Hélène Cattet e Bruno Forzani girano pochi film, ma buoni, impossibile confonderli con altri film che si vedono in giro.
Laissez bronzer les cadavres è un polar, un western, un heist movie, qualsiasi cosa sia è il come la storia è raccontata, si va avanti e indietro, a cento all'ora o lentamente, con mille colori, e con un sole che fa risvegliare i morti, oltre che abbronzarli, in un angolo di Corsica, in un villaggio abbandonato, ma riabitato temporaneamente da un'artista e un po' di gente di passaggio, a cui non si chiede il curriculum.
momenti di pace, sguardi di fuoco, scoppi di violenza come in un western anni '60-'70, sparatorie alla Tarantino, senza pietà.
cercatelo e godetene tutti.
buona (caotica) visione - Ismaele
…Laissez
bronzer les cadavres, tratto nel 2017 dal
primo romanzo del petit miston Jean-Patrick Manchette
(scritto insieme a Jean-Pierre Bastid), usa il sole abbacinante della Corsica
per un folle regolamento di conti tra eccentrici vacanzieri, una banda di
rapinatori in fuga e due gendarmi giunti giusto in tempo per farsi sparare
addosso. Sembra un classico poliziesco, ma provate a vederlo (è il più
difficile da trovare tra tutti, vi avviso) e vedrete che di classico, se non
l’ambientazione e le armi, non c’è veramente nulla…
… Procedono
per singoli frammenti, estrapolati da una scena data
preliminarmente e poi accantonata, come se l’azione fosse composta
da pezzi di un meccano montati insieme per fornire una struttura
nuova, totalmente stilizzata. Persino astratta.
I frammenti si fronteggiano, si contrappongono, entrano
in conflitto. È Ėjzenštejn privato dell’ideologia, senza il simbolo che ne
scaturisce. La loro è una concezione sineddochica dello spazio: si concentrano
su una parte particolarmente rappresentativa (ed espressiva) dei
corpi e ne fanno il veicolo paradossale dell’azione, che di fatto
cancellano. La regia diventa una precisa e personalissima interpretazione
grafica che, mentre rilegge il cinema di genere, ne offre una riscrittura
originale e un’estetica molto seducente. Il fascino di ogni
inquadratura è infatti il valore aggiunto di una narrazione che
procede grazie a una mostrazione sovraccarica di colori, di impulsi, di motivi
e intensità differenti (merito anche dell’abituale direttore della
fotografia, Manuel Dacosse). E in cui Cattet e Forzani,
in pratica, non raccontano una storia, sollecitano il pubblico con un dialogo
continuo tra personaggi e schermo, minacciandolo (o seducendolo) con sguardi in
tralice (o umidamente provocanti) e canne di pistola puntate in faccia. È
l’origine della visione (ricordate lo sparo verso il pubblico de La
grande rapina al treno?) e anche la sua messa in discussione (gli sguardi
verso l’obiettivo irretiscono ma rivelano costantemente l’artificio). È
il mantra primordiale che si rinnova ibridandosi con le dinamiche
di generi già riletti da uno sguardo d’autore e riproposti attraverso lo
spettro prismatico della sensibilità postmoderna…
…Raccontata così, potrebbe sembrare la trama di un
classico film noir, sulla scia di modelli come Cani
arrabbiati di Mario Bava, Le iene di
Quentin Tarantino e innumerevoli polar. In realtà, qualsiasi materia passi tra
le mani dei due registi belgi, cambia completamente forma e sostanza, trasformandosi
in qualcosa di diverso rispetto a ciò che possiamo immaginare. Così come Amer e L’étrange couleur des larmes de
ton corps erano gialli molto sui
generis, sofisticate rielaborazioni stilistiche dei classici del
thriller italiano, così Laissez bronzer les cadavres è
un unicum, un noir che si svolge in ambienti da western
contemporaneo e si trasforma presto in un’orgia visiva pop, psichedelica e
coloratissima….
… Tutto incredibilmente assurdo, tutto incredibilmente bello
da vedere: Laissez bronzer les cadavres richiede
allo spettatore di uscire dai canoni classici del cinema, per abbracciare una
fusione panica di innumerevoli elementi visivi e sonori; certo, la vicenda noir
si lascia seguire e appassiona lo spettatore, fra sparatorie, sangue, stalli
alla messicana e personaggi ben costruiti, ma non è la cosa più importante,
perché la regia sembra recuperare una concezione primigenia del cinema come
pura Arte Visiva. E quando, sul duello finale tra Rhino e il poliziotto, inizia
la nenia infantile di Chi l’ha vista morire? di
Aldo Lado (Canto della campana stonata di Ennio Morricone),
non si può fare altro che applaudire, perché solo un genio poteva concepire
qualcosa di simile.
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