ma è una via del racconto tardiva e la scuola finisce così con piccole speranze all'ombra di un pessimismo non approfondito.

Rispetto alla surreale, inquietante idea di messa in scena che ha lasciato intravedere nella scelta dei setting e nell’ideazione delle scenografie, La scuola è finita si tramuta in un lungometraggio fin troppo schematico ed inserito in alcune determinate logiche del cinema italiano, “gabbie” economiche e narrative che diventano esse stesse una forma di autocensura preventiva rispetto all’idea di osare veramente qualcosa di nuovo, anche se sanamente sconclusionato. Jalongo ha gettato alle ortiche una curiosa opportunità, e la sensazione netta è che sia un vero peccato. 

 Resta un film profondo e sincero, se volete rozzo, che purtroppo rischia di passare inosservato, un grido forsennato di dolore che speriamo non rimanga ai più sordo. A volte succede che al posto di un professor Keating ci sia un Tallarico, che antepone la disperazione della sua vita fallita al bene degli studenti: non basta certo conoscere il Marinetti per poter fare di conoscenza virtù, serve anche il discernimento delle situazioni.

sabato 28 luglio 2012

Le silence de la mer (Il silenzio del mare) - Jean-Pierre Melville

capita a volte che l'opera prima sia già un capolavoro, e questo è il caso.
tratto da un libro difficile, è una storia di sguardi e un monologo di un ufficiale tedesco che non aveva capito il dramma e gli scopi della guerra.
poi tutti sanno tutto.
da non perdere, per ricordare cosa può essere il cinema - Ismaele

Melville infatti non indietreggia di un solo passo e gioca coraggiosamente al rialzo, promettendo a Vercors di sottoporre il film finito ad una commissione di resistenti, con la clausola che se anche uno solo dei membri si fosse opposto, il negativo sarebbe stato distrutto. Non è tutto: esponendosi personalmente (pagava i collaboratori giorno per giorno, nella consapevolezza che la lavorazione si sarebbe potuta interrompere in qualsiasi momento), Melville sceglie come location la vera casa di Vercors, il luogo in cui lo scrittore, basandosi su fatti realmente accaduti, aveva immaginato la storia. Siamo nel 1947 e si tratta di una delle prime volte che un film di finzione viene girato in ambienti naturali: la scelta è profondamente trasgressiva nei confronti dell’istituzione cinematografica francese e rappresenterà un modello produttivo fondamentale per la Nouvelle Vague. Ma l’aspetto più straordinario dell’intera operazione risiede nella motivazione dell’adattamento, nel perché Melville abbia scelto proprio quel romanzo per girare il suo primo film. La ragione è paradossale: il carattere apparentemente anticinematografico del racconto di Vercors. La quasi totale assenza di movimento e azione nel romanzo rappresenta per il giovane ma già lucidissimo creatore (Melville preferiva questa nozione a quella, impropria, di autore) una sfida estetica esaltante: trasformare uno spazio chiuso e isolato in un contenitore di tensioni psicologiche e fare del silenzio una cassa di risonanza delle passioni. Ebbene, la sfida è vinta sotto tutti i punti di vista: "Le silence de la mer" è infatti un film sublime, struggente e controllato, di un equilibrio stilistico supremo…

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Après l'armistice de 1940, un vieil homme vit retiré à la campagne avec sa nièce. Ils se voient contraints par la Kommandantur d'héberger un officier allemand. Bien décidés à ne pas parler à ce représentant des forces d'occupation, il l'accueillent dans une maison aussi froide et silencieuse qu'un tombeau. Cependant, au fil des visites de von Ebrennac – qui, chaque soir, fait un court passage dans le salon et livre ses pensées à ses hôtes – ils découvrent un homme intelligent, sensible et sincèrement amoureux de la France. Il leur raconte sa passion pour la musique et la culture en général, sa conviction profonde que de cette guerre va naître un rapprochement des peuples. L'oncle et la nièce gardent le silence mais sont troublés par cet homme qui leur parle sans attendre de retour de leur part, qui comprend et approuve leur résistance silencieuse...

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..Le Silence de la Mer does not seek to redeem Germany’s honour, a near impossible feat a mere four years after the full revelation of Hitler’s designs, but it does offer a different perspective from the bulk of war films. Reminiscent of Renoir’s masterful La grande illusion, Melville’s film does not dabble so much in class commentary but sombrely reminds us that the greatest tragedy of war is that humanity can only kill its own.

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venerdì 27 luglio 2012

The Naked Kiss (Il bacio perverso) - Samuel Fuller

una storia che ti tiene attaccato alla poltrona, sceneggiatura a orologeria, bravi attori, un film crudele, dove i sogni evaporano.
un film che merita - Ismaele


"Fuller ci mostra che i bambini possono sognare, ma non concede uguali illusioni agli adulti" (Motion Picture Guide), investiti come sono da argomenti tabu con una violenza cinematografica di cui è difficile trovare precedenti nella storia di Hollywood: un mix di sentimentalismo e rabbia fisica in dosi massiccie, senza alcuna preoccupazione della loro coerenza o digeribilità.
 Ne viene fuori un film dal moralismo radicale, striato di sequenze scioccanti (come quella iniziale in cui la Towers pesta il proprio protettore) e canzoncine caramellose dal risvolto perverso. Nella prima scena, per assaltare lo sguardo del pubblico, il regista fissò la macchina da presa sul corpo degli attori in colluttazione.


The Naked Kiss is capital-M Melodrama. When Kelly steps off the bus into Grantville, we see her stocking-clad leg emerge from the door of the bus accompanied by a jazzy score with its sweltering horn line. Like his contemporary Nick Ray, Fuller was telling pulpy, melodramatic stories while trying get at a personal vision. Those not willing to suffer through "big" moments—outsized emotions, violent reactions—should probably stay clear of The Naked Kiss.

giovedì 26 luglio 2012

Le nevi del Kilimangiaro - Robert Guédiguian

un film col lieto fine, edificante, in senso buono, dico.
una storia di ultimi e penultimi, quando stai male scopri che qualcuno sta peggio.
Robert Guédiguian è come se facesse sempre lo stesso film, mutatis mutandis, così come Guccini sembra che faccia sempre la stessa canzone, mutatis mutandis. 
se ti piace una ti piacciono tutte.
a me Guccini e Guédiguian piacciono, e questo film mi è piaciuto - Ismaele



Ispirato dalla “Les pauvres gens” di Victor Hugo e accompagnato dalla canzone di Pascal Danel (che fornisce il titolo al film), Le nevi del Kilimangiaro è il nuovo dramma sociale di Robert Guédiguian sulla disoccupazione e la dolorosa perdita della dignità. Nondimeno è un’opera leggera come un palloncino, che racconta la vita quotidiana di una coppia aperta e accogliente alla maniera dei cortili che abita. Ancora una volta il regista marsigliese mette in scena una piccola storia che ha il sapore e la solidarietà del cinema del Fronte Popolare. Partendo da un licenziamento, quello del protagonista, il film avrebbe potuto precipitare in un dramma da socialismo reale, al contrario il clima è lieve e gioioso, si ride spesso e si rimane sedotti dalla voglia di vivere di due coniugi operai che lottando negli anni Settanta sono andati 'in paradiso'. Il loro paradiso è la casa che hanno costruito e la famiglia che hanno formato ed educato ad essere onesta e di grande cuore. Ma il cinema di Guédiguian non si è mai fermato alle mura domestiche, scendendo in strada attraverso quelle finestre e quelle porte sempre spalancate sul mondo e sulla società. Ed è proprio da quei varchi che il brutto del mondo entrerà, portandosi via ‘proprietà’ e sicurezze ma insieme offrendo una possibilità di comunione e partecipazione. Perché il ragazzo che ha occupato il loro Eden, derubandoli, è un giovane uomo di una generazione cresciuta senza testimonianze né esempi di quella che un tempo era la lotta di classe, ovvero un modo (giusto) di cambiare la vita di chi è sempre in soggezione. E a questo punto Le nevi del Kilimangiaro gioca le sue carte migliori per rigore e sensibilità, portando alla coscienza del protagonista la necessità di fare qualcosa, individuare una possibile canalizzazione del malessere giovanile in funzione di una nobiltà d’animo che risollevi il morale e la morale.
È la forza dell’etica la cifra del cinema di Guédiguian…

…La coppia protagonista, alla ricerca dell’equità sociale, in una solare Marsiglia, ingaggia una bella lotta a chi porge di più l’altra guancia: finiscono derubati picchiati umiliati.
Persino disoccupati, ma felici in nome della loro coerenza morale.
Jean-Pierre Darroussin e la sua fin troppo paziente moglie vivono sulla pelle il contrasto tra l’egoismo borghese dilagante anche nel loro microcosmo e la speranza di un mondo più giusto, sotto gli occhi disincantati di un moderno alquanto tollerante Janvier.
Il film, superato un veramente noiosissimo inizio, affastella mille problematiche e culmina con l’autocritica finale del sindacalista imborghesito super garantito rispetto alle nuove generazioni, cui decide di perdonare anche l’imperdonabile.
Si segnala che Jean-Pierre Darroussin, nei panni di un lustrascarpe, si sta contemporaneamente prodigando sugli schermi, in Miracolo a Le Havre, a far passare la Manica al piccolo Idrissa, immigrato clandestino africano.
E’ l’ora, è l’ora, i buoni son tornati!

Senza dubbio dobbiamo essere grati a Guédiguian e a Loach (spesso accostati) per le belle e appassionate descrizioni che fanno e hanno fatto negli scorsi decenni di quella parte di Europa che non sembra interessare il cinema mainstream. Ma i due autori rischiano di rimanere fermi a una lettura politica e a uno stile visivo datati. I cantori contemporanei delle gesta popolari sono invece i registi che riescono a comprendere le nuove dinamiche e a rappresentarle con lucidità e grazia, come i maestri Dardenne, il geniale Kechiche o il promettente Meadows.

mercoledì 25 luglio 2012

Svetat e golyam i spasenie debne otvsyakade (The world is big and salvation lurks around the corner) - Stephan Komandarev

un Miki Manojlovic splendido, indimenticabile, immenso, con attori bravissimi e un regista che ne sa, in un film candidato all’Oscar per il miglior film straniero del 2010 (non avrebbe sfigurato una sua vittoria).
un film commovente e alla fine ti piacerebbe imparare a giocare a backgammon (qui le regole).
cercatelo e guardatelo, nessuno se ne pentirà, promesso - Ismaele


Un film che si intitola Il mondo è grande e la salvezza si cela dietro l'angolo (questa la traduzione del titolo internazionale in inglese, quello originale bulgaro è leggermente diverso - Il mondo è grande e la salvezza si aggira per tutti i lati -), o si ama o si odia. Io, come l'amico che me l'ha segnalato, l'ho molto amato.
E' bene dire che il film è molto prevedibile: succede sempre esattamente quello che ti aspetti. Più o meno. La storia è ben congegnata, ad orologeria direi, e i personaggi, che poi alla fine sono due, ma soprattutto uno, Bai Dan, recitato alla perfezione da uno splendido Miki Manojlovic (visto in moltissimi film, dai primi di Kusturica, Papà...è in viaggio d'affari eUnderground, fino a Irina Palm, lo splendido La polveriera e molti molti altri), superlativi. Non che alcuni caratteri non protagonisti non siano azzeccati: anzi.
C'è da dire anche che quando si ha occasione di vedere film come questi, da italiani, ci si domanda perchè gli altri, chiunque altro, siano capaci di raccontare il loro passato con tocco lieve ma fermo, e al tempo stesso guardare avanti con occhi pieni di speranza: la salvezza del titolo, forse. Chissà se è per questo che, molto probabilmente, non lo vedremo mai nelle nostre sale.
Insomma, un film semplice, ma non stupido (il "viaggio della speranza" al contrario, l'allegoria col backgammon), ben recitato e ben girato, e molto, molto bello, commovente, pieno di ottimismo di quello sano, intenso.
Inutile tentare oltre di descrivere l'emozione: guardatelo.

I think that Bulgarian cinema is the one I'm the least familiar with; I'm not sure I've seen more than a couple of films from Bulgaria. And yet, here you have this movie practically no one knows and it's a masterpiece. Everything about it is just so breathtakingly beautiful. The characters are so frank it's unbelievable, they find themselves gradually, and at the end you hold your breath expecting to see what is going to happen.
If this were a Hollywood film, I'm pretty certain it would be awful. There are elements in this film that are clichés - but this is where powerful film-making comes into play; you can exploit a cliché in such a way so as to make it a staggeringly original statement.

And even if many times for many of us, it doesn't really seem as though the world is big salvation lurks around the corner, this movie effortlessly makes you believe it does, and that's enough of a reason to watch it.

L’originalité de l’histoire concerne davantage la relation entre le grand-père, merveilleux Miki Manojlovic (qu’on voit beaucoup dans le cinéma français), et le petit-fils, envoûtant Carlo Ljubek (qu’on a peu l’habitude de voir, malheureusement). A l’écran, ils nouent un tandem vivifiant, épanoui, une véritable relation de famille pure et intense qui dépasse même la relation père ou mère/fils. Une complicité et une amitié qui les conduisent jusqu’à la lutte dans le jeu du backgammon, autre originalité du film. Ce jeu a beau être connu de bon nombre d’entre nous, nous devons être peu à en apprécier les règles. Le final est d’ailleurs grandiose quand le petit-fils doit faire plus que douze avec deux dés pour détrôner son grand-père!...

martedì 24 luglio 2012

The Grey Zone (La zona grigia) - Tim Blake Nelson

Tim Blake Nelson deve essere un tipo speciale. Fa l’attore in quel filmone che è “Detachment” e nel 2001 ha girato “La zona grigia”.
è un film incredibile, crudo, senza pietà, nel quale dei disperati che devono morire fanno delle cose giuste, in un mondo a parte come un lager tedesco.
più dalle parti di “Kapò” che in quelle de “La vita è bella” (film che comunque mi è piaciuto molto).
Assolutamente da vedere, siamo in zona capolavoro - Ismaele


peccato il disinteresse generale per un film-documentario come questo...è vero, non è stato molto pubblicizzato, ma ne consiglio vivamente la visione!
non mi rendo nemmeno conto se sia giusto fare un commento sulle scenografie di un campo di concentramento...
cmq la prova deli attori,del regista,degli scenografi,degli sceneggiatori è stata superlativa: hanno riportato alla luce una realtà storica da non dimenticare nella sua piena crudeltà...un film oserei dire "crudo"...
da vedere...ma lo sconsiglio vivamente ai deboli di stomaco!

Il finale invece ci regala l'unico momento di poesia del film, come se solo la morte potesse liberare le anime degli uomini.
Il titolo della pellicola rimanda subito a quella zona grigia che Primo Levi descrisse più volte nei suoi romanzi e che è facilmente identificabile proprio con il campo di concentramento di Auschwitz. Su questa definizione Tim Blake Nelson fonda lo stile della sua pellicola, contraddistinta da una fotografia grigia che stilizza luoghi e persone arricchendo la forza dell'impatto drammatico...

basato sul libro Auschwitz: A Doctor's Eyewitness Account di Miklos Nyiszli, medico ebreo ungherese che effettuò gli esperimenti del nazista Josef Mengele per salvare sé stesso e la sua famiglia. Non c'è compiacimento morboso nel mettere in immagini (fotografia stilizzata di Russell Lee Fine) l'orrore di un lager di sterminio e il velo grigio della cenere umana che avvolge il campo e le coscienze degli internati. Pone più di una domanda e mette in luce la dimensione industriale della soluzione finale…

I have seen a lot of films about the Holocaust, but I have never seen one so immediate, unblinking and painful in its materials. "The Grey Zone" deals with the daily details of the work gangs--who lied to prisoners, led them into gas chambers, killed them, incinerated their bodies, and disposed of the remains. All of the steps in this process are made perfectly clear in a sequence, which begins with one victim accusing his Jewish guard of lying to them all, and ends with the desperate sound of hands banging against the inside of the steel doors…
"The Grey Zone" is pitiless, bleak and despairing. There cannot be a happy ending, except that the war eventually ended. That is no consolation for its victims. It is a film about making choices that seem to make no difference, about attempting to act with honor in a closed system where honor lies dead. One can think: If nobody else knows, at least I will know. Yes, but then you will be dead, and then who will know? And what did it get you? On the other hand, to live with the knowledge that you behaved shamefully is another kind of death--the death of the human need to regard ourselves with favor. "The Grey Zone" refers to a world where everyone is covered with the gray ash of the dead, and it has been like that for so long they do not even notice anymore.

Many Holocaust films present the ethical dilemna of trying to stay alive at the cost of allowing others to die or even sending others to their death. A few films might focus on the dreaded Kapos in the camps -- or on the elitist Jewish Council members who helped organize the transport groups -- or on the musicians/performers who entertained the Nazis -- all of whom hoped that they would be allowed to survived. But this film focuses on the Sonderkommandos -- the special workers -- who ushered Jewish victims to the gas chambers and burned the bodies. They too hoped to survive. But they must have known that they were going to be murdered eventually, if only because they had become the most dangerous witnesses to the cold Nazi horror. And the film begins by informing us that these groups of Sonderkommandos were never allowed to live longer than four months…
da qui


L'episodio più importante (e forse più conosciuto) di resistenza dei sonderkommando avvenne il 7 ottobre 1944 quando i membri delsonderkommando di Auschwitz – nell'imminenza di una preventivata fine dovuta all'esaurirsi della deportazione degli ebrei ungheresi – si ribellarono alle SS uccidendone tre e facendo saltare un forno crematorio (Krematorium IV) con dell'esplosivo ottenuto grazie alla collaborazione di alcune donne "civili" polacche impiegate presso le fabbriche di munizioni dei dintorni.
La rivolta si risolse in un bagno di sangue, i deportati ribelli vennero sterminati e le SS intrapresero una serie di ricerche su coloro che avevano collaborato a procurare l'esplosivo e aiutato a farlo pervenire all'interno del campo. Il risultato di tali ricerche fu l'impiccagione di quattro donne polacche il 6 gennaio 1945: Ròza Robota, Ella Garner, Estera Wajcblum e Regina Safirsztajn.