Ci sono luoghi che si possono perdere molto prima che vengano distrutti. Si
perdono quando non puoi più raggiungerli. Quando il sentiero che conoscevi
viene chiuso, una collina recintata, una strada riservata ad altri, un posto di
blocco messo là dove prima passavi senza pensarci. Si perde un luogo anche
quando continui a vederlo da lontano, ma non puoi più attraversarlo. È questo
che racconta, più di ogni altra cosa, Raja Shehadeh nei suoi libri e
nell’evocazione del pallido dio delle colline.
Shehadeh ha sempre amato camminare. La sarha, la passeggiata
senza una meta precisa, era per lui un modo di abitare la terra: andare sulle
colline intorno a Ramallah, cercare un sentiero, fermarsi, guardare il
paesaggio, riconoscere una pietra, un albero, le tracce di una storia
familiare. Camminare significava essere liberi. Nel 1978, quando compie una
delle sue prime camminate, il paesaggio è ancora aperto. Anni dopo, quando
torna sugli stessi luoghi, scopre che molte cose sono cambiate. Gli
insediamenti si sono allargati, sono comparse nuove strade, recinzioni, zone
militari. I sentieri che conosceva diventano sempre più difficili, a volte
impossibili da percorrere.
Il suo racconto segue questa trasformazione per oltre vent’anni. E quello
che all’inizio sembra il diario di un uomo che ama camminare diventa lentamente
la cronaca di una terra che gli viene sottratta anche attraverso la
cancellazione della possibilità di attraversarla.
Non è soltanto la perdita della terra. È la perdita della libertà sulla
terra. Ed è questo che rende quelle pagine così dolorose: Shehadeh non
racconta soltanto un’ingiustizia politica. Racconta il modo in cui la politica
entra nella vita quotidiana e modifica perfino i gesti più semplici. Una
passeggiata. Un sentiero. Un luogo dove portare un ragazzo per mostrargli il
paesaggio che avevi conosciuto da giovane.
A un certo punto Shehadeh arriva anche nel Wadi Qelt, nella discesa verso
Gerico. Lì incontra alcune famiglie beduine. Molti se ne sono già andati. Una
donna, Fatmeh, racconta la situazione della sua famiglia: il futuro è incerto,
il lavoro del marito sta per finire, e il territorio intorno è destinato a
essere recintato, sottratto a chi vi abita. È una scena piccola. Quasi
marginale rispetto alla grande storia. E proprio per questo rimane: mostra cosa
significa, concretamente, rendere precaria la vita di chi abita un luogo.
La strada per Gerico ritorna oggi, a distanza di anni, nel film di Amos
Gitai: The Road to Jericho. Gitai è israeliano. E anche lui, da
decenni, filma questa terra cercando di non cancellare l’altro. Nel 1982,
con Field Diary, entra nei territori occupati e filma la realtà che
incontra. Tra le persone intervistate c’è Bassam Shakaa, allora sindaco di
Nablus, che aveva perso una gamba in un attentato compiuto da estremisti
israeliani. Gitai lo ascolta.
Quarant’anni dopo, torna sulla strada per Gerico.
È come se il cinema avesse conservato una memoria che la politica non è
riuscita a custodire.
Nel nuovo film Gitai arriva a Khan al-Ahmar, villaggio beduino
lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico. Qui c’è una piccola scuola costruita
con terra, legno e pneumatici, nata dalla necessità di garantire un’istruzione
ai bambini della comunità. La scuola è diventata il simbolo della precarietà di
quel luogo: per anni è rimasta sotto la minaccia della demolizione.
Gitai la filma e intreccia il presente con le immagini del passato: le sue
conversazioni con israeliani e palestinesi, le voci di Arthur Miller, Jeanne
Moreau, Yitzhak Rabin; frammenti di una storia che sembra appartenere a un
altro tempo. E infatti il film non è soltanto sulla situazione di oggi. È anche
sulla strada che avrebbe potuto essere percorsa e che è stata interrotta.
Perché la strada per Gerico non è soltanto una via geografica. È una strada
politica. Nel 1993 gli accordi di Oslo avevano aperto una possibilità. Il primo
accordo israelo-palestinese riguardava proprio Gaza e Gerico. Gitai ricorda di
aver parlato con Rabin nel 1994, di averlo ascoltato mentre affrontava con
concretezza le difficoltà dell’accordo, nella convinzione che bisognasse dare
una possibilità alla pace. Un anno dopo Rabin fu assassinato. Per Gitai quella
morte rappresentò una frattura. Non soltanto la scomparsa di un uomo, ma
l’interruzione di una possibilità: quella di continuare a parlare, negoziare,
riconoscere nell’altra parte un interlocutore.
È qui che il cinema di Gitai incontra, in modo sorprendente, le
passeggiate di Shehadeh. Uno cammina. L’altro filma. Uno vede i sentieri
chiudersi. L’altro torna sulle stesse strade per vedere che cosa ne è rimasto.
E tutti e due, ciascuno dalla propria parte, raccontano una progressiva
restrizione dello spazio: quello fisico, ma anche quello politico, necessario
perché due popoli possano ancora immaginare di vivere l’uno accanto all’altro.
C’è stato un tempo in cui questa possibilità aveva trovato parole
importanti. Amos Oz, A.B. Yehoshua, David Grossman hanno rappresentato una
parte di quella cultura che continuava a considerare indispensabile il
riconoscimento dell’altro.
Grossman ha scritto, in un momento di dolore e di solitudine, parole che
esprimevano la necessità di non essere lasciati soli in questo cammino. Forse è
proprio questa la parola che oggi colpisce di più: solitudine. La
solitudine di chi continua a credere che l’altro debba esistere, quando intorno
la possibilità stessa di riconoscerlo viene continuamente erosa.
Gitai non nasconde la sua disperazione. Parla del suo film come di un lamento
per il Paese che ama e la cui politica non condivide. Eppure rifiuta l’idea che
la storia debba essere consegnata soltanto alla forza. Per lui il rispetto
dell’altro rimane la condizione stessa di qualsiasi futuro. Le sue parole sono
perentorie: «Non è solo possibile, è obbligatorio. Qual è l’alternativa?
Nient’altro che una distruzione catastrofica, irreversibile e totale. Ci
troviamo di fronte a una scelta: annientamento o riconoscimento reciproco».
Eppure sono parole che lasciano perplessi. Perché viste da qui, dall’abisso
del presente, l’annientamento non appare come una scelta ipotetica del futuro,
ma come un processo già ampiamente in corso, vissuto e subito nei corpi, nelle
case, sulle colline. Porlo come un’alternativa ancora aperta rischia di suonare
come un’astrazione rispetto alla sproporzione di ciò che sta accadendo sul
campo.
Forse quella di Gitai non è un’analisi della realtà, ma l’ostinazione di
chi rifiuta di consegnare la storia alla sola logica della distruzione.
Ed è qui che le storie di Shehadeh e di Gitai si incontrano davvero.
Shehadeh cerca di salvare, attraverso la scrittura, ciò che la
trasformazione del territorio rischia di cancellare: i sentieri, i paesaggi, la
memoria, la possibilità di camminare. Gitai cerca di salvare, attraverso il
cinema, ciò che la violenza ha progressivamente consumato: le voci, gli
incontri, la memoria di una possibilità. Entrambi lavorano contro la
cancellazione.
Consapevoli che l’arte non cambia le decisioni immediate della politica né
ferma le bombe, come riconosce lo stesso Gitai citando Guernica di
Picasso: nel duello diretto tra il pittore e il dittatore Franco, sul piano
politico fu Franco a vincere e a consolidare il suo potere; ma sul piano della
memoria ha vinto Picasso, perché la sua opera è rimasta a testimoniare per
sempre l’orrore di quella distruzione. Il cinema e la scrittura non hanno il
potere di fermare la forza del presente, ma hanno quello, immenso, di sottrarla
all’oblio.
La strada verso Gerico assume così un significato che va oltre la
geografia. È una strada che attraversa una terra contesa, le ferite e le
distruzioni. Ma è anche la strada di una possibilità che non è riuscita a
compiersi.
Una strada sbarrata.
E tuttavia non necessariamente perduta.
Nel 1982, quando Gitai intervistò Bassam Shakaa, il sindaco di Nablus aveva
già perso le gambe in un attentato. Aveva la violenza impressa direttamente sul
proprio corpo. Eppure, davanti alla macchina da presa, pronunciò una frase che
Gitai ha continuato a ricordare per più di quarant’anni. Forse è questa la
frase con cui dobbiamo lasciare oggi quella strada: «Il pessimismo è un lusso
che non possiamo permetterci».
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